Domande del paziente (17)
Salve sono una ragazza di 19 anni, sono attualmente fidanzata ma da un po il mio rapporto con il sesso è altalenante, ho poca voglia, fatico ad averla senza porno anche se da sola ho spunti vari e anche nel momento in cui la mia fantasia c'è, non riesco mai a metterla in pratica in quanto mi blocco o non sento mai abbastanza eccitazione, continuo a cercare di capire come migliorare questa cosa e perché sono diventata così in quanto a me in primis non piace. Mi date un parere? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Lettrice,
Quello che descrivi non è così raro come si potrebbe pensare, soprattutto quando la sessualità inizia a spostarsi dal piano della fantasia a quello della relazione reale.
Nel tuo racconto colpisce il fatto che sembra esserci molta attenzione al “dover sentire abbastanza eccitazione”, al capire cosa non funziona e al cercare di controllare la situazione. Però la sessualità difficilmente funziona bene quando viene continuamente monitorata, infatti più ci si obbliga a fare qualcosa, più il corpo tende a bloccarsi.
Anche il fatto che il porno sia diventato quasi necessario potrebbe indicare che la tua eccitazione si attiva più facilmente in una dimensione mentale, controllabile e senza coinvolgimento diretto, mentre nella realtà entrano in gioco altre componenti: ansia, aspettative, difficoltà a lasciarsi andare, paura di “non sentire abbastanza”.
Non credo sia utile leggere tutto questo come un problema “grave” o come qualcosa di definitivo. Però potrebbe avere senso approfondirlo con una/un sessuologa/o, soprattutto perché dici chiaramente che questa situazione ti pesa e senti di non riconoscerti più nel tuo modo di vivere la sessualità.
Un saluto,
Dott.ssa Ginevra Pardi
Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.
Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.
Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.
Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.
Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.
La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.
Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.
Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.
Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.
Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.
L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.
Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.
Vorrei capire:
- Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
- Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.
Grazie a chi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile lettrice,
grazie per la condivisione. Quello che è possibile comprendere attraverso le sue parole, è che emerge un conflitto molto più profondo della semplice scelta abitativa. La situazione della casa sembra aver assunto un significato emotivo molto più ampio della semplice scelta abitativa, diventando il punto in cui si concentrano bisogni di sicurezza, aspettative familiari, senso di responsabilità verso gli altri e desiderio di autonomia personale.
Lei dice una cosa molto importante: “se avessi indipendenza economica probabilmente sceglierei di vivere altrove”. Questo passaggio chiarisce che il suo desiderio esiste già e il "problema" quindi non è capire cosa vuole, ma quanto si sente autorizzata a desiderarlo.
E qui credo sia necessario osservare un punto delicato: nella sua famiglia l’autonomia sembra avere un costo emotivo molto alto; infatti quando prova a differenziarsi, viene descritta come egoista, problematica o destabilizzante. Questo produce spesso un effetto preciso, ovvero che la persona smette gradualmente di percepire i propri bisogni come legittimi e inizia a viverli come qualcosa che danneggia gli altri.
Per questo motivo lei oggi non si sente libera di scegliere, non tanto perché qualcuno la stia obbligando concretamente, ma perché sembra essersi strutturata l’idea implicita che deludere le aspettative familiari equivalga a fare qualcosa di sbagliato moralmente.
Anche la sua reazione fisica merita attenzione: nausea, pianto, senso di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” non sembrano derivare solo dalla questione della casa, sembrano piuttosto il segnale di quanto viva questa situazione come una possibile perdita di sé. Come se accettare quella soluzione significasse rischiare di restare intrappolata in un ruolo familiare già definito da altri.
Sfortunatamente c'è un altro aspetto da guardare con onestà: in questo momento lei si trova in una posizione di vulnerabilità economica reale. Questo limita inevitabilmente il margine di libertà concreta che sente di avere. E qui potrebbe esserci una fantasia molto comprensibile ma rischiosa: immaginare che esista una scelta capace di darle contemporaneamente sicurezza materiale, approvazione familiare e piena libertà emotiva. Probabilmente una parte della sofferenza nasce proprio dal tentativo di trovare una soluzione che elimini completamente il conflitto. Anche l’idea dell’accordo privato sembra andare in questa direzione. Non tanto come soluzione pratica, ma come tentativo di mantenere aperta una via di fuga senza perdere l’amore, l’approvazione o il senso di appartenenza. Il punto, però, è che nessun accordo burocratico risolverà davvero il nodo emotivo se nella relazione familiare la separazione continua a essere vissuta come un tradimento.
Dal punto di vista psicologico, quindi, il lavoro più importante potrebbe non essere tanto capire quale decisione prendere immediatamente, ma riconoscere il funzionamento emotivo che si attiva dentro di lei quando prova a differenziarsi dalla sua famiglia.
Un saluto,
Dott.ssa Ginevra Pardi
Salve, sono un ragazzo di 24 anni e frequento l'ultimo anno di giurisprudenza (V). Fin dal primo anno ho rimandato l'esame più importante (ossia, diritto privato) dicendo sempre a me stesso che alla prima sessione disponibile lo avrei dato. Il problema è che ad oggi non l'ho ancora dato (magari perché la mole di lavoro è troppo pesante e mi passava la voglia di studiare, ansia di presentarmi all'esame e andare male o, peggio, essere bocciato) e non solo sono molto in ritardo con gli altri esami perché diritto privato è un esame propedeutico, ma sicuramente andrò anche 1 o 2 anni fuoricorso e questo mi crea un forte disagio ed ansia che non riesco più a gestire, perché i miei genitori non sanno nulla di questa situazione. Vedendo i miei colleghi che si laureranno in corso, mi sento sempre diverso e spento ma, purtroppo, mi sono accorto troppo tardi che questa facoltà non faceva per me e avrei tanto voluto farne un'altra. Tuttavia, ormai sono all'ultimo anno e cambiare non avrebbe senso perché avrei sprecato solo tempo e fatto buttare soldi ai miei genitori che non so come la prenderebbero. Chiedo urgentemente un consiglio perché non so con chi parlarne e ho stra paura per il mio futuro in quanto non vorrei rimanere indietro rispetto ai miei amici e deludere i miei genitori che, ripeto, non so come la prenderebbero. Grazie in anticipo a chi potrà aiutarmi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da quello che descrive sembra essersi creato un meccanismo che col tempo si è alimentato da solo: inizialmente il rinvio di un esame vissuto come particolarmente difficile o carico di pressione, poi l’aumento dell’ansia, il blocco, il ritardo accumulato e infine la necessità di nascondere tutto ai suoi genitori. A quel punto il problema non è più soltanto l’esame di diritto privato, ma il peso psicologico dell’intera situazione.
Il suo malessere oggi non sembra derivare solo dalla paura dell’esame, ma anche dal conflitto tra il percorso che sta portando avanti e il dubbio che quella facoltà non sia realmente in linea con ciò che desiderava. Questo non significa automaticamente che abbia “sbagliato tutto”, ma probabilmente che per molto tempo ha continuato a procedere più per inerzia, aspettative o paura delle conseguenze che per una scelta sentita.
Il rischio, in questi casi, è che il rinvio diventi una forma di evitamento che dà sollievo nell’immediato ma aumenta il peso della situazione nel lungo periodo. E più tempo passa, più l’esame assume un valore quasi simbolico: non rappresenta più solo una materia da sostenere, ma il punto in cui si concentrano paura del fallimento, confronto con gli altri, senso di inadeguatezza e timore di deludere i propri genitori.
Capisco anche la tendenza a confrontarsi con i colleghi che si laureeranno “in corso”, ma le direi di fare attenzione a trasformare il percorso universitario in una misura del proprio valore personale. Essere in ritardo non equivale automaticamente a essere “rimasti indietro” come persone, anche se emotivamente oggi può sembrarle così.
Credo che il primo passo importante sia interrompere l’isolamento in cui si è messo. Tenere nascosta la situazione probabilmente le ha permesso di evitare temporaneamente ansia e conflitti, ma allo stesso tempo la sta lasciando solo con una pressione che sta diventando sempre più difficile da gestire.
Più che decidere subito se continuare o meno giurisprudenza, credo sarebbe utile fermarsi a capire cosa la sta realmente bloccando oggi, se la paura dell’esame, il timore del giudizio, la difficoltà a tollerare un possibile fallimento, oppure il fatto che non riesca più a riconoscersi nel percorso che sta facendo.
Un supporto psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: non tanto a “motivarsi” genericamente, ma a comprendere il funzionamento che si è creato e a riprendere una posizione più attiva rispetto alle sue scelte, invece di restare fermo tra evitamento e senso di colpa.
Un saluto,
Dott.ssa Ginevra Pardi
Salve gentili Dottori, scrivo questo consulto perchè a 37 anni suonati ho difficoltà nell'accettare fisicamente la mia persona. Sono da sempre molto magro ed esile di struttura 174 cm per 59kg cerco di tenermi allenato facendo felessioni (150 al giorno) e altro che mi tengono almeno con qualche muscoletto. Di ingrassare quasi non se ne parla, pur io mangiando un pò di tutto (ma punto importante ho lostomaco sensibile). Ultimamente il mio pensiero si è spostato sulle dimensioni del pene 17cm x 13 di circonferenza, è l'intenzione di aumentarne le dimensioni, poi abbandonata non essendoci tecniche ancora valide e all'avanguardia. Probabilmente ho finito per concentrarmi su questo aspetto avendo fallito (palestra, dieta ipercalorica ecc...) nel risultato di mettere muscoli, anche perchè appena stacco ritorno come prima.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da quanto scrive sembra che il tema non sia soltanto il peso o le dimensioni corporee in sé, ma il rapporto che ha con la propria immagine e con la sensazione di non essere mai abbastanza conforme a un ideale che sembra molto presente nella sua mente.
Il fatto che lei si alleni con costanza, provi a controllare l’alimentazione e continui comunque a concentrarsi su ciò che non cambia abbastanza fa pensare a una forte insoddisfazione di base, che rischia di spostarsi di volta in volta su un aspetto diverso del corpo. In questi casi, spesso il punto non è davvero il singolo dettaglio fisico, ma il modo in cui quel dettaglio diventa il luogo su cui si deposita il disagio.
Anche il passaggio dalle dimensioni corporee al pene sembra andare in questa direzione: quando un obiettivo non produce il risultato sperato, l’attenzione si sposta su un altro elemento, ma il vissuto di inadeguatezza resta lì. Per questo credo che sia importante non ridurre tutto a un problema estetico o prestazionale.
Se questa preoccupazione le occupa molto spazio mentale, la fa stare male o la porta a controlli continui, potrebbe essere utile parlarne con un professionista, non tanto per cercare una “soluzione tecnica” al corpo, quanto per capire cosa sta chiedendo davvero a quel corpo e cosa rappresenta per lei questa insoddisfazione.
Un saluto,
Dott.ssa Ginevra Pardi
ho problemi di eiaculazione. come mi devo comportare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
sfortunatamente "problemi di eiaculazione" è una formulazione troppo generica per poterle dare una risposta davvero utile. Bisognerebbe capire se si tratta di eiaculazione precoce, ritardata o assente, perché le cause e l’intervento cambiano. Se il problema è ricorrente o le crea sofferenza, il passo corretto sarebbe una valutazione con un medico, spesso urologo/andrologo, per chiarire se ci sono fattori fisici, farmacologici o psicologici. In alcuni casi può essere utile anche un supporto sessuologico o psicologico, soprattutto se entrano in gioco ansia, stress o difficoltà relazionali.
Un saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
Buongiorno,
mi sono trasferita a 8 mesi in una nuova città con il mio compagno, dopo la stessa laurea conseguita da entrambi. Lui ha trovato lavoro subito, io no. Negli ultimi due mesi ho avuto una patologia di compressione dello stretto toracico, sono finita in pronto soccorso pensando al peggio ma sto fisicamente bene. Da allora, circa due mesi, ho iniziato ad avere attacchi d'ansia, il mio medico di base mi ha prescritto lo Xanax, che uso quasi quotidianamente da un mese. Inizio a svegliarmi piangendo, a provare sentimenti negativi anche verso le mie due gattine, talvolta violenti ma mai messi in atto. I dolori fisici si spostano, prima la spalla, poi diventa la caviglia, poi il collo, senza criterio nè sforzi che li giustifichino. Mi sono trasferita a Torino, dal sud, sperando di avere più opportunità (ho una laurea in Informatica) eppure mi ritrovo senza un euro, un lavoro, nè la possibilità di fare qualche corso che mi interessi e mi dia gioia. Non riesco neanche a uscire di casa a volte, mi devo sforzare, anche se sto che molto spesso uscendo mi sento meglio. Dormo male, stringo i denti ogni notte, riguardo le stesse serie tv ogni giorno per sostituire i pensieri distruttivi. Sento le ambulanze passare ogni 5 minuti o quasi, i corvi che gracchiano, i bambini urlare fuori dalla finestra e mi sembra di impazzire. Sto pensando di tornare giù da mia mamma, ma a 29 anni mi sembra un fallimento. Ho pensato ad autismo, ADHD, depressione ma ovviamente non so cosa ho, se ho qualcosa, o se sto solo lentamente impazzendo.
Ho paura
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da quello che descrive sembra che negli ultimi mesi si siano sommati molti elementi destabilizzanti: il trasferimento lontano dal proprio contesto di origine, la difficoltà lavorativa, un problema fisico vissuto con forte paura e, successivamente, la comparsa di sintomi d’ansia sempre più invasivi.
Nel suo messaggio emerge una condizione di forte sovraccarico emotivo e psicofisico. Gli attacchi d’ansia, l’iperattenzione ai segnali corporei, il sonno disturbato, il bisogno di anestetizzare i pensieri attraverso comportamenti ripetitivi come riguardare sempre le stesse serie, fino alla difficoltà a uscire di casa, fanno pensare a un sistema che in questo momento è in forte stato di allerta e fatica più a regolare emozioni, pensieri e tensioni corporee. Il fatto che i dolori cambino sede e si spostino non significa che siano “inventati”, ma potrebbe indicare proprio quanto il corpo stia partecipando a questo stato di tensione continua.
Non credo sia utile, almeno in questa fase, rincorrere da sola ipotesi diagnostiche come autismo o ADHD nel tentativo di trovare una spiegazione definitiva. Potrebbero esserci aspetti preesistenti della sua personalità o del suo funzionamento che oggi stanno emergendo con più forza sotto stress, ma quello che descrive ora sembra soprattutto una situazione di forte vulnerabilità emotiva e di progressiva perdita di equilibrio dopo un periodo molto intenso. Anche il pensiero di tornare da sua madre andrebbe forse guardato in modo meno morale. In questo momento lei tende a leggerlo come un “fallimento”, ma potrebbe anche rappresentare il bisogno di recuperare una base di sicurezza mentre si trova in una fase in cui le sue risorse sembrano molto ridotte. Sono due letture molto diverse.
Credo che sarebbe importante non affrontare tutto questo da sola. Una valutazione psicologica più approfondita potrebbe aiutarla a capire meglio cosa sta succedendo, distinguendo ciò che appartiene all’ansia, allo stress accumulato, a eventuali aspetti depressivi o ad altre fragilità presenti già prima di questo periodo.
La paura che descrive va presa sul serio, ma non nel senso che lei stia “impazzendo”. Piuttosto nel senso che, probabilmente, il suo sistema emotivo sta segnalando di aver raggiunto un livello di sovraccarico che non riesce più a gestire con gli strumenti che ha usato finora.
Un saluto,
Dott.ssa Ginevra Pardi
Buonasera, sono una donna di 40 anni che deve essere operata per rimuovere un fibroma all'utero di 13 cm che non dà sintomi ma date le dimensioni è bene togliere.
Ebbene: il mio problema è il terrore dell'anestesia totale a cui devo sottopormi. Ho paura di addormentarmi e non svegliarmi più. Il problema non è il fibroma ma la mia paura, ci penso sempre tutti i giorni. Non faccio altro che ripetere: "ho paura, ho paura, ho paura". Il risultato è che mi rovino la vita... Per favore, come posso uscire da questo inferno?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che racconta sembra molto faticoso, perché il problema a questo punto non è più soltanto l’intervento, ma lo spazio che la paura sta occupando nella sua vita e nei suoi pensieri. L’anestesia totale spaventa molte persone proprio perché implica il perdere temporaneamente il controllo e l’affidarsi completamente a qualcun altro, e quando la mente si concentra continuamente sul "potrei non svegliarmi più", finisce per vivere quell’evento come se fosse già imminente e presente ogni giorno.
Il fatto che lei si ripeta continuamente "ho paura", probabilmente, mantiene attivo il circolo dell’ansia, invece di ridurlo. Non perché lo faccia volontariamente, ma perché il cervello resta costantemente in allerta.
Può essere utile provare a distinguere il rischio reale dagli scenari che la paura sta costruendo nella sua mente, magari confrontandosi direttamente anche con l’anestesista per avere informazioni concrete. E se sente che questa paura sta diventando totalizzante, chiedere un supporto psicologico può aiutarla a non affrontare tutto questo da sola.
Un saluto Dott.ssa Ginevra Pardi
salve egregi dottori vorrei chiedere un parere circa la mia situazione.
dopo 18 anni di matrimonio nel quale abbiamo avuto due figli mi sono accorto quasi per caso che mia moglie aveva una relazione extraconiugale non avevo mai avuto nessun pensiero al riguardo visto che mia moglie ha sempre avuto un carattere molto chiuso non e mai stata una persona espansiva che desse confidenza ad altre persone molto vergognosa timida e con un passato prima di conoscere me con una sola reazione nella quale aveva avuto grandissimi problemi e delusioni per cui mai ho pensato che potesse avere confidenze con altre persone nella fattispecie altri uomini.
ma evidentemente mi sbagliavo e avendo appreso che fossero 6 mesi che si frequentava con un altro uomo poi approfondendo sono venuto a conoscenza che si frequentava anche con un altro uomo ulteriore e che negli anni precedenti aveva avuto altre due frequentazioni con altri due uomini anche se parrebbe siano state molto brevi e non importanti e che non si era spinta fino ad avere Rapporti con questi due primi.
avendo appreso questo dopo svariate ricerche e domande a lei effettuate non ho più creduto che fosse tutto o che fosse vero quello che mi diceva ho iniziato a dubitare di ogni cosa mi dicesse pensando che per imbarazzo o vergogna non mi avesse detto tutto o che non mi avesse detto completamente il vero. questo scoprire sempre piu e questo mio iniziare a dubitare ha creato un rapporto che lei si e rinchiusa sempre più e spesso mi ha detto che non riusciva piu ad avere intimità con me perché dopo tutto ciò provasse schifo. infatti da un po e sempre peggio e andata la nostra intimità prima di tutto questo avevamo una vita sessuale normale o addirittura io credo piu che normale certo ero sempre io a iniziare o chiedere di fare sesso ma visto come io l avessi sempre creduta fosse mi sembrava normale che per vergogna lei non mi chiedeva mai certe cose e quindi mi sembrava normale che fossi sempre io a chiedere o iniziare ad avere intimità con lei.
adesso dopo tutto questo lei non vuole avere piu rapporti con me e se qualche rarissima volta si diciamo concede sta li come un sacco di patate tanto che io smetto perché così non mi piace e poi mi viene da pensare che con altri dopo averla anche perdonata fosse complice e non stesse inerme come con me e questo mi fa doppiamente male e stare veramente male
vi chiedo cosa posso fare secondo voi
vi ringrazio anticipatamente
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da quello che descrive il problema non sembra essere solo il tradimento in sé, ma l’effetto che ha avuto sulla fiducia, sulla percezione di realtà e sulla vostra intimità. Quando una relazione viene attraversata da una scoperta di questo tipo, spesso si crea una frattura profonda: da un lato c’è il bisogno di sapere sempre di più per cercare di mettere ordine, dall’altro c’è il rischio che questo continuo cercare dettagli finisca per alimentare ancora di più sospetto, rabbia e umiliazione.
Sul piano sessuologico, è importante non leggere la vostra difficoltà attuale solo come mancanza di voglia o come un problema di prestazione. La sessualità dentro una coppia vive anche di fiducia, desiderio, sicurezza e possibilità di lasciarsi andare. Se oggi nella relazione sono entrati disgusto, sfiducia, confronto con gli altri uomini e una forte tensione emotiva, è comprensibile che l’intimità si sia svuotata. In questo stato, il corpo non risponde bene perché il legame non è più un luogo percepito come sicuro.
Anche il modo in cui lei descrive la passività di sua moglie durante i rapporti dice qualcosa di importante. Quando l’intimità viene vissuta con distacco, obbligo o disinvestimento, non siamo più nel piano del desiderio ma in quello della rottura relazionale, e continuare a confrontare il suo comportamento con quello avuto con altri uomini rischia di ferirla ancora di più, senza restituirle le risposte utili che tanto cerca.
La domanda vera, quindi, non è cosa abbia fatto sua moglie, ma se oggi esista ancora uno spazio reale per ricostruire fiducia, rispetto e una sessualità che non sia contaminata da sospetto e umiliazione. Se entrambi siete disponibili, un percorso di coppia può essere utile. Se invece il rapporto resta bloccato in un ciclo di controllo, chiusura e risentimento, la sessualità difficilmente potrà tornare a essere viva.
Un saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
Salve, sono una ragazza di 28 anni e da circa un’annetto soffro di ansia anticipatoria. Ho paura di perdere le persone che amo, prima i miei genitori e ora che convivo e sono incinta il mio compagno. Vivo costantemente con l’ansia, evito di allontanarmi in auto con lui perché ho paura. So di aver bisogno di un supporto psicologico ma attualmente non posso andare e quindi vorrei sapere se esiste qualche modo per lavorare su me stessa
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive sembra un’ansia anticipatoria centrata sulla paura della perdita e sul bisogno di tenere tutto sotto controllo. Il fatto che oggi il tema si sia spostato dai suoi genitori al compagno, in una fase come la gravidanza, non è casuale: quando la vita cambia, spesso aumenta la vulnerabilità e la mente cerca di proteggersi immaginando prima il peggio.
Lavorarci da sola è possibile fino a un certo punto, ma non significa convincersi che andrà tutto bene. Significa imparare a riconoscere quando l’ansia sta costruendo scenari e non fatti. In quel momento può essere utile fermarsi e chiedersi: sto reagendo a qualcosa che sta accadendo davvero, o a una paura che sto anticipando? Questo aiuta a separare la realtà dall’immaginazione ansiosa.
Un altro passaggio importante è evitare di assecondare troppo l’ansia con l’evitamento. Più si rinuncia a fare ciò che spaventa, più il cervello impara che quel pericolo era reale. Quindi l’obiettivo non è forzarsi, ma iniziare a tollerare gradualmente piccole situazioni che oggi evita, senza pretendere di stare subito bene.
Può aiutare anche dare un nome preciso ai momenti in cui si attiva la paura, invece di restare dentro al vissuto indistinto. Scriverlo, osservarlo, notare cosa lo accende e cosa lo mantiene spesso è già un primo modo per ridurre il potere dell’ansia.
Detto questo, se l’ansia è costante, limita le sue scelte e occupa gran parte della giornata, non va romantizzata come un lavoro interiore da fare da soli. Va presa sul serio. Anche se in questo momento non può iniziare un percorso, il fatto che ne abbia bisogno resta vero.
A volte parlare con una persona fidata, sentirsi ascoltati e poter condividere ciò che si prova è già un primo modo per alleggerire il peso dell’ansia e non lasciarle occupare tutto lo spazio.
Un saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
Sono in difficoltà forse . Ho questo desiderio di masturbarmi abbastanza spesso. Pensieri piccanti eppure dopo la fine di una relazione e l’inizio di un altra , mi sembra che l’eros si sia impossessato di me . Non capisco come sia possibile che ha 47 anni e una vita atletica e professionalmente appagante sento il desiderio di esplorare il mio corpo come fatto mai prima. Non ci sono blocchi emotivi oppure altro eppure, in contesti non convenzionali, tipo in un areo piuttosto che in un cinema, mi viene una voglia incredibile di fare l amore con me stesso. Chiaramente non lo faccio ma quando arrivo a casa non resisto. Bo forse sono matto oppure sto esplorando lati di me sconosciuti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive non mi sembra una pazzia, mi sembra piuttosto che dopo un cambiamento importante nella sua vita affettiva, il desiderio si sia riattivato con più forza e stia cercando uno spazio nuovo. A 47 anni non c’è nulla di anomalo nel sentire il bisogno di esplorare il proprio corpo in modo più intenso o più frequente.
La masturbazione di per sé non è un problema. Potrebbe diventarlo solo se la vive come qualcosa di incontrollabile, che la occupa mentalmente tutto il giorno o se le crea disagio. Anche le fantasie in contesti non convenzionali non vanno subito interpretate come qualcosa di patologico, poiché spesso dicono che l’eccitazione si lega alla novità, alla trasgressione o alla dimensione del rischio, pur restano fantasie.
La domanda, secondo me, da porsi non è tanto se sia matto, ma come mai questa parte erotica oggi stia chiedendo così tanto spazio. A volte il desiderio non parla solo di sesso, ma anche di vitalità, identità, libertà, bisogno di sentirsi vivi o di riscoprirsi in una fase diversa della propria vita. E questa parte non va né moralizzata né spaventata, ma va capita.
Un saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
buongiorno, sono vedovo da 15 mesi, ho oltre 50 anni. nelle ultime settimane sto provando fortissima attrazione sessuale per mia suocera, 72enne, anche ella vedova da 5 anni . avendo un rapporto molto diretto le ho chiesto se volesse anche lei... ci sono momenti in cui sembrerebbe volere.. ma nel pratico non si vuol concedere. Cosa dovrei fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno Anonimo,
l'attrazione che sta provando può certamente sorprenderla o metterla in difficoltà, soprattutto considerando la storia che condividete e le perdite che entrambi avete vissuto. Tuttavia, al di là delle possibili spiegazioni, credo sia importante guardare ai fatti.
Lei riferisce di aver espresso chiaramente il proprio interesse e di aver ricevuto segnali che, a suo avviso, farebbero pensare a un interesse reciproco. Allo stesso tempo, però, racconta che quando si passa dal piano delle allusioni o delle impressioni a quello concreto, sua suocera non desidera avere un rapporto con lei.
In situazioni come questa è importante non interpretare soltanto i segnali che confermano ciò che speriamo. I comportamenti concreti hanno generalmente più valore delle impressioni o delle ambiguità. Se una persona, pur mostrando affetto, vicinanza o complicità, non desidera intraprendere una relazione intima, è opportuno prendere sul serio quel limite, senza cercare di interpretare il rifiuto come un consenso non espresso.
Mi chiederei inoltre che cosa rappresenti per lei questa attrazione in questo momento della sua vita. Dopo un lutto importante può accadere che il desiderio, il bisogno di vicinanza, la ricerca di continuità affettiva o il legame con una figura significativa assumano forme inattese. Questo non significa che ciò che prova non sia autentico, ma che potrebbe essere utile interrogarsi anche sul significato che questa persona ha per lei.
Alla sua domanda "cosa dovrei fare?", la risposta più prudente mi sembra questa: rispettare ciò che sua suocera sta effettivamente comunicando attraverso i suoi comportamenti. Se in futuro sarà lei a manifestare in modo chiaro un interesse diverso, la situazione potrà essere rivalutata. Per il momento, però, mi sembra importante non insistere nel tentativo di convincerla o di interpretare ogni ambiguità come un consenso non espresso.
A volte accettare un limite è più difficile che gestire un rifiuto esplicito, ma è proprio nei limiti che si misura il rispetto della libertà dell'altro.
Un saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
Salve, sono un ragazzo di 24 anni e da un paio di anni mi sento sempre giù di morale, come se la mia vita avesse poco senso. Ho pochi amici ma non mi considerano più di tanto, passando spesso i sabati sera a casa. Tuttavia, la cosa più importante è che sono indietro con gli esami universitari e non mi piace la facoltà che frequento. Di quest'ultima cosa me ne sono accorto troppo tardi ma non ho avuto mai il coraggio di affrontare realmente la situazione e cambiare percorso per paura che i miei si potessero arrabbiare. Speravo di poter rimettermi in pari almeno con gli esami, ma ora è troppo tardi e più i giorni passano e più mi accorgo che sto perdendo solo tempo, oltre ai tanti soldi che i miei genitori hanno già speso per pagarmi gli studi. Loro non sanno nulla di questa situazione e non so come uscirne. Chiudi gentilmente un aiuto!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno Anonimo,
dalle sue parole emerge molta sofferenza, ma anche un elemento a parer mio importante: sembra che da tempo stia cercando di gestire da solo una situazione che le pesa sempre di più. La difficoltà con l'università appare certamente centrale, ma non credo sia l'unico problema.
Mi colpisce il fatto che da circa due anni si senta spesso giù di morale, percepisca la sua vita come poco significativa e viva una certa solitudine nelle relazioni. Quando questi vissuti si protraggono nel tempo, possono rendere molto più difficile prendere decisioni, affrontare problemi e immaginare alternative possibili.
Rispetto all'università, mi sembra che il nodo principale non sia aver scelto una facoltà che oggi sente poco adatta a lei, ma il fatto di essere rimasto fermo per paura delle conseguenze e del giudizio dei suoi genitori. È comprensibile voler evitare una delusione o un conflitto, ma nel tempo l'evitamento tende spesso ad aumentare il peso del problema anziché risolverlo. Le suggerirei di provare a chiedersi con sincerità cosa la spaventa maggiormente, se la reazione dei suoi genitori o il dover ammettere a se stesso che il percorso intrapreso non è quello che desidera davvero? Non sempre queste due cose coincidono.
Inoltre, attenzione a una convinzione che sembra emergere dal suo racconto: l'idea che ormai sia "troppo tardi". A 24 anni può certamente sentirsi in ritardo rispetto alle aspettative che aveva su di sé, ma essere in ritardo non significa aver compromesso il proprio futuro, significa piuttosto trovarsi davanti a una scelta che finora è stata rimandata.
Credo che potrebbe esserle utile confrontarsi con uno psicologo/a, non tanto per decidere quale facoltà scegliere, quanto per comprendere meglio questo senso di insoddisfazione e blocco che la accompagna da tempo. Affrontare la situazione, anche gradualmente, potrebbe permetterle di uscire da una posizione di attesa che oggi sembra farla soffrire molto più della decisione stessa.
Un caro saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
Salve,mi sento anche stupida, ma nei mesi di convivenza col mio compagno,ho iniziato a cercare un modo per fargli cascare la maschera da angioletto.lui dice che ragiona con la testa,che certe situazioni non le farebbe e fatte, invece volevo metterlo alla prova con profilo Instagram fake,(lo so non si fa)e ha risposto di nascosto..sia prima di andare a letto e andare a lavorare, la chat iniziava con
Ciao sembri un bell' uomo
E varie domande
Poi apro un altra app e vedo foto e chat salvate con lui e una ragazzina
Un po' intime (conosciuta dopo la separazione dall ex moglie poi vari contatti che aveva scritto su altri siti d incontri.
Perché l ho fatto? perché lui nn mai tradito,, che è troppo di testa
Quindi lo metto alla prova
Per fargli cadere la maschera
Compro SIM card e gli scrivo,per rimorchiarlo..ma lui prima vorrebbe per un caffè.
Un caffè con una che vuole andare a letto con te,cosa dimostra a me? Che nn hai rispetto,e alla ragazza una probabilità che lui ci caschi.
Volevo vedere fin dove arriva.
Perché sono così?non lo sento sincero
Soprattutto del suo passato,e che su certe situazioni,la testa che dice di avere non c'è
Quindi ci è o ci fa? Vorrei un vostro parere, grazie mille.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
da quello che racconta mi sembra che nella vostra relazione sia presente una forte difficoltà legata alla fiducia.
Lei descrive il desiderio di capire se il suo compagno sia davvero coerente con ciò che dice e se l'immagine che mostra di sé corrisponda a ciò che pensa e fa nella realtà. Per cercare una risposta a questi dubbi ha scelto di metterlo alla prova attraverso un profilo falso, nella speranza di ottenere maggiore chiarezza.
Tuttavia, quando si entra in una dinamica di verifiche e test, spesso accade che i dubbi non si risolvano davvero. Anzi, ogni elemento raccolto rischia di generare nuove domande e nuove incertezze. Si crea così un circolo in cui il bisogno di rassicurazione porta a cercare ulteriori conferme.
Comprendo che alla base di questo comportamento possa esserci la sensazione di non riuscire a fidarsi pienamente di lui o di percepire delle incongruenze che la fanno sentire poco sicura. Per questo motivo, forse la domanda centrale non è soltanto se lui sia affidabile o meno, ma anche che cosa la porta a sentirsi così dubbiosa e quanto spazio ci sia, nella vostra relazione, per parlare apertamente di queste preoccupazioni.
Più che concentrarsi esclusivamente sul comportamento del suo compagno, potrebbe essere utile interrogarsi su come si è costruita questa sfiducia e su quali elementi concreti la alimentino oggi.
Se sente che questi dubbi occupano molto spazio nella sua vita emotiva o nelle sue relazioni, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio i suoi vissuti e i bisogni che stanno dietro a questa ricerca di conferme, favorendo modalità di confronto più serene e dirette.
Un saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
Buongiorno sono un ragazzo di 31 anni. Single da 4 anni, ultima relazione maggio 2022. Da quel momento non ho più avuto nessun tipo di rapporto sessuale né mi sono mai più masturbato poiché quando sto per raggiungere l'orgasmo non fuoriesce nulla e si blocca tutto con conseguenti dolori ed incapacità di eiaculazione. Guardo quasi ogni giorno materiale pornografico ma arrivando al momento dell'espulsione si blocca tutto e non esce praticamente nulla. Mi è stato consigliato un colloquio con un sessuologo. Chiedo se qualcuno avesse capito il mio problema di provare a darmi un parere. Grazie cordiali saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno Anonimo,
da ciò che descrive emerge una difficoltà specifica nell'eiaculazione associata a dolore e alla sensazione che l'emissione del liquido seminale si blocchi. Si tratta di un sintomo che non può essere compreso né spiegato con certezza attraverso un forum online.
Prima di attribuire il problema a fattori psicologici o relazionali, qualora non lo avesse già fatto, ritengo importante approfondire anche gli aspetti medici con una valutazione andrologica o urologica, soprattutto considerando la presenza del dolore e il fatto che il problema si manifesti in modo costante sia durante la masturbazione sia in assenza di rapporti sessuali.
Parallelamente, un colloquio con un sessuologo potrebbe essere utile per inquadrare meglio la situazione e comprendere se, accanto a eventuali fattori organici, siano presenti anche aspetti emotivi, psicologici o legati alla sessualità che contribuiscono a mantenere il disagio.
Il fatto che il problema persista da diversi anni suggerisce comunque l'importanza di non rimandare ulteriormente una valutazione specialistica.
Un caro saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
Salve, ho 24 anni e la mia vita dopo il liceo ha iniziato, anno dopo anno, a non avere più un senso. Ormai mi alzo la mattina sempre triste, demoralizzato e con poca voglia di fare qualsiasi cosa. Non ho veri amici, o meglio, li ho ma mi cercano solo quando hanno bisogno o tornano in città. Non ho mai avuto una relazione e, cosa più grave, sono molto indietro con gli esami all'università (sono all'ultimo anno di giurisprudenza e me ne mancano 17 su 30... insomma tantissimi! Sono spacciato). Purtroppo, ho capito troppo tardi che questa facoltà non faceva per me, ma non ho avuto mai il coraggio di affrontare la situazione e comunicarlo ai miei genitori, anche per paura che si potessero arrabbiare o non parlarmi più (soprattutto mia madre che, dopo il divorzio, è diventata più severa e mi tiene sotto controllo ogni santo giorno). Fin da piccolo, il mio sogno è sempre stato quello di diventare un presentatore televisivo ma sappiamo tutti che non è un sogno comune come fare il medico, l'avvocato, il poliziotto, ecc. È qualcosa di irrealizzabile ed al giorno d'oggi, se non sei raccomandato, in televisione non ci arriverai mai.
Sono stanco di questa situazione perché inizia ad essere pesante e ho paura di non farcela più da solo a sopportare questo supplizio. Odio la mia vita ed a questo vorrei non essere mai nato. Chiedo gentilmente un aiuto, grazie!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
dalle sue parole emerge una situazione che le pesa molto e che sembra trascinarsi da diverso tempo.
Tuttavia, leggendo il suo messaggio, ho l'impressione che stia mettendo insieme problemi diversi e che finisca per considerarli come la prova di un unico fallimento: gli esami accumulati, l'assenza di una relazione, le amicizie che la deludono, il rapporto con sua madre e il timore di aver scelto un percorso universitario che non sente suo.
Questo però non significa necessariamente che la sua vita sia senza senso o che sia "spacciato". Ad esempio, scrive di essere all'ultimo anno di giurisprudenza pur avendo accumulato molti esami. È certamente una situazione che può generare preoccupazione, ma è diversa dall'aver interrotto completamente gli studi. Allo stesso modo, il fatto di non aver ancora avuto una relazione a 24 anni può essere fonte di sofferenza, ma non rappresenta una condanna per il futuro.
Mi sembra che uno dei nodi più importanti del suo racconto riguardi la difficoltà di confrontarsi con ciò che desidera realmente e con la paura delle possibili reazioni dei suoi genitori. Lei dice di aver capito da tempo che questo percorso universitario potrebbe non essere quello giusto per lei, ma di non essere riuscito a parlarne apertamente.
Quando per anni si rimanda una scelta o una comunicazione difficile, spesso il peso della situazione aumenta e si aggiungono senso di colpa, sfiducia e scoraggiamento.
Credo che sarebbe importante non affrontare tutto questo da solo. Le suggerirei di valutare un confronto con uno psicologo/psicoterapeuta, soprattutto perché scrive di sentirsi molto triste da tempo e arriva a dire che avrebbe preferito non essere mai nato. Sono frasi che meritano attenzione e ascolto, non di essere tenute solo per sé.
Chiedere aiuto, come ha fatto scrivendo qui, può essere un primo passo per iniziare a fare chiarezza.
Un saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
Buongiorno Dottori,
Ho 20 anni, mi piacerebbe saperne di più riguardo un mio particolare fastidio intimo… fin da sempre, difficile trovare una data di inizio, io ho una specie di tic/spasmetto nella zona della punta del pene e dintorni (non so come si chiama precisamente), mi succede quando penso, ragiono oppure quando mi siedo o cambio posizione (ho a volte anche un senso di intorpidimento/pesantezza della zona). Premetto che sono una persona molto ansiosa e infatti sono seguito da un medico e faccio psicoterapia, e quindi questo è un dettaglio che non so se può essere utile per quanto riguarda stress o ansia. Tuttavia altro particolare è che io ho sempre praticato masturb*zione a pancia in giù con la mutanda, sono anni. Potrebbe essere stress o cosa?
Non ho mai avuto rapporti sessuali.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno Anonimo,
l'ansia può certamente aumentare l'attenzione verso le sensazioni corporee e contribuire alla comparsa o al mantenimento di alcune tensioni muscolari involontarie. Tuttavia, da quanto descrive, non è possibile stabilire online se il fastidio che riferisce sia riconducibile esclusivamente all'ansia.
Un elemento interessante è che questo fenomeno sembra accompagnarla da molti anni e che compaia in situazioni specifiche, come quando pensa, cambia posizione o si siede. Anche la sensazione di pesantezza o intorpidimento meriterebbe di essere approfondita.
La modalità di masturbazione che descrive potrebbe essere un'informazione utile da portare all'attenzione dei professionisti che la seguono, ma da sola non consente di spiegare con certezza il disturbo.
Se non lo ha già fatto, potrebbe essere utile confrontarsi anche con uno specialista andrologo o urologo, in modo da avere un inquadramento più completo della situazione. Parallelamente, può portare questo tema anche in psicoterapia, soprattutto considerando che riferisce una storia di ansia già in trattamento.
Un saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
Salve una domanda
Io soffro di ansia e attacchi di panico con forti somatizzazioni. Ho già svolto controlli medici dove a livello organico è tutto a posto. Volevo sapere se in questo caso fosse utile visto che ho queste somatizzazioni fisiche rivolgersi ad un neurologo o iniziare un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
se ha già effettuato gli accertamenti medici necessari e le è stato riferito che non emergono problematiche organiche, credo che potrebbe essere utile rivolgere l'attenzione anche alla componente psicologica di ciò che sta vivendo.
La sofferenza e i sintomi fisici che descrive sono reali e meritano attenzione. Ansia e attacchi di panico possono infatti accompagnarsi a manifestazioni fisiche molto intense e talvolta spaventose, al punto da far pensare che ci sia necessariamente una causa medica alla base. Questo però non significa che i sintomi siano meno reali o meno invalidanti.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio ciò che accade e a trovare strumenti per gestire l'ansia e le somatizzazioni che descrive.
Rispetto alla terapia cognitivo-comportamentale che cita, certamente è uno degli approcci utilizzati nel trattamento dell'ansia e degli attacchi di panico. Tuttavia, non credo sia possibile stabilire a priori quale orientamento sia il più adatto per una persona basandosi esclusivamente sul sintomo.
Ogni approccio terapeutico osserva la sofferenza da una prospettiva diversa e la scelta dipende anche dalle caratteristiche della persona, dalla sua storia, dai suoi bisogni e dagli obiettivi che desidera raggiungere.
Per questo motivo potrebbe essere utile, prima ancora di concentrarsi sul tipo di terapia, individuare un professionista con cui senta di poter costruire una buona relazione di lavoro e valutare insieme quale percorso possa essere maggiormente indicato per la sua situazione.
Un saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
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Ernia del disco lombare
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certamente un'ernia potrebbe essere la causa…