Buongiorno a tutti, e grazie in anticipo per le vostre opinioni. Sono in cura con una psicoterapeut
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Buongiorno a tutti, e grazie in anticipo per le vostre opinioni.
Sono in cura con una psicoterapeuta da circa 13 anni, con una frequenza di un incontro ogni tre settimane. Per me è stata una figura fondamentale nell’affrontare temi molto complessi legati sopratutto alla mia infanzia.
Oggi, però, dopo tanto tempo, avverto una sensazione diversa: è come se la mia vita fosse in qualche modo scandita dagli appuntamenti terapeutici, e mi accorgo di portare il “ragionamento terapeutico” anche nella quotidianità, con una sensazione di sovraccarico mentale.
In questo momento sento anche una certa resistenza interna al confronto terapeutico e il desiderio di vivere le mie decisioni con maggiore naturalezza e spontaneità.
Sto quindi pensando di proporre alla mia terapeuta una pausa oppure una diversa dilazione degli incontri.
So che ogni percorso e ogni professionista sono diversi, ma mi farebbe piacere conoscere il vostro punto di vista: come affrontereste una richiesta di questo tipo? Cosa consigliereste?
Grazie a tutti per l’ascolto.
Sono in cura con una psicoterapeuta da circa 13 anni, con una frequenza di un incontro ogni tre settimane. Per me è stata una figura fondamentale nell’affrontare temi molto complessi legati sopratutto alla mia infanzia.
Oggi, però, dopo tanto tempo, avverto una sensazione diversa: è come se la mia vita fosse in qualche modo scandita dagli appuntamenti terapeutici, e mi accorgo di portare il “ragionamento terapeutico” anche nella quotidianità, con una sensazione di sovraccarico mentale.
In questo momento sento anche una certa resistenza interna al confronto terapeutico e il desiderio di vivere le mie decisioni con maggiore naturalezza e spontaneità.
Sto quindi pensando di proporre alla mia terapeuta una pausa oppure una diversa dilazione degli incontri.
So che ogni percorso e ogni professionista sono diversi, ma mi farebbe piacere conoscere il vostro punto di vista: come affrontereste una richiesta di questo tipo? Cosa consigliereste?
Grazie a tutti per l’ascolto.
Cara ragazza, è giusto che tu chieda di provare a fare una pausa o un ulteriore cambiamento alla tua terapeuta, ed è importante che tu prenda in considerazione le tue sensazioni nei confronti della terapia negli ultimi tempi.
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Buongiorno, da ciò che descrive mi sembra un passaggio molto significativo del suo percorso, e non necessariamente un segnale negativo. Dopo molti anni di terapia può accadere che la persona senta il bisogno di verificare quanto ha interiorizzato, sperimentando maggiore autonomia e spontaneità nella propria quotidianità.
Le suggerirei di portare apertamente questi vissuti in seduta: la sensazione di avere la vita scandita dagli appuntamenti, il sovraccarico mentale e anche la resistenza che sente oggi verso il confronto terapeutico. Sono temi importanti e meritano spazio.
Una pausa, una diversa frequenza degli incontri o una rimodulazione del percorso possono essere ipotesi del tutto legittime, se condivise con la terapeuta. Talvolta non si tratta di interrompere, ma di trasformare il percorso in base ai bisogni attuali della persona.
Il desiderio di vivere con maggiore naturalezza potrebbe essere anche il segnale di una crescita avvenuta nel tempo.
Resto a sua disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento, anche online
Dott.ssa Claudia Cenni
Le suggerirei di portare apertamente questi vissuti in seduta: la sensazione di avere la vita scandita dagli appuntamenti, il sovraccarico mentale e anche la resistenza che sente oggi verso il confronto terapeutico. Sono temi importanti e meritano spazio.
Una pausa, una diversa frequenza degli incontri o una rimodulazione del percorso possono essere ipotesi del tutto legittime, se condivise con la terapeuta. Talvolta non si tratta di interrompere, ma di trasformare il percorso in base ai bisogni attuali della persona.
Il desiderio di vivere con maggiore naturalezza potrebbe essere anche il segnale di una crescita avvenuta nel tempo.
Resto a sua disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento, anche online
Dott.ssa Claudia Cenni
Caro utente, quello che descrive mi sembra un punto di svolta importante. Il fine ultimo della psicoterapia è rendere la persona autonoma e non più bisognosa del terapeuta. Forse quella "resistenza" che sente è in realtà desiderio di emancipazione e, se così fosse, non sarebbe un fallimento della terapia ma anzi, un suo successo. Forse proprio quel desiderio di decidere "con naturalezza e spontaneità" ci dice che il percorso fatto è ormai maturo per essere dilazionato e poi sospeso. Io sarei felice di questa richiesta e apprezzerei molto la sincerità.
Dr.ssa Daniela Sapio - Psicologa e psicoterapeuta
Dr.ssa Daniela Sapio - Psicologa e psicoterapeuta
Salve ho letto le sue parole, è chiaro che parlarne con la terapeuta aiuterà a gestire la separazione e a trovare una soluzione condivisa. L'esplorazione di sé nella quotidianità è un bisogno sano di ogni persona ed è utile accoglierlo, tenendo insieme anche la gratitudine che ha verso di lei e del lavoro fatto insieme. Le auguro il meglio per il suo percorso.
Comprendo profondamente la sensazione di saturazione che descrive; dopo tredici anni di un cammino condiviso così intenso, è naturale che il rapporto con la terapia attraversi una fase di trasformazione. Sentire che il "ragionamento terapeutico" è diventato un rumore di fondo che appesantisce la spontaneità dei Suoi giorni è un segnale di grande consapevolezza: ci dice che Lei sta cercando di riappropriarsi di una narrazione della vita che non sia solo "analizzata", ma finalmente "vissuta".
In un'ottica che vede l'identità come un processo relazionale in continuo divenire, questo desiderio di autonomia e di silenzio interpretativo non è una rottura, ma un possibile traguardo. Spesso, nelle terapie a lungo termine, si arriva a un punto in cui la figura del terapeuta è stata così interiorizzata che il paziente ha bisogno di "mettere alla prova" le proprie gambe, per sentire che le decisioni e le intuizioni appartengono a se stesso e non più alla cornice del setting. La Sua resistenza interna non è necessariamente un ostacolo, quanto piuttosto il grido di una parte di sé che reclama il diritto all'imprevedibilità e alla naturalezza, al di fuori dello sguardo clinico.
Il modo migliore per affrontare questa richiesta è portarla direttamente all'interno della relazione terapeutica, proprio con la sincerità con cui l'ha descritta qui. Una pausa o una dilazione degli incontri non sono fughe, ma possono diventare momenti clinici preziosi per osservare cosa accade quando Lei abita il Suo spazio vitale senza la scadenza fissa del confronto. Un professionista attento saprà accogliere questo Suo bisogno di "respiro" come una tappa fisiologica del Suo percorso di individuazione, aiutandola a trasformare il sovraccarico mentale in una nuova forma di libertà.
Si conceda la possibilità di discutere apertamente di questa stanchezza: è proprio nel dare voce al desiderio di fermarsi che si compie spesso l'ultimo, fondamentale passo verso una reale autonomia.
Come immagina che sarebbe la Sua quotidianità se, per un periodo, le Sue scelte non dovessero passare attraverso il filtro del "doverle raccontare" o analizzare in seduta?
Un saluto
Dottssa Giovanna Costanzo
In un'ottica che vede l'identità come un processo relazionale in continuo divenire, questo desiderio di autonomia e di silenzio interpretativo non è una rottura, ma un possibile traguardo. Spesso, nelle terapie a lungo termine, si arriva a un punto in cui la figura del terapeuta è stata così interiorizzata che il paziente ha bisogno di "mettere alla prova" le proprie gambe, per sentire che le decisioni e le intuizioni appartengono a se stesso e non più alla cornice del setting. La Sua resistenza interna non è necessariamente un ostacolo, quanto piuttosto il grido di una parte di sé che reclama il diritto all'imprevedibilità e alla naturalezza, al di fuori dello sguardo clinico.
Il modo migliore per affrontare questa richiesta è portarla direttamente all'interno della relazione terapeutica, proprio con la sincerità con cui l'ha descritta qui. Una pausa o una dilazione degli incontri non sono fughe, ma possono diventare momenti clinici preziosi per osservare cosa accade quando Lei abita il Suo spazio vitale senza la scadenza fissa del confronto. Un professionista attento saprà accogliere questo Suo bisogno di "respiro" come una tappa fisiologica del Suo percorso di individuazione, aiutandola a trasformare il sovraccarico mentale in una nuova forma di libertà.
Si conceda la possibilità di discutere apertamente di questa stanchezza: è proprio nel dare voce al desiderio di fermarsi che si compie spesso l'ultimo, fondamentale passo verso una reale autonomia.
Come immagina che sarebbe la Sua quotidianità se, per un periodo, le Sue scelte non dovessero passare attraverso il filtro del "doverle raccontare" o analizzare in seduta?
Un saluto
Dottssa Giovanna Costanzo
Buongiorno,
da quello che racconti emerge un percorso lungo e significativo, che ti ha accompagnato in passaggi importanti della tua vita. È comprensibile che, dopo tanti anni, possano affiorare bisogni nuovi, tra cui il desiderio di maggiore spontaneità e di “alleggerire” la presenza della terapia nella quotidianità.
La sensazione di sovraccarico e la resistenza che descrivi non sono necessariamente un segnale negativo: spesso indicano un cambiamento interno, un movimento verso una maggiore autonomia. Proprio per questo, ciò che stai pensando di fare — portare apertamente questi vissuti in seduta — è già di per sé un passaggio molto importante e coerente con il lavoro terapeutico.
Parlarne con la tua terapeuta, condividendo sia il valore che ha avuto per te il percorso sia il bisogno attuale di spazio, può permettervi di valutare insieme una pausa, una diversa frequenza o anche una fase di chiusura. Un buon percorso terapeutico include anche la possibilità di ridefinirsi nel tempo e, quando è il momento, di lasciare più spazio alla vita fuori dalla stanza di terapia.
Accogli ciò che senti come un’informazione preziosa su di te, più che come qualcosa da “correggere”.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
da quello che racconti emerge un percorso lungo e significativo, che ti ha accompagnato in passaggi importanti della tua vita. È comprensibile che, dopo tanti anni, possano affiorare bisogni nuovi, tra cui il desiderio di maggiore spontaneità e di “alleggerire” la presenza della terapia nella quotidianità.
La sensazione di sovraccarico e la resistenza che descrivi non sono necessariamente un segnale negativo: spesso indicano un cambiamento interno, un movimento verso una maggiore autonomia. Proprio per questo, ciò che stai pensando di fare — portare apertamente questi vissuti in seduta — è già di per sé un passaggio molto importante e coerente con il lavoro terapeutico.
Parlarne con la tua terapeuta, condividendo sia il valore che ha avuto per te il percorso sia il bisogno attuale di spazio, può permettervi di valutare insieme una pausa, una diversa frequenza o anche una fase di chiusura. Un buon percorso terapeutico include anche la possibilità di ridefinirsi nel tempo e, quando è il momento, di lasciare più spazio alla vita fuori dalla stanza di terapia.
Accogli ciò che senti come un’informazione preziosa su di te, più che come qualcosa da “correggere”.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Mi viene da chiederle se, forse, il desiderio di naturalezza e spontaneità non sia indice che il percorso ha dato dei frutti e che, ora, è tempo di salutare la terapeuta che ha condiviso con lei un pezzo di vita così importante...la fine di una relazione terapeutica è un momento cruciale e profondamente significativo, vedrà che raccoglierà i frutti seminati in questi anni!
Gentile Utente, un rapporto terapeutico è una relazione come tante altre. Lei riconosce l'importanza che ha avuto la sua Terapeuta nella sua Vita e, oggi, semplicemente, riconosce che questo rapporto si è trasformato e che sente il bisogno di provare ad andare nel mondo con le "sue gambe", facendo scelte consapevoli e assumendosi la responsabilità delle conseguenze di queste scelte. Che cosa Le impedisce di farlo? Ha difficoltà a distaccarsi da questa relazione? Quali paure vive? La invito ad affrontare queste tematiche con la sua Terapeuta e, soprattutto, a porre l'attenzione ad eventuali dipendenze che si sono create nel tempo. Faccia le sue scelte con coraggio ... è la sua Vita! Grazie.
Buongiorno,
quello che descrive è una crisi, un’esigenza di smuovere le acque. Dopo 13 anni è anche normale.
Avete fatto un buon lavoro, di cui lei è grata alla sua terapeuta. La sua terapia però, forse, ha avuto un limite.
Dopo molti anni può accadere una cosa precisa: la terapia diventa soprattutto un modo di pensare. Un lavoro che all’inizio aiutava, col tempo può “stagionare”, diventare un’abitudine. I vecchi schemi mentali, che ci difendevano dal contatto con la vita, possono essere sostituiti da pesanti e raffinate elaborazioni teoriche, che però non eliminano i soliti comportamenti disfunzionali che ci accompagnano da decenni.
Insomma: il paziente, a volte, “stagiona” la terapia.
Questo capita quando il lavoro non viene portato sul piano concreto. Le teorie restano teorie. Si capisce molto, si ragiona molto, ma poi la vita resta fuori.
Uscire dallo studio è fondamentale, perché il rapporto terapeutico non deve essere eterno. Tredici anni non sono pochi.
La pausa può essere importante. Anche perché, se prima non ci si staccava dall’ombelico di mammà, dopo ci si può attaccare alla terapia.
Il secondo punto è questo: l’esperienza terapeutica vera comincia dopo la seduta, quando si prova a vivere pienamente la propria salute, non solo a ragionare sulla propria storia.
Ne parli apertamente con la sua terapeuta. Non come rottura, ma come passaggio necessario.
Dott. Francesco Paolo Coppola
Psicologo e Psicoterapeuta
quello che descrive è una crisi, un’esigenza di smuovere le acque. Dopo 13 anni è anche normale.
Avete fatto un buon lavoro, di cui lei è grata alla sua terapeuta. La sua terapia però, forse, ha avuto un limite.
Dopo molti anni può accadere una cosa precisa: la terapia diventa soprattutto un modo di pensare. Un lavoro che all’inizio aiutava, col tempo può “stagionare”, diventare un’abitudine. I vecchi schemi mentali, che ci difendevano dal contatto con la vita, possono essere sostituiti da pesanti e raffinate elaborazioni teoriche, che però non eliminano i soliti comportamenti disfunzionali che ci accompagnano da decenni.
Insomma: il paziente, a volte, “stagiona” la terapia.
Questo capita quando il lavoro non viene portato sul piano concreto. Le teorie restano teorie. Si capisce molto, si ragiona molto, ma poi la vita resta fuori.
Uscire dallo studio è fondamentale, perché il rapporto terapeutico non deve essere eterno. Tredici anni non sono pochi.
La pausa può essere importante. Anche perché, se prima non ci si staccava dall’ombelico di mammà, dopo ci si può attaccare alla terapia.
Il secondo punto è questo: l’esperienza terapeutica vera comincia dopo la seduta, quando si prova a vivere pienamente la propria salute, non solo a ragionare sulla propria storia.
Ne parli apertamente con la sua terapeuta. Non come rottura, ma come passaggio necessario.
Dott. Francesco Paolo Coppola
Psicologo e Psicoterapeuta
Quello che descrivi mi sembra un passaggio comprensibile in un percorso così lungo e importante. Dopo 13 anni di lavoro insieme, il fatto che tu senta il bisogno di più spontaneità e meno “presenza mentale” della terapia nella quotidianità è un tema che vale la pena portare in seduta.
Ti suggerirei di parlarne apertamente con la tua terapeuta, per capire insieme da dove nasce questo bisogno: se riguarda il desiderio di maggiore autonomia, una fase di stanchezza, una resistenza al confronto oppure il bisogno di ricalibrare lo spazio terapeutico.
Potreste valutare insieme se cambiare la cadenza delle sedute, fare una pausa concordata o trovare un’altra modalità più adatta a questa fase. Se tra voi c’è un rapporto di fiducia costruito in tanti anni, credo che insieme riuscirete a trovare la strada giusta.
Ti suggerirei di parlarne apertamente con la tua terapeuta, per capire insieme da dove nasce questo bisogno: se riguarda il desiderio di maggiore autonomia, una fase di stanchezza, una resistenza al confronto oppure il bisogno di ricalibrare lo spazio terapeutico.
Potreste valutare insieme se cambiare la cadenza delle sedute, fare una pausa concordata o trovare un’altra modalità più adatta a questa fase. Se tra voi c’è un rapporto di fiducia costruito in tanti anni, credo che insieme riuscirete a trovare la strada giusta.
Buongiorno,
provi a parlargliene, magari riuscirete a concordare insieme la fine del trattamento. Il suo è stato un percorso molto lungo e intenso, è giusto ad un certo punto sentire il bisogno di voler camminare da soli con le proprie gambe.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
provi a parlargliene, magari riuscirete a concordare insieme la fine del trattamento. Il suo è stato un percorso molto lungo e intenso, è giusto ad un certo punto sentire il bisogno di voler camminare da soli con le proprie gambe.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Buongiorno, sono la dottoressa Tropea Federica, sembra un passaggio evolutivo (abbastanza frequente dopo percorsi lunghi) che segnala bisogno di autonomia più che un problema.
Magari porta in seduta proprio queste sensazioni (sovraccarico, resistenza, desiderio di spontaneità). Sono materiale terapeutico e magari potreste decidere insieme di avere una pausa oppure di aumentare il tempo tra un incontro ed un altro.
Da psicoterapeuta, mi è capitato che raggiunti certi obiettivi per esempio, la persona si è voluta "fermare" per un po' oppure per questioni economiche ha voluto sinceramente continuare ma dilazionare nel tempo gli incontri (ma avevamo comunque una buona alleanza terapeutica). Penso sempre che la sincerità che mi arriva dalla persona che ho davanti, sia un grande traguardo, anche quando c'è qualcosa che non va o si percepiscono delle resistenze, il fatto stesso di poterne parlare insieme serenamente, lo apprezzo tanto. Resto a sua disposizione, buona giornata !
Magari porta in seduta proprio queste sensazioni (sovraccarico, resistenza, desiderio di spontaneità). Sono materiale terapeutico e magari potreste decidere insieme di avere una pausa oppure di aumentare il tempo tra un incontro ed un altro.
Da psicoterapeuta, mi è capitato che raggiunti certi obiettivi per esempio, la persona si è voluta "fermare" per un po' oppure per questioni economiche ha voluto sinceramente continuare ma dilazionare nel tempo gli incontri (ma avevamo comunque una buona alleanza terapeutica). Penso sempre che la sincerità che mi arriva dalla persona che ho davanti, sia un grande traguardo, anche quando c'è qualcosa che non va o si percepiscono delle resistenze, il fatto stesso di poterne parlare insieme serenamente, lo apprezzo tanto. Resto a sua disposizione, buona giornata !
Salve, 13 anni sono tanti di terapia, probabilmente è anche leggittima l'esigenza di interrompere un percorso e sperimentarsi di proseguire in autonomia. Può essere importante per lei valutare i risultati raggiunti e gli obbiettivi che all'inizio si è proposto in modo che possa valutare serenamente la conclusione. Il rischiò purtroppo è che proseguire senza valutare il percorso può indurre dipendenza dal professionista cosi come lei evidenzia dai suoi pensieri. Pertanto non si preoccupi, se sente l'esigenza di interrompere esperimentarsi in autonomia può essere un passaggio evolutivo sano ed acquisire maggiore autonomia nella gestione delle sue difficoltà.
Buongiorno,
Dopo un percorso così lungo è comprensibile attraversare fasi in cui emerge il bisogno di maggiore autonomia e spontaneità. La sensazione di “sovraccarico” e la resistenza possono essere segnali evolutivi, non necessariamente negativi.
Portare apertamente questo vissuto in seduta è il passaggio più importante: una richiesta di pausa o di maggiore dilazione degli incontri può essere utile e, se condivisa, può diventare parte stessa del lavoro terapeutico.
Resto a disposizione
Dopo un percorso così lungo è comprensibile attraversare fasi in cui emerge il bisogno di maggiore autonomia e spontaneità. La sensazione di “sovraccarico” e la resistenza possono essere segnali evolutivi, non necessariamente negativi.
Portare apertamente questo vissuto in seduta è il passaggio più importante: una richiesta di pausa o di maggiore dilazione degli incontri può essere utile e, se condivisa, può diventare parte stessa del lavoro terapeutico.
Resto a disposizione
Buon pomeriggio,
probabilmente potrebbe esserle utile, anche se forse difficile, affrontare queste sue difficoltà direttamente con la sua terapeuta. La relazione paziente-terapeuta è un tema fondamentale nel percorso psicoterapico, anche e soprattutto nei momenti di stallo o di resistenza. Questo non significa non dare ascolto al suo bisogno di fare una pausa ma provare ad esplicitarlo all'interno del contesto dal quale proviene, e poi magari accoglierlo.
Spero di esserle stata utile.
probabilmente potrebbe esserle utile, anche se forse difficile, affrontare queste sue difficoltà direttamente con la sua terapeuta. La relazione paziente-terapeuta è un tema fondamentale nel percorso psicoterapico, anche e soprattutto nei momenti di stallo o di resistenza. Questo non significa non dare ascolto al suo bisogno di fare una pausa ma provare ad esplicitarlo all'interno del contesto dal quale proviene, e poi magari accoglierlo.
Spero di esserle stata utile.
Buongiorno. Comprendo che il legame con il terapeuta possa diventare negli anni di un lungo percorso, un punto di riferimento importante; tuttavia, se lei avverte dei cambiamenti e dei bisogni diversi in questa fase della sua vita, può essere il segnale che abbia maturato il bisogno di sperimentarsi in modo più "autonomo" e attingere alle risorse interne ed esterne che ha potuto costruirsi nel tempo. Può essere utile confrontarsi, rispetto a questi aspetti di crescita, con la sua psicoterapeuta che comunque, anche dopo una interruzione dei colloqui, rimarrebbe un punto di riferimento da cui tornare in caso di nuove difficoltà. Penso che se i tempi sono maturi Il legame terapeutico debba promuovere un'evoluzione ed una autonomia delle persone e non favorire una dipendenza.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Alessandra Marra
Cordiali saluti,
Dott.ssa Alessandra Marra
Buongiorno,
quello che descrive è un passaggio piuttosto significativo e, per certi aspetti, anche evolutivo all’interno di un percorso così lungo e importante.
Dopo molti anni di lavoro terapeutico può accadere che il paziente senta il bisogno di “mettere alla prova” fuori dalla stanza ciò che ha costruito, cercando maggiore autonomia e spontaneità. La sensazione di sovraccarico e la resistenza che avverte non sono necessariamente segnali negativi, ma possono indicare proprio un cambiamento nella fase del percorso.
La cosa più utile, in questi casi, è portare apertamente queste riflessioni in seduta. Una richiesta di pausa o di maggiore distanza tra gli incontri non è insolita e, se inserita in un dialogo condiviso, può diventare parte stessa del lavoro terapeutico. Spesso non si tratta solo di decidere “se” sospendere, ma di comprendere insieme il significato di questo bisogno in questo momento della sua vita.
Un terapeuta accoglie questo tipo di passaggi come occasioni di confronto e riorganizzazione del percorso, non come una rottura.
Le suggerirei quindi di fidarsi di questa sua percezione e di condividerla così come l’ha espressa qui, in modo diretto e sincero.
Un caro saluto.
quello che descrive è un passaggio piuttosto significativo e, per certi aspetti, anche evolutivo all’interno di un percorso così lungo e importante.
Dopo molti anni di lavoro terapeutico può accadere che il paziente senta il bisogno di “mettere alla prova” fuori dalla stanza ciò che ha costruito, cercando maggiore autonomia e spontaneità. La sensazione di sovraccarico e la resistenza che avverte non sono necessariamente segnali negativi, ma possono indicare proprio un cambiamento nella fase del percorso.
La cosa più utile, in questi casi, è portare apertamente queste riflessioni in seduta. Una richiesta di pausa o di maggiore distanza tra gli incontri non è insolita e, se inserita in un dialogo condiviso, può diventare parte stessa del lavoro terapeutico. Spesso non si tratta solo di decidere “se” sospendere, ma di comprendere insieme il significato di questo bisogno in questo momento della sua vita.
Un terapeuta accoglie questo tipo di passaggi come occasioni di confronto e riorganizzazione del percorso, non come una rottura.
Le suggerirei quindi di fidarsi di questa sua percezione e di condividerla così come l’ha espressa qui, in modo diretto e sincero.
Un caro saluto.
Buona sera, 13 anni sono tanti per un percorso terapeutico.
Se avete risolto quelli che erano i temi fondamentali da affrontare, e se oggi lei si sente autonomo psicologicamente, una persona abbastanza risolta, può confrontarsi con il suo terapeuta e proporre il suo pensiero.
Dopo 13 anni lei ha il permesso di farlo.
Un saluto, dottoressa Teresita Forlano
Se avete risolto quelli che erano i temi fondamentali da affrontare, e se oggi lei si sente autonomo psicologicamente, una persona abbastanza risolta, può confrontarsi con il suo terapeuta e proporre il suo pensiero.
Dopo 13 anni lei ha il permesso di farlo.
Un saluto, dottoressa Teresita Forlano
Buonasera
Provi ad esporre apertamente quello che prova al suo terapeuta, sicuramente troverete la soluzione più adatta. Anche questo tipo di informazioni possono essere molto preziose al suo percorso terapeutico.
Provi ad esporre apertamente quello che prova al suo terapeuta, sicuramente troverete la soluzione più adatta. Anche questo tipo di informazioni possono essere molto preziose al suo percorso terapeutico.
Buon giorno, mi pare piuttosto plausibile che lei si sta rendendo conto che, dopo 13 anni (un periodo lunghissimo), di psicoterapia si è venuto a creare un appiattimento funzionale se non una sorta di "dipendenza" da questi appuntamenti che si manifesta "con una sensazione di sovraccarico mentale" Credo che sia opportuno chiudere questa fase della sua vita, prendersi una pausa di qualche mese e qualora ne sentissi il bisogno rivolgersi a una alto tipo di terapia. In questo caso, le consiglio vivamente la Psicoterapia EMDR; si tratta di una cura d’avanguardia, originale, incisiva e validata da ricerche e pubblicazione; è adatta a tutte le età, a qualunque tipologia di sofferenza mentale e in ogni contesto.
Essa, infatti, avendo il pregio di agire sugli aspetti profondi e cruciali della persona, ottiene risultati salutari, straordinariamente positivi e duraturi, in tempi molto più brevi rispetto alle “psicoterapie tradizionali”. Cordiali saluti da Michele Iannelli, medico specialista in Psicologia Clinica, Psicoterapeuta EMDR, Omeopata.
Essa, infatti, avendo il pregio di agire sugli aspetti profondi e cruciali della persona, ottiene risultati salutari, straordinariamente positivi e duraturi, in tempi molto più brevi rispetto alle “psicoterapie tradizionali”. Cordiali saluti da Michele Iannelli, medico specialista in Psicologia Clinica, Psicoterapeuta EMDR, Omeopata.
Gentilissimo, trovo la sua riflessione molto lucida e, direi, anche preziosa: non arriva “contro” la terapia, ma dentro un processo che evidentemente ha funzionato a lungo e che ora sta cambiando forma.
Dopo 13 anni di percorso è del tutto comprensibile che il rapporto con la terapia si trasformi. Quello che descrive — il senso di “scansione” della vita attorno agli incontri e il portare il pensiero terapeutico in modo un po’ pervasivo nella quotidianità — può essere letto non solo come un segnale di affaticamento, ma anche come un passaggio evolutivo: qualcosa che è stato molto utile forse oggi ha bisogno di essere ricalibrato.
Il desiderio di maggiore spontaneità, di prendere decisioni senza sentirle sempre “filtrate”, è spesso un indicatore di crescita, non di regressione. Per questo, la cosa più importante che può fare è esattamente quella che sta pensando: portare apertamente questi vissuti in seduta. Dire apertamente che sente una forma di saturazione, che avverte una resistenza, che desidera sperimentarsi più liberamente fuori dal setting. Non tanto come una “richiesta tecnica” (ridurre, sospendere), ma come contenuto clinico.
Un terapeuta esperto non dovrebbe vivere questa richiesta come un problema, ma come materiale centrale su cui lavorare. Anzi, spesso sono proprio questi momenti a permettere un salto di qualità nel percorso della propria elaborazione.
Potrete decidere se diradare, fare una pausa o chiudere: non esiste una risposta giusta in assoluto. Dipende molto dal significato che questa “distanza” ha per lei e per la relazione terapeutica e che può permettere di lavorare esplicitamente sul tema della separazione\autonomia, spesso un nodo importante dopo percorsi così lunghi. Anche la sensazione di “resistenza” non va vista automaticamente come un ostacolo da superare, ma come un segnale da comprendere. A volte indica un bisogno di cambiamento, altre volte tocca dinamiche relazionali profonde (anche rispetto alla terapeuta stessa).
Perciò il consiglio che mi sento di darle è di non trasformare subito la sua intuizione, che reputo sensata e matura, in una decisione operativa, ma di usarla come punto di lavoro condiviso. Da lì, insieme alla terapeuta, potrete capire quale forma dare a questa nuova fase del percorso.
I miei migliori auguri.
P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.
Dopo 13 anni di percorso è del tutto comprensibile che il rapporto con la terapia si trasformi. Quello che descrive — il senso di “scansione” della vita attorno agli incontri e il portare il pensiero terapeutico in modo un po’ pervasivo nella quotidianità — può essere letto non solo come un segnale di affaticamento, ma anche come un passaggio evolutivo: qualcosa che è stato molto utile forse oggi ha bisogno di essere ricalibrato.
Il desiderio di maggiore spontaneità, di prendere decisioni senza sentirle sempre “filtrate”, è spesso un indicatore di crescita, non di regressione. Per questo, la cosa più importante che può fare è esattamente quella che sta pensando: portare apertamente questi vissuti in seduta. Dire apertamente che sente una forma di saturazione, che avverte una resistenza, che desidera sperimentarsi più liberamente fuori dal setting. Non tanto come una “richiesta tecnica” (ridurre, sospendere), ma come contenuto clinico.
Un terapeuta esperto non dovrebbe vivere questa richiesta come un problema, ma come materiale centrale su cui lavorare. Anzi, spesso sono proprio questi momenti a permettere un salto di qualità nel percorso della propria elaborazione.
Potrete decidere se diradare, fare una pausa o chiudere: non esiste una risposta giusta in assoluto. Dipende molto dal significato che questa “distanza” ha per lei e per la relazione terapeutica e che può permettere di lavorare esplicitamente sul tema della separazione\autonomia, spesso un nodo importante dopo percorsi così lunghi. Anche la sensazione di “resistenza” non va vista automaticamente come un ostacolo da superare, ma come un segnale da comprendere. A volte indica un bisogno di cambiamento, altre volte tocca dinamiche relazionali profonde (anche rispetto alla terapeuta stessa).
Perciò il consiglio che mi sento di darle è di non trasformare subito la sua intuizione, che reputo sensata e matura, in una decisione operativa, ma di usarla come punto di lavoro condiviso. Da lì, insieme alla terapeuta, potrete capire quale forma dare a questa nuova fase del percorso.
I miei migliori auguri.
P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.
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