Domande del paziente (404)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Dal punto di vista prettamente farmacologico, molecole come l'escitalopram agiscono in modo mirato sui recettori del sistema nervoso centrale determinando un aumento di livelli di serotonina,...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
La sensazione che lei definisce come "paura della paura" rappresenta potenzialmente il nucleo centrale del disturbo da panico, un meccanismo neurobiologico in cui il cervello rischia di...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Analizzando la sua storia clinica sulla base di quanto descritto, il primo elemento cruciale risiede nell'interruzione improvvisa della sua prima cura a base di paroxetina.
I disturbi...
Altro
Buongiorno ha 1 mese che prendo zolfot ora il medico da 2 settimane mi ha aumentato il dosaggio e normale non avere ancora risultati.grazie a chi mi può dare una mano
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
Rispondo in modo diretto alla sua domanda: in questa fase, e con le tempistiche da lei descritte, è ancora assolutamente normale.
Il farmaco che sta assumendo, lo Zoloft, agisce sui circuiti della serotonina e richiede tempi biologici molto precisi per funzionare. C'è una regola fondamentale in farmacologia psichiatrica che deve tenere a mente: i tempi per vedere i veri benefici clinici non si calcolano dal primo giorno in assoluto in cui ha iniziato la cura, ma iniziano a contare dal momento in cui viene raggiunto e mantenuto il nuovo dosaggio.
Avendo aumentato la dose solo da due settimane, il suo sistema nervoso centrale sta sostanzialmente ancora cercando di assestarsi su questo nuovo livello biochimico. Due settimane sono un tempo fisiologicamente troppo breve per permettere ai recettori di stabilizzarsi in modo definitivo e spegnere i sintomi di fondo.
Deve armarsi ancora di un po' di pazienza. Solitamente, per iniziare ad avvertire un miglioramento concreto, servono almeno tre o quattro settimane piene dalla modifica del dosaggio.
Le suggerisco di attendere sereno ancora un paio di settimane e continuare la cura con assoluta regolarità. Dopodiché, sarà fondamentale fare il punto della situazione direttamente con il medico che le ha prescritto la variazione, per valutare insieme la reale risposta del suo organismo a questa nuova posologia.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti.
Buongiorno Dottoressa,
la contatto per avere un suo parere riguardo la situazione di mio padre.
Da circa una settimana sta assumendo paroxetina (mezza compressa al mattino), ma al momento non vediamo ancora benefici sull’umore e sull’ansia. Continua ad essere agitato, confuso e molto giù di morale.
Inoltre presenta un tic continuo alla bocca che lo rende ancora più nervoso.
Per l’ansia sta assumendo anche delle gocce di alprazolam, ma abbiamo notato che lo rendono molto sedato: al mattino si sveglia molto rallentato, confuso e senza forze.
Volevo chiederle:
- se è normale che la paroxetina dopo una settimana non abbia ancora effetto
- se questa forte sedazione da alprazolam è normale o se è il caso di rivedere il dosaggio
- se nel frattempo c’è qualcosa che può aiutarlo un po’ con l’umore, in attesa che la paroxetina faccia effetto
La situazione al momento è abbastanza difficile per lui e vorremmo capire come aiutarlo nel modo giusto.
La ringrazio per la disponibilità e resto in attesa di un suo gentile riscontro.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
Partendo dal suo primo dubbio, le confermo che è assolutamente normale che la Paroxetina non abbia ancora apportato alcun beneficio. I farmaci che agiscono sui circuiti della serotonina necessitano fisiologicamente di almeno tre o quattro settimane di tempo per iniziare a stabilizzare l'umore e spegnere l'ansia; anzi, durante la prima settimana di assunzione è molto frequente assistere a un leggero peggioramento dell'agitazione, una sorta di temporanea "attivazione iniziale" prima che il farmaco trovi il suo equilibrio.
Per quanto riguarda l'alprazolam, la forte sedazione mattutina, unita a confusione e profonda debolezza, è un segnale che probabilmente il dosaggio attuale risulta eccessivo o faticosamente smaltito dal metabolismo di suo padre; difatti, soprattutto nei pazienti anziani, farmaci ansiolitici di questo tipo tendono ad avere un impatto molto più marcato, provocando frequentemente questo spiacevole effetto di eccessivo rallentamento cognitivo e motorio al risveglio.
C'è però un dettaglio clinico molto importante nel suo racconto che merita un'attenzione immediata: il tic continuo alla bocca. Questo tipo di movimenti involontari non va sottovalutato, in quanto potrebbe rappresentare un effetto collaterale di natura neurologica legato ai farmaci, oppure l'espressione di una forte tensione di fondo che va indagata visivamente.
Rispondendo alla sua ultima domanda, non esistono purtroppo "scorciatoie" farmacologiche o rimedi rapidi da poter aggiungere al momento per tirargli su l'umore. Inserire ulteriori sostanze rischierebbe solamente di appesantire il quadro e aumentare la sua attuale confusione.
La strategia clinica più sicura e razionale in questo momento è contattare tempestivamente il medico che ha prescritto la cura. È fondamentale una valutazione in presenza per poter osservare direttamente l'entità e la natura di questo tic motorio e per ricalibrare subito le gocce di ansiolitico. Alleggerire la sedazione è il primo vero passo per permettere a suo padre di affrontare queste fisiologiche settimane di attesa in modo molto più lucido, sereno e tollerabile.
Resto a disposizione per eventuali necessità e le faccio i migliori auguri per tutto.
Cari saluti.
Buongiorno, sto assumendo il faxilex ormai da 4 mesi.. Inizialmente ho avuto molti degli effetti collaterali e a distanza di circa 45 giorni mi sentivo davvero bene, ma un episodio di stress avvenuto a metà gennaio mi ha riportato indietro... Ora ho di nuovo gli effetti indesiderati del tipo prurito, ansia difficoltà a dormire e molta irrequietezza tanto da non riuscire a stare seduta... Noto anche uno strano gonfiore al viso la mattina appena sveglia che si riassorbe dopo più di un'ora. Chiedo un consiglio se è il caso di continuare con questa terapia
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Un forte episodio di stress possiede la reale capacità biologica di destabilizzare un sistema nervoso centrale ancora in fase di delicato assestamento.
Questo imprevisto "sovraccarico emotivo" potrebbe aver temporaneamente alterato l'equilibrio recettoriale appena conquistato con l'assunzione del Faxilex, giustificando in modo plausibile il ritorno dell'ansia e delle difficoltà a dormire.
Per quanto riguarda la forte irrequietezza motoria, che le impedisce perfino di stare seduta, questa sgradevole sensazione potrebbe rappresentare potenzialmente un'attivazione paradossa o una forma di acatisia, talvolta associate all'assunzione di molecole a duplice azione serotoninergica e noradrenergica, come è appunto il Faxilex.
La comparsa di prurito associato a un anomalo gonfiore mattutino al viso costituisce tuttavia un segnale clinico che richiede cautela.
Se da un lato potrebbe trattarsi di una semplice e transitoria ritenzione idrica notturna, dall'altro questi specifici sintomi cutanei ed edematosi potrebbero suggerire l'insorgenza di una ipersensibilità individuale o di una reazione allergica al principio attivo del farmaco
Esprimere un giudizio definitivo sull'opportunità di proseguire o sospendere la terapia attraverso un consulto scritto è impossibile;
Risulta dunque assolutamente indispensabile sottoporre la sua specifica situazione clinica alla valutazione visiva e diretta di un professionista.
Le raccomanderei di contattare lo psichiatra che ha impostato questo schema terapeutico, o in alternativa di recarsi dal suo medico curante, affinché possano ispezionare di persona l'entità del gonfiore facciale e inquadrare il grado della sua irrequietezza.
Eventualmente può anche optare per chiedere un secondo parere psichiatrico di rivalutazione del quadro clinico sulla base dei segni e sintomi che attualmente presenta.
Sottoporre la sua pelle e il suo sistema nervoso all'attento sguardo clinico di chi la segue costituisce l'unico vero passaggio risolutivo per decidere con precisione come modulare la molecola, mettendo in totale sicurezza il suo organismo per accompagnarla nuovamente verso quella stabilità che aveva già assaporato in precedenza.
Spero di aver chiarito i suoi dubbi, resto a disposizione per eventuali necessità e le faccio i migliori auguri per tutto.
Cari saluti
Dove posso trovare uno psichiatra a tariffe solidali?
Sono una studentessa universitaria e vivo a Roma, soffro di disturbo ossessivo compulsivo e depressione, in più è dall'adolescenza che compio atti di autolesionismo. Sono un paio di anni che la mia situazione è peggiorata molto. Da poco tempo sono seguita da una psicologa, però sento di aver bisogno di qualcosa in più, per quello vorrei andare anche da uno psichiatra. Vivo in un contesto familiare dove i miei genitori non sarebbero mai d'accordo col mandarmi da uno psichiatra, ho pensato di passare per il pubblico, ma ho francamente paura di venir scoperta dai miei genitori in un modo o nell'altro, vorrei lasciare il minimo possibile di "tracce", quindi il privato sarebbe la cosa migliore per me. Ho un po' di soldi da parte ma non così tanti e so che inizialmente le visite sono molto ravvicinate, ho paura che sia tutto troppo costoso. Purtroppo non ho un lavoro dato che la mia condizione psicologica mi rende difficoltoso fare anche le cose più semplici. Non so veramente come fare, grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
comprendo profondamente il momento di grande sofferenza e confusione che sta attraversando.
Il suo desiderio di curarsi e la consapevolezza di aver bisogno di un aiuto specialistico sono già un enorme e coraggioso passo avanti.
Tuttavia, vorrei tranquillizzarla su un punto fondamentale che le sta precludendo la strada più sicura: il Servizio Sanitario Nazionale è vincolato per legge dal segreto professionale assoluto.
Se lei si rivolge a un Centro di Salute Mentale (CSM) della sua ASL di appartenenza, o a un Consultorio, nessun medico o infermiere potrà mai comunicare ai suoi genitori le sue visite, le sue diagnosi o le sue terapie senza il suo esplicito consenso scritto, essendo lei maggiorenne.
Inoltre, le consiglio di verificare presso la sua Università: quasi tutti gli atenei di Roma dispongono di sportelli di ascolto psicologico gratuiti per gli studenti, che lavorano in rete con i servizi psichiatrici pubblici per le prese in carico più complesse, garantendo massima privacy e zero costi.
Un percorso privato, per quanto tempestivo, richiede un investimento economico costante nel tempo (soprattutto in fasi acute che necessitano di controlli ravvicinati) che in questo momento aggiungerebbe ulteriore stress alla sua situazione.
Si affidi con fiducia ai servizi territoriali o universitari, non lascerà alcuna "traccia" accessibile alla sua famiglia e troverà professionisti pronti ad aiutarla.
Le faccio i miei più sentiti auguri.
Buonasera, premetto che sono alla ricerca di uno psichiatra che subentri all precedente con cui non mi sono trovata per nulla bene..
Assumo Cipralex da novembre 2024, sono a dosaggio stabile di 10 gocce da gennaio 2025. All’inizio mi ha dato molte difficoltà già dalla dose di 4 gocce, nausea e problemi intestinali, poi riassestati.
Il farmaco mi è stato prescritto per attacchi di panico e altre difficoltà nell’area sociale, ho avuto diagnosi di autismo (+ansia e depressione, no ADHD) a seguito di bornout autistico a luglio 2024.
Rispetto agli attacchi di panico è stato risolutivo e ho tratto beneficio su diverse aree. Sono seguita da una psicologa meravigliosa che davvero mi guida verso nuove consapevolezze.
La domanda: negli ultimi 6 mesi ho avuto aumento di peso (pure seguendo una buona alimentazione) e problemi intestinali (diarrea ricorrente), mi sento anche sotto stimolata.
Può essere il farmaco?
(Ho 49 anni e non sono in premenopausa)
Grazie per l’attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Da quello che descrive, è probabile che l'attuale senso di apatia e la sensazione di essere "sottostimolata" non siano semplicemente effetti collaterali, ma indichino piuttosto che il dosaggio di Cipralex a 10 gocce risulti al momento parzialmente sottodosato oppure che il protocollo farmacologico vada rivalutato in relazione all'attuale quadro clinico.
L'attuale situazione, con la recente diagnosi di autismo in età adulta, ha certamente un impatto notevole, che molto probabilmente richiede un supporto neurochimico maggiore e/o differente per far fronte allo stress accumulato e ai sintomi depressivi di fondo.
Lei ha espresso un concetto giustissimo sottolineando il valore della sua psicologa: la psicoterapia l'aiuta ed è fondamentale per guidarla verso nuove consapevolezze; Tuttavia, non è un "pronto intervento" biologico, ed è normale che faccia fatica ad apportare un beneficio emotivo e fisico completo se la terapia farmacologica di base non è calibrata in modo ottimale.
I fastidi intestinali e l'aumento di peso, pur con una buona alimentazione, possono infatti essere legati anche a una somatizzazione ansiosa o a un asse intestino-cervello particolarmente reattivo, segni che la copertura della molecola potrebbe aver bisogno di un aggiustamento.
Il consiglio è pertanto di rivolgersi a uno specialista psichiatra, che possa inquadrare al meglio la sua attuale condizione clinica. Solo attraverso un'attenta valutazione dal vivo sarà possibile capire se sia effettivamente necessario ottimizzare il dosaggio del Cipralex, oppure se convenga valutare strategie diverse.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti
Buongiorno mi hanno prescritto tolep 300 per ansia e liryca ... Il tolep mi hanno detto che fa ingrassare ma io non sono una mangiona anzi il contrario .... Volevo un riscontro da permettere che il liryca lo prendo da anni e il tolep ancora inizio .... Se qualcuno mi può risponde dico grazie...
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
E' comprensibile il suo timore riguardo i possibili effetti metabolici della nuova terapia.
Lei ha espresso un concetto giustissimo ponendo l'attenzione sul suo stile alimentare: chi non abusa col cibo difficilmente accumula peso dal nulla, ed è esattamente così; il Tolep è generalmente considerato una molecola molto "neutra" sul peso corporeo, e raramente provoca un reale aumento di massa grassa se il paziente mantiene le proprie abitudini alimentari.
Il Tolep inoltre, non agisce rallentando il metabolismo o inducendo fame nervosa, non possiede le problematiche di grave alterazione metabolica tipiche di altre categorie di farmaci; l'unico aspetto che talvolta si può notare è una lieve ritenzione idrica transitoria, che però non ha nulla a che vedere con il reale ingrassare.
Il consiglio è pertanto di iniziare la terapia prescritta con serenità e senza farsi condizionare da queste paure, continuando a farsi seguire dal suo specialista psichiatra, con il quale è fondamentale costruire un rapporto fiduciario tale che lei possa porre al suo specialista qualsiasi suo legittimo dubbio (come quello che sta esprimendo qui).
Il suo psichiatra di riferimento, per chiarezza clinico-terapeutica, è tenuto a spiegare quasi possono essere gli effetti collaterali, oltre che il razionale di cura, di ogni terapia che viene prescritta ai propri pazienti; solo attraverso questo tipo di comunicazione il protocollo di Cura può essere davvero interiorizzato dal paziente e divenire realmente terapeutico, perchè il paziente ne diviene consapevole, che è un passo fondamentale verso il processo di Guarigione.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.
Un caro saluto.
Salve, voglio fare una premessa di fondo: se c'è la necessità di uno psichiatra, bisogna rivolgersi a quest'ultimo per risolvere la depressione. Prendere pillole senza uno specialista che ti segua e senza sapere cosa si prende, significa andare incontro a una serie di rischi per la propria salute.
Detto questo. Dopo due-tre tentativi andati a vuoto nel fare la prima visita da uno psichiatra, ho fortunatamente trovato uno specialista che lavora in un poliambulatorio. Tuttavia, era uno psichiatra senza avere l'abilitazione alla psicoterapia e non credeva nelle varie metodiche psicologiche. Vabbè, ho trovato sicuramente un certo grado di giovamento, giacché oltre agli antidepressivi mi aveva prescritto anche degli ansiolitici.
Compio un riassunto formato Bignami, altrimenti dovrei scrivere oltre ogni misura.
Il punto di cui si dibatte forse meno nella psichiatria, ma sicuramente nella psicologia, è quello per cui il rapporto psichiatra/psicologo-paziente è intrinsecamente asimmetrico; ciò significa che non può esserci un rapporto alla pari tra i due soggetti, ovviamente perché lo psichiatra/psicologo ha competenze che lo pongono su un piano rialzato rispetto al paziente.
Ora, la questione diventa problematica quando questo piano sfalsato viene percepito come un rapporto di subordinazione rispetto al dottore: ovvero, la persona non si sente partecipe protagonista del percorso terapeutico, bensì solo un "esecutore" materiale di ciò che dice il medico. E purtroppo, dopo aver constatato questa dinamica dove sovente lo psichiatra/psicologo ritiene il paziente una sorta di adolescente — benché io abbia passato i 40 anni — ho lasciato ogni contatto con questi medici ed, avendo impresso bene ciò che mi avevano prescritto, ho iniziato ad autogestirmi (non lo fate, seguite uno psichiatra o psicologo).
Non essendo un masochista, ed avendo tentato più e più volte di rendere la suddetta dinamica trasparente col medico col quale mi relazionavo, ho capito che il rapporto gerarchico non può venir meno; e questo va pure bene: tu sei il medico, colui che ha le competenze, io sono il paziente, colui che non ha competenze.
Tuttavia, quando il medico non accetta di relazionarsi alla pari sul piano emotivo e anche cognitivo col sottoscritto — non sono nato imparato, come si suol dire, ma si impara durante il processo evolutivo — il rapporto diventa un mero rapporto fra "impiegato della salute" e il sottoscritto e/o il paziente. Certe domande e/o tempistiche di interloquire, per cui ci si ritrova in un discorso con una certa cadenza e si passa ad una cadenza veloce per constatare se il sottoscritto riesca a seguire quanto dice il medico, è di una meschinità infantile.
Se lo psichiatra/psicologo vuole fare un test per capire la mia capacità cognitiva senza farmelo capire, il rapporto si chiude la seduta stessa. Se ha questa necessità impellente di capire il grado di ragionamento della persona, piuttosto che camuffarsi dietro a metodiche dispotiche, sarebbe meglio impiegare fin dall'inizio un codice da entrambi accettato, al fine poi di non ritrovarsi in situazioni dove il medico crede di svolgere il suo lavoro con onestà, quando l'onestà è solo la parvenza che vuole restituire al sottoscritto.
Io non ho mai incontrato il professor Vittorino Andreoli, ma ho solo letto alcuni suoi libri e ascoltato alcuni suoi interventi televisivi, e ho potuto constatare che è quello il cui rapporto col paziente sembra essere da persona a persona; ma forse mi sbaglio, ed è solo una mia impressione.
Cordiali saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
Ho letto con attenzione la sua riflessione, che tocca uno dei fondamenti assoluti della clinica psichiatrica: l'alleanza terapeutica.
Lei centra perfettamente il punto: la relazione medico-paziente è asimmetrica per quanto riguarda le competenze tecniche, ma deve essere assolutamente simmetrica sul piano umano, emotivo e cognitivo.
Se un paziente adulto e lucido si sente trattato da "esecutore" passivo o percepisce di essere sottoposto a valutazioni non dichiarate, significa che lo spazio terapeutico è venuto meno.
Il fatto che il collega non avesse una formazione psicoterapeutica e fosse scettico verso tali metodiche spiega, in gran parte, questo approccio rigidamente prescrittivo e gerarchico da lei descritto.
Comprendo quindi la frustrazione che l'ha spinta ad allontanarsi e a gestire in autonomia la terapia prescritta in passato; venendo all'aspetto prettamente clinico e farmacologico, devo restituirle la realtà dei fatti con totale oggettività: l'autogestione psicofarmacologica a lungo termine perde fisiologicamente di efficacia.
La psichiatria non si basa sull'assunzione statica di una molecola, ma il nostro sistema nervoso centrale si adatta: nel tempo subentrano fenomeni di assuefazione e tolleranza (specialmente con gli ansiolitici) e variazioni neurochimiche che richiedono un monitoraggio e una ricalibrazione periodica dei dosaggi.
Proseguire con una prescrizione "congelata" nel tempo significa limitarsi a tamponare, esponendosi al rischio di ricadute o di assunzioni inefficaci.
Il professor Andreoli, che lei cita, rappresenta un approccio in cui il focus è sulla persona prima ancora che sul sintomo o sul recettore.
Le assicuro che esistono molti professionisti con questa impostazione, che integrano la tecnica farmacologica con l'ascolto attivo.
Il mio consiglio clinico è di non rinunciare a curarsi in modo ottimale a causa di un'esperienza relazionale disfunzionale.
Le suggerisco di cercare un nuovo specialista, che sia sia psichiatra che psicoterapeuta, con cui poter costruire fin dall'inizio un codice condiviso.
La invito a fare questa ricerca per intraprendere un percorso rigorosamente in presenza, che a mio parere è quasi sempre l'unico vero setting dove si può instaurare un'alleanza clinica autentica, guardandosi negli occhi e collaborando attivamente alla pari.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.
Un caro saluto.
Buongiorno dottori ho 45 anni e da un po di tempo assumo en gocce prima di andare a dormire ma non mi fanno più effetto tra l'altro penso che mi danno tachicardia e possibile ? Tra l'altro ho iniziato ad assumere magnesio volevo sapere se c'era effetto collaterale con en gocce abbiamo provato tanti farmaci per facilitare il sonno con lo specialista ma nulla grazie a chi risponde
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
la perdita di efficacia dell’EN che riferisce potrebbe essere legata al fenomeno della tolleranza, un processo fisiologico per cui il sistema nervoso si adatta alla molecola rendendola, col tempo, non più risolutiva; le benzodiazepine, infatti, non sono generalmente considerate farmaci curativi a lungo termine per l'insonnia, ma solo trattamenti sintomatici.
La tachicardia, in questo contesto, potrebbe rappresentare un sintomo di "ansia di rimbalzo" dovuto proprio alla perdita di efficacia del farmaco, pur non potendo escludere del tutto una possibile reazione paradossa individuale.
Riguardo al magnesio, può stare assolutamente tranquillo: non risultano esserci interazioni farmacologiche note con le benzodiazepine.
Il fatto che diverse terapie precedenti non abbiano dato i frutti sperati suggerisce che il disturbo potrebbe originare da meccanismi più profondi dell’architettura del sonno che un semplice sedativo non riesce a correggere.
Il mio consiglio clinico è di evitare assolutamente l'autogestione e di concordare una nuova valutazione psichiatrica, perché solo attraverso un colloquio diretto e un'osservazione clinica approfondita lo specialista potrà analizzare la sua igiene del sonno e proporre molecole con un reale razionale curativo, capaci di agire sulla radice del problema e non solo sul sintomo momentaneo.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.
Un caro saluto.
Sto assumendo zolof a pranzo da sei settimane e mi vengono le nauese più prendo En di mattina mezza compressa e di pomeriggio e la notte ma le nausee non passano e sono senza forze
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
comprendo bene il profondo disagio che sta vivendo, poiché affrontare le giornate con una nausea persistente e una totale assenza di forze è una condizione clinicamente estenuante.
Analizzando la sua, la nausea rappresenta un effetto collaterale noto dello Zoloft, ma essendo giunti ormai alla sesta settimana di trattamento, tale sintomo dovrebbe tendenzialmente essersi già attenuato; se persiste in modo così marcato, potrebbe indicare una sua specifica difficoltà di tollerabilità gastrica a questa particolare molecola.
Per quanto riguarda l'estrema stanchezza e la mancanza di forze, questa potrebbe essere direttamente collegata all'assunzione dell'EN tre volte al giorno; il carico farmacologico continuo di questa benzodiazepina durante le ore diurne genera infatti una sedazione che può essere anche intensa (in base al dosaggio assunto) e una spiccata stanchezza muscolare.
Il mio consiglio è di non prolungare passivamente questa sofferenza e di contattare uno specialista psichiatra per programmare una valutazione psichiatrica, perché solo attraverso un'osservazione diretta sarà possibile ricalibrare l'uso dell'ansiolitico per restituirle le energie diurne e, se necessario, valutare una valida alternativa antidepressiva che il suo organismo possa accogliere senza questi pesanti disturbi.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.
Un caro saluto.
Buongiorno,sto prendendo Tavor dato per insonnia ma mi dà agitazione sono Otto giorni,,tramite esperto riuscirò ad uscirne e prendere qualcosa di più specifico?o sono già dipendente?si riesce a fare cambio farmaco senZa danni?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
comprendo la sua preoccupazione, specialmente quando un farmaco prescritto per aiutarla a riposare finisce per generare l'effetto opposto.
L'agitazione che avverte assumendo il Tavor potrebbe rappresentare una "reazione paradossa", un'evenienza ben nota in psichiatria per cui la molecola, invece di indurre sedazione, attiva paradossalmente il sistema nervoso.
Per quanto riguarda i suoi timori, può stare assolutamente tranquillo: avendo assunto il farmaco per soli otto giorni, è altamente improbabile che si sia già instaurata una dipendenza fisica.
Proprio in virtù di questa assunzione così breve, è certamente possibile valutare la sospensione e/o sostituzione del Tavor il farmaco senza alcun "danno" o contraccolpo per il suo organismo.
Per valutare in modo corretto i prossimi passi da effettuare, é indispensabile effettuare una valutazione con uno psichiatra di fiducia, che possa permettere allo specialista di constatare questa sua reazione e impostare una cura per l'insonnia più specifica, realmente mirata e adatta al suo profilo.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.
Un caro saluto.
Salve, scrivo perché sono disperata, dopo anni di fallimenti di terapia per ansia estrema e panico, stavo cominciando a stare molto meglio, pur rimanendo agorafobica, non avevo più panico in casa e riuscivo a fare qualche attività.
Assumevo 75 imipramina 800 quetiapina, 100 pregabalin e 60gg di Xanax.
Stavo meglio ad ogni incremento di imipramina, avevo cominciato a sperare. 3 settimane fa ho chiesto al medico la metformina per il forte aumento di peso, da allora sono in un incubo ancora peggiore.
Dopo 4 giorni di panico continuo lho sospesa, ma non sono tornata come prima di assumerla.
Ora sono a 125 di imipramina, ma non ho nessun miglioramento, prendo tavor 2,5 alloccorrenza ma apparte farmi dormire un po non fa molto.
La mia ansia è ancora più estrema di prima di prendere limipramina, il mio dottore non sa più che fare ed io sono disperata.
Perché limipramina non funziona più?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Sulla base di ciò che descrive, il peggioramento iniziale potrebbe essere stato potenzialmente innescato dalla metformina (che può causare fastidi gastrointestinali o transitori cali glicemici, interpretati dal cervello come un segnale di forte allarme fisico), ma avendola sospesa da tre settimane, il farmaco è oramai completamente smaltito.
Il problema che la tiene in questo stato di panico continuo risiede dunque probabilmente nell'assetto terapeutico attuale.
Lei si chiede perché l'imipramina sembri non funzionare più. Una risposta plausibile risiede proprio nel recente aumento a 125 mg, che potrebbe aver scatenato un "effetto paradosso".
L'imipramina è un potente antidepressivo triciclico che, a dosaggi più elevati, esercita una marcata stimolazione noradrenergica; questo si traduce fisicamente in tachicardia, tremori e iperattivazione, sintomi che il suo corpo interpreta esattamente come un "attacco di panico innescato chimicamente".
Invece di spegnere l'ansia, l'aumento del farmaco la sta molto probabilmente alimentando.
Inoltre l'attuale schema terapeutico (in particolar modo gli 800 mg di Quetiapina, che rappresentano un dosaggio antipsicotico massiccio, sommati a dosi elevate di benzodiazepine e Pregabalin) costituisce una politerapia estremamente pesante e complessa, che richiede una gestione da parte di uno psichiatra esperto in psicofarmacologia, con una calibrazione su misura, sulla base delle sue specifiche esigenze individuali.
Se il suo attuale medico curante ha ammesso di "non sapere più cosa fare", è imperativo non rimanere bloccata in questa sofferenza.
Il mio consiglio è di richiedere urgentemente una seconda opinione psichiatrica; solo attraverso un'osservazione medica specialistica diretta ed estremamente accurata sarà possibile mettere a punto un protocollo farmacologico che la faccia tornare a stare bene, minimizzando gli effetti collaterali e massimizzando gli effetti terapeutici.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.
Un caro saluto.
Buongiorno, . Mi hanno aggiunto questo medicinale Pregabalin 50 mg eg stada italia insieme a xanax e zarelis da prendere a colazione e dopo pranzo. La sera ho solo lo xanax .. Volevi chiedere se è normale aver giramenti di testa, sonnolenza e essere un po stordita ecc. Perché non ho mai preso il Pregabalin e con questa combinazione di medicinali mi farà effetto dopo quanto? E in piu volevo chiedere è meglio non fare neanche un aperitivo?
Grazie Cordiali Saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
I giramenti di testa, la sonnolenza e quel diffuso senso di stordimento che descrive sono reazioni clinicamente fisiologiche e comuni nelle primissime fasi di assunzione del Pregabalin.
Il suo sistema nervoso si sta adattando a una nuova molecola che ha un marcato effetto inibitorio e sedativo; questa sensazione di affaticamento è molto probabilmente amplificata dalla contemporanea assunzione dello Xanax e dello Zarelis, i quali concorrono insieme a un effetto di temporaneo "rallentamento" del sistema nervoso centrale.
È molto probabile che questi effetti collaterali tendano a regredire spontaneamente e in modo graduale nel giro di una o due settimane, man mano che i suoi recettori svilupperanno un'adeguata tolleranza farmacologica.
Contestualmente a questo adattamento fisico, nei prossimi giorni inizierà probabilmente e progressivamente a percepire il reale effetto terapeutico del farmaco, caratterizzato da una stabilizzazione e da uno spegnimento della sintomatologia ansiosa.
Per quanto riguarda l'assunzione di bevande alcoliche, in concomitanza con questa specifica combinazione di psicofarmaci è assolutamente sconsigliata; l'alcol andrebbe infatti a potenziare in modo rischioso e imprevedibile l'effetto sedativo del Pregabalin e dello Xanax, accentuando vertigini, confusione e causando una potenziale depressione del sistema nervoso.
Il mio consiglio è di stringere i denti in questa fase di transizione biochimica ed evitare alterazioni esterne come l'alcol.
Per valutare tali effetti con la massima precisione e prudenza, sarà comunque fondamentale riportare l'andamento di questi sintomi iniziali al suo specialista di riferimento.
Le visite di controllo sono sempre indispensabili per valutare oggettivamente l'andamento della terapia e calibrarla sulla base della sua specifica risposta individuale.
Spero di aver chiarito i suoi dubbi, resto a disposizione per eventuali necessità e le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti.
Salve, sono donna e ho 33 anni, sono in cura da otto anni con una psicoterapeuta e da cinque con uno psichiatra, ho iniziato la terapia con Zarelis, Tolep e Neuleptil( poi passato ad Aripiprazolo e infine al Rxulti). La terapia mi ha letteralmente salvato la vita e migliorato la qualità della stessa. Negli ultimi tre anni abbiamo scalato lo Zarelis da 225 mg a 37,5mg (da Aprile 2026) mentre il Tolep lo abbiamo completamente sospeso a Settembre 2025( senza nessun effetto collaterale, praticamente non me ne sono accorta). Il Rxulti invece il mio psichiatra lo mantiene invariato a 2mg e non lo vuole toccare( anche se dice che potremmo con il tempo valutare di abbassarlo a 1mg). La mia domanda e preoccupazione che non trovano risposta nel mio psichiatra che vedo molto riluttante a rispondere è se potrò mai sospendere del tutto il Rxulti o se è un farmaco talmente forte che me lo porterò a vita. Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
comprendo perfettamente la sua frustrazione; quando si lavora duramente e con successo per scalare una complessa terapia psicofarmacologica, incontrare il silenzio o la riluttanza del proprio specialista di fronte a domande legittime sul futuro genera inevitabilmente ansia.
La mia risposta diretta alla sua preoccupazione è che il Rxulti non è un farmaco che crea una dipendenza fisica insuperabile, per cui non esiste alcuna impossibilità biologica a sospenderlo.
Se le verrà indicato di mantenerlo a lungo termine, non sarà certo per la "forza" intrinseca della molecola, ma esclusivamente per tutelare l'equilibrio del suo disturbo di base.
Analizzando oggettivamente i suoi recenti cambi terapeutici: avendo già eliminato del tutto il Tolep e avendo ridotto lo Zarelis al dosaggio minimo di 37,5 mg proprio in queste settimane, il Rxulti a 2 mg potrebbe rappresentare in questo momento la vera "chiave di volta" della sua architettura terapeutica.
Considerando che questa cura le "ha salvato la vita", il suo psichiatra è riluttante probabilmente perchè "spezzare" quest'ultimo pilastro stabilizzante potrebbe esporla a un rischio di una ricaduta clinica.
Continuare ad assumere un farmaco a lungo termine non deve essere percepito come una sconfitta o una condanna a vita, ma come una preziosa "cintura di sicurezza" che le sta oggettivamente garantendo una buona qualità di vita.
Il mio consiglio è di non vivere questo mantenimento con il terrore di non poterne uscire, ma di porre al suo psichiatra, nel corso della prossima visita, tutte le domande che le servono per fare chiarezza.
In quanto paziente, ha tutto il diritto di esigere una spiegazione trasparente sul razionale della sua diagnosi e sulle prospettive future: solo una comunicazione chiara le permetterà di valutare serenamente se in futuro ci sarà il margine per ottimizzare la terapia farmacologica, mettendo sempre e solo al primo posto il benessere vitale che ha duramente conquistato.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.
Un caro saluto.
Buonasera a tutti sono una giovane mamma di due bellissime bimbe di 3 e 6 anni . Convivo da 10 anni col mio compagno e papà delle bimbe . Lavoro come operaia da 3 anni , 8 ore al giorno ultimamente anche 9 , aggiungendo il sabato ( preciso che è un lavoro duro , sempre in piedi e solitario , ultimamente mi pesa molto soprattutto l aggiunta di ore ) sono già in cura da 2 anni per ansia e attacchi di panico , tramite psichiatra e assumo ogni sera un antidepressivo . Mi sono trovata da subito bene e sono stata meglio . A parte ogni cambio stagione dove risento di sbalzi d umore e ansia . Da una settimana mi è tornata una forte ansia , sbalzi d umore e umore giù , mi è venuto il dubbio che sia stato per un errore di assunzione del farmaco che ho fatto settimana scorsa , ho assunto il giovedì normalmente , poi ho dimenticato venerdì e sabato per riprenderlo domenica e l ho dimenticato ancora lunedì . Lo sto riassumendo con regolarità ma la situazione è migliorata di poco poco . Può essere dovuto all errore del farmaco o al carico di lavoro ?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
comprendo profondamente la stanchezza fisica e mentale che sta vivendo. Con una bimba di tre anni e mezzo e un figlio piccolo a casa, conosco in prima persona le energie totalizzanti che richiede la genitorialità quotidiana; dover sommare a questo impegno un lavoro in fabbrica così usurante e solitario per 9 ore al giorno rappresenta un carico di stress oggettivamente enorme.
Analizzando la sua situazione, la risposta al suo dubbio è che entrambi i fattori stanno probabilmente contribuendo a questo momento di crisi.
Tuttavia, l'aver saltato tre assunzioni del suo antidepressivo nell'arco di soli cinque giorni potrebbe rappresentare la causa scatenante di questa acuta riacutizzazione sintomatologica.
Gli psicofarmaci necessitano di livelli costanti nel sangue; queste interruzioni "a singhiozzo" creano dei veri e propri contraccolpi biochimici nel sistema nervoso, che potrebbero generare ansia di rimbalzo, deflessione dell'umore e sintomi da sospensione.
Il fatto che la situazione sia migliorata solo "di poco" da quando ha ripreso la terapia è del tutto fisiologico: il cervello potrebbe necessitare di un paio di settimane di assunzione rigorosamente regolare per riassestarsi e spegnere l'allarme. A questo sbalzo biochimico, naturalmente, si somma la sua oggettiva vulnerabilità dovuta allo sfinimento lavorativo.
Il mio consiglio è di riprendere la terapia con rigore assoluto così come le è stata prescritta, magari aiutandosi con una sveglia sul telefono; se però l'ansia non dovesse rientrare completamente nell'arco di quindici giorni, le raccomando di prenotare una visita psichiatrica per rivalutazione del quadro clinico.
Solo attraverso una visita diretta e accurata uno specialista psichiatra può valutare se la molecola attuale sia ancora in grado di "coprirla" adeguatamente in un periodo di stress psicofisico così elevato, oppure se sia necessario ottimizzare la terapia farmacologica ricalibrandola.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.
Un caro saluto.
Buonasera, ho 24 anni e fine giugno 2025 ho avuto un forte attacco di panico di notte.
Non gli ho dato peso, così non si è più ripresentato nulla fino ad metà agosto 2025, dove ne ho avuto un altro di sera mentre ero a cena fuori: da quel giorno ne ho avuto un altro abbastanza forte nei giorni successivi per poi avere abbastanza spesso ( direi quotidianamente) crisi di panico “minori” dove non c’era “paura di morire” ma non mi veniva il respiro oppure avevo tachicardia, formicolii, stanchezza estrema eccetera.
Tutto questo fino a metà novembre, a partire da metà novembre le crisi di panico anche minori si sono notevolmente ridotte e sono diventate più sporadiche, ma mi è rimasta costante una derealizzazione/ stranezza, che definirei comunque lieve visto che leggo certe testimonianze ben peggiori della mia e perché non mi impedisce di fare nulla, ma che è comunque fastidiosa.
Sono andato avanti così fino a metà febbraio, ma visto il permanere di questo, un umore sempre più basso e un rimuginio sempre più insistente, complice anche il fatto che sono all’ultimo anno di giurisprudenza e cio mi reca molto stress, ho deciso di rivolgermi a uno psichiatra( sono già in terapia da uno psicologo).
Mi è stato diagnosticato un disturbo di panico e mi è stata prescritto Sereupin 20mg, che ho iniziato a prendere a dosaggio pieno il 26 febbraio, insieme ad En (ora tolto): in questi due mesi è nettamente migliorato il mio umore, la mia motivazione, la mia energia, il mio sonno e il mio appetito, e direi che è calata anche l’ ansia, visto che ho avuto solo un po’ di tachicardia qualche giorno fa e il rimuginio è assolutamente diminuito.
L’unica cosa che permane è questa stranezza, ed è su questo che verte la mia domanda: mi è stato detto che per far passare questa sensazione occorre un po’ più di tempo, è vero? Devo solo avere un po’ di pazienza? Sinceramente è fastidiosa anche se quando sono immerso in attività me ne dimentico totalmente a volte, mi è stato anche detto di non testarmi e che col passare del tempo se ne andrà assolutamente.
Confermate? È vero che forse dopo due mesi a dosaggio pieno e ancora troppo presto? Grazie e buona serata!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissimo,
comprendo perfettamente il senso di fastidio e frustrazione che descrive; la derealizzazione, seppur lieve, è una sensazione subdola e logorante, soprattutto quando si è sotto pressione per traguardi importanti come l'ultimo anno di giurisprudenza. Voglio però aiutarla ad analizzare il suo quadro clinico.
Il dato clinico di partenza è estremamente positivo: lei sta avendo una risposta terapeutica eccellente, sulla base di ciò che descrive. Il fatto che in soli due mesi il Sereupin a 20 mg abbia ripristinato l'umore, l'energia, il sonno e abbia di fatto spento gli attacchi acuti, ci conferma che la molecola sta lavorando in modo molto corretto sul suo sistema nervoso.
Per quanto riguarda la derealizzazione residua, le confermo in modo ciò che le è stato detto: potrebbe rappresentare fisiologicamente l'ultimo sintomo a spegnersi.
La derealizzazione non è una malattia a sé stante, ma un meccanismo di difesa del nostro cervello. Dopo mesi in cui il suo sistema nervoso è stato costantemente in allarme a causa dei sintomi di panico continuo, la mente tende a creare un lieve distacco dalla realtà per "proteggersi" dall'eccesso di stimoli.
È letteralmente "il fumo che rimane dopo che l'incendio è stato domato".
Due mesi a dosaggio pieno sono un tempo corretto per spegnere l'ansia acuta, ma il sistema percettivo e cognitivo potrebbe necessitare di un tempo maggiore per "resettarsi" completamente.
Il consiglio che le hanno dato di non testarsi è clinicamente ineccepibile; la derealizzazione si nutre esclusivamente della sua stessa attenzione.
Il rimuginio e il chiedersi continuamente "mi sento ancora strano oggi?" agiscono come una lente d'ingrandimento: costringono il cervello a focalizzarsi su quella sensazione, mantenendola in vita artificialmente. La prova clinica inconfutabile di questo meccanismo è proprio il fatto che, quando lei è immerso nello studio o in altre attività, il sintomo svanisce totalmente.
Il mio consiglio è di avere pazienza, continuare ad affidarsi alla psicoterapia e cercare di "non ascoltare" questo sintomo residuo. Se nei prossimi mesi questa sensazione dovesse persistere e crearle un blocco, ne discuta apertamente con il suo specialista durante le visite di controllo.
Solo attraverso un monitoraggio medico diretto nel tempo sarà possibile capire se occorra ricalibrare la terapia farmacologica, o se si tratti solo di dare al suo cervello il tempo necessario per ritrovare la sua naturale lucidità.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.
Un caro saluto.
Buonasera, sono una ragazza di 25 anni, inizio a soffrire di depressione all’età di 17 anni e dopo un periodo con varie terapie, con il mio psichiatria,arriviamo alla paroxetina, che mi ha nettamente migliorato la vita e che decido di terminare a 21 anni poiché non ne sentivo più la necessità. A 23 anni sviluppo un disturbo alimentare principalmente di tipo restrittivo, per cui mi rivolgo nuovamente a psicologi e psichiatri, il nuovo psichiatra mi prescrive nuovamente Paroxetina 20 mg per la depressione e per risolvere i pensieri costanti sul cibo che secondo lui si risolveranno poiché la paroxetina agirà sulla componente ossessiva del pensiero. Ad un mese di terapia, il mio umore è nettamente migliorato, sebbene io abbia iniziato a sviluppare una fame incontrollata, che a sua volta aggrava i miei pensieri ossessivi verso il cibo invece che risolverli, e che, in alcuni casi mi ha portato ad episodi di binge eating e bulimia che non avevo mai precedentemente avuto. Il “food noise” mi consuma letteralmente la vita, e confrontandomi con il gruppo di psicoterapia scopro che molti sono riusciti a curarlo con bupropione (nonostante io sappia sia controindicato nei dca). Il mio peso è visibilmente aumentato a tal punto da essere notato anche da altri. Non so come muovermi e come esporre la situazione al mio nuovo psichiatria che sembra non aver compreso a pieno la mia problematica.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
la leggo con grande attenzione e le sono umanamente vicino.
Sentirsi letteralmente "consumati" dal pensiero del cibo e vedere stravolto il proprio corpo a causa di una fame incontrollabile è estenuante.
Aggiungere a questo il peso di non sentirsi compresi dal proprio curante rende tutto ancora più faticoso. Voglio farle da alleato analizzando la situazione che descrive con totale onestà e oggettività clinica.
La verità è che il suo netto aumento di peso e questa fame vorace potrebbero rappresentare un oggettivo e diretto effetto collaterale della Paroxetina.
Sebbene la Paroxetina sia una molecola generalmente efficace per risollevare l'umore, possiede un profilo metabolico spesso molto impattante, con aumento di peso e aumento dell'appetito.
Invece di placare la componente ossessiva, questa spinta chimica all'appetito potrebbe paradossalmente star innescando i nuovi episodi di binge eating e bulimia.
Il concetto fondamentale è che Io credo fermamente che il benessere reale non si riduce al semplice "non essere depressi", ma deve obbligatoriamente bilanciare l'efficacia terapeutica con l'impatto degli effetti collaterali sulla sua qualità di vita.
La totale fiducia e comprensione reciproca tra medico e paziente è il pilastro fondante di qualsiasi percorso di guarigione.
Se lei percepisce che con il Suo attuale specialista non si sia creato completamente quel rapporto medico-paziente fiduciario che le permette di sentirsi libera di poter parlare di tutto, e accolta nelle problematiche che riguardano l'interezza di tutti gli aspetti della Vita, il mio consiglio è di chiedere un secondo parere psichiatrico; ascoltare un punto di vista differente è molto spesso un passo necessario per la nostra crescita personale e nella strada che conduce al Benessere, soprattutto se percepiamo che le problematiche non siano state comprese completamente.
La relazione medico-paziente libera, sincera e proattiva rappresenta la parte più importante del percorso verso il Benessere.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.
Un caro saluto.
Salve sto vivendo un periodo d forte apatia in tutto,non ho obbiettivi né stimoli e proprio per qst fattore che mi viene da piangere...non mi sento più come prima ho sempre avuto periodi di calo d umore ma stavolta non so come uscirne mi hanno prescritto zoloft e brintellix oltre a Depakin da 2 mesi..con la testa penso tante cose che potrei fare ma poi nn faccio mai mi sento inutile,esco e torno a casa ancora più triste sto male mi sento senza un equilibrio mentale e fisico senza forze..non so se è per via del medicinale o se è altrettanto indicato per me..
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
Quello che descrive, ovvero la totale mancanza di stimoli, l'incapacità di tradurre i propositi in azioni e la profonda astenia, rappresenta un quadro clinico suggestivo di apatia e abulia.
Lei sta attualmente assumendo da circa due mesi una combinazione farmacologica articolata, che prevede la sovrapposizione di due antidepressivi ad azione serotoninergica (Zoloft e Brintellix) associati a uno stabilizzatore dell'umore (Depakin).
Dopo due mesi di assunzione continuativa, i farmaci avrebbero già dovuto raggiungere il loro pieno equilibrio recettoriale e mostrare una concreta efficacia terapeutica sul tono dell'umore
È molto probabile che l'attuale senso di totale appiattimento emotivo e la mancanza di forze non siano solamente il sintomo della sua condizione di base non ancora guarita, ma potenzialmente anche un effetto diretto dell'attuale terapia.
Un carico serotoninergico così elevato può talvolta innescare una vera e propria "sindrome amotivazionale", o apatia iatrogena; si tratta di una condizione in cui l'eccesso di serotonina finisce paradossalmente per "anestetizzare" le emozioni e spegnere gli stimoli vitali, mentre il Depakin può parallelamente contribuire ad accentuare il senso di sedazione e di affaticamento fisico.
Questa poli-farmacoterapia necessita molto probabilmente di un'attenta rivalutazione, ma è fondamentale che lei non tenti in alcun modo di sospendere o modificare i dosaggi in totale autonomia, per evitare di sottoporre i suoi recettori a bruschi sbalzi chimici.
Sarà indispensabile programmare a breve una visita di controllo con il suo psichiatra curante (oppure, se ritiene il caso, ricevere un comprensibile secondo parere psichiatrico presso un altro specialista) per valutare con prudenza e oggettività l'andamento della cura.
Lo specialista dal vivo potrà valutare se sia il caso di alleggerire questo carico farmacologico o ricalibrare le molecole, al fine di sbloccare questa stasi neurochimica e restituirle progressivamente la sua naturale energia e progettualità.
Spero di aver chiarito i suoi dubbi, resto a disposizione per eventuali necessità e le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti.
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