perchè si diventa la persona che si odia/ non si vorrebbe mai diventare?

24 risposte
perchè si diventa la persona che si odia/ non si vorrebbe mai diventare?
Dott.ssa Sofia Marcazzan
Psicologo, Psicologo clinico
Legnano
Buongiorno.
La sua domanda penso abbia molteplici risposte. Spesso, in quanto individui cresciuti all'interno di sistemi sociali (in primis la famiglia), apprendiamo dai modelli ai quali siamo esposti. Perciò, può capitare, che anche quelle parti che ci irritano negli altri (es. nei nostri genitori) vengano ugualmente apprese da noi figli e, di conseguenza, replicate.
Inoltre, invece che addossarsi questa immagine di sè che lei descrive come ciò che odia, dovrebbe spostare l'attenzione sulla funzione che assume questo suo essere. Mi spiego meglio, probabilmente ciò che lei mette in pratica le serve comunque a qualcosa e per potersi modificare bisogna prima rendersi consapevoli di ciò che attiva una determinata risposta, in secondo luogo possiamo provare a mettere in pratica nuovi modelli/strategie. Ma si ricordi che ciò che viene reiterato per molto tempo è più difficile da modificare/scardinare.
Da ultimo, uno spunto di riflessione. Siamo molto più portati a notare in noi stessi ciò che non ci piace, ciò che è troppo, ciò che stona... ma questo spesso ci rende ciechi di fronte a quelle parti di noi che invece sono in equilibrio, in sintonia, che vengono apprezzate anche dagli altri, ma non da noi stessi. Provi a scrivere su un foglio di carta, ogni sera, anche solo una cosa che lei quel giorno è riuscita a fare e che le è piaciuta... piano piano si renderà conto che basta solo farci caso, per tornare a vedere.

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Dott.ssa Angela Borgese
Psicologo, Psicologo clinico
Gravina di Catania
Buon pomeriggio. A volte diventiamo proprio la persona che non vorremmo essere perché, senza rendercene conto, assorbiamo le parole, i giudizi e i modelli che abbiamo ricevuto da chi ci ha cresciuti.
Ci identifichiamo con ciò che ci è stato detto, anche se lo rifiutiamo.
Non è una scelta, è qualcosa che accade prima della nostra volontà.
Il percorso terapeutico serve proprio a questo:
capire da dove viene quella immagine di sé e trovare un modo di esistere che non sia più imposto dall’Altro, ma più vicino al proprio desiderio.
Dott.ssa Federica Brandolini
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
A volte diventiamo simili proprio alla persona che ci ha ferito perché, crescendo, assorbiamo inconsapevolmente i suoi modi di pensare e reagire. Non perché li vogliamo, ma perché erano gli unici modelli disponibili. Nei momenti di stress la mente torna a ciò che conosce, anche se ci fa male.
Ma questo non è destino: è solo l’effetto dell’ambiente da cui veniamo. E una volta che lo riconosci, puoi cambiare strada e costruire un modo di essere che sia davvero tuo.

Un caro saluto,
Dott.ssa Federica Brandolini
Dott.ssa Laura Raco
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Perché paradossalmente è più rassicurante avere a che fare con sé stessi quando puoi continuare a svalutarti e odiarti. Viceversa, diventare ciò che si ama e che si vorrebbe essere richiede più impegno, e non tutti sono disposti a investire in questa direzione.
Dott. Gianmarco Mannucci
Psicologo, Psicologo clinico
Pisa
Buonasera,
L'unica cosa che mi viene in mente da dirle su una domanda così vasta e al contempo complicata, è che molto spesso si fa di tutto per cercare di non divenire uguale alle persone che non ci piacciono o che "odiamo", ma che al solito tempo, proprio come cita la "profezia che si autoavvera", spesso più si cerca di allontanarsi da quel filone di pensiero e più in realtà ci avviciniamo ad esso.

Il modo in realtà migliore per far fronte alle persone che non ci picciono è accettarle così come sono e capire che noi siamo diversi, e che faremo in modo di scelgiere la nostra via nonostante che una parte di quelle persone ce la porteremo sempre dentro.
Dott.ssa Giulia Mete
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Salve,
sarebbe utile conoscersi meglio e capire come funzioniamo attraverso un percorso psicologico durante il quale si possono affrontare, in un ambiente protetto, le varie difficoltà che si riscontrano nella vita quotidiana.
Dott.ssa Giulia Stravaganti
Psicologo, Psicologo clinico
Villafranca di Verona
Risposta breve: perché quella parte, in una qualche forma, appartiene comunque al nostro mondo interno. Quando la rifiutiamo completamente, invece di scomparire tende a prendere più spazio. Se non la riconosciamo, allora non la regoliamo e finisce per guidarci senza il nostro permesso.
Dott.ssa Laura Bergamini
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente, una domanda forte e complessa. A volte diventiamo la persona che non avremmo voluto essere perchè abbiamo interiorizzato dei modelli, delle ferite o dei modi di sopravvivere imparati nel passato e nel corso del tempo. Non è una scelta nè un destino. È un segnale che ci dice che qualcosa dentro di noi chiede attenzione e cambiamento.
Con il giusto supporto è possibile comprendere da dove nasce questo malessere e si possono costruire modalità autentiche e vicine a ciò che si desidera diventare.
Se sente che possa essere utile parlarne, non esisti a contattarmi. Insieme possiamo approfondire l'argomento.
Un saluto
Dott.ssa Laura Bergamini
Psicologa - Psicodiagnosta
Dr. Simone Gagliardi
Psicologo, Psicologo clinico
Brescia
Perchè si odia ciò che non si tollera di se stessi. Quindi, da sempre, si è anche ciò che si odia.
Dott.ssa Francesca Casolari
Psicologo, Psicologo clinico
Modena
perchè ognuno ha i propri schemi mentali e quindi se non si sradica si diventa così
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buonasera, la sua domanda tocca qualcosa di molto profondo e umano. Molte persone, in momenti diversi della vita, si trovano a guardarsi allo specchio e a chiedersi come siano arrivare a diventare qualcuno che non riconoscono o che addirittura fanno fatica ad accettare. Non è un segno di debolezza, ma spesso il risultato di una combinazione di esperienze, ferite, aspettative e paure che, nel tempo, orientano i comportamenti in direzioni che non avremmo mai voluto prendere. Succede quando si cresce in ambienti dove ci si sente giudicati, svalutati o poco protetti. In questi contesti si impara, fin da molto giovani, a guardarsi con gli occhi degli altri, soprattutto se quegli altri sono figure importanti. E senza accorgercene iniziamo a credere che quei giudizi siano verità assolute, fino al punto da comportarci come se fossimo davvero quella versione fragile, inadeguata o sbagliata che ci è stata trasmessa. Non lo facciamo per scelta, ma perché iniziamo a vivere reagendo e difendendoci, più che seguendo ciò che desidereremmo per noi. A volte ci si diventa simili proprio a ciò che si teme perché quel modello è l’unico che abbiamo conosciuto. Altre volte invece accade il contrario: più cerchiamo di allontanarci da un’immagine che detestiamo, più quella prende spazio, perché la combattiamo senza un’alternativa chiara da seguire. E più passa il tempo, più può crescere la sensazione di tradire se stessi. C’è anche un altro aspetto importante. Quando si attraversano periodi difficili, di ansia, tristezza, fatica a sentirsi all’altezza, si tende ad agire in modi che servono a sopravvivere, non a evolvere. Strategicamente possono salvarci nell’immediato, ma nel lungo periodo possono farci sentire incoerenti o distanti dai nostri valori. E allora il giudizio verso se stessi diventa forte, come se i nostri gesti definissero completamente chi siamo. La verità è che non si diventa mai una persona “sbagliata” da un giorno all’altro. Si arriva lì attraverso piccole rinunce, paure, abitudini, tentativi di evitare il dolore. E soprattutto si arriva lì perché nessuno ci ha insegnato come prendersi cura della nostra parte più vulnerabile. Per questo non è mai davvero tardi per cambiare direzione. La persona che lei sente di essere oggi non è una condanna, ma una fotografia di un momento di vita segnato da esperienze che l’hanno ferita o confusa. Il lavoro più importante, in questi casi, è iniziare a distinguere chi lei è davvero da ciò che ha dovuto diventare per adattarsi. Riprendere contatto con i suoi valori, capire che cosa desidera davvero, permettersi piccoli comportamenti che vanno nella direzione di una versione di sé più vicina al suo sentire. Anche se possono sembrare gesti minimi, sono il modo in cui si comincia a rimettere ordine dentro di sé e a smettere di identificarsi solo con ciò che non piace. Non ci si deve giudicare per essere arrivati a un punto che non si desiderava. Ci si può invece chiedere, con gentilezza e curiosità, da dove arriva quella distanza e che cosa può aiutarla a ridurla. A volte basta un piccolo passo, un po’ di chiarezza, qualcuno che accompagni nel rimettere a fuoco l’immagine che si ha di sé. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott. Damiano Maccarri
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Perché non si è compresa la lezione che la vita ti mette davanti quando ti fa incontrare quella persona.
Cordialmente,
Dott. Maccarri
Dott.ssa Greta Pisano
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Può accadere di sentirsi diventare “la persona che non si vorrebbe essere” quando si vive sotto forte pressione emotiva, quando si agisce per abitudine o paura, o quando per molto tempo si sono messi da parte i propri bisogni pur di andare avanti. In questi momenti prevalgono modalità di comportamento che non rispecchiano davvero chi è, ma ciò che ha dovuto fare per adattarsi o proteggersi.

Riconoscerlo è già un passo importante: significa che una parte di lei sta chiedendo spazio per tornare a vivere in modo più autentico.

Se desidera, possiamo approfondire in un colloquio conoscitivo, anche online.

dott.ssa Greta Pisano, psicologa e psicoterapeuta
Dott.ssa Caterina Falessi
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, si tratta di una domanda molto generale che andrebbe calata nel caso specifico per avviare delle riflessioni appropriate. Sarebbe interessante comprendere perché si odia quel modo di essere, di quale modo di essere si parla, e cosa significa diventarlo. In generale, la personalità dell'individuo è composta da diverse parti, che si sviluppano sia da tratti genetici che da esperienze reiterate con persone significative. Alcune di queste parti le accettiamo più volentieri e ne siamo più consapevoli, altre invece le detestiamo (per es. perché ci ricordano qualcuno verso cui proviamo sentimenti negativi) e a volte sentiamo che prendono il sopravvento contro la nostra volontà, soprattutto se non le vogliamo accettare. Durante un percorso psicologico si approfondisco i diversi aspetti della nostra personalità, come sono nati, quanto sono davvero nostri o personaggi che agiamo automaticamente, per poterli accettare e poi decidere che cosa farci, ovvero che comportamento assumere nella vita. In questo modo si sviluppa un senso di Agency, autoefficacia, la percezione soggettiva di sentirsi in controllo della propria vita. Jung scrive: "Io non sono quello che mi é successo, sono quello che ho scelto di diventare."
Dott. Antonio Di Mauro
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Milano
La tua domanda, nella sua stringata essenzialità, mi sollecita a intervenire... Ovviamente le ragioni possono essere disparatissime, e per poterle individuare con precisione occorrerebbe almeno una seduta di psicoterapia. Qui possiamo solo avanzare alcune ipotesi. Chi odia ama, dice un proverbio popolare. E come tutti i proverbi, coglie indubbiamente nel segno. Odiare qualcuno o qualcosa, non riuscire proprio a toglierselo dalla testa, vuol dire anzitutto che quella persona o quella situazione ci ha, per così dire, magnetizzati o polarizzati, convogliando su di sé la nostra attenzione e le nostre energie anche contro la nostra volontà. Dunque, odio e amore, che a prima vista sono in opposizione come il diavolo e l’acqua santa, in verità rivelano una profonda radice unitaria. Perché l’odio cela dentro di sé l’amore? Molto spesso, ciò avviene perché siamo portati a odiare qualcuno che segretamente (ma tanto segretamente che non lo diciamo neppure a noi stessi!) invidiamo e a cui vorremo assomigliare e che vorremmo battere e superare, sotto sotto pensando però di non esserne in grado. Per questo l’amore si converte in invidia, e l’invidia, frustrazione dopo frustrazione, genera alfine l’odio. L’amore, insomma, si trasforma da ultimo nel suo apparente opposto, e cioè nell’odio, quando siamo in presenza di una realtà cui aneliamo e che ammiriamo perché la riteniamo a noi superiore, ma che temiamo d’altronde di non potere uguagliare. Ricordi l’apologo della volpe e l’uva, nella celebre fiaba di Esopo? La volpe dapprima è attratta dall’uva, che vede sospesa sul suo capo, tanto invitante, ma poi, non riuscendo a ghermirla, finisce per disprezzarla, e nell’allontanarsi ripete a se stessa che l’uva non fa per lei… Il meccanismo psicologico che trasforma l’amore in odio, l’ammirazione in invidia, è il medesimo. Ma ora tornerei a te, anonimo Paziente. E ti inviterei a domandarti – eventualmente con l’ausilio di uno psicologo o psicoterapeuta – chi o cosa attiva la tua reazione d’odio, e di quali inconfessabili qualità o fortune è depositario questo qualcuno o qualcosa, che pensi di non potere uguagliare e per questo inizi a odiare? Non a caso, denunci il rischio di diventare proprio come lui o lei; di vestirti male come lui o lei, di ballare in pista, parlare e ragionare proprio come fanno lui o lei, ecc. Tu domandi: come mai sto diventando come lui o lei? Io ti rispondo: perché verosimilmente ammiri e ami il tuo lui o la tua lei, ed essendoti persuaso di non poterlo uguagliare o superare, non puoi fare di meglio se non imitarlo, nella segreta speranza che una stella del suo firmamento possa illuminare anche te. In bocca al lupo, Antonio Di Mauro, psicologo e psicoterapeuta online.
Dott.ssa Sara Petroni
Psicologo clinico, Psicologo
Tarquinia
Gentile utente,
diventare, almeno in parte, la persona che non si vorrebbe essere è una dinamica più comune di quanto si pensi. Accade quando si cresce in contesti in cui certi modelli di comportamento – svalutazione, rigidità, paura, controllo, rabbia o evitamento – sono stati assorbiti senza volerlo. Sono strategie che un tempo servivano a sopravvivere emotivamente, ma che nell’età adulta iniziano a farci soffrire o a farci sentire “lontani” da chi vorremmo essere.

Non si tratta di un destino, né di una definizione della propria identità: è l’effetto di automatismi appresi, spesso legati alla storia familiare e alle esperienze precoci. La buona notizia è che, proprio perché sono schemi appresi, possono essere compresi e modificati attraverso un lavoro psicologico mirato.

Diventare più simili ai propri valori, e meno simili ai modelli che non si condividono, è un processo possibile e graduale. Riconoscerlo è già il primo passo del cambiamento.

Dott.ssa Sara Petroni
Dott.ssa Simona Borrelli
Psicologo, Psicologo clinico
Avellino
Perché inevitabilmente la vita ci mette continuamente alla prova, con un susseguirsi di eventi che mai ci saremmo aspettati potessero capitare "proprio a noi", per cui, può capitare, che solo vivendo una determinata situazione si possa effettivamente comprendere come reagire, e magari, si reagisce nella maniera e nella misura che in quel momento riteniamo più opportuna, anche se, in un secondo momento, ci accorgiamo di aver reagito differentemente da come avremmo voluto. Oppure, automaticamente ed inconsciamente, abbiamo interiorizzato, durante la fase evolutiva, un modello che, per quanto distante dalle nostre caratteristiche, risulta essere "appreso", per cui, più semplice per noi da riproporre.
A tutt può capitare di comportarsi in modi che non vorremmo. Abbiamo tante parti diverse dentro di noi, alcune più "accettabili" e facili da esprimere e altre che cerchiamo di nascondere, spesso parti sofferenti o che hanno qualità molto diverse dalla persona che vogliamo essere. Quando queste parti, che possono rispecchiare un tipo di persona che odiamo, emergono nei nostri comportamenti, può essere un segnale importante: qualcosa nella nostra storia, nei nostri legami o nei nostri bisogni non è stato ascoltato. Possono essere segnali di ferite che hanno bisogno di cura. Questo può succedere in modo particolare in momenti di stress o di sofferenza, in cui il nostro sistema emotivo reagisce automaticamente, nel tentativo di proteggerci. Un aspetto particolare della nostra psicologia è il fatto che più temiamo qualcosa e cerchiamo di reprimerla, più troverà un modo per riemergere, in modo da permetterci di guarirla. Il lavoro che possiamo fare è capirre quali parti di noi stanno soffrendo e come restituire loro un posto più sano, senza che prendano tutto lo spazio. Questo può permetterci di diventare versioni migliori, più ricche e sfaccettate, di noi.
Dott.ssa Lavinia Sestito
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Ciao,
non so molto di te, ma se penso al "diventare" come chi si odia , mi fa pensare ad un genitore o ad una altra figura "significativa" della tua vita, che non sia stata propriamente affettiva ed ad oggi trovi in te lati di quella persona che non ti piacciono.
Il motivo c'è ed è molto semplice ma importante da capire.
In una valida terapia, lo potresti capire e stare meglio, rispondendo alla tua difficile e seria domanda.
Un caro saluto
Lavini
Dott.ssa Emanuela Franchina
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Salve, la ringrazio per aver condiviso il suo vissuto.
A volte può accadere di sentirsi diventare "la persona che non vorremmo essere" quando siamo sotto stress, quando viviamo emozioni non elaborate o magari quando ci sentiamo lontani dai nostri bisogni. Questo può generare comportamenti o reazioni che non riconosciamo come nostri.
Pertanto, rispetto alla sua domanda, può essere utile chiedersi: cosa sta accadendo dentro di me in questo momento? Perché mi sento così? E soprattutto, chi desidero essere?
Un percorso di supporto può aiutarla a comprendere meglio ciò che sta attraversando ed a ritrovarsi.
Resto a disposizione.
Dott.ssa Emanuela Franchina
Dott. Leonardo Iacovone
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente, premetto che il processo non è così automatico e non funziona per tutti allo stesso modo. Allo stesso modo, a volte può accadere ciò che lei riporta perché queste persone, spesso identificabili con le figure genitoriali o comunque quelle che ci hanno cresciuti, rappresentano per noi l'unico modello di riferimento più familiare e che bene o male abbiamo interiorizzato. Questo può accadere soprattutto quando non ci viene offerto un modello alternativo più funzionale in grado di mostrarci come comportarci diversamente. un saluto
Dott.ssa Federica Li Greci
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Succede spesso di percepirsi come "la persona che non si sarebbe mai voluti diventare’ quando si attraversano periodi di forte stress, conflitto interno o cambiamento: tuttavia, non è un vero cambiamento dell’identità, ma un segnale che qualcosa dentro di noi sta chiedendo attenzione.
Quando siamo sotto pressione, il nostro sistema di difesa attiva comportamenti ‘automatici’, spesso appresi nell’infanzia o osservati negli altri, che non rispecchiano i nostri valori ma servono a farci sentire al sicuro: per questo possono emergere parti di noi che non riconosciamo.
Lavorare su questi aspetti significa proprio comprendere da dove nascono, che funzione hanno e cosa stanno cercando di proteggerci o comunicarci.
È un processo che permette di recuperare coerenza con ciò che desideriamo essere e di trasformare quelle parti in risorse, invece di vederle come fallimenti.
Dr. Francesco Rossi
Psicologo, Psicologo clinico
Ozzano dell'Emilia
Salve, il concetto Junghiano di "Ombra" ci aiuta a dare risposta almeno parzialmente... Se non accettiamo alcuni aspetti di noi, ne proiettiamo parte della nostra carica emotiva su altre persone, specialmente proprio quelle persone che ci mostrano o ricordano quella parte di noi da cui vorremmo prendere le distanze.
Il fatto è che ciò che mettiamo nella nostra ombra e che poi proiettiamo non smette di far parte di noi, anzi, più ce lo neghiamo e non l'accettiamo, più prende forza e agisce inconsciamente portandoci anche a comportarci fino anche a percepirci come le persone che non vorremmo mai essere.
Suggerirei un percorso psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Dott.ssa Martina Scandola
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Questa è una domanda molto importante, e mi sembra che nasca da un punto di grande sofferenza. Spesso diventiamo simili proprio a quelle parti che più detestiamo non perché le abbiamo scelte, ma perché sono state, in qualche modo, le prime forme di sopravvivenza che abbiamo imparato. Quando un ambiente è critico, giudicante, trascurante o confuso, il bambino non può permettersi di essere se stesso: deve adattarsi. E quell’adattamento, col tempo, può trasformarsi in tratti che da adulti viviamo come ‘non nostri’. In psicoanalisi diciamo che spesso ci identifichiamo con ciò che ci ha ferito. È come se, per non sentirci completamente impotenti, interiorizzassimo modi di pensare, reagire o trattarci che abbiamo respirato nei nostri primi legami. Allora diventano parte della nostra struttura, anche se non ci somigliano davvero. Quindi non si diventa ‘la persona che si odia’ per scelta, ma perché certe modalità si sono costruite in momenti in cui non c’erano alternative. Il lavoro che possiamo fare qui è proprio iniziare a distinguere: cosa è stato appreso per necessità? cosa apparteneva agli altri? e cosa invece può diventare, oggi, più vicino a chi sei davvero?

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