Buonasera a tutti. Ho un piccolo problema che mi incuriosisce, nel senso che io condivido il mio mod
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Buonasera a tutti. Ho un piccolo problema che mi incuriosisce, nel senso che io condivido il mio modo di agire perché parto sempre dal presupposto che ogni rapporto di faccia in due, quindi finché una persona che frequento mi offre uno spazio di benessere io lo alimento piacevolmente, nel momento in cui noto che la persona si fa influenzare oppure fa entrare nella sua vita persone che non sono di mio gradimento mi parte nella testa la frase che ognuno nella vita si circonda di chi ha piacere, se qualcosa muta e il piacere tuo non è più lo stesso mio e lo spazio diventa inquinato allora è bene dividere le strade. Come se cercassi almeno nei rapporti più profondi una sorta di esclusività almeno finché è ancora vivo l'interesse di entrambi, vedere remare nella stessa direzione. Non è gelosia, è proprio un voler dire, ok percepisco che a te fa piacere la mia presenza, a me la tua, portiamo il rapporto al largo con un patto, senza intralcio ne da parte mia ne dalla tua. Io credo alla bontà di questo mio approccio perché lo ritengo equilibrato ma magari mi sbaglio, però troppo spesso mi capita di allontanarmi con intenso dispiacere da situazioni in cui credevo particolarmente, concedendo di fatto il passo agli altri. Insomma non ho voglia ne piacere di dover lottare per una qualcosa che dovrebbe essere automatico, naturale. E ovviamente chi non risica non rosica mi sentirei dire, ma è più forte di me. Ad esempio ultimamente mi sto vedendo con una ragazza che conosco da anni, vedo piacere da parte sua e la cosa mi stimola, mi attivo, poi a una certa si intromette un ragazzo nella conoscenza con lei che con ogni probabilità nemmeno potrebbe interessarle sia per età molto più piccolo sia per incertezza di effettivo interesse nei confronti di lei, ma nel notare che se la ridacchia piacevolmente perdo totalmente interesse. Ovviamente ho provato a parlarle spiegandole la mia opinione senza costringerla a scegliere ma più semplicemente chiedendole un suo parere sull'argomento e in base a quello orientarmi personalmente, e anche se ho ottenuto rassicurazioni in tal senso ovvero che esce e frequenta solo me, se la situazione non cambia preferisco mollare la presa, mi blocco interiormente, perdo proprio gli stimoli, mi spengo, con la conseguenza di allontanarci e poi chi s è visto s'è visto e difficilmente torno indietro specie se non vedo un reale e concreto interesse da parte sua che molto raramente accade. C'è qualche ragionamento o atteggiamento che possa aiutarmi a maturare in tal senso? Grazie, Marcello
Caro Marcello,
grazie per aver condiviso con tanta lucidità e onestà emotiva il tuo vissuto. Quello che descrivi non è affatto un “piccolo problema”, ma un tema molto profondo: **il bisogno di reciprocità autentica e l’importanza di sentirsi in un legame chiaro, pulito e protetto**. Ed è una ricerca legittima, sana, anche se — come stai sperimentando — può creare sofferenza.
Quello che noto nel tuo messaggio è:
* **Una grande sensibilità al rispetto emotivo reciproco.**
* **Un bisogno di esclusività relazionale**, che non si esprime come gelosia, ma come desiderio di chiarezza, di coerenza tra parole e comportamenti.
* **Un confine personale molto netto:** se qualcosa “stona” o viene percepito come ambiguo, ti allontani.
Questi aspetti parlano di un **forte senso di sé**, ma anche di una certa **rigidità protettiva**, forse sviluppata per evitare delusioni, ambiguità o il dolore di dover “lottare” per tenere vivo un legame.
Ecco alcune riflessioni e consigli psicologici per aiutarti a maturare in questa direzione:
**1. Differenza tra “purezza relazionale” e controllo del contesto**
Tu desideri un contesto relazionale “senza intralci”, chiaro e bilanciato. Ma a volte, nella vita vera, le relazioni si muovono anche in **zone grigie**, con presenze nuove, con altri affetti che non sono necessariamente una minaccia. Il rischio è che il tuo bisogno di proteggere lo spazio relazionale lo renda troppo rigido, e che tu **rinunci troppo in fretta** appena qualcosa non ti torna.
*Domandati: è possibile fidarmi del legame, anche se il contesto intorno non è perfettamente come lo vorrei?*
**2. Leggere i segnali, ma anche lasciare tempo**
La tua capacità di cogliere segnali è notevole, ma a volte potresti trarne **conclusioni premature**. Un sorriso o una battuta con un altro, ad esempio, può non significare nulla per l’altra persona, ma assumere un grande peso per te.
*Potresti provare a restare un po’ di più nella “zona di dubbio”, lasciando che la relazione si chiarisca con il tempo e le azioni, non solo con le prime percezioni?*
**3. Concedere il beneficio del dubbio non è debolezza**
A volte ci allontaniamo per orgoglio o per paura di soffrire. Ma maturare emotivamente significa anche **imparare a restare nel legame**, osservare, comunicare, tollerare un po’ di ambiguità *senza perdere noi stessi*. È questo che crea legami più forti.
*Quando ti senti “spento”, prova a distinguere se è una reazione di protezione o un segnale profondo che non ti senti visto.*
**4. Cerca connessioni, non perfezioni**
Le relazioni profonde non sono fatte solo di “remare insieme”, ma anche di **negoziazione, di momenti storti, di incomprensioni risolte**. L’esclusività che cerchi è preziosa, ma forse puoi coltivarla in modo più flessibile, lasciando che cresca nel tempo, invece che pretenderla come pre-condizione.
In conclusione
Marcello, il tuo modo di vivere le relazioni è **nobile e consapevole**, ma rischia di essere un po’ troppo severo — verso te stesso e verso l’altro. L’invito che ti faccio è questo:
*Impara a stare un po’ più nella complessità delle relazioni, anche quando ti fa sentire esposto o vulnerabile. A volte il legame vero nasce proprio lì.*
Continua a fidarti della tua sensibilità, ma lascia spazio anche all’imperfezione dell’altro — non sempre è disinteresse, a volte è solo **un modo diverso di comunicare affetto**.
Un caro saluto,
*Una psicologa che stima il tuo modo autentico di cercare relazioni vere.*
grazie per aver condiviso con tanta lucidità e onestà emotiva il tuo vissuto. Quello che descrivi non è affatto un “piccolo problema”, ma un tema molto profondo: **il bisogno di reciprocità autentica e l’importanza di sentirsi in un legame chiaro, pulito e protetto**. Ed è una ricerca legittima, sana, anche se — come stai sperimentando — può creare sofferenza.
Quello che noto nel tuo messaggio è:
* **Una grande sensibilità al rispetto emotivo reciproco.**
* **Un bisogno di esclusività relazionale**, che non si esprime come gelosia, ma come desiderio di chiarezza, di coerenza tra parole e comportamenti.
* **Un confine personale molto netto:** se qualcosa “stona” o viene percepito come ambiguo, ti allontani.
Questi aspetti parlano di un **forte senso di sé**, ma anche di una certa **rigidità protettiva**, forse sviluppata per evitare delusioni, ambiguità o il dolore di dover “lottare” per tenere vivo un legame.
Ecco alcune riflessioni e consigli psicologici per aiutarti a maturare in questa direzione:
**1. Differenza tra “purezza relazionale” e controllo del contesto**
Tu desideri un contesto relazionale “senza intralci”, chiaro e bilanciato. Ma a volte, nella vita vera, le relazioni si muovono anche in **zone grigie**, con presenze nuove, con altri affetti che non sono necessariamente una minaccia. Il rischio è che il tuo bisogno di proteggere lo spazio relazionale lo renda troppo rigido, e che tu **rinunci troppo in fretta** appena qualcosa non ti torna.
*Domandati: è possibile fidarmi del legame, anche se il contesto intorno non è perfettamente come lo vorrei?*
**2. Leggere i segnali, ma anche lasciare tempo**
La tua capacità di cogliere segnali è notevole, ma a volte potresti trarne **conclusioni premature**. Un sorriso o una battuta con un altro, ad esempio, può non significare nulla per l’altra persona, ma assumere un grande peso per te.
*Potresti provare a restare un po’ di più nella “zona di dubbio”, lasciando che la relazione si chiarisca con il tempo e le azioni, non solo con le prime percezioni?*
**3. Concedere il beneficio del dubbio non è debolezza**
A volte ci allontaniamo per orgoglio o per paura di soffrire. Ma maturare emotivamente significa anche **imparare a restare nel legame**, osservare, comunicare, tollerare un po’ di ambiguità *senza perdere noi stessi*. È questo che crea legami più forti.
*Quando ti senti “spento”, prova a distinguere se è una reazione di protezione o un segnale profondo che non ti senti visto.*
**4. Cerca connessioni, non perfezioni**
Le relazioni profonde non sono fatte solo di “remare insieme”, ma anche di **negoziazione, di momenti storti, di incomprensioni risolte**. L’esclusività che cerchi è preziosa, ma forse puoi coltivarla in modo più flessibile, lasciando che cresca nel tempo, invece che pretenderla come pre-condizione.
In conclusione
Marcello, il tuo modo di vivere le relazioni è **nobile e consapevole**, ma rischia di essere un po’ troppo severo — verso te stesso e verso l’altro. L’invito che ti faccio è questo:
*Impara a stare un po’ più nella complessità delle relazioni, anche quando ti fa sentire esposto o vulnerabile. A volte il legame vero nasce proprio lì.*
Continua a fidarti della tua sensibilità, ma lascia spazio anche all’imperfezione dell’altro — non sempre è disinteresse, a volte è solo **un modo diverso di comunicare affetto**.
Un caro saluto,
*Una psicologa che stima il tuo modo autentico di cercare relazioni vere.*
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Salve Marcello,
grazie per aver condiviso con tanta sincerità il suo vissuto e la sua attuale esperienza.
In primo luogo, è importante riconoscere che il bisogno di esclusività e sintonia profonda non è sbagliato né patologico. È un bisogno affettivo legittimo, spesso legato a un modello relazionale improntato sulla sicurezza, sulla reciprocità e sulla chiarezza. Lei desidera condividere uno spazio emotivo protetto, esclusivo, in cui entrambi i partner possano sentirsi visti e scelti. Questo è un valore, e non va sminuito.
Tuttavia, quando questo bisogno si lega a una visione rigida di ciò che è accettabile nei comportamenti dell'altro, può facilmente sfociare in una forma di ipercontrollo emotivo, non tanto verso l’altra persona quanto verso sé stesso: si blocca, si spegne, si ritira. È come se, per non rischiare la ferita, scegliesse l’autosabotaggio - "meglio che mi allontani io volontariamente ora, piuttosto che rischiare di essere messo in panchina poi". E questo può diventare un meccanismo difensivo che la fa allontanare anche da relazioni che hanno potenziale.
Una domanda utile potrebbe essere: quanto spazio lascia all'altro di essere sé stesso all'interno del vostro rapporto? Non nel senso di “libertà assoluta”, ma nel senso di accettare che l’altro possa interagire con altre persone senza che questo intacchi il vostro legame. La fiducia, se c’è, non si misura nella mancanza di interferenze esterne, ma nella capacità di restare centrati nonostante esse (come lei stessa le ha detto dopo averne parlato, quando l'ha tranquillizzata dicendo che esce e frequenta solo lei: si fidi).
Un altro punto su cui riflettere riguarda la tua frase: “non ho voglia né piacere di dover lottare per qualcosa che dovrebbe essere automatico”. In teoria è comprensibile, ma in pratica nessuna relazione significativa è davvero “automatica”. Tutto ciò che ha valore richiede un minimo di vulnerabilità, di rischio, di adattamento. Non significa annullarsi o accontentarsi, ma imparare a restare anche nel dubbio, senza fuggire appena qualcosa "disturba" l'armonia ideale. Significa mettere un pezzo di noi, tassello dopo tassello, e aspettarsi che partner faccia lo stesso, così da costruire qualcosa insieme. L’amore è fatto di reciprocità, ma anche di capacità di stare nelle sfumature. E, spesso, è proprio lì che si scopre qualcosa di prezioso e inaspettato.
Credo che potrebbe esserle utile potenziare la fiducia verso gli altri e lavorare sul suo senso di autostima, che a volte può influenzare proprio quella fiducia, e se lo desidera sono a disposizione per affrontare insieme questo percorso.
Dott.ssa Marika Fiengo.
grazie per aver condiviso con tanta sincerità il suo vissuto e la sua attuale esperienza.
In primo luogo, è importante riconoscere che il bisogno di esclusività e sintonia profonda non è sbagliato né patologico. È un bisogno affettivo legittimo, spesso legato a un modello relazionale improntato sulla sicurezza, sulla reciprocità e sulla chiarezza. Lei desidera condividere uno spazio emotivo protetto, esclusivo, in cui entrambi i partner possano sentirsi visti e scelti. Questo è un valore, e non va sminuito.
Tuttavia, quando questo bisogno si lega a una visione rigida di ciò che è accettabile nei comportamenti dell'altro, può facilmente sfociare in una forma di ipercontrollo emotivo, non tanto verso l’altra persona quanto verso sé stesso: si blocca, si spegne, si ritira. È come se, per non rischiare la ferita, scegliesse l’autosabotaggio - "meglio che mi allontani io volontariamente ora, piuttosto che rischiare di essere messo in panchina poi". E questo può diventare un meccanismo difensivo che la fa allontanare anche da relazioni che hanno potenziale.
Una domanda utile potrebbe essere: quanto spazio lascia all'altro di essere sé stesso all'interno del vostro rapporto? Non nel senso di “libertà assoluta”, ma nel senso di accettare che l’altro possa interagire con altre persone senza che questo intacchi il vostro legame. La fiducia, se c’è, non si misura nella mancanza di interferenze esterne, ma nella capacità di restare centrati nonostante esse (come lei stessa le ha detto dopo averne parlato, quando l'ha tranquillizzata dicendo che esce e frequenta solo lei: si fidi).
Un altro punto su cui riflettere riguarda la tua frase: “non ho voglia né piacere di dover lottare per qualcosa che dovrebbe essere automatico”. In teoria è comprensibile, ma in pratica nessuna relazione significativa è davvero “automatica”. Tutto ciò che ha valore richiede un minimo di vulnerabilità, di rischio, di adattamento. Non significa annullarsi o accontentarsi, ma imparare a restare anche nel dubbio, senza fuggire appena qualcosa "disturba" l'armonia ideale. Significa mettere un pezzo di noi, tassello dopo tassello, e aspettarsi che partner faccia lo stesso, così da costruire qualcosa insieme. L’amore è fatto di reciprocità, ma anche di capacità di stare nelle sfumature. E, spesso, è proprio lì che si scopre qualcosa di prezioso e inaspettato.
Credo che potrebbe esserle utile potenziare la fiducia verso gli altri e lavorare sul suo senso di autostima, che a volte può influenzare proprio quella fiducia, e se lo desidera sono a disposizione per affrontare insieme questo percorso.
Dott.ssa Marika Fiengo.
Salve Marcello, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè comprendo il disagio che può sperimentare e quanto sia impattante sulla sua vita quotidiana. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stessa utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stessa utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL
Buonasera Marcello,
grazie per aver condiviso in modo così aperto il tuo vissuto emotivo e relazionale.
Da quanto scrivi emerge una visione molto chiara e strutturata del concetto di relazione: un’idea di reciprocità autentica, esclusività emotiva e un desiderio di “remare insieme”, verso una direzione condivisa e priva di ambiguità. Questo approccio denota una profonda consapevolezza dei tuoi bisogni affettivi e del valore che attribuisci all’impegno reciproco. Non si tratta tanto di gelosia, quanto di una ricerca di coerenza, rispetto e presenza reale da parte dell’altro.
Tuttavia, può accadere che questo bisogno di chiarezza e simmetria relazionale diventi così centrale da rendere difficile tollerare l’ambiguità, l’imprevisto o quelle zone grigie che spesso fanno parte, inevitabilmente, dei rapporti umani. La sensazione di "spegnersi" quando qualcosa turba il senso di esclusività potrebbe indicare una fatica nel regolare le emozioni in presenza di elementi che non si possono pienamente controllare, come l’ingresso di terze persone o il modo in cui l’altro gestisce i propri rapporti.
In questo senso, maturare non significa rinunciare ai propri valori o abbassare i propri standard, ma può voler dire sviluppare strumenti per tollerare meglio il dubbio, l’incertezza e accettare che l’altro non coinciderà mai perfettamente con l’immagine ideale che abbiamo di un legame sicuro e “protetto”.
Alcune domande che potresti porti sono:
Cosa rappresenta per me l'esclusività in una relazione?
Quanto spazio lascio all'altro per essere se stesso, anche se questo talvolta mi disorienta?
Ci sono esperienze passate che mi hanno portato ad avere una soglia di tolleranza così bassa verso situazioni che percepisco come ambigue o “inquinanti”?
Esplorare in profondità questi aspetti con l’aiuto di uno psicoterapeuta può essere molto utile per comprendere meglio il funzionamento delle tue dinamiche relazionali e sviluppare modalità nuove e più funzionali per vivere le relazioni senza rinunciare ai tuoi bisogni più autentici.
Sarebbe utile e consigliato per approfondire questi vissuti rivolgersi ad uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
grazie per aver condiviso in modo così aperto il tuo vissuto emotivo e relazionale.
Da quanto scrivi emerge una visione molto chiara e strutturata del concetto di relazione: un’idea di reciprocità autentica, esclusività emotiva e un desiderio di “remare insieme”, verso una direzione condivisa e priva di ambiguità. Questo approccio denota una profonda consapevolezza dei tuoi bisogni affettivi e del valore che attribuisci all’impegno reciproco. Non si tratta tanto di gelosia, quanto di una ricerca di coerenza, rispetto e presenza reale da parte dell’altro.
Tuttavia, può accadere che questo bisogno di chiarezza e simmetria relazionale diventi così centrale da rendere difficile tollerare l’ambiguità, l’imprevisto o quelle zone grigie che spesso fanno parte, inevitabilmente, dei rapporti umani. La sensazione di "spegnersi" quando qualcosa turba il senso di esclusività potrebbe indicare una fatica nel regolare le emozioni in presenza di elementi che non si possono pienamente controllare, come l’ingresso di terze persone o il modo in cui l’altro gestisce i propri rapporti.
In questo senso, maturare non significa rinunciare ai propri valori o abbassare i propri standard, ma può voler dire sviluppare strumenti per tollerare meglio il dubbio, l’incertezza e accettare che l’altro non coinciderà mai perfettamente con l’immagine ideale che abbiamo di un legame sicuro e “protetto”.
Alcune domande che potresti porti sono:
Cosa rappresenta per me l'esclusività in una relazione?
Quanto spazio lascio all'altro per essere se stesso, anche se questo talvolta mi disorienta?
Ci sono esperienze passate che mi hanno portato ad avere una soglia di tolleranza così bassa verso situazioni che percepisco come ambigue o “inquinanti”?
Esplorare in profondità questi aspetti con l’aiuto di uno psicoterapeuta può essere molto utile per comprendere meglio il funzionamento delle tue dinamiche relazionali e sviluppare modalità nuove e più funzionali per vivere le relazioni senza rinunciare ai tuoi bisogni più autentici.
Sarebbe utile e consigliato per approfondire questi vissuti rivolgersi ad uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera Marcello, la ringrazio per la profondità e la chiarezza con cui ha descritto la sua esperienza. Le sue parole comunicano un desiderio autentico di costruire relazioni significative, basate sulla reciprocità, sulla chiarezza e su un senso condiviso di direzione. Questo è un bisogno umano fondamentale e sano: desiderare di sentire che un legame è uno spazio sicuro, in cui entrambe le persone coinvolte si riconoscono e si scelgono, con autenticità. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, ciò che racconta può essere letto come l’espressione di un bisogno di coerenza, di allineamento tra pensiero, emozione e azione nei legami importanti. Lei descrive una soglia interiore molto precisa, che scatta quando percepisce che “lo spazio si inquina”, quando cioè le dinamiche tra lei e l’altra persona iniziano a includere elementi che la fanno sentire marginale, o che mettono in discussione quel “patto implicito” di esclusività e riconoscimento reciproco che per lei ha un grande valore. In questi momenti, il suo sistema emotivo reagisce con un ritiro immediato e profondo, quasi come se per proteggersi dovesse spegnere tutto ciò che prima era fonte di stimolo e di interesse. Questa reazione, così netta e automatica, potrebbe però essere influenzata da alcune convinzioni interne, magari radicate in esperienze passate, in cui ha sperimentato quanto possa essere doloroso rimanere in un legame che non rispecchia i suoi bisogni profondi. In terapia lavoreremmo proprio su questi schemi, su quelle che chiamiamo “regole personali” che guidano i comportamenti relazionali, spesso in modo rigido. Per esempio, la convinzione che “se una persona lascia entrare altri nel proprio spazio, allora non mi sceglie veramente” può diventare una lente attraverso cui leggere ogni piccolo segnale. Questo può portare a reazioni molto intense anche di fronte a situazioni che, con un lavoro di consapevolezza, potrebbero essere vissute con maggiore flessibilità. Non si tratta di negare o disconfermare il suo bisogno di esclusività nei rapporti profondi, ma di chiederci insieme se c'è margine per accogliere anche l’ambiguità, l’imprevedibilità dell’altro, senza che questo implichi una minaccia immediata al valore del legame. Potrebbe essere utile lavorare sull’abilità di tollerare l’incertezza e su come gestire quei momenti in cui qualcosa o qualcuno le genera un senso di disturbo o di “intrusione”. Spesso ciò che ci disturba è legato a ciò che attribuiamo a quella situazione più che alla situazione in sé. Un altro aspetto su cui potrebbe riflettere è la difficoltà che incontra nel restare in contatto con il proprio interesse anche quando si affaccia un dubbio. La perdita totale di stimolo, il “blocco interiore” che descrive, può essere letto come un meccanismo di difesa: interrompere subito l’investimento emotivo per non esporsi al rischio di rimanere deluso o non ricambiato. Questo è comprensibile, e va accolto con rispetto, ma a lungo andare può portare a evitare proprio quei legami profondi e autentici che desidera. Ciò che lei vive non è un problema di “gelosia”, come lei stesso ha chiarito con lucidità, ma una richiesta di reciprocità limpida. Il punto chiave, dal mio punto di vista, è lavorare su come rimanere aperto e coinvolto anche quando si presentano elementi di ambiguità, senza rinunciare alla propria dignità né spegnere subito il proprio sentire. Spesso la maturità relazionale non nasce dal trovare persone perfettamente allineate a noi in ogni momento, ma dalla capacità di attraversare insieme le dissonanze, comunicando bisogni e confini in modo chiaro ma anche flessibile. Lei ha già fatto un passo importante, che è quello di parlarne con la persona coinvolta e cercare un confronto. Questo è un ottimo punto di partenza. Ora, il lavoro interiore potrebbe essere rivolto a osservare come alcuni automatismi la portino a chiudere anziché esplorare, e come sarebbe invece rimanere in contatto con i propri bisogni senza lasciare che diventino barriere. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Caro Marcello,
il modo in cui descrivi le tue relazioni rivela una sensibilità autentica e un forte bisogno di reciprocità, coerenza e rispetto emotivo. È comprensibile e sano desiderare rapporti in cui ci si senta visti, scelti e valorizzati senza dover continuamente lottare per mantenere l’equilibrio.
Tuttavia, quello che chiami “esclusività” nei rapporti più profondi potrebbe anche riflettere un bisogno di controllo o un’intolleranza all’ambiguità relazionale. Quando una minima variazione – come un'interazione innocua con un’altra persona – spegne completamente il tuo interesse, è possibile che si attivi in te un meccanismo difensivo: ti proteggi preventivamente da un possibile rifiuto o da una delusione, tagliando prima ancora di vedere dove potrebbe evolvere la relazione.
Potrebbe essere utile esplorare cosa rappresenta per te “l’intralcio” esterno: è davvero una minaccia al legame, o è il riattivarsi di un senso di insicurezza che ti fa sentire sostituibile o non abbastanza?
L’intimità, nei rapporti autentici, comporta anche tollerare un certo margine di incertezza e imperfezione. Forse il passo da compiere non è lottare per ciò che dovrebbe venire naturale, ma accettare che anche le relazioni più vere hanno angoli spigolosi e momenti non lineari, senza per questo perdere di valore.
Un lavoro personale su questi aspetti potrebbe aiutarti a vivere le connessioni in modo più fluido, senza sentire di dover sempre scegliere tra “tutto o niente”.
Un caro saluto.
il modo in cui descrivi le tue relazioni rivela una sensibilità autentica e un forte bisogno di reciprocità, coerenza e rispetto emotivo. È comprensibile e sano desiderare rapporti in cui ci si senta visti, scelti e valorizzati senza dover continuamente lottare per mantenere l’equilibrio.
Tuttavia, quello che chiami “esclusività” nei rapporti più profondi potrebbe anche riflettere un bisogno di controllo o un’intolleranza all’ambiguità relazionale. Quando una minima variazione – come un'interazione innocua con un’altra persona – spegne completamente il tuo interesse, è possibile che si attivi in te un meccanismo difensivo: ti proteggi preventivamente da un possibile rifiuto o da una delusione, tagliando prima ancora di vedere dove potrebbe evolvere la relazione.
Potrebbe essere utile esplorare cosa rappresenta per te “l’intralcio” esterno: è davvero una minaccia al legame, o è il riattivarsi di un senso di insicurezza che ti fa sentire sostituibile o non abbastanza?
L’intimità, nei rapporti autentici, comporta anche tollerare un certo margine di incertezza e imperfezione. Forse il passo da compiere non è lottare per ciò che dovrebbe venire naturale, ma accettare che anche le relazioni più vere hanno angoli spigolosi e momenti non lineari, senza per questo perdere di valore.
Un lavoro personale su questi aspetti potrebbe aiutarti a vivere le connessioni in modo più fluido, senza sentire di dover sempre scegliere tra “tutto o niente”.
Un caro saluto.
Buonasera Marcello, leggo nelle sue parole una cura profonda per ciò che lei condivide con l’altro, una sorta di investimento esistenziale che non pare mai essere mosso dalla leggerezza dell’occasione, ma piuttosto da un desiderio di autenticità e reciprocità che lei stesso cerca di onorare in ogni legame che considera significativo, eppure proprio in questa sincerità si avverte anche una certa fatica, quasi come se il suo modo di stare nella relazione lo esponesse facilmente a sentirsi spostato, escluso, talvolta deluso da movimenti dell’altro che, pur non essendo direttamente offensivi, sembrano infrangere quell’idea di intesa esclusiva che lei auspica, viene da chiedersi cosa significhi per lei che lo spazio relazionale sia “inquinato” e da dove provenga questa sua sensibilità per ciò che si introduce tra lei e l’altro come qualcosa di estraneo o disturbante, non si tratta, come lei stesso precisa, di gelosia in senso stretto, ma forse dell’eco di una domanda più intima legata alla certezza di essere scelto, riconosciuto, privilegiato non tanto in termini di possesso ma di presenza, di essere percepito come centrale nel campo dell’altro, e quando questa centralità vacilla, anche solo per una risata o un’interazione ambigua, è come se si rompesse qualcosa che rende difficile proseguire, ed è significativo che lei parli di “perdere gli stimoli” e di “spegnersi”, quasi che il desiderio, quando si intorbidisce il patto tacito che lei percepisce all’inizio del legame, non trovi più alimento, e allora viene da domandarsi se questo patto, che lei immagina come naturale, automatico, sia davvero tale per entrambi o se non sia piuttosto un ideale molto personale, che forse nasce da una sua esigenza di chiarezza, di simmetria, di protezione dalla delusione, lei dice che non ha piacere a dover lottare, eppure si trova spesso nella posizione di chi si ritira per non entrare in competizione, come se affermare il proprio desiderio significasse doverlo difendere con la forza, ma chi le ha fatto credere che amare voglia dire combattere o che per essere voluti si debba restare gli unici, forse potrebbe provare a interrogarsi su cosa rappresenta per lei l’esclusività e cosa la minaccia realmente, non tanto fuori, ma dentro, nell’immaginario che lei costruisce a partire dai segnali che l’altro le restituisce, c’è sempre un elemento di enigma nel desiderio altrui, e quando cerchiamo troppe rassicurazioni rischiamo di soffocare proprio quel mistero che ci attira, può darsi che un piccolo spostamento, non nei suoi valori ma nella modalità con cui li comunica e li vive, possa aiutarla a tollerare maggiormente l’incertezza che ogni relazione porta con sé, chiedersi non tanto cosa l’altro dovrebbe fare per non spegnerla, ma cosa accade in lei quando sente che il proprio posto non è più così certo, e se quella chiusura interiore non sia un modo di proteggersi ma anche, forse, un’occasione mancata di farsi conoscere più profondamente, magari considerare l’idea di esplorare questi vissuti in un percorso dedicato potrebbe offrirle uno spazio in cui dare voce con più agio a questo nodo affettivo che si ripresenta, non per cambiarlo, ma per comprenderlo meglio, a partire dal suo significato più intimo.
Buonasera, molto probabilmente potresti avere occasione in futuro, in un eventuale percorso, di capire molte cose di te che ti fanno agire in un certo modo. Potremmo partire dal fare una semplice considerazione: se agisci in una determinata maniera è perché pensi che quel modo ti sia funzionale, e se lo reputi tale, molto probabilmente è per te "necessario".
Ora non è detto che questa condizione di necessità sia effettivamente utile a farti stare bene, ma forse è l'unico modo che conosci al momento e che riesci a "tollerare".
A cosa ti sia necessaria, e se ti sia utile effettivamente cambiare rotta, potresti capirlo in seduta, ma sicuramente non è una di quelle cose con cui si viene a patti in poco tempo, d'altronde la crescita personale dura un'intera vita.
Spero di averti dato qualche spunto di riflessione utile!
Ora non è detto che questa condizione di necessità sia effettivamente utile a farti stare bene, ma forse è l'unico modo che conosci al momento e che riesci a "tollerare".
A cosa ti sia necessaria, e se ti sia utile effettivamente cambiare rotta, potresti capirlo in seduta, ma sicuramente non è una di quelle cose con cui si viene a patti in poco tempo, d'altronde la crescita personale dura un'intera vita.
Spero di averti dato qualche spunto di riflessione utile!
Ciao Marcello, comprendo perfettamente il tuo punto di vista e la tua profonda delusione. La tua esigenza di chiarezza, esclusività e allineamento nei rapporti significativi è molto chiara e non c'è nulla di sbagliato nel desiderare un legame basato su questi principi. La tua filosofia del "due che remano nella stessa direzione" è un desiderio legittimo di un rapporto autentico e non inquinato.
Il tuo approccio, che definisci equilibrato, cerca di preservare la purezza e il benessere di un legame. È un modo per proteggere la tua energia e il tuo tempo, evitando dinamiche che senti come una lotta, anziché un fluire naturale. È normale sentirsi frustrati e delusi quando le aspettative di allineamento e dedizione reciproca non vengono soddisfatte, specialmente dopo aver investito emotivamente. Il tuo "blocco interiore" e la perdita di interesse non sono una debolezza, ma un meccanismo di difesa per evitare di investire in qualcosa che percepisci come non pienamente ricambiato o potenzialmente dannoso per il tuo benessere.
La chiave del tuo problema sembra risiedere nella gestione delle aspettative e nella comunicazione delle tue esigenze. Sebbene tu abbia provato a parlare con la ragazza, la tua reazione al suo interagire con altri suggerisce che le rassicurazioni verbali, da sole, potrebbero non essere sufficienti a placare le tue preoccupazioni. Il tuo bisogno di un interesse "reale e concreto" va oltre le parole e si manifesta nel desiderio di vedere un comportamento coerente con le tue aspettative di esclusività.
Forse, anziché interpretare certi comportamenti come una minaccia immediata o una mancanza di interesse, potresti provare a esplorare più a fondo le motivazioni dietro le azioni altrui. Non significa abbassare i tuoi standard, ma capire se c'è un'incomprensione di fondo. La persona che frequenti potrebbe non interpretare le interazioni con altri allo stesso modo in cui le interpreti tu. Per lei, un sorriso o una conversazione innocua potrebbero non significare una mancanza di interesse nei tuoi confronti, ma una semplice socialità.
Per aiutarti a maturare in questo senso, potresti concentrarti su due aspetti. Il primo è quello di comunicare le tue esigenze in modo ancora più esplicito e non negoziabile all'inizio di un rapporto significativo, se senti che l'esclusività è un prerequisito fondamentale per te. Non si tratta di dettare regole, ma di stabilire i tuoi confini e di essere trasparente su ciò che cerchi. Il secondo aspetto è di lavorare sulla tua resilienza emotiva di fronte a situazioni che non rispecchiano immediatamente le tue aspettative. Questo non significa accettare ciò che non ti va bene, ma piuttosto imparare a gestire la delusione senza che essa ti porti a chiudere immediatamente le porte. Potrebbe essere utile distinguere tra un reale disinteresse e una semplice differenza nel modo di concepire le interazioni sociali o i tempi di un rapporto.
Ricorda che la tua ricerca di un rapporto autentico e allineato è valida. Continuare a proteggere il tuo spazio di benessere è un atto di auto-rispetto.
Il tuo approccio, che definisci equilibrato, cerca di preservare la purezza e il benessere di un legame. È un modo per proteggere la tua energia e il tuo tempo, evitando dinamiche che senti come una lotta, anziché un fluire naturale. È normale sentirsi frustrati e delusi quando le aspettative di allineamento e dedizione reciproca non vengono soddisfatte, specialmente dopo aver investito emotivamente. Il tuo "blocco interiore" e la perdita di interesse non sono una debolezza, ma un meccanismo di difesa per evitare di investire in qualcosa che percepisci come non pienamente ricambiato o potenzialmente dannoso per il tuo benessere.
La chiave del tuo problema sembra risiedere nella gestione delle aspettative e nella comunicazione delle tue esigenze. Sebbene tu abbia provato a parlare con la ragazza, la tua reazione al suo interagire con altri suggerisce che le rassicurazioni verbali, da sole, potrebbero non essere sufficienti a placare le tue preoccupazioni. Il tuo bisogno di un interesse "reale e concreto" va oltre le parole e si manifesta nel desiderio di vedere un comportamento coerente con le tue aspettative di esclusività.
Forse, anziché interpretare certi comportamenti come una minaccia immediata o una mancanza di interesse, potresti provare a esplorare più a fondo le motivazioni dietro le azioni altrui. Non significa abbassare i tuoi standard, ma capire se c'è un'incomprensione di fondo. La persona che frequenti potrebbe non interpretare le interazioni con altri allo stesso modo in cui le interpreti tu. Per lei, un sorriso o una conversazione innocua potrebbero non significare una mancanza di interesse nei tuoi confronti, ma una semplice socialità.
Per aiutarti a maturare in questo senso, potresti concentrarti su due aspetti. Il primo è quello di comunicare le tue esigenze in modo ancora più esplicito e non negoziabile all'inizio di un rapporto significativo, se senti che l'esclusività è un prerequisito fondamentale per te. Non si tratta di dettare regole, ma di stabilire i tuoi confini e di essere trasparente su ciò che cerchi. Il secondo aspetto è di lavorare sulla tua resilienza emotiva di fronte a situazioni che non rispecchiano immediatamente le tue aspettative. Questo non significa accettare ciò che non ti va bene, ma piuttosto imparare a gestire la delusione senza che essa ti porti a chiudere immediatamente le porte. Potrebbe essere utile distinguere tra un reale disinteresse e una semplice differenza nel modo di concepire le interazioni sociali o i tempi di un rapporto.
Ricorda che la tua ricerca di un rapporto autentico e allineato è valida. Continuare a proteggere il tuo spazio di benessere è un atto di auto-rispetto.
Buongiorno gentile Marcello, la riflessione che condivide è ricca e sincera, e mostra una forte consapevolezza di sé e dei propri bisogni relazionali. È evidente che lei attribuisca grande valore alla reciprocità, alla chiarezza e al rispetto degli spazi emotivi condivisi, aspetti fondamentali per qualsiasi relazione profonda e autentica. Tuttavia, ciò che sembra emergere in modo altrettanto forte è un vissuto di delusione ricorrente, come se l’aspettativa di una connessione esclusiva e pienamente corrisposta finisse, con una certa frequenza, per scontrarsi con la realtà dell’altro.
Questo può accadere quando si tende a costruire relazioni sulla base di un’intesa ideale, desiderando fortemente che l’altro aderisca a un patto implicito di coerenza, esclusività emotiva e trasparenza. È un desiderio comprensibile, specie se si è persone sensibili, autentiche e attente al valore della relazione. Tuttavia, la realtà interpersonale è spesso più sfumata: le persone possono avere modi diversi di relazionarsi, di sentire il coinvolgimento, e anche di comunicare l’interesse. L’introduzione di terzi, anche in maniera apparentemente innocua, può non rappresentare necessariamente una minaccia o una mancanza di rispetto, ma può essere letta così da chi, come lei, ha un bisogno profondo di coerenza e riconoscimento stabile.
Il punto critico potrebbe stare proprio nel passaggio tra il disorientamento che deriva da una situazione ambigua e la decisione netta di chiudere. Lei parla di un “blocco interiore”, di una perdita improvvisa di interesse che porta al distacco. È come se, per tutelare sé stesso, chiudesse rapidamente la porta per non restare nel dubbio o nella frustrazione. Questo atteggiamento, seppur protettivo, rischia di farle perdere occasioni di relazione significativa, magari solo per l’incapacità dell’altro di rispondere subito nel modo esatto che lei desidera o si aspetta.
Forse potrebbe essere utile interrogarsi su quanto spazio è disposto a concedere alla vulnerabilità relazionale, a quella zona di incertezza che inevitabilmente si crea ogni volta che ci si apre davvero a un altro. Maturare, in questo senso, non significa rinunciare alla propria autenticità o sopportare situazioni che non si sentono giuste, ma piuttosto imparare a stare un po’ di più nell’ambivalenza, senza concludere troppo in fretta che l’altro non è dalla sua parte. Significa anche esplorare con maggiore profondità le sue emozioni prima di agire, per distinguere ciò che è davvero un segnale di incompatibilità da ciò che può essere un’ansia di abbandono, un timore di non essere pienamente riconosciuto, o una forma di controllo emotivo che si manifesta attraverso la richiesta implicita: “o sei tutto con me, o per me è finita”.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a dare forma più chiara a questi nodi, lavorando su come restare in connessione anche quando le dinamiche relazionali si fanno complesse, senza che questo implichi necessariamente la perdita di sé o della propria integrità. È una strada di consapevolezza che può portare non solo a relazioni più soddisfacenti, ma anche a una maggiore flessibilità emotiva e fiducia in sé e negli altri.
Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
Dott. Luca Vocino
Questo può accadere quando si tende a costruire relazioni sulla base di un’intesa ideale, desiderando fortemente che l’altro aderisca a un patto implicito di coerenza, esclusività emotiva e trasparenza. È un desiderio comprensibile, specie se si è persone sensibili, autentiche e attente al valore della relazione. Tuttavia, la realtà interpersonale è spesso più sfumata: le persone possono avere modi diversi di relazionarsi, di sentire il coinvolgimento, e anche di comunicare l’interesse. L’introduzione di terzi, anche in maniera apparentemente innocua, può non rappresentare necessariamente una minaccia o una mancanza di rispetto, ma può essere letta così da chi, come lei, ha un bisogno profondo di coerenza e riconoscimento stabile.
Il punto critico potrebbe stare proprio nel passaggio tra il disorientamento che deriva da una situazione ambigua e la decisione netta di chiudere. Lei parla di un “blocco interiore”, di una perdita improvvisa di interesse che porta al distacco. È come se, per tutelare sé stesso, chiudesse rapidamente la porta per non restare nel dubbio o nella frustrazione. Questo atteggiamento, seppur protettivo, rischia di farle perdere occasioni di relazione significativa, magari solo per l’incapacità dell’altro di rispondere subito nel modo esatto che lei desidera o si aspetta.
Forse potrebbe essere utile interrogarsi su quanto spazio è disposto a concedere alla vulnerabilità relazionale, a quella zona di incertezza che inevitabilmente si crea ogni volta che ci si apre davvero a un altro. Maturare, in questo senso, non significa rinunciare alla propria autenticità o sopportare situazioni che non si sentono giuste, ma piuttosto imparare a stare un po’ di più nell’ambivalenza, senza concludere troppo in fretta che l’altro non è dalla sua parte. Significa anche esplorare con maggiore profondità le sue emozioni prima di agire, per distinguere ciò che è davvero un segnale di incompatibilità da ciò che può essere un’ansia di abbandono, un timore di non essere pienamente riconosciuto, o una forma di controllo emotivo che si manifesta attraverso la richiesta implicita: “o sei tutto con me, o per me è finita”.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a dare forma più chiara a questi nodi, lavorando su come restare in connessione anche quando le dinamiche relazionali si fanno complesse, senza che questo implichi necessariamente la perdita di sé o della propria integrità. È una strada di consapevolezza che può portare non solo a relazioni più soddisfacenti, ma anche a una maggiore flessibilità emotiva e fiducia in sé e negli altri.
Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
Dott. Luca Vocino
Gentile utente,
grazie per aver condiviso con tanta autenticità un pezzo così personale del tuo modo di vivere le relazioni. Quello che descrivi è un equilibrio sottile tra desiderio di reciprocità autentica e rispetto per sé stesso, che si scontra però, a volte, con le dinamiche imprevedibili e più fluide delle relazioni umane.
Il tuo modo di concepire i rapporti è basato su reciprocità, coerenza, e pulizia emotiva. Questo è un valore grande. Tuttavia, a volte potresti rischiare di irrigidire troppo questo schema, lasciando poco spazio all’ambiguità normale e fisiologica che accompagna le relazioni, soprattutto all’inizio. Le persone possono ancora esplorare, ridere, lasciarsi incuriosire da qualcuno senza per forza tradire o disinvestire da ciò che stanno vivendo con te.
Prova a tollerare un certo grado di incertezza. Non tutto ciò che è "fuori rotta" è necessariamente una minaccia. Spesso non è nemmeno una deviazione, ma un’esplorazione innocua che può perfino rafforzare il legame se viene gestita con intelligenza emotiva.
Quando qualcosa “stona” nei comportamenti dell’altra persona, tendi a spegnerti, come se l’unica opzione fosse uscire per proteggerti. Questo meccanismo è onesto, ma a volte agisce prima che tu abbia realmente capito se quella persona voleva davvero farti spazio oppure no. Spesso vale la pena rimanere un po’ più a lungo in quella zona di ambiguità. Non per subire, ma per conoscere meglio, anche te stesso.
A volte, lasciare che la storia si scriva da sola — anche con qualche pagina storta — può riservarti sorprese più ricche di quelle pianificate.
Spero di esserti stato d'aiuto. Resto a disposizione. Ti ringrazio per la condivisione. Un caro saluto.
Dott. Stefano Recchia
grazie per aver condiviso con tanta autenticità un pezzo così personale del tuo modo di vivere le relazioni. Quello che descrivi è un equilibrio sottile tra desiderio di reciprocità autentica e rispetto per sé stesso, che si scontra però, a volte, con le dinamiche imprevedibili e più fluide delle relazioni umane.
Il tuo modo di concepire i rapporti è basato su reciprocità, coerenza, e pulizia emotiva. Questo è un valore grande. Tuttavia, a volte potresti rischiare di irrigidire troppo questo schema, lasciando poco spazio all’ambiguità normale e fisiologica che accompagna le relazioni, soprattutto all’inizio. Le persone possono ancora esplorare, ridere, lasciarsi incuriosire da qualcuno senza per forza tradire o disinvestire da ciò che stanno vivendo con te.
Prova a tollerare un certo grado di incertezza. Non tutto ciò che è "fuori rotta" è necessariamente una minaccia. Spesso non è nemmeno una deviazione, ma un’esplorazione innocua che può perfino rafforzare il legame se viene gestita con intelligenza emotiva.
Quando qualcosa “stona” nei comportamenti dell’altra persona, tendi a spegnerti, come se l’unica opzione fosse uscire per proteggerti. Questo meccanismo è onesto, ma a volte agisce prima che tu abbia realmente capito se quella persona voleva davvero farti spazio oppure no. Spesso vale la pena rimanere un po’ più a lungo in quella zona di ambiguità. Non per subire, ma per conoscere meglio, anche te stesso.
A volte, lasciare che la storia si scriva da sola — anche con qualche pagina storta — può riservarti sorprese più ricche di quelle pianificate.
Spero di esserti stato d'aiuto. Resto a disposizione. Ti ringrazio per la condivisione. Un caro saluto.
Dott. Stefano Recchia
Gentile Marcello,
grazie per aver condiviso con tanta sincerità il suo modo di vivere i rapporti e le sue riflessioni su questo tema così importante. Da quello che scrive, emerge chiaramente quanto lei tenga al rispetto, alla trasparenza e alla reciprocità, elementi fondamentali per costruire legami significativi e duraturi.
Il suo desiderio di un “patto” basato su un interesse genuino e condiviso è assolutamente legittimo, così come la sua difficoltà a mantenere viva una relazione quando percepisce che lo spazio che le viene dedicato si “inquina” o si frammenta con l’ingresso di terze persone che le creano disagio.
È importante, però, ricordare che ogni persona ha il proprio modo di vivere le relazioni, che può includere una diversa gestione degli spazi sociali e affettivi, senza necessariamente voler ledere o sminuire il legame con lei. Questo può essere fonte di conflitto interno, soprattutto se sente che i suoi bisogni di esclusività o di coerenza non vengono pienamente rispettati.
Un possibile passo verso una maggiore serenità potrebbe essere lavorare sull’accettazione di ciò che non può controllare: non può decidere per gli altri, ma può scegliere come reagire e cosa è disposto a mettere in campo per tutelare il suo benessere emotivo.
In questo senso, potrebbe essere utile riflettere su quali sono per lei i confini essenziali e non negoziabili, e quali invece possono essere più flessibili, senza sentirsi in dovere di “lottare” o “mollare la presa” a ogni difficoltà.
Se le fa piacere, un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla ad esplorare questi temi più a fondo, a capire le radici di queste dinamiche e a costruire strategie per vivere le sue relazioni in modo più sereno e consapevole.
Resto a disposizione se vuole approfondire.
Un caro saluto,
Dott.ssa Farese Lucrezia
grazie per aver condiviso con tanta sincerità il suo modo di vivere i rapporti e le sue riflessioni su questo tema così importante. Da quello che scrive, emerge chiaramente quanto lei tenga al rispetto, alla trasparenza e alla reciprocità, elementi fondamentali per costruire legami significativi e duraturi.
Il suo desiderio di un “patto” basato su un interesse genuino e condiviso è assolutamente legittimo, così come la sua difficoltà a mantenere viva una relazione quando percepisce che lo spazio che le viene dedicato si “inquina” o si frammenta con l’ingresso di terze persone che le creano disagio.
È importante, però, ricordare che ogni persona ha il proprio modo di vivere le relazioni, che può includere una diversa gestione degli spazi sociali e affettivi, senza necessariamente voler ledere o sminuire il legame con lei. Questo può essere fonte di conflitto interno, soprattutto se sente che i suoi bisogni di esclusività o di coerenza non vengono pienamente rispettati.
Un possibile passo verso una maggiore serenità potrebbe essere lavorare sull’accettazione di ciò che non può controllare: non può decidere per gli altri, ma può scegliere come reagire e cosa è disposto a mettere in campo per tutelare il suo benessere emotivo.
In questo senso, potrebbe essere utile riflettere su quali sono per lei i confini essenziali e non negoziabili, e quali invece possono essere più flessibili, senza sentirsi in dovere di “lottare” o “mollare la presa” a ogni difficoltà.
Se le fa piacere, un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla ad esplorare questi temi più a fondo, a capire le radici di queste dinamiche e a costruire strategie per vivere le sue relazioni in modo più sereno e consapevole.
Resto a disposizione se vuole approfondire.
Un caro saluto,
Dott.ssa Farese Lucrezia
Buonasera Marcello,
grazie per aver condiviso con tanta chiarezza e sincerità un pensiero che tocca un aspetto molto profondo delle relazioni: il desiderio di reciprocità autentica, di sintonia, di uno “spazio pulito” in cui sentirsi scelti e non in competizione.
Quello che descrive non è affatto un atteggiamento sbagliato: si tratta di una visione delle relazioni in cui il rispetto, la coerenza e la direzione comune sono elementi fondamentali. È evidente che lei investe emotivamente nei rapporti solo quando percepisce un’intesa chiara e un interesse autentico. E questo non è un difetto: è una forma di tutela, un modo per proteggere il proprio coinvolgimento, forse anche per evitare il rischio di essere deluso o messo in secondo piano.
Allo stesso tempo, si nota come in queste dinamiche possa scattare dentro di lei una sorta di freno automatico, quasi un "meccanismo di difesa" che, nel momento in cui avverte qualcosa che intacca quell’equilibrio desiderato, porta alla chiusura, al disinvestimento emotivo, e infine all’allontanamento. Anche questo è comprensibile, ma può diventare limitante se la soglia di “inquinamento” dello spazio relazionale è così sensibile da portarla spesso ad abbandonare rapporti che, con un confronto più ampio, avrebbero forse potuto trovare un nuovo assetto.
Un punto su cui potrebbe riflettere, se lo desidera, è questo: quando nasce quel bisogno così forte di esclusività o di "remare esattamente nella stessa direzione", quanto spazio resta all’imperfezione, alla diversità di ritmi o reazioni, all’ambivalenza naturale che può attraversare ogni relazione umana?
Le relazioni profonde raramente sono lineari, e spesso richiedono una certa dose di tolleranza all’ambiguità, alla presenza di altri (che non sempre sono una minaccia), alla possibilità che anche chi ci apprezza abbia bisogno di confrontarsi con dinamiche esterne. A volte, ciò che ci spegne non è solo la delusione verso l’altro, ma anche la rigidità del modello relazionale che abbiamo interiorizzato come “giusto”.
Questa sua lucidità è un punto di forza: potrà accompagnarla in un percorso di maturazione affettiva, che non significa rinunciare ai propri valori, ma riconoscere quando una richiesta di reciprocità diventa troppo rigida o idealizzata, rischiando di ostacolare proprio ciò che si desidera di più.
Un confronto con un professionista potrebbe aiutarla a esplorare queste dinamiche più a fondo, per comprendere meglio cosa scatta dentro di lei in quei momenti di distacco, e come trasformare quella chiusura in una possibilità di comunicazione più ampia.
Un caro saluto
grazie per aver condiviso con tanta chiarezza e sincerità un pensiero che tocca un aspetto molto profondo delle relazioni: il desiderio di reciprocità autentica, di sintonia, di uno “spazio pulito” in cui sentirsi scelti e non in competizione.
Quello che descrive non è affatto un atteggiamento sbagliato: si tratta di una visione delle relazioni in cui il rispetto, la coerenza e la direzione comune sono elementi fondamentali. È evidente che lei investe emotivamente nei rapporti solo quando percepisce un’intesa chiara e un interesse autentico. E questo non è un difetto: è una forma di tutela, un modo per proteggere il proprio coinvolgimento, forse anche per evitare il rischio di essere deluso o messo in secondo piano.
Allo stesso tempo, si nota come in queste dinamiche possa scattare dentro di lei una sorta di freno automatico, quasi un "meccanismo di difesa" che, nel momento in cui avverte qualcosa che intacca quell’equilibrio desiderato, porta alla chiusura, al disinvestimento emotivo, e infine all’allontanamento. Anche questo è comprensibile, ma può diventare limitante se la soglia di “inquinamento” dello spazio relazionale è così sensibile da portarla spesso ad abbandonare rapporti che, con un confronto più ampio, avrebbero forse potuto trovare un nuovo assetto.
Un punto su cui potrebbe riflettere, se lo desidera, è questo: quando nasce quel bisogno così forte di esclusività o di "remare esattamente nella stessa direzione", quanto spazio resta all’imperfezione, alla diversità di ritmi o reazioni, all’ambivalenza naturale che può attraversare ogni relazione umana?
Le relazioni profonde raramente sono lineari, e spesso richiedono una certa dose di tolleranza all’ambiguità, alla presenza di altri (che non sempre sono una minaccia), alla possibilità che anche chi ci apprezza abbia bisogno di confrontarsi con dinamiche esterne. A volte, ciò che ci spegne non è solo la delusione verso l’altro, ma anche la rigidità del modello relazionale che abbiamo interiorizzato come “giusto”.
Questa sua lucidità è un punto di forza: potrà accompagnarla in un percorso di maturazione affettiva, che non significa rinunciare ai propri valori, ma riconoscere quando una richiesta di reciprocità diventa troppo rigida o idealizzata, rischiando di ostacolare proprio ciò che si desidera di più.
Un confronto con un professionista potrebbe aiutarla a esplorare queste dinamiche più a fondo, per comprendere meglio cosa scatta dentro di lei in quei momenti di distacco, e come trasformare quella chiusura in una possibilità di comunicazione più ampia.
Un caro saluto
Ciao Marcello, ti ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e sincerità il tuo vissuto. Dalle tue parole emerge un forte senso di autenticità nei legami e un desiderio profondo di reciprocità pulita, fatta di presenza sincera e coerenza emotiva. È una modalità di relazione che parte da una base sana e consapevole, ma che – come tu stesso intuisci – può diventare fonte di sofferenza quando si scontra con le dinamiche complesse e spesso ambigue degli altri.
La tua sensibilità ai cambiamenti nel comportamento altrui e la tua esigenza di proteggere quello “spazio relazionale” che vivi come sacro sono assolutamente legittime. Allo stesso tempo, può essere utile interrogarsi su quanto questo bisogno di esclusività o di “non contaminazione” possa talvolta diventare una modalità difensiva, che ti protegge dal rischio di sentirti messo da parte o poco considerato, ma che rischia anche di chiudere troppo presto relazioni che magari avevano ancora qualcosa da dare o da chiarire.
Non si tratta di cambiare natura, ma di capire insieme dove nasce questa sensibilità, che funzioni ha avuto nella tua storia, e come puoi trasformarla in una risorsa che non ti impedisca però di restare aperto anche nei momenti di incertezza o imperfezione dell’altro.
Se senti che queste dinamiche si ripetono e ti fanno soffrire, possiamo esplorarle più a fondo in un percorso psicologico dedicato. Ti invito a contattarmi: sarà un piacere accoglierti e lavorare insieme su questi aspetti, con rispetto e cura per ciò che sei.
La tua sensibilità ai cambiamenti nel comportamento altrui e la tua esigenza di proteggere quello “spazio relazionale” che vivi come sacro sono assolutamente legittime. Allo stesso tempo, può essere utile interrogarsi su quanto questo bisogno di esclusività o di “non contaminazione” possa talvolta diventare una modalità difensiva, che ti protegge dal rischio di sentirti messo da parte o poco considerato, ma che rischia anche di chiudere troppo presto relazioni che magari avevano ancora qualcosa da dare o da chiarire.
Non si tratta di cambiare natura, ma di capire insieme dove nasce questa sensibilità, che funzioni ha avuto nella tua storia, e come puoi trasformarla in una risorsa che non ti impedisca però di restare aperto anche nei momenti di incertezza o imperfezione dell’altro.
Se senti che queste dinamiche si ripetono e ti fanno soffrire, possiamo esplorarle più a fondo in un percorso psicologico dedicato. Ti invito a contattarmi: sarà un piacere accoglierti e lavorare insieme su questi aspetti, con rispetto e cura per ciò che sei.
Buonasera Marcello, il tuo approccio riflette un desiderio profondo di reciprocità autentica e coerenza nei legami, con un'alta sensibilità all’armonia relazionale. Tuttavia, l’aspettativa di una sorta di “esclusività implicita” può creare rigidità in contesti affettivi fluidi e in evoluzione. Può essere utile spostare il focus dal bisogno di “garanzie implicite” all’ascolto più tollerante dell’ambiguità iniziale delle relazioni, riconoscendo che l’interesse può coesistere con la leggerezza o la curiosità verso altri. Coltivare la capacità di restare nel dialogo, anche quando emergono elementi disturbanti, può aiutarti a discernere meglio senza chiuderti troppo presto alla possibilità dell’incontro.
Ciao Marcello.
Per la risoluzione di questo malessere personale e relazionale suggerirei sicuramente di parlarne con un professionista psicologo in modo tale da approfondire il discorso, comprendere meglio te stesso e magari lavorare su autostima ,sicurezza personale e comunicazione.
Buone cose , dott. Marziani
Per la risoluzione di questo malessere personale e relazionale suggerirei sicuramente di parlarne con un professionista psicologo in modo tale da approfondire il discorso, comprendere meglio te stesso e magari lavorare su autostima ,sicurezza personale e comunicazione.
Buone cose , dott. Marziani
Salve Marcello,
a mio parere ci sarebbero spunti interessanti su cui riflettere, anche in senso evolutivo per lei, ossia in ottica di cambiamento.
La descrizione mi appare abbastanza chiara e, a mio modesto avviso, bisognerebbe ragionare su cosa rappresenta per lei "la terza parte", come vive il confronto in generale e che idea ha di preciso sull'esclusività e sul rischio di "inquinamento" dei rapporti (termine che ha utilizzato lei e secondo me indicativo).
La ringrazio per aver condiviso la sua esperienza, intanto la saluto.
Dott.ssa L. Fusco
a mio parere ci sarebbero spunti interessanti su cui riflettere, anche in senso evolutivo per lei, ossia in ottica di cambiamento.
La descrizione mi appare abbastanza chiara e, a mio modesto avviso, bisognerebbe ragionare su cosa rappresenta per lei "la terza parte", come vive il confronto in generale e che idea ha di preciso sull'esclusività e sul rischio di "inquinamento" dei rapporti (termine che ha utilizzato lei e secondo me indicativo).
La ringrazio per aver condiviso la sua esperienza, intanto la saluto.
Dott.ssa L. Fusco
Gentile Marcello,
la logica che guida il suo modo di legarsi alle persone è chiara: quando il rapporto è fonte di benessere reciproco, lei investe; quando percepisce la presenza di influenze esterne che “inquinano lo spazio”, decide di allontanarsi. A prima vista questa strategia sembra tutelarla da frustrazioni inutili, ma finisce per produrre distacchi repentini che lasciano amarezza e l’impressione di “concedere il passo agli altri”.
Per orientarsi, torni alla sua scala valoriale. Il valore dominante nella storia che racconta è la lealtà reciproca: desidera sentire che, finché l’interesse è vivo, entrambi “remate nella stessa direzione”, senza interferenze ambigue. È un bisogno legittimo, ma può diventare rigido se si trasforma in regola assoluta: basta un segnale di apertura dell’altro verso il mondo esterno perché scatti il meccanismo di difesa e lei si spenga. In pratica il valore, anziché guidare, finisce per dettare un ultimatum.
Provando a “maturare in tal senso”, potrebbe chiedersi: come posso onorare la lealtà senza chiudere il rapporto alla naturale presenza di terzi? Un primo passo consiste nel distinguere i fatti dalle ipotesi. Nella situazione attuale, la ragazza le ha assicurato che frequenta solo lei; il resto – il ragazzo più giovane, le risate – è un contorno che lei interpreta come minaccia. Se il valore è la trasparenza, allora conta ciò che l’altra afferma e dimostra, non ciò che le nostre supposizioni proiettano.
Un secondo passo è verificare che cosa accade dentro di sé quando compare “l’intruso”: sente forse il timore di non essere abbastanza interessante, la paura di investire e soffrire, oppure la rabbia di vedersi “rimpiazzato”? Dare un nome all’emozione, anziché allontanarsi in blocco, le permette di condividere con l’altra persona un bisogno («ho bisogno di sentirmi scelto, non per esclusione degli altri, ma per ciò che sono») anziché esigere un comportamento (“non voglio che frequenti nessuno”). Così il valore diventa un punto di incontro, non di rottura.
Infine, ricordi che un’intesa profonda resta vitale proprio perché ciascuno mantiene un raggio d’azione autonomo. Chiudere le porte in anticipo per evitare di “lottare” può sembrare prudente, ma rischia di privarla di relazioni che, con un po’ di flessibilità, potrebbero evolvere in modo appagante. Non si tratta di rinunciare ai propri principi, bensì di viverli con elasticità: la lealtà non è esclusività cieca, è scelta consapevole che si rinnova ogni giorno.
La domanda da cui ripartire potrebbe dunque essere: «Che cosa è davvero non negoziabile per me, e che cosa invece posso tollerare se il legame di base resta saldo?» Dare una risposta personale – e comunicarla in modo sereno – la aiuterà a restare presente nel rapporto senza spegnersi al primo segnale di incertezza.
Resto a disposizione qualora desideri approfondire.
Un cordiale saluto.
la logica che guida il suo modo di legarsi alle persone è chiara: quando il rapporto è fonte di benessere reciproco, lei investe; quando percepisce la presenza di influenze esterne che “inquinano lo spazio”, decide di allontanarsi. A prima vista questa strategia sembra tutelarla da frustrazioni inutili, ma finisce per produrre distacchi repentini che lasciano amarezza e l’impressione di “concedere il passo agli altri”.
Per orientarsi, torni alla sua scala valoriale. Il valore dominante nella storia che racconta è la lealtà reciproca: desidera sentire che, finché l’interesse è vivo, entrambi “remate nella stessa direzione”, senza interferenze ambigue. È un bisogno legittimo, ma può diventare rigido se si trasforma in regola assoluta: basta un segnale di apertura dell’altro verso il mondo esterno perché scatti il meccanismo di difesa e lei si spenga. In pratica il valore, anziché guidare, finisce per dettare un ultimatum.
Provando a “maturare in tal senso”, potrebbe chiedersi: come posso onorare la lealtà senza chiudere il rapporto alla naturale presenza di terzi? Un primo passo consiste nel distinguere i fatti dalle ipotesi. Nella situazione attuale, la ragazza le ha assicurato che frequenta solo lei; il resto – il ragazzo più giovane, le risate – è un contorno che lei interpreta come minaccia. Se il valore è la trasparenza, allora conta ciò che l’altra afferma e dimostra, non ciò che le nostre supposizioni proiettano.
Un secondo passo è verificare che cosa accade dentro di sé quando compare “l’intruso”: sente forse il timore di non essere abbastanza interessante, la paura di investire e soffrire, oppure la rabbia di vedersi “rimpiazzato”? Dare un nome all’emozione, anziché allontanarsi in blocco, le permette di condividere con l’altra persona un bisogno («ho bisogno di sentirmi scelto, non per esclusione degli altri, ma per ciò che sono») anziché esigere un comportamento (“non voglio che frequenti nessuno”). Così il valore diventa un punto di incontro, non di rottura.
Infine, ricordi che un’intesa profonda resta vitale proprio perché ciascuno mantiene un raggio d’azione autonomo. Chiudere le porte in anticipo per evitare di “lottare” può sembrare prudente, ma rischia di privarla di relazioni che, con un po’ di flessibilità, potrebbero evolvere in modo appagante. Non si tratta di rinunciare ai propri principi, bensì di viverli con elasticità: la lealtà non è esclusività cieca, è scelta consapevole che si rinnova ogni giorno.
La domanda da cui ripartire potrebbe dunque essere: «Che cosa è davvero non negoziabile per me, e che cosa invece posso tollerare se il legame di base resta saldo?» Dare una risposta personale – e comunicarla in modo sereno – la aiuterà a restare presente nel rapporto senza spegnersi al primo segnale di incertezza.
Resto a disposizione qualora desideri approfondire.
Un cordiale saluto.
Caro Marcello,
la tua riflessione tocca un punto centrale nelle relazioni: il bisogno di reciprocità e di “pulizia” emotiva nello spazio condiviso. Dal punto di vista sistemico, è importante riconoscere che i legami profondi non nascono solo dall’esclusività, ma dalla co-costruzione di significati, confini e libertà condivise.
Il tuo desiderio di “remare nella stessa direzione” è sano, ma quando diventa un criterio troppo rigido può impedirti di tollerare le naturali oscillazioni e complessità dell’altro come persona autonoma, con relazioni e influenze sue. La tua reazione di "spegnimento" potrebbe essere una strategia di protezione per non vivere la frustrazione dell’incertezza o del confronto.
Un possibile spunto di crescita è passare dall'idea di patto implicito all’arte del dialogo esplicito e continuo: chiederti non solo “cosa fa l’altro”, ma anche “cosa mi attiva dentro”, e comunicare questo non come giudizio, ma come bisogno.
Non si tratta di rinunciare alla tua sensibilità, ma di imparare a stare nel “campo relazionale” anche quando non tutto va secondo il tuo ritmo o stile. Le relazioni profonde, paradossalmente, crescono anche quando impariamo a navigare l’ambiguità.
Un abbraccio
la tua riflessione tocca un punto centrale nelle relazioni: il bisogno di reciprocità e di “pulizia” emotiva nello spazio condiviso. Dal punto di vista sistemico, è importante riconoscere che i legami profondi non nascono solo dall’esclusività, ma dalla co-costruzione di significati, confini e libertà condivise.
Il tuo desiderio di “remare nella stessa direzione” è sano, ma quando diventa un criterio troppo rigido può impedirti di tollerare le naturali oscillazioni e complessità dell’altro come persona autonoma, con relazioni e influenze sue. La tua reazione di "spegnimento" potrebbe essere una strategia di protezione per non vivere la frustrazione dell’incertezza o del confronto.
Un possibile spunto di crescita è passare dall'idea di patto implicito all’arte del dialogo esplicito e continuo: chiederti non solo “cosa fa l’altro”, ma anche “cosa mi attiva dentro”, e comunicare questo non come giudizio, ma come bisogno.
Non si tratta di rinunciare alla tua sensibilità, ma di imparare a stare nel “campo relazionale” anche quando non tutto va secondo il tuo ritmo o stile. Le relazioni profonde, paradossalmente, crescono anche quando impariamo a navigare l’ambiguità.
Un abbraccio
Buonasera Marcello,
quello che Lei descrive è un vissuto molto profondo e delicato, che tocca dinamiche affettive significative, in cui il desiderio di reciprocità, autenticità e coerenza relazionale è centrale. È evidente che ha una visione chiara e strutturata del tipo di legame che desidera coltivare: un rapporto in cui ci si sceglie liberamente ma con consapevolezza, nel rispetto reciproco, senza ambiguità né interferenze esterne. Ed è comprensibile che, quando percepisce segnali in contrasto con questa visione, qualcosa dentro di Lei tenda a ritirarsi, a spegnersi.
Un possibile passaggio evolutivo potrebbe consistere non tanto nel modificare il Suo bisogno di autenticità — che appare sano e maturo — quanto nell’ampliare la tolleranza verso l’ambivalenza dell’altro, coltivando uno spazio interiore in cui la delusione non venga vissuta immediatamente come una rottura, ma possa trasformarsi in occasione di confronto, chiarificazione, e talvolta anche di crescita relazionale.
Infine, non sottovaluti il fatto che lei ha già la capacità di esprimersi apertamente, di porre domande, di osservare i segnali: si tratta di indicatori di un funzionamento relazionale attento, responsabile e rispettoso. Forse, come lei stesso suggerisce, non si tratta tanto di cambiare approccio, quanto di affinare la capacità di stare nelle sfumature, accettando che anche i legami più profondi richiedano elasticità e una certa disponibilità all'imperfezione.
Se sente il bisogno di esplorare più a fondo questi temi, rimango a disposizione.
Dott.ssa Valentina Celi
quello che Lei descrive è un vissuto molto profondo e delicato, che tocca dinamiche affettive significative, in cui il desiderio di reciprocità, autenticità e coerenza relazionale è centrale. È evidente che ha una visione chiara e strutturata del tipo di legame che desidera coltivare: un rapporto in cui ci si sceglie liberamente ma con consapevolezza, nel rispetto reciproco, senza ambiguità né interferenze esterne. Ed è comprensibile che, quando percepisce segnali in contrasto con questa visione, qualcosa dentro di Lei tenda a ritirarsi, a spegnersi.
Un possibile passaggio evolutivo potrebbe consistere non tanto nel modificare il Suo bisogno di autenticità — che appare sano e maturo — quanto nell’ampliare la tolleranza verso l’ambivalenza dell’altro, coltivando uno spazio interiore in cui la delusione non venga vissuta immediatamente come una rottura, ma possa trasformarsi in occasione di confronto, chiarificazione, e talvolta anche di crescita relazionale.
Infine, non sottovaluti il fatto che lei ha già la capacità di esprimersi apertamente, di porre domande, di osservare i segnali: si tratta di indicatori di un funzionamento relazionale attento, responsabile e rispettoso. Forse, come lei stesso suggerisce, non si tratta tanto di cambiare approccio, quanto di affinare la capacità di stare nelle sfumature, accettando che anche i legami più profondi richiedano elasticità e una certa disponibilità all'imperfezione.
Se sente il bisogno di esplorare più a fondo questi temi, rimango a disposizione.
Dott.ssa Valentina Celi
Caro Marcello, grazie per aver espresso con così tanta chiarezza e sincerità il tuo sentire. È evidente che vivi le relazioni con autenticità, profondità e un forte bisogno di reciprocità, e questo è un valore grande. La tua esigenza di “remare nella stessa direzione” non è rigida, ma nasce da un desiderio sano di intimità e coerenza, e non c'è nulla di sbagliato in questo.
Forse, più che cambiare il tuo modo di vivere i legami, può essere utile lavorare sul margine di tolleranza tra ciò che accade fuori e ciò che accade dentro di te, per non sentirti spento o deluso al primo segnale di ambiguità. A volte non è il gesto dell’altra persona a ferirci, ma il significato che vi proiettiamo. La mindfulness, per esempio, può aiutarti a osservare queste reazioni interiori con più spazio e meno identificazione, senza perdere la tua integrità.
Se vuoi, possiamo iniziare un percorso insieme per rafforzare questa consapevolezza e aiutarti a restare aperto senza perdere te stesso. Quando vuoi, ci sono.
Forse, più che cambiare il tuo modo di vivere i legami, può essere utile lavorare sul margine di tolleranza tra ciò che accade fuori e ciò che accade dentro di te, per non sentirti spento o deluso al primo segnale di ambiguità. A volte non è il gesto dell’altra persona a ferirci, ma il significato che vi proiettiamo. La mindfulness, per esempio, può aiutarti a osservare queste reazioni interiori con più spazio e meno identificazione, senza perdere la tua integrità.
Se vuoi, possiamo iniziare un percorso insieme per rafforzare questa consapevolezza e aiutarti a restare aperto senza perdere te stesso. Quando vuoi, ci sono.
Gentile Marcello,
la sua riflessione è molto onesta e tocca un tema che molti sperimentano: il desiderio di relazioni profonde, reciprocamente dedicate, ma anche la difficoltà a tollerare ambiguità o “interferenze” nel legame. Non è sbagliato desiderare relazioni autentiche e chiare; tuttavia, può diventare limitante se la naturale complessità dell’altro viene vissuta come una minaccia all’armonia.
Talvolta, l’idea di “remare insieme senza intralci” rischia di trasformarsi in un bisogno di controllo. La spontaneità dell’altro può contenere elementi che non coincidono con i nostri desideri, ma ciò non significa automaticamente che il legame sia inquinato.
Potrebbe valer la pena esplorare, in uno spazio terapeutico, quanto questo bisogno di “sicurezza emotiva” le richieda, senza volerlo, conferme continue per sentirsi al sicuro e riconosciuto. L’obiettivo non è cambiare il suo modo di amare, ma ampliarne le possibilità.
Un caro saluto.
la sua riflessione è molto onesta e tocca un tema che molti sperimentano: il desiderio di relazioni profonde, reciprocamente dedicate, ma anche la difficoltà a tollerare ambiguità o “interferenze” nel legame. Non è sbagliato desiderare relazioni autentiche e chiare; tuttavia, può diventare limitante se la naturale complessità dell’altro viene vissuta come una minaccia all’armonia.
Talvolta, l’idea di “remare insieme senza intralci” rischia di trasformarsi in un bisogno di controllo. La spontaneità dell’altro può contenere elementi che non coincidono con i nostri desideri, ma ciò non significa automaticamente che il legame sia inquinato.
Potrebbe valer la pena esplorare, in uno spazio terapeutico, quanto questo bisogno di “sicurezza emotiva” le richieda, senza volerlo, conferme continue per sentirsi al sicuro e riconosciuto. L’obiettivo non è cambiare il suo modo di amare, ma ampliarne le possibilità.
Un caro saluto.
Ciao Marcello, ho letto il tuo racconto sulle dinamiche che hanno caratterizzato la tua vita relazionale con le ragazze. Per alcuni aspetti, la parte in cui tu parli di reciproco piacere nel frequentarsi e nel non imporre altre "presenze sgradite", mi sembra la normale fase di conoscenza di una persona. Può capitare infatti che all'inizio si condividano solo alcuni aspetti, magari più piacevoli, per poi mostrarne altri (nel tuo caso mi pare di capire, frequentazioni che non condividi o terzi che si intromettono). E mi sembra anche che questo tuo modo di vivere le relazioni abbia funzionato per te, ti abbia evitato magari situazioni sgradevoli, ma adesso lo stai forse mettendo un pò in discussione perchè non ti permette di accedere a situazioni che invece desidereresti. Ti consiglierei, adesso che ci sei, di approfondire queste tue riflessioni, ovviamente se per te ne vale la pena.
Buonasera, io credo che tutte le persone che ha incontrato sin ora nel suo percorso non siano mai state nel profondo importanti sul serio per lei, certo ci avrà tenuto moltissimo ma non abbastanza, non ci trovo nulla di strano in quello che fa o che pensa, stare con una persona finché ci si sceglie a vicenda e quando questo non lo si prova più dividere le strade, è assolutamente sano e normale. Quando troverà la persona che la smuove nel profondo a cui terrà sul serio avrà lo stimolo automatico a combattere di più per proteggere il vostro rapporto speciale.
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