Dott.
Raffaele La Tosa
Psicoterapeuta
·
Psicologo
Sessuologo
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sulle specializzazioni
Legnano 1 indirizzo
Esperienze
Mi chiamo La Tosa Raffaele e sono uno psicologo e psicoterapeuta con studio a Legnano. Il mio approccio fenomenologico mi permette di accompagnare le persone nella loro unicità e singolarità. Nei miei 10 anni d'esperienza mi sono occupato prevalentemente di:
Disturbi d'ansia;
Disturbi dell'umore;
Problematiche sessuali individuali e di coppia;
Disturbi Ossessivi.
Nella pratica clinica divido gli incontri in una prima fase di consultazione, circa 4 incontri, dove ricostruiamo assieme parte del vissuto del sintomo, della relazione e della storia familiare per poter cogliere al meglio il lavoro opportuno da svolgere . Alla fine dei 4/5 incontri, infatti ci sarà una restituzione, che rappresenta la fotografia psicologica di ciò che è accaduto e successivamente (seconda fase) lavorare terapeuticamente su obiettivi terapeutici mirati.
Aree di competenza principali:
- Psicologia clinica
- Sessuologia
Principali patologie trattate
- Depressione
- Disturbi sessuali
- Crisi di coppia
- Ansia
- Disturbi relazionali
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Prestazioni e prezzi
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Colloquio psicologico
Da 75 € -
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Orientamento scolastico
75 € -
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Tecniche di rilassamento
75 € -
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Sostegno psicologico adolescenti
75 € -
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Psicoterapia per adolescenti
75 € -
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Indirizzi (2)
Via Mauro Venegoni, 118, Legnano 20025
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Recensioni
19 recensioni
Più menzionato dai pazienti
- Attenzione durante la visita
- Efficacia del trattamento
- Spiegazioni dettagliate
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S
Sc
Professionista molto valido
Disponibile e attento
Vivamente consigliato• Studio di Psicologia • colloquio psicologico •
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D
Deborah
Ottimo psicologo e sa trattare con i pazienti.
Ottimo ascoltatore.
• Studio di Psicologia • colloquio psicologico individuale •
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D
Danika
Mix perfetto di professionalità e umanità! Consigliatissimo! Offre preziosi punti di riflessione, ti ascolta attentamente ed è molto preparato. Si capisce che fa questo lavoro per passione.
• Studio di Psicologia • psicoterapia individuale •
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M
Professionale e preparato, lo consiglio. Stiamo seguendo un percorso di coppia , dopo 11 anni di convivenza
• Studio di Psicologia • colloquio psicologico di coppia •
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S
S.M.
Bravissimo specialista, molto empatico, m8 sento a mio agio
• Studio di Psicologia • colloquio psicologico •
-
K
KB
Prima visita. Molto attento e gentile. Mi ha ascoltato e spero di continuare per avere un aiuto.
• Studio di Psicologia • colloquio psicologico •
-
M
Marta A.
Il Dott. La Tosa è un professionista molto preparato. Stiamo lavorando con mio marito in terapia di coppia solo da qualche settimana ma già sento il cambiamento in atto e la conflittualità si è significativamente attenuata. Lo consiglio
• Studio di Psicologia • colloquio psicologico di coppia •
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D
Dario D.
Professionista serio e diretto. Ne ho incontrati diversi prima di trovare quello giusto: ecco Raffaele per me è quello giusto.
• Studio di Psicologia • psicoterapia individuale •
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A
Andrea
Raffaele è un professionista molto empatico e disponibile. Ascolta molto e grazie a lui ho imparato a vedere e comprendere in modo obiettivo aspetti di me che davo per scontato e quindi a gestire meglio certe situazioni di vita.
Consigliato!• Consulenza online • consulenza online •
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S
S.Z
Una perla di persona, disponibile, gentile e un gran professionista, consiglio.
• Altro • Altro •
Risposte ai pazienti
ha risposto a 21 domande da parte di pazienti di MioDottore
Buongiorno, devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari speciali
Buongiorno,
devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.
Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.
Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.
Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.
Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.
Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.
Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.
Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La sua lettera mi colpisce molto per la lucidità e anche per la fatica che traspare: lei non è solo confuso davanti a tante scuole e metodi, ma è davvero in cerca di un passo che faccia stare meglio la sua coppia, non solo una “teoria” astratta. È come se si trovasse davanti a una porta dietro cui sa che ci può essere qualcosa di utile, ma non ne conosce il contenuto, il linguaggio, la sensazione che lascerà. È normale, in questa situazione, sentirsi un po’ spaesati.
Le dico subito una cosa che sento importante: la scelta di un terapeuta di coppia non è solo una questione di “quale approccio teorico è più efficace”, ma soprattutto di “con chi i due partner riescono a sentirsi al sicuro, ascoltati e compresi”. Esistono tanti orientamenti – sistemico, cognitivo‑comportamentale, focalizzato sulle emozioni, analitico, fenomenologico, integrato – e ognuno ha il suo modo di lavorare. Ma la ricerca suggerisce che, quando la coppia è motivata, la cosa che conta davvero è più la qualità del rapporto con il terapeuta e la capacità di stare insieme che il nome che si dà al metodo.
Lei mi parla di frasi del tipo “credo in un percorso così, credo in una terapia così”, e questo le mette a disagio, come se fosse una sorta di religione o una fede cieca in un certo approccio. È una sensazione comprensibile: la parola “credo” può suonare fuori luogo in un contesto scientifico, e invece spesso dietro quelle parole c’è solo la volontà di dire: “questo è il modo in cui mi sento più coerente, più autentico, in cui mi sento più capace di lavorare con le coppie”. il rischio è che, invece di aiutarla a capire, la lasci più confuso, proprio perché il focus sembra molto sulle etichette, non sulle persone.
Quello che davvero cerca, immagino, è un terapeuta capace di stare in mezzo a voi due, senza schierarsi, senza giudicare, senza trasformare il percorso in una specie di aula di tribunale dove uno “ha ragione” e l’altro “sbaglia”. Una terapia di coppia che abbia un senso è quella in cui entrambi sentano di poter parlare delle proprie ferite, delle proprie paure, delle proprie colpe, delle proprie aspettative, senza il timore di essere “piantati” in un’etichetta. Nel mio approccio, che definisco fenomenologico‑relazionale, cerco di tenere questo al centro: non solo raccontare cosa accade tra voi, ma capire come lo vivete interiormente, come lo sentite, come si ripete, come si trasforma nel tempo.
Lei ha anche espresso un timore che mi sembra molto reale: quello che uno dei due possa pensare “questo terapeuta mi dice quello che voglio sentirsi dire” e quindi, in un certo senso, si senta autorizzato a continuare a farsi guerra, mentre l’altro resta isolato, in colpa, svalutato. Questo è un rischio concreto, ma la terapia può aiutare a evitarlo, proprio creando uno spazio in cui il terapeuta non si schiera, ma accompagna il processo di confronto. Funziona meglio se la coppia partecipa come un unico sistema, con l’impegno di entrambi a guardare non solo le “colpe dell’altro”, ma anche le dinamiche della coppia, le aspettative irrealistiche, le ferite antiche e i modi in cui si ripetono le stesse scene.
Per quanto riguarda la differenza tra psicologo e psicoterapeuta, è un punto che ha ragione a voler chiarire. Uno psicologo è un professionista che ha fatto la laurea e la specializzazione, e può offrire valutazione, consulenza, sostegno. Uno psicoterapeuta, invece, è uno psicologo (o medico) che ha poi fatto una formazione specifica in psicoterapia, di alcuni anni, che lo abilita a lavorare terapeuticamente con le persone e con le coppie. Nella sua situazione, avere una figura che abbia avuto una formazione specifica in terapia di coppia è spesso un vantaggio, perché il lavoro con una coppia è molto diverso da quello individuale: ci sono dinamiche, complicità, alleanze e ostilità che si intrecciano e vanno gestite con delicatezza.
Lei ha scritto che ci sono centinaia di terapisti nella sua zona e che i curricula sono difficili da interpretare. È vero, è un po’ come andare in una libreria piena di volumi con titoli complicati e non sapere quale aprire. In questo scenario, le suggerirei di non cercare subito la “soluzione perfetta”, ma di dare un piccolo ordine a questa nebbia. Potrebbe essere utile, per esempio, limitarsi a contattare un numero ridotto di professionisti, magari quelli che hanno una descrizione più chiara e che non sembrano troppo “new age” o troppo ""tecnicistici", con cui vi incontriate per una prima seduta di conoscenza.
In quella prima seduta, il punto non è solo conoscere il curriculum, ma sentire:
come si pone rispetto alla coppia;
se vi guarda entrambi, vi ascolta, non interrompe;
se la stanza è uno spazio in cui potete parlare senza paura di essere giudicati, né da lui né dall’altro.
Non è un test logico, è un vissuto: è normale che, alla fine, entrambi dobbiate chiedervi “ci siamo sentiti a nostro agio, o no?”. Non è un giudizio superficiale, ma un indicatore importante di quanto si possa andare avanti insieme.
La sua paura di passare da uno all’altro finché non trova il “giusto” mi sembra molto umana, e in parte è inevitabile, anche se ovviamente non è un processo facile né economico. Ma la cosa che può aiutare è decidere con la compagna un piccolo “patto”: proviamo un numero limitato di sedute con questo terapeuta, e poi, se non cambia niente, ne parliamo tra noi e valutiamo insieme se continuare o cambiare. È importante che il passaggio a un altro terapeuta, se mai dovesse avvenire, non sia visto come un fallimento, ma come un’esperienza che comunque vi ha fatto qualcosa: vi ha fatto conoscere un modo diverso di lavorare, vi ha fatto pensare, forse vi ha reso più consapevoli.
Infine, quello che sento di dirle, in modo molto semplice, è che la sua preoccupazione non è solo su “come fare”, ma anche sulla paura di scegliere male, di essere ferito di nuovo, di sentirsi ancora più in colpa, di vedere la sua compagna ancora più distante. È normale, in una coppia che ha già vissuto tensioni, sentirsi così. Ma proprio questo sentimento – la volontà di fare bene, di non lasciarsi trascinare dal caos, di cercare un luogo dove poter parlare in modo onesto e adulto – è un buon indizio che il momento della terapia di coppia può essere davvero un passo importante per la vostra storia, non solo un tentativo disperato per evitare il peggio.
Se vuole, può dirmi un po’ di più su come la vostra storia di coppia si sente oggi, in poche parole: che clima regna tra voi, come si parlano di solito, quali sono le cose che la preoccupano di più. In questo modo, potrei aiutarla a tradurre le sue domande in qualche criterio concreto, meno “teorico” e più vicino al vostro modo di vivere la vostra relazione.
Rimango a disposizione.
Con cura professionale,
Dott. Raffaele La Tosa
Psicoterapeuta di coppia – Indirizzo fenomenologico‑relazionale
Salve, ho un grosso problema di coppia, da autoerotismo per uso continuo di video porno, non riesco
Salve, ho un grosso problema di coppia, da autoerotismo per uso continuo di video porno, non riesco ad avere un erezione prolungata per avere un rapporto con la mia compagna, la relazione si è rovinata perché lei non ha più fiducia e mi dice che l'ho tradita da nove anni per causa di questi video. Sono andato sia da un andrologo che da uno psicologo, ho fatto diverse analisi e visite intime, anche per la prostata e và tutto bene, lo psicologo mi ha detto che è lei che è molto problematica, ma il problema è mio che non riesco ad avere un rapporto sessuale soddisfacente, ho preso da alcuni anni la "pillola" ma a lei non piace perché mi dice che sono come un robot e non partecipo al livello emotivo ma meccanico e poi non finisco mai. Io le voglio bene e la amo, ma litighiamo sempre per questi motivi, lei si sente frustrata, tradita, sola etc... Ho smesso per un mese a non vedere più porno, ma è come se mi è passato il desiderio in generale, allora penso che devo riprendere la masturbazione per il mio benessere fisico, ma lei? La nostra storia sta finendo e non so che fare... Ogni volta che mi apparato con lei, provo senso di colpa per averle mentito, penso se non riesco, penso che mi colpevolizza con brutte parole, allora parto bene ma non riesco a continuare che l'erezione si perde anche con la pillola. Ho 58 anni e stiamo assieme da nove anni...
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che emerge dalla sua lettera non è solo un “problema di erezione”, ma un groviglio molto complesso tra sessualità, corpo, relazione e mondo interno: il modo in cui lei vive se stesso con la pornografia, con la compagna, con la vostra storia di nove anni e con l’immagine che ha di sé come uomo.
Quando mi descrive che con i video porno l’erezione c’è e funziona, mentre con la compagna si spegne anche con la pillola, sento che siamo di fronte a una storia in cui la sessualità reale è stata progressivamente sostituita da un mondo di immagini, controllo e sicurezza emotiva (o apparente sicurezza). Studi recenti parlano di una “disfunzione erettile indotta dalla pornografia”: il cervello si abitua a stimoli artificiali molto forti, sempre nuovi, e quando deve tornare alla sessualità con un partner vivo, con tempi, emozioni e imprevisti, il corpo si spegne perché non è più allenato a quel tipo di relazione.
In più lei aggiunge un altro strato pesantissimo: la consapevolezza di aver mentito per anni, di non aver condiviso con la sua compagna un aspetto così intimo della sua vita. Per lei può essere stato un modo di proteggersi, di non esporsi, di non confrontarsi con le sue paure, ma per lei questo è diventato un vero e proprio tradimento emotivo, una ferita che si è aperta e ripetuta nel tempo. E quando lei le dice che si sente tradita, sola, frustrata, lo fa davvero, perché la sessualità è uno dei luoghi più intimi in cui ci si mostra nudi, anche se solo metaforicamente.
Quando poi lei si appresta a un rapporto con lei, non è solo un problema di farmaco o di sangue al pene: è un groviglio di pensieri, sensazioni, ricordi. “Ho mentito”, “lei mi giudica”, “devo essere perfetto”, “se non riesco mi colpevolizza”, “sono un robot con la pillola”: tutte queste frasi diventano un’onda che sommerge il corpo e lo porta a chiudersi, proprio quando dovrebbe aprirsi. Il corpo non è una macchina astratta, è profondamente collegato a ciò che viviamo dentro: la vergogna, il senso di colpa, la paura di non essere all’altezza.
Mi colpisce molto anche quel mese in cui ha smesso completamente di porno e masturbazione, e ha notato che il desiderio è calato in generale. Questo è un segnale importante: la sua sessualità si è molto organizzata intorno a uno schema di autoerotismo con pornografia, che gli dà piacere, controllo e una certa forma di rassicurazione, ma che allo stesso tempo alimenta il senso di colpa e la distanza dalla compagna. Non si tratta quindi di demonizzare la pornografia o la masturbazione in sé, ma di capire come si è intrecciata con la vostra storia di coppia e con il modo in cui lei vive sé stesso come uomo e come partner.
Nel mio approccio fenomenologico, cerco di guardare non solo al sintomo (l’erezione che manca), ma al vissuto: come si sente nel letto accanto a lei, cosa vede quando la guarda, cosa pensa quando si tocca, cosa le viene in mente quando dice la parola “tradimento”. La sessualità è un luogo dove corpo, emozione e relazione si incontrano, e se in quel luogo si è installato troppo spesso senso di colpa, paura o distacco, il corpo risponde “no” anche quando la testa e il cuore vorrebbero dire “sì”.
Quello che le proporrei, se volesse, è un percorso che vada in due direzioni:
un lavoro individuale, con lei, per capire come è nata questa abitudine alla pornografia, cosa le dà e cosa le toglie, come la sua storia di coppia si è intrecciata con questo schema, e come il senso di colpa e il timore di essere giudicato si sono sedimentati nel corpo; un lavoro di coppia, perché la sessualità è terreno relazionale: la sua compagna ha bisogno di spazio per esprimere la sua sofferenza, la sua rabbia, la sua delusione, così come lei ha bisogno di spiegare non solo cosa ha fatto, ma perché lo ha fatto, cosa sentiva in quel momento, cosa cercava di evitare o proteggere.
In questo spazio di terapia potremmo lavorare su piccoli passi concreti:
un periodo di riduzione (non necessariamente di totale astinenza) del porno, per dare tempo al suo cervello di ri‑imparare a rispondere ai stimoli reali con la compagna;
un uso più consapevole della pillola, non come unica salvezza, ma come strumento che può affiancare un lavoro di riduzione dell’ansia da prestazione;
esercizi di contatto e sensualità lenta, senza l’obiettivo di arrivare a un rapporto completo, ma solo per riscoprire il piacere di stare insieme, toccandosi, guardandosi, parlandosi, senza fretta e senza obbligo.
Lei scrive che la vostra storia sta finendo e che non sa cosa fare. È vero che la situazione è critica, ma la crisi può diventare anche un momento di svolta, se affrontata con sincerità, attenzione e impegno da parte di entrambi. Non si tratta di ricominciare da zero, ma di rileggere la vostra storia con onestà: come il porno è entrato, come ha cambiato il modo di stare insieme, come il senso di colpa e la paura hanno costruito una distanza tra voi.
Se vuole, possiamo fissare un primo colloquio, anche individuale, per iniziare a sciogliere questo groviglio, per capire insieme come rimettere sullo stesso piano il suo bisogno di benessere sessuale e il suo desiderio di salvare e rinnovare la relazione con la sua compagna. Non è facile, vero, ma non è neppure impossibile: con attenzione, pazienza e un lavoro condiviso, è possibile ritrovare una sessualità più viva, più autentica e più vicina alla vostra storia di coppia.
Resto a disposizione e le auguro il meglio
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