, Palermo
Al momento i colloqui presso lo studio di Palermo verranno effettuati esclusivamente online
Leggi di più11/05/2025
Psicologa e psicoterapeuta ad orientamento cognitivo-comportamentale. Attraverso le competenze acquisite nella mia formazione come psicoterapeuta guido le persone nella comprensione del collegamento tra i propri pensieri, le emozioni e i comportamenti, fornendo strumenti concreti per affrontare le difficoltà quotidiane e migliorare il benessere psicologico. Mi occupo di: - Disturbi d’ansia (ansia generalizzata, attacchi di panico, fobie) - Depressione e disturbi dell’umore - Disturbo ossessivo-compulsivo - Autostima e crescita personale - Gestione delle emozioni e regolazione dello stress - Difficoltà relazionali e lavorative - Disturbi alimentari - Disturbo post-traumatico da stress - Supporto nei momenti di cambiamento e crescita personale
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Questo dottore non offre prenotazioni online a questo indirizzo
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5 recensioni
Gentile, preparata ed empatica. Assolutamente consigliata
Per me è stata la prima volta, ho scelto lei senza conoscerla e devo dire che ho fatto un ottima scelta.
Ti mette subito a tuo agio e ti fa sentire a casa.
Consigliatissima, continuerò con lei questo percorso.
Dopo aver provato due diversi psicologi, ho trovato la dott.ssa Ancona con cui mi sono trovata subito bene. È riuscita a mettermi subito a mio agio ed entrare in empatia con me. Ancora siamo agli inizi ma ho avvertito già i primi miglioramenti. Consigliatissima!
Ho iniziato un percorso di psicoterapia con la dottoressa Ancona per problemi di ansia. Abbiamo trovato insieme diversi spunti per sentirmi meglio.
Ho contattato la dottoressa Ancona online, è stata molto disponibile e attenta. Mi sono trovato subito a mio agio, ho percepito empatia e professionalità.
ha risposto a 5 domande da parte di pazienti di MioDottore
Salve dottori,
vi scrivo per condividere una sensazione che sto vivendo in questi giorni, anche in vista del lavoro che sto già portando avanti in psicoterapia.
Sono un ragazzo di 20 anni, quasi 21, e da alcuni mesi sto affrontando un periodo di ansia, soprattutto legata alle sensazioni fisiche e all’iperattivazione del sistema nervoso. Sto seguendo un percorso con una psicologa, con cui sto lavorando in particolare sulla tolleranza delle sensazioni e sull’evitamento.
Negli ultimi giorni ho notato un miglioramento dell’ansia: mi sveglio più sereno, con molta meno attivazione fisica rispetto al passato, e riesco a svolgere le mie attività quotidiane (uscire, stare con amici, mangiare) con maggiore continuità.
Accanto a questo miglioramento, però, sto sperimentando una sensazione nuova per me: non ansia vera e propria, ma un tono dell’umore un po’ basso, una sorta di “vuoto” o stanchezza emotiva. Non è una tristezza intensa né costante, e non è accompagnata da pensieri negativi marcati, ma è comunque una sensazione che noto e che mi incuriosisce, perché diversa dall’ansia a cui ero abituato.
Mi chiedevo se questa fase potesse essere compatibile con una riduzione dell’iperallerta dopo un periodo prolungato di stress e tensione, e se rientri in un normale processo di assestamento mentre si lavora sull’ansia in psicoterapia.
Non scrivo per cercare rassicurazioni, ma per avere un inquadramento generale e capire meglio cosa sto osservando, così da affrontarlo con maggiore consapevolezza insieme alla mia psicologa.
Cordiali saluti
Gentile ragazzo,
quello che descrivi è un fenomeno abbastanza comune quando, dopo un periodo prolungato di ansia e iperattivazione, il sistema nervoso inizia ad abbassare il livello di allerta.
Dopo mesi in “modalità emergenza”, la riduzione dell’ansia può essere accompagnata da una fase di stanchezza, senso di vuoto o tono dell’umore più piatto come una sorta di “decompressione” fisiologica ed emotiva. Inoltre possono emergere stati interni che prima erano coperti dalla tensione costante.
Il fatto che continui a svolgere le tue attività, a uscire e stare con gli amici, e che da quanto dici non sembrano esserci pensieri negativi marcati o tristezza intensa, potrebbe ricondurre ad una fase di “assestamento” piuttosto che ad una condizione clinica.
Condividere con la tua psicologa sicuramente ti aiuterà a capire meglio che funzione ha questa sensazione in questo momento del percorso.
Salve, ho 25 anni e vado in terapia da una psicologa da 4 quasi.. è da un po’ che penso di voler terminare il percorso, e continuare da sola con gli strumenti appresi insieme in questi anni. Mi sento più autonoma e inoltre un mese fa mi sono laureata e sto entrando in una nuova fase della vita diciamo, e mi sento pronta . Ho il timore di dirglielo,un anno fa quasi le dissi di voler terminare il percorso, ma lei mi rispose che non era il momento e che c’erano ancora tante cose su cui lavorare. Questa cosa mi ha un po’ destabilizzata.
Vorrei che lei comprendesse e accettasse la mia posizione, penso anche che continuare poi una terapia “controvoglia” non sia produttivo..
Gentile,
la conclusione della terapia è sempre un momento difficoltoso per vari aspetti, mi sento di offrirti alcuni spunti rispetto alle tue considerazioni:
I tempi della terapia non vengono imposti ma concordati.
Il terapeuta può esprimere un parere clinico (come sicuramente ha fatto la tua), ma la terapia resta uno spazio di collaborazione. Se tu senti che oggi sei in una fase diversa, questo verrà sicuramente preso con la giusta considerazione.
Da un anno a questa parte le cose possono essere cambiate.
Può darsi che allora non fossi pronta, e che oggi tu lo sia.
Il modo migliore per farlo è portarlo apertamente in seduta.
Proprio come nelle tue considerazioni: “Sento che oggi mi sento più autonoma, in una nuova fase della vita, e vorrei capire con te se e come pensare a una conclusione del percorso.”
Una buona conclusione di terapia è un lavoro terapeutico in sé.
In genere si lavora ad una fase di “chiusura”: si rivede il percorso, si consolidano gli strumenti, si lavora sui timori legati all’andare avanti da soli. Non è un taglio netto, ma una transizione. Se la tua terapeuta ritenesse che “non è il momento”, potresti porle delle domande per comprendere insieme perché: cosa vede lei che tu magari non vedi? cosa rappresenta per te l’idea di andare avanti da sola? è una spinta di crescita o un evitamento?
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