Buonasera, una collega giovane, in terapia, sta da alcuni mesi avendo cicli logoranti da cui non si
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Buonasera, una collega giovane, in terapia, sta da alcuni mesi avendo cicli logoranti da cui non si riesce a uscirne, stando male sia lei anche espressivamente affaticata scavata tesa sembra un'altra persona, sia chi (e a chi) si è legato.
Premetto che per 3-4 anni è stata una ragazza normalissima mite gentile educata molto centrata su se stessa, gli altri non li guardava nemmeno se non per cose lavorative, disponibile e presente seppur con i suoi tempi, lei che in tutti quegli anni cercava solo me per piacevoli attività assieme e di cui si è sempre fidata. I cicli poi da meno di un anno sono questi :
- Avvicinamento (per mesi esisto solo io non calcola nessun altro), socievole, gentile, condivide cose private, gesti affettuosi (e di gelosia), non ha disdegnato vicinanza emotiva o fisica amichevole, mi coinvolge con la famiglia
- Evento scatenante (con l'avvicinarsi della data inizia a riaprire timidamente ad altri colleghi come prepararsi una via di fuga, tra cui chi ha altro tipo di intenzioni)
A evento superato (durante il quale mi propone attività di continuità relazionale di banale amicizia) :
- Aggressività verbale senza motivo
- Evitamento stizzita (con espressione infastidita) delle attività che aveva proposto
- Tentativi di ricerca ma per allontanarmi verbalmente, test per attività assieme per poi rifiutarle se le accetto, se allora inizio a rifiutare con educazione anche un semplice caffè non mi saluta per giorni ed evita persino di incrociarmi
- Sabotaggio relazionale con Triangolazione/Tradimento emotivo (specie la ricerca del terzo) coi quali fa le cose che lei stessa aveva proposto a me durante gli eventi
Distacco protettivo da parte mia, tentativo di ricentratura, connessione a mia volta con persone più sane, riduzione a rapporto professionale non emotivo.
Finché non ritorno disponibile questa è la progressione:
- Panico (volto cadaverico tirato) e poi tentativi anomali, goffi e violenti (schiaffo schiena) di riaggancio per attirare mia attenzione quando era più coinvolta, senza mai esporsi verbalmente
- Ritiro da parte sua, sparisce limitandosi al saluto e test di persona di ricontatto a bassa esposizione e come le chiama lei "briciole di attenzioni"
- Aumento esponenziale dell'investimento nella triangolazione con gli altri, col "terzo" si rende disponibile anche a flirtare, occhi dolci e voce emozionata, se viene tentata lo asseconda, teatralità eccessiva per mostrarsi strafelice, lui si illude lei lo usa ma non può negarsi per paura di essere abbandonata e quindi si dimostra disponibile qualunque cosa lui le faccia dinanzi a occhi e orecchie di chicchessia
Se il terzo prova (??) ad andare "oltre" oppure inizia a chiedere continuità lo aggredisce pubblicamente in ufficio per allontanarlo e riaprire a me subdolamente, iniziando a girarmi attorno e se io resisto :
- Svalutazione del sottoscritto qualsiasi cosa faccia o dica (tutto nero), gesti di gelosia (possesso) nel vedermi parlare con altre, nel primo ciclo le feci notare di attuare schemi per tentare di ferirmi nonostante evitassi reazioni e la risposta fu "ah quindi ti ferisco!!" oppure la informai di volermi concentrare su persone che apprezzano la mia vicinanza -> "esatto, fai così allora.."
- Ostilità pubblica nei miei confronti, anche quando parlo con terze persone si intromette per aggredire verbalmente e svalutarmi (CHE È LA FASE CHE MI PREME MAGGIORMENTE EVITARE PER POTER LAVORARE SERENO)
Quando in passato sono tornato a calcolarla per rappacificarci e calmare le acque, riallontana gli altri in modo anche aggressivo/infastidito si riconcentra su di me però almeno mentalmente si riequilibra, gli sbalzi di umore (prima all'interno della stessa giornata) seppur presenti diventano meno intensi, riprende colore in viso, torna a sorridere e senza teatralità, diventa calma costante e più centrata, ha il coraggio di dirmi frasi tipo "è un mio pattern per difendermi, tu non c'entri niente, tu sei di valore ma avevo bisogno di rapporti idioti con persone idiote, è una cosa dentro di me, dammi tempo e vedrai che torno quella di prima, il mio muro di ambiguità mi serve per non mettermi a nudo" pur sempre senza mai scusarsi, per mesi il rapporto ricresce fino al successivo "evento" scatenante ANCHE se io lo incasello esplicitamente sul piano dell'amicizia.
Un po' come se lei desiderasse essere desiderata ma da cui ha bisogno di fuggire rifugiandosi nel ciclo.
Per eventi si intende una cena, la prima invitato da lei, la seconda organizzata assieme ma per rassicurarla ho chiesto esplicitamente che la famiglia ne fosse a conoscenza come poi è stato.
Il mio atteggiamento ATTUALE è unicamente professionale, zero ricerche extra lavorative, se lo ha fatto lei ho risposto breve e neutro, in ufficio non mi soffermo più a parlarle, solo saluto e breve risposte ai suoi test portandomi documenti che spesso usa come scusa per mantenere contatto "ok grazie" oppure ai suoi innumerevoli "tutto apposto?" dopo aver evitato infastidita le attività proposte da lei stessa per farle con altri, "si tutto apposto grazie".
In cosa sbaglio? Ormai dentro mi è morta.. Dove posso fare meglio? Qualche gentile consiglio su come muovermi?
Dimenticavo, quando mette in soffitta gli altri per chiedermi per mesi la pausa caffè assieme, non li considera minimamente, quando mette in soffitta me per aprirsi agli altri come il terzo polo, tende sempre a tenere vivo il legame con me con un saluto sorridente, una scusa di portarmi docs (a volte che non spetta nemmeno a lei), contatti come carezza o tentativi di parlarmi senza argomenti.
Premetto che per 3-4 anni è stata una ragazza normalissima mite gentile educata molto centrata su se stessa, gli altri non li guardava nemmeno se non per cose lavorative, disponibile e presente seppur con i suoi tempi, lei che in tutti quegli anni cercava solo me per piacevoli attività assieme e di cui si è sempre fidata. I cicli poi da meno di un anno sono questi :
- Avvicinamento (per mesi esisto solo io non calcola nessun altro), socievole, gentile, condivide cose private, gesti affettuosi (e di gelosia), non ha disdegnato vicinanza emotiva o fisica amichevole, mi coinvolge con la famiglia
- Evento scatenante (con l'avvicinarsi della data inizia a riaprire timidamente ad altri colleghi come prepararsi una via di fuga, tra cui chi ha altro tipo di intenzioni)
A evento superato (durante il quale mi propone attività di continuità relazionale di banale amicizia) :
- Aggressività verbale senza motivo
- Evitamento stizzita (con espressione infastidita) delle attività che aveva proposto
- Tentativi di ricerca ma per allontanarmi verbalmente, test per attività assieme per poi rifiutarle se le accetto, se allora inizio a rifiutare con educazione anche un semplice caffè non mi saluta per giorni ed evita persino di incrociarmi
- Sabotaggio relazionale con Triangolazione/Tradimento emotivo (specie la ricerca del terzo) coi quali fa le cose che lei stessa aveva proposto a me durante gli eventi
Distacco protettivo da parte mia, tentativo di ricentratura, connessione a mia volta con persone più sane, riduzione a rapporto professionale non emotivo.
Finché non ritorno disponibile questa è la progressione:
- Panico (volto cadaverico tirato) e poi tentativi anomali, goffi e violenti (schiaffo schiena) di riaggancio per attirare mia attenzione quando era più coinvolta, senza mai esporsi verbalmente
- Ritiro da parte sua, sparisce limitandosi al saluto e test di persona di ricontatto a bassa esposizione e come le chiama lei "briciole di attenzioni"
- Aumento esponenziale dell'investimento nella triangolazione con gli altri, col "terzo" si rende disponibile anche a flirtare, occhi dolci e voce emozionata, se viene tentata lo asseconda, teatralità eccessiva per mostrarsi strafelice, lui si illude lei lo usa ma non può negarsi per paura di essere abbandonata e quindi si dimostra disponibile qualunque cosa lui le faccia dinanzi a occhi e orecchie di chicchessia
Se il terzo prova (??) ad andare "oltre" oppure inizia a chiedere continuità lo aggredisce pubblicamente in ufficio per allontanarlo e riaprire a me subdolamente, iniziando a girarmi attorno e se io resisto :
- Svalutazione del sottoscritto qualsiasi cosa faccia o dica (tutto nero), gesti di gelosia (possesso) nel vedermi parlare con altre, nel primo ciclo le feci notare di attuare schemi per tentare di ferirmi nonostante evitassi reazioni e la risposta fu "ah quindi ti ferisco!!" oppure la informai di volermi concentrare su persone che apprezzano la mia vicinanza -> "esatto, fai così allora.."
- Ostilità pubblica nei miei confronti, anche quando parlo con terze persone si intromette per aggredire verbalmente e svalutarmi (CHE È LA FASE CHE MI PREME MAGGIORMENTE EVITARE PER POTER LAVORARE SERENO)
Quando in passato sono tornato a calcolarla per rappacificarci e calmare le acque, riallontana gli altri in modo anche aggressivo/infastidito si riconcentra su di me però almeno mentalmente si riequilibra, gli sbalzi di umore (prima all'interno della stessa giornata) seppur presenti diventano meno intensi, riprende colore in viso, torna a sorridere e senza teatralità, diventa calma costante e più centrata, ha il coraggio di dirmi frasi tipo "è un mio pattern per difendermi, tu non c'entri niente, tu sei di valore ma avevo bisogno di rapporti idioti con persone idiote, è una cosa dentro di me, dammi tempo e vedrai che torno quella di prima, il mio muro di ambiguità mi serve per non mettermi a nudo" pur sempre senza mai scusarsi, per mesi il rapporto ricresce fino al successivo "evento" scatenante ANCHE se io lo incasello esplicitamente sul piano dell'amicizia.
Un po' come se lei desiderasse essere desiderata ma da cui ha bisogno di fuggire rifugiandosi nel ciclo.
Per eventi si intende una cena, la prima invitato da lei, la seconda organizzata assieme ma per rassicurarla ho chiesto esplicitamente che la famiglia ne fosse a conoscenza come poi è stato.
Il mio atteggiamento ATTUALE è unicamente professionale, zero ricerche extra lavorative, se lo ha fatto lei ho risposto breve e neutro, in ufficio non mi soffermo più a parlarle, solo saluto e breve risposte ai suoi test portandomi documenti che spesso usa come scusa per mantenere contatto "ok grazie" oppure ai suoi innumerevoli "tutto apposto?" dopo aver evitato infastidita le attività proposte da lei stessa per farle con altri, "si tutto apposto grazie".
In cosa sbaglio? Ormai dentro mi è morta.. Dove posso fare meglio? Qualche gentile consiglio su come muovermi?
Dimenticavo, quando mette in soffitta gli altri per chiedermi per mesi la pausa caffè assieme, non li considera minimamente, quando mette in soffitta me per aprirsi agli altri come il terzo polo, tende sempre a tenere vivo il legame con me con un saluto sorridente, una scusa di portarmi docs (a volte che non spetta nemmeno a lei), contatti come carezza o tentativi di parlarmi senza argomenti.
Da quanto descrive emerge una dinamica relazionale ciclica, caratterizzata da fasi di intensa vicinanza seguite da bruschi allontanamenti, svalutazione e triangolazioni. Questo tipo di andamento non dipende tanto da ciò che lei fa o non fa, quanto da un funzionamento emotivo dell’altra persona che utilizza le relazioni come strumento di regolazione interna. In questi cicli, l’altro viene alternativamente investito, respinto e riagganciato, con un elevato costo emotivo per entrambe le parti.
Il fatto che la relazione sembri stabilizzarsi solo quando lei torna disponibile indica uno sbilanciamento strutturale: non si tratta di una reciprocità, ma di una dipendenza affettiva non risolta. Le fasi di ostilità e svalutazione, soprattutto in ambito lavorativo, sono segnali importanti da non sottovalutare e rendono necessario un confine chiaro.
In questo senso, il suo attuale atteggiamento professionale, neutro e coerente è adeguato e protettivo. Dove può fare meglio non è “fare di più”, ma mantenere nel tempo questo confine, anche quando l’altra persona mostra segnali di riavvicinamento o apparente miglioramento. Rientrare nel ruolo che ristabilisce l’equilibrio altrui rischia solo di riattivare il ciclo.
Il consiglio è di continuare a tutelare il piano lavorativo, evitando ambiguità e spiegazioni emotive, e di considerare che non tutte le dinamiche, per quanto comprensibili sul piano clinico, sono sostenibili sul piano relazionale.
Il fatto che la relazione sembri stabilizzarsi solo quando lei torna disponibile indica uno sbilanciamento strutturale: non si tratta di una reciprocità, ma di una dipendenza affettiva non risolta. Le fasi di ostilità e svalutazione, soprattutto in ambito lavorativo, sono segnali importanti da non sottovalutare e rendono necessario un confine chiaro.
In questo senso, il suo attuale atteggiamento professionale, neutro e coerente è adeguato e protettivo. Dove può fare meglio non è “fare di più”, ma mantenere nel tempo questo confine, anche quando l’altra persona mostra segnali di riavvicinamento o apparente miglioramento. Rientrare nel ruolo che ristabilisce l’equilibrio altrui rischia solo di riattivare il ciclo.
Il consiglio è di continuare a tutelare il piano lavorativo, evitando ambiguità e spiegazioni emotive, e di considerare che non tutte le dinamiche, per quanto comprensibili sul piano clinico, sono sostenibili sul piano relazionale.
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Gentile utente,
Quello che descrive non è un “problema relazionale” nel senso comune del termine, ma una dinamica ciclica di regolazione emotiva disfunzionale, in cui lei è stato progressivamente collocato in una posizione chiave del sistema.
Provo a restituirle alcuni punti di lettura, mantenendo un linguaggio chiaro ma clinicamente rigoroso.
1. La dinamica che osserva
Il ciclo che descrive (avvicinamento intenso → evento scatenante → svalutazione, aggressività, triangolazione → panico di perdita → tentativi di riaggancio → nuovo avvicinamento) è tipico di relazioni organizzate attorno a una forte paura dell’abbandono e a una difficoltà nella regolazione della distanza emotiva.
Non è casuale che:
• lei venga investito di un ruolo centrale e “speciale”;
• ogni momento di possibile continuità o definizione del legame (anche solo simbolica) attivi fuga, aggressività o triangolazione;
• il “terzo” venga utilizzato non come vero oggetto relazionale, ma come regolatore della distanza e strumento difensivo.
In termini sistemico-relazionali, lei è diventato il polo di stabilizzazione: quando è vicino, l’altra persona si organizza, si calma, ritrova coerenza; quando lei si allontana, il sistema va in disregolazione.
Questo, però, non è un segnale di salute della relazione, bensì di una dipendenza funzionale.
2. In cosa non sta sbagliando
È importante dirlo con chiarezza:
lei non sta sbagliando nel mettere confini, nel ricondurre il rapporto sul piano professionale, né nel proteggersi dall’ostilità pubblica.
Anzi, il fatto che “dentro le sia morta” è spesso il segnale che la sua parte sana ha riconosciuto l’asimmetria e il costo emotivo della posizione occupata.
Lei non ha causato:
• gli sbalzi d’umore;
• la triangolazione;
• l’aggressività;
• la svalutazione.
Questi sono tentativi disfunzionali dell’altra persona di gestire angoscia, desiderio e paura, non risposte ai suoi comportamenti corretti.
3. Dove può fare meglio (non per salvarla, ma per tutelarsi)
Il punto cruciale non è “fare di più”, ma fare meno nel modo giusto.
Alcune indicazioni pratiche:
• Coerenza assoluta: ogni micro-apertura (gentilezza emotiva, disponibilità extra, rassicurazioni implicite) viene letta dal sistema come possibilità di riattivazione del ciclo.
• Neutralità ferma e non reattiva: risposte brevi, professionali, senza spiegazioni emotive né giustificazioni.
• Zero triangolazioni: non commentare terzi, non reagire alla gelosia, non difendersi pubblicamente in modo emotivo.
• Confine esplicito se necessario (una sola volta, con calma):
“Per lavorare serenamente ho bisogno che il rapporto resti professionale e rispettoso. Non partecipo a dinamiche personali in ambito lavorativo.”
Questo non è punire: è ridisegnare il campo relazionale.
4. Un punto delicato ma fondamentale
Lei descrive momenti in cui, tornando disponibile, l’altra persona “migliora”, si calma, rifiorisce.
Questo è spesso ciò che più confonde.
Ma attenzione: se il benessere di una persona dipende dal fatto che un’altra rinunci ai propri confini, non è una cura, è una compensazione temporanea.
Lei non è il terapeuta, né può esserlo.
E continuare a occupare quel ruolo, anche con le migliori intenzioni, finisce per cristallizzare il problema, non risolverlo.
5. In sintesi
• Non è una relazione che può diventare stabile sul piano dell’amicizia.
• Non è una dinamica che lei può “aggiustare” con più comprensione.
• È una situazione in cui la distanza coerente è l’unica forma di rispetto possibile, per entrambi.
Proteggere il proprio spazio emotivo e professionale non è freddezza, è salute.
Se desidera, posso aiutarla a:
• formulare una frase di confine ancora più mirata per il contesto lavorativo;
• leggere eventuali segnali di escalation da prevenire;
• mantenere una postura interna stabile, senza irrigidirsi né riattivare il ciclo.
Ha già fatto il passo più difficile: vedere la dinamica per quello che è.
Da qui in avanti, si tratta solo di restare fedele a questa lucidità.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto.
Dott. ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Quello che descrive non è un “problema relazionale” nel senso comune del termine, ma una dinamica ciclica di regolazione emotiva disfunzionale, in cui lei è stato progressivamente collocato in una posizione chiave del sistema.
Provo a restituirle alcuni punti di lettura, mantenendo un linguaggio chiaro ma clinicamente rigoroso.
1. La dinamica che osserva
Il ciclo che descrive (avvicinamento intenso → evento scatenante → svalutazione, aggressività, triangolazione → panico di perdita → tentativi di riaggancio → nuovo avvicinamento) è tipico di relazioni organizzate attorno a una forte paura dell’abbandono e a una difficoltà nella regolazione della distanza emotiva.
Non è casuale che:
• lei venga investito di un ruolo centrale e “speciale”;
• ogni momento di possibile continuità o definizione del legame (anche solo simbolica) attivi fuga, aggressività o triangolazione;
• il “terzo” venga utilizzato non come vero oggetto relazionale, ma come regolatore della distanza e strumento difensivo.
In termini sistemico-relazionali, lei è diventato il polo di stabilizzazione: quando è vicino, l’altra persona si organizza, si calma, ritrova coerenza; quando lei si allontana, il sistema va in disregolazione.
Questo, però, non è un segnale di salute della relazione, bensì di una dipendenza funzionale.
2. In cosa non sta sbagliando
È importante dirlo con chiarezza:
lei non sta sbagliando nel mettere confini, nel ricondurre il rapporto sul piano professionale, né nel proteggersi dall’ostilità pubblica.
Anzi, il fatto che “dentro le sia morta” è spesso il segnale che la sua parte sana ha riconosciuto l’asimmetria e il costo emotivo della posizione occupata.
Lei non ha causato:
• gli sbalzi d’umore;
• la triangolazione;
• l’aggressività;
• la svalutazione.
Questi sono tentativi disfunzionali dell’altra persona di gestire angoscia, desiderio e paura, non risposte ai suoi comportamenti corretti.
3. Dove può fare meglio (non per salvarla, ma per tutelarsi)
Il punto cruciale non è “fare di più”, ma fare meno nel modo giusto.
Alcune indicazioni pratiche:
• Coerenza assoluta: ogni micro-apertura (gentilezza emotiva, disponibilità extra, rassicurazioni implicite) viene letta dal sistema come possibilità di riattivazione del ciclo.
• Neutralità ferma e non reattiva: risposte brevi, professionali, senza spiegazioni emotive né giustificazioni.
• Zero triangolazioni: non commentare terzi, non reagire alla gelosia, non difendersi pubblicamente in modo emotivo.
• Confine esplicito se necessario (una sola volta, con calma):
“Per lavorare serenamente ho bisogno che il rapporto resti professionale e rispettoso. Non partecipo a dinamiche personali in ambito lavorativo.”
Questo non è punire: è ridisegnare il campo relazionale.
4. Un punto delicato ma fondamentale
Lei descrive momenti in cui, tornando disponibile, l’altra persona “migliora”, si calma, rifiorisce.
Questo è spesso ciò che più confonde.
Ma attenzione: se il benessere di una persona dipende dal fatto che un’altra rinunci ai propri confini, non è una cura, è una compensazione temporanea.
Lei non è il terapeuta, né può esserlo.
E continuare a occupare quel ruolo, anche con le migliori intenzioni, finisce per cristallizzare il problema, non risolverlo.
5. In sintesi
• Non è una relazione che può diventare stabile sul piano dell’amicizia.
• Non è una dinamica che lei può “aggiustare” con più comprensione.
• È una situazione in cui la distanza coerente è l’unica forma di rispetto possibile, per entrambi.
Proteggere il proprio spazio emotivo e professionale non è freddezza, è salute.
Se desidera, posso aiutarla a:
• formulare una frase di confine ancora più mirata per il contesto lavorativo;
• leggere eventuali segnali di escalation da prevenire;
• mantenere una postura interna stabile, senza irrigidirsi né riattivare il ciclo.
Ha già fatto il passo più difficile: vedere la dinamica per quello che è.
Da qui in avanti, si tratta solo di restare fedele a questa lucidità.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto.
Dott. ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Buonasera,
da quanto descrive emerge una situazione relazionale complessa e molto faticosa, che sta generando un impatto significativo sia su di lei sia sulla sua collega. I comportamenti che osserva: oscillazioni marcate tra avvicinamento e distanza, momenti di intensa idealizzazione seguiti da svalutazione, difficoltà nel mantenere una continuità emotiva e relazionale, reazioni impulsive e segnali di forte affaticamento psicologico, indicano un livello di sofferenza che va oltre le dinamiche tipiche di un rapporto tra colleghi.
È importante sottolineare che tali oscillazioni non dipendono da lei né dalle sue intenzioni: spesso questi pattern sono legati a fragilità interne, a difficoltà nella regolazione emotiva o a vissuti di insicurezza relazionale che la persona sta già cercando di affrontare, come lei stesso riferisce dicendo che è in terapia.
In questi casi, il tentativo di “aggiustare” la situazione da dentro la relazione rischia di esporla ulteriormente a stress, incomprensioni e coinvolgimenti emotivi che non le competono e che non possono essere risolti sul piano personale o lavorativo.
Il suo attuale atteggiamento : mantenere confini chiari, un comportamento professionale, risposte neutrali e non alimentare dinamiche ambigue, è già la strategia più tutelante per lei e, paradossalmente, anche per la collega.
Non sta sbagliando: sta semplicemente proteggendosi.
Per quanto riguarda la collega, ciò che descrive suggerisce che avrebbe beneficio da un supporto psicoterapeutico continuativo e, vista l’intensità dei cicli e il livello di sofferenza che lei nota anche fisicamente, potrebbe essere utile che valuti con il proprio terapeuta l’opportunità di una consulenza psichiatrica, così da avere un inquadramento più completo e un eventuale sostegno anche sul piano della regolazione emotiva.
Lei, invece, può fare meglio solo in un senso: continuare a mantenere confini chiari, evitare di entrare nei suoi cicli emotivi, non assumersi responsabilità che non le appartengono e preservare il proprio benessere lavorativo.
Se la situazione dovesse diventare troppo invasiva o compromettere il clima professionale, può essere opportuno parlarne con una figura di riferimento interna all’azienda, sempre in modo rispettoso e senza entrare nei dettagli personali della collega.
Resto a disposizione se desidera chiarire ulteriormente qualche aspetto o approfondire come tutelarsi sul piano relazionale e professionale.
Dottssa Emerilys Marthai Delgado Garcia
da quanto descrive emerge una situazione relazionale complessa e molto faticosa, che sta generando un impatto significativo sia su di lei sia sulla sua collega. I comportamenti che osserva: oscillazioni marcate tra avvicinamento e distanza, momenti di intensa idealizzazione seguiti da svalutazione, difficoltà nel mantenere una continuità emotiva e relazionale, reazioni impulsive e segnali di forte affaticamento psicologico, indicano un livello di sofferenza che va oltre le dinamiche tipiche di un rapporto tra colleghi.
È importante sottolineare che tali oscillazioni non dipendono da lei né dalle sue intenzioni: spesso questi pattern sono legati a fragilità interne, a difficoltà nella regolazione emotiva o a vissuti di insicurezza relazionale che la persona sta già cercando di affrontare, come lei stesso riferisce dicendo che è in terapia.
In questi casi, il tentativo di “aggiustare” la situazione da dentro la relazione rischia di esporla ulteriormente a stress, incomprensioni e coinvolgimenti emotivi che non le competono e che non possono essere risolti sul piano personale o lavorativo.
Il suo attuale atteggiamento : mantenere confini chiari, un comportamento professionale, risposte neutrali e non alimentare dinamiche ambigue, è già la strategia più tutelante per lei e, paradossalmente, anche per la collega.
Non sta sbagliando: sta semplicemente proteggendosi.
Per quanto riguarda la collega, ciò che descrive suggerisce che avrebbe beneficio da un supporto psicoterapeutico continuativo e, vista l’intensità dei cicli e il livello di sofferenza che lei nota anche fisicamente, potrebbe essere utile che valuti con il proprio terapeuta l’opportunità di una consulenza psichiatrica, così da avere un inquadramento più completo e un eventuale sostegno anche sul piano della regolazione emotiva.
Lei, invece, può fare meglio solo in un senso: continuare a mantenere confini chiari, evitare di entrare nei suoi cicli emotivi, non assumersi responsabilità che non le appartengono e preservare il proprio benessere lavorativo.
Se la situazione dovesse diventare troppo invasiva o compromettere il clima professionale, può essere opportuno parlarne con una figura di riferimento interna all’azienda, sempre in modo rispettoso e senza entrare nei dettagli personali della collega.
Resto a disposizione se desidera chiarire ulteriormente qualche aspetto o approfondire come tutelarsi sul piano relazionale e professionale.
Dottssa Emerilys Marthai Delgado Garcia
Salve,
quanto riportato si inserisce in un quadro di dinamiche di oscillazione intensa tra avvicinamento e ritiro, comportamenti ambigui e cicli ripetitivi di coinvolgimento ed esclusione. Dal suo racconto emerge chiaramente come lei abbia già adottato strategie di distacco emotivo e professionale, limitando i contatti ai soli ambiti lavorativi e rispondendo in maniera neutra ai tentativi di riavvicinamento o alle provocazioni relazionali. Questo è un passo corretto per preservare il suo benessere e tutelare la serenità sul posto di lavoro.
Quello che può ulteriormente aiutarla è mantenere coerenza nel suo atteggiamento e stabilire confini chiari: evitare di reagire emotivamente, non entrare in competizioni di attenzione, non giustificare o spiegare troppo i suoi comportamenti. È importante mantenere il focus sul lavoro, riducendo al minimo le interazioni personali che possano alimentare il ciclo. Il suo distacco, se mantenuto costante, riduce progressivamente la possibilità che i comportamenti ciclici abbiano effetto su di lei.
Allo stesso tempo, consideri che osservare schemi così complessi può generare ansia, frustrazione e un senso di impotenza. Potrebbe essere utile, parallelamente, un percorso psicologico mirato per supportarla nella gestione emotiva di questa relazione e per rinforzare strumenti di assertività, gestione dello stress e prevenzione del burnout relazionale, così da consolidare la propria centratura senza dipendere dalle oscillazioni dell’altra persona.
Saluti, resto a disposizione.
quanto riportato si inserisce in un quadro di dinamiche di oscillazione intensa tra avvicinamento e ritiro, comportamenti ambigui e cicli ripetitivi di coinvolgimento ed esclusione. Dal suo racconto emerge chiaramente come lei abbia già adottato strategie di distacco emotivo e professionale, limitando i contatti ai soli ambiti lavorativi e rispondendo in maniera neutra ai tentativi di riavvicinamento o alle provocazioni relazionali. Questo è un passo corretto per preservare il suo benessere e tutelare la serenità sul posto di lavoro.
Quello che può ulteriormente aiutarla è mantenere coerenza nel suo atteggiamento e stabilire confini chiari: evitare di reagire emotivamente, non entrare in competizioni di attenzione, non giustificare o spiegare troppo i suoi comportamenti. È importante mantenere il focus sul lavoro, riducendo al minimo le interazioni personali che possano alimentare il ciclo. Il suo distacco, se mantenuto costante, riduce progressivamente la possibilità che i comportamenti ciclici abbiano effetto su di lei.
Allo stesso tempo, consideri che osservare schemi così complessi può generare ansia, frustrazione e un senso di impotenza. Potrebbe essere utile, parallelamente, un percorso psicologico mirato per supportarla nella gestione emotiva di questa relazione e per rinforzare strumenti di assertività, gestione dello stress e prevenzione del burnout relazionale, così da consolidare la propria centratura senza dipendere dalle oscillazioni dell’altra persona.
Saluti, resto a disposizione.
Buonasera,
quanto descrivi del comportamento della tua collega suggerisce la presenza di schemi relazionali molto complessi e ciclici, che possono generare notevole stress emotivo in chi le sta accanto. Da quanto riporti, sembra che lei alterni momenti di grande vicinanza e apertura a fasi di distacco, svalutazione e aggressività, con una forte oscillazione emotiva che si ripete in modo quasi prevedibile.
Questi pattern possono derivare da difficoltà interne legate alla regolazione emotiva, insicurezze, bisogni di controllo relazionale e modalità difensive che la persona ha sviluppato nel tempo. Anche se non si può fare una diagnosi a distanza, ciò che emerge è che il comportamento non dipende da te e non è frutto di azioni tue specifiche: stai agendo con rispetto e limiti chiari, il che è fondamentale.
Per proteggere il tuo benessere, i punti chiave su cui continuare a lavorare sono: mantenere confini chiari, limitare al minimo l’investimento emotivo al di fuori del contesto professionale, evitare di farti coinvolgere dai tentativi di triangolazione o provocazione e mantenere un atteggiamento neutro e coerente. È normale che situazioni del genere generino disagio, ansia o frustrazione: riconoscerlo è già un passo importante.
Vista la complessità dei cicli emotivi descritti, è fortemente consigliabile approfondire la situazione con uno specialista in psicologia o psicoterapia, sia per te che per capire meglio come gestire al meglio i rapporti professionali in contesti delicati come questo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quanto descrivi del comportamento della tua collega suggerisce la presenza di schemi relazionali molto complessi e ciclici, che possono generare notevole stress emotivo in chi le sta accanto. Da quanto riporti, sembra che lei alterni momenti di grande vicinanza e apertura a fasi di distacco, svalutazione e aggressività, con una forte oscillazione emotiva che si ripete in modo quasi prevedibile.
Questi pattern possono derivare da difficoltà interne legate alla regolazione emotiva, insicurezze, bisogni di controllo relazionale e modalità difensive che la persona ha sviluppato nel tempo. Anche se non si può fare una diagnosi a distanza, ciò che emerge è che il comportamento non dipende da te e non è frutto di azioni tue specifiche: stai agendo con rispetto e limiti chiari, il che è fondamentale.
Per proteggere il tuo benessere, i punti chiave su cui continuare a lavorare sono: mantenere confini chiari, limitare al minimo l’investimento emotivo al di fuori del contesto professionale, evitare di farti coinvolgere dai tentativi di triangolazione o provocazione e mantenere un atteggiamento neutro e coerente. È normale che situazioni del genere generino disagio, ansia o frustrazione: riconoscerlo è già un passo importante.
Vista la complessità dei cicli emotivi descritti, è fortemente consigliabile approfondire la situazione con uno specialista in psicologia o psicoterapia, sia per te che per capire meglio come gestire al meglio i rapporti professionali in contesti delicati come questo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Quello che descrivi è un ciclo relazionale ripetitivo e disfunzionale. C’è un pattern prevedibile di avvicinamento intenso, paura dell’intimità, svalutazione e aggressività. Il punto non è analizzare la collega, ma comprendere l’impatto che questo ciclo ha su di te, sul tuo equilibrio emotivo e sul lavoro.
La tua scelta di mantenere il rapporto esclusivamente professionale, con confini chiari e risposte neutre, è la più sana. In passato, senza volerlo, sei stato il regolatore del suo stato emotivo: quando ti riavvicinavi, lei si calmava; quando ti allontanavi, entrava in escalation. Ma questo non indica una relazione sana, quanto piuttosto una dinamica di dipendenza emotiva. Non puoi modificare il suo comportamento senza sacrificare la tua serenità.
Se i comportamenti aggressivi o svalutanti si ripetono sul lavoro, puoi considerare di coinvolgere HR o un responsabile delle risorse umane, descrivendo solo fatti concreti e osservabili: aggressioni verbali in ufficio, svalutazioni pubbliche o interferenze con il tuo lavoro. Non serve analizzare la collega né spiegare il pattern: HR agirà sulle conseguenze reali dei comportamenti.
Il focus rimane sempre su di te: proteggi il tuo spazio, mantieni confini chiari e ricorda che non sei responsabile delle azioni di altri. Il tuo atteggiamento attuale, coerente e professionale, è già un passo importante per tutelare la tua serenità.
Cordialmente e con affetto
Dott.ssa Bacchi
La tua scelta di mantenere il rapporto esclusivamente professionale, con confini chiari e risposte neutre, è la più sana. In passato, senza volerlo, sei stato il regolatore del suo stato emotivo: quando ti riavvicinavi, lei si calmava; quando ti allontanavi, entrava in escalation. Ma questo non indica una relazione sana, quanto piuttosto una dinamica di dipendenza emotiva. Non puoi modificare il suo comportamento senza sacrificare la tua serenità.
Se i comportamenti aggressivi o svalutanti si ripetono sul lavoro, puoi considerare di coinvolgere HR o un responsabile delle risorse umane, descrivendo solo fatti concreti e osservabili: aggressioni verbali in ufficio, svalutazioni pubbliche o interferenze con il tuo lavoro. Non serve analizzare la collega né spiegare il pattern: HR agirà sulle conseguenze reali dei comportamenti.
Il focus rimane sempre su di te: proteggi il tuo spazio, mantieni confini chiari e ricorda che non sei responsabile delle azioni di altri. Il tuo atteggiamento attuale, coerente e professionale, è già un passo importante per tutelare la tua serenità.
Cordialmente e con affetto
Dott.ssa Bacchi
Gentile Amico,
Capisco la sua confuzione e le sue domande di fonte a un comportamento così logorante e a tratti inspiegabile. La stabile instabilità (se posso usare un'espressione un po' paradossale) della sua collega è una prova difficile. Leggendo quello che scrive tuttavia mi et sorta unA domanda: qual è il suo obiettivo con questa collega? Cosa vorrebbe? Perché è stato molto chiaro a identificare il gioco i cui finisce coinvolto, anche se capisco che le sfugga come finisce per essere coinvolto in questo gioco.
Talvolta essere chiari può essere la strategia migliore: come potrebbe essere dire chiaramente che dopo quello che è successo lei si sente a disagio e vorrebbe mantenere tutto su un piano esclusivamente professionale?
Con i migliori auguri,
Dr. Ventura
Capisco la sua confuzione e le sue domande di fonte a un comportamento così logorante e a tratti inspiegabile. La stabile instabilità (se posso usare un'espressione un po' paradossale) della sua collega è una prova difficile. Leggendo quello che scrive tuttavia mi et sorta unA domanda: qual è il suo obiettivo con questa collega? Cosa vorrebbe? Perché è stato molto chiaro a identificare il gioco i cui finisce coinvolto, anche se capisco che le sfugga come finisce per essere coinvolto in questo gioco.
Talvolta essere chiari può essere la strategia migliore: come potrebbe essere dire chiaramente che dopo quello che è successo lei si sente a disagio e vorrebbe mantenere tutto su un piano esclusivamente professionale?
Con i migliori auguri,
Dr. Ventura
Il quadro che lei descrive delinea con estrema precisione una dinamica relazionale basata su un conflitto profondo tra il desiderio di intimità e il terrore della stessa. In ambito psicologico, questo comportamento è spesso riconducibile a una struttura di personalità che vive una perenne oscillazione tra l'angoscia di abbandono e quella di invasione. Più lei si è dimostrato una figura di valore, stabile e vicina, più nella sua collega è scattato un meccanismo di difesa volto a distruggere il legame per riprendere il controllo della propria vulnerabilità.
Il suo "errore", se così si può definire, è paradossalmente la sua coerenza emotiva. Per una persona con una simile fragilità, la stabilità dell'altro è percepita come una minaccia: l'altro diventa "troppo importante" e quindi potenzialmente troppo pericoloso. Quando la collega ammette che il suo muro di ambiguità le serve per non mettersi a nudo e che preferisce "rapporti idioti", sta esplicitando la propria incapacità di sostenere la qualità della relazione che lei le offriva.
La fase dell'ostilità pubblica e della svalutazione, che giustamente la preoccupa per la sua serenità lavorativa, è un meccanismo di proiezione e difesa. Lei la svaluta pubblicamente per convincere se stessa (e gli altri) che lei non sia poi così importante. È un tentativo di "de-potenziarla": se lei ai suoi occhi perde valore, smette di essere la persona che può ferirla.
Per gestire questa situazione e preservare il suo benessere, le suggerisco di adottare una strategia di cortesia impenetrabile.
Attualmente la sua condotta professionale è corretta, ma deve essere integrata con una totale neutralità emotiva. Quello che in psicologia viene definito il "Metodo della Pietra Grigia" consiste nel diventare il più possibile privi di stimoli per l'altra persona. Non risponda alle provocazioni, non mostri di essere ferito o infastidito, e non cerchi nemmeno di essere eccessivamente freddo (poiché anche il gelo è un segnale emotivo). Si limiti a essere burocratico. Se lei la attacca durante una riunione o davanti ai colleghi, utilizzi frasi neutre e brevi: "Prendo atto della sua opinione, ora torniamo alla questione tecnica". Senza una sua reazione emotiva, il comportamento della collega perderà gradualmente la sua funzione di "nutrimento".
Riguardo alla triangolazione con terze persone, la tattica più efficace è l'indifferenza assoluta. Se lei si mostra cordiale con le persone che la collega usa per ferirla, dimostrerà che la manovra non ha alcun potere su di lei. Questo porterà la collega a desistere, poiché lo strumento della gelosia risulterà inefficace.
Il momento più critico sarà il prossimo tentativo di "ri-aggancio". Quando la collega esaurirà il ciclo con gli altri e cercherà di tornare verso di lei con il consueto atteggiamento mite e le scuse sui suoi "pattern", sarà fondamentale non riaprire la porta della confidenza. La sua consapevolezza che il sentimento verso di lei sia ormai "morto" è la sua risorsa più grande: la utilizzi per mantenere un confine invalicabile. Non cerchi di calmarla o di riequilibrare il suo umore; lasci che sia lei, eventualmente attraverso il suo percorso di terapia, a gestire il proprio caos interno.
Ritiene che, nel momento in cui lei dovesse tornare a mostrare quella fragilità e quella gentilezza che la caratterizzavano inizialmente, riuscirebbe a mantenere questo fermo distacco professionale senza lasciarsi coinvolgere nuovamente nel suo ciclo?
Il suo "errore", se così si può definire, è paradossalmente la sua coerenza emotiva. Per una persona con una simile fragilità, la stabilità dell'altro è percepita come una minaccia: l'altro diventa "troppo importante" e quindi potenzialmente troppo pericoloso. Quando la collega ammette che il suo muro di ambiguità le serve per non mettersi a nudo e che preferisce "rapporti idioti", sta esplicitando la propria incapacità di sostenere la qualità della relazione che lei le offriva.
La fase dell'ostilità pubblica e della svalutazione, che giustamente la preoccupa per la sua serenità lavorativa, è un meccanismo di proiezione e difesa. Lei la svaluta pubblicamente per convincere se stessa (e gli altri) che lei non sia poi così importante. È un tentativo di "de-potenziarla": se lei ai suoi occhi perde valore, smette di essere la persona che può ferirla.
Per gestire questa situazione e preservare il suo benessere, le suggerisco di adottare una strategia di cortesia impenetrabile.
Attualmente la sua condotta professionale è corretta, ma deve essere integrata con una totale neutralità emotiva. Quello che in psicologia viene definito il "Metodo della Pietra Grigia" consiste nel diventare il più possibile privi di stimoli per l'altra persona. Non risponda alle provocazioni, non mostri di essere ferito o infastidito, e non cerchi nemmeno di essere eccessivamente freddo (poiché anche il gelo è un segnale emotivo). Si limiti a essere burocratico. Se lei la attacca durante una riunione o davanti ai colleghi, utilizzi frasi neutre e brevi: "Prendo atto della sua opinione, ora torniamo alla questione tecnica". Senza una sua reazione emotiva, il comportamento della collega perderà gradualmente la sua funzione di "nutrimento".
Riguardo alla triangolazione con terze persone, la tattica più efficace è l'indifferenza assoluta. Se lei si mostra cordiale con le persone che la collega usa per ferirla, dimostrerà che la manovra non ha alcun potere su di lei. Questo porterà la collega a desistere, poiché lo strumento della gelosia risulterà inefficace.
Il momento più critico sarà il prossimo tentativo di "ri-aggancio". Quando la collega esaurirà il ciclo con gli altri e cercherà di tornare verso di lei con il consueto atteggiamento mite e le scuse sui suoi "pattern", sarà fondamentale non riaprire la porta della confidenza. La sua consapevolezza che il sentimento verso di lei sia ormai "morto" è la sua risorsa più grande: la utilizzi per mantenere un confine invalicabile. Non cerchi di calmarla o di riequilibrare il suo umore; lasci che sia lei, eventualmente attraverso il suo percorso di terapia, a gestire il proprio caos interno.
Ritiene che, nel momento in cui lei dovesse tornare a mostrare quella fragilità e quella gentilezza che la caratterizzavano inizialmente, riuscirebbe a mantenere questo fermo distacco professionale senza lasciarsi coinvolgere nuovamente nel suo ciclo?
Buongiorno,
credo che un percorso psicologico possa aiutarla al meglio nel trovare strumenti utili a gestire la situazione descritta. Valuti la possibilità di affidarsi ad uno specialista.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
credo che un percorso psicologico possa aiutarla al meglio nel trovare strumenti utili a gestire la situazione descritta. Valuti la possibilità di affidarsi ad uno specialista.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Salve, la situazione che descrive è complessa e logorante, e merita di essere letta con uno sguardo il più possibile chiaro e protettivo, soprattutto considerando che si svolge in un contesto lavorativo, dove la priorità dovrebbe restare la possibilità di lavorare con serenità. Al di là delle dinamiche specifiche che lei osserva nella collega, ciò che emerge in modo evidente è la presenza di una relazione caratterizzata da forte instabilità, ciclicità, ambivalenza e coinvolgimento emotivo discontinuo. Quando un legame segue schemi ripetuti di avvicinamento intenso e successivo allontanamento aggressivo o svalutante, tende inevitabilmente a creare confusione, tensione e sofferenza in chi lo vive, anche se inizialmente animato da buone intenzioni o da un desiderio di aiutare. È importante chiarire un punto centrale: comprendere o spiegare il comportamento dell’altro non equivale a doversene fare carico. Anche se la collega è in terapia e sembra attraversare una fase di fragilità, questo non rende sostenibile per lei restare coinvolto in una dinamica che ha effetti negativi sul suo benessere emotivo e sul clima lavorativo. In questi casi il rischio maggiore è quello di rimanere agganciati a un ruolo di regolazione emotiva dell’altro, ruolo che non è né sano né appropriato in un contesto professionale. Il comportamento che lei descrive come “distacco protettivo” va nella direzione giusta. Mantenere una relazione esclusivamente professionale, chiara, coerente e prevedibile è spesso l’unica modalità che consente di ridurre l’escalation emotiva e tutelare se stessi. Non si tratta di essere freddi o punitivi, ma di stabilire confini netti, soprattutto quando sono già stati sperimentati più volte tentativi di riavvicinamento che riattivano lo stesso ciclo. Quando chiede “in cosa sbaglio”, la risposta più onesta, in un’ottica psicologica generale, è che il rischio non è tanto l’errore attuale, quanto quello passato di aver tollerato a lungo una relazione ambigua sperando che si stabilizzasse. Oggi il margine di miglioramento non sta nel fare di più, ma nel fare meno, restando coerente nel tempo. La coerenza, in queste dinamiche, è spesso più efficace di qualsiasi spiegazione o confronto. Se la fase che più la preoccupa è l’ostilità pubblica sul lavoro, può essere utile ricordare che la tutela del contesto professionale viene prima di tutto. Qualora i comportamenti dovessero superare il limite della normale interazione lavorativa, diventa legittimo e opportuno rivolgersi a canali formali, senza vivere questo come un fallimento personale o una mancanza di empatia.
In generale, quando una relazione sul lavoro genera stress continuo, senso di allerta e perdita di serenità, è un segnale da non sottovalutare. Un supporto psicologico individuale può essere utile non per “capire lei”, ma per aiutare lei a mantenere confini solidi, a non rientrare in dinamiche circolari e a proteggere il proprio equilibrio emotivo. Questo tipo di percorso è spesso indicato proprio quando ci si trova coinvolti in relazioni professionali ad alto impatto emotivo e difficili da gestire da soli. La priorità, ora, non è aggiustare il rapporto, ma preservare la sua stabilità e la possibilità di lavorare in modo sereno e rispettoso. Un saluto, Dottoressa Chiara Venitucci.
In generale, quando una relazione sul lavoro genera stress continuo, senso di allerta e perdita di serenità, è un segnale da non sottovalutare. Un supporto psicologico individuale può essere utile non per “capire lei”, ma per aiutare lei a mantenere confini solidi, a non rientrare in dinamiche circolari e a proteggere il proprio equilibrio emotivo. Questo tipo di percorso è spesso indicato proprio quando ci si trova coinvolti in relazioni professionali ad alto impatto emotivo e difficili da gestire da soli. La priorità, ora, non è aggiustare il rapporto, ma preservare la sua stabilità e la possibilità di lavorare in modo sereno e rispettoso. Un saluto, Dottoressa Chiara Venitucci.
Ho letto tutto con molta attenzione. Quello che descrivi è complesso, logorante e, te lo dico subito, non sei tu quello “sbagliato” né quello confuso in questa dinamica. Provo a risponderti in modo diretto, mettendo ordine.
Che dinamica è questa (in parole semplici)?
Quello che descrivi è un ciclo relazionale disfunzionale ripetitivo, molto tipico di persone con: forte paura dell’abbandono, identità fragile, bisogno di sentirsi desiderate per esistere, incapacità di sostenere l’intimità reale e stabile
Il pattern è chiarissimo:
1.Idealizzazione / fusione:
“Esisti solo tu, sei speciale, sei casa”
2.Attivazione della paura: l’evento non è la cena in sé, è il significato: continuità, visibilità, realtà
3. De-attivazione difensiva: aggressività, evitamento, svalutazione
4.Triangolazione: il terzo serve a: anestetizzare l’angoscia, dimostrare a se stessa che “non dipende da te”, riacquistare potere
5.Panico
Quando tu ti allontani davvero
6.Briciole / riaggancio ambiguo
Per non perderti ma senza esporsi
7.Ripetizione
Questo non è amore, non è amicizia, è una regolazione emotiva tramite l’altro.
Punto chiave (importantissimo)
Tu non sei il problema, ma sei diventato il regolatore emotivo principale.
Quando ci sei: lei si calma, si ricentra, torna “quella di prima”
Quando non ci sei: va in caos, triangola, teatralizza, aggredisce
Questo ti dà l’illusione che: “Se faccio bene, la salvo”
Ma è una trappola relazionale, non una missione.
Risposta alle tue domande dirette
“In cosa sbaglio?” Non stai sbagliando ora.
Hai sbagliato prima, in buona fede, quando: hai accettato l’ambiguità come prezzo della connessione, hai rassicurato senza ricevere responsabilità sei tornato per “calmare le acque” invece che per te
Questo ha rinforzato il ciclo, non creato.
Dove posso fare meglio?”
Solo in una cosa, ed è cruciale:
Coerenza emotiva totale e visibile
Non gentilezza intermittente, disponibilità silenziosa, neutralità “calda”
Ma confini chiari, prevedibilità, assenza di micro-ricompense.
Per persone così, anche uno sguardo un sorriso una risposta un filo empatica= speranza + riattivazione del ciclo.
“Ormai dentro mi è morta… è giusto?” Sì.
Ed è una reazione sana.
Non è cinismo, è esaurimento emotivo.
Il tuo sistema nervoso ha capito prima della testa che “Qui non c’è reciprocità sicura”
La fase che ti preme evitare: l’ostilità pubblica
Qui serve una strategia molto concreta, non psicologica.
Cosa fare: zero interazioni private, solo comunicazione funzionale, tracciabile, presenza calma, neutra, non reattiva, mai triangolare a tua volta, mai spiegarti o giustificarti.
Se attacca pubblicamente: risposte brevi, tono piatto, nessun contenuto emotivo
E, se continua: documenta (date, contesti, frasi)
Non per punirla, ma per proteggerti.
La verità più scomoda (ma onesta)
Lei non può offrirti una relazione sana ora.
Nemmeno un’amicizia vera.
E no: non sei tu che “non fai abbastanza”: non è che “se resisti un ciclo in più cambierà”
Il massimo che puoi fare l’hai già fatto.
Ultima cosa (detta con rispetto) Il fatto che: con te stia meglio, con te sia più centrata, non è una prova che devi restare.
È una prova che ha bisogno di terapia vera, non di te.
Un caloroso saluto
Dott. Michele Basigli
Che dinamica è questa (in parole semplici)?
Quello che descrivi è un ciclo relazionale disfunzionale ripetitivo, molto tipico di persone con: forte paura dell’abbandono, identità fragile, bisogno di sentirsi desiderate per esistere, incapacità di sostenere l’intimità reale e stabile
Il pattern è chiarissimo:
1.Idealizzazione / fusione:
“Esisti solo tu, sei speciale, sei casa”
2.Attivazione della paura: l’evento non è la cena in sé, è il significato: continuità, visibilità, realtà
3. De-attivazione difensiva: aggressività, evitamento, svalutazione
4.Triangolazione: il terzo serve a: anestetizzare l’angoscia, dimostrare a se stessa che “non dipende da te”, riacquistare potere
5.Panico
Quando tu ti allontani davvero
6.Briciole / riaggancio ambiguo
Per non perderti ma senza esporsi
7.Ripetizione
Questo non è amore, non è amicizia, è una regolazione emotiva tramite l’altro.
Punto chiave (importantissimo)
Tu non sei il problema, ma sei diventato il regolatore emotivo principale.
Quando ci sei: lei si calma, si ricentra, torna “quella di prima”
Quando non ci sei: va in caos, triangola, teatralizza, aggredisce
Questo ti dà l’illusione che: “Se faccio bene, la salvo”
Ma è una trappola relazionale, non una missione.
Risposta alle tue domande dirette
“In cosa sbaglio?” Non stai sbagliando ora.
Hai sbagliato prima, in buona fede, quando: hai accettato l’ambiguità come prezzo della connessione, hai rassicurato senza ricevere responsabilità sei tornato per “calmare le acque” invece che per te
Questo ha rinforzato il ciclo, non creato.
Dove posso fare meglio?”
Solo in una cosa, ed è cruciale:
Coerenza emotiva totale e visibile
Non gentilezza intermittente, disponibilità silenziosa, neutralità “calda”
Ma confini chiari, prevedibilità, assenza di micro-ricompense.
Per persone così, anche uno sguardo un sorriso una risposta un filo empatica= speranza + riattivazione del ciclo.
“Ormai dentro mi è morta… è giusto?” Sì.
Ed è una reazione sana.
Non è cinismo, è esaurimento emotivo.
Il tuo sistema nervoso ha capito prima della testa che “Qui non c’è reciprocità sicura”
La fase che ti preme evitare: l’ostilità pubblica
Qui serve una strategia molto concreta, non psicologica.
Cosa fare: zero interazioni private, solo comunicazione funzionale, tracciabile, presenza calma, neutra, non reattiva, mai triangolare a tua volta, mai spiegarti o giustificarti.
Se attacca pubblicamente: risposte brevi, tono piatto, nessun contenuto emotivo
E, se continua: documenta (date, contesti, frasi)
Non per punirla, ma per proteggerti.
La verità più scomoda (ma onesta)
Lei non può offrirti una relazione sana ora.
Nemmeno un’amicizia vera.
E no: non sei tu che “non fai abbastanza”: non è che “se resisti un ciclo in più cambierà”
Il massimo che puoi fare l’hai già fatto.
Ultima cosa (detta con rispetto) Il fatto che: con te stia meglio, con te sia più centrata, non è una prova che devi restare.
È una prova che ha bisogno di terapia vera, non di te.
Un caloroso saluto
Dott. Michele Basigli
salve, coniglio un percorso di psicoterapia grazie
Salve, se mi posso permettere sbaglia nel darle ancora credito. Quando una persona si comporta in quel modo nei nostri confronti, avvicinandoci per poi riallontanarci subito dopo per i suoi bisogni e una persona che non ci considera, ma anzi ci usa. I veri colpevoli in tutto questa storia, siamo noi che permettiamo all'altro di fare di noi ciò che vogliono.. Forse dovrebbe fare un percorso psicologico e riprendere in mano la sua vita, prendendo coscienza di avere più rispetto per sé stesso. Per qualsiasi dubbio rimango a disposizione anche online. Buona giornata dottoressa Gabriella Cascinelli.
Gentile paziente,da ciò che descrive emerge una dinamica relazionale ciclica, intensa e disorganizzata, che non dipende da errori specifici suoi, ma da un funzionamento emotivo instabile della sua collega. I comportamenti che racconta sono compatibili con una forte difficoltà nella regolazione affettiva, una paura marcata dell’intimità e dell’abbandono e l’uso di meccanismi difensivi come idealizzazione, svalutazione, evitamento e triangolazione. Questo spiega l’alternanza tra avvicinamento intenso e improvvisi attacchi, ritiro e aggressività.Il punto centrale è che lei, anche mantenendo un atteggiamento corretto e professionale, resta emotivamente coinvolto in un sistema che si autoalimenta. Ogni suo tentativo di “calmare”, rassicurare o rendersi disponibile contribuisce, seppur involontariamente, a riattivare il ciclo. Non è un giudizio sul suo comportamento, ma un dato di funzionamento della relazione.
Attualmente non sta sbagliando nel ridurre il contatto al minimo professionale. Anzi, questa è la posizione più tutelante per lei. L’unico aspetto su cui può fare meglio è mantenere coerenza nel tempo: risposte brevi, neutrali, nessuna disponibilità extra, nessun tentativo di spiegazione o di riparazione emotiva. Anche piccoli segnali di apertura vengono letti come possibilità di riattivare il legame.
Il rischio maggiore, come lei giustamente intuisce, è l’ostilità pubblica e l’impatto lavorativo. In questo senso, è fondamentale mantenere una postura ferma, documentata e professionale, evitando confronti diretti sul piano emotivo e, se necessario, tutelandosi anche attraverso canali formali.
La sofferenza che descrive e il fatto che “dentro le sia morta” indicano che questa relazione ha superato la soglia di sostenibilità. Non è suo compito salvarla, contenerla o stabilizzarla. La terapia che lei fa è il luogo giusto per lavorare su questi pattern; il suo spazio, invece, è quello di proteggere sé stesso.
Un caro saluto,
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologa clinica e giuridica
Psicodiagnosta clinica e forense
Coordinatore genitoriale
Se desidera un confronto più mirato su come gestire relazioni disfunzionali in ambito lavorativo senza compromettere il proprio equilibrio, può prenotare una visita.
Attualmente non sta sbagliando nel ridurre il contatto al minimo professionale. Anzi, questa è la posizione più tutelante per lei. L’unico aspetto su cui può fare meglio è mantenere coerenza nel tempo: risposte brevi, neutrali, nessuna disponibilità extra, nessun tentativo di spiegazione o di riparazione emotiva. Anche piccoli segnali di apertura vengono letti come possibilità di riattivare il legame.
Il rischio maggiore, come lei giustamente intuisce, è l’ostilità pubblica e l’impatto lavorativo. In questo senso, è fondamentale mantenere una postura ferma, documentata e professionale, evitando confronti diretti sul piano emotivo e, se necessario, tutelandosi anche attraverso canali formali.
La sofferenza che descrive e il fatto che “dentro le sia morta” indicano che questa relazione ha superato la soglia di sostenibilità. Non è suo compito salvarla, contenerla o stabilizzarla. La terapia che lei fa è il luogo giusto per lavorare su questi pattern; il suo spazio, invece, è quello di proteggere sé stesso.
Un caro saluto,
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologa clinica e giuridica
Psicodiagnosta clinica e forense
Coordinatore genitoriale
Se desidera un confronto più mirato su come gestire relazioni disfunzionali in ambito lavorativo senza compromettere il proprio equilibrio, può prenotare una visita.
Da come descrive la situazione non è lei “dentro il problema”, ma dentro una soluzione che lo mantiene. Questa collega sembra muoversi secondo un ciclo tipico di attaccamento ambivalente: cerca fusione per calmarsi, poi fugge quando il legame diventa reale, usando triangolazioni e aggressività per ripristinare distanza e controllo. Il punto chiave è che ogni suo riavvicinamento la riequilibra, ma la espone a ricominciare il ciclo, con un costo crescente per lei e soprattutto per lei.
Strategicamente oggi sta facendo la cosa più funzionale: neutralità, confini chiari, solo piano professionale. L’unico errore sarebbe tornare a “calmarla” per evitare il conflitto, perché così diventerebbe di nuovo il regolatore del suo caos emotivo. Se vuole lavorare sereno, l’unica leva efficace è coerenza nel distacco, senza spiegazioni, senza riparazioni, senza reagire alle provocazioni. Non si tratta di essere freddi, ma di smettere di essere la sua stampella emotiva. Il resto non dipende da lei.
Strategicamente oggi sta facendo la cosa più funzionale: neutralità, confini chiari, solo piano professionale. L’unico errore sarebbe tornare a “calmarla” per evitare il conflitto, perché così diventerebbe di nuovo il regolatore del suo caos emotivo. Se vuole lavorare sereno, l’unica leva efficace è coerenza nel distacco, senza spiegazioni, senza riparazioni, senza reagire alle provocazioni. Non si tratta di essere freddi, ma di smettere di essere la sua stampella emotiva. Il resto non dipende da lei.
Buongiorno,
La situazione che descrive evidenzia dinamiche relazionali ripetitive, ambivalenti e fonte di forte logoramento emotivo, soprattutto in un contesto lavorativo. Al di là delle possibili letture psicologiche della collega, l’aspetto centrale è la tutela del suo benessere e della professionalità. Mantenere confini chiari, coerenti e stabili è già un passo corretto; un supporto psicologico individuale può aiutarla a elaborare l’impatto vissuto e a rafforzare strategie di protezione relazionale.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Janett Aruta - Psicologa
Ricevo su MioDottore e in studio a Palermo
La situazione che descrive evidenzia dinamiche relazionali ripetitive, ambivalenti e fonte di forte logoramento emotivo, soprattutto in un contesto lavorativo. Al di là delle possibili letture psicologiche della collega, l’aspetto centrale è la tutela del suo benessere e della professionalità. Mantenere confini chiari, coerenti e stabili è già un passo corretto; un supporto psicologico individuale può aiutarla a elaborare l’impatto vissuto e a rafforzare strategie di protezione relazionale.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Janett Aruta - Psicologa
Ricevo su MioDottore e in studio a Palermo
Buongiorno,
provo a risponderle con rispetto e cautela, anche perché ciò che descrive è molto complesso e coinvolge dinamiche relazionali intense che, in uno spazio pubblico, non possono essere lette né “diagnosticate”.
Da ciò che descrive emerge una relazione molto intensa e ciclica, che nel tempo sembra averla portata a occupare un ruolo di contenimento e regolazione emotiva dell’altra persona. È comprensibile che questo avvenga quando c’è un legame significativo, ma è altrettanto importante riconoscere un punto fondamentale: non è suo compito salvarla, stabilizzarla o riportarla “quella di prima”. Questo aspetto riguarda lei e il suo percorso, non la sua responsabilità.
Il senso di stanchezza e svuotamento che descrive può essere letto come un segnale interno prezioso, che parla dei limiti di ciò che può essere sostenuto da una sola persona. Fermarsi a osservare questi vissuti, più che “fare” qualcosa, può aiutarla a capire quali confini siano per lei necessari oggi, soprattutto in un contesto lavorativo.
Resto a disposizione.
Un caro saluto,
dott.ssa Elena Dati
provo a risponderle con rispetto e cautela, anche perché ciò che descrive è molto complesso e coinvolge dinamiche relazionali intense che, in uno spazio pubblico, non possono essere lette né “diagnosticate”.
Da ciò che descrive emerge una relazione molto intensa e ciclica, che nel tempo sembra averla portata a occupare un ruolo di contenimento e regolazione emotiva dell’altra persona. È comprensibile che questo avvenga quando c’è un legame significativo, ma è altrettanto importante riconoscere un punto fondamentale: non è suo compito salvarla, stabilizzarla o riportarla “quella di prima”. Questo aspetto riguarda lei e il suo percorso, non la sua responsabilità.
Il senso di stanchezza e svuotamento che descrive può essere letto come un segnale interno prezioso, che parla dei limiti di ciò che può essere sostenuto da una sola persona. Fermarsi a osservare questi vissuti, più che “fare” qualcosa, può aiutarla a capire quali confini siano per lei necessari oggi, soprattutto in un contesto lavorativo.
Resto a disposizione.
Un caro saluto,
dott.ssa Elena Dati
Buonasera. Dalla sua lunga e strutturata esposizione evinco che la sua relazione con questa persona ha un'asimmetricità affettiva oltre che professionale, con forti elementi di attaccamento, ambiguità e di regolazione emotiva delegata. Provo a spiegarmi meglio. Da quello che credo di aver capito non siete colleghi ma nemmeno partner, sembrate piuttosto essere sono dentro un campo relazionale non dichiarato, emotivamente carico. Ora, se iniziassimo un percorso psicologico insieme, le chiederei di definire il suo legame con questa persona, attuale e desiderato. Dalla sua analisi, estremamente dettagliata, nelle fasi e nei cicli, analitica e quasi “clinica” nella descrizione dell’altra, sembra assente una richiesta di consiglio relazionale. Io invece andrei proprio lì, sul tipo di relazione che vuole avere con questa persona, per cosa le serve "viva". Il problema, per quanto possa risultarle assurdo, non sono i comportamenti di questa persona ma il suo (tuo) coinvolgimento nel campo relazionale. Dai dati che ho attualmente posso solo condividere la mia sensazione, che è quella di una sua richiesta implicita di rassicurazione “Dimmi che non sono io il problema. Dimmi che lei è patologica" e di protezione "Dimmi come difendermi.” Il consiglio che posso darle ora è passare dal continuare a chiedersi “come devo fare con lei?” al chiedersi “perché io resto in questo ruolo?”. Tuttavia il consiglio più utile che posso darti è quello di richiedere un appuntamento in cui approfondire questi aspetti. Dal modo in cui racconti la relazione, sembra che tu sia diventato una figura centrale di regolazione emotiva per lei e, prima di agire in un modo o in un altro, io ti domanderei che effetto ha avuto su di te occupare questo posto così a lungo. Parlerei di questo e di quando lei ha iniziato a sentirsi responsabile dell'equilibrio di questa persona, di cosa succede in lei quando l'altra “sta meglio” grazie a lei, del prezzo che sta pagando nel tempo per mantenere questa posizione relazionale, cosa succederebbe se non si posizionasse più come punto di regolazione del suo mondo, qual è il tuo guadagno occulto dietro questo tipo di relazione. Concludendo, forse ora il lavoro che la aspetta non è come gestire l'altro, ma come uscire da quel ruolo senza perdere se stessa. Non esiti a prenotare un appuntamento se tutto ciò le risuona. Buona vita.
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