Domande del paziente (6)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Chiara Veronese

    Buonasera Giancarlo,
    grazie per aver condiviso con tanta attenzione ciò che sta osservando in sua figlia. Da ciò che descrive, non sembra un problema di volontà o di “pigrizia”, ma un’esperienza interna... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Chiara Veronese

    Buonasera,
    la solitudine che descrive non è un semplice “stare da soli”: è un’esperienza che tocca il senso di appartenenza, il sentirsi parte di qualcosa, e quando questo manca può diventare molto... Altro


    Salve sono un ragazzo di 30 anni,ho un problema con la masturbazione con i porno dopo che l’ho fatto mi sento sovra eccitato e mi vengono dei tic nervosi,secondo voi sarebbe utile smettere di guardare porno?se smetto di guardare porno però e mi masturbo normalmente mi viene l’ansia e pensieri intrusivi, penso siano ossessioni,secondo voi può essere utile eliminare la masturbazione con i porno? Dovrei valutare una cura farmacologica che mi aiuta con le ossessioni e i tic con uno psichiatra? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Chiara Veronese

    Buonasera,
    Da ciò che descrive, più che un “problema da eliminare”, sembra che l’esperienza della masturbazione — con o senza materiale pornografico — attivi in lei stati interni molto intensi: sovraeccitazione, ansia, tic, pensieri intrusivi.
    È comprensibile che questo la preoccupi e che cerchi una strada più stabile.
    In un percorso terapeutico non si lavora tanto sul “vietarsi” qualcosa, quanto sul comprendere che cosa accade dentro di lei in quei momenti, cosa attiva l’ansia, cosa mantiene i pensieri intrusivi e come il suo corpo reagisce.
    A volte il sintomo non dipende dall’atto in sé, ma dal modo in cui viene vissuto, dal carico emotivo che porta con sé, o da un tentativo di regolare tensioni interne.
    Riguardo alla possibilità di una valutazione psichiatrica: quando compaiono tic, forte ansia o pensieri intrusivi, può essere utile un confronto con uno specialista, non per “medicalizzare” tutto, ma per capire se un supporto integrato possa darle maggiore stabilità.
    Se lo desidera, possiamo fissare un primo colloquio conoscitivo per esplorare insieme, senza giudizio, cosa succede in lei e quale potrebbe essere il passo più adatto per ritrovare equilibrio e sicurezza.
    Resto a disposizione.


    Vorrei provare la strada della psicoterapia online ma ho tanta paura di scegliere nuovamente il terapeuta non adatto a me, ecco perchè prima voglio che sappiate alcune cose su di me.
    Sono una donna di 30 anni.
    Ho infiniti problemi, tanto da non riuscire più a capire niente.
    Vorrei poter raccontare la mia storia online nella speranza di trovare la persona più adatta a me.
    In passato ho fatto molte psicoterapie, cbt (1 anno), psicodinamica (4 anni), gestalt (2 anni), sistemico-relazionale (6 mesi).
    Si, per mia scelta prendo anche dei psicofarmaci.
    I miei problemi sono cresciuti con me.
    Ho sofferto di paure e ansie sin dai tempi dell'asilo.
    Timidezza la chiamavano tutti.
    Ad oggi non c'è un nome, e forse non m'interessa neanche più, sicuramente c'è una profonda depressione, e forte somatizzazione dell'ansia, oltre ad una montagna di confusione e solitudine.
    Il mio è un grido d'aiuto perchè mi sto avvicinando di nuovo nell'abisso della disperazione, della morte interiore.
    Non so più cosa fare, come continuare a sopravvivere alla vita.
    Cosa molto importante che dovete sapere: non ho tolleranza contro dolore, sofferenza e paure, il mio corpo e la mia mente si rifiutano di rivivere di nuovo questo inferno e voglio delle garanzie su questo sennò non posso continuare avanti con la mia vita.
    I terapeuti precedenti mi hanno detto che io non ho voglia di cambiare, che loro (voi) non avete la bacchetta magica, che a me piace fare solo la vittima.
    Vi dico queste cose perchè mi sono state dette così tante volte e da persone che rivestivano un ruolo importante che adesso ci credo anch'io.
    Altra cosa importante: sono "allergica" ai giudizi negativi da sempre.
    Nel 2025 ho avuto due ricoveri uno in sicilia, l'altro in lombardia.
    Dall'età di 14 anni ho pensieri intrusivi e autolesionisti.
    Penso di essere un peso per le persone che mi stanno accanto.
    Mi sento un caso perso.
    Non so più a chi, come e dove chiedere aiuto e se quell'aiuto che ricevo mi basta e mi è davvero d'aiuto.
    Più passa il tempo e più la speranza si spegne.
    Sono stanca, credetemi.
    Mentre ero ricoverata ho scritto 21 pagine di quella che chiamo "la mia autobiografia", volevo che la psicologa che mi seguiva potesse capirmi meglio e di conseguenza aiutarmi meglio, ma non sono state lette nemmeno la metà.
    Io non ho più le forze di raccontarmi da capo in un percorso di psicoterapia, ecco perchè tengo ancora conservati questo scritto. Se qualcuno lì fuori vuole leggerlo per capire come sono fatta e di conseguenza come potermi aiutare meglio, sono disponibile ad inviare tramite email in formato pdf la mia storia.
    Non so più come fare...le ho provate tutte.
    Sono davvero stanca.
    La mia paura più grande attualmente è quella di rivivere per l'ennesima volta una psicoterapia iatrogena, di trovare una psicoterapeuta per poi sentirmi sola, abbandonata, incompresa, ho paura di rivivere dei traumi già vissuti e rivissuti.
    Ho paura di chiedere aiuto alla persona che non è adatta a me.
    Non ce la faccio più a rivivere di nuovo l'inferno. Vi chiedo aiuto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Chiara Veronese

    Buonasera,
    grazie per aver trovato la forza di raccontare tutto questo. Dalle sue parole emerge una sofferenza che non è “un problema da risolvere”, ma un’esperienza che negli anni si è stratificata, ha lasciato segni profondi e oggi chiede soprattutto di essere accolta senza giudizio.
    Capisco la paura di rivivere percorsi che l’hanno fatta sentire sola, non compresa o addirittura ferita. Quando si attraversano molte terapie e molti ricoveri, non è raro che si perda fiducia non solo negli altri, ma anche nella possibilità stessa di essere aiutati.
    E non è un segno di “mancanza di volontà”: è il segno di quanto ha dovuto resistere.
    In un approccio fenomenologico non si parte dal “nome” del problema, né dal passato come elenco di eventi, ma da come lei sta vivendo adesso tutto questo: la stanchezza, la paura, la sensazione di essere un peso, il timore di ricadere nell’abisso.
    Sono esperienze che meritano uno spazio sicuro, dove non debba difendersi né dimostrare nulla.
    Riguardo al suo scritto: non è necessario “ricominciare da zero” né rivivere il dolore per essere capita. Ciò che conta non è leggere ogni pagina, ma incontrare la sua esperienza nel modo in cui oggi si presenta, con delicatezza e rispetto dei suoi limiti.
    Un percorso può accogliere la sua storia senza costringerla a riattraversare ciò che il corpo e la mente non reggerebbero.
    La sua paura di una terapia iatrogena è comprensibile: quando ci si è sentiti feriti in un luogo che dovrebbe curare, la fiducia diventa fragile. Ma questo non significa che non esista uno spazio possibile per lei. Significa solo che serve un modo di lavorare che tenga conto della sua sensibilità, dei suoi tempi e della sua necessità di non essere giudicata.
    Non è un “caso perso”. È una persona che ha sofferto molto, per molto tempo, e che sta ancora cercando un luogo dove poter respirare senza paura.
    Se lo desidera, può iniziare un percorso che non la costringa a rivivere l’inferno, ma che parta da ciò che sente ora, con passo lento e rispettoso.
    Resto a disposizione per qualsiasi chiarimento.


    Buonasera, avevo già scritto in passato. Spiego brevemente la situazione. Ho 27 anni sono fidanzato da circa 6 anni con una ragazza mia coetanea, ma da circa 3 anni la nostra relazione è in stallo a causa della scoperta da parte sua di alcune chat avvenute tra me ed una collega universitaria per un progetto durato un mese. Nonostante abbia interrotto i rapporti e la relazione è andata avanti con il tentativo da parte mia di essere più aperto nei suoi confronti, sembra che la nostra vita sia ferma a quell'episodio, non facciamo altro che parlarne e rileggere quelle conversazioni. La mia ragazza dice che l'unico modo per andare avanti sarebbe quello di leggere quelle chat con l'aiuto di un professionista e capire realmente il significato dietro quei messaggi. Mi chiedo se questa cosa è plausibile e se c'è qualcuno/na che possa aiutarci, magari leggendo quelle chat anche durante le sedute terapeutiche. Purtroppo abbiamo fatti già diversi tentativi anche di terapia che sono stati vani

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Chiara Veronese

    Buonasera,
    grazie per aver condiviso con tanta sincerità ciò che state attraversando.
    Quando un episodio continua a tornare nel tempo, spesso significa che qualcosa, in quella ferita, non ha ancora trovato davvero spazio e ascolto.
    In terapia non è necessario rileggere le chat: ciò che conta è come quell’esperienza ha toccato ciascuno di voi, cosa ha smosso nella fiducia, nella vicinanza, nel sentirsi visti.
    Un percorso può aiutarvi proprio a ritrovare questo terreno comune, più che a rianalizzare i messaggi.
    Se lo desiderate, è possibile lavorarci insieme in uno spazio sicuro e rispettoso per entrambi.


    Domande su Ludopatia

    Salve mio marito è ludopatico da più di trent'anni. Alti bassi promesse Sert e psicoterapia. Oggi ha 60 anni e ha distrutto una famiglia sia dal punto di vista economico che emotivo. Io sono distrutta. Cerco risposte o aiuto

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Chiara Veronese

    Il “crollo” che descrive non è un segno di debolezza. È il punto in cui la sua forza ha superato il limite umano.
    Per anni ha cercato di tenere insieme la famiglia, di proteggere, di sperare, di credere alle promesse, di ripartire dopo ogni ricaduta.
    Arrivare a sentirsi distrutta è la conseguenza naturale di un impegno emotivo enorme, spesso invisibile agli altri.
    In questi casi, la priorità non è più “come aiutare lui”, ma come aiutare lei a ritrovare un appoggio, un confine, un respiro.
    Un percorso psicoterapeutico può offrirle uno spazio in cui non deve essere forte, non deve giustificare nulla, non deve più sopravvivere da sola a questa storia.
    È un luogo dove poter dare nome alla stanchezza, alla rabbia, alla delusione, e soprattutto dove poter ricostruire un senso di sé che negli anni si è consumato.
    Se lo desidera, possiamo fissare un primo colloquio conoscitivo per capire insieme da dove ripartire e come prendersi cura di lei, adesso.


Domande più frequenti

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