Salve, sono una ragazza di meno di trent'anni e sto facendo un percorso di psicoterapia da molti ann
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Salve, sono una ragazza di meno di trent'anni e sto facendo un percorso di psicoterapia da molti anni ormai.
Soffro di ansia, DOC e ipocondria.
Sono in un periodo in cui nonostante conosca i meccanismi che mi portano a sviluppare i sintomi e i pensieri ossessivi mi sento bloccata e spesso sono in balia delle mie paranoie. Mi viene istintivo chiedere rassicurazioni mediche perché ho troppa paura di morire o di poter far male agli altri senza volerlo.
Queste paranoie mi stanno cambiando la vita e non so come affrontarle. Avete dei consigli da darmi? So che non è facile con un consulto a distanza, ma qualsiasi spunto potrebbe essermi utile.
Come posso fare per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni mediche? Questa è la cosa che mi sta dando più problemi in assoluto. Spesso penso che delle abitudini normali che ho o cose che ho fatto in passato possano mettere a rischio la mia salute attuale (ad esempio aver usato prodotti chimici anni fa senza protezioni, oppure la muffa in casa), solo che il pensiero non si risolve rassicurandomi con l'assenza di sintomi, ho sempre bisogno di cercare spiegazioni sempre più cavillose per potermi preoccupare di qualcosa che in quel momento fa più presa su di me. Quando analizzo un pensiero ossessivo e mi tranquillizzo questo passa, ma poi me ne viene un altro poco dopo. Non sono mai veramente tranquilla e ho paura che questo possa davvero farmi ammalare.
Avreste dei consigli da darmi? Io davvero non so più cosa fare. Le persone intorno a me cercano di rassicurarmi ma ovviamente non basta, non basta nemmeno farmi esami e vedere che non ho nulla di evidente perché ho paura di qualcosa di nascosto. Secondo voi ha senso ricercare danni nascosti in assenza di sintomi o è del tutto inutile? Una delle cose che più mi terrorizzano sono i danni silenti a lungo termine.
Scusate se posso sembrare paranoica ma spero di aver reso l'idea di quale sia la mia situazione psicologica. Aggiungo che non sono in terapia farmacologica.
Grazie per il vostro tempo.
Soffro di ansia, DOC e ipocondria.
Sono in un periodo in cui nonostante conosca i meccanismi che mi portano a sviluppare i sintomi e i pensieri ossessivi mi sento bloccata e spesso sono in balia delle mie paranoie. Mi viene istintivo chiedere rassicurazioni mediche perché ho troppa paura di morire o di poter far male agli altri senza volerlo.
Queste paranoie mi stanno cambiando la vita e non so come affrontarle. Avete dei consigli da darmi? So che non è facile con un consulto a distanza, ma qualsiasi spunto potrebbe essermi utile.
Come posso fare per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni mediche? Questa è la cosa che mi sta dando più problemi in assoluto. Spesso penso che delle abitudini normali che ho o cose che ho fatto in passato possano mettere a rischio la mia salute attuale (ad esempio aver usato prodotti chimici anni fa senza protezioni, oppure la muffa in casa), solo che il pensiero non si risolve rassicurandomi con l'assenza di sintomi, ho sempre bisogno di cercare spiegazioni sempre più cavillose per potermi preoccupare di qualcosa che in quel momento fa più presa su di me. Quando analizzo un pensiero ossessivo e mi tranquillizzo questo passa, ma poi me ne viene un altro poco dopo. Non sono mai veramente tranquilla e ho paura che questo possa davvero farmi ammalare.
Avreste dei consigli da darmi? Io davvero non so più cosa fare. Le persone intorno a me cercano di rassicurarmi ma ovviamente non basta, non basta nemmeno farmi esami e vedere che non ho nulla di evidente perché ho paura di qualcosa di nascosto. Secondo voi ha senso ricercare danni nascosti in assenza di sintomi o è del tutto inutile? Una delle cose che più mi terrorizzano sono i danni silenti a lungo termine.
Scusate se posso sembrare paranoica ma spero di aver reso l'idea di quale sia la mia situazione psicologica. Aggiungo che non sono in terapia farmacologica.
Grazie per il vostro tempo.
Buongiorno,
già nel leggere le tue parole, emerge molto la preoccupazione e l'ansia che provi. Se hai un percorso di psicoterapia in atto, dovresti confrontarti col terapeuta alla ricerca di metodi funzionali per provare a stare meglio. Quello che secondo me potrebbe rivelarsi utile è un percorso di mindfullness guidata da professionisti specializzati, meglio se di orientamento cognitivo comportamentale che secondo le ricerche evidence based è quello più efficace per trattare il DOC e simili. Chiedi indicazioni al tuo terapeuta sulla mindfullness
Spero di esserti stata utile,
cordiali saluti
già nel leggere le tue parole, emerge molto la preoccupazione e l'ansia che provi. Se hai un percorso di psicoterapia in atto, dovresti confrontarti col terapeuta alla ricerca di metodi funzionali per provare a stare meglio. Quello che secondo me potrebbe rivelarsi utile è un percorso di mindfullness guidata da professionisti specializzati, meglio se di orientamento cognitivo comportamentale che secondo le ricerche evidence based è quello più efficace per trattare il DOC e simili. Chiedi indicazioni al tuo terapeuta sulla mindfullness
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Buongiorno, come suggerisce anche lei è difficile fornire un consulto a distanza in un caso di questo tipo. Mi pare comunque che sia possibile tentare con potenziale beneficio un approccio farmacologico per provare a ridurre e arginare i sintomi riferiti che paiono molto invalidanti
Salve, da ciò che descrive sembra proprio il classico circolo del DOC e dell’ansia di malattia: il pensiero spaventa, cerca rassicurazione, si calma per poco e poi il dubbio torna in un’altra forma. In questo senso la richiesta continua di conferme mediche non risolve il problema, ma tende a mantenerlo, perché diventa essa stessa una compulsione. Nei percorsi per il DOC, l’intervento più indicato è di solito una psicoterapia con esposizione e prevenzione della risposta, cioè imparare gradualmente a tollerare il dubbio senza ricorrere alla rassicurazione.
Per questo, in assenza di sintomi nuovi o di indicazioni mediche specifiche, continuare a cercare danni nascosti rischia di essere più un tentativo di placare l’ansia che una reale forma di prevenzione. Il punto non è ottenere la certezza assoluta, ma allenarsi a sopportare una quota di incertezza senza inseguire controlli continui. Potrebbe essere utile parlare con il suo terapeuta proprio del tema delle rassicurazioni e valutare un lavoro più mirato sul DOC, ed eventualmente anche un parere psichiatrico se la sofferenza è diventata molto invalidante.
Per questo, in assenza di sintomi nuovi o di indicazioni mediche specifiche, continuare a cercare danni nascosti rischia di essere più un tentativo di placare l’ansia che una reale forma di prevenzione. Il punto non è ottenere la certezza assoluta, ma allenarsi a sopportare una quota di incertezza senza inseguire controlli continui. Potrebbe essere utile parlare con il suo terapeuta proprio del tema delle rassicurazioni e valutare un lavoro più mirato sul DOC, ed eventualmente anche un parere psichiatrico se la sofferenza è diventata molto invalidante.
Buongiorno, considerato che è già in terapia psicologica, può valutare l'introduzione di un farmaco che possa attenuare la sintomatologia ansiosa in supporto alla psicoterapia. Potrebbe anche parlare con il suo terapeuta di questo stallo per confrontarvi e condividere altre strategie. In bocca al lupo
Buon pomeriggio,
quello che descrive è molto coerente con il funzionamento del disturbo ossessivo e dell’ansia ipocondriaca: non è una mancanza di comprensione dei meccanismi (che lei infatti conosce bene), ma una difficoltà a interrompere i comportamenti che mantengono il problema, in particolare la ricerca di rassicurazioni.
Il punto centrale è proprio questo: la rassicurazione (medica, online, dalle persone vicine) dà un sollievo temporaneo, ma nel medio-lungo periodo rinforza il dubbio. È come se il suo sistema interno imparasse che ogni pensiero va verificato, analizzato e “risolto”, aumentando così la frequenza e l’intensità delle ossessioni. Il fatto che, una volta risolto un pensiero, ne arrivi subito un altro è un segnale molto tipico di questo meccanismo.
Per questo motivo, la domanda “ha senso cercare danni nascosti in assenza di sintomi?” merita una risposta chiara: dal punto di vista dell’ansia ossessiva, questa ricerca è parte del problema, non della soluzione. Non porta a una sicurezza reale, ma alimenta il ciclo dubbio → controllo → sollievo → nuovo dubbio.
Il lavoro, quindi, non è trovare la rassicurazione “giusta” o definitiva, ma imparare gradualmente a tollerare il dubbio senza rispondere con il controllo. Questo è il passaggio più difficile, ma anche quello più terapeutico.
Alcuni spunti pratici che possono esserle utili (da integrare con il suo percorso in terapia):
Riconoscere il momento in cui nasce l’impulso alla rassicurazione
Anche solo dirsi mentalmente: “questo è il DOC che mi sta chiedendo certezza”.
Rimandare la risposta
Non è necessario bloccare subito la rassicurazione (sarebbe troppo difficile), ma può iniziare a posticiparla (es. “aspetto 10-15 minuti”). Spesso l’urgenza cala.
Accettare una quota di incertezza
Frasi come: “non posso avere la certezza assoluta, e scelgo di andare avanti comunque” aiutano a cambiare direzione, anche se inizialmente aumentano l’ansia.
Interrompere il “problem solving mentale”
Analizzare, cercare spiegazioni sempre più dettagliate, fare collegamenti (es. prodotti chimici usati anni fa) è una forma di compulsione mentale, anche se sembra ragionamento.
Esporsi gradualmente al “non sapere”
Ad esempio, evitare di cercare informazioni o fare controlli su un tema specifico e osservare cosa accade all’ansia senza intervenire.
Un aspetto importante è anche questo: la paura dei “danni silenti” o nascosti è particolarmente difficile proprio perché non può essere confutata definitivamente. Ed è per questo che il DOC la utilizza: perché mantiene aperto il dubbio all’infinito.
Il fatto che lei non riesca a tranquillizzarsi nemmeno dopo esami negativi è un altro indicatore chiaro che non è un problema medico, ma un meccanismo ansioso-ossessivo.
Dato che è già in terapia, potrebbe essere utile verificare se state lavorando in modo specifico su questi aspetti (ad esempio con tecniche di esposizione e prevenzione della risposta). Se così non fosse, può essere un punto importante da portare in seduta.
Non è una situazione senza uscita, ma richiede un lavoro mirato proprio su ciò che oggi le risulta più difficile: rinunciare, poco alla volta, alla ricerca di certezza.
Se desidera, può prenotare una prima consulenza on line direttamente dal mio profilo, così da approfondire in modo più specifico e costruire strategie adatte alla sua situazione.
quello che descrive è molto coerente con il funzionamento del disturbo ossessivo e dell’ansia ipocondriaca: non è una mancanza di comprensione dei meccanismi (che lei infatti conosce bene), ma una difficoltà a interrompere i comportamenti che mantengono il problema, in particolare la ricerca di rassicurazioni.
Il punto centrale è proprio questo: la rassicurazione (medica, online, dalle persone vicine) dà un sollievo temporaneo, ma nel medio-lungo periodo rinforza il dubbio. È come se il suo sistema interno imparasse che ogni pensiero va verificato, analizzato e “risolto”, aumentando così la frequenza e l’intensità delle ossessioni. Il fatto che, una volta risolto un pensiero, ne arrivi subito un altro è un segnale molto tipico di questo meccanismo.
Per questo motivo, la domanda “ha senso cercare danni nascosti in assenza di sintomi?” merita una risposta chiara: dal punto di vista dell’ansia ossessiva, questa ricerca è parte del problema, non della soluzione. Non porta a una sicurezza reale, ma alimenta il ciclo dubbio → controllo → sollievo → nuovo dubbio.
Il lavoro, quindi, non è trovare la rassicurazione “giusta” o definitiva, ma imparare gradualmente a tollerare il dubbio senza rispondere con il controllo. Questo è il passaggio più difficile, ma anche quello più terapeutico.
Alcuni spunti pratici che possono esserle utili (da integrare con il suo percorso in terapia):
Riconoscere il momento in cui nasce l’impulso alla rassicurazione
Anche solo dirsi mentalmente: “questo è il DOC che mi sta chiedendo certezza”.
Rimandare la risposta
Non è necessario bloccare subito la rassicurazione (sarebbe troppo difficile), ma può iniziare a posticiparla (es. “aspetto 10-15 minuti”). Spesso l’urgenza cala.
Accettare una quota di incertezza
Frasi come: “non posso avere la certezza assoluta, e scelgo di andare avanti comunque” aiutano a cambiare direzione, anche se inizialmente aumentano l’ansia.
Interrompere il “problem solving mentale”
Analizzare, cercare spiegazioni sempre più dettagliate, fare collegamenti (es. prodotti chimici usati anni fa) è una forma di compulsione mentale, anche se sembra ragionamento.
Esporsi gradualmente al “non sapere”
Ad esempio, evitare di cercare informazioni o fare controlli su un tema specifico e osservare cosa accade all’ansia senza intervenire.
Un aspetto importante è anche questo: la paura dei “danni silenti” o nascosti è particolarmente difficile proprio perché non può essere confutata definitivamente. Ed è per questo che il DOC la utilizza: perché mantiene aperto il dubbio all’infinito.
Il fatto che lei non riesca a tranquillizzarsi nemmeno dopo esami negativi è un altro indicatore chiaro che non è un problema medico, ma un meccanismo ansioso-ossessivo.
Dato che è già in terapia, potrebbe essere utile verificare se state lavorando in modo specifico su questi aspetti (ad esempio con tecniche di esposizione e prevenzione della risposta). Se così non fosse, può essere un punto importante da portare in seduta.
Non è una situazione senza uscita, ma richiede un lavoro mirato proprio su ciò che oggi le risulta più difficile: rinunciare, poco alla volta, alla ricerca di certezza.
Se desidera, può prenotare una prima consulenza on line direttamente dal mio profilo, così da approfondire in modo più specifico e costruire strategie adatte alla sua situazione.
buonasera, credo che dopo anni di terapia , se la situazione non è cambiata forse non ha scelto il terapeuta adatto a lei. Sarebbe opportuno rivolgersi anche ad uno psichiatra per iniziare una terapia farmacologica che blocchi questi pensieri intrusivi. Le faccio tanti auguri. Non molli!
Gentile paziente,
quello che descrive è tipico del funzionamento ossessivo: non è il singolo pensiero il problema, ma il meccanismo per cui ogni dubbio porta a cercare rassicurazione, trovando sollievo solo temporaneo. Questo però mantiene e rafforza il circolo vizioso, motivo per cui un pensiero risolto viene subito sostituito da un altro.
In quest’ottica, la ricerca di “danni nascosti” in assenza di sintomi non è clinicamente utile, ma risponde all’ansia e la alimenta. Il punto del lavoro terapeutico non è arrivare a una certezza assoluta sulla salute, ma imparare a tollerare il dubbio senza attivare strategie di controllo.
Ridurre progressivamente le rassicurazioni e non ingaggiare i pensieri (né analizzandoli né confutandoli) è centrale. Il riferimento è a un lavoro di esposizione con prevenzione della risposta.
In sintesi: non è necessario risolvere ogni pensiero, ma modificare il modo in cui ci si relaziona ad esso.
Cordiali saluti,
dott.ssa Pisano
quello che descrive è tipico del funzionamento ossessivo: non è il singolo pensiero il problema, ma il meccanismo per cui ogni dubbio porta a cercare rassicurazione, trovando sollievo solo temporaneo. Questo però mantiene e rafforza il circolo vizioso, motivo per cui un pensiero risolto viene subito sostituito da un altro.
In quest’ottica, la ricerca di “danni nascosti” in assenza di sintomi non è clinicamente utile, ma risponde all’ansia e la alimenta. Il punto del lavoro terapeutico non è arrivare a una certezza assoluta sulla salute, ma imparare a tollerare il dubbio senza attivare strategie di controllo.
Ridurre progressivamente le rassicurazioni e non ingaggiare i pensieri (né analizzandoli né confutandoli) è centrale. Il riferimento è a un lavoro di esposizione con prevenzione della risposta.
In sintesi: non è necessario risolvere ogni pensiero, ma modificare il modo in cui ci si relaziona ad esso.
Cordiali saluti,
dott.ssa Pisano
Salve,da quello che descrive si percepisce quanto sia faticoso vivere con questo continuo stato di allerta. La cosa importante è che ha già una buona consapevolezza dei meccanismi che si attivano perchè questo è un punto di partenza prezioso.
Il nodo centrale però, non è il contenuto dei pensieri (malattie, danni passati, rischi), ma il modo in cui si sente “costretta” a rispondere cercando rassicurazioni. Purtroppo, anche se nell’immediato calmano, le rassicurazioni (mediche o da parte degli altri) nel tempo mantengono il problema, perché insegnano al cervello che senza controllo non si può stare tranquilli.
Per questo motivo, la ricerca di “danni nascosti” in assenza di sintomi non è una strada utile: non porta a una vera soluzione, ma alimenta il dubbio.
Un piccolo passo concreto che può iniziare a fare è questo: quando sente il bisogno di rassicurarsi, provi a rimandarlo di qualche minuto, osservando cosa succede all’ansia. Non per eliminarla subito, ma per iniziare a sperimentare che può ridursi anche senza risposta.
Il lavoro terapeutico, infatti, non è arrivare a una certezza assoluta (che non esiste), ma imparare a tollerare il dubbio senza entrare nel circolo delle verifiche.
Le suggerisco di condividere apertamente questo aspetto con il/la suo/a terapeuta, così da lavorarci in modo mirato. È una difficoltà molto comune nei disturbi ossessivi, ma anche trattabile con gli strumenti giusti.
Un caro saluto
Il nodo centrale però, non è il contenuto dei pensieri (malattie, danni passati, rischi), ma il modo in cui si sente “costretta” a rispondere cercando rassicurazioni. Purtroppo, anche se nell’immediato calmano, le rassicurazioni (mediche o da parte degli altri) nel tempo mantengono il problema, perché insegnano al cervello che senza controllo non si può stare tranquilli.
Per questo motivo, la ricerca di “danni nascosti” in assenza di sintomi non è una strada utile: non porta a una vera soluzione, ma alimenta il dubbio.
Un piccolo passo concreto che può iniziare a fare è questo: quando sente il bisogno di rassicurarsi, provi a rimandarlo di qualche minuto, osservando cosa succede all’ansia. Non per eliminarla subito, ma per iniziare a sperimentare che può ridursi anche senza risposta.
Il lavoro terapeutico, infatti, non è arrivare a una certezza assoluta (che non esiste), ma imparare a tollerare il dubbio senza entrare nel circolo delle verifiche.
Le suggerisco di condividere apertamente questo aspetto con il/la suo/a terapeuta, così da lavorarci in modo mirato. È una difficoltà molto comune nei disturbi ossessivi, ma anche trattabile con gli strumenti giusti.
Un caro saluto
Da quello che descrivi, non mi sembra che tu sia paranoica: stai vivendo pensieri molto intensi che ti generano ansia, e questo può farli sembrare più reali o più pericolosi di quanto siano. È comprensibile che tu cerchi rassicurazioni, perché nel breve ti danno sollievo. Allo stesso tempo, so quanto questo meccanismo possa trasformarsi in un circolo vizioso che ti tiene bloccata.
Quello che posso dirti è che questi pensieri non parlano di un reale pericolo per la tua salute o per quella degli altri, ma del livello di ansia che stai affrontando in questo periodo. Non è la realtà a essere minacciosa, è l’ansia che amplifica tutto.
Capisco la paura dei “danni nascosti”, ma ricercarli in assenza di sintomi tende solo a rinforzare il dubbio e a far ripartire il ciclo delle rassicurazioni. Non è colpa tua: è proprio il funzionamento del DOC e dell’ansia ipocondriaca.
Potremmo, se lo desideri, lavorare insieme su come interrompere questo meccanismo, così che tu possa sentirti più stabile e meno in balia dei pensieri. Non sei sola in questo, e il fatto che tu stia chiedendo aiuto è già un passo importante.
Quello che posso dirti è che questi pensieri non parlano di un reale pericolo per la tua salute o per quella degli altri, ma del livello di ansia che stai affrontando in questo periodo. Non è la realtà a essere minacciosa, è l’ansia che amplifica tutto.
Capisco la paura dei “danni nascosti”, ma ricercarli in assenza di sintomi tende solo a rinforzare il dubbio e a far ripartire il ciclo delle rassicurazioni. Non è colpa tua: è proprio il funzionamento del DOC e dell’ansia ipocondriaca.
Potremmo, se lo desideri, lavorare insieme su come interrompere questo meccanismo, così che tu possa sentirti più stabile e meno in balia dei pensieri. Non sei sola in questo, e il fatto che tu stia chiedendo aiuto è già un passo importante.
Le consiglio vivamente la Psicoterapia EMDR: è una cura d’avanguardia, originale e incisiva, validata da ricerche e pubblicazione, applicabile a tutte le età e a tutte le varie forme di sofferenza mentale.
Essa, infatti, avendo il pregio di agire sugli aspetti profondi e cruciali della persona, ottiene risultati salutari straordinariamente positivi e duraturi e, per di più, in tempi molto più brevi rispetto alle “psicoterapie tradizionali”. Cordiali saluti da Michele Iannelli medico, psicoterapeuta omeopata,
Essa, infatti, avendo il pregio di agire sugli aspetti profondi e cruciali della persona, ottiene risultati salutari straordinariamente positivi e duraturi e, per di più, in tempi molto più brevi rispetto alle “psicoterapie tradizionali”. Cordiali saluti da Michele Iannelli medico, psicoterapeuta omeopata,
Buongjorno,
io non sono un medico, nel senso che non mi occupo in modo diretto del corpo organico, sono una dottoressa che cura con le parole ed il sapere.
Dalla paura si esce spesso con quanto si sa e conosce, uscendo da quel che si crede meramente.
Se vuole può contattarmi per una consulenza per dotarla di strumenti che le consentano di andare oltre i dilemmi che si sta ponendo.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Marzia Sellini
io non sono un medico, nel senso che non mi occupo in modo diretto del corpo organico, sono una dottoressa che cura con le parole ed il sapere.
Dalla paura si esce spesso con quanto si sa e conosce, uscendo da quel che si crede meramente.
Se vuole può contattarmi per una consulenza per dotarla di strumenti che le consentano di andare oltre i dilemmi che si sta ponendo.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Marzia Sellini
Grazie per aver scritto con tanta onestà. Si percepisce quanto questo periodo sia faticoso.
Ciò che descrive ( avere consapevolezza dei meccanismi e sentirsi comunque bloccata) è una delle esperienze più frustranti.
La ricerca di rassicurazioni spesso non parla tanto del pericolo specifico che si teme, quanto di qualcosa di più profondo (il bisogno di sentirsi al sicuro? di avere certezze?).
Il pensiero ossessivo cambia, ma quel bisogno rimane, ed è per questo che una volta "risolto" un pensiero ne arriva subito un altro.
Non è facile trovare risposta, ma potrebbe essere importante indagare "cosa sto cercando davvero, quando chiedo rassicurazione?"
Si prenda cura di sé.
Ciò che descrive ( avere consapevolezza dei meccanismi e sentirsi comunque bloccata) è una delle esperienze più frustranti.
La ricerca di rassicurazioni spesso non parla tanto del pericolo specifico che si teme, quanto di qualcosa di più profondo (il bisogno di sentirsi al sicuro? di avere certezze?).
Il pensiero ossessivo cambia, ma quel bisogno rimane, ed è per questo che una volta "risolto" un pensiero ne arriva subito un altro.
Non è facile trovare risposta, ma potrebbe essere importante indagare "cosa sto cercando davvero, quando chiedo rassicurazione?"
Si prenda cura di sé.
Buongiorno, grazie per condividere. Sembrerebbe da quanto scrive che vi sia presenza di un funzionamento molto frequente nei disturbi d’ansia con componente ossessiva, con aspetti di ipocondria, rimuginio e bisogno di controllo.
Quando compare un pensiero legato alla salute si attiva un bisogno molto forte di rassicurazione. Questa può arrivare sotto forma di controlli, esami, confronto con gli altri o ragionamenti sempre più dettagliati. Proprio questo sollievo temporaneo rinforza il meccanismo, perché insegna alla mente che ogni dubbio va risolto subito e completamente. Dopo poco, però arriva un nuovo pensiero e il ciclo ricomincia.
Quando si chiede se abbia senso cercare danni in assenza di sintomi, la risposta, da un punto di vista psicologico, è che questa ricerca non porta mai a una tranquillità stabile. Il bisogno è essere sicuri al cento per cento e questa certezza, purtroppo, non è raggiungibile per nessuno. Più la si insegue, più la mente produce nuovi scenari di rischio.
Il lavoro consiste, gradualmente, nel ridurre la ricerca di rassicurazioni, imparare a tollerare una quota di dubbio senza risolverlo subito e interrompere il controllo continuo del corpo. Non è semplice, perché inizialmente l’ansia aumenta, ma è proprio questo passaggio che permette, nel tempo, di uscire dal circolo vizioso. Cordialmente, AM
Quando compare un pensiero legato alla salute si attiva un bisogno molto forte di rassicurazione. Questa può arrivare sotto forma di controlli, esami, confronto con gli altri o ragionamenti sempre più dettagliati. Proprio questo sollievo temporaneo rinforza il meccanismo, perché insegna alla mente che ogni dubbio va risolto subito e completamente. Dopo poco, però arriva un nuovo pensiero e il ciclo ricomincia.
Quando si chiede se abbia senso cercare danni in assenza di sintomi, la risposta, da un punto di vista psicologico, è che questa ricerca non porta mai a una tranquillità stabile. Il bisogno è essere sicuri al cento per cento e questa certezza, purtroppo, non è raggiungibile per nessuno. Più la si insegue, più la mente produce nuovi scenari di rischio.
Il lavoro consiste, gradualmente, nel ridurre la ricerca di rassicurazioni, imparare a tollerare una quota di dubbio senza risolverlo subito e interrompere il controllo continuo del corpo. Non è semplice, perché inizialmente l’ansia aumenta, ma è proprio questo passaggio che permette, nel tempo, di uscire dal circolo vizioso. Cordialmente, AM
Salve ho letto la sua condivisione, sarebbe utile approfondire in un percorso terapeutico queste sensazioni di non essere al sicuro nel suo corpo e nell'ambiente andando a lavorare non solo sui sintomi (che sicuramente rappresentano un disagio) ma anche su di lei come persona, comprendendo a quali eventi emotivamente più impattanti ricollega questo sentirsi non al sicuro e costantemente in allerta, esplorandone i significati e gli effetti sul suo presente. Spero di esserle stata di aiuto.
Gentile utente,
la ringrazio per come ha descritto la sua esperienza, perché si sente chiaramente quanto sia faticoso vivere in questo stato continuo di allerta. Quello che racconta ha una logica molto precisa, anche se dolorosa: non è tanto il contenuto dei pensieri a essere il problema, quanto il meccanismo che li genera e li mantiene.
Lei stessa lo dice molto bene: quando riesce a tranquillizzarsi su un pensiero, ne arriva subito un altro. Questo è un punto centrale, perché indica che la mente non sta davvero cercando una risposta, ma sta cercando una certezza assoluta che purtroppo non può trovare. Per questo motivo ogni rassicurazione funziona solo per poco e poi perde effetto, lasciando spazio a un nuovo dubbio.
Il bisogno di controllare, verificare, chiedere pareri medici o cercare spiegazioni sempre più dettagliate nasce proprio dal tentativo di spegnere l’ansia. Il problema è che, senza volerlo, questo tentativo la alimenta. Ogni volta che si rassicura, la mente impara che quello è il modo per stare meglio, e quindi continuerà a proporle nuovi dubbi da risolvere.
Quando si chiede se abbia senso cercare danni nascosti in assenza di sintomi, la risposta è no sul piano medico, ma soprattutto è importante capire che questa domanda nasce dall’ansia, non da un reale bisogno di salute. In altre parole, non è il rischio reale a guidarla, ma la difficoltà a tollerare anche una minima incertezza.
Ed è proprio qui che si gioca il cambiamento. Non si tratta di trovare la risposta giusta o di essere completamente sicura di stare bene, ma di iniziare a tollerare il fatto che una certezza totale non esiste. Questo è molto difficile, perché va contro l’impulso spontaneo, ma è anche ciò che gradualmente indebolisce il meccanismo ossessivo.
Nel concreto, può iniziare semplicemente a riconoscere quando si attiva questo circuito, provando a dirsi che si tratta di un pensiero generato dall’ansia e non di un segnale affidabile di pericolo. Allo stesso tempo, può allenarsi a non rispondere subito con una rassicurazione, anche solo rimandandola di poco. Non è necessario farlo in modo perfetto, ma iniziare a creare un piccolo spazio tra il pensiero e la risposta.
Un altro passaggio importante è smettere di cercare soluzioni “perfette” ai pensieri. Più entra nel dettaglio e più la mente troverà nuove possibilità di dubbio. Lasciare un pensiero in sospeso, senza risolverlo completamente, è scomodo ma è proprio ciò che permette al ciclo di indebolirsi.
Quello che sta vivendo non significa che lei sia irrazionale o “paranoica”. È un sistema mentale molto attivo che cerca di proteggerla dal rischio e dall’incertezza, ma lo fa in modo che finisce per intrappolarla. Il fatto che lei riconosca questi meccanismi è già una base importante su cui lavorare.
Se c’è una direzione su cui provare a orientarsi, non è tanto quella di sentirsi finalmente tranquilla, ma quella di riuscire, un po’ alla volta, a non reagire ogni volta al bisogno di controllo. È un passaggio graduale, ma è quello che può davvero restituirle spazio e libertà.
la ringrazio per come ha descritto la sua esperienza, perché si sente chiaramente quanto sia faticoso vivere in questo stato continuo di allerta. Quello che racconta ha una logica molto precisa, anche se dolorosa: non è tanto il contenuto dei pensieri a essere il problema, quanto il meccanismo che li genera e li mantiene.
Lei stessa lo dice molto bene: quando riesce a tranquillizzarsi su un pensiero, ne arriva subito un altro. Questo è un punto centrale, perché indica che la mente non sta davvero cercando una risposta, ma sta cercando una certezza assoluta che purtroppo non può trovare. Per questo motivo ogni rassicurazione funziona solo per poco e poi perde effetto, lasciando spazio a un nuovo dubbio.
Il bisogno di controllare, verificare, chiedere pareri medici o cercare spiegazioni sempre più dettagliate nasce proprio dal tentativo di spegnere l’ansia. Il problema è che, senza volerlo, questo tentativo la alimenta. Ogni volta che si rassicura, la mente impara che quello è il modo per stare meglio, e quindi continuerà a proporle nuovi dubbi da risolvere.
Quando si chiede se abbia senso cercare danni nascosti in assenza di sintomi, la risposta è no sul piano medico, ma soprattutto è importante capire che questa domanda nasce dall’ansia, non da un reale bisogno di salute. In altre parole, non è il rischio reale a guidarla, ma la difficoltà a tollerare anche una minima incertezza.
Ed è proprio qui che si gioca il cambiamento. Non si tratta di trovare la risposta giusta o di essere completamente sicura di stare bene, ma di iniziare a tollerare il fatto che una certezza totale non esiste. Questo è molto difficile, perché va contro l’impulso spontaneo, ma è anche ciò che gradualmente indebolisce il meccanismo ossessivo.
Nel concreto, può iniziare semplicemente a riconoscere quando si attiva questo circuito, provando a dirsi che si tratta di un pensiero generato dall’ansia e non di un segnale affidabile di pericolo. Allo stesso tempo, può allenarsi a non rispondere subito con una rassicurazione, anche solo rimandandola di poco. Non è necessario farlo in modo perfetto, ma iniziare a creare un piccolo spazio tra il pensiero e la risposta.
Un altro passaggio importante è smettere di cercare soluzioni “perfette” ai pensieri. Più entra nel dettaglio e più la mente troverà nuove possibilità di dubbio. Lasciare un pensiero in sospeso, senza risolverlo completamente, è scomodo ma è proprio ciò che permette al ciclo di indebolirsi.
Quello che sta vivendo non significa che lei sia irrazionale o “paranoica”. È un sistema mentale molto attivo che cerca di proteggerla dal rischio e dall’incertezza, ma lo fa in modo che finisce per intrappolarla. Il fatto che lei riconosca questi meccanismi è già una base importante su cui lavorare.
Se c’è una direzione su cui provare a orientarsi, non è tanto quella di sentirsi finalmente tranquilla, ma quella di riuscire, un po’ alla volta, a non reagire ogni volta al bisogno di controllo. È un passaggio graduale, ma è quello che può davvero restituirle spazio e libertà.
Buongiorno
credo che sarebbe utile una terapia farmacologica almeno per contenere l'ansia scatenata dai sintomi ipocondriaci che sono altamente pervasivi e che inducono certamente grande sofferenza in chi li vive. La letteratura psicoanalitica (Kohut) e l'esperienza clinica collegano l'ipocondria ad un pericolo di "frammentazione" del proprio Sè, accompagnato da senso di schiacciamento psichico e di solitudine estrema in molti casi. Comprendo e sento quanto Lei possa stare male, ma occorre approfondire meglio in terapia i conflitti e le angosce che hanno accompagnato sin'ora la Sua vita unitamente alla necessità di affiancare a questo lavoro un progetto di vita futura a partire dalle Sue inclinazioni e dai Suoi desideri, forse mai veramente ascoltati e compresi. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
credo che sarebbe utile una terapia farmacologica almeno per contenere l'ansia scatenata dai sintomi ipocondriaci che sono altamente pervasivi e che inducono certamente grande sofferenza in chi li vive. La letteratura psicoanalitica (Kohut) e l'esperienza clinica collegano l'ipocondria ad un pericolo di "frammentazione" del proprio Sè, accompagnato da senso di schiacciamento psichico e di solitudine estrema in molti casi. Comprendo e sento quanto Lei possa stare male, ma occorre approfondire meglio in terapia i conflitti e le angosce che hanno accompagnato sin'ora la Sua vita unitamente alla necessità di affiancare a questo lavoro un progetto di vita futura a partire dalle Sue inclinazioni e dai Suoi desideri, forse mai veramente ascoltati e compresi. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Gentile utente, si è spiegata molto bene. Il problema non è il singolo contenuto del pensiero quanto piuttosto il circuito che si crea ogni volta. Arriva il dubbio, sale l’angoscia, lei cerca rassicurazioni o controlli, si calma per un pó, poi compare un nuovo dubbio. È proprio questo sollievo temporaneo a mantenere vivo il problema.
Per questo la risposta alla sua domanda è, in generale, sì: continuare a cercare danni nascosti in assenza di segnali clinici tende a essere inutile sul piano reale e molto potente nel rinforzare il disturbo. Non perché la sua paura sia “sciocca” ma perché il DOC usa il bisogno di certezza assoluta come carburante. E la certezza assoluta, in medicina come nella vita, non esiste. Quindi ogni rassicurazione, anche medica, dura poco e apre la porta al dubbio successivo.
Il punto delicato è che lei conosce già i meccanismi e questo non basta a interromperli. Questo succede spesso. Nel DOC, sapere non coincide automaticamente con riuscire a fare diversamente. Il lavoro terapeutico diventa allora aiutare il cervello a tollerare il dubbio senza correre subito a neutralizzarlo.
In pratica, l’uscita dal circolo delle rassicurazioni passa dal fare meno, non dal capire di più. Significa imparare a non rispondere subito al pensiero, a non cercare conferme, a non analizzare fino in fondo ogni possibilità catastrofica. All’inizio aumenta l’ansia, poi il sistema si abitua. Se ogni volta lei dimostra al cervello che il dubbio può restare lì senza essere risolto, poco alla volta perde forza.
Dal punto di vista terapeutico, questo è un ambito in cui spesso serve un lavoro molto specifico anche sul piano emotivo, affinchè possa conoscere anche con il corpo.
Lei non è “paranoica” nel senso comune del termine: sta lottando con un disturbo che la porta a dubitare continuamente della sicurezza. E il fatto che chieda aiuto con questa lucidità è già un elemento importante.
Un caro saluto.
Gabriele
Per questo la risposta alla sua domanda è, in generale, sì: continuare a cercare danni nascosti in assenza di segnali clinici tende a essere inutile sul piano reale e molto potente nel rinforzare il disturbo. Non perché la sua paura sia “sciocca” ma perché il DOC usa il bisogno di certezza assoluta come carburante. E la certezza assoluta, in medicina come nella vita, non esiste. Quindi ogni rassicurazione, anche medica, dura poco e apre la porta al dubbio successivo.
Il punto delicato è che lei conosce già i meccanismi e questo non basta a interromperli. Questo succede spesso. Nel DOC, sapere non coincide automaticamente con riuscire a fare diversamente. Il lavoro terapeutico diventa allora aiutare il cervello a tollerare il dubbio senza correre subito a neutralizzarlo.
In pratica, l’uscita dal circolo delle rassicurazioni passa dal fare meno, non dal capire di più. Significa imparare a non rispondere subito al pensiero, a non cercare conferme, a non analizzare fino in fondo ogni possibilità catastrofica. All’inizio aumenta l’ansia, poi il sistema si abitua. Se ogni volta lei dimostra al cervello che il dubbio può restare lì senza essere risolto, poco alla volta perde forza.
Dal punto di vista terapeutico, questo è un ambito in cui spesso serve un lavoro molto specifico anche sul piano emotivo, affinchè possa conoscere anche con il corpo.
Lei non è “paranoica” nel senso comune del termine: sta lottando con un disturbo che la porta a dubitare continuamente della sicurezza. E il fatto che chieda aiuto con questa lucidità è già un elemento importante.
Un caro saluto.
Gabriele
Buongiorno,
da ciò che descrive emerge un quadro molto coerente con un funzionamento ansioso di tipo ossessivo, in cui il bisogno di controllo e certezza assoluta sulla salute porta a un circolo vizioso difficile da interrompere.
Il punto centrale è questo: la richiesta continua di rassicurazioni (mediche, su internet, alle persone vicine) dà un sollievo temporaneo, ma nel medio-lungo termine alimenta il problema. Più cerca conferme, più il suo cervello “impara” che quel dubbio è pericoloso e va controllato ancora. È proprio questo meccanismo che mantiene attivi ansia, DOC e ipocondria.
Rispondo alla sua domanda in modo diretto:
ricercare “danni nascosti” in assenza di sintomi è, nella maggior parte dei casi, inutile dal punto di vista medico, ma soprattutto dannoso dal punto di vista psicologico, perché rinforza l’idea che debba sempre esserci qualcosa da scoprire o prevenire. Il problema non è il rischio reale, ma l’intolleranza all’incertezza.
Alcuni spunti pratici che possono aiutarla:
Riconoscere il meccanismo: il pensiero (“potrei avere un danno”) non è il problema in sé; il problema è cosa fa dopo (ricerche, controlli, rassicurazioni).
Ridurre gradualmente le rassicurazioni: non eliminarle di colpo, ma iniziare a rimandarle (es. “aspetto 30 minuti prima di cercare o chiedere”). Questo allena la mente a tollerare il dubbio.
Accettare una quota di incertezza: nessuno può avere certezza assoluta sulla propria salute. L’obiettivo non è eliminare il dubbio, ma imparare a conviverci senza reagire compulsivamente.
Non “risolvere” ogni pensiero: il tentativo di analizzare e chiudere ogni dubbio è ciò che ne genera subito un altro. A volte è più utile lasciarlo in sospeso.
Lavorare sul corpo: tecniche di respirazione, grounding o mindfulness possono aiutare a ridurre l’attivazione fisica che alimenta i pensieri.
Evitare l’iper-monitoraggio: controllare continuamente segnali corporei o ricordi passati mantiene l’attenzione focalizzata sul pericolo.
Il fatto che lei sia già in psicoterapia è un elemento molto importante e positivo. Tuttavia, da quello che racconta, potrebbe essere utile lavorare in modo più mirato su queste dinamiche, ad esempio con tecniche specifiche per il DOC e l’ansia da salute (come l’esposizione con prevenzione della risposta, tipica dell’approccio cognitivo-comportamentale).
Capisco quanto sia faticoso vivere con questa sensazione costante di allarme: non è una questione di “essere paranoica”, ma di un sistema di pensiero che si è strutturato nel tempo e che può essere modificato con un lavoro mirato.
Le consiglio quindi di approfondire questi aspetti con uno specialista, così da costruire insieme strategie personalizzate ed efficaci per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
da ciò che descrive emerge un quadro molto coerente con un funzionamento ansioso di tipo ossessivo, in cui il bisogno di controllo e certezza assoluta sulla salute porta a un circolo vizioso difficile da interrompere.
Il punto centrale è questo: la richiesta continua di rassicurazioni (mediche, su internet, alle persone vicine) dà un sollievo temporaneo, ma nel medio-lungo termine alimenta il problema. Più cerca conferme, più il suo cervello “impara” che quel dubbio è pericoloso e va controllato ancora. È proprio questo meccanismo che mantiene attivi ansia, DOC e ipocondria.
Rispondo alla sua domanda in modo diretto:
ricercare “danni nascosti” in assenza di sintomi è, nella maggior parte dei casi, inutile dal punto di vista medico, ma soprattutto dannoso dal punto di vista psicologico, perché rinforza l’idea che debba sempre esserci qualcosa da scoprire o prevenire. Il problema non è il rischio reale, ma l’intolleranza all’incertezza.
Alcuni spunti pratici che possono aiutarla:
Riconoscere il meccanismo: il pensiero (“potrei avere un danno”) non è il problema in sé; il problema è cosa fa dopo (ricerche, controlli, rassicurazioni).
Ridurre gradualmente le rassicurazioni: non eliminarle di colpo, ma iniziare a rimandarle (es. “aspetto 30 minuti prima di cercare o chiedere”). Questo allena la mente a tollerare il dubbio.
Accettare una quota di incertezza: nessuno può avere certezza assoluta sulla propria salute. L’obiettivo non è eliminare il dubbio, ma imparare a conviverci senza reagire compulsivamente.
Non “risolvere” ogni pensiero: il tentativo di analizzare e chiudere ogni dubbio è ciò che ne genera subito un altro. A volte è più utile lasciarlo in sospeso.
Lavorare sul corpo: tecniche di respirazione, grounding o mindfulness possono aiutare a ridurre l’attivazione fisica che alimenta i pensieri.
Evitare l’iper-monitoraggio: controllare continuamente segnali corporei o ricordi passati mantiene l’attenzione focalizzata sul pericolo.
Il fatto che lei sia già in psicoterapia è un elemento molto importante e positivo. Tuttavia, da quello che racconta, potrebbe essere utile lavorare in modo più mirato su queste dinamiche, ad esempio con tecniche specifiche per il DOC e l’ansia da salute (come l’esposizione con prevenzione della risposta, tipica dell’approccio cognitivo-comportamentale).
Capisco quanto sia faticoso vivere con questa sensazione costante di allarme: non è una questione di “essere paranoica”, ma di un sistema di pensiero che si è strutturato nel tempo e che può essere modificato con un lavoro mirato.
Le consiglio quindi di approfondire questi aspetti con uno specialista, così da costruire insieme strategie personalizzate ed efficaci per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
La ringrazio per aver condiviso con tanta lucidità ciò che sta vivendo. Da quello che descrive, emerge chiaramente quanto non siano solo certi pensieri a creare sofferenza, ma soprattutto il modo in cui si sente spinta a rispondere ad essi: il bisogno di rassicurazioni, di controlli, di spiegazioni sempre più precise. Questo tentativo di arrivare a una certezza definitiva può dare un sollievo momentaneo, ma tende purtroppo a mantenere un circolo vizioso nel tempo.
Nel disturbo ossessivo-compulsivo, infatti, il problema non è tanto il contenuto del pensiero (che può cambiare continuamente, come lei stessa osserva), quanto il rapporto che si costruisce con il dubbio e con l’incertezza. Più si cerca di eliminare completamente il dubbio, più questo tende a ripresentarsi sotto nuove forme.
Per questo motivo, molti percorsi terapeutici non cercano tanto di dimostrare in modo definitivo che ciò che si teme — ad esempio ammalarsi, aver provocato un danno a sé o agli altri, oppure avere una malattia nascosta — non accadrà, ma aiutano la persona a cambiare, passo dopo passo, il modo in cui reagisce ai pensieri ossessivi.
Da un lato si lavora su quei comportamenti che tengono in vita il problema, come il bisogno di rassicurazioni, i controlli o il continuo cercare conferme. Dall’altro, un lavoro psicoterapeutico basato anche su un approccio interpersonale e psicoanalitico può essere molto utile per comprendere il significato più profondo dell’ansia e del bisogno di controllo.
In questa prospettiva, il sintomo non viene visto solo come qualcosa da eliminare, ma come un segnale che si inserisce in un equilibrio più ampio: spesso il bisogno di certezza, di protezione o il timore di poter fare del male agli altri si collegano a modalità relazionali che si sono sviluppate precocemente e nel tempo, e che appartengono alla propria storia e ai propri vissuti.
Integrare questi livelli — lavorare sia sui meccanismi che mantengono il circolo ossessivo, sia sul significato personale e relazionale dell’esperienza — può rendere il percorso più completo ed efficace.
Le suggerirei quindi di focalizzare con il suo terapeuta proprio questo nodo centrale: il bisogno di rassicurazione e la difficoltà a tollerare il dubbio. Spesso è nella comprensione delle radici che indirizzano i nostri atteggiamenti che si apre uno spazio di lavoro molto importante e risolutivo.
Se i sintomi risultano particolarmente intensi o invalidanti, può essere utile anche una valutazione psichiatrica, da intendere solo come possibile e temporaneo supporto al percorso psicoterapeutico.
Quello che sta vivendo è molto faticoso, ma non è senza via d’uscita: il fatto che lei sia già in terapia e riesca a osservare con questa chiarezza i suoi meccanismi è un punto di partenza importante su cui lavorare.
P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.
Nel disturbo ossessivo-compulsivo, infatti, il problema non è tanto il contenuto del pensiero (che può cambiare continuamente, come lei stessa osserva), quanto il rapporto che si costruisce con il dubbio e con l’incertezza. Più si cerca di eliminare completamente il dubbio, più questo tende a ripresentarsi sotto nuove forme.
Per questo motivo, molti percorsi terapeutici non cercano tanto di dimostrare in modo definitivo che ciò che si teme — ad esempio ammalarsi, aver provocato un danno a sé o agli altri, oppure avere una malattia nascosta — non accadrà, ma aiutano la persona a cambiare, passo dopo passo, il modo in cui reagisce ai pensieri ossessivi.
Da un lato si lavora su quei comportamenti che tengono in vita il problema, come il bisogno di rassicurazioni, i controlli o il continuo cercare conferme. Dall’altro, un lavoro psicoterapeutico basato anche su un approccio interpersonale e psicoanalitico può essere molto utile per comprendere il significato più profondo dell’ansia e del bisogno di controllo.
In questa prospettiva, il sintomo non viene visto solo come qualcosa da eliminare, ma come un segnale che si inserisce in un equilibrio più ampio: spesso il bisogno di certezza, di protezione o il timore di poter fare del male agli altri si collegano a modalità relazionali che si sono sviluppate precocemente e nel tempo, e che appartengono alla propria storia e ai propri vissuti.
Integrare questi livelli — lavorare sia sui meccanismi che mantengono il circolo ossessivo, sia sul significato personale e relazionale dell’esperienza — può rendere il percorso più completo ed efficace.
Le suggerirei quindi di focalizzare con il suo terapeuta proprio questo nodo centrale: il bisogno di rassicurazione e la difficoltà a tollerare il dubbio. Spesso è nella comprensione delle radici che indirizzano i nostri atteggiamenti che si apre uno spazio di lavoro molto importante e risolutivo.
Se i sintomi risultano particolarmente intensi o invalidanti, può essere utile anche una valutazione psichiatrica, da intendere solo come possibile e temporaneo supporto al percorso psicoterapeutico.
Quello che sta vivendo è molto faticoso, ma non è senza via d’uscita: il fatto che lei sia già in terapia e riesca a osservare con questa chiarezza i suoi meccanismi è un punto di partenza importante su cui lavorare.
P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.
Cara ragazza, a partire dalla frase "nonostante conosca i meccanismi che mi portano a sviluppare i sintomi e i pensieri ossessivi mi sento bloccata e spesso sono in balia delle mie paranoie", mi viene da dire che conoscere i meccanismi mentali può essere utile, però a volte non basta ed è invece altrettanto importante, sapere come comportarsi di fronte ai pensieri ossessivi e alle paranoie. Infatti quello che fa riflettere è che spesso pensieri ossessivi e paranoie risultano molto credibili e insensibili a qualsiasi ragionamento. Infatti non trattandosi di pensieri logici, razionali, è difficile, se non impossibile, affrontarli solo con la ragione e cioè solo con un adeguato esame di realtà. Caratteristica dei pensieri ossessivi e delle paranoie è il loro carattere di irrazionalità emotiva e di intrusività, per cui è difficile ragionare con loro ed è ancora più difficile impedire che ci vengano in mente. Infatti la componente emotiva ed irrazionale di pensieri ossessivi e paranoie è predominante, per cui per affrontarli è importante agire pure dal punto di vista emotivo e non solo con il ragionamento. Pertanto, quando certi pensieri arrivano è importante accoglierli come "parti poco sane o malate". In ognuno di noi affiora spesso qualche pensiero poco sano, il problema è che alcuni di noi riescono ad affrontarli meglio di altri, appunto non accogliendoli come inconfutabile verità, ma piuttosto trattandoli come parti poco sane, che quado arrivano dobbiamo "mandarle a quel paese", con un atteggiamento a livello di pensiero di sana aggressività, nei confronti di pensieri, che di fatto non hanno nulla di sano, avendo alimentato solo ansie ed angosce, peggiorando la qualità della vita, non certamente incidendo positivamente sulla salute. Importante in questi casi è non demordere; infatti all'inizio "mandare a quel paese" queste parti "malate", sembra non avere un grande successo, ma continuando ad esercitarsi, col tempo diventa un'azione automatica, che indebolisce le parti malate nella loro intensità e frequenza, spesso portando la persona a migliorare sensibilmente la propria vita. Importante è quindi non iniziare un'estenuante e interminabile discussione interiore, con la quale si cerca di smontare le suddette paranoie, quando arrivano, ma agire alla radice abituandosi a cacciarle mentalmente via, una volta identificate e riconosciute.
Cordialmente,
M.M.
Cordialmente,
M.M.
Salve, il fatto che lei riconosca già i meccanismi dell’ansia e del DOC è un aspetto importante. Spesso però, anche comprendendo razionalmente il disturbo, emotivamente si continua a percepire un forte senso di minaccia e questo porta a ricercare rassicurazioni continue.
Nel disturbo ossessivo compulsivo emerge spesso un forte bisogno di controllo e di certezza assoluta, ma purtroppo nessuna rassicurazione riesce a eliminare definitivamente il dubbio. Per questo le rassicurazioni mediche o i controlli danno sollievo solo temporaneo e il pensiero ossessivo tende poi a ripresentarsi.
Il percorso terapeutico può aiutare gradualmente a interrompere questo circolo vizioso, lavorando sulla gestione dell’ansia, della paura e dell’incertezza, così da ridurre compulsioni, controlli e bisogno di rassicurazione.
Nel disturbo ossessivo compulsivo emerge spesso un forte bisogno di controllo e di certezza assoluta, ma purtroppo nessuna rassicurazione riesce a eliminare definitivamente il dubbio. Per questo le rassicurazioni mediche o i controlli danno sollievo solo temporaneo e il pensiero ossessivo tende poi a ripresentarsi.
Il percorso terapeutico può aiutare gradualmente a interrompere questo circolo vizioso, lavorando sulla gestione dell’ansia, della paura e dell’incertezza, così da ridurre compulsioni, controlli e bisogno di rassicurazione.
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