perchè si diventa la persona che si odia/ non si vorrebbe mai diventare?
perchè si diventa la persona che si odia/ non si vorrebbe mai diventare?
26 risposte
Buongiorno. La sua domanda penso abbia molteplici risposte. Spesso, in quanto individui cresciuti all'interno di sistemi sociali (in primis la famiglia), apprendiamo dai modelli ai quali siamo esposti. Perciò, può capitare, che anche quelle parti che ci irritano negli altri (es. nei nostri genitori) vengano ugualmente apprese da noi figli e, di conseguenza, replicate. Inoltre, invece che addossarsi questa immagine di sè che lei descrive come ciò che odia, dovrebbe spostare l'attenzione sulla funzione che assume questo suo essere. Mi spiego meglio, probabilmente ciò che lei mette in pratica le serve comunque a qualcosa e per potersi modificare bisogna prima rendersi consapevoli di ciò che attiva una determinata risposta, in secondo luogo possiamo provare a mettere in pratica nuovi modelli/strategie. Ma si ricordi che ciò che viene reiterato per molto tempo è più difficile da modificare/scardinare. Da ultimo, uno spunto di riflessione. Siamo molto più portati a notare in noi stessi ciò che non ci piace, ciò che è troppo, ciò che stona... ma questo spesso ci rende ciechi di fronte a quelle parti di noi che invece sono in equilibrio, in sintonia, che vengono apprezzate anche dagli altri, ma non da noi stessi. Provi a scrivere su un foglio di carta, ogni sera, anche solo una cosa che lei quel giorno è riuscita a fare e che le è piaciuta... piano piano si renderà conto che basta solo farci caso, per tornare a vedere.
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Buon pomeriggio. A volte diventiamo proprio la persona che non vorremmo essere perché, senza rendercene conto, assorbiamo le parole, i giudizi e i modelli che abbiamo ricevuto da chi ci ha cresciuti. Ci identifichiamo con ciò che ci è stato detto, anche se lo rifiutiamo. Non è una scelta, è qualcosa che accade prima della nostra volontà. Il percorso terapeutico serve proprio a questo: capire da dove viene quella immagine di sé e trovare un modo di esistere che non sia più imposto dall’Altro, ma più vicino al proprio desiderio.
A volte diventiamo simili proprio alla persona che ci ha ferito perché, crescendo, assorbiamo inconsapevolmente i suoi modi di pensare e reagire. Non perché li vogliamo, ma perché erano gli unici modelli disponibili. Nei momenti di stress la mente torna a ciò che conosce, anche se ci fa male. Ma questo non è destino: è solo l’effetto dell’ambiente da cui veniamo. E una volta che lo riconosci, puoi cambiare strada e costruire un modo di essere che sia davvero tuo. Un caro saluto, Dott.ssa Federica Brandolini
Perché paradossalmente è più rassicurante avere a che fare con sé stessi quando puoi continuare a svalutarti e odiarti. Viceversa, diventare ciò che si ama e che si vorrebbe essere richiede più impegno, e non tutti sono disposti a investire in questa direzione.
Buonasera, L'unica cosa che mi viene in mente da dirle su una domanda così vasta e al contempo complicata, è che molto spesso si fa di tutto per cercare di non divenire uguale alle persone che non ci piacciono o che "odiamo", ma che al solito tempo, proprio come cita la "profezia che si autoavvera", spesso più si cerca di allontanarsi da quel filone di pensiero e più in realtà ci avviciniamo ad esso. Il modo in realtà migliore per far fronte alle persone che non ci picciono è accettarle così come sono e capire che noi siamo diversi, e che faremo in modo di scelgiere la nostra via nonostante che una parte di quelle persone ce la porteremo sempre dentro.
Salve, sarebbe utile conoscersi meglio e capire come funzioniamo attraverso un percorso psicologico durante il quale si possono affrontare, in un ambiente protetto, le varie difficoltà che si riscontrano nella vita quotidiana.
Risposta breve: perché quella parte, in una qualche forma, appartiene comunque al nostro mondo interno. Quando la rifiutiamo completamente, invece di scomparire tende a prendere più spazio. Se non la riconosciamo, allora non la regoliamo e finisce per guidarci senza il nostro permesso.
Gentile utente, una domanda forte e complessa. A volte diventiamo la persona che non avremmo voluto essere perchè abbiamo interiorizzato dei modelli, delle ferite o dei modi di sopravvivere imparati nel passato e nel corso del tempo. Non è una scelta nè un destino. È un segnale che ci dice che qualcosa dentro di noi chiede attenzione e cambiamento. Con il giusto supporto è possibile comprendere da dove nasce questo malessere e si possono costruire modalità autentiche e vicine a ciò che si desidera diventare. Se sente che possa essere utile parlarne, non esisti a contattarmi. Insieme possiamo approfondire l'argomento. Un saluto Dott.ssa Laura Bergamini Psicologa - Psicodiagnosta
Buonasera, la sua domanda tocca qualcosa di molto profondo e umano. Molte persone, in momenti diversi della vita, si trovano a guardarsi allo specchio e a chiedersi come siano arrivare a diventare qualcuno che non riconoscono o che addirittura fanno fatica ad accettare. Non è un segno di debolezza, ma spesso il risultato di una combinazione di esperienze, ferite, aspettative e paure che, nel tempo, orientano i comportamenti in direzioni che non avremmo mai voluto prendere. Succede quando si cresce in ambienti dove ci si sente giudicati, svalutati o poco protetti. In questi contesti si impara, fin da molto giovani, a guardarsi con gli occhi degli altri, soprattutto se quegli altri sono figure importanti. E senza accorgercene iniziamo a credere che quei giudizi siano verità assolute, fino al punto da comportarci come se fossimo davvero quella versione fragile, inadeguata o sbagliata che ci è stata trasmessa. Non lo facciamo per scelta, ma perché iniziamo a vivere reagendo e difendendoci, più che seguendo ciò che desidereremmo per noi. A volte ci si diventa simili proprio a ciò che si teme perché quel modello è l’unico che abbiamo conosciuto. Altre volte invece accade il contrario: più cerchiamo di allontanarci da un’immagine che detestiamo, più quella prende spazio, perché la combattiamo senza un’alternativa chiara da seguire. E più passa il tempo, più può crescere la sensazione di tradire se stessi. C’è anche un altro aspetto importante. Quando si attraversano periodi difficili, di ansia, tristezza, fatica a sentirsi all’altezza, si tende ad agire in modi che servono a sopravvivere, non a evolvere. Strategicamente possono salvarci nell’immediato, ma nel lungo periodo possono farci sentire incoerenti o distanti dai nostri valori. E allora il giudizio verso se stessi diventa forte, come se i nostri gesti definissero completamente chi siamo. La verità è che non si diventa mai una persona “sbagliata” da un giorno all’altro. Si arriva lì attraverso piccole rinunce, paure, abitudini, tentativi di evitare il dolore. E soprattutto si arriva lì perché nessuno ci ha insegnato come prendersi cura della nostra parte più vulnerabile. Per questo non è mai davvero tardi per cambiare direzione. La persona che lei sente di essere oggi non è una condanna, ma una fotografia di un momento di vita segnato da esperienze che l’hanno ferita o confusa. Il lavoro più importante, in questi casi, è iniziare a distinguere chi lei è davvero da ciò che ha dovuto diventare per adattarsi. Riprendere contatto con i suoi valori, capire che cosa desidera davvero, permettersi piccoli comportamenti che vanno nella direzione di una versione di sé più vicina al suo sentire. Anche se possono sembrare gesti minimi, sono il modo in cui si comincia a rimettere ordine dentro di sé e a smettere di identificarsi solo con ciò che non piace. Non ci si deve giudicare per essere arrivati a un punto che non si desiderava. Ci si può invece chiedere, con gentilezza e curiosità, da dove arriva quella distanza e che cosa può aiutarla a ridurla. A volte basta un piccolo passo, un po’ di chiarezza, qualcuno che accompagni nel rimettere a fuoco l’immagine che si ha di sé. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Perché non si è compresa la lezione che la vita ti mette davanti quando ti fa incontrare quella persona. Cordialmente, Dott. Maccarri
Può accadere di sentirsi diventare “la persona che non si vorrebbe essere” quando si vive sotto forte pressione emotiva, quando si agisce per abitudine o paura, o quando per molto tempo si sono messi da parte i propri bisogni pur di andare avanti. In questi momenti prevalgono modalità di comportamento che non rispecchiano davvero chi è, ma ciò che ha dovuto fare per adattarsi o proteggersi. Riconoscerlo è già un passo importante: significa che una parte di lei sta chiedendo spazio per tornare a vivere in modo più autentico. Se desidera, possiamo approfondire in un colloquio conoscitivo, anche online. dott.ssa Greta Pisano, psicologa e psicoterapeuta
Buongiorno, si tratta di una domanda molto generale che andrebbe calata nel caso specifico per avviare delle riflessioni appropriate. Sarebbe interessante comprendere perché si odia quel modo di essere, di quale modo di essere si parla, e cosa significa diventarlo. In generale, la personalità dell'individuo è composta da diverse parti, che si sviluppano sia da tratti genetici che da esperienze reiterate con persone significative. Alcune di queste parti le accettiamo più volentieri e ne siamo più consapevoli, altre invece le detestiamo (per es. perché ci ricordano qualcuno verso cui proviamo sentimenti negativi) e a volte sentiamo che prendono il sopravvento contro la nostra volontà, soprattutto se non le vogliamo accettare. Durante un percorso psicologico si approfondisco i diversi aspetti della nostra personalità, come sono nati, quanto sono davvero nostri o personaggi che agiamo automaticamente, per poterli accettare e poi decidere che cosa farci, ovvero che comportamento assumere nella vita. In questo modo si sviluppa un senso di Agency, autoefficacia, la percezione soggettiva di sentirsi in controllo della propria vita. Jung scrive: "Io non sono quello che mi é successo, sono quello che ho scelto di diventare."
La tua domanda, nella sua stringata essenzialità, mi sollecita a intervenire... Ovviamente le ragioni possono essere disparatissime, e per poterle individuare con precisione occorrerebbe almeno una seduta di psicoterapia. Qui possiamo solo avanzare alcune ipotesi. Chi odia ama, dice un proverbio popolare. E come tutti i proverbi, coglie indubbiamente nel segno. Odiare qualcuno o qualcosa, non riuscire proprio a toglierselo dalla testa, vuol dire anzitutto che quella persona o quella situazione ci ha, per così dire, magnetizzati o polarizzati, convogliando su di sé la nostra attenzione e le nostre energie anche contro la nostra volontà. Dunque, odio e amore, che a prima vista sono in opposizione come il diavolo e l’acqua santa, in verità rivelano una profonda radice unitaria. Perché l’odio cela dentro di sé l’amore? Molto spesso, ciò avviene perché siamo portati a odiare qualcuno che segretamente (ma tanto segretamente che non lo diciamo neppure a noi stessi!) invidiamo e a cui vorremo assomigliare e che vorremmo battere e superare, sotto sotto pensando però di non esserne in grado. Per questo l’amore si converte in invidia, e l’invidia, frustrazione dopo frustrazione, genera alfine l’odio. L’amore, insomma, si trasforma da ultimo nel suo apparente opposto, e cioè nell’odio, quando siamo in presenza di una realtà cui aneliamo e che ammiriamo perché la riteniamo a noi superiore, ma che temiamo d’altronde di non potere uguagliare. Ricordi l’apologo della volpe e l’uva, nella celebre fiaba di Esopo? La volpe dapprima è attratta dall’uva, che vede sospesa sul suo capo, tanto invitante, ma poi, non riuscendo a ghermirla, finisce per disprezzarla, e nell’allontanarsi ripete a se stessa che l’uva non fa per lei… Il meccanismo psicologico che trasforma l’amore in odio, l’ammirazione in invidia, è il medesimo. Ma ora tornerei a te, anonimo Paziente. E ti inviterei a domandarti – eventualmente con l’ausilio di uno psicologo o psicoterapeuta – chi o cosa attiva la tua reazione d’odio, e di quali inconfessabili qualità o fortune è depositario questo qualcuno o qualcosa, che pensi di non potere uguagliare e per questo inizi a odiare? Non a caso, denunci il rischio di diventare proprio come lui o lei; di vestirti male come lui o lei, di ballare in pista, parlare e ragionare proprio come fanno lui o lei, ecc. Tu domandi: come mai sto diventando come lui o lei? Io ti rispondo: perché verosimilmente ammiri e ami il tuo lui o la tua lei, ed essendoti persuaso di non poterlo uguagliare o superare, non puoi fare di meglio se non imitarlo, nella segreta speranza che una stella del suo firmamento possa illuminare anche te. In bocca al lupo, Antonio Di Mauro, psicologo e psicoterapeuta online.
Gentile utente, diventare, almeno in parte, la persona che non si vorrebbe essere è una dinamica più comune di quanto si pensi. Accade quando si cresce in contesti in cui certi modelli di comportamento – svalutazione, rigidità, paura, controllo, rabbia o evitamento – sono stati assorbiti senza volerlo. Sono strategie che un tempo servivano a sopravvivere emotivamente, ma che nell’età adulta iniziano a farci soffrire o a farci sentire “lontani” da chi vorremmo essere. Non si tratta di un destino, né di una definizione della propria identità: è l’effetto di automatismi appresi, spesso legati alla storia familiare e alle esperienze precoci. La buona notizia è che, proprio perché sono schemi appresi, possono essere compresi e modificati attraverso un lavoro psicologico mirato. Diventare più simili ai propri valori, e meno simili ai modelli che non si condividono, è un processo possibile e graduale. Riconoscerlo è già il primo passo del cambiamento. Dott.ssa Sara Petroni
Perché inevitabilmente la vita ci mette continuamente alla prova, con un susseguirsi di eventi che mai ci saremmo aspettati potessero capitare "proprio a noi", per cui, può capitare, che solo vivendo una determinata situazione si possa effettivamente comprendere come reagire, e magari, si reagisce nella maniera e nella misura che in quel momento riteniamo più opportuna, anche se, in un secondo momento, ci accorgiamo di aver reagito differentemente da come avremmo voluto. Oppure, automaticamente ed inconsciamente, abbiamo interiorizzato, durante la fase evolutiva, un modello che, per quanto distante dalle nostre caratteristiche, risulta essere "appreso", per cui, più semplice per noi da riproporre.
A tutt può capitare di comportarsi in modi che non vorremmo. Abbiamo tante parti diverse dentro di noi, alcune più "accettabili" e facili da esprimere e altre che cerchiamo di nascondere, spesso parti sofferenti o che hanno qualità molto diverse dalla persona che vogliamo essere. Quando queste parti, che possono rispecchiare un tipo di persona che odiamo, emergono nei nostri comportamenti, può essere un segnale importante: qualcosa nella nostra storia, nei nostri legami o nei nostri bisogni non è stato ascoltato. Possono essere segnali di ferite che hanno bisogno di cura. Questo può succedere in modo particolare in momenti di stress o di sofferenza, in cui il nostro sistema emotivo reagisce automaticamente, nel tentativo di proteggerci. Un aspetto particolare della nostra psicologia è il fatto che più temiamo qualcosa e cerchiamo di reprimerla, più troverà un modo per riemergere, in modo da permetterci di guarirla. Il lavoro che possiamo fare è capirre quali parti di noi stanno soffrendo e come restituire loro un posto più sano, senza che prendano tutto lo spazio. Questo può permetterci di diventare versioni migliori, più ricche e sfaccettate, di noi.
Ciao, non so molto di te, ma se penso al "diventare" come chi si odia , mi fa pensare ad un genitore o ad una altra figura "significativa" della tua vita, che non sia stata propriamente affettiva ed ad oggi trovi in te lati di quella persona che non ti piacciono. Il motivo c'è ed è molto semplice ma importante da capire. In una valida terapia, lo potresti capire e stare meglio, rispondendo alla tua difficile e seria domanda. Un caro saluto Lavini
Salve, la ringrazio per aver condiviso il suo vissuto. A volte può accadere di sentirsi diventare "la persona che non vorremmo essere" quando siamo sotto stress, quando viviamo emozioni non elaborate o magari quando ci sentiamo lontani dai nostri bisogni. Questo può generare comportamenti o reazioni che non riconosciamo come nostri. Pertanto, rispetto alla sua domanda, può essere utile chiedersi: cosa sta accadendo dentro di me in questo momento? Perché mi sento così? E soprattutto, chi desidero essere? Un percorso di supporto può aiutarla a comprendere meglio ciò che sta attraversando ed a ritrovarsi. Resto a disposizione. Dott.ssa Emanuela Franchina
Gentile utente, premetto che il processo non è così automatico e non funziona per tutti allo stesso modo. Allo stesso modo, a volte può accadere ciò che lei riporta perché queste persone, spesso identificabili con le figure genitoriali o comunque quelle che ci hanno cresciuti, rappresentano per noi l'unico modello di riferimento più familiare e che bene o male abbiamo interiorizzato. Questo può accadere soprattutto quando non ci viene offerto un modello alternativo più funzionale in grado di mostrarci come comportarci diversamente. un saluto
Succede spesso di percepirsi come "la persona che non si sarebbe mai voluti diventare’ quando si attraversano periodi di forte stress, conflitto interno o cambiamento: tuttavia, non è un vero cambiamento dell’identità, ma un segnale che qualcosa dentro di noi sta chiedendo attenzione. Quando siamo sotto pressione, il nostro sistema di difesa attiva comportamenti ‘automatici’, spesso appresi nell’infanzia o osservati negli altri, che non rispecchiano i nostri valori ma servono a farci sentire al sicuro: per questo possono emergere parti di noi che non riconosciamo. Lavorare su questi aspetti significa proprio comprendere da dove nascono, che funzione hanno e cosa stanno cercando di proteggerci o comunicarci. È un processo che permette di recuperare coerenza con ciò che desideriamo essere e di trasformare quelle parti in risorse, invece di vederle come fallimenti.
Salve, il concetto Junghiano di "Ombra" ci aiuta a dare risposta almeno parzialmente... Se non accettiamo alcuni aspetti di noi, ne proiettiamo parte della nostra carica emotiva su altre persone, specialmente proprio quelle persone che ci mostrano o ricordano quella parte di noi da cui vorremmo prendere le distanze. Il fatto è che ciò che mettiamo nella nostra ombra e che poi proiettiamo non smette di far parte di noi, anzi, più ce lo neghiamo e non l'accettiamo, più prende forza e agisce inconsciamente portandoci anche a comportarci fino anche a percepirci come le persone che non vorremmo mai essere. Suggerirei un percorso psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta. Saluti. Dr. Francesco Rossi.
Questa è una domanda molto importante, e mi sembra che nasca da un punto di grande sofferenza. Spesso diventiamo simili proprio a quelle parti che più detestiamo non perché le abbiamo scelte, ma perché sono state, in qualche modo, le prime forme di sopravvivenza che abbiamo imparato. Quando un ambiente è critico, giudicante, trascurante o confuso, il bambino non può permettersi di essere se stesso: deve adattarsi. E quell’adattamento, col tempo, può trasformarsi in tratti che da adulti viviamo come ‘non nostri’. In psicoanalisi diciamo che spesso ci identifichiamo con ciò che ci ha ferito. È come se, per non sentirci completamente impotenti, interiorizzassimo modi di pensare, reagire o trattarci che abbiamo respirato nei nostri primi legami. Allora diventano parte della nostra struttura, anche se non ci somigliano davvero. Quindi non si diventa ‘la persona che si odia’ per scelta, ma perché certe modalità si sono costruite in momenti in cui non c’erano alternative. Il lavoro che possiamo fare qui è proprio iniziare a distinguere: cosa è stato appreso per necessità? cosa apparteneva agli altri? e cosa invece può diventare, oggi, più vicino a chi sei davvero?
Salve, credo che la sua domanda sia un punto di partenza per tantissime riflessioni e anche molto stimolanti. Una di queste potrebbe essere (per fare un esempio): "che cosa odia di lei? che cosa non avrebbe voluto diventare?"; a volte le nostre "parti cattive" custodiscono modi di sopravvivere, conflitti e ferite più profonde, ma piuttosto che combatterle, potremmo anche "allearci" con loro per farcene carico. La ringrazio molto per aver condiviso qui la sua domanda. Dott.ssa M.M.
Sono la Dottoressa Figlioli Silvana, psicologa clinica e psicoterapeuta esistenziale. Una delle domande più dolorose che una persona possa porsi è: “Perché sono diventata proprio ciò che odiavo? Perché assomiglio alla persona che non avrei mai voluto essere?”** È una domanda che spesso nasce con vergogna, rabbia, senso di colpa. Ma, da un punto di vista clinico ed esistenziale, non va letta come una condanna. Va ascoltata come un grido profondo della coscienza. Molte volte non diventiamo ciò che odiamo perché lo scegliamo davvero. Lo diventiamo perché, in qualche modo, siamo rimasti legati a quella ferita. Ciò che abbiamo odiato, temuto o rifiutato può avere occupato così tanto spazio dentro di noi da diventare una presenza interna. Non una scelta libera, ma una forma di prigionia psichica. Quando un bambino, un adolescente o anche un adulto vive accanto a una figura percepita come dura, svalutante, fredda, aggressiva, incoerente o manipolatoria, può sviluppare un rifiuto profondo: “Io non sarò mai così”. Quella frase, però, non sempre basta a liberarci. A volte, proprio mentre cerchiamo disperatamente di non somigliare a quella persona, continuiamo a ruotare attorno a lei. La combattiamo, la giudichiamo, la respingiamo, ma restiamo psicologicamente organizzati intorno a quella figura. In terapia si osserva spesso questo paradosso: ciò che non è stato elaborato viene ripetuto. Non perché la persona sia cattiva. Non perché sia falsa. Non perché non abbia valori. Ma perché la psiche tende a riprodurre ciò che conosce, anche quando ciò che conosce ha fatto male. Il familiare non coincide sempre con il sano. A volte il familiare è proprio ciò che ci ha feriti. Eppure, proprio perché lo conosciamo, diventa una matrice interna. Un copione. Un modo automatico di reagire. Un linguaggio emotivo appreso. Si può diventare simili a chi si odiava perché si è interiorizzato il suo modo di difendersi dal dolore. Chi è stato umiliato può imparare a umiliare per non sentirsi fragile. Chi è stato controllato può diventare controllante per non sentire l’angoscia dell’abbandono. Chi è stato trascurato può diventare freddo per non sentire il bisogno. Chi è stato invaso può diventare invadente o, al contrario, completamente distante. Chi ha subito durezza può convincersi che essere duro sia l’unico modo per non essere distrutto. Dietro molti comportamenti che non ci piacciono di noi stessi non c’è una vera identità, ma una difesa. C’è una parte ferita che ha imparato a sopravvivere usando le armi dell’ambiente da cui proveniva. Da una prospettiva esistenziale, questo tema riguarda profondamente la libertà. Non la libertà superficiale del “basta volerlo”, ma quella più complessa e dolorosa del riconoscere i propri condizionamenti. L’essere umano non nasce nel vuoto: nasce dentro una storia, dentro relazioni, linguaggi, mancanze, aspettative, traumi, silenzi. Ma non è condannato a coincidere per sempre con ciò che ha ricevuto. Il punto non è colpevolizzarsi dicendo: “Sono diventata come loro”. Il punto è fermarsi e chiedersi: “Dove ho imparato questa modalità?” “Da quale dolore mi sta proteggendo?” “Quale parte di me sta ancora reagendo al passato?” “Sto scegliendo davvero o sto ripetendo?” “Questa sono io, o è una mia difesa antica?” Diventare consapevoli di somigliare a ciò che abbiamo odiato è un momento durissimo, ma può essere anche un momento trasformativo. Perché finché ripetiamo senza vedere, siamo prigionieri. Quando iniziamo a vedere, nasce uno spazio di libertà. La terapia serve anche a questo: non a giudicare la persona, ma ad aiutarla a distinguere ciò che è autenticamente suo da ciò che ha ereditato, assorbito, imitato, subito o riprodotto. Non siamo responsabili di tutto ciò che ci è accaduto. Ma, a un certo punto, possiamo diventare responsabili del modo in cui continuiamo a vivere ciò che ci è accaduto. Questo non significa cancellare il passato. Significa smettere di lasciargli la regia totale della nostra esistenza. A volte odiamo nell’altro qualcosa che ci ha ferito profondamente. Altre volte odiamo nell’altro qualcosa che, senza volerlo, portiamo già dentro come possibilità. L’odio, infatti, è spesso un legame potentissimo. Non libera: tiene agganciati. Per questo, per non diventare ciò che odiamo, non basta odiare. Bisogna comprendere. Attraversare. Elaborare. Dare significato. Separarsi interiormente. La vera separazione non avviene quando diciamo: “Io non sarò mai così”. Avviene quando possiamo dire: “Riconosco da dove vengo, riconosco cosa mi ha fatto male, riconosco cosa ho imparato per difendermi, ma oggi scelgo di non continuare a ripetere quel copione”. In questo senso, il lavoro psicoterapeutico è un lavoro di restituzione della persona a se stessa. Non si tratta di diventare perfetti. Si tratta di diventare consapevoli. Di interrompere automatismi. Di trasformare la rabbia in comprensione. La vergogna in responsabilità. La ripetizione in scelta. La ferita in presenza. La domanda “perché sono diventata ciò che odiavo?” può allora trasformarsi in una domanda più profonda: “Quale parte di me sta ancora chiedendo di essere liberata da quella storia?” E lì, proprio lì, può iniziare il cambiamento. Mi contatti senza alcuna esitazione
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