Salve, ho 25 anni e vado in terapia da una psicologa da 4 quasi.. è da un po’ che penso di voler ter

22 risposte
Salve, ho 25 anni e vado in terapia da una psicologa da 4 quasi.. è da un po’ che penso di voler terminare il percorso, e continuare da sola con gli strumenti appresi insieme in questi anni. Mi sento più autonoma e inoltre un mese fa mi sono laureata e sto entrando in una nuova fase della vita diciamo, e mi sento pronta . Ho il timore di dirglielo,un anno fa quasi le dissi di voler terminare il percorso, ma lei mi rispose che non era il momento e che c’erano ancora tante cose su cui lavorare. Questa cosa mi ha un po’ destabilizzata.
Vorrei che lei comprendesse e accettasse la mia posizione, penso anche che continuare poi una terapia “controvoglia” non sia produttivo..
Dott.ssa Giada Casumaro
Psicologo, Terapeuta, Professional counselor
Rovereto sulla Secchia
Salve, grazie per aver esposto questo tema che risulta sempre molto difficile perchè è una chiusura importante. Proverei di nuovo ad esporre la sua posizione e la inviterei a dirle che intanto pensa di voler provare da sola e qualora avesse bisogno sarebbe pronta a ricontattarla. Anche magari dilazionare gli incontri senza chiudere troppo velocemente sarebbe utile. Anche per noi terapeuti non è facile sempre gestire il distacco ma è importante che lo facciamo rispettando la volontà della persona.
Cordialmente, Dott.ssa Casumaro Giada

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Buongiorno, il percorso psicologico si fonda prima di tutto sulla relazione tra terapeuta e paziente, e uno degli elementi imprescindibili di questa relazione è la fiducia reciproca. È importante che lei possa sentirsi libera di esprimere ciò che prova, senza timore. Per questo credo sia utile confrontarsi apertamente con la sua psicologa, comunicandole in modo chiaro e autentico ciò che sente oggi e il desiderio di interrompere o rivedere il percorso. Questo confronto non è uno scontro, ma un passaggio di responsabilità e consapevolezza che può aiutare entrambe a valutare insieme quale sia la scelta migliore per lei in questo momento. Ricordi che il suo benessere e i suoi bisogni vengono prima di tutto, e che anche decidere di concludere una terapia può essere parte di un percorso sano e coerente.
Gent.ma utente,
è nella sua piena facoltà e diritto sospendere il percorso psicologico quando lo ritiene opportuno.
La sua spinta all'autonomia e al voler provare a procedere con le sue gambe, sfruttando il lavoro fatto finora, è la naturale conseguenza di un intervento psicologico andato a buon fine. Sicuramente, quindi, la collega ha fatto un buon lavoro con lei e credo potrà capire la sua decisione. Decisione che comunque rimane sua al cento per cento.
Questo non vuol dire tagliare di netto i rapporti con la psicologa. Potreste accordarvi per un resoconto periodico, anche in forma scritta. Oppure, potreste fissare dei colloqui a distanza di tempo più larga, una volta ogni 2-3 mesi ad esempio.
Penso che nel suo percorso abbia affrontato l'argomento riguardante l'accettazione di opinioni o punti di vista diverso dal suo. Può applicarlo anche a questa situazione con la sua psicologa: se la sua scelta di interrompere il percorso è dettata da valori e motivazioni personali importanti, non dovrà preoccuparsi se ella non sarà d'accordo o se esprimerà perplessità. Non si può condizionare il pensiero o il giudizio degli altri ed è importante lasciarlo andare, accettandolo ma rimanendo convinti delle proprie decisioni e delle proprie azioni.
Infine, si ricordi che nessuna decisione deve essere per forza definitiva e radicale. La coerenza sta anche nel riconoscere di aver tentato, ma di aver bisogno anche di fare passi indietro e ripartire.
Le auguro di essere serena nelle sue scelte di valore.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Dott. Fabio Nenci
Psicologo clinico, Psicologo
San Maurizio Canavese
Buongiorno,
la terapia deve essere una libera scelta, quando si sente la necessità di interrompere sarebbe necessario parlarne serenamente con il professionista cercando di capire se è arrivata l'ora di uscire o se è arrivato un nodo da risolvere dal quale ha bisogno al momento di fuggire o per qualcos'altro.
Dott.ssa Giulia Raiano
Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Dopo quattro anni di terapia è naturale interrogarsi sulla conclusione del percorso, soprattutto quando senti di avere più strumenti, più autonomia e stai entrando in una fase nuova e significativa come quella successiva alla laurea. Non è una “fuga” dalla terapia: è una domanda di separazione, che ha un valore importante. Hai ragione quando dici che una terapia portata avanti controvoglia rischia di perdere efficacia. La motivazione è centrale, e ascoltare il tuo sentire è già di per sé un segnale di crescita. Inoltre, il fatto che tu voglia provare a stare da sola con gli strumenti che hai acquisito non significa negare il lavoro fatto, ma anzi fidarti di ciò che hai interiorizzato in questi anni. La terapia non serve a creare dipendenza, ma autonomia.
Può essere utile pensare a questo passaggio non come a un “taglio netto”, ma come a un tema da portare apertamente in seduta: raccontare esattamente quello che hai scritto qui, comprese le tue paure, il timore di non essere capita e il bisogno che la tua posizione venga rispettata. Una terapeuta dovrebbe poter accogliere anche il desiderio di concludere, esplorarlo insieme e, se necessario, accompagnare la chiusura in modo graduale. Questo fa parte del lavoro terapeutico tanto quanto affrontare un sintomo o una difficoltà. Se anche dovesse emergere che per lei ci sarebbe ancora da lavorare, questo non annulla il tuo diritto di scegliere. Le due cose possono coesistere: sì, nella vita ci sarà sempre qualcosa su cui lavorare, ma questo non significa che tu debba farlo per forza in terapia, o in quel momento specifico. Concludere ora non chiude la porta per sempre: potrai sempre tornare, con maggiore consapevolezza, se e quando ne sentirai il bisogno.

In fondo, la domanda centrale non è se è il momento giusto in senso assoluto, ma se per te questo è un momento in cui vuoi metterti alla prova da sola. E questo desiderio, per come lo racconti, merita sicuramente ascolto.
Buona giornata.
Dott.ssa Giulia Raiano
Dott.ssa FEDERICA MARMAI
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Ostiglia
Buongiorno. Nel momento in cui ha espresso la volontà di interrompere la terapia avete parlato delle motivazioni? Io credo che gli obbiettivi su cui lavorare debbano essere concordati insieme e valutati durante il percorso di volta in volta. Concordo sul fatto che la terapia non sia produttiva se lei sente di non avere obiettivi su cui lavorare. Lei ha il diritto di interrompere la terapia in ogni momento, sarebbe però utile una conversazione chiara e diretta sui motivi della sua decisione. Che cosa succederebbe se lei comunicasse la sua decisione di terminare la terapia nonostante la sua psicologa non fosse d'accordo?
Saluti
Dott.ssa Federica Marmai
Buongiorno,
è comprensibile la perplessità che riporta, l'unico modo per sciogliere il suo nodo credo sia quello di parlarne apertamente con la sua psicologa, così da non alimentare dei non detti che potrebbero creare ulteriori malintesi. Magari anche la professionista alla quale si sta affidando le fornirà delle motivazioni che la trovano maggiormente in accordo. Ciò detto, il paziente è libero di interrompere in ogni momento il suo percorso, lo psicologo (o terapeuta che sia) può limitarsi a dire con serietà la sua opinione - motivata - in merito alla scelta del paziente, qualora quest'ultimo decida di condividerla.

Cordialmente,
dott.ssa Togni
La prima cosa che mi viene da sottolinearle leggendo la sua richiesta richiesta è che il desiderio di interrompere la terapia in questo preciso momento non è dicerto causale ma potrebbe essere dettato da una passaggio di vita importante: la laurea, l'ingresso in un certo senso nel "mondo degli adulti", una maggiore autonomia percepita. In quest’ottica, non è un segnale negativo, ma può indicare che qualcosa del lavoro fatto è stato interiorizzato.
Allo stesso tempo credo sia comprensibile che lei tema di parlarne, soprattutto dopo l’esperienza passata in cui si è sentita poco compresa. Questo vissuto è importante e merita spazio d'altronde anche il disaccordo con la sua psicologa fa parte della relazione terapeutica e può diventare materiale di lavoro.
Ha ragione quando dice che una terapia portata avanti senza motivazione rischia di non essere utile. Portare in seduta il suo desiderio di chiudere, insieme alla paura di non essere accettata, può aprire un confronto autentico e magari permettere di pensare insieme a una conclusione del percorso, che dia ridia il giusto valore al lavoro fatto da lei in questi quattro anni.
In ogni caso, la sua posizione è legittima e parlarne è già un atto di autonomia e crescita.
Dr. Roberto Lavorante
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Salve,
Grazie per aver condiviso in modo così chiaro e riflessivo quello che sta vivendo.

Dal mio punto di vista, il desiderio di concludere un percorso terapeutico può essere letto come un passaggio evolutivo importante, non come una rottura. Lei descrive cambiamenti significativi nel suo contesto di vita — la laurea, l’ingresso in una nuova fase, un maggiore senso di autonomia — che inevitabilmente ridefiniscono anche il significato della terapia e della relazione terapeutica stessa.

È comprensibile il timore di dirlo alla sua psicologa, soprattutto alla luce dell’esperienza passata in cui il suo bisogno non è stato accolto come sperava. Questo ha probabilmente creato una destabilizzazione nella relazione, che oggi riemerge. Proprio per questo, portare apertamente questo vissuto in seduta potrebbe essere molto importante: non solo il desiderio di terminare, ma anche come si è sentita allora e come si sente ora nel dover riaffermare la sua posizione.

In terapia, la motivazione e il consenso sono elementi centrali. Un percorso portato avanti “controvoglia”, come dice lei, rischia effettivamente di perdere significato e utilità. Allo stesso tempo, la conclusione può essere pensata non come un “via di fuga”, ma come una fase del lavoro: uno spazio in cui dare senso a ciò che è stato, riconoscere le risorse costruite e salutarsi in modo consapevole.

Il compito della terapeuta non è trattenere, ma accompagnare. Questo include anche accettare che, in certi momenti del ciclo di vita, il paziente senta di poter camminare da solo. Se lo desidera, può proporre una o più sedute di chiusura, esplicitando che per lei è importante sentirsi riconosciuta nella sua autonomia e nella scelta che sta facendo.

In definitiva, il fatto che oggi lei si senta pronta è un dato clinicamente rilevante e merita ascolto. Portarlo in seduta, con sincerità e rispetto, è già parte del lavoro terapeutico.

Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata
Dott.ssa Federica Ancona
Psicologo, Psicologo clinico
Cagliari
Gentile,
la conclusione della terapia è sempre un momento difficoltoso per vari aspetti, mi sento di offrirti alcuni spunti rispetto alle tue considerazioni:
I tempi della terapia non vengono imposti ma concordati.
Il terapeuta può esprimere un parere clinico (come sicuramente ha fatto la tua), ma la terapia resta uno spazio di collaborazione. Se tu senti che oggi sei in una fase diversa, questo verrà sicuramente preso con la giusta considerazione.
Da un anno a questa parte le cose possono essere cambiate.
Può darsi che allora non fossi pronta, e che oggi tu lo sia.
Il modo migliore per farlo è portarlo apertamente in seduta.
Proprio come nelle tue considerazioni: “Sento che oggi mi sento più autonoma, in una nuova fase della vita, e vorrei capire con te se e come pensare a una conclusione del percorso.”
Una buona conclusione di terapia è un lavoro terapeutico in sé.
In genere si lavora ad una fase di “chiusura”: si rivede il percorso, si consolidano gli strumenti, si lavora sui timori legati all’andare avanti da soli. Non è un taglio netto, ma una transizione. Se la tua terapeuta ritenesse che “non è il momento”, potresti porle delle domande per comprendere insieme perché: cosa vede lei che tu magari non vedi? cosa rappresenta per te l’idea di andare avanti da sola? è una spinta di crescita o un evitamento?
Dott.ssa Chiara Avelli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente, il desiderio di concludere un percorso terapeutico dopo diversi anni può essere un segnale di cambiamento e di maggiore autonomia, soprattutto in una fase di transizione importante come quella che sta vivendo ora. In psicoterapia la conclusione del percorso non coincide necessariamente con l’assenza totale di difficoltà, ma spesso con la percezione di avere strumenti sufficienti per affrontarle in modo più indipendente e consapevole. È comprensibile che lei provi timore nel comunicarlo, soprattutto alla luce dell’esperienza passata in cui il suo desiderio non è stato accolto come si aspettava; tuttavia è importante ricordare che la terapia è uno spazio che riguarda prima di tutto i suoi bisogni e la sua motivazione. Portare apertamente in seduta il desiderio di terminare il percorso, insieme alle ragioni che la spingono a farlo e alle emozioni che questo passaggio le suscita, può diventare esso stesso un lavoro terapeutico significativo. Anche qualora la terapeuta ritenesse che vi siano ancora aspetti su cui lavorare, la decisione finale spetta a lei, e un buon esito terapeutico può includere una fase di chiusura condivisa, pensata non come un’interruzione brusca ma come un accompagnamento alla separazione. Ha ragione nel considerare che proseguire una terapia senza una motivazione autentica difficilmente risulta efficace; per questo un confronto chiaro e rispettoso può favorire una conclusione più coerente con il percorso fatto e con la fase di vita che sta iniziando. Dott.ssa Chiara Avelli.
Dott.ssa Simona Santoni
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Salve, quello che descrive è un passaggio molto importante e, da ciò che scrive, anche profondamente pensato. Il desiderio di concludere una terapia quando ci si sente più autonomi, forti degli strumenti acquisiti e in una nuova fase di vita, è un segnale che merita ascolto e rispetto.
È comprensibile che lei provi timore nel comunicarlo alla sua terapeuta, soprattutto dopo l’esperienza passata che racconta. Allo stesso tempo, è importante ricordare che la terapia è uno spazio suo: le sue sensazioni, i suoi tempi e i suoi bisogni sono centrali. Una psicoterapia non dovrebbe mai essere portata avanti “controvoglia”, perché l’alleanza terapeutica e la motivazione sono elementi fondamentali del processo.
Può essere utile provare a condividere apertamente con la sua psicologa non solo la decisione ma anche ciò che ha provato in quell’occasione precedente in cui si è sentita destabilizzata. Parlare della chiusura, delle paure e dei dubbi fa parte a pieno titolo del lavoro terapeutico e può trasformarsi in un momento di grande valore, anche se la scelta finale fosse quella di concludere.
In molti percorsi, la conclusione non è una “rottura”, ma una fase di passaggio: può essere pensata, ad esempio, come una chiusura graduale o come la possibilità di sapere che, se in futuro ne sentisse il bisogno, potrà tornare. Sentirsi pronti a camminare da soli è spesso anche il frutto del lavoro fatto insieme.
Le auguro di riuscire a trovare uno spazio di dialogo sereno, in cui la sua posizione possa essere accolta e riconosciuta.

Un caro saluto,
Simona Santoni - Psicologa
Buonasera,
uno dei capisaldi di ogni percorso terapeutico è la libertà, da ambo le parti, di poter interrompere il rapporto professionale in qualsiasi momento.
Se lei crede di essere pronta e sente di continuare il percorso controvoglia può farlo nuovamente presente al suo terapista che, d'accordo o meno, deve accettare la sua scelta.
Dott. Nunzio Raciti
Psicologo, Psicologo clinico
Misterbianco
Buonasera. Parto dalla considerazione che l'eventualità di interrompere il suo percorso sia una decisione che spetta solo a lei e che, in quanto paziente, la legge le consente di interrompere quando ritiene opportuno un percorso e senza, peraltro, obbligo di preavviso. Tuttavia, prima di giungere ad una simile scelta, la inviterei a riflettere su alcuni aspetti: innanzitutto, prenda in considerazione la possibilità che la sua volontà di interrompere il percorso potrebbe essere l'effetto di una resistenza al trattamento stesso, eventualità che, peraltro, si verifica assai di frequente (soprattutto se il trattamento è di lunga durata) e spesso in concomitanza a fasi del percorso in cui iniziano ad emergere questioni centrali del proprio vissuto, rispetto alle quali, inconsapevolmente, poniamo degli ostacoli; secondariamente, il parere circa la prematura interruzione del trattamento, espostole dalla sua psicologa, sicuramente è stato formulato sulla base di una valutazione professionale che ha tenuto conto del percorso svolto fino a quel momento, per cui credo sarebbe opportuno tenerne conto; infine, le direi di prendere in considerazione la possibilità di esporre il problema in seduta e di parlare del suo vissuto con la psicologa, potrebbero emergere aspetti che non aveva considerato. Il suo "timore" a parlarne potrebbe essere qualcosa su cui interrogarsi. Allo stesso modo, il suo sentirsi "destabilizzata" di fronte all'osservazione che le ha fatto la psicologa, mi sembra meritevole di essere approfondito. Rimango a disposizione, qualora avesse ulteriori necessità di chiarimenti, cordiali saluti.
Vorrei ringraziarla per il contributo che ha portato con questa sua situazione.
Comprendo i sentimenti che sta attraversando e il conflitto interno che si può creare in questi casi. Dopo diversi anni di terapia è naturale interrogarsi sul desiderio di concludere il percorso, soprattutto quando ci si sente più autonomi, con maggiori strumenti e alle porte di una nuova fase della propria vita.
Dopo quello che ha raccontato, il timore di comunicarlo alla sua psicologa è comprensibile, soprattutto considerando ciò che le aveva detto in passato. Sentire che secondo il suo parere clinico “c’è ancora molto su cui lavorare” può destabilizzare sopratutto se non si percepisce lo stesso. Può far nascere dubbi o sensi di colpa. E' però importante ricordare che il percorso terapeutico è il tuo, questo vuol dire che se senti che è il momento di fermarsi o di proseguire in modo diverso tu possa comunicarlo.

È possibile che la tua psicologa abbia una lettura clinica che individua ulteriori aspetti su cui lavorare, probabilmente con tutte le migliori intenzioni, ma questo non deve invalidare il tuo sentire né la tua scelta. Decidere di affrontare alcune cose da sola, mettendo in pratica quanto appreso, è una modalità legittima di crescita.
Coerentemente con quanto scrivevi, il tuo coinvolgimento e la tua motivazione sono elementi centrali del processo per cui fare una terapia "controvoglia" rischia effettivamente di perdere efficacia. Credo che portare apertamente questo tuo bisogno in seduta potrebbe diventare un momento di confronto e di chiusura consapevole del percorso.
Cara utente,
se si sente pronta ad iniziare questo nuovo capitolo di vita con gli strumenti appresi allora è giusto che segua questo vissuto. La sua psicologa è una base sicura da cui tornare qualora ci fosse bisogno in futuro, ma non è una prigione in cui restare per forza. Forse un anno fa non era davvero il momento più opportuno e ora invece si. E' importante che ne parli con la sua psicologa di questa voglia che sente dentro e di quanto sia importante che da parte sua ci sia appoggio, accettazione e non costrizione.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Dott.ssa Benedetta Mentesana
Psicologo, Psicologo clinico
Arese
Gentilissima, grazie per aver condiviso un momento così significativo del suo percorso. 
La sua è una riflessione molto matura, che sembra nascere non da un rifiuto della terapia, ma da un cambiamento interno: il sentirsi più autonoma, l’aver attraversato tappe importanti come la laurea e l’ingresso in una nuova fase della vita.
È comprensibile che, dopo anni di lavoro terapeutico, possa emergere il desiderio di provare a camminare con le proprie gambe, utilizzando gli strumenti costruiti insieme. Questo pensiero, di per sé, non indica necessariamente una fuga o una chiusura, ma può rappresentare il bisogno di verificare ciò che sente di aver interiorizzato e fatto proprio nel tempo.
È altrettanto comprensibile il timore che prova nel comunicarlo alla sua terapeuta, soprattutto alla luce dell’esperienza passata. Il fatto che un anno fa la sua intenzione sia stata accolta con l’idea che “non fosse il momento” sembra aver lasciato in lei un senso di destabilizzazione, di non riconoscimento, di non ascolto e forse anche il dubbio che il suo sentire non fosse del tutto legittimo. Questo può rendere oggi più difficile esporsi di nuovo, con la paura di non essere compresa o accettata.
Potrebbe essere utile tenere presente che il desiderio di concludere una terapia è spesso un tema clinicamente rilevante, che merita spazio e ascolto all’interno del percorso stesso. Portare questo pensiero non significa prendere una decisione irrevocabile, ma aprire un confronto su ciò che è cambiato, su ciò che sente di aver raggiunto e su ciò che eventualmente teme di perdere interrompendo.
La riflessione che fa sul rischio di una terapia portata avanti “controvoglia” è importante. In genere, il lavoro terapeutico ha senso nella misura in cui c’è una partecipazione autentica e condivisa, quando questo viene meno, può essere utile interrogarsi sul significato di ciò che sta accadendo, piuttosto che forzarsi a continuare.
Alcuni spunti che potrebbe esplorare, magari anche con la sua terapeuta, sono: che cosa rappresenta per lei l’idea di concludere ora il percorso, se sente questa scelta come un movimento verso l’autonomia o come una necessità di prendere distanza, che tipo di chiusura sentirebbe più rispettosa del lavoro fatto insieme.
Potrebbe essere utile ricordare che una terapia non è un vincolo, ma uno spazio al servizio della persona. Il fatto di desiderare una conclusione non cancella il valore del percorso svolto, né esclude la possibilità, in futuro, di tornare a chiedere aiuto se se ne sentisse il bisogno.
Si ricordi che lei ha il diritto, in qualsiasi momento, di interrompere il percorso.
Le auguro di poter trovare una modalità di confronto che le permetta di sentirsi ascoltata e rispettata, qualunque direzione scelga di prendere.
Un caro saluto,
Salve,
la ringrazio per aver condiviso una riflessione così importante e delicata. Da quello che scrive emerge una giovane donna che ha fatto un percorso profondo, che oggi si sente più autonoma, più strutturata e in una fase di passaggio significativa della propria vita. È molto comprensibile che, in un momento come questo, nasca il desiderio di “camminare con le proprie gambe” e di mettere alla prova gli strumenti interiori costruiti nel tempo.

Il timore che prova nel dirlo alla sua terapeuta è altrettanto comprensibile. La relazione terapeutica è una relazione significativa, spesso carica di aspetti emotivi profondi, e il pensiero di “separarsene” può riattivare dubbi, sensi di colpa o la paura di non essere capita. L’episodio che racconta, in cui un anno fa si è sentita dire che “non era il momento”, sembra aver lasciato una traccia: probabilmente l’ha fatta sentire poco ascoltata o messa in discussione nella sua capacità di valutare ciò che è meglio per sé.

È importante però ricordare un punto fondamentale: la terapia è uno spazio al servizio della persona, non il contrario. Il fatto che Lei oggi senta di voler interrompere il percorso è di per sé un materiale clinico prezioso, che merita di essere portato in seduta e ascoltato con rispetto. Non si tratta di “scappare” dalla terapia, ma di interrogarsi su un cambiamento interno, su una maggiore fiducia in sé, su un bisogno di autonomia. Tutti elementi che, se presenti, parlano anche di un lavoro terapeutico che ha prodotto effetti.

Ha perfettamente ragione quando dice che una terapia portata avanti controvoglia difficilmente può essere produttiva. La motivazione è uno dei pilastri del lavoro psicologico: senza di essa, il rischio è che la terapia diventi un luogo di stasi o di adattamento forzato, più che di crescita.

Il mio invito, se posso permettermi, è quello di provare a dirlo in modo autentico, così come lo ha scritto qui: parlando del sentirsi pronta, del desiderio di sperimentarsi da sola, ma anche della paura di non essere compresa e di quanto la risposta di un anno fa l’abbia destabilizzata. Una buona terapeuta dovrebbe poter accogliere anche questo, senza viverlo come un rifiuto personale, e magari trasformare le ultime sedute in uno spazio di chiusura consapevole, di bilancio e di “saluto”, che spesso è una parte molto importante del percorso.

Concludere una terapia non significa negare il valore di ciò che è stato fatto, né escludere la possibilità di tornare in futuro se se ne sentisse il bisogno. A volte, sapersi separare è proprio uno dei segni di una maggiore maturità emotiva.

Si fidi delle sensazioni che sta ascoltando: sembrano parlare di crescita, non di regressione. Un saluto!
Dr. Francesco Rossi
Psicologo, Psicologo clinico
Ozzano dell'Emilia
Salve, obiettivo di ogni buona terapia è rendere più autonoma la persona nel prendersi cura di sé ed essere responsabile della propria serenità nel più breve tempo possibile.
Suggerisco di riaffrontare l'argomento con la professionista a cui si è affidata e se si sente pronta di terminare questo percorso.
Nulla toglie che, eventualmente, in futuro lei possa riprendere con questa professionista o iniziare un nuovo percorso con qualcun'altro/a, la spinta motivazionale però dovrebbe essere un aspetto importante da considerare.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Credo che dovrebbe parlare con la sua psicologa in maniera semplice e onesta. Potrebbe dirle che una parte di lei vorrebbe continuare il percorso, mentre l'altra parte è resistente e stanca, dunque sarebbe più corretto concludere per evitare che gli incontri siano sfiancanti e controproducenti.
Dott. Daniele Migliore
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentilissima, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
È normale che lei si stia ponendo degli interrogativi e stia cercando di comprendere come affrontare questo discorso con la sua terapeuta, non è mai facile sentire di "essere pronti" quando si ha il timore di non poterlo comunicare. Prima di tutto si ricordi che lo spazio di cura è il suo, pertanto ne può fare uso come meglio crede anche se questo porta dei dubbi sul proseguire.
Il momento della separazione terapeutica è spesso delicato proprio perché riattiva dinamiche di dipendenza, autorizzazione e fiducia nelle proprie risorse. Il timore di dirglielo può riflettere la paura che il suo sentire venga messo in discussione, come è già accaduto in passato.
Il fatto che un anno fa la sua terapeuta le abbia restituito che “non era il momento” può aver avuto senso allora, ma non invalida ciò che sente oggi.
Le consiglierei di provare a portare questo desiderio in seduta, senza dover convincere, ma spiegando come si sente ora.
Questo può aiutarla a capire se la conclusione è davvero matura o se ha bisogno di essere pensata insieme, magari anche come una chiusura graduale e condivisa.
Le auguro il meglio,

Dott. Daniele Migliore
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Salve,
è naturale, dopo diversi anni di percorso e con importanti cambiamenti nella vita come la laurea, sentire il desiderio di terminare la terapia e sperimentare in autonomia quanto appreso. La sensazione di maggiore autonomia è un segnale positivo del lavoro fatto insieme alla sua psicologa.

È altrettanto comprensibile avere timore di comunicarle questa scelta, soprattutto se in passato la sua richiesta era stata rimandata. Tuttavia, una relazione terapeutica sana dovrebbe rispettare i tempi e le esigenze del paziente. Continuare un percorso “controvoglia” difficilmente risulterebbe utile. È importante esprimere apertamente i suoi sentimenti e le ragioni della sua decisione: spesso, i professionisti accolgono queste comunicazioni con comprensione e possono anche suggerire strategie per un termine graduale e consapevole della terapia.

In ogni caso, confrontarsi direttamente con la sua psicologa e discutere insieme la chiusura del percorso può aiutare a gestire eventuali emozioni residue e consolidare quanto appreso, rendendo la conclusione della terapia un momento di crescita piuttosto che di conflitto.

Rimane comunque consigliabile approfondire queste riflessioni con uno specialista.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

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