salve, vi scrivo in quanto vorrei attenzionarvi sulla mia attuale condizione mentale cercando di ess
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salve, vi scrivo in quanto vorrei attenzionarvi sulla mia attuale condizione mentale cercando di essere breve e coincisa.
Parto dal presupposto che non sono un medico quindi autodiagnosticarmi disturbi e/o patologie non credo sia salutare e naturalmente affidabile quindi basandomi esclusivamente sulle mie sensazioni ed emozioni da ragazza di 23 anni, penso di soffrire di depressione.
Mi sento costantemente infelice seppur in certe situazioni non abbia un motivo apparente per esserlo e questa situazione risulta frustrante in quanto non riesco a pieno a vivermi quei pochi momenti belli che ci sono inoltre sono sempre sovrappensiero e tendo ad analizzare fin troppo qualsiasi cosa o situazione in cui mi trovi portandomi a creare mille paranoie e problemi che molto spesso son solo nella mia testa ma che comunque in qualche modo riescono a ferirmi. Sono demotivata sia nell'iniziare che nel continuare le cose seppur nutra un reale interesse per esse come ad esempio nel caso dell'università che ho iniziato e lasciato tante volte in 4 anni e seppur io voglia ritornare a studiare sono bloccata da questa sensazione opprimente nel petto che mi impedisce di respirare, da questa voce nella testa che mi dice che non sono abbastanza per una facoltà tosta come farmacia e che sono indietro rispetto magari ai miei coetanei e non, come se ci fosse qualcuno che mi stia inseguendo ed io abbia la pressione addosso di dovermi muovere, di scappare da dove mi trovo ma appunto son bloccata, non riesco e forse mai ci riuscirò. Mi sento un fallimento, paragonarmi agli altri di certo non aiuta ma lo trovo quasi inevitabile e a tratti naturale.
Son di natura introversa e timida, se le cose non vanno bene tendo ad isolarmi e a "farmele" passare da sola piuttosto che aprirmi e parlare con la gente dei miei problemi vuoi per non essere un peso, vuoi perché semplicemente son fatta cosi, anche se vorrei capire il reale motivo di questo mio chiamiamolo limite. Ci sarà altro…
Questa infarinatura generale nasconde altre cose che non riuscirei a spiegare in un solo messaggio, spero di essere riuscita un minimo a spiegare come mi sento e grazie del vostro tempo!
Parto dal presupposto che non sono un medico quindi autodiagnosticarmi disturbi e/o patologie non credo sia salutare e naturalmente affidabile quindi basandomi esclusivamente sulle mie sensazioni ed emozioni da ragazza di 23 anni, penso di soffrire di depressione.
Mi sento costantemente infelice seppur in certe situazioni non abbia un motivo apparente per esserlo e questa situazione risulta frustrante in quanto non riesco a pieno a vivermi quei pochi momenti belli che ci sono inoltre sono sempre sovrappensiero e tendo ad analizzare fin troppo qualsiasi cosa o situazione in cui mi trovi portandomi a creare mille paranoie e problemi che molto spesso son solo nella mia testa ma che comunque in qualche modo riescono a ferirmi. Sono demotivata sia nell'iniziare che nel continuare le cose seppur nutra un reale interesse per esse come ad esempio nel caso dell'università che ho iniziato e lasciato tante volte in 4 anni e seppur io voglia ritornare a studiare sono bloccata da questa sensazione opprimente nel petto che mi impedisce di respirare, da questa voce nella testa che mi dice che non sono abbastanza per una facoltà tosta come farmacia e che sono indietro rispetto magari ai miei coetanei e non, come se ci fosse qualcuno che mi stia inseguendo ed io abbia la pressione addosso di dovermi muovere, di scappare da dove mi trovo ma appunto son bloccata, non riesco e forse mai ci riuscirò. Mi sento un fallimento, paragonarmi agli altri di certo non aiuta ma lo trovo quasi inevitabile e a tratti naturale.
Son di natura introversa e timida, se le cose non vanno bene tendo ad isolarmi e a "farmele" passare da sola piuttosto che aprirmi e parlare con la gente dei miei problemi vuoi per non essere un peso, vuoi perché semplicemente son fatta cosi, anche se vorrei capire il reale motivo di questo mio chiamiamolo limite. Ci sarà altro…
Questa infarinatura generale nasconde altre cose che non riuscirei a spiegare in un solo messaggio, spero di essere riuscita un minimo a spiegare come mi sento e grazie del vostro tempo!
Gentile Utente, la situazione che descrive è complessa e merita di essere presa in seria considerazione. Resto eventualmente a disposizione per una consulenza, anche online.
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Buonasera! Le sue poche parole arrivano con una forza dirompente. Sono genuine, ma quanta tristezza, quanta solitudine. Immagino sia anche molto arrabbiata. So che non è molto, ma per qualche minuto mi permetta di stare al suo fianco. Sembra esserci un filo rosso in quello che scrive, una domanda tanto antica quanto dolorosa: “merito di essere amata per quella che sono?”. Non dice molto di sé e della sua storia, ma trasmette forte la paura di non essere all’altezza, di non essere desiderabile, di non essere degna di amore. Lei si sente sempre “indietro” (a chi?). Forse, questo potrebbe aiutarci a cogliere il senso del “essere costantemente infelice… sovrappensiero… demotivata”, dei sentimenti di vergogna e di inferiorità che così dolorosamente descrive. Come se qualunque cosa faccia non sarà mai abbastanza e ne riceverà comunque un giudizio svalutante. Se la mente dell’altro è sentita come impegnata, distratta, indisponibile, giudicante, non resta che fare da soli; non resta che cercare di sopravvivere, restando “bloccata”, “isolata”, “farsela passare da sola”, “nascondere (proteggere) altre cose”. Posso solo provare ad immaginare quanto sia difficile, forse spaventoso, fidarsi e affidarsi (in famiglia, nelle amicizie, nelle relazioni sentimentali). Queste stesse dinamiche tenderanno a riproporsi anche in un eventuale percorso di psicoterapia. Ha fatto bene a scrivere. Non deve restare sola e spero possa contare sulla sua famiglia, su qualche buon amico o buona amica. Come potrebbe muoversi? Qualora non disponesse delle risorse necessarie per un professionista privato, può rivolgersi con fiducia al CSM (Centro di Salute Mentale) più vicino. È sufficiente l’impegnativa del medico di famiglia per prenotare una prima visita. Troverà personale professionalmente preparato e umanamente dotato. Il collega con cui farà la consulenza potrà orientarla verso un eventuale psicoterapia. Lei è molto giovane, merita una vita piena e serena. Farà male, ci vorrà tantissimo tempo, ma è possibile. In bocca al lupo per tutto
Ciao, ti ringrazio per la forza e il coraggio di raccontare la tua storia. È chiaro che stai attraversando un periodo molto difficile, e il fatto che tu stia cercando aiuto è già un primo passo molto importante. Le tue sensazioni di frustrazione, insoddisfazione e blocco sono legittime, e meritano attenzione. Ti consiglio di parlare con una psicologa/o che possa aiutarti a esplorare questi pensieri e emozioni in modo più profondo e a lavorare insieme su strategie per alleggerire la pressione che senti.
Non sei sola in questo, e cercare supporto è fondamentale per il tuo benessere.
Se ti va, possiamo parlare di più su come iniziare questo percorso insieme in un colloquio conoscitivo gratuito. Lo puoi fissare direttamente tu o scrivermi un messaggio. Un abbraccio, Dott.ssa Alessandra Corti
Non sei sola in questo, e cercare supporto è fondamentale per il tuo benessere.
Se ti va, possiamo parlare di più su come iniziare questo percorso insieme in un colloquio conoscitivo gratuito. Lo puoi fissare direttamente tu o scrivermi un messaggio. Un abbraccio, Dott.ssa Alessandra Corti
Cara persona,
Nella nostra mente creiamo, dalle esperienze, dei tipi di comportamenti che ci aiutano per la nostra esistenza, nel crescere ed arrivare ad aggiungere i nostri obiettivi. Anche se abbiamo tutte le risorse, la paura ci fa guardare mille volte la stessa idea: “Posso io?”. In noi nasce l’ansia e da lì il corpo sa dare tre risposte primarie: la fuga, il congelamento o l’attacco. Lei sembra preferire il congelamento, bloccandosi.
La cosa buona è che questi meccanismi sono archetipali, vecchi del nostro piccolo cervello, e con il tempo abbiamo sviluppato la corteccia frontale, che ci aiuta a pensare. A pensare, quando la reazione fisiologica della paura è: “Ma è veramente necessaria questa paura, tristezza incontrollata?”. Più della paura, vedo un’autocritica molto forte verso se stessa: insieme a uno psicologo va capito se quella voce è la sua per voler arrivare su o è un’autocritica interiorizzata da una persona importante della sua vita.
Anche se questa autocritica sembra utile nel motivarti a fare le cose, invece guarda che succede: ci fa sentire peggio. Le consiglio di lavorare sulla compassione, per esempio: “Sì, ho smesso 4 volte, perché il mio corpo in quel momento non era bene e io ho voluto accordargli attenzione”. Non esiste una persona che, dando belle emozioni in primis a se stessa, non riesca. Ogni emozione, anche negativa, impara ad amare; usa il pensiero produttivo, fai mindfulness, prendi il momento adesso e lascia il passato e inizia a modulare l’attenzione sui fattori positivi: si fa piano piano, con cura e amore. Per quello sarebbe utile avere affianco una psicologa. Offriti 4 piccoli piaceri al giorno.
Nella nostra mente creiamo, dalle esperienze, dei tipi di comportamenti che ci aiutano per la nostra esistenza, nel crescere ed arrivare ad aggiungere i nostri obiettivi. Anche se abbiamo tutte le risorse, la paura ci fa guardare mille volte la stessa idea: “Posso io?”. In noi nasce l’ansia e da lì il corpo sa dare tre risposte primarie: la fuga, il congelamento o l’attacco. Lei sembra preferire il congelamento, bloccandosi.
La cosa buona è che questi meccanismi sono archetipali, vecchi del nostro piccolo cervello, e con il tempo abbiamo sviluppato la corteccia frontale, che ci aiuta a pensare. A pensare, quando la reazione fisiologica della paura è: “Ma è veramente necessaria questa paura, tristezza incontrollata?”. Più della paura, vedo un’autocritica molto forte verso se stessa: insieme a uno psicologo va capito se quella voce è la sua per voler arrivare su o è un’autocritica interiorizzata da una persona importante della sua vita.
Anche se questa autocritica sembra utile nel motivarti a fare le cose, invece guarda che succede: ci fa sentire peggio. Le consiglio di lavorare sulla compassione, per esempio: “Sì, ho smesso 4 volte, perché il mio corpo in quel momento non era bene e io ho voluto accordargli attenzione”. Non esiste una persona che, dando belle emozioni in primis a se stessa, non riesca. Ogni emozione, anche negativa, impara ad amare; usa il pensiero produttivo, fai mindfulness, prendi il momento adesso e lascia il passato e inizia a modulare l’attenzione sui fattori positivi: si fa piano piano, con cura e amore. Per quello sarebbe utile avere affianco una psicologa. Offriti 4 piccoli piaceri al giorno.
Salve,
grazie per aver condiviso qualcosa di così personale. Comprendo quanto possa essere difficile sentirsi così: provare tristezza senza un motivo apparente, sentirsi “bloccata”, faticare a portare avanti ciò che le interessa davvero, confrontarsi con gli altri e arrivare a pensare di non essere “abbastanza”. Tutto ciò che descrive può pesare molto, soprattutto quando sembra di non riuscire a vivere pienamente neppure i momenti positivi.
Leggendo le sue parole non è possibile affermare se si tratti o meno di depressione, perché una valutazione richiederebbe un incontro diretto e un contesto professionale. Però quello che sta sperimentando – la demotivazione, il senso di fallimento, la fatica a ripartire, il bisogno di isolarsi – merita attenzione e ascolto, al di là delle etichette. Il fatto che riconosca il proprio disagio e senta il bisogno di comprenderlo è già un passo importante: non sta “esagerando” e non è sbagliato chiedersi perché si senta così.
Anche il timore di essere un peso o la difficoltà ad aprirsi con gli altri sono aspetti che molte persone vivono, ma non per questo meno significativi. A volte questa chiusura non nasce da mancanza di volontà, ma da tentativi di protezione: come se una parte di lei cercasse di cavarsela da sola per non rischiare di essere ferita o giudicata. Non c’è nulla di strano nel voler capire da dove arrivi tutto questo.
Queste sono riflessioni generali basate su ciò che ha scritto e non sostituiscono una valutazione professionale; tuttavia, se sente che questo peso sta diventando difficile da gestire da sola, parlare con uno psicologo potrebbe offrirle uno spazio sicuro per esplorare queste sensazioni e trovare un modo più sostenibile di stare in tutto questo. Un caro saluto
grazie per aver condiviso qualcosa di così personale. Comprendo quanto possa essere difficile sentirsi così: provare tristezza senza un motivo apparente, sentirsi “bloccata”, faticare a portare avanti ciò che le interessa davvero, confrontarsi con gli altri e arrivare a pensare di non essere “abbastanza”. Tutto ciò che descrive può pesare molto, soprattutto quando sembra di non riuscire a vivere pienamente neppure i momenti positivi.
Leggendo le sue parole non è possibile affermare se si tratti o meno di depressione, perché una valutazione richiederebbe un incontro diretto e un contesto professionale. Però quello che sta sperimentando – la demotivazione, il senso di fallimento, la fatica a ripartire, il bisogno di isolarsi – merita attenzione e ascolto, al di là delle etichette. Il fatto che riconosca il proprio disagio e senta il bisogno di comprenderlo è già un passo importante: non sta “esagerando” e non è sbagliato chiedersi perché si senta così.
Anche il timore di essere un peso o la difficoltà ad aprirsi con gli altri sono aspetti che molte persone vivono, ma non per questo meno significativi. A volte questa chiusura non nasce da mancanza di volontà, ma da tentativi di protezione: come se una parte di lei cercasse di cavarsela da sola per non rischiare di essere ferita o giudicata. Non c’è nulla di strano nel voler capire da dove arrivi tutto questo.
Queste sono riflessioni generali basate su ciò che ha scritto e non sostituiscono una valutazione professionale; tuttavia, se sente che questo peso sta diventando difficile da gestire da sola, parlare con uno psicologo potrebbe offrirle uno spazio sicuro per esplorare queste sensazioni e trovare un modo più sostenibile di stare in tutto questo. Un caro saluto
Gentile utente, mi dispiace tanto per ciò che ha descritto. Intraprendere un percorso di supporto psicologico e concedersi uno spazio in cui poter riflettere sulle sue risorse positive può essere molto utile.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Il vissuto che lei descrive restituisce l’immagine di una sofferenza emotiva profonda e persistente, caratterizzata da tristezza di fondo, senso di vuoto, autosvalutazione e da un costante dialogo interno critico che mina la fiducia nelle proprie capacità. La difficoltà a provare pienamente piacere anche nei momenti positivi, la tendenza al rimuginio e all’iperanalisi, la sensazione di oppressione fisica e mentale e la demotivazione nel portare avanti obiettivi importanti come il percorso universitario sono elementi che spesso si riscontrano nei quadri depressivi e ansioso depressivi, pur senza poter parlare di diagnosi in assenza di una valutazione clinica. Il sentirsi costantemente “indietro”, il confronto continuo con gli altri e la percezione di dover correre per non restare bloccata alimentano un senso di fallimento che finisce per paralizzare, creando un circolo in cui la paura di non essere abbastanza impedisce l’azione e l’inazione rafforza ulteriormente l’autosvalutazione. Il suo modo di affrontare la sofferenza in solitudine, evitando di chiedere aiuto per timore di essere un peso, è comprensibile e coerente con una personalità introversa, ma allo stesso tempo rischia di mantenere e amplificare il malessere, perché priva la mente di uno spazio di condivisione e rielaborazione. È importante sottolineare che il fatto di sentire tutto questo non la rende debole né incapace, ma indica piuttosto che sta portando un carico emotivo che da sola fatica a sostenere. Un percorso psicologico potrebbe offrirle un luogo sicuro in cui dare un senso a queste sensazioni, comprendere l’origine di questa voce interna così giudicante e costruire gradualmente una maggiore fiducia in se stessa, permettendole di riprendere contatto con i suoi desideri e con un futuro che oggi appare soffocante ma non necessariamente irraggiungibile.
Salve, grazie per aver condiviso un suo periodo difficile e delicato, qui, non è sola. Non è solo “tristezza”.
Dal punto di vista psicologico la depressione può includere:
umore basso persistente
perdita di interesse o piacere (anche per cose che prima piacevano)
pensieri negativi su sé stessi e sul futuro
stanchezza mentale
difficoltà di concentrazione
senso di vuoto o inutilità.
La depressione non è mancanza di forza di volontà e non è una colpa. L’apatia , invece, è diversa dalla tristezza.
È soprattutto:
assenza di motivazione
poca reazione emotiva
“so che dovrei fare qualcosa, ma non sento la spinta”
senso di indifferenza o distacco.
Iniziando sin da subito un percorso di supporto psicologico ( online o in presenza) può ricominciare da se stessa, avendo a disposizione, sostegno continuo, e più consapevolezza che può combattere questo suo stato attuale che le sembra insormontabile ha solo bisogno di una guida. Il cambiamento avviene quando si prende una scelta per riconnettersi con le sue emozioni e imparare ad affrontarle in modo diverso. Resto a sua disposizione.
Dal punto di vista psicologico la depressione può includere:
umore basso persistente
perdita di interesse o piacere (anche per cose che prima piacevano)
pensieri negativi su sé stessi e sul futuro
stanchezza mentale
difficoltà di concentrazione
senso di vuoto o inutilità.
La depressione non è mancanza di forza di volontà e non è una colpa. L’apatia , invece, è diversa dalla tristezza.
È soprattutto:
assenza di motivazione
poca reazione emotiva
“so che dovrei fare qualcosa, ma non sento la spinta”
senso di indifferenza o distacco.
Iniziando sin da subito un percorso di supporto psicologico ( online o in presenza) può ricominciare da se stessa, avendo a disposizione, sostegno continuo, e più consapevolezza che può combattere questo suo stato attuale che le sembra insormontabile ha solo bisogno di una guida. Il cambiamento avviene quando si prende una scelta per riconnettersi con le sue emozioni e imparare ad affrontarle in modo diverso. Resto a sua disposizione.
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso in modo così sincero e articolato ciò che sta vivendo. Da quello che descrive emergono una sofferenza emotiva significativa, un senso persistente di tristezza e insoddisfazione, una forte tendenza al rimuginio e all’auto‑critica, insieme a demotivazione, senso di blocco e paura di non essere “abbastanza”. Tutti questi aspetti, soprattutto quando durano nel tempo e interferiscono con lo studio, le scelte di vita e il benessere quotidiano, meritano attenzione e non vanno minimizzati.
È molto importante ciò che lei stessa sottolinea: evitare l’autodiagnosi. I vissuti che racconta possono essere compatibili con un quadro depressivo e/o ansioso, ma solo una valutazione clinica accurata può chiarire di cosa si tratti davvero, comprendendo anche il ruolo del confronto con gli altri, del senso di fallimento, dell’isolamento e di quella “voce interna” così giudicante che sembra accompagnarla. La sensazione di oppressione al petto, il sentirsi costantemente sotto pressione e bloccata sono segnali che il suo sistema emotivo è sotto stress.
Il fatto che lei riconosca di avere interesse, desideri e obiettivi (come l’università) è un elemento importante e prezioso: non indica mancanza di capacità, ma piuttosto una fatica emotiva che rende difficile accedere alle sue risorse. Anche la tendenza a chiudersi e a non chiedere aiuto, pur comprensibile, può nel tempo alimentare il senso di solitudine e di peso che descrive.
Per tutti questi motivi, il passo più utile e tutelante è quello di approfondire la sua situazione con uno specialista della salute mentale, che possa offrirle uno spazio di ascolto, aiutarla a dare un senso a ciò che prova e accompagnarla nel ritrovare maggiore serenità e fiducia in sé. Chiedere aiuto non è un fallimento, ma un atto di cura verso se stessi.
Resto a disposizione e le auguro di cuore di potersi prendere questo spazio per sé.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la ringrazio per aver condiviso in modo così sincero e articolato ciò che sta vivendo. Da quello che descrive emergono una sofferenza emotiva significativa, un senso persistente di tristezza e insoddisfazione, una forte tendenza al rimuginio e all’auto‑critica, insieme a demotivazione, senso di blocco e paura di non essere “abbastanza”. Tutti questi aspetti, soprattutto quando durano nel tempo e interferiscono con lo studio, le scelte di vita e il benessere quotidiano, meritano attenzione e non vanno minimizzati.
È molto importante ciò che lei stessa sottolinea: evitare l’autodiagnosi. I vissuti che racconta possono essere compatibili con un quadro depressivo e/o ansioso, ma solo una valutazione clinica accurata può chiarire di cosa si tratti davvero, comprendendo anche il ruolo del confronto con gli altri, del senso di fallimento, dell’isolamento e di quella “voce interna” così giudicante che sembra accompagnarla. La sensazione di oppressione al petto, il sentirsi costantemente sotto pressione e bloccata sono segnali che il suo sistema emotivo è sotto stress.
Il fatto che lei riconosca di avere interesse, desideri e obiettivi (come l’università) è un elemento importante e prezioso: non indica mancanza di capacità, ma piuttosto una fatica emotiva che rende difficile accedere alle sue risorse. Anche la tendenza a chiudersi e a non chiedere aiuto, pur comprensibile, può nel tempo alimentare il senso di solitudine e di peso che descrive.
Per tutti questi motivi, il passo più utile e tutelante è quello di approfondire la sua situazione con uno specialista della salute mentale, che possa offrirle uno spazio di ascolto, aiutarla a dare un senso a ciò che prova e accompagnarla nel ritrovare maggiore serenità e fiducia in sé. Chiedere aiuto non è un fallimento, ma un atto di cura verso se stessi.
Resto a disposizione e le auguro di cuore di potersi prendere questo spazio per sé.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, le consiglio un consulto psicologico e di lasciar perdere l'auto diagnosi. Cordiali saluti.
Buongiorno, da come scrive è evidente che questo non è un periodo sereno per lei. Le emozioni servono proprio per segnalarci che qualcosa non va, anche se non sta accadendo nulla di apparentemente negativo, probabilmente per lei l'essere nella situazione attuale è molto doloroso. Vero è che il suo sentirsi infelice che assomiglia molto all'emozione di tristezza e insoddisfazione non facilita certo la sua motivazione allo studio. Il primo passo è prendere atto di questo suo momento in cui si sente infelice, demotivata e bloccata e cercare di andare a vedere cosa sta accadendo e cosa può fare per farvi fronte con un professionista.
Resto a disposizione per un'eventuale colloquio anche online, un grande in bocca al lupo!
Dott.ssa Giulia Piccinini
Resto a disposizione per un'eventuale colloquio anche online, un grande in bocca al lupo!
Dott.ssa Giulia Piccinini
Prova ad iniziare un percorso psicologico: avrai modo di raccontare il tuo malessere e di trovarne le cause e la risoluzione con un professionista che ti aiuterà a stare meglio e a vivere serenamente tutte le cose della vita. Un saluto
Buonasera,
credo che dalle sue parole emerga una sofferenza profonda, fatta di senso di blocco, autosvalutazione, fatica a trovare spazio per sé: sono vissuti molto pesanti da portare da soli.
Ha fatto bene a sottolineare l’importanza di non autodiagnosticarsi: proprio per questo, però, quando il malessere è così persistente e interferisce con lo studio, le relazioni e il benessere quotidiano, chiedere un supporto psicologico può aiutare a dare un significato a ciò che sente e a ritrovare gradualmente un senso di direzione.
Se lo desidera, uno spazio di ascolto psicologico può offrirle un luogo sicuro e non giudicante in cui fermarsi, fare chiarezza e non affrontare tutto questo da sola.
credo che dalle sue parole emerga una sofferenza profonda, fatta di senso di blocco, autosvalutazione, fatica a trovare spazio per sé: sono vissuti molto pesanti da portare da soli.
Ha fatto bene a sottolineare l’importanza di non autodiagnosticarsi: proprio per questo, però, quando il malessere è così persistente e interferisce con lo studio, le relazioni e il benessere quotidiano, chiedere un supporto psicologico può aiutare a dare un significato a ciò che sente e a ritrovare gradualmente un senso di direzione.
Se lo desidera, uno spazio di ascolto psicologico può offrirle un luogo sicuro e non giudicante in cui fermarsi, fare chiarezza e non affrontare tutto questo da sola.
sei stata molto precisa nel descrivere tutte le situazioni dalle quali stai prendendo le distanze, invece quali sono le cose per te importanti, e in che modo ti stai muovendo verso di esse?. Riguardo invece ai pensieri, prova ad immaginarli così: sei seduta su un treno fermo ti affacci dal finestrino e ti rendi conto che il treno del binario accanto al tuo è in movimento, ti basterà qualche secondo e avrai la sensazione che anche il tuo treno sia in movimento anche se effettivamente non lo è. Quando scegliamo di credere ai pensieri rischiamo di perdere il dato di realtà ovvero cosa davvero sta accadendo. La soluzione non è non pensare ma osservare i nostri pensieri per quello che sono, il riflesso del nostro stato emotivo.
Gentilissima,
È già importante che lei abbia trovato questo spazio di scrittura per aprirsi: questo potrebbe essere un primo tentativo di trasformare un senso di fallimento muto in una comunicazione verso l'esterno e con il suo mondo interiore. Potrebbe essere opportuno uno spazio di esplorazione di ciò che sottende questa condizione che lei definisce di depressione. Le auguro di trovare le giuste domande da porsi per riattivare quel desiderio che le può permettere di esperire la parte più autentica di sé.
È già importante che lei abbia trovato questo spazio di scrittura per aprirsi: questo potrebbe essere un primo tentativo di trasformare un senso di fallimento muto in una comunicazione verso l'esterno e con il suo mondo interiore. Potrebbe essere opportuno uno spazio di esplorazione di ciò che sottende questa condizione che lei definisce di depressione. Le auguro di trovare le giuste domande da porsi per riattivare quel desiderio che le può permettere di esperire la parte più autentica di sé.
Salve,
la ringrazio per aver scritto e per la chiarezza e il coraggio con cui ha provato a raccontare ciò che sta vivendo. Da quanto descrive emerge una sofferenza reale e profonda, che merita ascolto e attenzione, indipendentemente dalle etichette diagnostiche. Ha fatto bene a sottolineare che l’autodiagnosi non è utile: ciò che conta, prima di tutto, sono le sensazioni, le emozioni e l’impatto che queste hanno sulla sua vita quotidiana.
I vissuti che riporta , l’infelicità persistente, la difficoltà a godere dei momenti positivi, il rimuginio costante, il senso di blocco, la pressione interna, il confronto continuo con gli altri e la paura di “non essere abbastanza” sono esperienze molto faticose e spesso associate a stati di sofferenza emotiva che possono includere aspetti depressivi e ansiosi. Questo non significa che lei sia “sbagliata” o destinata a restare così, ma che probabilmente sta affrontando tutto da sola da troppo tempo.
Il senso di fallimento e il confronto con i coetanei sono particolarmente frequenti in fasi di vita come la sua, in cui ci si sente in ritardo rispetto a un’idea (spesso molto rigida) di percorso “giusto”. Tuttavia, i percorsi non sono lineari, e le interruzioni o i blocchi non definiscono il valore di una persona né le sue reali capacità. La sensazione oppressiva che descrive, anche a livello fisico, è un segnale importante che il suo corpo e la sua mente stanno chiedendo spazio e ascolto.
Il fatto che tenda a isolarsi e a non chiedere aiuto, pur desiderando capire meglio se stessa, non è un limite ma una modalità che ha probabilmente avuto una funzione protettiva nel tempo. In un percorso psicologico, questo aspetto può essere esplorato con calma e senza giudizio, per comprendere cosa l’ha portata a svilupparlo e se oggi è ancora utile o può essere trasformato.
Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a dare un senso a ciò che sta vivendo, a ridurre il peso di questi pensieri e a ritrovare maggiore chiarezza e fiducia nelle proprie possibilità. Non è necessario “stare peggio” per chiedere aiuto: il fatto che lei senta di non riuscire più ad andare avanti come vorrebbe è già un motivo sufficiente.
Se lo desidera, possiamo valutare insieme un primo colloquio conoscitivo, senza impegno, per approfondire con più calma la sua storia e capire quale tipo di supporto possa esserle più utile in questo momento.
La ringrazio ancora per aver scritto e resto a disposizione.
Un caro saluto,
Alessia Mariosa
Psicologa
la ringrazio per aver scritto e per la chiarezza e il coraggio con cui ha provato a raccontare ciò che sta vivendo. Da quanto descrive emerge una sofferenza reale e profonda, che merita ascolto e attenzione, indipendentemente dalle etichette diagnostiche. Ha fatto bene a sottolineare che l’autodiagnosi non è utile: ciò che conta, prima di tutto, sono le sensazioni, le emozioni e l’impatto che queste hanno sulla sua vita quotidiana.
I vissuti che riporta , l’infelicità persistente, la difficoltà a godere dei momenti positivi, il rimuginio costante, il senso di blocco, la pressione interna, il confronto continuo con gli altri e la paura di “non essere abbastanza” sono esperienze molto faticose e spesso associate a stati di sofferenza emotiva che possono includere aspetti depressivi e ansiosi. Questo non significa che lei sia “sbagliata” o destinata a restare così, ma che probabilmente sta affrontando tutto da sola da troppo tempo.
Il senso di fallimento e il confronto con i coetanei sono particolarmente frequenti in fasi di vita come la sua, in cui ci si sente in ritardo rispetto a un’idea (spesso molto rigida) di percorso “giusto”. Tuttavia, i percorsi non sono lineari, e le interruzioni o i blocchi non definiscono il valore di una persona né le sue reali capacità. La sensazione oppressiva che descrive, anche a livello fisico, è un segnale importante che il suo corpo e la sua mente stanno chiedendo spazio e ascolto.
Il fatto che tenda a isolarsi e a non chiedere aiuto, pur desiderando capire meglio se stessa, non è un limite ma una modalità che ha probabilmente avuto una funzione protettiva nel tempo. In un percorso psicologico, questo aspetto può essere esplorato con calma e senza giudizio, per comprendere cosa l’ha portata a svilupparlo e se oggi è ancora utile o può essere trasformato.
Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a dare un senso a ciò che sta vivendo, a ridurre il peso di questi pensieri e a ritrovare maggiore chiarezza e fiducia nelle proprie possibilità. Non è necessario “stare peggio” per chiedere aiuto: il fatto che lei senta di non riuscire più ad andare avanti come vorrebbe è già un motivo sufficiente.
Se lo desidera, possiamo valutare insieme un primo colloquio conoscitivo, senza impegno, per approfondire con più calma la sua storia e capire quale tipo di supporto possa esserle più utile in questo momento.
La ringrazio ancora per aver scritto e resto a disposizione.
Un caro saluto,
Alessia Mariosa
Psicologa
Gentile Utente
Da quello che scrive si evince una buona consapevolezza rispetto a quello che prova e vive; uno spazio di ascolto e condivisione con un professionista potrebbe aiutarla a mettere in ordine i pensieri e a dar un significato a quella voce che le dice che non è abbastanza, motivo del suo malessere.
Da quello che scrive si evince una buona consapevolezza rispetto a quello che prova e vive; uno spazio di ascolto e condivisione con un professionista potrebbe aiutarla a mettere in ordine i pensieri e a dar un significato a quella voce che le dice che non è abbastanza, motivo del suo malessere.
Buonasera cara,
grazie per aver scritto con tanta chiarezza e autenticità. Da ciò che descrive emergono vissuti di tristezza persistente, senso di blocco, autosvalutazione e rimuginio, che possono essere molto faticosi e meritano ascolto e comprensione, senza bisogno di autodiagnosi.
Il fatto che lei riesca a riconoscere queste difficoltà e a chiedere aiuto è già un passo importante. Un percorso psicologico con orientamento cognitivo comportamentale può aiutarla a dare senso a ciò che sta vivendo, a lavorare sul confronto con gli altri, sulla motivazione e su quella sensazione di pressione e immobilità che descrive, aiutandola a ritrovare maggiore fiducia e spazio per sé.
Se lo desidera, possiamo fissare un colloquio per approfondire insieme la sua situazione e valutare come accompagnarla in questo momento.
La ringrazio per il messaggio e resto a disposizione, io sono la dott.ssa Ilaria Redivo e mi può trovare su Mio Dottore. Un caro saluto
grazie per aver scritto con tanta chiarezza e autenticità. Da ciò che descrive emergono vissuti di tristezza persistente, senso di blocco, autosvalutazione e rimuginio, che possono essere molto faticosi e meritano ascolto e comprensione, senza bisogno di autodiagnosi.
Il fatto che lei riesca a riconoscere queste difficoltà e a chiedere aiuto è già un passo importante. Un percorso psicologico con orientamento cognitivo comportamentale può aiutarla a dare senso a ciò che sta vivendo, a lavorare sul confronto con gli altri, sulla motivazione e su quella sensazione di pressione e immobilità che descrive, aiutandola a ritrovare maggiore fiducia e spazio per sé.
Se lo desidera, possiamo fissare un colloquio per approfondire insieme la sua situazione e valutare come accompagnarla in questo momento.
La ringrazio per il messaggio e resto a disposizione, io sono la dott.ssa Ilaria Redivo e mi può trovare su Mio Dottore. Un caro saluto
Buon pomeriggio, da quanto descrive, è comprensibile che stia attraversando un periodo difficile, in cui sentimenti di inadeguatezza, demotivazione e ansia sembrano prevalere. Le sensazioni di "non essere abbastanza" e il senso di blocco riguardo l'università potrebbero essere legate a un vissuto di ansia, che talvolta si manifesta attraverso pensieri ricorrenti e preoccupazioni eccessive.
È fondamentale riconoscere che i suoi sentimenti sono validi e che la sensazione di essere sopraffatta, soprattutto da pensieri e paure che, seppur irrazionali, causano comunque dolore, non deve essere minimizzata. La tendenza a isolarsi, soprattutto in momenti difficili, è una reazione comune nelle persone introverse. Tuttavia, affrontare tutto da soli potrebbe appesantire ulteriormente la situazione. Parlare dei propri sentimenti, seppur difficile, può essere un passo fondamentale verso una migliore comprensione di sé e nella gestione del disagio.
Riguardo alla sua preoccupazione per l'università, è possibile che il perfezionismo e il confronto con gli altri stiano alimentando il senso di frustrazione. Non esistono tempistiche universali nel percorso di studi, e ciò che potrebbe sembrare un "ritardo" è in realtà una fase di crescita personale che merita di essere accolta con pazienza.
Il passo successivo potrebbe essere quello di esplorare un supporto psicologico che possa aiutarla a comprendere meglio queste dinamiche emotive e a gestirle in modo più funzionale. Il fatto che stia riconoscendo e cercando di comprendere i suoi sentimenti è già un importante primo passo. Un caro saluto
È fondamentale riconoscere che i suoi sentimenti sono validi e che la sensazione di essere sopraffatta, soprattutto da pensieri e paure che, seppur irrazionali, causano comunque dolore, non deve essere minimizzata. La tendenza a isolarsi, soprattutto in momenti difficili, è una reazione comune nelle persone introverse. Tuttavia, affrontare tutto da soli potrebbe appesantire ulteriormente la situazione. Parlare dei propri sentimenti, seppur difficile, può essere un passo fondamentale verso una migliore comprensione di sé e nella gestione del disagio.
Riguardo alla sua preoccupazione per l'università, è possibile che il perfezionismo e il confronto con gli altri stiano alimentando il senso di frustrazione. Non esistono tempistiche universali nel percorso di studi, e ciò che potrebbe sembrare un "ritardo" è in realtà una fase di crescita personale che merita di essere accolta con pazienza.
Il passo successivo potrebbe essere quello di esplorare un supporto psicologico che possa aiutarla a comprendere meglio queste dinamiche emotive e a gestirle in modo più funzionale. Il fatto che stia riconoscendo e cercando di comprendere i suoi sentimenti è già un importante primo passo. Un caro saluto
Salve, la ringrazio per aver scritto con onestà la sua esperienza.
Parto da un punto importante: il fatto che lei dica di non voler autodiagnosticarsi è un segnale di grande lucidità. Allo stesso tempo, le sensazioni che racconta non sono “immaginate” né esagerate. Che si tratti o meno di una depressione in senso clinico, c’è chiaramente una sofferenza emotiva significativa che sta incidendo sulla sua vita, sulle scelte, sulla motivazione e sulla percezione di sé.
La sensazione di infelicità costante, anche in assenza di un motivo preciso, la difficoltà a godere dei momenti positivi, il sovrappensiero continuo, l’analisi eccessiva che porta a creare scenari negativi e a ferirsi da sola sono tutti segnali di uno stato mentale molto affaticato. Non indicano debolezza, ma un sistema emotivo che è sotto pressione da tempo.
La demotivazione che descrive, soprattutto rispetto all’università, è centrale. Non sembra mancanza di interesse o di capacità, perché lei dice chiaramente che l’interesse c’è. Quello che la blocca è una combinazione di paura, senso di inadeguatezza e pressione interna. La voce che le dice di non essere abbastanza, il confronto continuo con gli altri, l’idea di essere in ritardo sono elementi tipici di un dialogo interno molto critico. Questo dialogo, col tempo, può diventare così dominante da paralizzare, facendo sentire qualsiasi scelta troppo grande, troppo rischiosa, troppo definitiva.
La sensazione fisica che descrive, quella oppressione al petto, la difficoltà a respirare, l’idea di dover scappare ma sentirsi bloccata, è spesso legata all’ansia. Ansia che non sempre si manifesta come attacco acuto, ma come stato costante di allerta e autosvalutazione. Ansia e umore depresso spesso convivono e si alimentano a vicenda.
Il sentirsi un fallimento è una delle parti più dolorose di tutto questo e va detto con chiarezza: sentirsi un fallimento non significa esserlo. Significa guardarsi attraverso un filtro molto severo, che tiene conto solo di ciò che non è andato e ignora completamente il contesto, le difficoltà, le risorse spese per resistere e andare avanti.
Il confronto con gli altri, anche se lei lo vive come inevitabile, non è neutro. Quando una persona è già fragile, il confronto diventa quasi sempre una condanna, perché ci si paragona a versioni idealizzate degli altri e a standard spesso irrealistici. Questo non è un difetto caratteriale, ma un meccanismo appreso che si può imparare a riconoscere e ridimensionare.
Rispetto alla sua tendenza a isolarsi e a non parlare dei suoi problemi, le sue motivazioni sono molto comuni: il timore di essere un peso, l’abitudine a cavarsela da sola, una natura introversa e timida. Spesso, però, dietro questo comportamento c’è anche la convinzione profonda che i propri bisogni siano “di troppo” o meno importanti di quelli altrui. Capire l’origine di questa convinzione richiede tempo e ascolto, ma è possibile farlo.
Lei accenna al fatto che ci sarebbe molto altro. Questo è un altro segnale importante: ciò che ha scritto è solo la punta di qualcosa di più profondo, che probabilmente avrebbe bisogno di spazio, continuità e di un contesto sicuro per essere esplorato.
Per questo, senza etichettarla e senza allarmismi, il consiglio più onesto che posso darle è di valutare seriamente un confronto con uno/a psicologo/a. Non come ultima spiaggia, ma come atto di cura verso se stessa. Parlare con qualcuno che sappia ascoltare senza giudicare e aiutare a dare ordine a ciò che ora sembra solo confusione può fare una grande differenza.
Nel frattempo, una cosa importante da tenere a mente è questa: lei non è pigra, non è incapace e non è “rotta”. È una persona giovane che sta vivendo un periodo di forte pressione interna e che sta cercando, con gli strumenti che ha, di capire chi è e dove andare.
Il fatto che abbia scritto questo messaggio, che cerchi di capirsi e che desideri stare meglio è già un segnale di una parte di lei che non si è arresa.
Se desidera approfondire l'argomento, mi rendo disponibile.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Parto da un punto importante: il fatto che lei dica di non voler autodiagnosticarsi è un segnale di grande lucidità. Allo stesso tempo, le sensazioni che racconta non sono “immaginate” né esagerate. Che si tratti o meno di una depressione in senso clinico, c’è chiaramente una sofferenza emotiva significativa che sta incidendo sulla sua vita, sulle scelte, sulla motivazione e sulla percezione di sé.
La sensazione di infelicità costante, anche in assenza di un motivo preciso, la difficoltà a godere dei momenti positivi, il sovrappensiero continuo, l’analisi eccessiva che porta a creare scenari negativi e a ferirsi da sola sono tutti segnali di uno stato mentale molto affaticato. Non indicano debolezza, ma un sistema emotivo che è sotto pressione da tempo.
La demotivazione che descrive, soprattutto rispetto all’università, è centrale. Non sembra mancanza di interesse o di capacità, perché lei dice chiaramente che l’interesse c’è. Quello che la blocca è una combinazione di paura, senso di inadeguatezza e pressione interna. La voce che le dice di non essere abbastanza, il confronto continuo con gli altri, l’idea di essere in ritardo sono elementi tipici di un dialogo interno molto critico. Questo dialogo, col tempo, può diventare così dominante da paralizzare, facendo sentire qualsiasi scelta troppo grande, troppo rischiosa, troppo definitiva.
La sensazione fisica che descrive, quella oppressione al petto, la difficoltà a respirare, l’idea di dover scappare ma sentirsi bloccata, è spesso legata all’ansia. Ansia che non sempre si manifesta come attacco acuto, ma come stato costante di allerta e autosvalutazione. Ansia e umore depresso spesso convivono e si alimentano a vicenda.
Il sentirsi un fallimento è una delle parti più dolorose di tutto questo e va detto con chiarezza: sentirsi un fallimento non significa esserlo. Significa guardarsi attraverso un filtro molto severo, che tiene conto solo di ciò che non è andato e ignora completamente il contesto, le difficoltà, le risorse spese per resistere e andare avanti.
Il confronto con gli altri, anche se lei lo vive come inevitabile, non è neutro. Quando una persona è già fragile, il confronto diventa quasi sempre una condanna, perché ci si paragona a versioni idealizzate degli altri e a standard spesso irrealistici. Questo non è un difetto caratteriale, ma un meccanismo appreso che si può imparare a riconoscere e ridimensionare.
Rispetto alla sua tendenza a isolarsi e a non parlare dei suoi problemi, le sue motivazioni sono molto comuni: il timore di essere un peso, l’abitudine a cavarsela da sola, una natura introversa e timida. Spesso, però, dietro questo comportamento c’è anche la convinzione profonda che i propri bisogni siano “di troppo” o meno importanti di quelli altrui. Capire l’origine di questa convinzione richiede tempo e ascolto, ma è possibile farlo.
Lei accenna al fatto che ci sarebbe molto altro. Questo è un altro segnale importante: ciò che ha scritto è solo la punta di qualcosa di più profondo, che probabilmente avrebbe bisogno di spazio, continuità e di un contesto sicuro per essere esplorato.
Per questo, senza etichettarla e senza allarmismi, il consiglio più onesto che posso darle è di valutare seriamente un confronto con uno/a psicologo/a. Non come ultima spiaggia, ma come atto di cura verso se stessa. Parlare con qualcuno che sappia ascoltare senza giudicare e aiutare a dare ordine a ciò che ora sembra solo confusione può fare una grande differenza.
Nel frattempo, una cosa importante da tenere a mente è questa: lei non è pigra, non è incapace e non è “rotta”. È una persona giovane che sta vivendo un periodo di forte pressione interna e che sta cercando, con gli strumenti che ha, di capire chi è e dove andare.
Il fatto che abbia scritto questo messaggio, che cerchi di capirsi e che desideri stare meglio è già un segnale di una parte di lei che non si è arresa.
Se desidera approfondire l'argomento, mi rendo disponibile.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Buongiorno,
la ringrazio per aver scritto in modo così chiaro e onesto. Dal suo messaggio emerge un vissuto di sofferenza emotiva profonda, che lei riesce a descrivere con grande consapevolezza, pur nella fatica che sta attraversando.
È molto importante il presupposto da cui parte: il fatto di non voler fare autodiagnosi e di distinguere tra ciò che sente e una diagnosi clinica è un atteggiamento maturo e corretto. Allo stesso tempo, le sensazioni che descrive: tristezza persistente, senso di vuoto, demotivazione, rimuginio costante, autosvalutazione, difficoltà a portare avanti progetti significativi, senso di pressione e blocco, indicano un disagio psicologico reale, che merita attenzione e ascolto, indipendentemente dall’etichetta diagnostica.
Colpisce in particolare il contrasto che lei descrive tra il desiderio (tornare a studiare, investire su di sé, avere interessi) e l’impossibilità soggettiva di agire, accompagnata da una voce interna fortemente critica e da una sensazione fisica opprimente. Questo tipo di blocco non è segno di pigrizia o incapacità, ma spesso è l’espressione di una fatica emotiva accumulata, che rende difficile utilizzare le proprie risorse, anche quando sono presenti.
Il confronto costante con gli altri e la sensazione di “essere indietro” sono esperienze molto comuni in momenti di fragilità, ma tendono ad alimentare un’immagine di sé come “fallimentare” che non tiene conto del percorso individuale, dei tempi personali e delle difficoltà incontrate. Il fatto che lei riconosca l’inevitabilità di questo confronto, pur sapendo che non aiuta, mostra quanto questi meccanismi siano automatici e non scelti volontariamente.
Anche la tendenza a isolarsi e a gestire tutto da sola, per non essere un peso o per difficoltà ad aprirsi, è un aspetto importante del suo funzionamento relazionale. Più che un “limite”, può essere letto come una strategia che in passato le è forse servita per proteggersi, ma che oggi rischia di aumentare il senso di solitudine e di blocco.
Data la complessità e la durata dei vissuti che descrive, potrebbe essere molto utile per lei non restare sola in questo momento. Un percorso di supporto psicologico le permetterebbe di:
-dare un significato più chiaro a ciò che sta vivendo;
-comprendere l’origine della forte autocritica e della demotivazione;
-lavorare sul senso di blocco e sulla paura di non essere “abbastanza”;
-trovare modalità più sostenibili per affrontare scelte importanti come lo studio e il futuro.
Chiedere aiuto non significa confermare di “non farcela”, ma riconoscere che alcune fasi della vita richiedono uno spazio di accompagnamento. La capacità che ha mostrato nel raccontarsi e nel porsi domande è già una risorsa importante su cui poter lavorare.
La ringrazio per la fiducia e per il tempo che ha dedicato a descrivere il suo vissuto.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Carmen Coppola - Psicologa a Milano, Sesto S.G, Online.
la ringrazio per aver scritto in modo così chiaro e onesto. Dal suo messaggio emerge un vissuto di sofferenza emotiva profonda, che lei riesce a descrivere con grande consapevolezza, pur nella fatica che sta attraversando.
È molto importante il presupposto da cui parte: il fatto di non voler fare autodiagnosi e di distinguere tra ciò che sente e una diagnosi clinica è un atteggiamento maturo e corretto. Allo stesso tempo, le sensazioni che descrive: tristezza persistente, senso di vuoto, demotivazione, rimuginio costante, autosvalutazione, difficoltà a portare avanti progetti significativi, senso di pressione e blocco, indicano un disagio psicologico reale, che merita attenzione e ascolto, indipendentemente dall’etichetta diagnostica.
Colpisce in particolare il contrasto che lei descrive tra il desiderio (tornare a studiare, investire su di sé, avere interessi) e l’impossibilità soggettiva di agire, accompagnata da una voce interna fortemente critica e da una sensazione fisica opprimente. Questo tipo di blocco non è segno di pigrizia o incapacità, ma spesso è l’espressione di una fatica emotiva accumulata, che rende difficile utilizzare le proprie risorse, anche quando sono presenti.
Il confronto costante con gli altri e la sensazione di “essere indietro” sono esperienze molto comuni in momenti di fragilità, ma tendono ad alimentare un’immagine di sé come “fallimentare” che non tiene conto del percorso individuale, dei tempi personali e delle difficoltà incontrate. Il fatto che lei riconosca l’inevitabilità di questo confronto, pur sapendo che non aiuta, mostra quanto questi meccanismi siano automatici e non scelti volontariamente.
Anche la tendenza a isolarsi e a gestire tutto da sola, per non essere un peso o per difficoltà ad aprirsi, è un aspetto importante del suo funzionamento relazionale. Più che un “limite”, può essere letto come una strategia che in passato le è forse servita per proteggersi, ma che oggi rischia di aumentare il senso di solitudine e di blocco.
Data la complessità e la durata dei vissuti che descrive, potrebbe essere molto utile per lei non restare sola in questo momento. Un percorso di supporto psicologico le permetterebbe di:
-dare un significato più chiaro a ciò che sta vivendo;
-comprendere l’origine della forte autocritica e della demotivazione;
-lavorare sul senso di blocco e sulla paura di non essere “abbastanza”;
-trovare modalità più sostenibili per affrontare scelte importanti come lo studio e il futuro.
Chiedere aiuto non significa confermare di “non farcela”, ma riconoscere che alcune fasi della vita richiedono uno spazio di accompagnamento. La capacità che ha mostrato nel raccontarsi e nel porsi domande è già una risorsa importante su cui poter lavorare.
La ringrazio per la fiducia e per il tempo che ha dedicato a descrivere il suo vissuto.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Carmen Coppola - Psicologa a Milano, Sesto S.G, Online.
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