Domande del paziente (404)
Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni.
da un po' assumo cipralex giornalmente 6 gtt. Sto cercando una gravidanza e mi hanno detto che sarebbe meglio eliminare cipralex.
Quindi sono 3 giorni ora che prendo 4 gtt e poi continuerò a diminuire. Nel frattempo devo sistemare la tiroide quindi è 3 giorni che assumo Eutirox. Mi sento un po in ansia, nel senso che a volte ho il fiato corto e mi sento tanto tanto stanca con occhi pesanti. È normale tutto questo? Mi passerà oppure mi stanno tornando le varie ansie per cui prendevo cipralex?
Grazie mille
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Quello che sta sperimentando in questi giorni è molto probabilmente la faticosa sovrapposizione di due importanti cambiamenti biochimici.
Da un lato, l'introduzione dell'Eutirox agisce come un vero e proprio "acceleratore" sul suo metabolismo; l'immissione dell'ormone tiroideo potrebbe generare in questa fase iniziale una sensazione di finta ansia, caratterizzata da fiato corto e tachicardia, mentre la profonda stanchezza e la pesantezza oculare sono verosimilmente "l'eredità" dell'ipotiroidismo che la terapia non ha ancora avuto il tempo di compensare appieno.
Dall'altro lato, la contemporanea riduzione del Cipralex, seppur da un dosaggio di 6 gocce già di per sé molto basso, provoca un fisiologico sbalzo nei suoi livelli di serotonina; questa variazione potrebbe innescare una lieve e transitoria sindrome da sospensione, che imita e fa riemergere i fastidi ansiosi originali. A soli tre giorni dalla modifica, e' più corretto un turbolento riassetto fisico e non a una vera e propria ricaduta.
Tuttavia, c'è un punto clinico cruciale su cui voglio essere totalmente onesto e trasparente con lei in vista della ricerca di un figlio: se proseguendo con lo scalaggio del Cipralex l'ansia dovesse realmente tornare a bloccarla, ostinarsi a sospendere la cura a tutti i costi potrebbe rivelarsi un grave errore.
Sviluppare e mantenere una sindrome ansioso-depressiva scompensata durante la gravidanza è infatti un evento clinicamente molto più dannoso e potenzialmente pericoloso, sia per la madre che per il feto, rispetto all'assunzione di un farmaco a basso dosaggio che viene oggi ampiamente gestito e monitorato da ginecologi e psichiatri esperti in psicofarmacologia.
Il mio consiglio è di confrontarsi apertamente con il suo psichiatra curante per valutare oggettivamente se sia davvero il caso di togliere questa preziosa "cintura di sicurezza" o se convenga mantenerla per garantirle di affrontare la gravidanza con la massima serenità ed equilibrio.
In questi casi, anche chiedere un secondo parere da un esperto psicofarmacologo può essere di fondamentale importanza.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti.
salve , due anni fa ero sotto seroquel ma non avevo effetti e successivamente cambio psichiatra e mi fa assumere la sertralina da 50 , le prime settimane sono stata male con gli effetti collaterali e poi per due anni ha funzionato e ero finalmente felice di vivere , quindi con la psichiatra interrompiamo gradualmente la terapia. passano 4 mesi e sto di nuovo male , mi vengono dubbi sul percorso universitario ma non riesco a gestirli e non sento la voglia di vivere , allora ricontatto la psichiatra e riniziamo la cura. ripartiamo con 50 ma alla visita successiva mi alza la dose a 100 perche la prima volta, quella di due anni fa , la situazione era diversa dato che venivo dal seroqeul. quindi diciamo che ho iniziato nuovamente con 50 un mesetto fa fino ad arrivare a 100 da 9 giorni. sono ancora depressa e sto sempre a letto a dormire ( e inoltre ho paura che allora questo vuol dire che se non faccio cose e non ho cose da fare non miglioro ) ma a ogni aumento di dose per arrivare a 100 non ho provato gli effetti collaterali fisici come le prime due settimane e allora ho paura che se ad ogni aumento di dose semplicemente mi sento come prima di umore e non ho effetti collaterali forti , vuol dire che non lo so c' è qualcosa che non va e che non è normale . ho paura che non ci sia una luce alla fine del tunnel , la prima volta avevo preso la sertralina a 50 e avevo una vita attiva nel frattempo perche andavo all universita e allora ho paura che il farmaco fece il suo effetto perche comunque avevo una vita fuori casa , ora con il fatto che ci sta mettendo di piu a funzionare e che non ho una vita al di fuori ( si ho le amiche ma non ho attivita da svolgere fuori casa come ad esempio andare all univerista ) ho paura che non tornerò piu a godere la vita e ad amarla come quando fece effetto la prima volta la sertalina
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
L'assenza di effetti collaterali fisici con l'aumento a 100 mg di sertralina non è assolutamente un segno di inefficacia terapeutica.
Quando il sistema nervoso ha già assimilato un SSRI in passato, o quando l'aumento posologico avviene in modo graduale, i recettori sviluppano una tolleranza farmacologica che le risparmia i disagi gastrointestinali o neurovegetativi del primo impatto.
La molecola sta regolarmente saturando i recettori, semplicemente, molto probabilmente, il suo corpo ha imparato a tollerarla in modo ottimale.
Per quanto riguarda l'umore ancora depresso e la tendenza a restare a letto, è fondamentale considerare i rigidi tempi della farmacodinamica.
Lei si trova al dosaggio di 100 mg da soli 9 giorni; in psicofarmacologia clinica, il tempo di latenza si calcola a partire dal raggiungimento del nuovo dosaggio target.
Per assistere a una reale modulazione neurochimica e a un concreto miglioramento del tono dell'umore, è biologicamente necessario attendere almeno 3-4 settimane a dose piena.
Inoltre, voglio proporle questo spunto di riflessione: molto probabilmente, la sertralina non ha funzionato in passato perché lei aveva una vita attiva, ma è vero l'esatto contrario.
Lei potenzialmente aveva l'energia per studiare e uscire proprio perché la terapia aveva corretto il suo squilibrio neurochimico.
La sua attuale inerzia è un sintomo della depressione, non un ostacolo al funzionamento della cura. Il farmaco svolge la sua azione di aumento della serotonina a livello sinaptico in modo del tutto indipendente dalla sua attuale inattività.
Una volta raggiunto l'adeguata concentrazione plasmatica e recettoriale, la terapia le restituirà progressivamente la spinta vitale per rialzarsi e riprendere in mano la sua progettualità.
Saranno fondamentali le future visite di controllo con la sua psichiatra per monitorare oggettivamente l'efficacia della terapia nel corso delle prossime settimane.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti.
Buongiorno, da due anni esatti soffro di una fortissima ansia, che dura tutto il giorno, non riesco a fare nulla, ne' al lavoro ne' a casa, mi pesa vedere gente e parlare, e' una morsa dolorosa all'altezza dell'ombelico e il mio pesiero e' sempre rivolto li. Ho fatto tutte le analisi possibili, da tiroide a cortisolo, e visite mediche varie, ho provato ben 5 psicofarmaci senza nessun risultato apprezzabile, ho solo un dubbio, da 5 anni assumo depalgos per dolore neuropatico, una pastiglia da 5 mg al giorno, e solo quando assumo mezza dose la mattina e mezza il pomeriggio, riesco a calmare un po' l'ansia e tornare ad essere quella di prima, ma temo che possa essere lo stesso farmaco a causarmi questo ansia , puo' essere? Nessuno fino ad ora ha saputo aiutarmi a fare chiarezza su questo punto.
Cordiali saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
comprendo profondamente lo sfinimento di vivere le giornate in ostaggio di una morsa ansiosa così dolorosa e invalidante.
Le con totale oggettività clinica, perché la sua intuizione non è solo corretta, ma assolutamente brillante. Lei ha centrato in pieno un bersaglio clinico fondamentale che purtroppo sembra essere sfuggito nelle precedenti valutazioni.
Il Depalgos è un farmaco composto da paracetamolo e ossicodone, e quest'ultimo è un potente oppioide.
Assumere quotidianamente un oppioide per cinque anni consecutivi, seppur al basso dosaggio di 5 mg, induce inevitabilmente una profonda modificazione neurochimica, portando i suoi recettori a sviluppare una tolleranza e dipendenza fisica.
Quella che lei descrive come "un'ansia perenne e insopportabile", associata a quella morsa dolorosa a livello addominale, non è molto probabilmente un disturbo d'ansia primario, ma rappresenta potenzialmente il classico quadro clinico di una sindrome da astinenza interdose.
In termini puramente farmacologici, man mano che la concentrazione dell'oppioide nel suo sangue si riducedurante la giornata, il suo sistema nervoso va in "allarme chimico", scatenando questa sintomatologia ansiosa e neurovegetativa.
Nel momento in cui lei suddivide la compressa e assume la mezza dose, non sta curando un'ansia psicologica, ma sta oggettivamente "saziando" i recettori in astinenza, spegnendo l'allarme oppioidergico e facendola tornare temporaneamente lucida e serena.
Questo meccanismo di dipendenza spiega in modo ineccepibile anche il totale fallimento dei cinque psicofarmaci che ha faticosamente sperimentato: quelle terapie non hanno funzionato perché andavano a bersagliare un disturbo d'ansia primario che lei in realtà potrebbe non avere, risultando totalmente inefficaci contro un'ansia secondaria generata dalla carenza di ossicodone.
Il mio consiglio clinico è di non tentare assolutamente una sospensione brusca o un'autogestione del Depalgos, poiché provocherebbe una sindrome astinenziale acuta molto severa.
È vitale che lei si rivolga a stretto giro a uno specialista psichiatra esperto in psicofarmacologica, per impostare un lento e rigorosamente monitorato scalaggio della molecola oppioide, inserendo contemporaneamente una terapia non oppiacea specifica che possa aiutarla a gestire il processo di disassuefazione.
Spezzare definitivamente questo circolo vizioso neurochimico è l'unica strada razionale per liberarla dall'ansia e restituirle la sua vita.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti.
Buongiorno a tutti,
sto vivendo un periodo molto difficile: dopo un incidente soffro di una forte derealizzazione e di un’ansia intensa, soprattutto quando devo uscire di casa. Mi sento spesso senza energie.
Allo stesso tempo, però, ho paura di rivolgermi a uno specialista e di iniziare una terapia farmacologica, sia per il timore degli effetti collaterali sia per la paura di ingrassare, dato che in passato ho sofferto di un disturbo del comportamento alimentare. Che ne pensate? Potrebbe aiutare solo la piscoterapia? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Comprendo profondamente il momento di grande vulnerabilità che sta attraversando, e le rispondo con totale onestà clinica per aiutarla a fare chiarezza.
L'insorgenza di derealizzazione e di un'intensa quota ansiosa a seguito di un evento traumatico come un incidente rappresenta una reazione neurobiologica molto frequente.
La psicoterapia è sicuramente uno strumento clinico supportivo e fondamentale per elaborare il trauma e affrontare la radice psicologica del suo disagio.
Tuttavia, quando l'ansia raggiunge livelli così invalidanti da limitare le uscite di casa e la derealizzazione assorbe le sue energie vitale, il sistema nervoso si trova in uno stato di costante iperattivazione.
In queste condizioni di severo allarme biochimico, il solo percorso psicoterapico potrebbe risultare estremamente faticoso e rallentato, poiché il cervello è momentaneamente troppo sovraccarico per assimilare in modo efficiente il lavoro psicologico.
Comprendo la sua resistenza nei confronti della terapia farmacologica, specialmente alla luce della sua pregressa vulnerabilità legata al disturbo del comportamento alimentare; la paura di un incremento ponderale è un timore assolutamente legittimo e fondato.
Voglio però rassicurarla oggettivamente su un punto clinico cruciale: trovando il giusto professionista esperto in psicofarmacologia, è assolutamente possibile strutturare una terapia cucita su misura per lei e per le sue specifiche esigenze.
La moderna farmacopea dispone infatti di numerose molecole di nuova generazione caratterizzate da una comprovata neutralità metabolica, capaci di spegnere l'ansia e ripristinare le sue energie senza interferire in alcun modo con l'assetto endocrino, il senso di sazietà o il peso corporeo.
Il farmaco non deve essere vissuto come una minaccia, ma come una temporanea e sicura "cintura di sicurezza" neurochimica, indispensabile per stabilizzare il quadro sintomatologico e permetterle di lavorare con reale profitto all'interno della psicoterapia.
Il mio consiglio è di non negarsi questa possibilità per paura, ma di aprirsi ad uno psichiatra con cui sente di poter instaurare un proficuo rapporto medico-paziente, esponendo chiaramente fin da subito i suoi timori riguardo al peso, in modo da avviare un percorso terapeutico collaborativo e sereno.
Spero di aver chiarito i suoi dubbi, resto a disposizione per eventuali necessità e le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti.
Buongiorno Dottori,
soffro di disturbo d'ansia e pensieri ossessivi/ intrusivi,in cura con Zoloft è possibile che dopo il ciclo io possa stare peggio? Ho avuto il ciclo il 29 Aprile 2026 ad oggi sto male, ansia pensieri ossessivi intrusivi? Grazie per i vostri pareri.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
La risposta alla sua domanda è sì, si tratta di un fenomeno clinicamente e biologicamente molto frequente.
Quello che sta sperimentando in questi giorni è molto probabilmente legato alle fisiologiche fluttuazioni ormonali che scandiscono le varie fasi del suo ciclo.
Considerando che ha avuto l'inizio del ciclo il 29 aprile, in questi giorni si sta progressivamente avvicinando alla fase ovulatoria, un momento caratterizzato da fisiologici sbalzi nei livelli ematici di estrogeni e progesterone.
Questi ormoni ovarici esercitano una profonda e documentata influenza sulla modulazione della serotonina a livello del sistema nervoso centrale.
Un loro sbalzo potrebbe potenzialmente innescare una transitoria destabilizzazione neurochimica, abbassando la sua soglia di vulnerabilità e portando a una momentanea riacutizzazione dell'ansia e dei pensieri ossessivi intrusivi.
Questo andamento non suggerisce che lo Zoloft abbia smesso di funzionare, ma riflette semplicemente il fatto che il suo assetto recettoriale sta subendo una passeggera interferenza ormonale.
È molto probabile che questa sintomatologia tenda a spegnersi spontaneamente con il passare dei giorni, ma per valutare tali effetti con la massima precisione e prudenza, sarà fondamentale riportare questa specifica periodicità al suo specialista di riferimento.
Le visite di controllo dal vivo sono sempre indispensabili per valutare oggettivamente l'andamento della terapia e calibrarla sulla base delle sue specifiche necessità individuali, qualora questi picchi ansiosi dovessero rivelarsi ricorrenti a ogni ciclo.
Spero di aver chiarito i suoi dubbi, resto a disposizione per eventuali necessità e le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti.
Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze. Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante. Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo. Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente. La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero. E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero. Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme. (scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte). Mi date un parere su questa situazione? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Comprendo profondamente il senso di vuoto e lo spaesamento che sta vivendo in questo momento.
Perdere improvvisamente una persona che ha rappresentato contemporaneamente un partner intimo, un confidente e un punto di riferimento quotidiano genera un dolore del tutto paragonabile a un vero e proprio lutto emotivo.
Voglio offrirle una possibile lettura della dinamica che ha vissuto, per aiutarla a fare chiarezza senza filtri.
Lei ha investito enormi energie in un legame che era, probabilmente, strutturalmente asimmetrico fin dal principio.
Molto probabilmente, quest' uomo ha trovato in lei uno spazio di compensazione ideale: un rifugio emotivo dove ricevere validazione, supporto psicologico e affetto vitale, mantenendo però intatte le fondamenta e le sicurezze della sua relazione primaria.
La sua decisione di chiudere il rapporto, giustificandosi con il senso di colpa, la differenza d'età e il non essere "abbastanza innamorato" per separarsi, rappresenta la più classica delle "ritirate difensive".
Nel momento in cui il livello di intimità e di dipendenza affettiva ha superato la sua personale soglia di sicurezza, minacciando di richiedere una reale coerenza e una presa di responsabilità, lui ha scelto di fare un passo indietro per proteggere il suo status quo.
Il fatto che lei non gli abbia mai chiesto esplicitamente di lasciare la compagna non cambia la realtà dei fatti: un legame diventato così totalizzante richiedeva inevitabilmente un'evoluzione strutturale che lui non era pronto, né disposto, a sostenere.
Per quanto questa rottura le provochi oggi una sofferenza acuta e un fisiologico rimpianto per ciò che "sarebbe potuto essere" in condizioni di parità, da un punto di vista clinico essa rappresenta potenzialmente la sua salvezza.
Questo taglio netto, seppur doloroso, la tutela dal rischio gravissimo di rimanere incastrata per anni in una dinamica logorante di perenne attesa, fisiologicamente destinata a relegarla nel ruolo di "scelta comprimaria" nei ritagli di tempo altrui.
È fondamentale che lei utilizzi questa esperienza per riconoscere la sua spiccata capacità di costruire legami profondi e autentici, ma per imparare a riservare questo enorme potenziale emotivo esclusivamente a chi possiede la reale disponibilità materiale e psicologica per accoglierlo.
Spero di averle offerto uno spunto di riflessione utile per iniziare a elaborare l'accaduto.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto.
Cari saluti.
Buongiorno Dottori, soffro di disturbi d'ansia con pensieri ossessivi intrusivi, in cura con Zoloft, è possibile che 8 giorni dopo il ciclo io possa sperimentare l'aumento dei sintomi e dei pensieri?
Grazie Dottori
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
La risposta alla sua domanda è sì, è clinicamente e biologicamente possibile.
Quello che sta sperimentando in questi giorni è molto probabilmente legato alle fisiologiche fluttuazioni ormonali che scandiscono le varie fasi del suo ciclo.
Calcolando circa 8 giorni dopo il termine del flusso, ci si avvicina tipicamente alla fase ovulatoria, un momento caratterizzato da rapidi e marcati sbalzi nei livelli ematici di estrogeni e progesterone.
Questi ormoni ovarici esercitano una profonda influenza sulla modulazione della serotonina a livello del sistema nervoso centrale.
Un loro brusco sbalzo potrebbe potenzialmente innescare una transitoria destabilizzazione neurochimica, abbassando la sua soglia di vulnerabilità e portando a una temporanea riacutizzazione dell'ansia e dell'ideazione ossessiva intrusiva.
Questo fenomeno non indica necessariamente che lo Zoloft stia smettendo di funzionare o sia inefficace, ma riflette semplicemente il fatto che il suo assetto recettoriale sta subendo una momentanea e fisiologica interferenza ormonale.
È una dinamica ampiamente riscontrata nella pratica clinica, dove i sintomi di base del disturbo d'ansia tendono ad amplificarsi ciclicamente in specifiche finestre ormonali.
Il mio consiglio è di osservare se questa sintomatologia tende a spegnersi spontaneamente con il passare dei giorni; sarà comunque fondamentale riportare questa specifica periodicità al suo specialista di riferimento durante le visite di controllo.
Se questo andamento ciclico dovesse rivelarsi ricorrente e particolarmente invalidante, lo psichiatra prescrittore potrebbe valutare oggettivamente una lieve ottimizzazione del dosaggio per garantirle una "copertura" recettoriale più solida anche durante queste delicate fasi di transizione ormonale.
Resto a disposizione per eventuali necessità, le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti.
Io non so che fare possibile che al secondo mese di cura con zoloft brintellix e Depakin per un disturbo ossessivo compulsivo,io mi sento impassibile a ciò che mi circonda,nulla ha più senso senza emozioni un umore a pezzi una confusione mentale e pause come in una bolla chiunque mi parli nn riesco a guardare negli occhi e m blocco a parlare gliel'ho detto chiaramente al medico mi ha aumentato il dosaggio ma non so se sia la cura adatta m sento.scoraggiata e persa in qst momento faccio tutto con gran faticaa ma nn perché lo sento davvero....a volte mi sento bipolare a period d un umore altissimo ad altri come la mia vita potesse anche finire qui... Consigli?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Quello che descrive, ovvero l'incapacità di provare emozioni, il sentirsi in una bolla, lo sguardo perso e il distacco totale dalla realtà, rappresentano potenzialmente un quadro clinico ben preciso, noto in psichiatria come apatia iatrogena o appiattimento emotivo (emotional blunting).
Lei sta assumendo una combinazione farmacologica decisamente strutturata e "pesante", con un doppio e potente carico serotoninergico (Zoloft e Brintellix) associato a uno stabilizzatore dell'umore (Depakin).
Talvolta accade che un eccesso di stimolazione serotoninergica, anziché migliorare il tono dell'umore, possa "anestetizzare" del tutto i suoi recettori, "appiattendo" sia l'ansia che le emozioni vitali; mentre il Depakin potrebbe parallelamente concorrere a generare quel forte senso di confusione e rallentamento cognitivo.
Inoltre, c'è un elemento clinico cruciale nel suo racconto che merita un'attenzione assoluta: il suo riferimento a periodi di "umore altissimo" alternati a momenti di totale disperazione in cui sente che la sua vita potrebbe finire.
Se ci fosse una sottostante vulnerabilità legata allo spettro bipolare (come lei stessa ha ipotizzato), l'uso massiccio di antidepressivi potrebbe potenzialmente innescare "stati misti", caratterizzati proprio da profonda disforia, agitazione interna, apatia e pensieri oscuri.
Di fronte a questo scenario biochimico già palesemente sovraccarico, la scelta di aumentare ulteriormente i dosaggi potrebbe potenzialmente accentuare questa sensazione di distacco e "congelamento" emotivo, ma non è assolutamente possibile stabilire tramite un consulto online se questa strategia fosse o meno la mossa più corretta per il suo caso specifico.
È difatti fondamentale, al fine del raggiungimento del miglior risultato possibile con la cura farmacologica, che il suo specialista di fiducia le illustri la terapia in modo specifico, sia per quanto riguarda gli effetti terapeutici, ma anche possibili effetti collaterali, interazioni, ed eventuali tempi fisiologici d'attesa.
Costruire una solida e trasparente alleanza terapeutica con il proprio medico di fiducia è un passo imprescindibile per il suo reale benessere e per la riuscita della cura.
Solo chi ha la possibilità di visitarla di persona può esprimersi in valutazioni che siano precise, sicure e calibrate esclusivamente sulla base di quanto emerso oggettivamente in sede di visita.
Il mio consiglio è di non demordere e, qualora sentisse che la fiducia nell'attuale specialista stia venendo meno di fronte a questo peggioramento, ricordi che chiedere un secondo parere clinico a un altro psichiatra esperto in psicofarmacologia, rigorosamente dal vivo, rappresenta sempre una mossa saggia e un suo assoluto diritto per rivalutare l'intera diagnosi e alleggerire questa terapia.
Spero di aver chiarito i suoi dubbi, resto a disposizione per eventuali necessità e le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti.
Buongiorno, volevo chiedere se Faxilex aumenta il peso. Ho letto di sì ma Internet non è sempre attendibile.. però ci tengo a esserne sicura.
Grazie
Elena
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima Elena,
Nella grande maggioranza dei casi, il Faxilex non causa aumento di peso.
Il Faxilex è un antidepressivo che appartiene alla classe degli SNRI (antidepressivi anche definiti "duali"), ed è considerato dalla letteratura scientifica un farmaco metabolicamente neutro.
Questo significa che, a differenza di altre molecole più datate, non altera il metabolismo basale e non stimola direttamente il senso della fame, avendo una spiccata azione di aumento della noradrenalina.
Al contrario, nelle primissime fasi di assunzione, uno dei possibili effetti transitori è una lieve sensazione di nausea che, paradossalmente, può portare a una temporanea riduzione dell'appetito.
Le informazioni allarmanti che si leggono su Internet sono quasi sempre legate a valutazioni soggettive o ad altre dinamiche non filtrate da un'analisi medica.
Tuttavia, poiché il nostro sistema nervoso conserva sempre una sua unicità recettoriale, una certa variabilità interpersonale va tenuta in conto.
È difatti fondamentale, al fine del raggiungimento del miglior risultato possibile con la cura farmacologica, che il suo specialista di fiducia le illustri la terapia in modo specifico, sia per quanto riguarda gli effetti terapeutici, ma anche possibili effetti collaterali, interazioni, ed eventuali tempi fisiologici d'attesa.
Costruire una solida e trasparente alleanza terapeutica con il proprio medico di fiducia è un passo imprescindibile per il suo reale benessere e per la riuscita della cura.
Spero di aver chiarito i suoi dubbi, resto a disposizione per eventuali necessità e le faccio i migliori auguri per tutto. Cari saluti.
Buonasera vorrei sapere se la visita psichiatrica può essere utile per curare disturbi menopausa come sbalzi di umore e tristezza. Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
La risposta alla sua domanda è certamente si.
Una valutazione psichiatrica è uno strumento estremamente utile e spesse volte risolutivo in questa delicata fase di transizione.
Quello che sta potenzialmente sperimentando, caratterizzato da sbalzi d'umore e tristezza, è spesso legato al fisiologico calo degli estrogeni e del progesterone che scandisce l'ingresso nella menopausa.
Questi ormoni ovarici esercitano infatti una profonda e documentata influenza sulla modulazione della serotonina e di altri neurotrasmettitori a livello del sistema nervoso centrale.
Un loro drastico sbalzo o esaurimento può potenzialmente innescare una reale destabilizzazione neurochimica, abbassando la sua soglia di vulnerabilità e trasformando un normale adattamento fisiologico in una vera e propria sindrome ansioso-depressiva.
È un quadro clinico che non deve assolutamente essere sottovalutato o sopportato in silenzio, pensando erroneamente che sia un passaggio "normale" e obbligato da dover subire per forza.
Lo psichiatra ha le competenze esatte per valutare oggettivamente l'entità di questa flessione dell'umore.
Qualora emergesse la necessità clinica, è assolutamente possibile strutturare una terapia farmacologica cucita su misura per lei.
Esistono infatti molecole moderne, caratterizzate da un'elevata tollerabilità, che si sono dimostrate clinicamente eccellenti non solo nel ripristinare la corretta stabilità dell'umore, ma anche nel contrastare efficacemente i fastidiosi sintomi vasomotori collaterali, come le improvvise vampate di calore.
È difatti fondamentale, al fine del raggiungimento del miglior risultato possibile, affidarsi a uno specialista di fiducia che possa illustrarle le migliori strategie terapeutiche.
Costruire una solida e trasparente alleanza terapeutica con il proprio medico è un passo imprescindibile per il suo reale benessere.
Solo chi ha la possibilità di visitarla di persona può esprimersi in valutazioni che siano precise, sicure e calibrate esclusivamente sulla base della sua specifica storia clinica e di quanto emerso oggettivamente in sede di visita.
Spero di aver chiarito i suoi dubbi, resto a disposizione per eventuali necessità e le faccio i migliori auguri per tutto.
Cari saluti.
Dopo un periodo di forte stress lavorativo (fine 2025) con molte ore passate al pc il primo campanello d'allarme è stato l'insorgere di un acufene monolaterale. Inizialmente l'acufene arrivava nei momenti e situazioni stressanti, poi spariva. A gennaio 2026 è comparso e non è più sparito. Insieme a questo autofonia e sensazione di orecchio pieno. A marzo ho iniziato ad avere problemi di cervicale con dolori a tutta la muscolatura di collegamento alla testa (cervicalgia?). Ad aprile insieme ai problemi al collo è arrivata l'emicrania, costante ogni giorno, e di intensità crescente dalla mattina alla sera.
Ho chiaramente fatto tutto il percorso di visite: dalle analisi sangue e urine, a RM (encefalo, tronco encefalico, cervicale), TSA sovraortici, 3 visite ORL (con esame audiometrico, vestibolare e del timpano), cardiologo, oculista (pressione agli occhi ecc), neurologo. Tutto è andato bene.
Oggi maggio 2026 ho l'emicrania costante, un acufene a sinistra, cervicalgia, che rendono difficoltosa ogni attività.
E' possibile che lo stress abbia generato tutto questo? Come uscirne?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
Ho letto con attenzione il suo percorso clinico.
Le rispondo in modo chiaro: lo stress prolungato ha la potenziale capacità neurologica e biochimica di innescare l'intero spettro dei sintomi che sta vivendo.
Il fatto che tutti i suoi esami strutturali siano perfetti è un'ottima notizia clinica, perché esclude patologie organiche, ma ci consegna al contempo una informazione: il suo sistema nervoso è probabilmente in sovraccarico.
Lo stress "incastra" il cervello in una perenne modalità di allarme che si traduce in una tensione muscolare cronica e involontaria.
È probabile che lei abbia sviluppato un serramento mandibolare (o bruxismo). Questa contrattura infiamma l'articolazione temporo-mandibolare (generando l'acufene e l'orecchio pieno) e si espande a catena come un domino, scatenando la cervicalgia e quella cefalea muscolo-tensiva ormai diventata quotidiana. Non c'è assolutamente nulla di immaginario nel suo dolore.
Lei ha chiesto come uscirne: smettendo di indagare i singoli organi come entità a sè stanti e iniziando a curare il direttore d'orchestra, ovvero il suo sistema nervoso.
Per spegnere questa iperattivazione e interrompere il circolo vizioso, ha bisogno probabilmente di un vero e proprio "reset" neurochimico.
Le suggerisco caldamente di rivolgersi a uno psichiatra per una valutazione completa e accurata di persona, che possa valutare tutto il suo quadro clinico nel complesso senza tralasciare nulla.
L'introduzione mirata di neuromodulatori o miorilassanti permette molto spesso di sbloccare la contrattura di fondo, silenziando alla radice l'acufene e l'emicrania.
Parallelamente, una visita gnatologica potrebbe esserle di grande aiuto.
Si affidi a un professionista con cui costruire una solida e trasparente alleanza terapeutica. Solo attraverso una valutazione dal vivo sarà possibile analizzare a quattr'occhi la situazione e cucirle addosso la strategia medica più adatta per farla tornare a vivere sereno.
Resto a disposizione per eventuali necessità e le faccio i miei più sinceri auguri.
Cari saluti.
Salve, sono una ragazza di 23 anni, ho avuto una vita molto difficile a solo 10 anni ho perso mio padre, 3 anni fa ho avuto un parto difficile ho allattamento fino a ora nonostante 2 anni fa ho dovuto affrontare 2 tumori del mio compagno per 6 anni data una diagnosi sbagliata e 1 anno fa mio figlio è stato investito da una macchina ma miracolosamente sano, nonostante sia una persona forte e ho affrontato tutto cio al meglio ora il mio corpo sta scaricando tutte le paure che ha dovuto affrontare ed è come se sono sempre in allerta non riesxo mai a stare tranquilla e ho sofferto di ansia e attacchi di panico con conseguenze verrigini debolezza dolori ossei e giramenti di testa. Ora diciamo questi sintomi sono passati e gli attacchi di panico la maggior parte delle volte riesxo a gestirli ma ora mi è rimasta la fobia di uscire o di stare solo a casa perchè alcune volte non riesco nemmeno ad alzarmi dal letto per le vertigini e il senso di svenimento pero cerco di farlo ancje se poi devo tornare perchè iniziano le verrigini e il senso di instabilità. La mia dottoressa ki aveva prescritto i tranquirit ma io sono contrario ai farmaci e non li ho voluti prendere, è successo che sono due notti che non dormo e avevo dolore alle ossa e pensavo fosse un problema al cuore invece era solo la mia ansia e il reflusso che mi ha portato pure l agitazione e sono andata alla guardia medica e mi ha prescritto il samir qui anche non volevo prendere nessun farmaco ma non perchè penso che non ho bisogno di aiuto infatti domani farò un percorso con la psicologa ma per tutta la forza xhe ho avuto in quesyi anni per me il farmaco è una sconfitta e mentalmente mi convinco che mi sentirò male se me li prendo, fatto sta xhe dopo che mi assicurano che non è un farmaco pesante inizio oggi con la prima compressa samir 200, inizio ad avere subiro una forte sonnolenza e stanchezza e li mi preoccupo perche so che dovrebbe fare l effetto contrario e leggendo su internet che puo provocare agitazione ansia e verrigini ora lo vorrei sospendere.
Gentilmente qualcuno può tranquillizzarmi e dirmi se devo continuare o meno, perxje la mia sottomessa di base mi ha detto che se anche non è per l ansia mi fa male lo stesso però ho paura che mi pjo provocare quesyi sintomi o se qualcuno mi conferma di starmi tranquilla anche se il farmaco non mi provoca nienre non sarò io a farmi provocare queayi sintomi.... l'ultima cosa in queayi giorni ho preso solo cose naturali che mi hanno aiutato molto e anni fa ho sofferto di ansia attacchi di panico e depersonalizzaione e depersonalizzazione senza nessuna cura poi ne sono usixta e dopo tutto questo stress dopo 3 anni sono tornati piu invalidanti di prima, il 29 settembre mi devo sposare e vorrei arrivare a quel giorno felice e credere che la felicità esiste e far smettere al mio cervello di stare sempre in allerta e in pericolo, scusate se non sono stata chiara con le parole e la punteggiatura ma ho tante cose dentro di me da voler tirare fuori grazie a chiunque mu risponderà anche solo per un supporto, grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Ho letto le sue parole con molta attenzione. Lei ha attraversato un vero e proprio campo di battaglia negli ultimi anni. Essere stata il pilastro per tutti, affrontando lutti, tumori e incidenti gravissimi senza mai crollare, dimostra che lei è una donna di una forza straordinaria.
Quello che le sta succedendo ora è clinicamente e biologicamente perfettamente normale.
Il suo sistema nervoso è rimasto "acceso" in modalità di emergenza per anni. Ora che il pericolo acuto è passato, l'adrenalina scende e il suo corpo le sta presentando il conto. Il suo cervello è probabilmente "rimasto bloccato nella modalità allarme", innescando questi fortissimi attacchi di panico, le vertigini e quell'angosciante agorafobia (la paura di uscire o stare sola) che la sta bloccando a letto.
Ci tengo ad essere molto rassicurante su un punto che la blocca: assumere un farmaco non è una sconfitta.
Se lei avesse corso una maratona con una gamba rotta, usare le stampelle sarebbe una sconfitta o un atto di necessità per permettere all'osso di saldarsi? La sua neurochimica, al momento, è semplicemente "esaurita". Rifiutare un aiuto farmacologico per "orgoglio" significherebbe solo prolungare inutilmente la sua sofferenza, e questo non è corretto in primis nei confronti di sè stessa.
Per quanto riguarda il Samyr, le fornisco una rassicurazione: non è uno psicofarmaco "pesante", ma essenzialmente un buon integratore, un ricostituente che agisce sul tono dell'umore.
La forte sonnolenza che ha provato con la prima compressa è molto probabilmente una reazione psicosomatica (la paura stessa di prendere la pillola l'ha sfinita) o semplicemente il segnale che il suo corpo, abbassando per un secondo la guardia dell'ansia, ha fatto emergere tutta la stanchezza arretrata di questi anni.
Non le farà del male, ma le dico anche oggettivamente che, per il livello di panico e agorafobia che descrive, il Samyr potrebbe rivelarsi un po' "leggero".
Iniziare domani il percorso psicologico è una decisione eccellente.
Tuttavia, per spegnere questo grave stato di allerta e farle vivere il suo matrimonio il 29 settembre con la felicità e la lucidità che merita, le suggerisco caldamente di valutare anche una vera e propria visita psichiatrica. Non si punisca, si faccia aiutare con gli strumenti giusti.
Si rivolga ad uno psichiatra con cui ha la possibilità di instaurare un rapporto fiduciario, che è fondamentale ed imprescindibile in ogni percorso terapeutico, che possa valutare attentamente tutto il suo quadro clinico, ascoltare la sua Storia, e mettere a punto il protocollo terapeutico che sia in assoluto più adatto sulla base della sua specifica individualità.
Ha le spalle abbastanza larghe per aver superato l'inferno, supererà anche questo. Le faccio i miei più sentiti auguri per il percorso che inizia domani e per il suo imminente matrimonio.
Resto a disposizione per eventuali necessità, Cari saluti.
buongiorno, il mio psichiatra causa effetti collaterali per cura troppo forte, mi ha ridotto alcuni psicofarmaci tra cui efexor, quetiapina, pregabalin, mantenendo litio e paroxetina, sono 9 giorni che ho diminuito e sto notando un umore molto basso al mattino, chiedo se devo aspettare che il cervello si riassesti o se è il caso di valutare degli integratori, ovviamente che non vadano in contrasto con i medicinali, grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
Comprendo bene la fatica di queste mattinate difficili e le rispondo in modo molto diretto per fare chiarezza su ciò che probabilmente sta accadendo al suo organismo.
La riduzione contemporanea di tre molecole molto incisive come l'Efexor, la quetiapina e il pregabalin rappresenta un cambiamento neurochimico massiccio.
Nove giorni sono un tempo clinico ancora troppo breve perché i suoi recettori riescano a ritrovare un assetto stabile. Quel forte calo dell'umore mattutino che avverte non è un "ritorno" della malattia, ma probabilmente un vero e proprio fisiologico "rimbalzo" dovuto allo scalaggio.
Per quanto riguarda gli integratori, le parlo con totale sincerità: le sconsiglio di assumerli in questa delicata fase di transizione.
Inserire altre sostanze, pur se da banco o naturali, in un momento in cui il cervello sta già faticando per ricalibrarsi, rischierebbe solo di creare ulteriore "rumore" recettoriale e imprevedibili interazioni, specialmente con farmaci delicati come il litio.
Non cerchi soluzioni fai-da-te, ma si affidi con totale trasparenza al collega che la sta seguendo. Lo contatti per aggiornarlo su questi risvegli così pesanti.
Oppure, in alternativa, chieda un legittimo secondo parere psichiatrico.
E' fondamentale che con lo specialista che l'ha in cura ci sia una solida alleanza terapeutica, che le possa permettere di esprimere dubbi in totale Serenità e ricevere risposte, che solo uno specialista che l'abbia visitata di persona le può fornire in modo chiaro, potendo valutare anche la sua risposta individuale alla terapia farmacologica che è sempre un parametro fondamentale da tenere in considerazione.
Resto a disposizione per eventuali necessità, Le faccio i miei più sinceri auguri per tutto.
Cari saluti.
Salve, sono un paziente di 45 anni con depressione maggiore, in cura con brintellix 20 mg da febbraio e carbolithium 300 mg dopo cena da novembre 2025. Inizialmente ho avvertito maggiore concentrazione, lucidità e memoria, poi da quando è stato spostato il brintellix dalla colazione al pranzo per ridurre la nausea, ho notato un peggioramento dell'umore e ripresa di pensieri ossessivi. È possibile che ciò sia dovuto al cambiamento dell'orario di assunzione del brintellix? Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissimo,
Comprendo la sua preoccupazione. Quando si nota un peggioramento dopo una piccola modifica terapeutica, è naturale chiedersi se ci sia un collegamento diretto. Le rispondo con la massima oggettività e con la dovuta prudenza per aiutarla a fare chiarezza.
Dal punto di vista strettamente farmacologico, è poco probabile che lo spostamento dell'assunzione del Brintellix dalla colazione al pranzo sia la causa diretta di questa flessione dell'umore e della ripresa dei pensieri ossessivi.
Il Brintellix è infatti caratterizzato da una durata d'azione molto lunga, superiore alle 60 ore. Questo significa che, una volta raggiunto un livello stabile nel sangue, posticipare l'assunzione di poche ore difficilmente crea degli sbalzi recettoriali così bruschi da giustificare una riacutizzazione sintomatologica così marcata.
È invece verosimile che questo peggioramento sia legato a una fluttuazione spontanea del suo quadro clinico di base, che nei disturbi dell'umore può verificarsi fisiologicamente, anche in corso di terapia.
Un'altra ipotesi da non scartare è che possa trattarsi di una lieve reazione ansiosa legata proprio al timore del cambiamento di routine o al fastidio per la nausea iniziale.
Il consiglio più saggio, in questa fase, è di non procedere con tentativi "fai da te" o con ulteriori spostamenti di orario, ma di contattare con trasparenza lo psichiatra che la ha in cura.
Mantenere viva una solida e trasparente alleanza terapeutica è infatti un passo fondamentale. Solo lo specialista che conosce intimamente la sua storia e può valutarla di persona avrà gli strumenti clinici per capire se si tratta di un calo puramente transitorio o se vi è la necessità di ricalibrare la terapia, verificando magari anche l'assetto del litio.
Resto a disposizione per eventuali necessità. Le faccio i miei più sinceri auguri per tutto. Cari saluti.
Gentili dottori,
chiedo un vostro parere su una cura modificata per mio figlio. Da sei anni è in cura psichiatrica (33 anni compiuti) e dopo numerose difficoltà, è riuscito a iniziare a lavorare ed entrare nella società. Attualmente prende Wellbutrin + Zoloft al mattino e Serenase alla sera. Visto un suo grande problema con la dipendenza affettiva, e col fatto che si innamora immediatamente di ogni persona che gli dà un minimo di attenzioni (con conseguenze di tristezza e ansia) lo psichiatra - un po’ tentennando - ha aggiunto Resilient al mattino insieme al resto della cura. Noi non siamo medici, quindi non siamo competenti, ma temiamo gli effetti collaterali di questa nuova medicina, e temiamo possa invalidare tutto quello che è stato fatto. Cosa consigliate di approfondire con lo psichiatra?
Grazie di cuore
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissimo,
I sintomi che descrive in suo figlio (l'innamoramento istantaneo, l'attaccamento simbiotico e i successivi crolli ansioso-depressivi) dal punto di vista clinico rappresentano potenzilamente una disregolazione emotiva, caratterizzata da veri e propri picchi di impulsività affettiva.
La base della sua attuale terapia (Zoloft e Wellbutrin) è un'associazione farmacologica eccellente per curare la depressione e restituire la spinta vitale, ma è al contempo estremamente attivante, poiché spinge l'acceleratore su serotonina, dopamina e noradrenalina. Il Serenase serale funge da "freno".
L'introduzione del Resilient (il cui principio attivo è il litio) non è un salto nel buio, ma ha una razionalità biochimica e scientifica in questo specifico scenario: il litio è il più puro e collaudato stabilizzatore dell'umore a nostra disposizione.
Il suo ruolo non è assolutamente quello di "spegnere" il ragazzo o invalidare i progressi fatti, ma di agire da argine, smussando questi picchi di esaltazione affettiva per impedirgli di "schiantarsi emotivamente" ogni volta che incontra una persona nuova
Il "tentennamento" che avete percepito nel vostro psichiatra, molto probabilmente, non era legato all'efficacia della molecola, ma al fatto che il litio richiede una gestione pratica più meticolosa.; mi riferisco a dosaggi ematici della litiemia periodici, così come valutazione periodica della funzionalità renale, tiroidea ed ECG di controllo.
Il mio consiglio è quello di esprimere tutte le vostre paure e i dubbi allo specialista di riferimento senza senza alcun timore.
Mantenere un dialogo aperto, schietto e costruttivo con il professionista che ha in cura suo figlio è di vitale importanza. Solo conoscendo intimamente l'architettura psicologica del ragazzo, il collega può fare questi "aggiustamenti di fino" per proteggerlo.
Non vivete questa modifica come una minaccia, ma come il tentativo clinico di fornirgli un'armatura emotiva più resistente. E ribadisco la necessità di avere un dialogo aperto con lo psichiatra, perchè ad ogni prescrizione farmacologica è corretto che sia lo stesso specialista prescrittore a descrivere il razionale clinico, possibili effetti collaterali, possibili criticità e obiettivi da raggiungere con la nuova terapia.
Le faccio i miei più sentiti auguri per il futuro di suo figlio, resto a disposizione per eventuali necessità. Cari saluti.
Buongiorno, sto assumendo Eutimil da 2 mesi e mezzo per ansia generalizzata ed attacchi di panico. Sono stata bene fin dopo la 2 settimana di cura, facendo metà compressa per poi passare ad una e assumendo per i primi giorni Xanax per gli effetti collaterali del farmaco. Ora è da 2 giorni che avverto irrequietezza e stamattina mi sono svegliata con ansia ed ho avuto un attacco di panico. Ho preso Xanax e al momento pare vada meglio. Vorrei sapere se è normale nonostante la cura avere qualche attacco di panico. Premetto che è dal 2021 che annualmente per alcuni mesi (soprattutto al cambio stagione) ripeto la cura e poi gradualmente e seguita la lascio.
Grazie mille.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Comprendo perfettamente la sua delusione: quando si torna a stare bene, un improvviso attacco di panico viene vissuto come una vera e propria doccia fredda e un doloroso salto all'indietro.
La risposta diretta alla sua domanda è sì, può succedere. Una terapia farmacologica, per quanto efficace e ben calibrata, costruisce un solido "scudo" neurochimico, ma non rende il nostro cervello del tutto impermeabile.
Nonostante ciò, la presenza di attacchi di panico, anche se sporadici, devono comunque portare ad una riflessione e valutazione obiettiva della terapia farmacologica, perchè talvolta sono la prima "spia" che la sintomatologia non è del tutto compensata.
Nel suo racconto c'è infatti un dato cruciale su cui sento il dovere di essere totalmente onesto: la sprescrizione di iniziare e sospendere la cura ciclicamente ogni anno per pochi mesi è, da linee guida, non corretta.
Gli antidepressivi come l'Eutimil (ovvero la paroxetina) non nascono per essere utilizzati come terapie "a intermittenza". Accendere e spegnere continuamente i recettori della serotonina sottopone il sistema nervoso a un notevole stress adattativo.
A lungo andare, questa pratica espone a rischi clinici: il farmaco potrebbe iniziare a "funzionare meno" rispetto al passato, oppure il cervello potrebbe impiegare molto più tempo e fatica per ritrovare la stabilità ogni qualvolta si presenti una possibile ricaduta.
A questo meccanismo si somma l'impatto del cambio di stagione, che lei stessa ha lucidamente individuato. I passaggi stagionali alterano profondamente i nostri ritmi circadiani e ormonali, abbassando fisiologicamente la soglia di vulnerabilità allo stress. È proprio questo sbalzo biologico ad aver probabilmente scatenato l'irrequietezza e l'ansia mattutina di questi giorni.
L'uso dello Xanax è stato corretto per tamponare l'emergenza acuta, ma rimane pur sempre un "palliativo" momentaneo che non risolve il problema recettoriale di fondo.
Il mio consiglio è di non gestire questi scossoni da sola e di aggiornare subito lo specialista che la segue, oppure eventualmente chiedere un secondo parere psichiatrico, se ne sente la necessità.
Mantenere un dialogo vivo, aperto e trasparente con il proprio medico è lo strumento più potente che ha a disposizione per curarsi davvero.
Solo il professionista che può valutarla di persona sarà in grado di stabilire oggettivamente se occorra solo un po' di pazienza per superare l'ostacolo stagionale, o se sia il caso di operare un piccolo aggiustamento farmacologico per restituirle la Serenità che merita, con l'auspicio che sia il più duratura possibile, con una terapia farmacologica che possa essere "cucita su misura" sulla sue specifiche esigenze individuali.
Non si scoraggi per questo singolo episodio, ha tutte le risorse per riprendere in mano la sua Serenità.
Le faccio i miei più sinceri auguri, resto a disposizione per eventuali necessità. Cari saluti.
Buongiorno, sono una donna di 30 anni e per un disturbo d’ansia associato ad insonnia di primo tipo, il mio psichiatra mi ha prescritto sertralina 50mg, che ho cominciato ad assumere la mattina da una decina di giorni, insieme alla quetiapina 25 mg da assumere la sera per favorire l’addormentamento (quest’ultima la sto assumendo già da circa 3 mesi).
Visto però che durante il giorno continuo ad essere molto in ansia e ad avere degli episodi più acuti, per il primo mese di sertralina mi ha prescritto anche lo Xanax gocce, da prendere 3 volte al giorno.
Grazie allo Xanax durante il giorno sono meno in ansia e la sera prendo sonno velocemente, ma ho notato un graduale peggioramento nella qualità del mio sonno, in particolare mi sveglio molto presto (4:30/5) e non riesco più a riaddormentarmi, cosa che non mi era mai capitata.
Potrebbe esserci una giustificazione chimica? E il fatto che dovrò assumere lo Xanax per un mese (o finché la sertralina non farà effetto) potrebbe causarmi dipendenza o effetti collaterali durante lo scalaggio?
Mi fido del mio psichiatra, ma purtroppo è molto impegnato ed è difficile contattarlo al di fuori degli appuntamenti, per questo sto ponendo queste domande qui.
Grazie mille in anticipo a chi mi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Comprendo perfettamente la sua frustrazione: riuscire finalmente ad addormentarsi per poi ritrovarsi con gli occhi sbarrati alle 4 del mattino è estenuante.
Ci tengo però a rassicurarla perché, da quello che descrive, c'è una probabile giustificazione chimica per questi risvegli precoci, legata a due fattori biochimici concomitanti.
Da un lato, lei è al decimo giorno di assunzione della sertralina. Nelle prime settimane gli antidepressivi SSRI provocano una temporanea e fisiologica iper-stimolazione dei recettori serotoninergici.
Questo effetto, clinicamente noto come "attivazione", va ad alterare transitoriamente l'architettura del sonno causando insonnia transitoria con risvegli precoci.
Dall'altro lato, bisogna considerare l'emivita dello Xanax. È un'eccellente benzodiazepina per spegnere l'ansia nell'immediato, ma è dotata di una durata d'azione breve.
È dunque probabile che la copertura molecolare dell'ultima dose serale svanisca nel cuore della notte, innescando nel suo cervello un lieve effetto rebound (rimbalzo) che la sveglia bruscamente e le impedisce di riprendere sonno.
Per quanto riguarda la sua forte paura della dipendenza, voglio tranquillizzarla, con la dovuta prudenza. Utilizzare un ansiolitico per le prime settimane, in attesa che la sertralina inizi a fare il suo vero lavoro di fondo, rappresenta un protocollo clinico standard.
Un mese di assunzione ai dosaggi terapeutici, seguito dal corretto scalaggio graduale, non genera una dipendenza fisica strutturata e difficilmente le causerà crisi d'astinenza.
Il fatto che lei si fidi del suo psichiatra è un elemento prezioso. Anche se so che è difficile da reperire, è vitale che gli comunichi ogni variazione del quadro clinico al prossimo contatto utile, poiché spesso basta un piccolo aggiustamento degli orari per risolvere l'intoppo.
Mantenere viva una solida e trasparente alleanza terapeutica è infatti il vero motore della guarigione. Solo attraverso un confronto diretto e una valutazione clinica dal vivo, il medico che conosce intimamente la sua storia può cucirle addosso la strategia più sicura per accompagnarla in delicata fase di transizione.
Resto a disposizione per eventuali necessità, Le faccio i miei più sinceri auguri per tutto. Cari saluti.
Sono una donna di 44 anni,scrivo per un parere,non so da dove iniziare non amo molto parlare di me,ma credo di avere qualcosa dentro con cui combatto da sempre.Ho avuto un' infanzia disfunzionale a causa di mio padre,crescendo ricordo che mi innamoravo follemente dei personaggi dei cartoni animati e vivevo delusioni per me fortissime.
Verso i 12 anni ho cominciato con episodi di autolesionismo,il primo è stato dopo una delusione per un innamoramento di un personaggio famoso e fui schernita da un parente che mi prese in giro e mi cominciai a tagliare con episodi sporadici fino i 16 anni.Ho avuto in adolescenza esperienze con alcool e droghe poi ho intrapreso una relazione con quello che è diventato poi mio marito e abbiamo avuto una figlia.Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il cibo in vari cicli della mia vita.Nel tempo la situazione sembrava tranquilla poi per incompatibilità di carattere ci siamo lasciati,ho avuto altre 2 relazioni dopo una attuale.3 anni fa ho vissuto un anno con le valigie pronte con dei vestiti senza che messuno lo sapesse,perche avevo paura che venisse qualcuno a buttarmi fuori di casa ero diventata paranoica,pensavo seriamente molto spesso di gettarmi dal 4 piano poi il pensiero di mia figlia mi faceva desistere perche è mia responsabilità stare bene ed esserci per lei,ma ero arrivata al punto di stare male a stare a casa dovevo restare fuori poi come è arrivato il pensiero dopo quasi un anno è passato.Per parecchi anni ho dormito poche ore a notte svegliandomi con l adrenalina che mi accompagnava per tutto il giorno la sentivo nelle mani e nel corpo la sensazione di agitazione.Da un anno riesco a dormire di piu,anzi alcuni giorni dormirei continuamente sono parecchio esausta.Il mio compagno mi fa notare che alterno momenti di amore assoluto per lui poi basta un mio pensiero e arrivo ad esserne infastidita solo dalla sua presenza,alternando periodi di ipersessualita dove io starei continuamente per giorni a fare sesso con lui a che non sopporto neanche di essere toccata.Ho un carattere molto particolare tendo ad essere aggressiva porto al limite le persone con il sarcasmo e poi evito lo scontro per paura di una mia reazione esagerata,mi piace ascoltare le persone vicine ed assorbono i loro problemi come fossero i miei ma non sento mai di essere ripagata dagli altri quindi spesso se noto qualcosa che non mi va a genio in uno sguardo o un comportamento tendo ad allontanarmi e restare sulle mie.
Ho spesso la sensazione di avere dentro qualcosa che mi tormenta e da tanto tempo non riesco a piangere ed è difficile che mi sento felice per qualcosa in modo autentico perché ho paura che basta niente e l'emozione si può rovinare.
Probabilmente sono così io ma chiedo un parere professionale a chi vorrà rispondere.
Grazie A.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Lei sta descrivendo una sofferenza strutturata, le cui radici affondano, almeno in parte, in quell'infanzia disfunzionale che ha menzionato.
Quando si cresce in un ambiente instabile, il sistema nervoso impara a rimanere in una "perenne modalità di sopravvivenza", che nel tempo si traduce in una disregolazione emotiva e relazionale.
I vissuti che ha attraversato (gli episodi passati di autolesionismo, il rapporto conflittuale con il cibo, i periodi di forte angoscia con idee paranoiche e il doloroso alternarsi, nelle relazioni, tra l'amore assoluto e il fastidio improvviso) sono manifestazioni cliniche frequenti in quadri di instabilità dell'umore e alterazione dell'immagine di sé.
Anche l'oscillazione tra l'iperattivazione del passato (con l'adrenalina in corpo e la privazione di sonno) e l'attuale stato di profondo esaurimento fisico fa pensare a un sistema biologico che per anni ha spinto sull'acceleratore e che ora sta presentando il conto in termini di stanchezza.
Il timore costante di essere rifiutata o allontanata, che la porta ad anticipare le mosse isolandosi o usando il sarcasmo come difesa, è il segno di una probabile fragilità interna che merita di essere accolta e curata, non giudicata.
Il consiglio più saggio che mi sento di darle è di non continuare a portare questo enorme peso da sola.
Le suggerisco caldamente di rivolgersi a uno psichiatra per una valutazione clinica diretta.
È fondamentale per lei poter strutturare una solida e trasparente alleanza terapeutica con uno specialista che l'ascolti dal vivo.
Solo un professionista, attraverso un colloquio a quattr'occhi, potrà raccogliere la sua intera storia in modo approfondito, dare un nome preciso a questo funzionamento e proporle un percorso finalizzato a stabilizzare l'umore, calmare l'ansia e restituirle quella capacità di provare felicità autentica che ora sente bloccata.
Il fatto che lei sia mossa da un forte senso di responsabilità verso sua figlia dimostra che in lei c'è una grande forza vitale.
Utilizzi questa stessa forza per fare il primo passo verso la sua guarigione.
Resto a disposizione per eventuali necessità e le faccio i miei più sinceri auguri. Cari saluti.
Buonasera a tutti,
Vorrei porre la mia questione, in quanto sono molto grata alla terapia che da 3 anni sto assumendo con fevarin, perché è stata davvero una buona soluzione e rispondo abbastanza bene alla terapia, l'unica cosa che però paradossalmente mi sta causando un po di tristezza è l'aumento del peso, circa 25 kg e una stanchezza abbastanza importante, nonostante funziona bene per il DOC, mi ritrovo ad oggi con molti momenti di tristezza e sconforto per quanto riguarda il peso e la stanchezza, ho sofferto per molti anni di DOC senza prendere farmaci, poi ho smesso di mangiare ed ero veramente giù di tono, ero una persona in generale abbastanza attiva l'anno scorso ho provato anche ad andare in palestra, ma la questione peso non cambiava mai, ho gli esami del sangue recenti ché sono perfetti, mangio senza problemi tutto però non è che mi abbuffo tutti i giorni, per mettere così tanto peso non è stato il cibo, perché paradossalmente mangiavo molto più prima.. Vorrei poter confrontarmi con uno specialista che ha già aiutato pazienti con una dinamica di questo tipo e aiutato quindi a perdere peso, sono una donna di 39 anni e ora il fattore peso sta diventando molto "pesante" Per me.. Che ne pensate?.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
Comprendo perfettamente la sua frustrazione. Trovare finalmente la serenità mentale dopo anni di DOC per poi ritrovarsi a combattere con un aumento di peso di 25 kg e una stanchezza cronica è una situazione emotivamente logorante.
Dal punto di vista clinico, quello che descrive è un quadro verosimile e, purtroppo, non raro nelle terapie a lungo termine.
Anche se il Fevarin ha spesso un impatto metabolico inferiore rispetto ad altre molecole, l'assunzione continuativa per anni ad elevati dosaggi può innescare un progressivo rallentamento del metabolismo e un persistente senso di letargia.
Questo spiega perché, nonostante lei mangi in modo equilibrato e abbia tentato l'approccio sportivo, l'ago della bilancia fatichi a scendere: la causa è probabilmente legata a un riassetto recettoriale indotto dal farmaco, non a una sua mancanza di volontà.
Tuttavia, con la dovuta prudenza, devo ricordarle che un consulto online presenta dei limiti oggettivi e invalicabili.
In questa sede non vi è la possibilità di visitarla di persona, di valutare nel dettaglio il suo quadro clinico globale o di calibrare una nuova strategia farmacologica in sicurezza.
Lei esprime il giustissimo desiderio di confrontarsi con uno specialista per uscire da questo stallo.
Per garantire il miglior standard clinico possibile, ritengo che questi delicati passaggi farmacologici, per essere "cuciti su misura" sulle sue esigenze specifiche, non dovrebbero mai essere gestiti a distanza.
Le suggerisco dunque caldamente di prenotare una visita psichiatrica in presenza per costruire una solida e trasparente alleanza terapeutica.
Solo attraverso una valutazione dal vivo, lo specialista o potrà proporle soluzioni sicure e mirate, come ad esempio una lenta ricalibrazione del dosaggio o una transizione millimetrata verso un'altra molecola altrettanto efficace per il DOC, ma dotata di un profilo metabolico più favorevole.
Non si rassegni a questo stato di stanchezza, esistono strategie cliniche valide per aiutarla a recuperare le proprie energie.
Le faccio i miei più sinceri auguri per tutto,resto a disposizione per eventuali necessità. Cari saluti.
Gentili Dottori,
sono un ragazzo di 27 anni e Vi scrivo per chiederVi un parere riguardo a una situazione che porto avanti da diverso tempo.
Ogni giorno mi trovo a dover gestire un numero decisamente elevato di pensieri intrusivi (mediamente tra i 20 e i 30 quotidiani). Ci tengo a specificare che queste immagini non mi portano a rimuginare, non mi provocano stati d'ansia particolari e non tendo ad analizzarle; semplicemente compaiono.
Tuttavia, nonostante l'assenza di un forte impatto emotivo, questi pensieri mi causano una tensione fisica, ed è proprio questo aspetto corporeo a preoccuparmi maggiormente.
Volevo quindi chiederVi se una frequenza così alta di pensieri intrusivi possa essere considerata normale o se, data la risposta fisica che ne consegue, sia il caso di approfondire la situazione.
La ringrazio anticipatamente per la Sua disponibilità.
Cordiali saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissimo,
Comprendo la sua richiesta di chiarezza. Avere a che fare ogni giorno con decine di pensieri intrusivi, per quanto non la portino a rimuginare, rappresenta inevitabilmente un carico costante per il suo sistema nervoso.
Dal punto di vista clinico, una frequenza così elevata di intrusioni non può essere considerata la normalità, soprattutto perché il suo corpo le sta inviando un segnale inequivocabile.
Quello che sta descrivendo è verosimilmente un meccanismo di "compartimentalizzazione".
La sua mente riesce a tamponare l'ansia a livello cognitivo, evitandole di scivolare nel panico o nell'ossessione conclamata.
Tuttavia, la carica tensiva generata da queste immagini non svanisce nel nulla, ma viene "scaricata" direttamente sul versante somatico.
Verosimilmente, il suo corpo assorbe l'urto al posto della mente e reagisce con quella "tensione" che giustamente la preoccupa.
Affrontare questo tipo di somatizzazioni richiede la giusta attenzione.
Benché non si tratti di un'emergenza acuta, ignorare una tensione corporea quotidiana significa permettere al suo sistema nervoso di viaggiare in una condizione di iperattivazione di fondo.
Le ricordo ovviamente che un parere a distanza possiede dei limiti strutturali invalicabili.
Senza la possibilità di esplorare di persona la natura di queste immagini e di valutare la sua reale risposta fisica, non è possibile formulare una diagnosi certa.
Il mio consiglio è decisamente quello di approfondire la situazione.
Le suggerisco di programmare una valutazione psichiatrica dal vivo: solo attraverso un colloquio clinico diretto si potrà inquadrare in modo esatto questo fenomeno e individuare la strategia più corretta per disinnescare questo fastidioso sovraccarico fisico e per restituirle la Serenità che merita.
Le faccio i miei più sinceri auguri, resto a disposizione per eventuali necessità.
Cari saluti.
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…