Buongiorno, Ho 43 anni di età. Purtroppo soffro di dipendenza affettiva e ne ho sempre sofferto.
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Buongiorno,
Ho 43 anni di età.
Purtroppo soffro di dipendenza affettiva e ne ho sempre sofferto. In più ho bassissima autostima, paura dell'abbandono e del rifiuto.
Sono stata seguita da uno psicologo della mutua per oltre 15 anni quando ero più giovane, ma ho fatto piccoli passi.
Da meno di un anno sono seguita invece da una psicoterapeuta, sempre tramite mutua, una o due volte al mese.
Lei è specializzata in psicodinamica.
Il ciclo che si ripete è sempre lo stesso:
Sono sola per molto tempo (da 1 a 3 anni), nessun incontro, nessun flirt, nulla di nulla, poi all'improvviso incontro qualcuno che finalmente mi piace, ma è emotivamente indisponibile (con me ovviamente!). Vengo usata e scartata e poi, subito dopo o poco dopo, lo stesso uomo da valore, presenza e impegno a un'altra donna.
È peggio di un lutto con cui convivo da anni, lo so perché è morto mio padre qualche mese fa e ho una situazione economica e familiare molto delicate e difficili.
In altre parole sono sempre la persona sbagliata in ogni storia.
I pensieri che mi vengono in mente sono:
"Faccio schifo"
"Non mi vuole nessuno"
"Non merito di avere una relazione vera, posso solo essere usata"
"Non valgo nulla"
"Tanto resterò da sola per tutta la vita"
"È inutile che ci spero, tanto so già come andrà a finire"
Però intanto rimango spettatrice di altre donne che ottengono il meglio senza fare il minimo sforzo. Quello che avrei voluto io, viene dato a un'altra. Loro sono le regine, le Femmes fatales, mentre io resto solo un orinatoio da usare e abbandonare.
Mi chiedo sempre: "Perché a lei sì e a me no? Cos'ha lei più di me?"
È un ciclo che continua a ripetersi. Ho deciso di deporre le armi, di rassegnarmi, perché tanto so che, se anche dovessi iniziare una frequentazione domani o in qualsiasi altro momento, tanto conosco già il finale.
Dopo queste esperienze, mi dico "mai più!" ed effettivamente mi chiudo in me stessa, non voglio nessuno, ma ho anche capito che, anche chiudendomi, il dolore, la svalutazione e il vuoto restano fermi lì a germogliare dentro di me e a consumarmi giorno per giorno, lentamente e inesorabilmente.
C'è poi un ulteriore problema, che comunque dopo periodi prolungati di solitudine, nel momento in cui sto relativamente "meglio", appena incontro qualcuno che mi piace, ci ricasco. I miei standard, il mio istinto e ciò che il mio intuito mi comunicano, vacillano e alla fine cedono.
Razionalmente capisco che non è la mia strada, capisco i segnali di un uomo emotivamente non disponibile con me, ma non riesco poi a staccarmi, soprattutto dopo che ho investito emotivamente.
Subisco passivamente senza prendere alcuna posizione.
Ho solo due scelte:
O resto sola
Oppure vengo usata per un periodo, avendo l'illusione di avere una relazione con un uomo che mi piace e poi... Restare con il nulla.
Aggiungo anche che sono single da più di 11 anni e ho avuto solo due storie in passato. Il primo quando avevo 22 anni per 4 anni con un ragazzo bravo, ma che non mi piaceva fisicamente né mentalmente (mi disse "ti amo" senza nemmeno conoscermi al primo appuntamento e non era love bombing) e dopo 3 anni con un vero e proprio narcisista durata quasi 3 anni.
Nel primo caso mi accontentai, perché pensavo che non potevo meritare di meglio e mia madre mi diceva di provarci, che mi sarei innamorata di lui. Nulla, questo innamoramento da parte mia non avvenne mai. Il risultato è che la relazione diventò infelice e frustrante per entrambi ed era basata sullo sforzo, sull'accontantarsi e sull'insoddisfazione.
Per quanto riguarda la psicodinamica una o due volte al mese sento che non mi basta.
Ho una mente sovraccarica per diverse situazioni accumulate, soprattutto dopo la morte di mio tra cui una frequentazione tossica finita di recente.
Io soffro per più traumi, soprattutto per quelli avuti recentemente e, parlare del mio vissuto familiare negli anni '80 o '90 non mi basta. Oltretutto sono situazioni che non ricordo nemmeno con esatta precisione.
Sicuramente lavorare sul passato è importante, ma non mi aiuta o perlomeno non mi basta.
Certe volte ho anche delle crisi di pianto oppure sento che mi blocco. La mia mente perde direzione, si blocca e non riesco a fare più niente, nemmeno le cose più semplici.
Spesso sento un peso o un vuoto che definirei inferno emotivo invisibile all'esterno che non mi dà pace.
Vorrei capire quale tipo di approccio terapeutico è adatto al mio caso.
Grazie in anticipo
Ho 43 anni di età.
Purtroppo soffro di dipendenza affettiva e ne ho sempre sofferto. In più ho bassissima autostima, paura dell'abbandono e del rifiuto.
Sono stata seguita da uno psicologo della mutua per oltre 15 anni quando ero più giovane, ma ho fatto piccoli passi.
Da meno di un anno sono seguita invece da una psicoterapeuta, sempre tramite mutua, una o due volte al mese.
Lei è specializzata in psicodinamica.
Il ciclo che si ripete è sempre lo stesso:
Sono sola per molto tempo (da 1 a 3 anni), nessun incontro, nessun flirt, nulla di nulla, poi all'improvviso incontro qualcuno che finalmente mi piace, ma è emotivamente indisponibile (con me ovviamente!). Vengo usata e scartata e poi, subito dopo o poco dopo, lo stesso uomo da valore, presenza e impegno a un'altra donna.
È peggio di un lutto con cui convivo da anni, lo so perché è morto mio padre qualche mese fa e ho una situazione economica e familiare molto delicate e difficili.
In altre parole sono sempre la persona sbagliata in ogni storia.
I pensieri che mi vengono in mente sono:
"Faccio schifo"
"Non mi vuole nessuno"
"Non merito di avere una relazione vera, posso solo essere usata"
"Non valgo nulla"
"Tanto resterò da sola per tutta la vita"
"È inutile che ci spero, tanto so già come andrà a finire"
Però intanto rimango spettatrice di altre donne che ottengono il meglio senza fare il minimo sforzo. Quello che avrei voluto io, viene dato a un'altra. Loro sono le regine, le Femmes fatales, mentre io resto solo un orinatoio da usare e abbandonare.
Mi chiedo sempre: "Perché a lei sì e a me no? Cos'ha lei più di me?"
È un ciclo che continua a ripetersi. Ho deciso di deporre le armi, di rassegnarmi, perché tanto so che, se anche dovessi iniziare una frequentazione domani o in qualsiasi altro momento, tanto conosco già il finale.
Dopo queste esperienze, mi dico "mai più!" ed effettivamente mi chiudo in me stessa, non voglio nessuno, ma ho anche capito che, anche chiudendomi, il dolore, la svalutazione e il vuoto restano fermi lì a germogliare dentro di me e a consumarmi giorno per giorno, lentamente e inesorabilmente.
C'è poi un ulteriore problema, che comunque dopo periodi prolungati di solitudine, nel momento in cui sto relativamente "meglio", appena incontro qualcuno che mi piace, ci ricasco. I miei standard, il mio istinto e ciò che il mio intuito mi comunicano, vacillano e alla fine cedono.
Razionalmente capisco che non è la mia strada, capisco i segnali di un uomo emotivamente non disponibile con me, ma non riesco poi a staccarmi, soprattutto dopo che ho investito emotivamente.
Subisco passivamente senza prendere alcuna posizione.
Ho solo due scelte:
O resto sola
Oppure vengo usata per un periodo, avendo l'illusione di avere una relazione con un uomo che mi piace e poi... Restare con il nulla.
Aggiungo anche che sono single da più di 11 anni e ho avuto solo due storie in passato. Il primo quando avevo 22 anni per 4 anni con un ragazzo bravo, ma che non mi piaceva fisicamente né mentalmente (mi disse "ti amo" senza nemmeno conoscermi al primo appuntamento e non era love bombing) e dopo 3 anni con un vero e proprio narcisista durata quasi 3 anni.
Nel primo caso mi accontentai, perché pensavo che non potevo meritare di meglio e mia madre mi diceva di provarci, che mi sarei innamorata di lui. Nulla, questo innamoramento da parte mia non avvenne mai. Il risultato è che la relazione diventò infelice e frustrante per entrambi ed era basata sullo sforzo, sull'accontantarsi e sull'insoddisfazione.
Per quanto riguarda la psicodinamica una o due volte al mese sento che non mi basta.
Ho una mente sovraccarica per diverse situazioni accumulate, soprattutto dopo la morte di mio tra cui una frequentazione tossica finita di recente.
Io soffro per più traumi, soprattutto per quelli avuti recentemente e, parlare del mio vissuto familiare negli anni '80 o '90 non mi basta. Oltretutto sono situazioni che non ricordo nemmeno con esatta precisione.
Sicuramente lavorare sul passato è importante, ma non mi aiuta o perlomeno non mi basta.
Certe volte ho anche delle crisi di pianto oppure sento che mi blocco. La mia mente perde direzione, si blocca e non riesco a fare più niente, nemmeno le cose più semplici.
Spesso sento un peso o un vuoto che definirei inferno emotivo invisibile all'esterno che non mi dà pace.
Vorrei capire quale tipo di approccio terapeutico è adatto al mio caso.
Grazie in anticipo
Quello che descrivi è una sofferenza reale, strutturata e cronica, non un “difetto di carattere” né una mancanza di forza di volontà. E no: non sei “la persona sbagliata”. Sei una persona che da anni vive un copione relazionale che si riattiva automaticamente, soprattutto quando entra in gioco l’attaccamento. quello che descriviè tipico della dipendenza affettiva con attaccamento insicuro.
Il tuo sistema emotivo non cerca amore, cerca conferme riparative: “se questa volta mi sceglie, allora valgo”. Per questo l’attrazione va quasi sempre verso chi non può o non vuole scegliere, perché riattiva ferite antiche (abbandono, rifiuto, invisibilità). a mio parereNel tuo caso, per come descrivi i sintomi, sarebbe indicato un lavoro più strutturato e integrato, ad esempioTerapia cognitivo-comportamentale neupropsicologica o schema therapy per lavorare su pensieri automatici, di abbandono/svalutazione
scelta di partner emotivamente indisponibili, approcci focalizzati sull’attaccamento e sulla regolazione emotiva
Il tuo sistema emotivo non cerca amore, cerca conferme riparative: “se questa volta mi sceglie, allora valgo”. Per questo l’attrazione va quasi sempre verso chi non può o non vuole scegliere, perché riattiva ferite antiche (abbandono, rifiuto, invisibilità). a mio parereNel tuo caso, per come descrivi i sintomi, sarebbe indicato un lavoro più strutturato e integrato, ad esempioTerapia cognitivo-comportamentale neupropsicologica o schema therapy per lavorare su pensieri automatici, di abbandono/svalutazione
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Buongiorno,
La ringrazio per aver scritto con tanta sincerità e profondità. Dalle Sue parole emerge una sofferenza intensa, stratificata nel tempo, che oggi è resa ancora più pesante dai lutti, dalle difficoltà familiari ed economiche e dalle recenti esperienze relazionali. È importante dirLe con chiarezza che ciò che descrive non è un “difetto” Suo, ma un funzionamento emotivo appreso, che può essere compreso e modificato nel tempo.
Il ciclo che Lei riconosce — solitudine prolungata, incontro con una persona emotivamente indisponibile, investimento affettivo e successiva svalutazione — è tipico di dinamiche legate alla dipendenza affettiva, alla paura dell’abbandono e a una profonda fragilità dell’autostima. Il fatto che Lei ne abbia consapevolezza è già un passo significativo, anche se comprensibilmente non sufficiente, da solo, ad arginare il dolore.
Rispetto all’approccio terapeutico, a mio parere il lavoro psicologico che sta svolgendo è corretto. L’orientamento psicodinamico è indicato per comprendere le radici profonde di questi vissuti e dei modelli relazionali che si ripetono. Il punto critico che Lei coglie con grande lucidità non è tanto il tipo di approccio, quanto la frequenza delle sedute. In una fase di sovraccarico emotivo, con traumi recenti e momenti di blocco e crisi, una o due sedute al mese possono risultare insufficienti.
Comprendo pienamente il Suo bisogno di un sostegno più frequente. Proprio per questo, Le consiglierei di parlarne apertamente con il servizio pubblico presso cui è attualmente in carico: spesso è possibile valutare un aumento della frequenza oppure ricevere supporto per individuare soluzioni pubbliche gratuite o con tariffe agevolate che consentano almeno una seduta settimanale.
Se Lei si trova bene con l’attuale terapeuta, Le suggerisco di non cambiarla. La relazione terapeutica è un elemento centrale del percorso, e ricostruirla da capo non è sempre utile, soprattutto in un momento di grande vulnerabilità. Può invece chiedere se, attraverso il servizio pubblico, sia possibile aumentare le sedute mensili da quindicinali a settimanali, mantenendo la continuità del lavoro già avviato.
La sofferenza che descrive — quel vuoto, quel peso costante, quel “inferno emotivo” invisibile agli altri — merita ascolto, contenimento e continuità. Non è destinata a restare così per sempre, anche se oggi può sembrarLe impossibile immaginare un esito diverso.
La ringrazio ancora per la fiducia e Le auguro di poter ricevere il supporto adeguato ai Suoi bisogni, con rispetto e cura per la persona che è.
Un cordiale saluto
La ringrazio per aver scritto con tanta sincerità e profondità. Dalle Sue parole emerge una sofferenza intensa, stratificata nel tempo, che oggi è resa ancora più pesante dai lutti, dalle difficoltà familiari ed economiche e dalle recenti esperienze relazionali. È importante dirLe con chiarezza che ciò che descrive non è un “difetto” Suo, ma un funzionamento emotivo appreso, che può essere compreso e modificato nel tempo.
Il ciclo che Lei riconosce — solitudine prolungata, incontro con una persona emotivamente indisponibile, investimento affettivo e successiva svalutazione — è tipico di dinamiche legate alla dipendenza affettiva, alla paura dell’abbandono e a una profonda fragilità dell’autostima. Il fatto che Lei ne abbia consapevolezza è già un passo significativo, anche se comprensibilmente non sufficiente, da solo, ad arginare il dolore.
Rispetto all’approccio terapeutico, a mio parere il lavoro psicologico che sta svolgendo è corretto. L’orientamento psicodinamico è indicato per comprendere le radici profonde di questi vissuti e dei modelli relazionali che si ripetono. Il punto critico che Lei coglie con grande lucidità non è tanto il tipo di approccio, quanto la frequenza delle sedute. In una fase di sovraccarico emotivo, con traumi recenti e momenti di blocco e crisi, una o due sedute al mese possono risultare insufficienti.
Comprendo pienamente il Suo bisogno di un sostegno più frequente. Proprio per questo, Le consiglierei di parlarne apertamente con il servizio pubblico presso cui è attualmente in carico: spesso è possibile valutare un aumento della frequenza oppure ricevere supporto per individuare soluzioni pubbliche gratuite o con tariffe agevolate che consentano almeno una seduta settimanale.
Se Lei si trova bene con l’attuale terapeuta, Le suggerisco di non cambiarla. La relazione terapeutica è un elemento centrale del percorso, e ricostruirla da capo non è sempre utile, soprattutto in un momento di grande vulnerabilità. Può invece chiedere se, attraverso il servizio pubblico, sia possibile aumentare le sedute mensili da quindicinali a settimanali, mantenendo la continuità del lavoro già avviato.
La sofferenza che descrive — quel vuoto, quel peso costante, quel “inferno emotivo” invisibile agli altri — merita ascolto, contenimento e continuità. Non è destinata a restare così per sempre, anche se oggi può sembrarLe impossibile immaginare un esito diverso.
La ringrazio ancora per la fiducia e Le auguro di poter ricevere il supporto adeguato ai Suoi bisogni, con rispetto e cura per la persona che è.
Un cordiale saluto
Gentile utente,
La domanda che pone è legittima e lo è anche la sua sofferenza. In ciò che descrive e nello specifico nel funzionamento della dipendenza affettiva è come se si riattivasse un meccanismo specifico e preciso in specifiche situazioni relazionali, come se ci fosse un modello interno appreso di come stare all’interno di una relazione e come se quel tipo di funzionamento, per quanto scomodo, costituisca comunque l’unico modo possibile ad oggi. Nonostante i nostri schemi ci vengano in aiuto in molte occasioni, talvolta sentiamo di non avere controllo su di essi e ci creano estremo malessere. Indagare a fondo quali siano i meccanismi sottesi a questo suo funzionamento e trovare strategie che sente utili per far fronte alle situazioni che descriveva potrebbe essere un buon punto di partenza, per poi approfondire. Rispetto alla domanda sul tipo di approccio e di orientamento alla terapia, come saprà, ne esistono molti. La cosa che trovo più importante è che lei si possa ascoltare per capire se il modo in cui viene impostato il lavoro con il terapeuta é una modalità a lei congeniale o se qualcosa invece non la fa sentire completamente a suo agio. Nell approccio che io personalmente utilizzo (approccio sistemico relazionale) le relazioni e ciò che al loro interno si attiva sono al centro. Non penso esista un approccio più funzionale di un altro, penso esista un approccio che sente più o meno utile per lei. Nel caso in cui volesse approfondire il tema della dipendenza affettiva , rispetto al quale ho una formazione specifica, sono a disposizione per chiarimenti circa la mia risposta. Un saluto - dottoressa Paola Grasso
La domanda che pone è legittima e lo è anche la sua sofferenza. In ciò che descrive e nello specifico nel funzionamento della dipendenza affettiva è come se si riattivasse un meccanismo specifico e preciso in specifiche situazioni relazionali, come se ci fosse un modello interno appreso di come stare all’interno di una relazione e come se quel tipo di funzionamento, per quanto scomodo, costituisca comunque l’unico modo possibile ad oggi. Nonostante i nostri schemi ci vengano in aiuto in molte occasioni, talvolta sentiamo di non avere controllo su di essi e ci creano estremo malessere. Indagare a fondo quali siano i meccanismi sottesi a questo suo funzionamento e trovare strategie che sente utili per far fronte alle situazioni che descriveva potrebbe essere un buon punto di partenza, per poi approfondire. Rispetto alla domanda sul tipo di approccio e di orientamento alla terapia, come saprà, ne esistono molti. La cosa che trovo più importante è che lei si possa ascoltare per capire se il modo in cui viene impostato il lavoro con il terapeuta é una modalità a lei congeniale o se qualcosa invece non la fa sentire completamente a suo agio. Nell approccio che io personalmente utilizzo (approccio sistemico relazionale) le relazioni e ciò che al loro interno si attiva sono al centro. Non penso esista un approccio più funzionale di un altro, penso esista un approccio che sente più o meno utile per lei. Nel caso in cui volesse approfondire il tema della dipendenza affettiva , rispetto al quale ho una formazione specifica, sono a disposizione per chiarimenti circa la mia risposta. Un saluto - dottoressa Paola Grasso
Gentilissima paziente,
sia per la tipologia di problematica che espone, sia per la buona consapevolezza sui suoi pensieri, mi viene da suggerirle di provare ad intraprendere un percorso di tipo cognitivo-comportamentale (CBT). Si tratta di un approccio riconosciuto a livello scientifico che le permetterebbe di analizzare insieme al suo terapeuta il rapporto tra pensieri, emozioni e comportamenti. Spesso dei pensieri disfunzionali o troppo rigidi possono provocare reazioni emotive e successivamente comportamenti altrettanto disfunzionale, che generano poi in noi un forte senso di malessere psicologico. Con una terapia CBT potrebbe comprendere i collegamenti presenti tra le variabili che le ho indicato e andare a creare dei pensieri alternativi più funzionali e utili a lei. Inoltre si lavora anche con esperimenti comportamentali che possono essere utili per mettersi in gioco in modo concreto. Tutto questo viene fatto cercando di comprendere anche da dove derivano certi traumi e come si è strutturato il nostro funzionamento nel corso della vita, in base alle esperienze vissute.
Se fosse interessata, la invito a contattarmi per un primo colloquio conoscitivo.
Dott.ssa Federica Fagioli
sia per la tipologia di problematica che espone, sia per la buona consapevolezza sui suoi pensieri, mi viene da suggerirle di provare ad intraprendere un percorso di tipo cognitivo-comportamentale (CBT). Si tratta di un approccio riconosciuto a livello scientifico che le permetterebbe di analizzare insieme al suo terapeuta il rapporto tra pensieri, emozioni e comportamenti. Spesso dei pensieri disfunzionali o troppo rigidi possono provocare reazioni emotive e successivamente comportamenti altrettanto disfunzionale, che generano poi in noi un forte senso di malessere psicologico. Con una terapia CBT potrebbe comprendere i collegamenti presenti tra le variabili che le ho indicato e andare a creare dei pensieri alternativi più funzionali e utili a lei. Inoltre si lavora anche con esperimenti comportamentali che possono essere utili per mettersi in gioco in modo concreto. Tutto questo viene fatto cercando di comprendere anche da dove derivano certi traumi e come si è strutturato il nostro funzionamento nel corso della vita, in base alle esperienze vissute.
Se fosse interessata, la invito a contattarmi per un primo colloquio conoscitivo.
Dott.ssa Federica Fagioli
Buongiorno,
dal modo in cui racconti la tua storia si sente quanto tu sia stanca e quanto questo “copione” ti abbia consumata: lunghi periodi di solitudine, poi l’incontro che accende speranza e bisogno, e subito dopo la dinamica di indisponibilità, uso, scarto e svalutazione. Il punto non è che “sei la persona sbagliata”: è che si è strutturato un circuito doloroso in cui il desiderio e la paura dell’abbandono si agganciano proprio a persone che non possono (o non vogliono) offrirti reciprocità. E dopo ogni esperienza, la mente prova a proteggerti con conclusioni radicali (“tanto finirà così”, “non valgo nulla”), che danno un’illusione di controllo ma ti lasciano dentro un vuoto ancora più grande.
Le frasi che riporti su di te (“faccio schifo”, “sono un orinatoio…”) non sono solo pensieri: sono forme di auto-aggressione che spesso nascono da una storia relazionale in cui la stima di sé si è costruita su basi fragili e condizionate. In questi casi la “dipendenza affettiva” non è un difetto morale, ma un modo appreso di regolare l’angoscia: quando l’altro è incerto, si accende l’allarme e diventa difficilissimo staccarsi, anche se razionalmente vedi i segnali. Questo scarto tra lucidità e capacità di interrompere è tipico: non è mancanza di volontà, è un funzionamento emotivo che va trattato con strumenti specifici.
Sul tema terapia: la tua osservazione è molto sensata. Se ti senti sovraccarica, con crisi di pianto, blocchi, ruminazione e un dolore che invade il funzionamento, una seduta ogni due settimane (o una al mese) può risultare troppo diradata per tenere insieme ciò che stai vivendo, soprattutto in una fase con lutto recente e stress familiari/economici. E' sicuramente importante lavorare anche su ciò che succede nel presente: attivazioni, scelte, confini, gestione dell’ansia, dei pensieri svalutanti, e soprattutto sul modo in cui ti leghi e ti perdi nell’altro.
Un criterio pratico per orientarti è questo: l’approccio adatto è quello in cui ti senti aiutata non solo a raccontare, ma a capire cosa ti succede nel momento in cui “cedi”, a riconoscere i segnali precoci, a costruire confini, a tollerare il vuoto senza scivolare nell’autodisprezzo, e a trasformare la relazione terapeutica in un luogo in cui sperimenti un legame diverso (non basato su rifiuto, inseguimento e colpa). Se dopo alcuni mesi ti sembra che il lavoro resti troppo astratto o troppo lontano dal tuo presente, questo è materiale terapeutico prezioso da portare apertamente alla tua terapeuta: non come critica, ma come bisogno (“mi serve più continuità”, “ho bisogno di più strumenti per reggere le crisi e il dopo-relazione”, “mi accorgo che mi blocco e non so come uscirne”).
Da ciò che scrivi emerge anche un’altra cosa: in questo momento non stai chiedendo “come trovare un uomo”, ma come smettere di perderti e di massacrarti quando l’amore si accende. Questa è una richiesta profondamente curabile, ma richiede un setting che ti contenga di più e un lavoro esplicito su autostima, vergogna, attaccamento e trauma. Il fatto che tu riesca a descrivere così bene il copione è già un primo passo importante: adesso la direzione è trasformare la consapevolezza in esperienza emotiva nuova, ripetuta nel tempo, finché quel copione smette di essere l’unica strada possibile.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
dal modo in cui racconti la tua storia si sente quanto tu sia stanca e quanto questo “copione” ti abbia consumata: lunghi periodi di solitudine, poi l’incontro che accende speranza e bisogno, e subito dopo la dinamica di indisponibilità, uso, scarto e svalutazione. Il punto non è che “sei la persona sbagliata”: è che si è strutturato un circuito doloroso in cui il desiderio e la paura dell’abbandono si agganciano proprio a persone che non possono (o non vogliono) offrirti reciprocità. E dopo ogni esperienza, la mente prova a proteggerti con conclusioni radicali (“tanto finirà così”, “non valgo nulla”), che danno un’illusione di controllo ma ti lasciano dentro un vuoto ancora più grande.
Le frasi che riporti su di te (“faccio schifo”, “sono un orinatoio…”) non sono solo pensieri: sono forme di auto-aggressione che spesso nascono da una storia relazionale in cui la stima di sé si è costruita su basi fragili e condizionate. In questi casi la “dipendenza affettiva” non è un difetto morale, ma un modo appreso di regolare l’angoscia: quando l’altro è incerto, si accende l’allarme e diventa difficilissimo staccarsi, anche se razionalmente vedi i segnali. Questo scarto tra lucidità e capacità di interrompere è tipico: non è mancanza di volontà, è un funzionamento emotivo che va trattato con strumenti specifici.
Sul tema terapia: la tua osservazione è molto sensata. Se ti senti sovraccarica, con crisi di pianto, blocchi, ruminazione e un dolore che invade il funzionamento, una seduta ogni due settimane (o una al mese) può risultare troppo diradata per tenere insieme ciò che stai vivendo, soprattutto in una fase con lutto recente e stress familiari/economici. E' sicuramente importante lavorare anche su ciò che succede nel presente: attivazioni, scelte, confini, gestione dell’ansia, dei pensieri svalutanti, e soprattutto sul modo in cui ti leghi e ti perdi nell’altro.
Un criterio pratico per orientarti è questo: l’approccio adatto è quello in cui ti senti aiutata non solo a raccontare, ma a capire cosa ti succede nel momento in cui “cedi”, a riconoscere i segnali precoci, a costruire confini, a tollerare il vuoto senza scivolare nell’autodisprezzo, e a trasformare la relazione terapeutica in un luogo in cui sperimenti un legame diverso (non basato su rifiuto, inseguimento e colpa). Se dopo alcuni mesi ti sembra che il lavoro resti troppo astratto o troppo lontano dal tuo presente, questo è materiale terapeutico prezioso da portare apertamente alla tua terapeuta: non come critica, ma come bisogno (“mi serve più continuità”, “ho bisogno di più strumenti per reggere le crisi e il dopo-relazione”, “mi accorgo che mi blocco e non so come uscirne”).
Da ciò che scrivi emerge anche un’altra cosa: in questo momento non stai chiedendo “come trovare un uomo”, ma come smettere di perderti e di massacrarti quando l’amore si accende. Questa è una richiesta profondamente curabile, ma richiede un setting che ti contenga di più e un lavoro esplicito su autostima, vergogna, attaccamento e trauma. Il fatto che tu riesca a descrivere così bene il copione è già un primo passo importante: adesso la direzione è trasformare la consapevolezza in esperienza emotiva nuova, ripetuta nel tempo, finché quel copione smette di essere l’unica strada possibile.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Buongiorno, innanzitutto La ringrazio per essersi esposta così tanto in un contesto così delicato come questa applicazione.
Quello che rappresenta è una situazione chi ripete sempre lo stesso schema: lunghi periodi di solitudine, forte attaccamento con forte dipendenza dall'uomo con cui entra in contatto e successivo distacco traumatico da quest'ultimo con cui non riesce a costruire una relazione autentica. Il tutto tristemente arricchito, è basato, su scarsa autostima e pensieri negativi intrusivi.
Un quadro molto triste che umanamente mi tocca.
Il consiglio principale che le posso dare è di trovare uno psicoterapeuta di stampo cognitivo comportamentale o sistemico relazionale che possa lavorare più a fondo su queste dinamiche basandosi maggiormente sul qui e ora e su come esse vengano mantenute al giorno d'oggi piuttosto che sul peso del passato in generale.
Sistemi psicologici che le possono dare anche degli strumenti concreti e fattivi da portare con sé fuori dalla terapia così da cominciare a saper gestire attivamente la situazione.
Con onestà le devo dire che anche con questi approcci la risoluzione non sarà una passeggiata, ma sono comunque più indicati e mirati alla sua situazione.
Se la sua situazione economica è tale che non si può permettere una certa continuità con questi professionisti può informarsi perché a volte alcuni di essi, o alcune scuole di specializzazione, possono dei pacchetti solidali, cioè con un prezzo molto ridotto proprio per aiutare coloro che non possono permettersi una terapia prolungata e onerosa.
Le auguro il meglio.
Quello che rappresenta è una situazione chi ripete sempre lo stesso schema: lunghi periodi di solitudine, forte attaccamento con forte dipendenza dall'uomo con cui entra in contatto e successivo distacco traumatico da quest'ultimo con cui non riesce a costruire una relazione autentica. Il tutto tristemente arricchito, è basato, su scarsa autostima e pensieri negativi intrusivi.
Un quadro molto triste che umanamente mi tocca.
Il consiglio principale che le posso dare è di trovare uno psicoterapeuta di stampo cognitivo comportamentale o sistemico relazionale che possa lavorare più a fondo su queste dinamiche basandosi maggiormente sul qui e ora e su come esse vengano mantenute al giorno d'oggi piuttosto che sul peso del passato in generale.
Sistemi psicologici che le possono dare anche degli strumenti concreti e fattivi da portare con sé fuori dalla terapia così da cominciare a saper gestire attivamente la situazione.
Con onestà le devo dire che anche con questi approcci la risoluzione non sarà una passeggiata, ma sono comunque più indicati e mirati alla sua situazione.
Se la sua situazione economica è tale che non si può permettere una certa continuità con questi professionisti può informarsi perché a volte alcuni di essi, o alcune scuole di specializzazione, possono dei pacchetti solidali, cioè con un prezzo molto ridotto proprio per aiutare coloro che non possono permettersi una terapia prolungata e onerosa.
Le auguro il meglio.
Buongiorno,
la ringrazio per aver scritto con tanta lucidità e coraggio. Dal suo messaggio emerge una sofferenza profonda, stratificata, che non riguarda “solo” le relazioni sentimentali ma il modo in cui lei vive sé stessa, il legame con l’altro e la perdita. Nulla di ciò che descrive è banale né “sbagliato”: è il risultato di una storia affettiva dolorosa che continua a riattivarsi.
Vorrei partire da un punto importante: non è vero che lei è “la persona sbagliata”. Quello che si ripete non è un destino né una condanna, ma uno schema relazionale molto coerente con la dipendenza affettiva, la paura dell’abbandono e una profonda svalutazione di sé. Gli schemi hanno una forza enorme perché sono familiari, anche quando fanno male.
Quello che racconta – lunghi periodi di solitudine seguiti da un legame intenso con una persona emotivamente indisponibile – è tipico di chi, inconsciamente, insegue l’amore dove non può essere ricevuto. Non perché lo desideri razionalmente, ma perché quel tipo di legame riattiva ferite antiche:
il bisogno di essere scelta, la speranza di “valere abbastanza", l’illusione che, questa volta, l’altro resti.
Quando poi l’altro conferma l’indisponibilità, il dolore non è solo la perdita della relazione, ma la conferma delle convinzioni più dure su di sé (“non valgo”, “sono usabile”, “nessuno mi sceglie”). È per questo che lei lo descrive come peggiore di un lutto.
Le frasi che riporta non sono la verità su di lei, ma pensieri automatici profondamente radicati, nati da anni di esperienze di rifiuto e di mancanza. Sono pensieri che:
non descrivono la realtà, ma governano le sue emozioni e le sue scelte.
Quando questi pensieri prendono il controllo, è comprensibile che:
i suoi standard crollino, l’intuito venga ignorato, il distacco diventi quasi impossibile
Non è debolezza: è una risposta traumatica.
Le crisi di pianto, il sentirsi paralizzata, la mente che “si spegne”, il vuoto che definisce un “inferno emotivo invisibile” sono segnali importanti. Indicano che il suo sistema emotivo è sovraccarico, soprattutto dopo eventi recenti molto gravi: la morte di suo padre, una situazione economica delicata, una relazione tossica conclusa da poco.
In questi momenti, limitarsi a parlare del passato remoto può risultare insufficiente o addirittura frustrante, come lei stessa nota. Non perché il passato non conti, ma perché il dolore è vivo, attuale, urgente.
Dal quadro che descrive, potrebbe aver bisogno di un lavoro che integri più livelli:
Un approccio che lavori sugli schemi relazionali, aiutandola a riconoscerli mentre si attivano, non solo a posteriori.
Un lavoro sul trauma, soprattutto su quello relazionale e recente, per ridurre il senso di blocco, il vuoto e la disregolazione emotiva.
Un intervento più strutturato e frequente, almeno in una fase iniziale: una o due sedute al mese, con questa intensità di sofferenza, spesso non sono sufficienti.
Strumenti concreti nel qui e ora, per imparare a tollerare la solitudine senza annullarsi e, allo stesso tempo, a non perdersi quando qualcuno le piace.
Questo non esclude la psicodinamica, ma per alcune persone è utile affiancarla o orientarla in modo più focalizzato, soprattutto quando il presente “urla” più forte del passato.
La vera alternativa non è tra “restare sola” o “essere usata”. Questa è la dicotomia creata dalla ferita, non dalla realtà. L’obiettivo terapeutico è costruire, passo dopo passo, una terza possibilità: restare in relazione senza annullarsi e senza dover dimostrare di meritare amore.
Lei non è rotta, non è in ritardo, non è condannata. Sta portando avanti una battaglia interna molto dura da tanto tempo, spesso da sola.
Se lo desidera, può valutare un confronto diretto con me per approfondire quale percorso possa essere più adatto alla sua situazione specifica e ai suoi bisogni attuali. A volte, già il modo in cui si viene ascoltati fa una grande differenza.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello
la ringrazio per aver scritto con tanta lucidità e coraggio. Dal suo messaggio emerge una sofferenza profonda, stratificata, che non riguarda “solo” le relazioni sentimentali ma il modo in cui lei vive sé stessa, il legame con l’altro e la perdita. Nulla di ciò che descrive è banale né “sbagliato”: è il risultato di una storia affettiva dolorosa che continua a riattivarsi.
Vorrei partire da un punto importante: non è vero che lei è “la persona sbagliata”. Quello che si ripete non è un destino né una condanna, ma uno schema relazionale molto coerente con la dipendenza affettiva, la paura dell’abbandono e una profonda svalutazione di sé. Gli schemi hanno una forza enorme perché sono familiari, anche quando fanno male.
Quello che racconta – lunghi periodi di solitudine seguiti da un legame intenso con una persona emotivamente indisponibile – è tipico di chi, inconsciamente, insegue l’amore dove non può essere ricevuto. Non perché lo desideri razionalmente, ma perché quel tipo di legame riattiva ferite antiche:
il bisogno di essere scelta, la speranza di “valere abbastanza", l’illusione che, questa volta, l’altro resti.
Quando poi l’altro conferma l’indisponibilità, il dolore non è solo la perdita della relazione, ma la conferma delle convinzioni più dure su di sé (“non valgo”, “sono usabile”, “nessuno mi sceglie”). È per questo che lei lo descrive come peggiore di un lutto.
Le frasi che riporta non sono la verità su di lei, ma pensieri automatici profondamente radicati, nati da anni di esperienze di rifiuto e di mancanza. Sono pensieri che:
non descrivono la realtà, ma governano le sue emozioni e le sue scelte.
Quando questi pensieri prendono il controllo, è comprensibile che:
i suoi standard crollino, l’intuito venga ignorato, il distacco diventi quasi impossibile
Non è debolezza: è una risposta traumatica.
Le crisi di pianto, il sentirsi paralizzata, la mente che “si spegne”, il vuoto che definisce un “inferno emotivo invisibile” sono segnali importanti. Indicano che il suo sistema emotivo è sovraccarico, soprattutto dopo eventi recenti molto gravi: la morte di suo padre, una situazione economica delicata, una relazione tossica conclusa da poco.
In questi momenti, limitarsi a parlare del passato remoto può risultare insufficiente o addirittura frustrante, come lei stessa nota. Non perché il passato non conti, ma perché il dolore è vivo, attuale, urgente.
Dal quadro che descrive, potrebbe aver bisogno di un lavoro che integri più livelli:
Un approccio che lavori sugli schemi relazionali, aiutandola a riconoscerli mentre si attivano, non solo a posteriori.
Un lavoro sul trauma, soprattutto su quello relazionale e recente, per ridurre il senso di blocco, il vuoto e la disregolazione emotiva.
Un intervento più strutturato e frequente, almeno in una fase iniziale: una o due sedute al mese, con questa intensità di sofferenza, spesso non sono sufficienti.
Strumenti concreti nel qui e ora, per imparare a tollerare la solitudine senza annullarsi e, allo stesso tempo, a non perdersi quando qualcuno le piace.
Questo non esclude la psicodinamica, ma per alcune persone è utile affiancarla o orientarla in modo più focalizzato, soprattutto quando il presente “urla” più forte del passato.
La vera alternativa non è tra “restare sola” o “essere usata”. Questa è la dicotomia creata dalla ferita, non dalla realtà. L’obiettivo terapeutico è costruire, passo dopo passo, una terza possibilità: restare in relazione senza annullarsi e senza dover dimostrare di meritare amore.
Lei non è rotta, non è in ritardo, non è condannata. Sta portando avanti una battaglia interna molto dura da tanto tempo, spesso da sola.
Se lo desidera, può valutare un confronto diretto con me per approfondire quale percorso possa essere più adatto alla sua situazione specifica e ai suoi bisogni attuali. A volte, già il modo in cui si viene ascoltati fa una grande differenza.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello
Gentile Utente, la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza. Dal modo in cui scrive si sente chiaramente quanta sofferenza stia portando da molto tempo, e quanto questa oggi sia diventata più intensa e urgente, anche alla luce dei lutti, delle difficoltà familiari e delle recenti relazioni dolorose. Nulla di quello che descrive è “esagerato” o “sbagliato”, è la reazione di una persona che ha dovuto reggere molto, spesso da sola.
Il ciclo che racconta (lunghi periodi di solitudine seguiti dall’incontro con persone emotivamente indisponibili, l’investimento intenso, la svalutazione, l’abbandono) è un copione relazionale molto doloroso ma anche molto comprensibile.
Quello che scrive quando dice “razionalmente capisco che non è la mia strada, riconosco i segnali, ma poi non riesco a staccarmi” è un passaggio molto importante. In quelle parole non c’è confusione, ma una grande chiarezza su ciò che accade dentro di lei: una parte che vede, comprende, intuisce, e un’altra parte che, nonostante tutto, resta agganciata.
Questo scarto tra ciò che la mente sa e ciò che il cuore (o il corpo) continua a fare non è una debolezza né una contraddizione. Spesso è il segno di legami emotivi molto profondi, costruiti nel tempo, che si attivano proprio quando entra in gioco la possibilità di essere scelta, vista, amata. In quei momenti non è tanto l’uomo che ha davanti ad avere tutto questo potere, quanto ciò che quella relazione riaccende dentro di lei (il bisogno, la speranza, ma anche antiche ferite che chiedono di non essere rivissute ancora una volta).
Il fatto che riconosca i segnali e, nonostante questo, faccia fatica a prendere le distanze, racconta quanto l’investimento affettivo per lei sia totalizzante e quanto sia difficile, una volta coinvolta, proteggersi dal dolore. Questa non è una mancanza di lucidità. È come se, in quei momenti, la parte che sa cosa sarebbe meglio fare restasse senza voce, mentre prende spazio una parte più fragile, che teme di perdere l’altro e, insieme, di perdere sé stessa.
Forse uno degli spunti più importanti non è chiedersi “perché ci ricasco”, ma “che cosa si attiva in me quando mi accorgo che sto per perderlo?”. Che tipo di vuoto, di paura, di urgenza entra in gioco proprio lì? È spesso in quel punto che il lavoro terapeutico può diventare più vivo, non per forzare scelte o decisioni, ma per dare parola e senso a ciò che oggi si impone come inevitabile.
Portare attenzione a questo passaggio, a quel momento preciso in cui sa e allo stesso tempo non riesce, può essere un primo modo per non sentirsi più sbagliata, ma compresa nella sua esperienza. E, col tempo, forse anche un po’ più libera.
Non esiste un unico approccio “giusto” in assoluto, esiste quello che, in questo momento della sua vita, le permette di sentirsi più sostenuta, meno sola nel dolore e più capace di non perdersi completamente quando l’altro diventa centrale. E il fatto che si ponga queste domande non è un fallimento della terapia, ma un segnale di crescita e di maggiore consapevolezza dei propri bisogni.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Il ciclo che racconta (lunghi periodi di solitudine seguiti dall’incontro con persone emotivamente indisponibili, l’investimento intenso, la svalutazione, l’abbandono) è un copione relazionale molto doloroso ma anche molto comprensibile.
Quello che scrive quando dice “razionalmente capisco che non è la mia strada, riconosco i segnali, ma poi non riesco a staccarmi” è un passaggio molto importante. In quelle parole non c’è confusione, ma una grande chiarezza su ciò che accade dentro di lei: una parte che vede, comprende, intuisce, e un’altra parte che, nonostante tutto, resta agganciata.
Questo scarto tra ciò che la mente sa e ciò che il cuore (o il corpo) continua a fare non è una debolezza né una contraddizione. Spesso è il segno di legami emotivi molto profondi, costruiti nel tempo, che si attivano proprio quando entra in gioco la possibilità di essere scelta, vista, amata. In quei momenti non è tanto l’uomo che ha davanti ad avere tutto questo potere, quanto ciò che quella relazione riaccende dentro di lei (il bisogno, la speranza, ma anche antiche ferite che chiedono di non essere rivissute ancora una volta).
Il fatto che riconosca i segnali e, nonostante questo, faccia fatica a prendere le distanze, racconta quanto l’investimento affettivo per lei sia totalizzante e quanto sia difficile, una volta coinvolta, proteggersi dal dolore. Questa non è una mancanza di lucidità. È come se, in quei momenti, la parte che sa cosa sarebbe meglio fare restasse senza voce, mentre prende spazio una parte più fragile, che teme di perdere l’altro e, insieme, di perdere sé stessa.
Forse uno degli spunti più importanti non è chiedersi “perché ci ricasco”, ma “che cosa si attiva in me quando mi accorgo che sto per perderlo?”. Che tipo di vuoto, di paura, di urgenza entra in gioco proprio lì? È spesso in quel punto che il lavoro terapeutico può diventare più vivo, non per forzare scelte o decisioni, ma per dare parola e senso a ciò che oggi si impone come inevitabile.
Portare attenzione a questo passaggio, a quel momento preciso in cui sa e allo stesso tempo non riesce, può essere un primo modo per non sentirsi più sbagliata, ma compresa nella sua esperienza. E, col tempo, forse anche un po’ più libera.
Non esiste un unico approccio “giusto” in assoluto, esiste quello che, in questo momento della sua vita, le permette di sentirsi più sostenuta, meno sola nel dolore e più capace di non perdersi completamente quando l’altro diventa centrale. E il fatto che si ponga queste domande non è un fallimento della terapia, ma un segnale di crescita e di maggiore consapevolezza dei propri bisogni.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Comprendo profondamente il senso di sfinimento e di scacco che stai descrivendo, una condizione in cui il dolore del passato si intreccia a quello del presente creando una sorta di paralisi invisibile ma devastante. Da una prospettiva focalizzata sui processi mentali, ciò che stai vivendo non è una condanna del destino, ma un sistema di auto-mantenimento del malessere dove la mente, nel tentativo di proteggersi, finisce per confermare costantemente le tue peggiori paure. Questo ciclo in cui passi anni in solitudine per poi cadere appena incontri qualcuno che ti piace non dipende da una mancanza di forza di volontà, ma da un corto circuito tra il tuo bisogno emotivo e i tuoi sistemi di allarme. Quando la solitudine diventa prolungata, la soglia di attenzione verso i segnali di pericolo si abbassa e il desiderio di essere finalmente vista diventa talmente forte da oscurare l'intuizione. Scegliere uomini emotivamente indisponibili risponde spesso a un meccanismo inconscio in cui cerchi di risolvere un antico trauma tentando di vincere l'amore di chi non può dartelo: nella tua mente, riuscire a farti amare da chi scappa sarebbe la prova definitiva del tuo valore. Purtroppo, questo ti mette nelle mani di giudici che non hanno le capacità emotive per valutarti, condannandoti a un finale già scritto che alimenta pensieri come "non valgo nulla" o "sono solo un orinatoio". Queste non sono verità assolute, ma interpretazioni distorte della realtà che col tempo hai iniziato a credere immutabili, mentre il confronto con le altre donne viste come regine non fa che aggravare il senso di ingiustizia. In questo momento, il lutto per tuo padre e le difficoltà economiche agiscono come amplificatori, scaricando la tua batteria emotiva e portandoti a reazioni di congelamento dove la mente perde direzione e non riesci a fare più nulla. È del tutto comprensibile che una seduta di psicodinamica sporadica ti sembri insufficiente, poiché quando il dolore è così acuto hai bisogno di strumenti per gestire il qui e ora, non solo di analisi del passato. Ti gioverebbe un approccio più strutturato e frequente, orientato alla regolazione emotiva e alla modifica attiva di questi schemi relazionali. Esistono percorsi specifici che lavorano sulla desensibilizzazione dei traumi recenti e sulla ricostruzione della tua autostima in modo pratico, aiutandoti a smettere di essere una spettatrice passiva del tuo dolore per iniziare a proteggerti davvero. L'obiettivo deve essere quello di riprogrammare il modo in cui il tuo sistema nervoso reagisce al rifiuto, permettendoti di elaborare il lutto e i traumi recenti senza che questi continuino a germogliare dentro di te.
Rimango a disposizione,
Saluti
Rimango a disposizione,
Saluti
La ringrazio per aver condiviso con tale lucidità il suo vissuto, così complesso e doloroso. Da quanto descrive, appare chiaro che sta vivendo un ciclo relazionale ricorrente, caratterizzato da attrazione verso partner emotivamente indisponibili, esperienze di rifiuto e svalutazione, e conseguenti pensieri intensamente negativi su sé stessa. Questi schemi non rappresentano una valutazione del suo valore personale, ma riflettono ferite profonde e modelli emotivi che si sono consolidati nel tempo, spesso fin dall’infanzia o da esperienze di relazioni significative precedenti.
La sofferenza che descrive — sentimenti di vuoto, pensieri di non meritarlo, crisi emotive e blocchi — è reale e significativa. Essa non va interpretata come debolezza, ma come indicazione che il suo sistema emotivo ha accumulato esperienze traumatiche o dolorose non completamente elaborate, e che oggi si riattivano in contesti relazionali nuovi.
Sebbene il lavoro psicodinamico sul passato sia prezioso, in presenza di schemi affettivi così radicati e di sofferenza attiva nel presente, spesso può essere utile integrare approcci più esperienziali e regolativi delle emozioni, volti a intervenire sul qui e ora dei modelli relazionali. Tra questi, la Schema Therapy può risultare efficace nel riconoscere e modificare schemi di dipendenza affettiva, paura dell’abbandono e bassa autostima; l’EMDR può supportare l’elaborazione dei traumi relazionali passati e recenti; percorsi basati sulla regolazione emotiva e sulla terapia focalizzata sulle emozioni possono aiutare a tollerare la frustrazione e il rifiuto senza perdere la propria stabilità interna.
Un elemento centrale nel lavoro terapeutico sarà acquisire consapevolezza dei segnali di indisponibilità emotiva negli altri e sviluppare strategie concrete per preservare il proprio benessere, interrompendo gradualmente il ciclo di relazioni dolorose. Questo non significa chiudersi all’affetto o rinunciare all’intimità, ma imparare a costruire relazioni basate su reciprocità e rispetto, tutelando sé stessa.
È importante anche considerare la frequenza e l’intensità del sostegno terapeutico: una o due sedute al mese possono essere insufficienti per elaborare contemporaneamente lutti, traumi relazionali passati e schemi attuali di dipendenza affettiva. Discutere con la sua terapeuta della possibilità di intensificare il percorso o integrare approcci più esperienziali può rappresentare un passo cruciale verso un reale cambiamento.
Il fatto che lei stia analizzando così chiaramente i propri schemi e riconoscendo la necessità di uscire dal ciclo ripetitivo è già un indicatore di risorse interne significative. Il lavoro da qui in avanti sarà finalizzato a rafforzare queste risorse, permettendole di costruire relazioni emotivamente sane e di ridurre il peso del dolore e della svalutazione che ha sperimentato per anni.
La sofferenza che descrive — sentimenti di vuoto, pensieri di non meritarlo, crisi emotive e blocchi — è reale e significativa. Essa non va interpretata come debolezza, ma come indicazione che il suo sistema emotivo ha accumulato esperienze traumatiche o dolorose non completamente elaborate, e che oggi si riattivano in contesti relazionali nuovi.
Sebbene il lavoro psicodinamico sul passato sia prezioso, in presenza di schemi affettivi così radicati e di sofferenza attiva nel presente, spesso può essere utile integrare approcci più esperienziali e regolativi delle emozioni, volti a intervenire sul qui e ora dei modelli relazionali. Tra questi, la Schema Therapy può risultare efficace nel riconoscere e modificare schemi di dipendenza affettiva, paura dell’abbandono e bassa autostima; l’EMDR può supportare l’elaborazione dei traumi relazionali passati e recenti; percorsi basati sulla regolazione emotiva e sulla terapia focalizzata sulle emozioni possono aiutare a tollerare la frustrazione e il rifiuto senza perdere la propria stabilità interna.
Un elemento centrale nel lavoro terapeutico sarà acquisire consapevolezza dei segnali di indisponibilità emotiva negli altri e sviluppare strategie concrete per preservare il proprio benessere, interrompendo gradualmente il ciclo di relazioni dolorose. Questo non significa chiudersi all’affetto o rinunciare all’intimità, ma imparare a costruire relazioni basate su reciprocità e rispetto, tutelando sé stessa.
È importante anche considerare la frequenza e l’intensità del sostegno terapeutico: una o due sedute al mese possono essere insufficienti per elaborare contemporaneamente lutti, traumi relazionali passati e schemi attuali di dipendenza affettiva. Discutere con la sua terapeuta della possibilità di intensificare il percorso o integrare approcci più esperienziali può rappresentare un passo cruciale verso un reale cambiamento.
Il fatto che lei stia analizzando così chiaramente i propri schemi e riconoscendo la necessità di uscire dal ciclo ripetitivo è già un indicatore di risorse interne significative. Il lavoro da qui in avanti sarà finalizzato a rafforzare queste risorse, permettendole di costruire relazioni emotivamente sane e di ridurre il peso del dolore e della svalutazione che ha sperimentato per anni.
Buongiorno, immagino la fatica di portare una storia così complessa. Posso risponderle in ottica sistemico-relazionale, che considera la sofferenza psicologica non come qualcosa che riguarda una persona isolata, ma come parte dei sistemi di relazione in cui vive (famiglia, coppia e legami affettivi). Quello che descrive può essere letto come un ciclo relazionale che si ripete: lunghi periodi di solitudine → incontro con partner emotivamente indisponibili → forte investimento affettivo → delusione e abbandono → conferma dei pensieri di svalutazione. In questa prospettiva ciò non significa che lei sia “sbagliata”, ma che nel tempo si è consolidato uno schema relazionale che tende a ripetersi. I pensieri duri verso sé stessa non sono verità, ma modalità interiori costruite nella sua storia. Il fatto che riconosca i segnali ma fatichi a staccarsi indica una forte attivazione emotiva. Potrebbe essere utile integrare il lavoro attuale con un approccio più focalizzato sul trauma relazionale, sulla regolazione emotiva e sugli schemi di relazione, valutando anche una maggiore frequenza delle sedute. Il ciclo è stabile ma non immutabile: con il giusto lavoro terapeutico è possibile costruire esperienze relazionali nuove e più sicure. La sofferenza che descrive merita ascolto e uno spazio di cura adeguato.
Buongiorno, grazie per aver raccontato con tanta lucidità e dolore una storia così faticosa. Da quello che descrivi emergono ferite profonde legate all’autostima, alla paura dell’abbandono e a traumi relazionali ripetuti, riattivati anche da perdite recenti importanti. Non è che “sei sbagliata”: è un copione emotivo che tende a ripresentarsi quando il bisogno di legame incontra persone non disponibili.
In una fase come questa, un lavoro solo esplorativo sul passato può non essere sufficiente. Potresti trarre beneficio da un percorso più integrato e strutturato, che affianchi alla comprensione delle origini anche strumenti concreti per la regolazione emotiva, il trauma, i pensieri autosvalutanti e i confini nelle relazioni (ad esempio approcci focalizzati sul trauma, sulla dipendenza affettiva o sulla stabilizzazione emotiva). Il fatto che tu riconosca i segnali e il ciclo che si ripete è già un punto di partenza importante. Meriti un percorso che ti aiuti non solo a capire, ma anche a stare meglio nel presente. Un caro saluto.
In una fase come questa, un lavoro solo esplorativo sul passato può non essere sufficiente. Potresti trarre beneficio da un percorso più integrato e strutturato, che affianchi alla comprensione delle origini anche strumenti concreti per la regolazione emotiva, il trauma, i pensieri autosvalutanti e i confini nelle relazioni (ad esempio approcci focalizzati sul trauma, sulla dipendenza affettiva o sulla stabilizzazione emotiva). Il fatto che tu riconosca i segnali e il ciclo che si ripete è già un punto di partenza importante. Meriti un percorso che ti aiuti non solo a capire, ma anche a stare meglio nel presente. Un caro saluto.
Gentilissima, la ringrazio molto per questa sua condivisione. Immagino non sia stato semplice raccontarsi così in profondità attraverso queste parole.
Posso soltanto immaginare il dolore provato ogni volta che sente che questo ciclo si ripete. Indubbiamente sembra proprio di fronte ad una situazione costante, che ogni volta la riporta a quella tremenda sensazione di essere privata di qualcosa che desidera e, addiritturla, di non meritarla affatto. Dev'essere terribile sentirsi così ogni volta e capisco che, a quel punto, la tentazione più grande sia quella di allontanarsi da tutto, ma non per desiderio, per proteggersi. Come vede, però, alla fine le possibilità ritornano e lei ne è giustamente tentata, attratta; viene spinta verso quella direzione dal profondo desiderio di amare e di essere amata, ma trova uomini indisponibili e che non le possono dare quello che cerca.
E' importante che sia seguita da una specialista in questo momento, avere uno spazio sicuro in cui potersi lasciare andare e poter lavorare su di sé è sicuramente fondamentale. Credo, però, che più che l'approccio in sé (che io ritengo giusto in una situazione così, ma che è importante che sia lei a sentirlo tale), una cosa che potrebbe modificare è la frequenza. Una o due volte al mese, purtroppo, è davvero poco per poter lavorare più in profondità su aspetti emotivi complessi. Le consiglierei di prendere in considerazione la possibilità di aumentare la frequenza, in modo che possa fare un lavoro più costante ed immersivo, ovviamente tenendo a mente anche le necessità economiche e quotidiane. Capisco che il vuoto che sente sia terribile, un vero e proprio inferno emotivo come dice lei, ma sono sicuro che continuando a lavorare come sta facendo potrà trovare un suo equilibrio. Solo entrando in quel vuoto, però, potrà tornare a riempirlo con esperienze autentiche e appaganti. Lei merita sicuramente di star bene e di essere amata.
Le auguro il meglio,
Dott. Alessandro Rigutti
Posso soltanto immaginare il dolore provato ogni volta che sente che questo ciclo si ripete. Indubbiamente sembra proprio di fronte ad una situazione costante, che ogni volta la riporta a quella tremenda sensazione di essere privata di qualcosa che desidera e, addiritturla, di non meritarla affatto. Dev'essere terribile sentirsi così ogni volta e capisco che, a quel punto, la tentazione più grande sia quella di allontanarsi da tutto, ma non per desiderio, per proteggersi. Come vede, però, alla fine le possibilità ritornano e lei ne è giustamente tentata, attratta; viene spinta verso quella direzione dal profondo desiderio di amare e di essere amata, ma trova uomini indisponibili e che non le possono dare quello che cerca.
E' importante che sia seguita da una specialista in questo momento, avere uno spazio sicuro in cui potersi lasciare andare e poter lavorare su di sé è sicuramente fondamentale. Credo, però, che più che l'approccio in sé (che io ritengo giusto in una situazione così, ma che è importante che sia lei a sentirlo tale), una cosa che potrebbe modificare è la frequenza. Una o due volte al mese, purtroppo, è davvero poco per poter lavorare più in profondità su aspetti emotivi complessi. Le consiglierei di prendere in considerazione la possibilità di aumentare la frequenza, in modo che possa fare un lavoro più costante ed immersivo, ovviamente tenendo a mente anche le necessità economiche e quotidiane. Capisco che il vuoto che sente sia terribile, un vero e proprio inferno emotivo come dice lei, ma sono sicuro che continuando a lavorare come sta facendo potrà trovare un suo equilibrio. Solo entrando in quel vuoto, però, potrà tornare a riempirlo con esperienze autentiche e appaganti. Lei merita sicuramente di star bene e di essere amata.
Le auguro il meglio,
Dott. Alessandro Rigutti
Buongiorno,
le sue parole restituiscono un dolore molto intenso e profondo.
Da quello che racconta sembra ripresentarsi nel tempo una dinamica relazionale dolorosa: lunghi periodi di solitudine, seguiti dall’incontro con qualcuno che inizialmente appare finalmente significativo, ma che poi si rivela emotivamente non disponibile. Il sentirsi investire, sperare, e infine essere lasciata o messa da parte può minare profondamente l’immagine di sé. È comprensibile che questo alimenti pensieri duri e svalutanti e un senso di rassegnazione, oltre al dolore nel confrontarsi con altre donne che sembrano ottenere con facilità ciò che lei desidera.
Nel suo racconto emerge un paradosso faticoso: la solitudine le pesa e la logora, ma quando entra in una relazione, pur cogliendo a livello razionale segnali di rischio, fatica emotivamente a proteggersi. Si espone, investe, e finisce per subire dinamiche che riattivano la paura di non essere abbastanza. È come se si trovasse stretta tra due forme di sofferenza diverse, ma entrambe molto dolorose.
Le relazioni passate che menziona sembrano accomunate da una difficoltà a restare in contatto con i suoi bisogni più autentici e con il suo valore, come se la paura di restare sola o di non meritare di più avesse avuto un peso importante nelle scelte relazionali.
A questo si aggiungono eventi recenti molto gravosi: la perdita di suo padre, le difficoltà economiche e familiari, e una frequentazione che lei stessa riconosce come tossica. È comprensibile che in questo momento si senta sovraccarica, come se ferite antiche e dolori recenti si fossero accumulati senza tregua.
La riflessione che fa sulla frequenza della psicoterapia è importante e legittima. Quando il dolore è così intenso e presente, e quando ci sono eventi recenti che continuano a premere emotivamente, sedute molto distanziate possono risultare insufficienti a contenere ciò che emerge. Potrebbe essere utile condividere apertamente con la sua terapeuta questa difficoltà e valutare insieme la possibilità di una maggiore continuità, che possa offrirle uno spazio più stabile di sostegno in questa fase.
Lavorare sul passato è fondamentale, ma quando il presente è così carico di sofferenza, è altrettanto importante che trovi spazio e ascolto. Integrare entrambe le dimensioni, con tempi e modalità adeguate, può aiutarla a sentirsi meno sola e più sostenuta nel percorso.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
le sue parole restituiscono un dolore molto intenso e profondo.
Da quello che racconta sembra ripresentarsi nel tempo una dinamica relazionale dolorosa: lunghi periodi di solitudine, seguiti dall’incontro con qualcuno che inizialmente appare finalmente significativo, ma che poi si rivela emotivamente non disponibile. Il sentirsi investire, sperare, e infine essere lasciata o messa da parte può minare profondamente l’immagine di sé. È comprensibile che questo alimenti pensieri duri e svalutanti e un senso di rassegnazione, oltre al dolore nel confrontarsi con altre donne che sembrano ottenere con facilità ciò che lei desidera.
Nel suo racconto emerge un paradosso faticoso: la solitudine le pesa e la logora, ma quando entra in una relazione, pur cogliendo a livello razionale segnali di rischio, fatica emotivamente a proteggersi. Si espone, investe, e finisce per subire dinamiche che riattivano la paura di non essere abbastanza. È come se si trovasse stretta tra due forme di sofferenza diverse, ma entrambe molto dolorose.
Le relazioni passate che menziona sembrano accomunate da una difficoltà a restare in contatto con i suoi bisogni più autentici e con il suo valore, come se la paura di restare sola o di non meritare di più avesse avuto un peso importante nelle scelte relazionali.
A questo si aggiungono eventi recenti molto gravosi: la perdita di suo padre, le difficoltà economiche e familiari, e una frequentazione che lei stessa riconosce come tossica. È comprensibile che in questo momento si senta sovraccarica, come se ferite antiche e dolori recenti si fossero accumulati senza tregua.
La riflessione che fa sulla frequenza della psicoterapia è importante e legittima. Quando il dolore è così intenso e presente, e quando ci sono eventi recenti che continuano a premere emotivamente, sedute molto distanziate possono risultare insufficienti a contenere ciò che emerge. Potrebbe essere utile condividere apertamente con la sua terapeuta questa difficoltà e valutare insieme la possibilità di una maggiore continuità, che possa offrirle uno spazio più stabile di sostegno in questa fase.
Lavorare sul passato è fondamentale, ma quando il presente è così carico di sofferenza, è altrettanto importante che trovi spazio e ascolto. Integrare entrambe le dimensioni, con tempi e modalità adeguate, può aiutarla a sentirsi meno sola e più sostenuta nel percorso.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Carissima, si capisce che lei sa già molte cose di sé a livello razionale (e questo è un bene), tuttavia non basta perché occorre che anche il livello emotivo e corporale raggiungano le loro comprensioni e consapevolezze. L'obiettivo è fare in modo che lei cambi lo sguardo su di sé, sul proprio valore, senza dipendere dalla approvazione di qualcun altro. Mi permetto di dire che, dal mio punto di vista, il problema non è l'orientamento psicodinamico ma la frequenza degli incontri: vedersi una volta al mese è pochissimo, non si può nemmeno definire terapia; serve un lavoro più intenso, a cadenza settimanale; se avrà pazienza vedrà che lavorando sodo su di sé raggiungerà ciò che cerca. Comprendo le difficoltà legate ai costi; verifichi la possibilità di aderire al bonus psicologo oppure cerchi attraverso qualche piattaforma online, che in genere ha costi un pò più accessibili. Resto a disposizione per qualsiasi cosa. Dottor Massimo Montanaro
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso in modo così autentico e doloroso la sua storia. Quello che descrive non è “debolezza”, ma una sofferenza profonda e strutturata, che ha radici lontane e che negli ultimi anni è stata riattivata e aggravata da eventi molto impattanti: lutti, instabilità, relazioni traumatiche recenti. Il fatto che lei riesca a raccontarlo con tanta lucidità è già un segnale importante di consapevolezza.
Il ciclo relazionale che descrive (solitudine prolungata → incontro con una persona emotivamente indisponibile → investimento intenso → rifiuto/abbandono → profonda svalutazione) è tipico dei quadri di dipendenza affettiva associata a trauma relazionale e attaccamento insicuro. Non è vero che “lei è la persona sbagliata”: è come se il suo sistema emotivo fosse costantemente orientato verso partner che, purtroppo, confermano convinzioni profonde già presenti (“non valgo”, “non merito”, “verrò lasciata”). Questo non avviene per scelta consapevole, ma per automatismi emotivi molto radicati.
Rispetto alla terapia: ciò che dice è molto chiaro e molto importante. In questo momento una psicoterapia psicodinamica a bassa frequenza (1–2 volte al mese) può effettivamente non essere sufficiente per il livello di sofferenza attuale. Non perché l’approccio non sia valido, ma perché lei oggi ha bisogno anche di:
• maggiore contenimento emotivo
• lavoro sul qui e ora (crisi, blocchi, ruminazione, vuoto)
• strumenti per gestire le attivazioni intense
• elaborazione di traumi recenti, non solo del passato remoto
Un punto fondamentale: lei non deve “rassegnarsi”. Il fatto che oggi senta solo due opzioni (restare sola o essere usata) è l’effetto della sofferenza, non una verità sul suo futuro. Il lavoro terapeutico serve proprio a creare una terza possibilità, che oggi non riesce ancora a vedere, ma che può essere costruita.
Le suggerisco di portare apertamente queste riflessioni alla sua terapeuta attuale: non è una critica, ma un bisogno legittimo. Se sentirà che non basta, valutare un cambio o un’integrazione di approccio non significa fallire, ma prendersi cura di sé in modo più adeguato alla fase di vita che sta attraversando.
Resto a disposizione e le mando un pensiero di grande rispetto per la fatica che sta sostenendo.
la ringrazio per aver condiviso in modo così autentico e doloroso la sua storia. Quello che descrive non è “debolezza”, ma una sofferenza profonda e strutturata, che ha radici lontane e che negli ultimi anni è stata riattivata e aggravata da eventi molto impattanti: lutti, instabilità, relazioni traumatiche recenti. Il fatto che lei riesca a raccontarlo con tanta lucidità è già un segnale importante di consapevolezza.
Il ciclo relazionale che descrive (solitudine prolungata → incontro con una persona emotivamente indisponibile → investimento intenso → rifiuto/abbandono → profonda svalutazione) è tipico dei quadri di dipendenza affettiva associata a trauma relazionale e attaccamento insicuro. Non è vero che “lei è la persona sbagliata”: è come se il suo sistema emotivo fosse costantemente orientato verso partner che, purtroppo, confermano convinzioni profonde già presenti (“non valgo”, “non merito”, “verrò lasciata”). Questo non avviene per scelta consapevole, ma per automatismi emotivi molto radicati.
Rispetto alla terapia: ciò che dice è molto chiaro e molto importante. In questo momento una psicoterapia psicodinamica a bassa frequenza (1–2 volte al mese) può effettivamente non essere sufficiente per il livello di sofferenza attuale. Non perché l’approccio non sia valido, ma perché lei oggi ha bisogno anche di:
• maggiore contenimento emotivo
• lavoro sul qui e ora (crisi, blocchi, ruminazione, vuoto)
• strumenti per gestire le attivazioni intense
• elaborazione di traumi recenti, non solo del passato remoto
Un punto fondamentale: lei non deve “rassegnarsi”. Il fatto che oggi senta solo due opzioni (restare sola o essere usata) è l’effetto della sofferenza, non una verità sul suo futuro. Il lavoro terapeutico serve proprio a creare una terza possibilità, che oggi non riesce ancora a vedere, ma che può essere costruita.
Le suggerisco di portare apertamente queste riflessioni alla sua terapeuta attuale: non è una critica, ma un bisogno legittimo. Se sentirà che non basta, valutare un cambio o un’integrazione di approccio non significa fallire, ma prendersi cura di sé in modo più adeguato alla fase di vita che sta attraversando.
Resto a disposizione e le mando un pensiero di grande rispetto per la fatica che sta sostenendo.
Buonasera,
Da ciò che scrive emerge una sofferenza intensa e prolungata, oggi resa ancora più pesante da lutti recenti, difficoltà concrete e dalla sensazione di trovarsi intrappolata in un copione relazionale che si ripete sempre uguale. È importante dirlo con chiarezza che quanto descrive non parla di un suo difetto o di un “non valere”, ma di dinamiche relazionali apprese nel tempo che continuano ad attivarsi anche contro la sua volontà.
Dal punto di vista sistemico-relazionale, il focus non è “perché succede sempre a lei”, ma come nel corso della sua vita si sia strutturato un modo di stare nei legami in cui lei finisce spesso nella posizione di chi investe, attende, spera e poi viene esclusa o svalutata. Queste modalità non nascono per caso, in passato possono essere state strategie necessarie per mantenere vicinanza, appartenenza o sicurezza emotiva. Oggi, però, sembrano esporla a esperienze ripetute di rifiuto e autosvalutazione.
In quest’ottica, la cosiddetta dipendenza affettiva non è una colpa né un tratto immutabile, ma una strategia relazionale appresa, che diventa particolarmente attiva quando l’attaccamento si riaccende. Per questo è comprensibile che, pur riconoscendo razionalmente i segnali di indisponibilità emotiva, faccia poi fatica a staccarsi una volta coinvolta, in quei momenti il sistema emotivo prende il sopravvento su quello razionale.
Rispetto al percorso terapeutico, è comprensibile che una psicoterapia poco frequente e centrata soprattutto sul passato remoto oggi non le basti. In fasi di sovraccarico emotivo, lutto e riattivazione traumatica, molte persone hanno bisogno di un lavoro che tenga insieme il qui-e-ora della sofferenza, le relazioni significative e strumenti più contenitivi per gestire blocchi, vuoto e crisi emotive.
Un approccio sistemico-relazionale, eventualmente integrato con un lavoro sull’attaccamento e sulla regolazione emotiva, può essere indicato perché non si limita alla ricostruzione del passato, ma lavora sui modelli relazionali che si ripetono, sui ruoli che lei tende ad assumere nei legami, sui confini e sulle modalità di investimento affettivo, favorendo nel tempo nuove possibilità di stare in relazione. Anche una maggiore continuità degli incontri potrebbe offrirle più sostegno in questa fase.
Infine, vorrei sottolineare che la rassegnazione che descrive non è una vera scelta, ma spesso una forma di protezione quando il dolore diventa troppo. Il fatto che lei stia cercando di capire quale percorso sia più adatto indica che una parte di lei non ha smesso di desiderare una vita relazionale diversa e più rispettosa dei suoi bisogni.
Resto a disposizione per eventuali chiarimenti.
Buona serata
Da ciò che scrive emerge una sofferenza intensa e prolungata, oggi resa ancora più pesante da lutti recenti, difficoltà concrete e dalla sensazione di trovarsi intrappolata in un copione relazionale che si ripete sempre uguale. È importante dirlo con chiarezza che quanto descrive non parla di un suo difetto o di un “non valere”, ma di dinamiche relazionali apprese nel tempo che continuano ad attivarsi anche contro la sua volontà.
Dal punto di vista sistemico-relazionale, il focus non è “perché succede sempre a lei”, ma come nel corso della sua vita si sia strutturato un modo di stare nei legami in cui lei finisce spesso nella posizione di chi investe, attende, spera e poi viene esclusa o svalutata. Queste modalità non nascono per caso, in passato possono essere state strategie necessarie per mantenere vicinanza, appartenenza o sicurezza emotiva. Oggi, però, sembrano esporla a esperienze ripetute di rifiuto e autosvalutazione.
In quest’ottica, la cosiddetta dipendenza affettiva non è una colpa né un tratto immutabile, ma una strategia relazionale appresa, che diventa particolarmente attiva quando l’attaccamento si riaccende. Per questo è comprensibile che, pur riconoscendo razionalmente i segnali di indisponibilità emotiva, faccia poi fatica a staccarsi una volta coinvolta, in quei momenti il sistema emotivo prende il sopravvento su quello razionale.
Rispetto al percorso terapeutico, è comprensibile che una psicoterapia poco frequente e centrata soprattutto sul passato remoto oggi non le basti. In fasi di sovraccarico emotivo, lutto e riattivazione traumatica, molte persone hanno bisogno di un lavoro che tenga insieme il qui-e-ora della sofferenza, le relazioni significative e strumenti più contenitivi per gestire blocchi, vuoto e crisi emotive.
Un approccio sistemico-relazionale, eventualmente integrato con un lavoro sull’attaccamento e sulla regolazione emotiva, può essere indicato perché non si limita alla ricostruzione del passato, ma lavora sui modelli relazionali che si ripetono, sui ruoli che lei tende ad assumere nei legami, sui confini e sulle modalità di investimento affettivo, favorendo nel tempo nuove possibilità di stare in relazione. Anche una maggiore continuità degli incontri potrebbe offrirle più sostegno in questa fase.
Infine, vorrei sottolineare che la rassegnazione che descrive non è una vera scelta, ma spesso una forma di protezione quando il dolore diventa troppo. Il fatto che lei stia cercando di capire quale percorso sia più adatto indica che una parte di lei non ha smesso di desiderare una vita relazionale diversa e più rispettosa dei suoi bisogni.
Resto a disposizione per eventuali chiarimenti.
Buona serata
Salve,
Potrebbe indirizzarsi verso un approccio cognitivo
Potrebbe indirizzarsi verso un approccio cognitivo
Buonasera,
quanto descrive è un quadro di grande sofferenza emotiva, con schemi relazionali che si ripetono da anni e un forte senso di svalutazione personale, mi dispiace sinceramente di ascoltare alcuni dei pensieri che rivolge a sè stessa. La dipendenza affettiva, la paura dell’abbandono e del rifiuto, così come l’autostima molto bassa, generano un circolo in cui le relazioni diventano terreno di conferma dei propri timori: incontrare qualcuno che suscita interesse attiva automaticamente l’ansia e la vulnerabilità, mentre la solitudine prolungata può rafforzare il senso di inutilità e impotenza.
È comprensibile che, dopo esperienze dolorose e frequenti delusioni, lei si senta consumata da emozioni intense e da un “vuoto” interno che le impedisce di agire o concentrarsi anche sulle cose più semplici. Non si tratta di debolezza o di incapacità, ma della presenza di schemi profondamente radicati e di esperienze non completamente elaborate, che si sommano alle perdite recenti e a esperienze relazionali difficili.
Riguardo alla psicoterapia, il percorso psicodinamico è utile per comprendere la genesi di questi schemi, ma quando le crisi, il sovraccarico emotivo e i sintomi di blocco diventano frequenti, una sola o due sedute al mese possono risultare insufficienti.
Un’integrazione tra psicoterapia più frequente e, se necessario e consigliato da uno specialista, un supporto farmacologico temporaneo può fornire un sostegno concreto mentre si lavora sul lungo termine. In parallelo, è importante costruire strumenti per riconoscere e rispettare i propri limiti, stabilire confini chiari nelle relazioni e coltivare momenti di cura e valorizzazione di sé, riducendo progressivamente il senso di dipendenza dagli altri per sentirsi “valida” o “meritevole”.
In sintesi, nel suo caso è probabile che serva un approccio più strutturato, combinato e mirato alla regolazione emotiva e ai comportamenti relazionali. Questo permetterebbe di interrompere gradualmente il ciclo doloroso e di recuperare una maggiore autonomia emotiva.
Le auguro di affrontare la situazione e sentirsi meglio quanto prima
quanto descrive è un quadro di grande sofferenza emotiva, con schemi relazionali che si ripetono da anni e un forte senso di svalutazione personale, mi dispiace sinceramente di ascoltare alcuni dei pensieri che rivolge a sè stessa. La dipendenza affettiva, la paura dell’abbandono e del rifiuto, così come l’autostima molto bassa, generano un circolo in cui le relazioni diventano terreno di conferma dei propri timori: incontrare qualcuno che suscita interesse attiva automaticamente l’ansia e la vulnerabilità, mentre la solitudine prolungata può rafforzare il senso di inutilità e impotenza.
È comprensibile che, dopo esperienze dolorose e frequenti delusioni, lei si senta consumata da emozioni intense e da un “vuoto” interno che le impedisce di agire o concentrarsi anche sulle cose più semplici. Non si tratta di debolezza o di incapacità, ma della presenza di schemi profondamente radicati e di esperienze non completamente elaborate, che si sommano alle perdite recenti e a esperienze relazionali difficili.
Riguardo alla psicoterapia, il percorso psicodinamico è utile per comprendere la genesi di questi schemi, ma quando le crisi, il sovraccarico emotivo e i sintomi di blocco diventano frequenti, una sola o due sedute al mese possono risultare insufficienti.
Un’integrazione tra psicoterapia più frequente e, se necessario e consigliato da uno specialista, un supporto farmacologico temporaneo può fornire un sostegno concreto mentre si lavora sul lungo termine. In parallelo, è importante costruire strumenti per riconoscere e rispettare i propri limiti, stabilire confini chiari nelle relazioni e coltivare momenti di cura e valorizzazione di sé, riducendo progressivamente il senso di dipendenza dagli altri per sentirsi “valida” o “meritevole”.
In sintesi, nel suo caso è probabile che serva un approccio più strutturato, combinato e mirato alla regolazione emotiva e ai comportamenti relazionali. Questo permetterebbe di interrompere gradualmente il ciclo doloroso e di recuperare una maggiore autonomia emotiva.
Le auguro di affrontare la situazione e sentirsi meglio quanto prima
Buongiorno, quello che descrive è un’esperienza emotiva molto intensa e dolorosa, fatta di cicli ripetuti di attaccamento a persone emotivamente indisponibili, sensazioni di rifiuto e svalutazione, e la percezione costante di non meritare amore o attenzione. È comprensibile che tutto questo generi un senso di impotenza e frustrazione, e che possa portarla a chiudersi o a sentirsi intrappolata in dinamiche che ripetono modelli di dipendenza affettiva, nonostante la sua consapevolezza razionale. Le emozioni che prova, il vuoto, la sofferenza, il senso di ingiustizia rispetto agli altri, sono sintomi chiari di una lunga storia emotiva che non si risolve facilmente da sola, e che si è strutturata nel tempo anche in risposta ai traumi, alle perdite e alle esperienze di relazione precarie o dolorose. È molto positivo che stia già seguendo una psicoterapia, ma ciò che emerge dal suo racconto è la necessità di un intervento più mirato alla gestione concreta dei suoi schemi relazionali attuali e alla costruzione di strumenti per affrontare il dolore affettivo in maniera più efficace. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, ci si concentra proprio su queste dinamiche: riconoscere e distinguere i pensieri intrusivi e auto-svalutanti, identificare i comportamenti che ripetono la dipendenza emotiva, e imparare strategie concrete per modulare le emozioni, gestire i desideri di attaccamento e sviluppare modalità di relazione più sicure e consapevoli. In questo approccio, non si nega il dolore o la storia passata, ma si lavora parallelamente sul qui e ora, sulle scelte relazionali e sui meccanismi che portano a rimanere intrappolati in cicli dolorosi. Un percorso di questo tipo può aiutare a sviluppare consapevolezza dei propri schemi, ma anche strumenti pratici per interrompere il ciclo di attrazione verso partner emotivamente indisponibili, riconoscere segnali di pericolo nelle relazioni e coltivare un senso di valore personale più stabile, indipendentemente dall’approvazione o dall’interesse dell’altro. Questo lavoro è impegnativo e richiede tempo, ma permette di passare da una posizione passiva, in cui si subiscono le esperienze relazionali, a una posizione più attiva, in cui si scelgono comportamenti e relazioni che rispettano i propri bisogni. Alla luce di quanto racconta, potrebbe essere utile valutare con un professionista un approccio integrato, che combini lavoro sul passato e sui traumi con strategie pratiche e concrete per gestire le relazioni presenti e future, con una frequenza di incontri sufficiente a sostenere la complessità delle emozioni che vive. L’obiettivo non è cancellare il dolore, ma imparare a conviverci senza esserne sopraffatta, e a costruire esperienze affettive più sicure e soddisfacenti. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Carissima, probabilmente sarebbe utile un colloquio con una psicologa che la possa indirizzare verso la terapia più adatta a lei. Da ciò che si evince dal suo scritto potrebbe rivolgersi ad un/una sistemico-relazionale per poter fare un percorso adeguato. in bocca al lupo per tutto.
Gentile Signora,
Da ciò che descrive emergono diversi aspetti importanti: un pattern relazionale ripetitivo con partner emotivamente non disponibili, una sofferenza profonda legata all’autostima e alla paura dell’abbandono, eventi traumatici recenti (tra cui il lutto per suo padre) e una sensazione di sovraccarico emotivo che a tratti arriva fino al blocco e alla perdita di direzione. Tutto questo, comprensibilmente, rende molto difficile reggere la quotidianità.
È importante dirle una cosa con chiarezza: questi meccanismi non sono il segno che “lei vale poco”, ma il risultato di schemi emotivi appresi nel tempo, spesso legati alle prime relazioni significative, che oggi si riattivano automaticamente nelle relazioni adulte. Il fatto che lei li riconosca è già un primo passo fondamentale.
Rispetto all’approccio terapeutico, non esiste una “scuola migliore in assoluto”, ma esistono approcci più o meno adatti in base alla fase di vita e ai bisogni attuali. In questo momento lei non sta portando solo tematiche profonde di lunga data, ma anche traumi recenti, lutto, disregolazione emotiva e pensieri molto svalutanti verso se stessa. In questi casi, spesso è utile affiancare (o temporaneamente privilegiare) un lavoro più focalizzato sul presente, sulla stabilizzazione emotiva e sui pattern relazionali.
In concreto, potrebbero essere indicati percorsi che integrano un lavoro sui traumi e sulle esperienze relazionali (es. approcci trauma-informed, EMDR, schema therapy); strumenti per la regolazione emotiva e per interrompere i cicli automatici nelle relazioni (es. CBT, DBT o modelli integrati); oppure anche una maggiore frequenza degli incontri, almeno in questa fase (una o due sedute al mese spesso non sono sufficienti quando c’è un carico emotivo così elevato).
La psicodinamica può essere molto utile, ma se sente che in questo momento “non basta”, è importante ascoltare questo segnale e parlarne apertamente con la sua terapeuta: può chiedere un aumento della frequenza o valutare insieme un’integrazione con un altro tipo di lavoro più orientato al qui-e-ora.
Il mio consiglio è di portare queste riflessioni alla sua attuale terapeuta oppure richiedere una valutazione con uno psicologo/psicoterapeuta esperto in trauma e dipendenza affettiva, così da costruire un progetto terapeutico più mirato ai suoi bisogni attuali.
Da ciò che descrive emergono diversi aspetti importanti: un pattern relazionale ripetitivo con partner emotivamente non disponibili, una sofferenza profonda legata all’autostima e alla paura dell’abbandono, eventi traumatici recenti (tra cui il lutto per suo padre) e una sensazione di sovraccarico emotivo che a tratti arriva fino al blocco e alla perdita di direzione. Tutto questo, comprensibilmente, rende molto difficile reggere la quotidianità.
È importante dirle una cosa con chiarezza: questi meccanismi non sono il segno che “lei vale poco”, ma il risultato di schemi emotivi appresi nel tempo, spesso legati alle prime relazioni significative, che oggi si riattivano automaticamente nelle relazioni adulte. Il fatto che lei li riconosca è già un primo passo fondamentale.
Rispetto all’approccio terapeutico, non esiste una “scuola migliore in assoluto”, ma esistono approcci più o meno adatti in base alla fase di vita e ai bisogni attuali. In questo momento lei non sta portando solo tematiche profonde di lunga data, ma anche traumi recenti, lutto, disregolazione emotiva e pensieri molto svalutanti verso se stessa. In questi casi, spesso è utile affiancare (o temporaneamente privilegiare) un lavoro più focalizzato sul presente, sulla stabilizzazione emotiva e sui pattern relazionali.
In concreto, potrebbero essere indicati percorsi che integrano un lavoro sui traumi e sulle esperienze relazionali (es. approcci trauma-informed, EMDR, schema therapy); strumenti per la regolazione emotiva e per interrompere i cicli automatici nelle relazioni (es. CBT, DBT o modelli integrati); oppure anche una maggiore frequenza degli incontri, almeno in questa fase (una o due sedute al mese spesso non sono sufficienti quando c’è un carico emotivo così elevato).
La psicodinamica può essere molto utile, ma se sente che in questo momento “non basta”, è importante ascoltare questo segnale e parlarne apertamente con la sua terapeuta: può chiedere un aumento della frequenza o valutare insieme un’integrazione con un altro tipo di lavoro più orientato al qui-e-ora.
Il mio consiglio è di portare queste riflessioni alla sua attuale terapeuta oppure richiedere una valutazione con uno psicologo/psicoterapeuta esperto in trauma e dipendenza affettiva, così da costruire un progetto terapeutico più mirato ai suoi bisogni attuali.
Cara paziente anonima di 43 anni, quello che descrive non credo riguardi solo un discorso di dipendenza affettiva, nel senso riduttivo del termine. Da quello che posso dedurre dal suo testo, sembra trattarsi più di un copione relazionale che si riattiva sempre nello stesso modo, anche quando razionalmente lei vede i segnali e sa che quella strada la farà soffrire. Se dovesse iniziare un percorso con me, potremmo procedere su due livelli di lavoro che, insieme, hanno molto senso per il suo caso.
Attraverso un'impostazione di Gestalt Therapy potremmo lavorare sul suo presente e non solo sulla storia passata. La Gestalt, infatti, non nega l’importanza del passato, ma parte da una domanda diversa che riguarda il suo sentire nel qui e ora: “Cosa sta succedendo adesso, nel corpo, nelle emozioni, nelle scelte concrete? In che modo succede?”. Probabilmente queste domande non le dicono molto e cercherò di essere concreto per farle capire come funziona questo approccio. Lei descrive momenti molto precisi:
- il crollo degli standard quando qualcuno le piace
- il blocco, il vuoto, le crisi di pianto
- la lucidità razionale che non diventa azione
- la sensazione di “inferno emotivo” invisibile
Lasciati così, questi elementi rischiano di essere solo contenuti da raccontare mentre è importante prenderli e trasformarli in esperienze da attraversare e rimodulare, passo dopo passo, imparando, per esempio, a sentire prima di cedere, riconoscere il punto esatto in cui si perde, recuperare confine, posizione, dignità mentre è coinvolta, non dopo.
La Gestalt lavora proprio su questo: riportare potere dove oggi c’è rassegnazione.
Altro elemento che le proporrei, in un percorso da fare insieme, è quello che riguarda dinamica di triangolazione vittima–carnefice–salvatore.
Nel suo racconto questa dinamica è molto evidente, anche se nessuno gliel’ha mai forse restituita in modo chiaro. Da quello che leggo, lei sembrerebbe muoversi automaticamente tra la messa in atto di differenti ruoli:
- di vittima, quando dice: “non valgo nulla, vengo usata, non sono scelta”
- di salvatrice, quando investe emotivamente, cerca di capire, aspettare, giustificare
- di carnefice (interno): quando si svaluta in modo durissimo (“faccio schifo”, “sono un orinatoio”) e quando, forse, mette in atto dei comportamenti aggressivi, anche inconsapevoli, che non ha citato nel testo.
Questa triangolazione non riguarda solo gli uomini che incontra, ma il modo in cui lei si colloca nelle relazioni. Finché questa dinamica resta inconscia, cambiano i volti ma non il finale. Un percorso di consapevolezza sistemica serve proprio a smettere di abitare ruoli che la consumano, uscire dal bisogno di essere scelta per sentirsi esistente, imparare a stare nella relazione senza auto-abbandonarsi. Questo non si risolve con la sola comprensione intellettuale. Serve un lavoro continuativo, esperienziale, incarnato.
Infine, una cosa importante riguarda sui tempi e sull’investimento. Lei è seguita dalla mutua, e questo è un diritto sacrosanto. Ma è altrettanto vero che una o due sedute al mese, con una mente sovraccarica, in una fase di lutto, fragilità e riattivazione traumatica, non sono sufficienti per interrompere un copione che dura da decenni.
Un percorso a pagamento non è “meglio” perché costa di più, è diverso perché:
- ha continuità
- lavora sull’oggi
- non diluisce il processo in anni di attesa
In altre parole, scegliendo di contattarmi per iniziare un percorso insieme, lei non sta pagando me, sta investendo nel tempo che sta regalando – da troppo – alla sofferenza invece che alla felicità.
Se lei sta cercando un approccio che non la faccia sentire “sbagliata”, un lavoro che non resti solo nella testa, qualcuno che la accompagni a uscire dal ciclo, non solo a capirlo allora sì: Gestalt Therapy + lavoro sulle dinamiche relazionali e di ruolo è un percorso coerente con quello che chiede.
Non perché lei sia “rotta”, ma perché ha imparato a sopravvivere rinunciando a sé,
e ora il prezzo è diventato troppo alto.
Se vuole, possiamo partire da qui. Non per prometterle una relazione, ma per restituirle la possibilità di scegliersi, prima di essere scelta. Buona scelta!
Attraverso un'impostazione di Gestalt Therapy potremmo lavorare sul suo presente e non solo sulla storia passata. La Gestalt, infatti, non nega l’importanza del passato, ma parte da una domanda diversa che riguarda il suo sentire nel qui e ora: “Cosa sta succedendo adesso, nel corpo, nelle emozioni, nelle scelte concrete? In che modo succede?”. Probabilmente queste domande non le dicono molto e cercherò di essere concreto per farle capire come funziona questo approccio. Lei descrive momenti molto precisi:
- il crollo degli standard quando qualcuno le piace
- il blocco, il vuoto, le crisi di pianto
- la lucidità razionale che non diventa azione
- la sensazione di “inferno emotivo” invisibile
Lasciati così, questi elementi rischiano di essere solo contenuti da raccontare mentre è importante prenderli e trasformarli in esperienze da attraversare e rimodulare, passo dopo passo, imparando, per esempio, a sentire prima di cedere, riconoscere il punto esatto in cui si perde, recuperare confine, posizione, dignità mentre è coinvolta, non dopo.
La Gestalt lavora proprio su questo: riportare potere dove oggi c’è rassegnazione.
Altro elemento che le proporrei, in un percorso da fare insieme, è quello che riguarda dinamica di triangolazione vittima–carnefice–salvatore.
Nel suo racconto questa dinamica è molto evidente, anche se nessuno gliel’ha mai forse restituita in modo chiaro. Da quello che leggo, lei sembrerebbe muoversi automaticamente tra la messa in atto di differenti ruoli:
- di vittima, quando dice: “non valgo nulla, vengo usata, non sono scelta”
- di salvatrice, quando investe emotivamente, cerca di capire, aspettare, giustificare
- di carnefice (interno): quando si svaluta in modo durissimo (“faccio schifo”, “sono un orinatoio”) e quando, forse, mette in atto dei comportamenti aggressivi, anche inconsapevoli, che non ha citato nel testo.
Questa triangolazione non riguarda solo gli uomini che incontra, ma il modo in cui lei si colloca nelle relazioni. Finché questa dinamica resta inconscia, cambiano i volti ma non il finale. Un percorso di consapevolezza sistemica serve proprio a smettere di abitare ruoli che la consumano, uscire dal bisogno di essere scelta per sentirsi esistente, imparare a stare nella relazione senza auto-abbandonarsi. Questo non si risolve con la sola comprensione intellettuale. Serve un lavoro continuativo, esperienziale, incarnato.
Infine, una cosa importante riguarda sui tempi e sull’investimento. Lei è seguita dalla mutua, e questo è un diritto sacrosanto. Ma è altrettanto vero che una o due sedute al mese, con una mente sovraccarica, in una fase di lutto, fragilità e riattivazione traumatica, non sono sufficienti per interrompere un copione che dura da decenni.
Un percorso a pagamento non è “meglio” perché costa di più, è diverso perché:
- ha continuità
- lavora sull’oggi
- non diluisce il processo in anni di attesa
In altre parole, scegliendo di contattarmi per iniziare un percorso insieme, lei non sta pagando me, sta investendo nel tempo che sta regalando – da troppo – alla sofferenza invece che alla felicità.
Se lei sta cercando un approccio che non la faccia sentire “sbagliata”, un lavoro che non resti solo nella testa, qualcuno che la accompagni a uscire dal ciclo, non solo a capirlo allora sì: Gestalt Therapy + lavoro sulle dinamiche relazionali e di ruolo è un percorso coerente con quello che chiede.
Non perché lei sia “rotta”, ma perché ha imparato a sopravvivere rinunciando a sé,
e ora il prezzo è diventato troppo alto.
Se vuole, possiamo partire da qui. Non per prometterle una relazione, ma per restituirle la possibilità di scegliersi, prima di essere scelta. Buona scelta!
Buongiorno, è stata molto chiara a fornire quello che per lei oggi è un aspetto della sua vita che le reca sofferenza. Rispetto al voler capire quale possa essere un approccio in linea con la sua richiesta e le sue esigenze le consiglio di provare a cercare nelle sue zone uno psicoterapeuta cognitivo-interazionista; tramite questo approccio le sarà possibile ampliare le possibilità che fino ad oggi ha messo in campo ma che non risultano più efficaci; la potrà aiutare a trovare un nuovo modo di vivere il presente tenendo conto del passato ma, come espresso da lei, non per rimanerci ma per disegnare e costruire il presente; tutto questo sarà possibile perchè verrà sostenuta nel rivedere come gestiva queste situazioni, cosa si generava? cosa vuole generare oggi di diverso e come sarà possibile?
Spero possa trovare un professionista che possa sostenenerla nel suo percorso di cambiamento.
Cordialmente
B.A.
Spero possa trovare un professionista che possa sostenenerla nel suo percorso di cambiamento.
Cordialmente
B.A.
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