Che tipo di percorso fare per affrontare e risolvere traumi dovuti a più esperienze negative sul lav
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Che tipo di percorso fare per affrontare e risolvere traumi dovuti a più esperienze negative sul lavoro? Buongiorno a tutti, chiedo vivamente consiglio per quanto riguarda una situazione che tende a ripetersi ogni volta che io "cambio lavoro". Cerco di spiegami brevemente, ma in modo completo. È doveroso fare una premessa iniziale: ho sempre avuto difficoltà nei vari lavori che ho svolto fino ad ora, sia a livello relazionale con i colleghi, che a livello pratico/lavorativo. Ho iniziato a lavorare a 19 anni, praticamente subito dopo essermi diplomata, nel 2010. Al tempo ho scelto di non proseguire con gli studi perché nell'aria c'era già la "crisi" economica e ho preferito fare una scelta diversa. Caratterialmente sono una ragazza abbastanza decisa in alcune situazioni, mentre in altre, sono totalmente insicura e timorosa. La mia prima esperienza lavorativa è durata solamente 15 giorni, presso un'azienda di piccole dimensioni che si occupava di sistemi e gestionali per la contabilità. È stata orribile. La moglie del titolare era veramente matta. Mi urlava addosso, mi sgridava mentre ero al telefono con i clienti, non mi veniva spiegato nulla e dovevo arrangiarmi con la pretesa di fare le cose correttamente. Dopo aver assaggiato l'ambiente, ho deciso di andarmene. Orribile. Successivamente ho trovato impiego presso uno studio di commercialisti, ci sono rimasta per 3 anni. Inizialmente andava tutto bene, per i primi 2 anni e mezzo non ho avuto problemi, ero la loro prima impiegata. Successivamente hanno iniziato a richiamarmi ogni 2*3, a "rinchiudermi" nella sala riunioni a subire cazziatoni inenarrabili, dicendomi testualmente queste parole "a volte lavori da 10, altre invece fai degli s*erdoni", venivo trattenuta in quella sala a volte anche per 4 ore su 5, perché avevo un part time orizzontale. Tutto perché pretendevano sempre di più da me, dopo aver chiesto svariate volte di aumentare l'orario lavorativo perché non riuscivo più a gestire la contabilità delle aziende in poche ore, richiesta rifiutata più volte. Mi assegnavano anche la parte fiscale, senza spiegarmi nulla di nulla e pretendevano un lavoro perfetto. Dopo 6 mesi di insulti gratuiti, mail con caratteri da 48pt, ore costretta a subire senza poter replicare, mi hanno costretta a firmare una falsa lettera di dimissioni altrimenti mi avrebbero "referenziata negativamente nei prossimi lavori". Io allucinata. Nel frattempo ero diventata anemica, soffrivo di gastrite e ho rischiato la depressione. Mi ci sono voluti 2 anni prima di rimettermi. Avevo il terrore del mondo del lavoro e non volevo già più saperne a soli 23 anni. Piano piano ci ho riprovato, ma di nuovo sono incappata in un luogo tossico. Dove la responsabile scriveva sui gruppi di WhatsApp anche alle 1 di notte e quando non venivano raggiunti gli obiettivi di vendita, piovevano letteralmente insulti sulle capacità di lavoro. Questa persona era estremamente frustrata, gelosa e spesso arrabbiata se qualche collega osava superarla a livello di numeri. Tutto sommato ho resistito 2 anni e poi ho cambiato di nuovo. Sono entrata a far parte del mondo della telefonia e ne faccio parte da allora, ma anche qui ne ho passate di tutte. All'inizio nel 2019 ho avuto a che fare con un narcisista come responsabile. Mi sono rivolta ad una Psicologa per riuscire a gestire la cosa perché io avevo bisogno di lavorare. Venivo bullizzata sul lavoro, ci ho impiegato un sacco di tempo per imparare perché nessuno aveva la pazienza di insegnarmi come funzionavano le cose. Solo un collega e in fondo è grazie a lui che alla fine ho continuato nel settore. Ho subito violenze verbali di ogni genere (non vali nulla, non sei capace, non fai numeri, ecc...), bullismo vero e proprio, mi venivano date colpe di errori che non avevo commesso io, mi veniva imposto un outfit "ammiccante", di truccarmi, di essere più femminile (nonostante io abbia perfettamente rispettato tutte le regole richieste sull'abbigliamento), non andava mai bene perché dovevo soddisfare le aspettative di chi era il responsabile. Ero costantemente presa in giro. Così durante il Covid ho deciso di lasciare anche quel posto e di passare ai negozi. Beh, la situazione è stata positiva solo appena cominciato. Il resto un disastro. Ho scoperto di aver avuto colleghe gelose, di aver subito alle spalle cattiverie di ogni genere, davanti tutti quanti col sorriso e a dirmi che ero brava e dietro invece me ne combinavano di ogni. A tal punto che la mia assunzione è stata quasi messa a rischio per via di etichette false nei miei confronti. Dopo aver dimostrato le mie capacità e aver lottato disperatamente per togliere queste false etichette e dicerie nei miei confronti ed essermi spinta al massimo del mio meglio, alla fine ho dovuto cedere ed andarmene, perché l'azienda non ha "preso bene" il mio insistere nel chiedere un cambio di contratto verso assunzione diretta, nonostante io abbia dimostrato tutte le competenze e capacità necessarie affinché questo avvenisse. Era il mio primo impiego serio ed ero determinatissima ad ottenere quel contratto, mancava solo uno step, un semplicissimo step, ma nulla. Hanno prevalso quelle etichette iniziali che mi sono state appiccicate ingiustamente. Dopo 5 anni in questa azienda, lascio col cuore a pezzi. In fondo mi piaceva il lavoro, ma l'ambiente era diventato troppo tossico ed estremamente competitivo, dove chi andava avanti non era chi aveva serietà, ma chi era il "cocco" di turno. Amareggiata al massimo abbandono. Da allora è stato un susseguirsi di lavori, che io poi ho sempre lasciato per svariati motivi: problemi di salute a casa, stipendi inadeguati, contratti non propriamente corretti. Ora sono rientrata nel settore da poco, ma vivo la cosa con estrema paura e tensione alle stelle. L'ho sempre vissuta in questo modo. Anche nei precedenti lavori. Ho paura di essere giudicata, di trovare colleghi cattivi, di sbagliare, di non andare bene. Ho paura di prendere qualsiasi iniziativa, di essere troppo lenta ad imparare. Non tollero più che mi si dica qualcosa di negativo. Di fatto sono stremata da questo mondo. Esaurita di forze dopo aver dato anche l'anima nell'esperienza dei 5 anni. Il punto è che: io ho una grande passione per la danza, che mi sta salvando e ne sono anche una insegnante. Ho una famiglia che della danza non ne vuole sapere e che non mi sostiene a riguardo, ma al contrario esige da parte mia un lavoro fisso da 40h a settimana. È stato anche per questo che ho sempre cercato di tenere duro pur subendo. Per non dovermi confrontare con i miei genitori, perché "o obbedisco alle loro regole, o mi minacciano di finire sotto ad un ponte". Loro ormai hanno una certa età, ma sono sicura che questo tipo di atteggiamento nei miei confronti abbia fortemente condizionato la mia esperienza con il lavoro. Ho paura di essere licenziata perché altrimenti me la devo vedere con loro. Ad oggi mi sento in una gabbia piena di paure, per il lavoro, di non andare bene. A casa perché devo stare attenta a tutto e alcune volte sono costretta ad omettere di raccontare certe cose altrimenti "quella incapace sono io", a danza perché devo cercare di mostrare il sorriso sopra a tutto questo. Vorrei essere libera, vivere tutto più serenamente. Che percorso è suggeribile? Vi ringrazio molto e mi scuso per la lunghezza della descrizione.
Buonasera, innanzitutto mi dispiace molto per la situazione difficile che sta vivendo, è comprensibile che queste tensioni che sente a livello familiare e lavorativo stiano incidendo fortemente sulla qualità della sua vita ora e che lei desideri maggiore serenità. Per questo motivo mi sento di suggerirle un percorso psicologico attraverso il quale potrà costruirsi un suo spazio in cui focalizzare e perseguire i suoi obiettivi per arrivare a stare meglio. Rimango a disposizione per qualsiasi chiarimento
Un saluto
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Gentile utente, il percorso più idoneo è un percorso di psicoterapia volto, come dice lei, "a essere libera e a vivere tutto più serenamente".
Buonasera, ti ringrazio per aver raccontato di cuore questa esperienza. Dal suo racconto emerge una storia di grande impegno e resistenza in contesti difficili.
Un percorso psicologico può aiutarla a ritrovare sicurezza, rielaborare ciò che ha vissuto e costruire confini più solidi, soprattutto nel lavoro e nelle relazioni.
Insieme si può lavorare per ridurre la paura del giudizio e recuperare fiducia nelle proprie capacità.
È uno spazio protetto, senza giudizio, dove rimettere al centro lei e i suoi bisogni.
Se lo desidera, iniziare un percorso potrebbe essere il primo passo verso una maggiore libertà e serenità. Può prenotare direttamente o scrivere un messaggio se preferisce, così da concordare un incontro conoscitivo gratuito per capire come posso essere utile e possiamo fare insieme. Sono qui, Dott.ssa Alessandra Corti
Un percorso psicologico può aiutarla a ritrovare sicurezza, rielaborare ciò che ha vissuto e costruire confini più solidi, soprattutto nel lavoro e nelle relazioni.
Insieme si può lavorare per ridurre la paura del giudizio e recuperare fiducia nelle proprie capacità.
È uno spazio protetto, senza giudizio, dove rimettere al centro lei e i suoi bisogni.
Se lo desidera, iniziare un percorso potrebbe essere il primo passo verso una maggiore libertà e serenità. Può prenotare direttamente o scrivere un messaggio se preferisce, così da concordare un incontro conoscitivo gratuito per capire come posso essere utile e possiamo fare insieme. Sono qui, Dott.ssa Alessandra Corti
Buonasera . La ringrazio per aver condiviso con così tanta precisione e apertura il suo vissuto. Leggendo la sua storia, emerge con chiarezza un quadro di sofferenza profonda, ma anche una resilienza straordinaria. Lei ha attraversato situazioni che definire "tossiche" è quasi riduttivo: ha subito mobbing, violenza verbale, manipolazione e persino coercizione contrattuale.
È del tutto comprensibile che oggi lei si senta stremata e in una "gabbia". Quello che lei descrive come paura di non essere all'altezza o timore dei colleghi non è un suo limite caratteriale, ma è la risposta post-traumatica a una serie di ferite accumulate in quindici anni di svalutazione sistematica.
Il punto centrale su cui riflettere è il concetto di "ripetizione". In psicologia, osserviamo spesso come dinamiche familiari irrisolte tendano a ripresentarsi nel mondo del lavoro. Lei descrive i suoi genitori come figure che non la sostengono, che esigono obbedienza e che utilizzano la minaccia (il "finire sotto un ponte") come strumento di controllo. Questo crea un terreno di insicurezza primaria: se non performa secondo i loro standard, il suo diritto di esistere e di essere protetta viene messo in discussione.
Questa stessa dinamica si è proiettata sui suoi datori di lavoro. Per anni, lei ha cercato di soddisfare figure autoritarie (spesso abusanti) nella speranza di ottenere quel riconoscimento o quel contratto che rappresentava, simbolicamente, la sua sicurezza e la sua "salvazione". Il fatto che lei si senta "incapace" agli occhi dei suoi genitori se racconta le sue difficoltà lavorative è il riflesso speculare di ciò che ha vissuto in ufficio: la colpevolizzazione della vittima.
Per affrontare questo stallo e ritrovare la libertà che desidera, il percorso che le suggerisco è di tipo psicoterapeutico, preferibilmente con un approccio che integri l'aspetto cognitivo-comportamentale con quello dinamico o, ancora meglio, un percorso focalizzato sul trauma come l'EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing).
Ecco su quali pilastri dovrebbe basarsi il suo lavoro terapeutico:
In primo luogo, è necessario elaborare i singoli eventi traumatici che ha vissuto (il mobbing nello studio commerciale, le umiliazioni nel settore telefonia). Queste esperienze sono "congelate" nella sua memoria e si riattivano ogni volta che inizia un nuovo lavoro, facendola vivere in uno stato di iper-vigilanza e allerta costante.
In secondo luogo, bisogna lavorare sui confini. Lei ha imparato a subire per "tenere duro", ma questo ha annullato la sua capacità di proteggersi. In terapia potrà imparare a distinguere tra le sue responsabilità reali e le proiezioni tossiche degli altri, smettendo di assorbire colpe che non le appartengono.
Un terzo aspetto fondamentale riguarda lo svincolo emotivo dai suoi genitori. Finché il suo valore come persona dipenderà dall'approvazione di chi non riconosce le sue passioni (come la danza) o non comprende il suo dolore, lei si sentirà sempre sotto ricatto. La danza non è solo un hobby, è la sua parte sana, lo spazio dove lei è efficace e felice. Integrare questa identità con quella lavorativa è essenziale per la sua guarigione.
Infine, occorre trasformare quella "paura di sbagliare" in una consapevolezza dei propri diritti. Lei non deve essere "perfetta" per meritare rispetto; il rispetto le è dovuto in quanto lavoratrice e persona.
Lei ha già fatto il primo passo ammettendo di essere esaurita e chiedendo aiuto. Non è lei il problema, ma l'ambiente a cui si è dovuta adattare per troppo tempo. La invito a considerare l'inizio di un percorso individuale per iniziare a scardinare queste sbarre invisibili e permettersi, finalmente, di respirare.
È del tutto comprensibile che oggi lei si senta stremata e in una "gabbia". Quello che lei descrive come paura di non essere all'altezza o timore dei colleghi non è un suo limite caratteriale, ma è la risposta post-traumatica a una serie di ferite accumulate in quindici anni di svalutazione sistematica.
Il punto centrale su cui riflettere è il concetto di "ripetizione". In psicologia, osserviamo spesso come dinamiche familiari irrisolte tendano a ripresentarsi nel mondo del lavoro. Lei descrive i suoi genitori come figure che non la sostengono, che esigono obbedienza e che utilizzano la minaccia (il "finire sotto un ponte") come strumento di controllo. Questo crea un terreno di insicurezza primaria: se non performa secondo i loro standard, il suo diritto di esistere e di essere protetta viene messo in discussione.
Questa stessa dinamica si è proiettata sui suoi datori di lavoro. Per anni, lei ha cercato di soddisfare figure autoritarie (spesso abusanti) nella speranza di ottenere quel riconoscimento o quel contratto che rappresentava, simbolicamente, la sua sicurezza e la sua "salvazione". Il fatto che lei si senta "incapace" agli occhi dei suoi genitori se racconta le sue difficoltà lavorative è il riflesso speculare di ciò che ha vissuto in ufficio: la colpevolizzazione della vittima.
Per affrontare questo stallo e ritrovare la libertà che desidera, il percorso che le suggerisco è di tipo psicoterapeutico, preferibilmente con un approccio che integri l'aspetto cognitivo-comportamentale con quello dinamico o, ancora meglio, un percorso focalizzato sul trauma come l'EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing).
Ecco su quali pilastri dovrebbe basarsi il suo lavoro terapeutico:
In primo luogo, è necessario elaborare i singoli eventi traumatici che ha vissuto (il mobbing nello studio commerciale, le umiliazioni nel settore telefonia). Queste esperienze sono "congelate" nella sua memoria e si riattivano ogni volta che inizia un nuovo lavoro, facendola vivere in uno stato di iper-vigilanza e allerta costante.
In secondo luogo, bisogna lavorare sui confini. Lei ha imparato a subire per "tenere duro", ma questo ha annullato la sua capacità di proteggersi. In terapia potrà imparare a distinguere tra le sue responsabilità reali e le proiezioni tossiche degli altri, smettendo di assorbire colpe che non le appartengono.
Un terzo aspetto fondamentale riguarda lo svincolo emotivo dai suoi genitori. Finché il suo valore come persona dipenderà dall'approvazione di chi non riconosce le sue passioni (come la danza) o non comprende il suo dolore, lei si sentirà sempre sotto ricatto. La danza non è solo un hobby, è la sua parte sana, lo spazio dove lei è efficace e felice. Integrare questa identità con quella lavorativa è essenziale per la sua guarigione.
Infine, occorre trasformare quella "paura di sbagliare" in una consapevolezza dei propri diritti. Lei non deve essere "perfetta" per meritare rispetto; il rispetto le è dovuto in quanto lavoratrice e persona.
Lei ha già fatto il primo passo ammettendo di essere esaurita e chiedendo aiuto. Non è lei il problema, ma l'ambiente a cui si è dovuta adattare per troppo tempo. La invito a considerare l'inizio di un percorso individuale per iniziare a scardinare queste sbarre invisibili e permettersi, finalmente, di respirare.
Gentile Utente,
la ringrazio sinceramente per la fiducia e per il coraggio con cui ha raccontato la sua storia. Non è affatto “troppo lunga”: è una narrazione necessaria, coerente e dolorosamente chiara. E merita una risposta altrettanto rispettosa e competente.
Vorrei partire da un punto fondamentale: quello che lei descrive non è fragilità personale, ma una sequenza di esperienze lavorative traumatiche, reiterate nel tempo, in contesti caratterizzati da abuso di potere, svalutazione, bullismo, ricatti impliciti ed espliciti. Quando eventi di questo tipo si ripetono, l’organismo e la mente non “si abituano”: si allertano. E quello che oggi lei vive (paura del giudizio, ipercontrollo, blocco nell’iniziativa, intolleranza alla critica, tensione costante) è una risposta di sopravvivenza, non un difetto.
Cosa sembra essersi strutturato nel tempo
Dal suo racconto emergono alcuni nodi centrali:
• Un trauma lavorativo complesso (non un singolo evento, ma una somma di micro e macro traumi relazionali).
• Un senso di sé professionale eroso, costruito più sulle etichette ricevute che sulle competenze reali.
• Un doppio vincolo familiare: “devi lavorare” ma senza reale sostegno emotivo, con minacce e svalutazioni che amplificano la paura di perdere il lavoro.
• Un conflitto identitario profondo tra chi lei è (anche come danzatrice e insegnante) e chi sente di dover essere per sopravvivere.
• Una iper-adattività appresa: resistere, stringere i denti, non reagire, pur di non perdere sicurezza e appartenenza.
In ottica sistemico-relazionale, il sintomo non è mai solo “dentro” la persona, ma nasce e si mantiene nelle relazioni significative: lavorative, familiari, gerarchiche. E lei è stata per anni dentro sistemi che funzionavano tramite paura, controllo e svalutazione.
Che tipo di percorso è indicato
Un percorso utile, a mio avviso, dovrebbe avere più livelli integrati, non solo uno spazio di “sfogo”.
1. Elaborazione del trauma relazionale e lavorativo
È importante lavorare sui vissuti traumatici legati al lavoro (umiliazioni, minacce, isolamento, ingiustizie). Approcci come:
EMDR o altri modelli trauma-informed
lavoro sul corpo e sulle reazioni di allerta
permettono di ridurre l’attivazione costante e la paura anticipatoria che oggi lei vive ogni volta che entra in un contesto lavorativo.
2. Ricostruzione dell’identità professionale
Serve uno spazio per:
separare chi lei è da ciò che le è stato detto di essere
rimettere a fuoco competenze reali, limiti realistici, diritti
lavorare sulla fiducia decisionale e sull’autorevolezza personale
Questo è fondamentale per uscire dal copione “qualunque cosa faccia non andrà bene”.
3. Lavoro sulle dinamiche familiari attuali
Il rapporto con i suoi genitori è tutt’altro che marginale. Le loro minacce, richieste e svalutazioni mantengono la paura del licenziamento e la paralisi.
In terapia sistemica si può lavorare su:
confini emotivi
differenziazione
uscita dal ruolo di “figlia che deve dimostrare”
anche senza coinvolgere direttamente la famiglia in seduta.
4. Integrazione delle parti identitarie (lavoro – danza – sé)
La danza non è “un hobby che salva”: è una parte vitale della sua identità. Tenerla separata o vissuta in colpa la logora. Un buon percorso aiuta a:
integrare le sue parti, non a sacrificarne una
costruire scelte realistiche ma non punitive
uscire dalla logica “o tutto o niente”.
Un messaggio importante, forse il più importante
Lei non è sbagliata, non è “inadatta al lavoro” e non è debole.
È una persona che ha resistito troppo a lungo in sistemi sbagliati, senza adeguato sostegno, pagando il prezzo con il corpo e con la psiche.
Il fatto che oggi senta paura non è una regressione: è un segnale che non può più sopravvivere come prima. E questo, terapeuticamente, è spesso l’inizio del cambiamento.
Se dovessi sintetizzare:
un percorso individuale, a orientamento sistemico-relazionale, con competenze sul trauma, è altamente indicato per lei.
Non per “insegnarle a sopportare meglio”, ma per restituirle libertà, scelta e dignità.
Se vorrà, potrà anche utilizzare questo spazio per capire come riconoscere ambienti lavorativi più sani, come tutelarsi precocemente e come dare voce ai segnali senza colpevolizzarsi.
La ringrazio ancora. La sua sofferenza ha un senso, e soprattutto ha una via d’uscita.
Resto a disposizione e la saluto con molta stima.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
la ringrazio sinceramente per la fiducia e per il coraggio con cui ha raccontato la sua storia. Non è affatto “troppo lunga”: è una narrazione necessaria, coerente e dolorosamente chiara. E merita una risposta altrettanto rispettosa e competente.
Vorrei partire da un punto fondamentale: quello che lei descrive non è fragilità personale, ma una sequenza di esperienze lavorative traumatiche, reiterate nel tempo, in contesti caratterizzati da abuso di potere, svalutazione, bullismo, ricatti impliciti ed espliciti. Quando eventi di questo tipo si ripetono, l’organismo e la mente non “si abituano”: si allertano. E quello che oggi lei vive (paura del giudizio, ipercontrollo, blocco nell’iniziativa, intolleranza alla critica, tensione costante) è una risposta di sopravvivenza, non un difetto.
Cosa sembra essersi strutturato nel tempo
Dal suo racconto emergono alcuni nodi centrali:
• Un trauma lavorativo complesso (non un singolo evento, ma una somma di micro e macro traumi relazionali).
• Un senso di sé professionale eroso, costruito più sulle etichette ricevute che sulle competenze reali.
• Un doppio vincolo familiare: “devi lavorare” ma senza reale sostegno emotivo, con minacce e svalutazioni che amplificano la paura di perdere il lavoro.
• Un conflitto identitario profondo tra chi lei è (anche come danzatrice e insegnante) e chi sente di dover essere per sopravvivere.
• Una iper-adattività appresa: resistere, stringere i denti, non reagire, pur di non perdere sicurezza e appartenenza.
In ottica sistemico-relazionale, il sintomo non è mai solo “dentro” la persona, ma nasce e si mantiene nelle relazioni significative: lavorative, familiari, gerarchiche. E lei è stata per anni dentro sistemi che funzionavano tramite paura, controllo e svalutazione.
Che tipo di percorso è indicato
Un percorso utile, a mio avviso, dovrebbe avere più livelli integrati, non solo uno spazio di “sfogo”.
1. Elaborazione del trauma relazionale e lavorativo
È importante lavorare sui vissuti traumatici legati al lavoro (umiliazioni, minacce, isolamento, ingiustizie). Approcci come:
EMDR o altri modelli trauma-informed
lavoro sul corpo e sulle reazioni di allerta
permettono di ridurre l’attivazione costante e la paura anticipatoria che oggi lei vive ogni volta che entra in un contesto lavorativo.
2. Ricostruzione dell’identità professionale
Serve uno spazio per:
separare chi lei è da ciò che le è stato detto di essere
rimettere a fuoco competenze reali, limiti realistici, diritti
lavorare sulla fiducia decisionale e sull’autorevolezza personale
Questo è fondamentale per uscire dal copione “qualunque cosa faccia non andrà bene”.
3. Lavoro sulle dinamiche familiari attuali
Il rapporto con i suoi genitori è tutt’altro che marginale. Le loro minacce, richieste e svalutazioni mantengono la paura del licenziamento e la paralisi.
In terapia sistemica si può lavorare su:
confini emotivi
differenziazione
uscita dal ruolo di “figlia che deve dimostrare”
anche senza coinvolgere direttamente la famiglia in seduta.
4. Integrazione delle parti identitarie (lavoro – danza – sé)
La danza non è “un hobby che salva”: è una parte vitale della sua identità. Tenerla separata o vissuta in colpa la logora. Un buon percorso aiuta a:
integrare le sue parti, non a sacrificarne una
costruire scelte realistiche ma non punitive
uscire dalla logica “o tutto o niente”.
Un messaggio importante, forse il più importante
Lei non è sbagliata, non è “inadatta al lavoro” e non è debole.
È una persona che ha resistito troppo a lungo in sistemi sbagliati, senza adeguato sostegno, pagando il prezzo con il corpo e con la psiche.
Il fatto che oggi senta paura non è una regressione: è un segnale che non può più sopravvivere come prima. E questo, terapeuticamente, è spesso l’inizio del cambiamento.
Se dovessi sintetizzare:
un percorso individuale, a orientamento sistemico-relazionale, con competenze sul trauma, è altamente indicato per lei.
Non per “insegnarle a sopportare meglio”, ma per restituirle libertà, scelta e dignità.
Se vorrà, potrà anche utilizzare questo spazio per capire come riconoscere ambienti lavorativi più sani, come tutelarsi precocemente e come dare voce ai segnali senza colpevolizzarsi.
La ringrazio ancora. La sua sofferenza ha un senso, e soprattutto ha una via d’uscita.
Resto a disposizione e la saluto con molta stima.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Gent.ma utente,
grazie per il suo dettagliato ed esauriente resoconto dell'esperienza lavorativa maturata negli ultimi anni.
Senza dubbio, si può ben dire che non ha avuto la giusta gratificazione per l'impegno profuso in ognuna delle attività che ha menzionato. Gli eventi e le persone che ha incontrato l'hanno messa a dura prova e trapela dalle sue parola tutta l'amarezza e la sofferenza che ne sono derivate. In particolare, dall'ultimo lavoro che ha svolto ne è uscita con molto sconforto e disillusione verso le proprie capacità di realizzarsi attraverso il lavoro.
Ha anche capito molte cose su sé stessa, su cosa desidera nell'ambito lavorativo, su come vorrebbe essere trattata o su come le piacerebbe sentirsi sotto tutti i punti di vista: umano, professionale, cooperativo.
Questa "saggezza" maturata attraverso le difficoltà deve diventare la sua arma per proiettarsi di nuovo sul futuro con la giusta fiducia. Ma, prima ancora di pensare al futuro, è fondamentale lavorare sul presente e ricostruire un livello di autostima che in questo momento appare molto basso.
Lo si intuisce da quello che ci scrive a proposito dei suoi genitori. La loro pressione, le loro manifestazioni di disappunto, sembrano condizionarla in modo dominante, rispetto a motivazioni intrinseche nella ricerca di autonomia e di realizzazione. Lei deve essere in grado di decidere per sé stessa ciò che ritiene sia meglio, forgiando queste convinzioni nel valorizzare le sue potenzialità, nell'esaltare i suoi attributi migliori e nel coltivare ciò che l'appassiona davvero.
Il suo desiderio di libertà e serenità passa attraverso una maggiore percezione della sua auto-efficacia, cioè della reale consapevolezza di poter riuscire a determinare un vissuto, presente e futuro, positivo. E ciò implica rimettersi in gioco, affrontare i suoi demoni, i dubbi e le paure, prendere decisioni importanti. Decisioni che non devono essere avventate, o dettate dall'impulsività, ma veicolate da valori in cui crede fermamente.
Le consiglio, pertanto, un percorso psicologico di crescita personale che abbia come obiettivo primario il miglioramento dell'autostima e la scoperta delle sue potenzialità. Per poi comprendere quali sono le strategie migliori per determinare una buona qualità di vita, sapendo affrontare con flessibilità e resilienza le insidie, avendo chiari in testa i valori da voler esaltare, e fissando obiettivi concreti di realizzazione.
Se lo desidera, posso darle maggiori informazioni su un percorso di questo tipo e aiutarla ad affrontarlo.
Le auguro il meglio. Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
grazie per il suo dettagliato ed esauriente resoconto dell'esperienza lavorativa maturata negli ultimi anni.
Senza dubbio, si può ben dire che non ha avuto la giusta gratificazione per l'impegno profuso in ognuna delle attività che ha menzionato. Gli eventi e le persone che ha incontrato l'hanno messa a dura prova e trapela dalle sue parola tutta l'amarezza e la sofferenza che ne sono derivate. In particolare, dall'ultimo lavoro che ha svolto ne è uscita con molto sconforto e disillusione verso le proprie capacità di realizzarsi attraverso il lavoro.
Ha anche capito molte cose su sé stessa, su cosa desidera nell'ambito lavorativo, su come vorrebbe essere trattata o su come le piacerebbe sentirsi sotto tutti i punti di vista: umano, professionale, cooperativo.
Questa "saggezza" maturata attraverso le difficoltà deve diventare la sua arma per proiettarsi di nuovo sul futuro con la giusta fiducia. Ma, prima ancora di pensare al futuro, è fondamentale lavorare sul presente e ricostruire un livello di autostima che in questo momento appare molto basso.
Lo si intuisce da quello che ci scrive a proposito dei suoi genitori. La loro pressione, le loro manifestazioni di disappunto, sembrano condizionarla in modo dominante, rispetto a motivazioni intrinseche nella ricerca di autonomia e di realizzazione. Lei deve essere in grado di decidere per sé stessa ciò che ritiene sia meglio, forgiando queste convinzioni nel valorizzare le sue potenzialità, nell'esaltare i suoi attributi migliori e nel coltivare ciò che l'appassiona davvero.
Il suo desiderio di libertà e serenità passa attraverso una maggiore percezione della sua auto-efficacia, cioè della reale consapevolezza di poter riuscire a determinare un vissuto, presente e futuro, positivo. E ciò implica rimettersi in gioco, affrontare i suoi demoni, i dubbi e le paure, prendere decisioni importanti. Decisioni che non devono essere avventate, o dettate dall'impulsività, ma veicolate da valori in cui crede fermamente.
Le consiglio, pertanto, un percorso psicologico di crescita personale che abbia come obiettivo primario il miglioramento dell'autostima e la scoperta delle sue potenzialità. Per poi comprendere quali sono le strategie migliori per determinare una buona qualità di vita, sapendo affrontare con flessibilità e resilienza le insidie, avendo chiari in testa i valori da voler esaltare, e fissando obiettivi concreti di realizzazione.
Se lo desidera, posso darle maggiori informazioni su un percorso di questo tipo e aiutarla ad affrontarlo.
Le auguro il meglio. Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Buongiorno,
la sua storia colpisce profondamente, perché ciò che emerge non è una fragilità personale, ma una lunga esposizione a contesti lavorativi abusanti, ripetuti nel tempo, senza mai un vero spazio di tutela o di riparazione. La prima cosa importante da dirle, con chiarezza, è questa: quello che ha vissuto non è normale e non è colpa sua.
Lei descrive una sequenza di esperienze caratterizzate da umiliazioni, svalutazioni, urla, minacce, ricatti, bullismo, mancanza di formazione, richieste irrealistiche, competizione tossica e abuso di potere. Quando tutto questo non è un episodio isolato ma si ripete per anni, l’effetto non è solo stress o stanchezza: è un vero e proprio trauma legato al lavoro e alle relazioni professionali.
Le reazioni che oggi descrive sono perfettamente coerenti con questo vissuto. La paura costante di sbagliare, l’attenzione eccessiva al giudizio degli altri, il blocco nell’iniziativa, la tensione sempre alta, la difficoltà a tollerare qualsiasi osservazione negativa, la sensazione di essere esausta e senza forze non parlano di incapacità, ma di una persona che è rimasta a lungo in uno stato di allarme. Per il suo sistema emotivo, lavorare ha significato per troppo tempo doversi difendere, non potersi affidare.
A questo si aggiunge un aspetto fondamentale che Lei coglie molto bene: il contesto familiare. Crescere con genitori che pongono regole rigide e minacciose, che non riconoscono le sue passioni e che fanno del lavoro una questione di obbedienza e paura, prepara inconsapevolmente ad accettare ambienti esterni simili. Non perché Lei li cerchi, ma perché dentro si struttura l’idea che si debba resistere, sopportare, stringere i denti, senza alternative.
In questo senso il lavoro, per Lei, non è mai stato solo lavoro. È diventato il luogo in cui si sono riattivate dinamiche profonde di sottomissione, paura di deludere, terrore di essere punita o esclusa. Questo spiega perché oggi si senta in gabbia su più fronti: nel lavoro, in famiglia, persino in uno spazio che ama come la danza. Sta reggendo tutto da troppo tempo, e quasi sempre da sola.
Rispetto alla sua domanda su quale percorso possa essere utile, sento di dirle che non basterebbe un semplice sostegno psicologico generico. Serve un percorso che lavori in modo mirato e profondo.
Da un lato è importante rielaborare le esperienze traumatiche legate al lavoro. Quello che ha vissuto non si supera solo imparando a gestire l’ansia o a essere più sicura. Serve un lavoro che aiuti il suo sistema emotivo a uscire dallo stato di allerta continua. In questo senso, approcci orientati al trauma possono essere particolarmente indicati, perché aiutano a ridurre la paura automatica che oggi si riattiva ogni volta che entra in un nuovo contesto lavorativo.
Un secondo livello fondamentale riguarda l’autostima e i confini. Nonostante abbia dimostrato competenza, impegno e determinazione, dentro di Lei sembra essersi consolidata una voce critica che la mette costantemente sotto accusa. Questa voce non nasce dalla realtà, ma da anni di svalutazioni interiorizzate. Un buon percorso terapeutico dovrebbe aiutarla a riconoscere questa dinamica e a costruire confini più solidi, in modo che ogni critica non venga vissuta come una minaccia alla sua sopravvivenza.
Il terzo livello, molto delicato ma centrale, riguarda il rapporto con la famiglia. Non necessariamente per rompere i legami, ma per separarsi psicologicamente dal ricatto emotivo della loro approvazione. Finché dentro di Lei resterà l’idea che perdere un lavoro significhi perdere valore come persona e come figlia, il lavoro continuerà ad avere un peso schiacciante. Questo passaggio richiede tempo, ma è essenziale per recuperare libertà e serenità.
Infine, vorrei soffermarmi sulla danza. Non è un dettaglio né un passatempo secondario. È uno spazio vitale, in cui il suo corpo e la sua identità trovano respiro. Il fatto che dica che la stia salvando è molto significativo. In un percorso terapeutico sarebbe importante integrare anche questo aspetto, aiutandola a darle un posto nella sua vita senza colpa, senza viverla come una trasgressione o come qualcosa da nascondere.
Lei non è fragile. È stanca, profondamente stanca. E la stanchezza che nasce da anni di lotta non si cura con la forza di volontà, ma con un percorso che restituisca sicurezza, dignità e possibilità di scelta. Il fatto che oggi stia chiedendo aiuto, con tanta lucidità, è già un segnale di forza e di consapevolezza. Rimango a disposizione, un saluto!
la sua storia colpisce profondamente, perché ciò che emerge non è una fragilità personale, ma una lunga esposizione a contesti lavorativi abusanti, ripetuti nel tempo, senza mai un vero spazio di tutela o di riparazione. La prima cosa importante da dirle, con chiarezza, è questa: quello che ha vissuto non è normale e non è colpa sua.
Lei descrive una sequenza di esperienze caratterizzate da umiliazioni, svalutazioni, urla, minacce, ricatti, bullismo, mancanza di formazione, richieste irrealistiche, competizione tossica e abuso di potere. Quando tutto questo non è un episodio isolato ma si ripete per anni, l’effetto non è solo stress o stanchezza: è un vero e proprio trauma legato al lavoro e alle relazioni professionali.
Le reazioni che oggi descrive sono perfettamente coerenti con questo vissuto. La paura costante di sbagliare, l’attenzione eccessiva al giudizio degli altri, il blocco nell’iniziativa, la tensione sempre alta, la difficoltà a tollerare qualsiasi osservazione negativa, la sensazione di essere esausta e senza forze non parlano di incapacità, ma di una persona che è rimasta a lungo in uno stato di allarme. Per il suo sistema emotivo, lavorare ha significato per troppo tempo doversi difendere, non potersi affidare.
A questo si aggiunge un aspetto fondamentale che Lei coglie molto bene: il contesto familiare. Crescere con genitori che pongono regole rigide e minacciose, che non riconoscono le sue passioni e che fanno del lavoro una questione di obbedienza e paura, prepara inconsapevolmente ad accettare ambienti esterni simili. Non perché Lei li cerchi, ma perché dentro si struttura l’idea che si debba resistere, sopportare, stringere i denti, senza alternative.
In questo senso il lavoro, per Lei, non è mai stato solo lavoro. È diventato il luogo in cui si sono riattivate dinamiche profonde di sottomissione, paura di deludere, terrore di essere punita o esclusa. Questo spiega perché oggi si senta in gabbia su più fronti: nel lavoro, in famiglia, persino in uno spazio che ama come la danza. Sta reggendo tutto da troppo tempo, e quasi sempre da sola.
Rispetto alla sua domanda su quale percorso possa essere utile, sento di dirle che non basterebbe un semplice sostegno psicologico generico. Serve un percorso che lavori in modo mirato e profondo.
Da un lato è importante rielaborare le esperienze traumatiche legate al lavoro. Quello che ha vissuto non si supera solo imparando a gestire l’ansia o a essere più sicura. Serve un lavoro che aiuti il suo sistema emotivo a uscire dallo stato di allerta continua. In questo senso, approcci orientati al trauma possono essere particolarmente indicati, perché aiutano a ridurre la paura automatica che oggi si riattiva ogni volta che entra in un nuovo contesto lavorativo.
Un secondo livello fondamentale riguarda l’autostima e i confini. Nonostante abbia dimostrato competenza, impegno e determinazione, dentro di Lei sembra essersi consolidata una voce critica che la mette costantemente sotto accusa. Questa voce non nasce dalla realtà, ma da anni di svalutazioni interiorizzate. Un buon percorso terapeutico dovrebbe aiutarla a riconoscere questa dinamica e a costruire confini più solidi, in modo che ogni critica non venga vissuta come una minaccia alla sua sopravvivenza.
Il terzo livello, molto delicato ma centrale, riguarda il rapporto con la famiglia. Non necessariamente per rompere i legami, ma per separarsi psicologicamente dal ricatto emotivo della loro approvazione. Finché dentro di Lei resterà l’idea che perdere un lavoro significhi perdere valore come persona e come figlia, il lavoro continuerà ad avere un peso schiacciante. Questo passaggio richiede tempo, ma è essenziale per recuperare libertà e serenità.
Infine, vorrei soffermarmi sulla danza. Non è un dettaglio né un passatempo secondario. È uno spazio vitale, in cui il suo corpo e la sua identità trovano respiro. Il fatto che dica che la stia salvando è molto significativo. In un percorso terapeutico sarebbe importante integrare anche questo aspetto, aiutandola a darle un posto nella sua vita senza colpa, senza viverla come una trasgressione o come qualcosa da nascondere.
Lei non è fragile. È stanca, profondamente stanca. E la stanchezza che nasce da anni di lotta non si cura con la forza di volontà, ma con un percorso che restituisca sicurezza, dignità e possibilità di scelta. Il fatto che oggi stia chiedendo aiuto, con tanta lucidità, è già un segnale di forza e di consapevolezza. Rimango a disposizione, un saluto!
Gentile utente, le consiglio di intraprendere un percorso di support psicologico in modo da vedere meglio i pensieri descritti.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Buonasera, la ringrazio per aver raccontato la sua esperienza con tanta chiarezza e profondità. Anche senza entrare nei singoli episodi, da ciò che descrive emerge un quadro molto chiaro: non si tratta semplicemente di “insoddisfazione lavorativa”, ma di un accumulo nel tempo di esperienze professionali vissute come traumatiche, che hanno lasciato segni sul piano emotivo, corporeo e identitario. Quando situazioni di svalutazione, paura, umiliazione o forte pressione si ripetono negli anni, il sistema emotivo impara a stare costantemente in allerta, e il lavoro smette di essere solo lavoro, diventando un luogo di minaccia. Il fatto che oggi lei viva ogni nuovo impiego con ansia elevata, paura del giudizio, timore costante di sbagliare o di essere attaccata non indica fragilità personale, ma è una risposta comprensibile a una storia di stress prolungato. In questi casi non basta “cambiare lavoro” o “stringere i denti”, perché il corpo e la mente continuano a reagire come se il pericolo fosse sempre imminente. È per questo che parlare di trauma lavorativo o di stress relazionale cronico ha senso, anche se non si tratta di un singolo evento traumatico, ma di molti episodi ripetuti nel tempo. Il percorso più indicato, in generale, è un percorso psicologico che non si limiti al supporto o allo sfogo, ma che lavori sul recupero del senso di sicurezza, dell’autostima e della fiducia nelle proprie capacità. Più che chiedersi “che lavoro fare” o “come resistere di più”, la domanda centrale sembra essere come uscire da una condizione di gabbia emotiva e di costante allarme. Un percorso psicologico individuale, con un professionista che abbia esperienza nel lavoro sul trauma, sullo stress lavorativo e sulle dinamiche relazionali, può essere uno spazio sicuro per rimettere ordine, recuperare energie e costruire nel tempo una maggiore libertà interna. Non per cambiare chi lei è, ma per aiutarla a non dover più sopravvivere in ogni ambito della sua vita. Un saluto, Dottoressa Chiara Venitucci
Salve, senz'altro dovrebbe rivolgersi ad uno psicologo che potrebbe aiutarla a far fronte a tutte queste vicissitudini negative e soprattutto potrebbe darle il giusto supporto. Le premetto che, sulla base di tutto ciò che ha raccontato, lei non dovrebbe fare altro che essere fiera di sé stessa per tutto ciò che ha affrontato sin da giovanissima. Delle volte, purtroppo, lo vita ci mette a dura prova fino a cercare di spezzarci. La famiglia non sempre ci aiuta a sostenere e ad affrontare quanto di difficile ci troviamo a vivere, ed è proprio in questi momenti che bisogna autodistinguersi e cominciare a fare le proprio scelte personali senza aver paura di ferire gli altri.
Buongiorno,
il suo racconto comunica tutta la sofferenza che ha provato in certe situazioni e sicuramente l'ipotesi sul fatto che qualcosa non sia andato come doveva e che vada affrontato in modo più approfondito è comprensibilissima, soprattutto a valle di come si sente poco libera di poter fare dei passi in avanti o di poter vivere con supporto le situazioni che le si pongono davanti a causa delle sue dinamiche familiari.
Le consiglierei un percorso psicologico per prendere consapevolezza dei meccanismi e delle dinamiche che le appartengono così da poterne riconoscere gli inneschi e di invertire alcuni processi che sente influiscano negativamente sulla sua vita personale e lavorativa.
Un caro saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
il suo racconto comunica tutta la sofferenza che ha provato in certe situazioni e sicuramente l'ipotesi sul fatto che qualcosa non sia andato come doveva e che vada affrontato in modo più approfondito è comprensibilissima, soprattutto a valle di come si sente poco libera di poter fare dei passi in avanti o di poter vivere con supporto le situazioni che le si pongono davanti a causa delle sue dinamiche familiari.
Le consiglierei un percorso psicologico per prendere consapevolezza dei meccanismi e delle dinamiche che le appartengono così da poterne riconoscere gli inneschi e di invertire alcuni processi che sente influiscano negativamente sulla sua vita personale e lavorativa.
Un caro saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Buongiorno,
da quanto racconta, le esperienze lavorative vissute hanno generato un accumulo di stress, ansia e possibili traumi legati a dinamiche di abuso, bullismo e ambienti tossici. Quando questi episodi si ripetono, possono lasciare effetti persistenti sul senso di autostima, sulla fiducia nelle proprie capacità e sul rapporto con il lavoro e le relazioni professionali.
Un percorso utile per affrontare e risolvere traumi di questo tipo spesso combina più approcci:
Psicoterapia individuale: in particolare approcci cognitivo-comportamentali e basati sulla mindfulness possono aiutare a riconoscere e modificare schemi di pensiero e reazioni emotive legate ai traumi passati.
EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): è un trattamento specifico molto efficace per rielaborare traumi, ridurre sintomi di ansia e paura e favorire la ripresa della fiducia in sé stessi.
Gestione dello stress e delle emozioni: tecniche di rilassamento, mindfulness, respirazione e strategie di coping possono ridurre l’ansia quotidiana e migliorare la resilienza.
Sostegno nella scelta lavorativa: un professionista può aiutare a individuare ambienti lavorativi più sicuri, a gestire le paure legate al giudizio altrui e a sviluppare assertività e consapevolezza dei propri limiti e punti di forza.
È importante ricordare che ogni persona risponde in modo diverso alle esperienze traumatiche e che un percorso personalizzato con uno specialista permette di affrontare sia gli effetti emotivi sia le paure pratiche legate al lavoro, evitando di ripetere schemi passati.
Perciò, il passo più efficace è rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta specializzato in traumi e gestione dello stress, così da costruire insieme un percorso mirato alla sua situazione e alle sue esigenze.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
da quanto racconta, le esperienze lavorative vissute hanno generato un accumulo di stress, ansia e possibili traumi legati a dinamiche di abuso, bullismo e ambienti tossici. Quando questi episodi si ripetono, possono lasciare effetti persistenti sul senso di autostima, sulla fiducia nelle proprie capacità e sul rapporto con il lavoro e le relazioni professionali.
Un percorso utile per affrontare e risolvere traumi di questo tipo spesso combina più approcci:
Psicoterapia individuale: in particolare approcci cognitivo-comportamentali e basati sulla mindfulness possono aiutare a riconoscere e modificare schemi di pensiero e reazioni emotive legate ai traumi passati.
EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): è un trattamento specifico molto efficace per rielaborare traumi, ridurre sintomi di ansia e paura e favorire la ripresa della fiducia in sé stessi.
Gestione dello stress e delle emozioni: tecniche di rilassamento, mindfulness, respirazione e strategie di coping possono ridurre l’ansia quotidiana e migliorare la resilienza.
Sostegno nella scelta lavorativa: un professionista può aiutare a individuare ambienti lavorativi più sicuri, a gestire le paure legate al giudizio altrui e a sviluppare assertività e consapevolezza dei propri limiti e punti di forza.
È importante ricordare che ogni persona risponde in modo diverso alle esperienze traumatiche e che un percorso personalizzato con uno specialista permette di affrontare sia gli effetti emotivi sia le paure pratiche legate al lavoro, evitando di ripetere schemi passati.
Perciò, il passo più efficace è rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta specializzato in traumi e gestione dello stress, così da costruire insieme un percorso mirato alla sua situazione e alle sue esigenze.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno,
dalla sua accurata descrizione emerge una condizione di sofferenza e di paura che lei associa a ripetute esperienze lavorative vissute come svalutanti e abusanti, oltre che a un contesto familiare percepito come fortemente controllante.
L’ambiente lavorativo, come ha avuto modo di sperimentare, può essere in alcuni casi complesso e sfidante; quando però si accumulano nel tempo esperienze di questo tipo, possono generarsi uno stato di allerta costante e una forte paura del giudizio e dell’errore. Queste reazioni non sono segni di debolezza, ma risposte comprensibili a quanto vissuto.
Le paure che descrive possono oggi rendere più difficile riconoscere contesti o opportunità potenzialmente diverse e positive. Dal suo racconto emerge però una notevole capacità di tenuta, impegno e resilienza.
La passione per la danza, che descrive come vitale, rappresenta una risorsa importante e può trovare spazio all’interno di un lavoro terapeutico che non le chieda di “resistere di più”, ma di stare meglio.
Un percorso psicoterapeutico, eventualmente focalizzato anche sul trauma (ad esempio EMDR), può aiutarla a rielaborare quanto vissuto, a ridurre l’iperattivazione emotiva e a ricostruire un senso di sicurezza e di fiducia nelle proprie competenze.
Un caro saluto, PR
dalla sua accurata descrizione emerge una condizione di sofferenza e di paura che lei associa a ripetute esperienze lavorative vissute come svalutanti e abusanti, oltre che a un contesto familiare percepito come fortemente controllante.
L’ambiente lavorativo, come ha avuto modo di sperimentare, può essere in alcuni casi complesso e sfidante; quando però si accumulano nel tempo esperienze di questo tipo, possono generarsi uno stato di allerta costante e una forte paura del giudizio e dell’errore. Queste reazioni non sono segni di debolezza, ma risposte comprensibili a quanto vissuto.
Le paure che descrive possono oggi rendere più difficile riconoscere contesti o opportunità potenzialmente diverse e positive. Dal suo racconto emerge però una notevole capacità di tenuta, impegno e resilienza.
La passione per la danza, che descrive come vitale, rappresenta una risorsa importante e può trovare spazio all’interno di un lavoro terapeutico che non le chieda di “resistere di più”, ma di stare meglio.
Un percorso psicoterapeutico, eventualmente focalizzato anche sul trauma (ad esempio EMDR), può aiutarla a rielaborare quanto vissuto, a ridurre l’iperattivazione emotiva e a ricostruire un senso di sicurezza e di fiducia nelle proprie competenze.
Un caro saluto, PR
Buonasera, grazie mille per aver condiviso questo vissuto così doloroso. Credo che il punto più importante riguardi il suo proposito di "essere libera, vivere tutto più serenamente". Con un buon percorso di psicoterapia, penso che potrebbe essere in grado di raggiungere tale obiettivo, tramite la comprensione del perché certe situazioni tendano a farla stare così male e di come si possa agire in maniera diversa.
Qualora lo ritenga utile, sono disponibile per un colloquio.
Qualora lo ritenga utile, sono disponibile per un colloquio.
Buongiorno,
la ringrazio innanzitutto per aver condiviso una storia così articolata e dolorosa: ciò che descrive non riguarda singoli episodi isolati, ma una esposizione prolungata a contesti lavorativi traumatici, caratterizzati da svalutazione, abuso verbale, dinamiche di potere e assenza di tutela. È comprensibile che, dopo esperienze ripetute di questo tipo, oggi il lavoro venga vissuto con paura, ipervigilanza e un forte timore del giudizio.
In questi casi non si parla semplicemente di “stress lavorativo”, ma spesso di esiti relazionali complessi, che possono incidere sull’autostima, sulla fiducia nelle proprie capacità e sulla possibilità di sentirsi al sicuro nei contesti professionali. La tensione costante, la paura di sbagliare, la difficoltà a tollerare feedback negativi e il senso di essere “in gabbia” sono segnali coerenti con questo tipo di vissuto.
Un percorso indicato potrebbe essere una psicoterapia individuale che lavori su più livelli: l’elaborazione delle esperienze vissute, il recupero di un senso di valore personale non legato esclusivamente alla performance, il riconoscimento dei confini e delle dinamiche disfunzionali nei contesti lavorativi, oltre al rapporto tra lavoro, aspettative familiari e bisogni personali.
Il tema della danza, che descrive come risorsa vitale, è un elemento importante del quadro e meriterebbe spazio all’interno di un lavoro terapeutico, così come il rapporto con la famiglia e il peso delle aspettative che sente su di sé.
Rivolgersi a un professionista con cui poter costruire un percorso continuativo potrebbe aiutarla a rimettere ordine in questa complessità e a recuperare maggiore libertà e serenità nelle sue scelte.
la ringrazio innanzitutto per aver condiviso una storia così articolata e dolorosa: ciò che descrive non riguarda singoli episodi isolati, ma una esposizione prolungata a contesti lavorativi traumatici, caratterizzati da svalutazione, abuso verbale, dinamiche di potere e assenza di tutela. È comprensibile che, dopo esperienze ripetute di questo tipo, oggi il lavoro venga vissuto con paura, ipervigilanza e un forte timore del giudizio.
In questi casi non si parla semplicemente di “stress lavorativo”, ma spesso di esiti relazionali complessi, che possono incidere sull’autostima, sulla fiducia nelle proprie capacità e sulla possibilità di sentirsi al sicuro nei contesti professionali. La tensione costante, la paura di sbagliare, la difficoltà a tollerare feedback negativi e il senso di essere “in gabbia” sono segnali coerenti con questo tipo di vissuto.
Un percorso indicato potrebbe essere una psicoterapia individuale che lavori su più livelli: l’elaborazione delle esperienze vissute, il recupero di un senso di valore personale non legato esclusivamente alla performance, il riconoscimento dei confini e delle dinamiche disfunzionali nei contesti lavorativi, oltre al rapporto tra lavoro, aspettative familiari e bisogni personali.
Il tema della danza, che descrive come risorsa vitale, è un elemento importante del quadro e meriterebbe spazio all’interno di un lavoro terapeutico, così come il rapporto con la famiglia e il peso delle aspettative che sente su di sé.
Rivolgersi a un professionista con cui poter costruire un percorso continuativo potrebbe aiutarla a rimettere ordine in questa complessità e a recuperare maggiore libertà e serenità nelle sue scelte.
Buongiorno,
dal suo racconto emerge un vissuto lavorativo molto lungo e complesso, fatto di esperienze ripetute in cui si è trovata spesso a dover reggere situazioni difficili, senza un reale supporto e con un forte senso di pressione. Più che i singoli episodi, colpisce la continuità con cui, nel tempo, il lavoro è diventato per lei una fonte di tensione, paura e vigilanza costante.
Oggi descrive una condizione in cui ogni nuovo impiego viene vissuto con apprensione: il timore del giudizio, l’attenzione eccessiva a non sbagliare, la difficoltà a prendere iniziativa, la fatica nel tollerare osservazioni negative. Queste reazioni non sembrano legate solo al contesto attuale, ma al significato che il lavoro ha assunto per lei dopo anni di esperienze faticose, vissute spesso in una posizione di necessità e di scarsa tutela.
Alla sua domanda su quale percorso possa essere indicato, non si tratta tanto di “correggere” qualcosa di lei o di imparare a sopportare meglio, quanto di trovare uno spazio che le permetta di rileggere e rielaborare ciò che ha vissuto nel tempo, restituendo a quelle esperienze un posto che non continui a condizionare il presente.
Un percorso psicologico orientato a questo può offrire uno spazio in cui:
-dare significato alle esperienze lavorative passate, senza minimizzarle né ingigantirle;
-distinguere ciò che è accaduto nei contesti di lavoro da ciò che lei è come persona e come professionista;
-comprendere come si sono costruite nel tempo queste paure e questa tensione costante;
-recuperare gradualmente un senso di maggiore sicurezza e fiducia nel proprio modo di stare nei contesti lavorativi.
Il tema della famiglia e delle aspettative che sente su di sé sembra intrecciarsi fortemente con il lavoro, aumentando la sensazione di non avere alternative e di dover “resistere a tutti i costi”. Anche questo aspetto, così come la danza che per lei rappresenta uno spazio vitale e identitario, potrebbe trovare posto in un percorso che non abbia come obiettivo una decisione immediata, ma una maggiore chiarezza interna.
Non emerge dal suo racconto una mancanza di impegno o di capacità, ma piuttosto una persona che ha a lungo messo da parte se stessa per adattarsi a richieste esterne. Un percorso di supporto può servire proprio a ricostruire un rapporto meno faticoso con il lavoro, senza che ogni esperienza venga vissuta come una prova da superare o un rischio costante.
La ringrazio per aver condiviso una storia così articolata. La sensazione di stanchezza che descrive appare comprensibile alla luce di ciò che ha attraversato, e merita uno spazio di ascolto attento e rispettoso.
Un caro saluto,
Dott.ssa Carmen Coppola - Psicologa a Milano, Sesto San Giovanni, Online.
dal suo racconto emerge un vissuto lavorativo molto lungo e complesso, fatto di esperienze ripetute in cui si è trovata spesso a dover reggere situazioni difficili, senza un reale supporto e con un forte senso di pressione. Più che i singoli episodi, colpisce la continuità con cui, nel tempo, il lavoro è diventato per lei una fonte di tensione, paura e vigilanza costante.
Oggi descrive una condizione in cui ogni nuovo impiego viene vissuto con apprensione: il timore del giudizio, l’attenzione eccessiva a non sbagliare, la difficoltà a prendere iniziativa, la fatica nel tollerare osservazioni negative. Queste reazioni non sembrano legate solo al contesto attuale, ma al significato che il lavoro ha assunto per lei dopo anni di esperienze faticose, vissute spesso in una posizione di necessità e di scarsa tutela.
Alla sua domanda su quale percorso possa essere indicato, non si tratta tanto di “correggere” qualcosa di lei o di imparare a sopportare meglio, quanto di trovare uno spazio che le permetta di rileggere e rielaborare ciò che ha vissuto nel tempo, restituendo a quelle esperienze un posto che non continui a condizionare il presente.
Un percorso psicologico orientato a questo può offrire uno spazio in cui:
-dare significato alle esperienze lavorative passate, senza minimizzarle né ingigantirle;
-distinguere ciò che è accaduto nei contesti di lavoro da ciò che lei è come persona e come professionista;
-comprendere come si sono costruite nel tempo queste paure e questa tensione costante;
-recuperare gradualmente un senso di maggiore sicurezza e fiducia nel proprio modo di stare nei contesti lavorativi.
Il tema della famiglia e delle aspettative che sente su di sé sembra intrecciarsi fortemente con il lavoro, aumentando la sensazione di non avere alternative e di dover “resistere a tutti i costi”. Anche questo aspetto, così come la danza che per lei rappresenta uno spazio vitale e identitario, potrebbe trovare posto in un percorso che non abbia come obiettivo una decisione immediata, ma una maggiore chiarezza interna.
Non emerge dal suo racconto una mancanza di impegno o di capacità, ma piuttosto una persona che ha a lungo messo da parte se stessa per adattarsi a richieste esterne. Un percorso di supporto può servire proprio a ricostruire un rapporto meno faticoso con il lavoro, senza che ogni esperienza venga vissuta come una prova da superare o un rischio costante.
La ringrazio per aver condiviso una storia così articolata. La sensazione di stanchezza che descrive appare comprensibile alla luce di ciò che ha attraversato, e merita uno spazio di ascolto attento e rispettoso.
Un caro saluto,
Dott.ssa Carmen Coppola - Psicologa a Milano, Sesto San Giovanni, Online.
Buongiorno, La ringrazio sinceramente per il tempo e il coraggio che ha impiegato nel raccontare una storia così lunga e dolorosa. Da ciò che descrive emerge una persona che ha resistito moltissimo, spesso da sola, in contesti lavorativi segnati da umiliazioni, paura e mancanza di rispetto e tutela. È comprensibile che oggi si senta stanca, in gabbia e senza più energie... non perché Lei “non sia adatta al lavoro”, ma perché è stata esposta per anni a situazioni che hanno lasciato segni profondi sia nel contesto lavorativo che in quello personale.
Le reazioni di cui parla sono risposte frequenti in chi ha vissuto esperienze ripetute di svalutazione sul lavoro. Inoltre, si tratta di situazioni che si sono susseguite nel tempo, per cui la mente e il corpo imparano a restare sempre in allerta, come se il pericolo potesse tornare da un momento all’altro.
Nel Suo racconto colpisce anche quanto poco spazio e poca attenzione siano stati dati ai Suoi bisogni e a ciò che per Lei è vita, come la danza, e quanto invece sia stato forte il peso delle aspettative familiari e della paura di deludere o perdere sicurezza.
Il percorso che può essere più utile non è uno “per diventare più forte” o per imparare a sopportare meglio, ma un percorso psicologico che aiuti a rimettere insieme i pezzi, a dare un senso a quanto è successo e a ricostruire, con gradualità, fiducia in sé, nei propri limiti e nelle proprie risorse. Un lavoro che permetta di sciogliere la paura, riconoscere ciò che non Le appartiene e recuperare uno spazio di libertà e dignità personale.
Un primo colloquio può essere un modo per fermarsi, essere ascoltata in uno spazio senza giudizio e iniziare a capire quale direzione possa essere più rispettosa per Lei oggi, per non perdere sè stessa.
Le auguro di trovare la serenità,
un caro saluto.
Dott.ssa Simona Santoni - Psicologa
Le reazioni di cui parla sono risposte frequenti in chi ha vissuto esperienze ripetute di svalutazione sul lavoro. Inoltre, si tratta di situazioni che si sono susseguite nel tempo, per cui la mente e il corpo imparano a restare sempre in allerta, come se il pericolo potesse tornare da un momento all’altro.
Nel Suo racconto colpisce anche quanto poco spazio e poca attenzione siano stati dati ai Suoi bisogni e a ciò che per Lei è vita, come la danza, e quanto invece sia stato forte il peso delle aspettative familiari e della paura di deludere o perdere sicurezza.
Il percorso che può essere più utile non è uno “per diventare più forte” o per imparare a sopportare meglio, ma un percorso psicologico che aiuti a rimettere insieme i pezzi, a dare un senso a quanto è successo e a ricostruire, con gradualità, fiducia in sé, nei propri limiti e nelle proprie risorse. Un lavoro che permetta di sciogliere la paura, riconoscere ciò che non Le appartiene e recuperare uno spazio di libertà e dignità personale.
Un primo colloquio può essere un modo per fermarsi, essere ascoltata in uno spazio senza giudizio e iniziare a capire quale direzione possa essere più rispettosa per Lei oggi, per non perdere sè stessa.
Le auguro di trovare la serenità,
un caro saluto.
Dott.ssa Simona Santoni - Psicologa
Gentile,
da quello che racconta emerge un percorso lavorativo segnato da ripetute esperienze di svalutazione, abuso verbale, ambienti tossici e assenza di tutela, che nel tempo hanno lasciato ferite profonde sul piano dell’autostima, della fiducia in sé e della percezione del mondo del lavoro. Non si tratta di “debolezza” o di incapacità personale, ma di una esposizione prolungata a contesti traumatici che hanno progressivamente rinforzato paura, ipercontrollo, senso di colpa e aspettative di fallimento.
Quando una persona vive per anni situazioni in cui viene umiliata, non ascoltata, minacciata o costretta a dimettersi, il sistema emotivo impara ad anticipare il pericolo e a mettersi costantemente in allerta, ed è per questo che oggi ogni nuovo lavoro viene vissuto con angoscia, tensione e timore del giudizio.
A questo si intreccia in modo molto significativo il rapporto con la sua famiglia, che sembra aver contribuito a creare un clima di pressione, ricatto emotivo e mancanza di riconoscimento, rendendo il lavoro non solo una necessità economica ma una condizione per sentirsi “accettabile” e al sicuro. In questo senso, il disagio attuale non riguarda solo il lavoro in sé, ma un sistema di paure interiorizzate che si riattiva ogni volta che si sente valutata o dipendente dal giudizio altrui. Un percorso indicato per lei è uno spazio psicologico orientato al lavoro sui traumi relazionali e lavorativi, sull’autostima e sui confini, che possa aiutarla a rielaborare le esperienze passate, ridurre l’iperattivazione ansiosa e ricostruire un senso di valore personale non legato esclusivamente alla prestazione. Parallelamente può essere molto importante lavorare sul rapporto con la sua famiglia e sul diritto di scegliere una strada più coerente con chi è, come la danza, che oggi rappresenta una risorsa vitale e identitaria per lei.
L’obiettivo non è forzarla a “reggere di più”, ma aiutarla a sentirsi più libera interiormente, più solida e meno prigioniera della paura, così da poter affrontare il lavoro e le relazioni con maggiore serenità e autodeterminazione.
Resto a disposizione,
Dottoressa Gloria Giacomin
da quello che racconta emerge un percorso lavorativo segnato da ripetute esperienze di svalutazione, abuso verbale, ambienti tossici e assenza di tutela, che nel tempo hanno lasciato ferite profonde sul piano dell’autostima, della fiducia in sé e della percezione del mondo del lavoro. Non si tratta di “debolezza” o di incapacità personale, ma di una esposizione prolungata a contesti traumatici che hanno progressivamente rinforzato paura, ipercontrollo, senso di colpa e aspettative di fallimento.
Quando una persona vive per anni situazioni in cui viene umiliata, non ascoltata, minacciata o costretta a dimettersi, il sistema emotivo impara ad anticipare il pericolo e a mettersi costantemente in allerta, ed è per questo che oggi ogni nuovo lavoro viene vissuto con angoscia, tensione e timore del giudizio.
A questo si intreccia in modo molto significativo il rapporto con la sua famiglia, che sembra aver contribuito a creare un clima di pressione, ricatto emotivo e mancanza di riconoscimento, rendendo il lavoro non solo una necessità economica ma una condizione per sentirsi “accettabile” e al sicuro. In questo senso, il disagio attuale non riguarda solo il lavoro in sé, ma un sistema di paure interiorizzate che si riattiva ogni volta che si sente valutata o dipendente dal giudizio altrui. Un percorso indicato per lei è uno spazio psicologico orientato al lavoro sui traumi relazionali e lavorativi, sull’autostima e sui confini, che possa aiutarla a rielaborare le esperienze passate, ridurre l’iperattivazione ansiosa e ricostruire un senso di valore personale non legato esclusivamente alla prestazione. Parallelamente può essere molto importante lavorare sul rapporto con la sua famiglia e sul diritto di scegliere una strada più coerente con chi è, come la danza, che oggi rappresenta una risorsa vitale e identitaria per lei.
L’obiettivo non è forzarla a “reggere di più”, ma aiutarla a sentirsi più libera interiormente, più solida e meno prigioniera della paura, così da poter affrontare il lavoro e le relazioni con maggiore serenità e autodeterminazione.
Resto a disposizione,
Dottoressa Gloria Giacomin
Ciao, mi dispiace molto per le brutte esperienze che hai avuto riguardo al mondo del lavoro. Sicuramente sei stata messa a dura prova,ma si può lavorare in psicoterapia sia per elaborare i traumi riguardo queste esperienze, sia per trovare un modo per strutturarti e per essere ascoltata e compresa sia nell'ambiente di lavoro che nell'ambiente familiare. Potrai apprendere nuove modalità comunicative, ad essere assertiva ed empatica, migliorando la tua autostima troverai il modo di rispettarti e far in modo che gli altri ti portino rispetto.
Leggendo le tue righe mi è arrivata molto la fatica che stai facendo. Non è facile essere apprezzati nella società di oggi che richiede sempre più di quello che offre, purtroppo non la si può cambiare, ma forse si può cercare un modo più sereno di starci dentro.
Rimango a disposizione
Dott.ssa Laurent Alessia
Rimango a disposizione
Dott.ssa Laurent Alessia
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