Ciao, ritorno a scrivere qui perché mi sento sola…anche se so che siamo in tanti…è che a volte ho bi

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Ciao, ritorno a scrivere qui perché mi sento sola…anche se so che siamo in tanti…è che a volte ho bisogno di qualcuno che me lo ricordi.
Ho 29 anni, faccio psicoterapia dal 2016 ( ho provato diversi approcci, l’attuale è cognitivo comportamentale che seguo da più di un anno ormai..), assumo anche una terapia farmacologica per mia volontà. In sostanza soffro di una forte ansia/paura sociale, non riesco a chiudere con i traumi del passato, dal bullismo a scuola, al mobbing attuale a lavoro, alle amicizie perse, alla famiglia disfunzionale in cui convivo… Ho due fratelli, uno di 26 anni che si dissocia da tutti tranne che dai suoi amici, nel senso che con noi in famiglia non comunica, l’altro di 34 anni che vive al nord, con lui ho un rapporto d’amore e d’odio, per lui non sono mai abbastanza e la maggior parte delle cose che mi capitano è sempre colpa mia.
Sono da sempre una persona troppo fragile, mi basta davvero poco per annientarmi, non so fronteggiare i problemi, se ad esempio mi si rompe un elettrodomestico ci rimango malissimo e penso che sia colpa mia come al solito e ai soldi che ci vorranno per ricomprarlo.
Ho un gruppo di amici che mi aiutano a distrarmi ma che non comprendono ciò che state leggendo, non so nemmeno più se ce l’ho un’amica sorella, forse sono tutti amici d’uscita, per carità mi ritengo già fortunata per questo.
Da sempre ho paura di vivere, di affrontare le mie paure, andare a vivere da sola, pensare alla mia vita quando i miei genitori non ci saranno più, affrontare le discussioni (stupide) con le persone da sola, affrontare le delusioni, avere la paura di guidare la macchina, avere la paura di essere giudicata o sgridata negativamente da chiunque, avere paura di rimanere da sola e non sapere a chi chiedere aiuto. Più di una volta sono stata io stessa la delusione della mia famiglia, non ho mai amato studiare, mi sono allontanata da una mia ex amica delle superiori perché in quel periodo ho iniziato a soffrire d’ansia e mi vergognavo a raccontarle di ciò che stavo vivendo e di cui io all’epoca ancora non comprendevo.
Sono stata ricoverata due volte, per aver fatto un gesto estremo e per la mia grave depressione, prima in Sicilia poi al San Raffaele di Milano, non me la sento di raccontarvi nessuna delle due esperienze, sono ferite ancora aperte.
Ho cambiato qualche lavoro, perché inizio ad avere paura per il mio futuro, per quando sarò anziana (sempre se ci arriverò). Ho iniziato a lavorare tardi, all’età di 25 anni, sempre perché congelata dalle infinite paure che mi porto dietro. Ho lavorato come cameriera una sera soltanto, ho lavorato come lavapiatti e aiutante in un bar per 5 giorni, ho lavorato per 4 anni in un B&B nelle pulizie, preparare le colazioni e accoglienza, adesso mi trovo da un paio di mesi in un fast food e anche qui non vado bene, troppo lenta per i miei manager, nel frattempo mi è arrivata una proposta di lavoro come assistente tecnico nella scuola dove sfiga vuole ho fatto le superiori, dista 20min. di macchina dalla mia città, ho accettato ma senza illusioni, vedremo cosa accadrà. Non ho un centesimo da parte, tutti i soldi li ho spesi in psicoterapia, psichiatra (si, ho provato anche nel pubblico in passato), diciamo anche che non sono brava a gestirmi le economie, mi piace spendere e fare la “splendida” con gli amici pur di ricevere in cambio affetto.
Ah, sono stata una delusione per tutti gli psicoterapeuti che mi hanno avuto in cura, la mia colpa? L’avere troppa paura.
Avrei ancora molto da raccontare, ma mi sento stanca, parecchio….fa male parlare di me.
Non sono severa con me stessa, vi sto raccontando ciò che sono, una persona troppo pigra e troppo fragile per questo mondo.
Io ci provo a distrarmi, ad essere forte, e per brevi periodi ci riesco, ma poi crollo, come in questo momento.
Dott. Nicolò Paluzzi Monti
Psicologo, Sessuologo, Psicoterapeuta
Firenze
Leggendo ciò che scrivi, emerge con forza il tuo bisogno di riconoscimento e di sentirti vista nella tua sofferenza relazionale. Questo non è un segno di debolezza, ma la traccia di un sistema emotivo che da anni cerca di proteggerti. Quando parli di “paura” e “fragilità”, io vedo anche una grande capacità riflessiva: tu sai nominare con precisione le tue emozioni, e questo è già un passo enorme nel processo di resilienza e crescita personale.

Spesso chi vive traumi, bullismo, mobbing o famiglie disfunzionali interiorizza l’idea di “essere sbagliato”. In realtà, quello che stai vivendo è il risultato di un copione relazionale appreso che può essere trasformato. Non sei pigra: sei in un contesto interno che per anni ha costruito strategie di sopravvivenza. E queste strategie oggi, forse, ti impediscono di esprimere la parte di te che vuole autonomia, autoefficacia e autocompassione.

Un percorso terapeutico non serve a “guarire” nel senso medicale del termine, ma a riscrivere la propria narrazione e a trovare nuovi modi di stare al mondo. Proprio perché hai già fatto tanta strada (anni di terapia, esperienze dolorose, nuove sfide lavorative), potresti scoprire che un lavoro psicoterapeutico centrato sulla tua soggettività e sulle tue relazioni – un approccio intersoggettivo o integrato – potrebbe offrirti uno spazio diverso: non per giudicarti, ma per ricostruire un senso insieme a qualcuno che ti accompagna.

Ti invito a vedere la tua sofferenza non come un “difetto”, ma come un linguaggio emotivo che ancora chiede ascolto e rielaborazione. Questa non è retorica: ogni trauma è una storia incompiuta che può diventare il punto di partenza per la tua trasformazione personale.

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Dr. Fabio M. P. Tortorelli
Psichiatra, Psicoterapeuta
Roma
Gentilissima,

Il tuo racconto, pieno di dolore e vulnerabilità, è toccante, e il tuo bisogno di sentirti meno sola è profondamente umano.

A 29 anni, portare il peso di ansia sociale, traumi da bullismo, mobbing lavorativo, dinamiche familiari complesse e una storia di depressione grave con due ricoveri dimostra una resilienza che forse non vedi.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale, che segui da oltre un anno, è un percorso valido per l’ansia sociale, ma i traumi complessi richiedono tempo per essere elaborati.

La tua fragilità e la tendenza a incolparti riflettono un’iperattivazione ansiosa e un’autostima ferita, non pigrizia.

Il lavoro al fast food e la nuova opportunità come assistente tecnico, nonostante il timore del contesto scolastico, sono passi coraggiosi.

La gestione economica e la ricerca di affetto attraverso la spesa sono meccanismi comuni per colmare il vuoto emotivo, lavorabili in terapia.

Non sei una "delusione" per i tuoi terapeuti: la paura è un sintomo, non un fallimento personale.

La tua solitudine, pur avendo amici, è reale, ma aprirti con loro, anche solo un poco, potrebbe aiutarti.

La terapia farmacologica potrebbe richiedere un aggiustamento per ansia e depressione residue.

E' fondamentale pertanto in prima istanza programmare una visita psichiatrica per rivalutazione del quadro clinico, per poi proseguire con la terapia più adatta nel tuo caso specifico, sia dal punto di vista farmacologico che psicoterapeutico.

Resto a disposizione per eventuali necessità, cari saluti.
Dott.ssa Elena Gianotti
Psicologo, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Arriva tutta la sua grande paura della vita, di buttarsi e affrontare le cose, ma ha fatto un gesto coraggioso: scrivere qui, e provare a chiedere aiuto. Ha fatto tante psicoterapie, ha chiesto aiuto più volte, ma credo che più che l'approccio bisogna incontrare il terapeuta o la terapeuta giusto per lei, che sia in grado di farla sentire accolta, compresa e non giudicata. Quando dice che è stata una delusione per tutti i suoi terapeuti ho la sensazione che sia proiettivo: credo che lei tenda a sentirsi una delusione per tutti, e che quindi metta questa sensazione anche sul suo terapeuta. Credo ci sia un grande bisogno di raccogliere la sua storia, di depositarla da qualche parte dove possa essere realmente accolta: tutta questa paura, tutta questa fatica ha senza dubbio un origine, e trova senza dubbio significato nella sua storia di vita e nei contesti relazionali che ha vissuto e sta vivendo. Abbiamo sempre la possibilità di cambiare, anche se non è facile e costa fatica. Forse più che un approccio cognitivo comportamentale, più mirato ad arginare il sintomo, ci sarebbe bisogno di un approccio che la aiuti a dare un significato alla sua fatica e alle sue paure in relazione alla sua vita, e potrebbero essere adatti un approccio psicodinamico o ancor di più un approccio sistemico. Sono sicura che, affiancata e con il giusto aiuto, potrà trasformare la sua vita in una direzione che le assomiglia di più. Se avesse altre domande o volesse approfondire meglio la questione mi trova a disposizione, anche online. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti
Dott.ssa Jasmine Scioscia
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Bologna
Salve cara paziente, mi spiace molto per lei e mentre la leggevo pensavo a come potevo aiutarla, come dice lei probabilmente il problema sono i suoi vari traumi che non ha ancora riuscito a risolvere o come diremo noi a trasformare.
Credo che la prima cosa che dovrebbe capire è se questa terapia va bene per lei,se si sente accompagnata con la testa e con il cuore in questo suo viaggio cosi impegnativo, se sente che con la persona che la segue si può appoggiare, se può essere un buon e nutriente contenitore per lei : perché questo già sarebbe molto.
Poi dovrebbe fare un pezzetto alla volta con dei piccolissimi obbiettivi da raggiungere ..e lavorare cosi cosi da cominciare a potersi apprezzare per le piccole ma grandi conquiste che fa, ma piano piano in maniera costante e registrando i suoi successi da condividere con il suo terapeuta.
Non so se magari l 'ho potuta aiutare un pochettino...comunque resto a disposizione se ha bisogno di altre domande.
Ci sono anche dei gruppi di empowerment in giro e alcuni sono gratuiti ,se vuole si informi, forse lavorare in un gruppo potrebbe essere di supporto.
Un abbraccio sincero
Dr. Jasmine Scioscia
Dott.ssa Silvia Bellini
Psicoterapeuta, Psicologo
Entratico
Gentilissima, grazie per aver condiviso con tanta sincerità ciò che stai vivendo. Non è affatto semplice raccontare le proprie fragilità e i propri timori, e il fatto che tu lo abbia fatto dimostra una forza importante: quella di non arrenderti e di cercare ancora un contatto, un appoggio, un ascolto.

Dalle tue parole emerge una grande fatica, segnata da ferite del passato, dalla sensazione di solitudine e dal timore di non farcela. Ma io leggo anche altro: la tenacia di chi, nonostante tutto, continua a lavorare su di sé, continua un percorso di terapia, affronta nuovi lavori, accetta nuove sfide. Questa non è pigrizia o debolezza, come temi, ma è la prova che dentro di te ci sono risorse che forse non riconosci pienamente.

È comprensibile che tu ti senta fragile: il tuo vissuto ti ha esposta a molte prove dolorose, e non si può chiedere a se stessi di cancellarle o superarle velocemente. Ciò che puoi fare è continuare a riconoscere i tuoi piccoli passi quotidiani, quelli che sembrano minimi ma che, messi insieme, sono già un percorso.

Ti invito a guardare a te stessa con più gentilezza. Non sei una delusione per chi ti ha seguito, né per chi ti vuole bene: la tua storia non è definita dalle paure, ma dalla forza che metti ogni volta nel rialzarti, anche quando ti sembra di non riuscire.

Continua a dare voce a quello che provi: parlarne, come hai fatto scrivendo, è già un modo per alleggerire il peso. E ricordati che non sei sola, anche se la paura a volte ti fa sentire così.

Con stima e vicinanza, Silvia Dott.ssa Bellini
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Ciao,
grazie per aver condiviso con tanta sincerità la tua esperienza. Non è affatto semplice mettere nero su bianco ciò che provi, e il fatto che tu lo stia facendo dimostra già una grande forza e consapevolezza.

Quello che descrivi – ansia sociale, paure, vissuti traumatici, difficoltà nelle relazioni familiari e lavorative – non parla di debolezza o pigrizia, ma di un peso emotivo importante che stai cercando di affrontare. La tua sofferenza è reale, così come lo sono i tuoi sforzi per curarti, intraprendere percorsi di psicoterapia, assumere una terapia farmacologica e non arrenderti.

Sentirsi “troppo fragili” o “una delusione” è spesso una conseguenza del dolore e non la verità su di te: sei una persona che lotta, anche quando pensa di non farcela. È normale che in certi momenti si abbia la sensazione di crollare e di non vedere via d’uscita; sono fasi che fanno parte del percorso di cura, e non segnano un fallimento.

Continua a dare valore a ciò che hai già fatto per te stessa, anche se adesso ti sembra poco. Non sei sola, e non sei sbagliata: il tuo percorso di vita non è definito dalle tue paure, ma dal fatto che, nonostante tutto, provi ad andare avanti.

Per poter elaborare in profondità traumi, paure e dinamiche familiari, può essere molto utile continuare a rivolgersi a uno specialista che possa accompagnarti e sostenerti in questo cammino, adattando gli strumenti terapeutici alle tue esigenze.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Cristina Sinno
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Gentile utente, grazie per aver condiviso con tanta onestà e profondità il suo vissuto. Le sue parole raccontano un dolore che merita ascolto, ma anche una forza silenziosa: quella di chi, nonostante la fatica, continua a cercare un senso, uno spazio in cui essere riconosciuta per ciò che è.
Capisco quanto possa essere stancante convivere con paure così pervasive, con la sensazione di non essere mai “abbastanza” e con il peso di relazioni che spesso feriscono. Ma lei non è il suo sintomo, né le sue difficoltà. In un percorso psicoterapeutico a orientamento fenomenologico-esistenziale, come quello che propongo, non si parte da ciò che “non va”, ma dal suo modo unico di vivere e sentire il mondo, per cercare insieme nuove possibilità di esistenza.
Se sente il bisogno di uno spazio diverso, in cui essere accolta senza giudizio e poter dare voce al suo sentire più autentico, sono a disposizione. Per qualsiasi informazione non esiti a contattarmi, sono disponibile anche per terapie online, ed ho aderito al programma del "bonus psicologo". Un caro saluto, d.ssa Cristina Sinno
Dott.ssa Sandra Petralli
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pontedera
Buonasera, la sofferenza, legata alla paura di essere giudicata, alle delusioni familiari, alle difficoltà lavorative e alle ferite del passato, è molto coerente con quello che spesso emerge nei percorsi di psicoterapia quando si affrontano traumi e ansia sociale: ci vuole tempo, pazienza e soprattutto auto-compassione, che non è debolezza ma cura verso di sé. Il fatto che lei stia ancora cercando strade, tra lavoro, relazioni e psicoterapia, non è un segno di fallimento ma di resistenza, e questo è qualcosa di molto prezioso. Nei momenti di crollo può essere utile integrare, accanto alla terapia cognitivo comportamentale, pratiche come la Mindfulness che aiutano a radicarsi nel presente e a gestire l’ansia, oppure percorsi di EMDR mirati al trattamento dei traumi che lei stessa accenna. Questi strumenti, se condivisi con il suo psicologo psicoterapeuta, possono sostenere il lavoro già in corso. È comprensibile che lei si senta stanca, e che parlare di sé possa farle male, ma la sua narrazione non è quella di una persona “pigra” o “sbagliata”, è la storia di chi ha attraversato molte difficoltà e sta cercando, con i mezzi che ha, di ricostruirsi. Provi, quando possibile, a vedere anche i piccoli passi che compie ogni giorno: la decisione di accettare un nuovo lavoro, il fatto che continua il percorso terapeutico, il riuscire a scrivere qui per chiedere aiuto, sono tutte dimostrazioni che lei non è ferma, ma in cammino. Se nei momenti di crisi dovesse sentire di nuovo il rischio di farsi del male o di non farcela, la invito a rivolgersi immediatamente a un pronto soccorso o al suo psicologo psicoterapeuta o al medico di fiducia, perché in quei momenti è fondamentale non essere soli.
Saluti, dott.ssa Sandra Petralli
Dott. Francesco Paolo Coppola
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Napoli
Certe volte è necessario sgombrare la mente da tutto quello che ingombra, giudica, perfino dalle nostre stesse convinzioni. È come se entrassimo nel film che abbiamo creato noi stessi.

La meditazione, a questo punto, diventa una necessità: la mente è diventata come una lavagna piena di formule, frasi, pensieri che hanno perso il contatto con la loro semplicità originaria. Bisogna tornare a una lavagna vuota, perché la mente ha preso troppo spazio; ci siamo aggrappati ai pensieri, abbiamo dato troppo credito a essi, e sono diventati padroni del nostro spazio. Non sono più strumenti, ma consumano energia e determinano ansia sociale massiccia, paura di giudizio e rifiuto.

Il semplice piano dell’essere presenti nel qui ed ora è nascosto sotto le ceneri e non lo ritroviamo più, seppellito dalla depressione con crolli ricorrenti, dall’autodenigrazione continua (“sono pigra, fragile”), dai sensi di colpa che scelgono se stessi come bersaglio.

Le difficoltà a gestire compiti minimi della vita quotidiana derivano dal fatto che manca riposo. Gli stessi rapporti familiari diventano una continua sottrazione di energia, perché appaiono all’occhio del depresso come conflittuali e deludenti.

La vita non va come vorremmo che andasse, e noi ci sentiamo colpevoli, convinti di dover pagare per questi presunti errori. Tutto questo meccanismo serve a non goderci il presente, la vita, l’essere. E la soluzione che adottiamo è quella di rimproverarci.

A cosa serve riempire la lavagna di tanti pensieri?
Forse solo a nascondere la noia.
O, se andiamo più a fondo, la paura di accettare il nostro desiderio.
E scendendo ancora, l’insostenibilità del non essere.

Quella stessa che chiamiamo noia, senso di vuoto, solitudine, senza riconoscerne l’immensa e silenziosa forza creativa: come il silenzio prima di un concerto, che accompagna — come base — la musica del vivere.
Dott.ssa Melissa Angelini
Psicologo, Psicoterapeuta, Terapeuta
Torino
Buongiorno, grazie per aver avuto la forza di condividere tanto dolore che lei si porta dietro da parecchio tempo! La sua visione di sè è parecchio pessimista: riesce a provare a focalizzarsi su ciò che funziona nella sua vita? Oppure a dirigere le sue risorse a ciò che c'è di bello (o meno brutto?). Molto spesso, come dice lei, nonostante si sia in molti, parlare o scrivere ci fa sentire meno soli e non gli unici a provare tale enorme dolore. Ha provato a rivedere, con il suo psichiatra, la terapia farmacologica, visto che l'umore non sembra ancora soddisfacente? Un caro saluto e un grande in bocca al lupo!
Dott.ssa Alessandra Domigno
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Buongiorno cara ragazza, dalle tue parole emerge tutta la tua fatica e la tua fragilità. Immagino quanti tentativi e quante difficoltà tu abbia incontrato lungo il tuo percorso. La depressione e lo stato di ansia non si superano velocemente e il lavoro a mio avviso dovrebbe arrivare nel profondo. Non credo poi che tu sia stata una delusione per i tuoi psicoterapeuti. Rimani centrata su di te, non guardare gli altri dove sono o cosa fanno, gli amici cosa pensano, gli psicoterapeuti come ti considerano. Devi trovare la tua strada, sbloccare e far emergere quella energia ancora chiusa in te forse per difenderti da altro. Non ti giudicare ma guarda quanto stai ancora camminando per trovare te stessa.
Un caro saluto. Dott.ssa Alessandra Domigno
Dott.ssa Michela Testa
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Cardito
Questo messaggio esprime una gran sofferenza e un sentimento di inadeguatezza che abbraccia più fronti, tuttavia, credo sia importante che lavori le questioni che porta in seduta con il/la sua terapeuta affinchè possano essere eviscerate e comprese meglio. Solo all'interno della relazione terapeutica può far esperienza di un modo nuovo di vedere le cose e di comprensione verso se stessa.
Dr. Andrea Como
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Grazie per aver condiviso così tanto di sè.
Quello che ha scritto è molto intenso e coraggioso. Si sente che è stanca, che ha vissuto tanto dolore e che portia sulle spalle un peso che non è solo suo ma anche del contesto in cui è cresciuta. È importante che sappia che non è una delusione.
Leggendo tutto quello che ha passato e che sta vivendo adesso, emerge chiaramente una persona che, nonostante la sofferenza, continua a cercare aiuto, continua a lavorare, continua a provare.
La paura è un sintomo. È il suo sistema nervoso che, dopo anni di esperienze negative, è diventato ipersensibile. Non è un tratto del suo carattere scritto nella pietra. Col tempo, strumenti giusti e contesti diversi, la paura può ridursi.
È bene che tienga a mente che la fragilità non è colpa.
Quello che chiama “essere troppo fragile per questo mondo” in realtà è il risultato di esperienze traumatiche, di bullismo, di ambienti familiari e lavorativi tossici. La paura non ci definisce.
E non c’è niente di “sbagliato” nel sentire il bisogno che qualcuno ci ricordi che non siamo soli.
Spero di esserle stato di aiuto.
Saluti
Dott. Como
Dott.ssa Valentina Sciubba
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Sembrerebbe che soffra di ansia sociale e, almeno in passato, di depressione. Ambedue i disturbi sono curabili e la sua visione di se stessa come "una delusione" per gli psicoterapeuti potrebbe essere rovesciata in un'altra in cui sono gli psicoterapeuti che l'hanno delusa per non aver saputo curarla sufficientemente.
L'ansia sociale ad ogni modo richiede più tempo di altri disturbi d'ansia per migliorare e recedere. Non ci dice quali altri approcci ha seguito oltre il cognitivo-comportamentale, ma esistono comunque buoni indirizzi di psicoterapia che danno risultati anche in tempi brevi, come la Terapia Strategica Breve soprattutto per i Disturbi d'ansia o la Terapia Interpersonale per la depressione.
Dott.ssa Laura Francesca Bambara
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Vizzolo Predabissi
Buongiorno, sono disponibile ad aiutarla e a farle superare le sue paure e ansie.
Mi contatti pure.
Cordiali saluti.
Dott.ssa Laura Francesca Bambara
Dr. Lorenzo Cella
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Non è affatto scontato riuscire a raccontare con questa chiarezza ciò che fa soffrire, e questo già rivela una parte di forza e di risorse che spesso lei stessa sembra non riconoscere.
La sua sofferenza non è un segno di pigrizia né di debolezza: è l’esito di una lunga storia di vissuti traumatici, esperienze di esclusione e mancanza di sostegno emotivo che hanno condizionato la sua autostima e la sua fiducia nel mondo. È comprensibile che, in questo scenario, ogni nuova sfida possa apparire schiacciante e riattivare pensieri di colpa, vergogna e paura.
Non è questione di “fare la splendida” per ottenere affetto: è un bisogno umano di sentirsi visti, accolti e riconosciuti che, nel suo caso, è stato a lungo disatteso. Imparare a rivolgere a sé stessa quello stesso riconoscimento – anche solo in piccole dosi quotidiane – è già un passo verso un cambiamento reale.
Salve paziente anonima credo che il vero problema nasce si da tutti i traumi subiti ma Fondamentalmente dal fatto che nonostante tanta/tante psicoterapie fatte lei non ha imparato a volersi bene e a perdonarsi.. In primo luogo se stessa
Cambi il linguaggio interiore
Sia benevola con sé stessa vedrà che già qualcosa cambi
Ne parli con la sua Terapeuta la saprà indirizzare
In bocca al lupo
Dott.ssaLorenzini Maria santa psicoterapeuta
Dott.ssa Valeria Randisi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Casalecchio di Reno
Buonasera, mi dispiace leggere e sentire così forte la sua sofferenza. È ancora giovane e può fare molto, non si arrenda. Il sentirsi sempre in colpa, come probabilmente saprà dalla sua psicoterapia, ha radici lontane. Io le suggerirei di provare con un approccio Emdr, secondo me le potrebbe essere davvero utile.
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Dott. Stefano Scaccia
Psicologo, Psicoterapeuta
Roma
Vorrei farle notare solo una cosa. Lei è attualmente è in psicoterapia. Quindi ha già uno spazio di espressione, ha un luogo deputato alla comunicazione del suo malessere. Però viene anche qui a descrivere la sua condizione. Perché fa una cosa del genere? In cosa spera? Dice anche di aver fatto diverse terapie e pare di capire che nessuna ha fatto effetto. E' come se lei non usasse gli strumenti di cui dispone e cercasse sempre altrove. E' come se lei attendesse il miracolo, il salvatore. Si affida a questo a quel terapeuta sperando che la aiuti. Credo che lei non abbia compreso il nucleo della psicoterapia. Lo psicoterapeuta non deve prenderla in braccio e condurla lì dove lei vuole andare. Questa non è una psicoterapia, è un salvataggio. Lo psicoterapeuta deve attivare le sue risorse. Per contro lei deve usare la psicoterapia non senza energia, non con debolezza ma con decisione, per sfruttarne le potenzialità. Se lei usa passivamente la terapia questa non funzionerà mai. Attraverso la terapia lei deve scavare nel suo dolore. A scavare deve essere lei. Non può farlo senza terapia e non può farlo il terapeuta. Lei è in fondo a un pozzo, continua a sperare che qualcuno la tiri fuori da lì. Nessuno può farlo perché anche se la tirasse fuori lei ricadebbre dentro il prossimo pozzo tornando punto e a capo. Il vero terapeuta non raccoglie il suo grido di dolore ma le spiega come uscire dal pozzo con le sue forze, dove puntare il piede, dove aggrapparsi con la mano, la sostiene nei momenti di scoramento, la sa aspettare. Ma è lei che deve uscire fuori. Solo se è lei a uscirne ne esce davvero una volta per tutte. E' uno dei paradossi della terapia: il paziente si salva da solo solo grazie ad un altro! Non serve girare terapeuti e psichiatri se lei continua a porsi come oggetto e non come soggetto partecipante. Lei è ferma di fronte al suo dolore perché attende un salvatore che non arriverà mai.
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Salve,

sarebbe importante lavorare e riflettere sulla motivazione per la quale naufragano tutti i percorsi di psicoterapia che intraprende. Anche questo è un tema; rifletta sulla possibilità di parlarne con uno specialista....

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara

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