Buongiorno, mi chiamo Cristina, ho 49 anni e sono figlia unica. Sono sposata e senza figli. Da 12 an
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Buongiorno, mi chiamo Cristina, ho 49 anni e sono figlia unica. Sono sposata e senza figli. Da 12 anni vivo a 100 km dai miei genitori. Non ho un lavoro perché a cadenza quindicinale vado dai miei genitori anziani per almeno quattro o cinque giorni. Da anni però vivo un'angoscia che non mi lascia mai, perché ho il terrore nei confronti della malattia e della perdita dei miei genitori. Mia madre ha 79 anni e sta abbastanza bene. Mio padre ne ha 84, ha uno stent al cuore e un'endoprotesi all'aorta addominale. Purtroppo l'ultima visita medica ha riscontrato dei problemi alla protesi. A giorni avremo un ulteriore colloquio con degli specialisti per capire se si può intervenire chirurgicamente e con che rischi, oppure se non sia possibile. Non dormo più, non vivo più, la vita mi sembra senza senso, fatta solo di prove, di perdite e di dolore. Giro a vuoto. In apparenza faccio tutto come una persona normale, ma dentro mi sento risucchiare dentro un abisso di terrore, di angoscia, di buio. È tutto troppo pesante, non riesco a reggere. Non trovo appigli, sfoghi. Attualmente sto facendo Emdr con uno psicologo ma non vedo risultati. L'angoscia, i pensieri catastrofici, sono sempre con me, riempiono tutti i miei giorni. Inoltre mi sento in colpa perché non riesco ad essere di aiuto ai miei genitori. Non riesco ad essere forte per sostenerli, rassicurarli, dimostrare loro che sono in grado di cavarmela da sola. Quando sono con loro vorrei solo fuggire lontano, non vedere, non sapere. Piango di nascosto. E non riesco a nascondere il mio terrore, di fronte a ogni piccolo o grande malessere dei miei, che non mi fanno pesare, ma che, purtroppo, fa parte dell'invecchiamento, dell'età. Vorrei tanto essere forte, tornare quella che ero, ma non ci riesco. Non so più cosa fare. Non c'è nulla che mi dia anche un momentaneo sollievo, né l'Emdr, né la fede, né i video sulla meditazione e la mindfulness. La mia testa è un cavallo imbizzarito.
Buongiorno Cristina, dalle sue parole arriva tutta la fatica che sta vivendo. Quando una persona amata si ammala o l’età dei genitori rende più concreta la possibilità della perdita, può emergere un’angoscia molto intensa, che spesso non riguarda solo il presente ma tocca paure profonde legate alla separazione, all’impotenza e al cambiamento.
Vorrei però dirle una cosa importante: il fatto che oggi si senta terrorizzata, fragile o sopraffatta non significa che non ami i suoi genitori abbastanza o che non sia in grado di sostenerli. Spesso chi soffre molto è proprio chi è profondamente coinvolto affettivamente.
Mi colpisce anche quanto lei sembri chiedere a se stessa di essere sempre forte. Forse, in questo momento, più che trovare immediatamente una soluzione al dolore, potrebbe essere utile concedersi di riconoscerlo e condividerlo in uno spazio terapeutico in cui sentirsi accolta, senza il peso di dover gestire tutto da sola.
Se sente che il percorso attuale non la sta aiutando come avrebbe bisogno, può essere utile parlarne apertamente con il professionista che la segue, affinché possiate comprendere insieme come procedere.
Le auguro di trovare un po’ di sollievo e di gentilezza verso se stessa in questo momento così delicato. Un caro saluto.
Ileana
Vorrei però dirle una cosa importante: il fatto che oggi si senta terrorizzata, fragile o sopraffatta non significa che non ami i suoi genitori abbastanza o che non sia in grado di sostenerli. Spesso chi soffre molto è proprio chi è profondamente coinvolto affettivamente.
Mi colpisce anche quanto lei sembri chiedere a se stessa di essere sempre forte. Forse, in questo momento, più che trovare immediatamente una soluzione al dolore, potrebbe essere utile concedersi di riconoscerlo e condividerlo in uno spazio terapeutico in cui sentirsi accolta, senza il peso di dover gestire tutto da sola.
Se sente che il percorso attuale non la sta aiutando come avrebbe bisogno, può essere utile parlarne apertamente con il professionista che la segue, affinché possiate comprendere insieme come procedere.
Le auguro di trovare un po’ di sollievo e di gentilezza verso se stessa in questo momento così delicato. Un caro saluto.
Ileana
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Salve provi a parlarne con il suo terapeuta, per far presente il bisogno di avere una stabilità maggiore in questo momento, cercando di co-costruire uno spazio di interazione reale e di supporto. L'emdr è un approccio terapeutico importante per la rielaborazione dei ricordi traumatici e richiede sempre la possibilità di accedere per la paziente all'immagine del posto sicuro e alle risorse che lei sente di avere, prima di accedere ai ricordi. Spero di averle dato qualche spunto di riflessione.
Cristina,
quello che sta vivendo arriva con una forza enorme, e dalle sue parole si sente tutta la fatica di questi anni trascorsi in uno stato di allerta continua. Lei è figlia unica, sente sulle spalle la responsabilità emotiva dei suoi genitori, vive la distanza, l’incertezza medica di suo padre, il confronto quotidiano con l’invecchiamento e con la possibilità della perdita. È comprensibile che il suo sistema emotivo sia esausto.
Spesso chi vive situazioni come la sua ha la sensazione di “non farcela più” non perché sia debole, ma perché da molto tempo sta cercando di reggere qualcosa di molto grande da sola, senza mai potersi davvero appoggiare. E allora la mente comincia a funzionare come un radar costantemente acceso: controlla, anticipa, immagina scenari catastrofici, cerca disperatamente di prepararsi al dolore. Ma così facendo non riesce più a riposare. Quell’angoscia che descrive il senso di abisso, il vivere tutto come una minaccia imminente, non è follia né incapacità: è il segnale di un organismo emotivo in sovraccarico.
Leggendola, emerge anche un altro aspetto molto importante: lei non sta soffrendo solo per la paura di perdere i suoi genitori. Sta soffrendo anche perché sente di non riuscire a essere la figlia che vorrebbe essere. Si colpevolizza perché non riesce a rassicurarli, a mostrarsi forte, lucida, capace di sostenerli. Ma il fatto che abbia paura non significa che non voglia abbastanza bene ai suoi genitori o che li stia deludendo. Anzi, spesso è proprio l’intensità del legame a rendere così difficile tollerare l’idea della fragilità e della perdita.
E c’è una cosa importante da dirle: il desiderio di fuggire quando è con loro non significa che lei voglia meno bene ai suoi genitori. È una reazione umana di fronte a qualcosa che sente emotivamente insostenibile. Una parte di lei vorrebbe proteggersi dal dolore anticipandolo o prendendone distanza. Succede molto più spesso di quanto si immagini.
Capisco anche la sua delusione rispetto all’EMDR, alla mindfulness, alla fede. Quando si vive un’angoscia così pervasiva si vorrebbe sentire un sollievo immediato, qualcosa che finalmente “spenga” la mente. Ma a volte il lavoro terapeutico, soprattutto quando c’è una paura profonda dell’abbandono, della perdita o della separazione, richiede tempo e anche la possibilità di sentirsi accolti nel dolore prima ancora che “curati” da esso. Non sempre il problema è eliminare l’angoscia subito; a volte il primo passo è non doverla attraversare da soli.
In questo momento forse sta chiedendo a sé stessa qualcosa di impossibile: essere contemporaneamente figlia spaventata, caregiver, donna forte, sostegno emotivo dei suoi genitori e persona perfettamente lucida. Ma nessun essere umano riesce a occupare tutti questi ruoli senza crollare un po’.
Vorrei che provasse, anche solo lentamente, a spostare lo sguardo da questa idea di “devo essere forte” a una domanda diversa: “Chi sostiene me mentre io cerco di sostenere tutti?”. Perché la sua sofferenza merita spazio, ascolto e cura tanto quanto quella dei suoi genitori.
E anche se adesso le sembra impossibile, il fatto stesso che riesca a raccontare con tanta lucidità il suo dolore significa che dentro di lei c’è ancora una parte viva che sta cercando un modo per non perdersi del tutto. Quella parte va accompagnata con delicatezza, non giudicata.
Non è sbagliata perché ha paura.
È una figlia molto spaventata, molto sola, e molto stanca.
Proprio per questo credo sia importante valutare sostegno psicologico o psicoterapeutico. A volte non è la persona a “non riuscire”, ma è necessario trovare tempi, modalità e strumenti più adatti al dolore che sta attraversando. Non deve sostenere tutto questo da sola. Un caro saluto, Dott.ssa Danila Bardi
quello che sta vivendo arriva con una forza enorme, e dalle sue parole si sente tutta la fatica di questi anni trascorsi in uno stato di allerta continua. Lei è figlia unica, sente sulle spalle la responsabilità emotiva dei suoi genitori, vive la distanza, l’incertezza medica di suo padre, il confronto quotidiano con l’invecchiamento e con la possibilità della perdita. È comprensibile che il suo sistema emotivo sia esausto.
Spesso chi vive situazioni come la sua ha la sensazione di “non farcela più” non perché sia debole, ma perché da molto tempo sta cercando di reggere qualcosa di molto grande da sola, senza mai potersi davvero appoggiare. E allora la mente comincia a funzionare come un radar costantemente acceso: controlla, anticipa, immagina scenari catastrofici, cerca disperatamente di prepararsi al dolore. Ma così facendo non riesce più a riposare. Quell’angoscia che descrive il senso di abisso, il vivere tutto come una minaccia imminente, non è follia né incapacità: è il segnale di un organismo emotivo in sovraccarico.
Leggendola, emerge anche un altro aspetto molto importante: lei non sta soffrendo solo per la paura di perdere i suoi genitori. Sta soffrendo anche perché sente di non riuscire a essere la figlia che vorrebbe essere. Si colpevolizza perché non riesce a rassicurarli, a mostrarsi forte, lucida, capace di sostenerli. Ma il fatto che abbia paura non significa che non voglia abbastanza bene ai suoi genitori o che li stia deludendo. Anzi, spesso è proprio l’intensità del legame a rendere così difficile tollerare l’idea della fragilità e della perdita.
E c’è una cosa importante da dirle: il desiderio di fuggire quando è con loro non significa che lei voglia meno bene ai suoi genitori. È una reazione umana di fronte a qualcosa che sente emotivamente insostenibile. Una parte di lei vorrebbe proteggersi dal dolore anticipandolo o prendendone distanza. Succede molto più spesso di quanto si immagini.
Capisco anche la sua delusione rispetto all’EMDR, alla mindfulness, alla fede. Quando si vive un’angoscia così pervasiva si vorrebbe sentire un sollievo immediato, qualcosa che finalmente “spenga” la mente. Ma a volte il lavoro terapeutico, soprattutto quando c’è una paura profonda dell’abbandono, della perdita o della separazione, richiede tempo e anche la possibilità di sentirsi accolti nel dolore prima ancora che “curati” da esso. Non sempre il problema è eliminare l’angoscia subito; a volte il primo passo è non doverla attraversare da soli.
In questo momento forse sta chiedendo a sé stessa qualcosa di impossibile: essere contemporaneamente figlia spaventata, caregiver, donna forte, sostegno emotivo dei suoi genitori e persona perfettamente lucida. Ma nessun essere umano riesce a occupare tutti questi ruoli senza crollare un po’.
Vorrei che provasse, anche solo lentamente, a spostare lo sguardo da questa idea di “devo essere forte” a una domanda diversa: “Chi sostiene me mentre io cerco di sostenere tutti?”. Perché la sua sofferenza merita spazio, ascolto e cura tanto quanto quella dei suoi genitori.
E anche se adesso le sembra impossibile, il fatto stesso che riesca a raccontare con tanta lucidità il suo dolore significa che dentro di lei c’è ancora una parte viva che sta cercando un modo per non perdersi del tutto. Quella parte va accompagnata con delicatezza, non giudicata.
Non è sbagliata perché ha paura.
È una figlia molto spaventata, molto sola, e molto stanca.
Proprio per questo credo sia importante valutare sostegno psicologico o psicoterapeutico. A volte non è la persona a “non riuscire”, ma è necessario trovare tempi, modalità e strumenti più adatti al dolore che sta attraversando. Non deve sostenere tutto questo da sola. Un caro saluto, Dott.ssa Danila Bardi
Cara Cristina,
Quello che descrive non è debolezza, e non è nemmeno un problema di tecniche da trovare. È il segnale che una parte di lei sta cercando di proteggersi da qualcosa che sente come insostenibile: la perdita, il lutto anticipatorio.
Il cavallo imbizzarrito che senti nella testa non si ferma con le redini della mindfulness o dell'EMDR se prima non si capisce cosa lo ha spaventato così tanto. L'angoscia che descrive sembra qualcosa di molto antico, non solo legato alla situazione attuale con suo padre.
Una domanda, se le va di esplorare: questa sensazione di non riuscire a reggere, di dover essere forte per gli altri pur crollando dentro è nuova nella sua vita, o la accompagna da molto tempo? Potrebbe parlare di questo con la sua psicologa. Le auguro il meglio.
Quello che descrive non è debolezza, e non è nemmeno un problema di tecniche da trovare. È il segnale che una parte di lei sta cercando di proteggersi da qualcosa che sente come insostenibile: la perdita, il lutto anticipatorio.
Il cavallo imbizzarrito che senti nella testa non si ferma con le redini della mindfulness o dell'EMDR se prima non si capisce cosa lo ha spaventato così tanto. L'angoscia che descrive sembra qualcosa di molto antico, non solo legato alla situazione attuale con suo padre.
Una domanda, se le va di esplorare: questa sensazione di non riuscire a reggere, di dover essere forte per gli altri pur crollando dentro è nuova nella sua vita, o la accompagna da molto tempo? Potrebbe parlare di questo con la sua psicologa. Le auguro il meglio.
Buongiorno Cristina,
Quando il pensiero della malattia e della morte occupa la mente in modo costante, il rischio è che l’intera vita finisca per restringersi attorno all’angoscia anticipatoria. Non si soffre soltanto per ciò che accade realmente, ma anche, e continuamente, per ciò che potrebbe accadere. Questo stato di allerta permanente consuma molte energie psichiche ed emotive. Forse il punto non è che l’EMDR “non funzioni”, ma che il livello di attivazione emotiva in cui vive attualmente sia ancora troppo elevato perché il suo sistema interno riesca a sperimentare una reale sensazione di sicurezza. In alcune situazioni, oltre al lavoro psicoterapeutico sul trauma e sulle paure profonde, può essere necessario affiancare un aiuto più concreto nella gestione dell’ansia. Non come segno di debolezza, ma come forma di cura della sofferenza. Potrebbe essere utile parlarne apertamente con il suo psicologo, condividendo con lui esattamente ciò che ha scritto qui, così da valutare insieme se possa essere opportuno anche un supporto farmacologico. Un primo passo potrebbe essere non pretendere da se stessa un controllo impossibile sulla vita, sulla malattia e sulla morte dei suoi cari. Ciò potrebbe alleviarle la sofferenza e i sensi di colpa. Purtroppo nessun figlio può fermare il tempo, l’invecchiamento o la fragilità delle persone che ama. Possiamo però esserci, pur con i nostri limiti, le nostre paure e la nostra umanità. E questo, spesso, è già molto. La ringrazio della condivisione.
Quando il pensiero della malattia e della morte occupa la mente in modo costante, il rischio è che l’intera vita finisca per restringersi attorno all’angoscia anticipatoria. Non si soffre soltanto per ciò che accade realmente, ma anche, e continuamente, per ciò che potrebbe accadere. Questo stato di allerta permanente consuma molte energie psichiche ed emotive. Forse il punto non è che l’EMDR “non funzioni”, ma che il livello di attivazione emotiva in cui vive attualmente sia ancora troppo elevato perché il suo sistema interno riesca a sperimentare una reale sensazione di sicurezza. In alcune situazioni, oltre al lavoro psicoterapeutico sul trauma e sulle paure profonde, può essere necessario affiancare un aiuto più concreto nella gestione dell’ansia. Non come segno di debolezza, ma come forma di cura della sofferenza. Potrebbe essere utile parlarne apertamente con il suo psicologo, condividendo con lui esattamente ciò che ha scritto qui, così da valutare insieme se possa essere opportuno anche un supporto farmacologico. Un primo passo potrebbe essere non pretendere da se stessa un controllo impossibile sulla vita, sulla malattia e sulla morte dei suoi cari. Ciò potrebbe alleviarle la sofferenza e i sensi di colpa. Purtroppo nessun figlio può fermare il tempo, l’invecchiamento o la fragilità delle persone che ama. Possiamo però esserci, pur con i nostri limiti, le nostre paure e la nostra umanità. E questo, spesso, è già molto. La ringrazio della condivisione.
Buongiorno Cristina,
quello che descrive sembra molto vicino ad uno stato di ansia continua e profonda, che negli anni ha finito per occupare gran parte dei suoi pensieri, delle sue energie e della sua vita quotidiana. Quando si vive a lungo con la paura della malattia e della perdita dei propri genitori, può succedere di sentirsi costantemente in allerta, come se la mente non riuscisse mai davvero a fermarsi o a trovare un momento di tregua.
Nelle sue parole si sente anche un forte senso di responsabilità nel il bisogno di essere forte, di sostenere i suoi genitori, di non far vedere la paura. Ma spesso chi vive questo tipo di sofferenza finisce per sentirsi molto solo e schiacciato dal peso emotivo che porta dentro.
Il fatto che oggi lei non riesca a trovare sollievo, nemmeno nelle cose che in passato potevano aiutarla, non significa che non ci sia una strada possibile. A volte, oltre ai sintomi dell’ansia e dei pensieri catastrofici, è importante poter dare spazio anche alla fatica emotiva legata al cambiamento, all’invecchiamento dei genitori e al timore di affrontare la vita senza punti di riferimento. Le auguro di poter trovare, poco alla volta, uno spazio in cui sentirsi maggiormente sostenuta e meno sola dentro questa paura. Cordialmente, AM
quello che descrive sembra molto vicino ad uno stato di ansia continua e profonda, che negli anni ha finito per occupare gran parte dei suoi pensieri, delle sue energie e della sua vita quotidiana. Quando si vive a lungo con la paura della malattia e della perdita dei propri genitori, può succedere di sentirsi costantemente in allerta, come se la mente non riuscisse mai davvero a fermarsi o a trovare un momento di tregua.
Nelle sue parole si sente anche un forte senso di responsabilità nel il bisogno di essere forte, di sostenere i suoi genitori, di non far vedere la paura. Ma spesso chi vive questo tipo di sofferenza finisce per sentirsi molto solo e schiacciato dal peso emotivo che porta dentro.
Il fatto che oggi lei non riesca a trovare sollievo, nemmeno nelle cose che in passato potevano aiutarla, non significa che non ci sia una strada possibile. A volte, oltre ai sintomi dell’ansia e dei pensieri catastrofici, è importante poter dare spazio anche alla fatica emotiva legata al cambiamento, all’invecchiamento dei genitori e al timore di affrontare la vita senza punti di riferimento. Le auguro di poter trovare, poco alla volta, uno spazio in cui sentirsi maggiormente sostenuta e meno sola dentro questa paura. Cordialmente, AM
Buongiorno, La ringrazio per aver condiviso questo dolore profondo.
Il vuoto e la sofferenza che descrive nascono da un forte carico emotivo che nasce dal fatto che Lei si trova nel delicato ruolo di figlia unica che affronta l'invecchiamento dei genitori, amplificato dalla distanza fisica e dalla rinuncia alla propria quotidianità professionale.
La sua reazione non è una colpa, né una mancanza di forza ma la risposta di un sovraccarico emotivo accentuato dall'attesa dell'evento temuto.
Mi sembra importante accettare la paura. Il desiderio di fuggire è una normale difesa della mente di fronte a un dolore che sente di non poter tollerare. Se in questo momento si sente in un "abisso", parli apertamente con il suo terapeuta del fatto che non sta traendo beneficio. Potrebbe essere necessario cambiare approccio, focalizzandosi sul sostegno nel qui e ora o valutando, insieme a un medico, un supporto farmacologico temporaneo per l'ansia e il sonno.
Cerchi di condividere il più possibile con suo marito, evitando di affrontare tutto questo in totale solitudine. Permetta a chi le sta vicino di sostenerla, senza pretendere di mostrare una autonomia impossibile in questo momento e si conceda il diritto di essere fragile e vulnerabile, di essere se stessa.
Il vuoto e la sofferenza che descrive nascono da un forte carico emotivo che nasce dal fatto che Lei si trova nel delicato ruolo di figlia unica che affronta l'invecchiamento dei genitori, amplificato dalla distanza fisica e dalla rinuncia alla propria quotidianità professionale.
La sua reazione non è una colpa, né una mancanza di forza ma la risposta di un sovraccarico emotivo accentuato dall'attesa dell'evento temuto.
Mi sembra importante accettare la paura. Il desiderio di fuggire è una normale difesa della mente di fronte a un dolore che sente di non poter tollerare. Se in questo momento si sente in un "abisso", parli apertamente con il suo terapeuta del fatto che non sta traendo beneficio. Potrebbe essere necessario cambiare approccio, focalizzandosi sul sostegno nel qui e ora o valutando, insieme a un medico, un supporto farmacologico temporaneo per l'ansia e il sonno.
Cerchi di condividere il più possibile con suo marito, evitando di affrontare tutto questo in totale solitudine. Permetta a chi le sta vicino di sostenerla, senza pretendere di mostrare una autonomia impossibile in questo momento e si conceda il diritto di essere fragile e vulnerabile, di essere se stessa.
Buongiorno, talvolta l'unico modo per superare le paure è attraversarle. Se la meditazione, la mindfulness e l'emdr non le bastano è perché ha talmente tanti contenuti da elaborare che la sua mente esplode e non riesce a calmarsi. Talvolta, come mi sembra nel suo caso, si è talmente sovraccarichi che lo stimolo a calmarsdi diventa controproducente. Io le consiglierei di cominciare un percorso di terapia individuale che possa però approfondire tutte le tematiche che la turbano. Un altro consiglio che mi sento di darle è scrivere, buttare giuù tutto ciò che sente, non importa la forma tanto è una cosa che fa per lei, ma scrivere non solo aiuta a tirare fuori i contenuti, ma anche a distanziarsene quel tanto che basta magari per riposare un po'. La saluto e le auguro di riuscire a trovare la formula per stare meglio.
Buongiorno Cristina, da quello che racconta sembra che da molto tempo stia vivendo in uno stato di allarme continuo, come se la possibilità della perdita dei suoi genitori fosse diventata una presenza costante dentro di lei. Quando l’angoscia occupa così tanto spazio, spesso non si riesce più a distinguere tra ciò che sta accadendo realmente e il terrore anticipato di ciò che potrebbe accadere. Non significa che lei sia debole o incapace di amare i suoi genitori, anzi: il legame affettivo appare molto profondo, ma sembra essersi intrecciato con un senso di responsabilità e di paura che oggi la stanno schiacciando. Anche il desiderio di fuggire che prova quando è con loro non è mancanza d’affetto, ma il segnale di una sofferenza emotiva diventata troppo intensa da sostenere da sola. Se il lavoro con l’EMDR non le sta dando sollievo, potrebbe essere utile parlarne apertamente con il suo terapeuta e chiedersi insieme se questo sia il percorso più adatto per il tipo di angoscia che sta vivendo ora. In momenti come questi, più che “essere forte”, diventa importante trovare uno spazio in cui sentirsi contenuta e aiutata a dare un senso a tutto questo dolore e a questa paura.
Cristina, da quello che scrivi non sembri una figlia “debole” o incapace: sembri una persona consumata da anni di paura anticipata.
Il problema non è solo la possibile perdita dei tuoi genitori, ma il fatto che vivi già adesso come se quella perdita fosse continuamente presente e imminente. È questo che ti sta togliendo il sonno, il lavoro, la possibilità di respirare.
E c’è una cosa importante: pretendere da te stessa di essere sempre forte, rassicurante e lucida mentre vivi un’angoscia così intensa rischia solo di farti sentire ancora più in colpa.
L’EMDR non sempre dà benefici rapidi, soprattutto quando la mente è in uno stato di allarme continuo da anni. Non significa che tu sia “irrecuperabile”.
Però forse dovresti smettere di misurare il tuo valore su quanto riesci a controllare la malattia, l’invecchiamento o il dolore dei tuoi genitori. Perché quelle cose, purtroppo, nessuno le controlla davvero.
E una cosa che dal tuo messaggio si sente chiaramente: vuoi molto bene ai tuoi genitori. Anche se non riesci a essere la figlia forte che immagini di dover essere.
Il problema non è solo la possibile perdita dei tuoi genitori, ma il fatto che vivi già adesso come se quella perdita fosse continuamente presente e imminente. È questo che ti sta togliendo il sonno, il lavoro, la possibilità di respirare.
E c’è una cosa importante: pretendere da te stessa di essere sempre forte, rassicurante e lucida mentre vivi un’angoscia così intensa rischia solo di farti sentire ancora più in colpa.
L’EMDR non sempre dà benefici rapidi, soprattutto quando la mente è in uno stato di allarme continuo da anni. Non significa che tu sia “irrecuperabile”.
Però forse dovresti smettere di misurare il tuo valore su quanto riesci a controllare la malattia, l’invecchiamento o il dolore dei tuoi genitori. Perché quelle cose, purtroppo, nessuno le controlla davvero.
E una cosa che dal tuo messaggio si sente chiaramente: vuoi molto bene ai tuoi genitori. Anche se non riesci a essere la figlia forte che immagini di dover essere.
Buongiorno Cristina,
da quello che scrive, mi arriva anzitutto la misura della sua sofferenza. Non mi sembra di leggere soltanto la paura che suo padre possa stare male o che un giorno possa perdere i suoi genitori. Mi sembra di leggere una persona che da anni vive come se quella perdita fosse già continuamente presente, come se fosse tutti i giorni a contatto con la possibilità della loro assenza.
E' come se lei vivesse in uno stato di allarme permanente, in cui il pensiero della malattia, della morte e della separazione occupa quasi tutto lo spazio mentale. Non sta soffrendo soltanto per una situazione esterna ma sta combattendo una battaglia interna che diventa totalizzante.
Leggendo le sue parole, non ho l'impressione che il problema principale sia suo padre o la protesi aortica. Quello è certamente un problema reale e serio, che richiede valutazioni mediche accurate. Ma la disperazione che descrive sembra molto più antica e profonda dell'evento attuale. Riguardo all'EMDR, non necessariamente il fatto che lei non percepisca benefici significa che la terapia sia sbagliata. Tuttavia, da ciò che racconta, mi chiedo se ci sia spazio per esplorare più profondamente il significato di questa angoscia, la sua storia affettiva, il suo rapporto con la separazione, la dipendenza, l'autonomia, la perdita.
Perché a volte il sintomo che appare oggi è la forma attuale di un dolore molto più antico.
Leggendo il suo racconto, ho la sensazione che lei non stia lottando soltanto contro la possibilità di perdere i suoi genitori ma che stia lottando contro qualcosa di ancora più universale e doloroso: il fatto che amiamo persone che non possiamo trattenere per sempre.
E questa è una verità che nessuno riesce ad accettare completamente.
Possiamo però imparare, poco alla volta, a viverla senza che divori tutta la nostra vita. Anche se oggi le sembra impossibile, il fatto che in questo momento non riesca a vedere una via d'uscita non significa che quella via non esista.
Le auguro il meglio,
Cari saluti
da quello che scrive, mi arriva anzitutto la misura della sua sofferenza. Non mi sembra di leggere soltanto la paura che suo padre possa stare male o che un giorno possa perdere i suoi genitori. Mi sembra di leggere una persona che da anni vive come se quella perdita fosse già continuamente presente, come se fosse tutti i giorni a contatto con la possibilità della loro assenza.
E' come se lei vivesse in uno stato di allarme permanente, in cui il pensiero della malattia, della morte e della separazione occupa quasi tutto lo spazio mentale. Non sta soffrendo soltanto per una situazione esterna ma sta combattendo una battaglia interna che diventa totalizzante.
Leggendo le sue parole, non ho l'impressione che il problema principale sia suo padre o la protesi aortica. Quello è certamente un problema reale e serio, che richiede valutazioni mediche accurate. Ma la disperazione che descrive sembra molto più antica e profonda dell'evento attuale. Riguardo all'EMDR, non necessariamente il fatto che lei non percepisca benefici significa che la terapia sia sbagliata. Tuttavia, da ciò che racconta, mi chiedo se ci sia spazio per esplorare più profondamente il significato di questa angoscia, la sua storia affettiva, il suo rapporto con la separazione, la dipendenza, l'autonomia, la perdita.
Perché a volte il sintomo che appare oggi è la forma attuale di un dolore molto più antico.
Leggendo il suo racconto, ho la sensazione che lei non stia lottando soltanto contro la possibilità di perdere i suoi genitori ma che stia lottando contro qualcosa di ancora più universale e doloroso: il fatto che amiamo persone che non possiamo trattenere per sempre.
E questa è una verità che nessuno riesce ad accettare completamente.
Possiamo però imparare, poco alla volta, a viverla senza che divori tutta la nostra vita. Anche se oggi le sembra impossibile, il fatto che in questo momento non riesca a vedere una via d'uscita non significa che quella via non esista.
Le auguro il meglio,
Cari saluti
Salve Cristina,le parole che usa rendono molto bene la profondità della sua sofferenza: non sta descrivendo “semplice preoccupazione”, ma uno stato di allarme continuo, fatto di angoscia, pensieri catastrofici, senso di colpa e paura anticipatoria della perdita. È comprensibile che, in una situazione reale di fragilità dei suoi genitori e di incertezza medica, la mente cerchi continuamente di prevedere il peggio. Il problema è che questo tentativo di “prepararsi” al dolore spesso finisce per far vivere quel dolore ogni giorno, prima ancora che accada qualcosa.
Il fatto che lei desideri fuggire, pianga di nascosto o non riesca a sentirsi “forte” non significa che non ami i suoi genitori o che non sia di aiuto. Può significare, piuttosto, che il suo sistema emotivo è sovraccarico da troppo tempo. Quando siamo in uno stato di minaccia costante, il corpo e la mente entrano in modalità sopravvivenza: fuga, blocco, ipercontrollo, insonnia, rimuginio. Non è mancanza di volontà.
Rispetto all’EMDR, può capitare che in alcune fasi non si percepiscano subito risultati, soprattutto se l’angoscia attuale è molto intensa e se il lavoro terapeutico non è accompagnato anche da strumenti concreti di regolazione emotiva, gestione dei pensieri catastrofici e tolleranza dell’incertezza. Le suggerirei di parlarne apertamente con il suo terapeuta: dire proprio che sente di non avere sollievo, che non dorme e che i pensieri sono costanti. Questo è materiale importante da portare in seduta.
In questo momento sarebbe utile lavorare su alcuni obiettivi molto pratici: distinguere ciò che è sotto il suo controllo da ciò che non lo è, ridurre il rimuginio anticipatorio, costruire piccoli momenti di recupero fisico ed emotivo, e soprattutto ridimensionare il senso di colpa. Essere figlia non significa dover essere sempre lucida, forte e rassicurante. Può esserci amore anche nella paura, anche nella fragilità.
Le consiglio inoltre, se l’insonnia e l’angoscia sono così pervasive, di valutare anche un confronto con il medico curante o con uno psichiatra, non perché “sia grave” o perché lei non possa farcela, ma perché a volte il livello di attivazione è talmente alto che serve un aiuto integrato per ritrovare un minimo di stabilità.
Non deve diventare improvvisamente “forte”. Il primo passo, forse, è smettere di giudicarsi per la paura che prova e iniziare a costruire strumenti per attraversarla. Quello che sta vivendo merita attenzione, cura e uno spazio terapeutico in cui sentirsi sostenuta, non colpevolizzata. Un cordiale saluto
Il fatto che lei desideri fuggire, pianga di nascosto o non riesca a sentirsi “forte” non significa che non ami i suoi genitori o che non sia di aiuto. Può significare, piuttosto, che il suo sistema emotivo è sovraccarico da troppo tempo. Quando siamo in uno stato di minaccia costante, il corpo e la mente entrano in modalità sopravvivenza: fuga, blocco, ipercontrollo, insonnia, rimuginio. Non è mancanza di volontà.
Rispetto all’EMDR, può capitare che in alcune fasi non si percepiscano subito risultati, soprattutto se l’angoscia attuale è molto intensa e se il lavoro terapeutico non è accompagnato anche da strumenti concreti di regolazione emotiva, gestione dei pensieri catastrofici e tolleranza dell’incertezza. Le suggerirei di parlarne apertamente con il suo terapeuta: dire proprio che sente di non avere sollievo, che non dorme e che i pensieri sono costanti. Questo è materiale importante da portare in seduta.
In questo momento sarebbe utile lavorare su alcuni obiettivi molto pratici: distinguere ciò che è sotto il suo controllo da ciò che non lo è, ridurre il rimuginio anticipatorio, costruire piccoli momenti di recupero fisico ed emotivo, e soprattutto ridimensionare il senso di colpa. Essere figlia non significa dover essere sempre lucida, forte e rassicurante. Può esserci amore anche nella paura, anche nella fragilità.
Le consiglio inoltre, se l’insonnia e l’angoscia sono così pervasive, di valutare anche un confronto con il medico curante o con uno psichiatra, non perché “sia grave” o perché lei non possa farcela, ma perché a volte il livello di attivazione è talmente alto che serve un aiuto integrato per ritrovare un minimo di stabilità.
Non deve diventare improvvisamente “forte”. Il primo passo, forse, è smettere di giudicarsi per la paura che prova e iniziare a costruire strumenti per attraversarla. Quello che sta vivendo merita attenzione, cura e uno spazio terapeutico in cui sentirsi sostenuta, non colpevolizzata. Un cordiale saluto
Gentile Cristina,
quello che descrive arriva con grande forza e profondità, e fa pensare a uno stato di sofferenza emotiva molto intenso, che probabilmente va avanti da anni e che oggi si è acutizzato di fronte alla fragilità concreta di suo padre.
La paura della perdita dei genitori è un’esperienza umana molto comune, ma quando diventa costante, invasiva e totalizzante — al punto da togliere il sonno, il senso della vita, la capacità di stare nel presente e perfino di sentirsi utili — allora non si tratta più soltanto di “preoccupazione”, ma di un’angoscia profonda che merita attenzione e cura.
Nel suo racconto emergono diversi aspetti importanti:
un forte senso di responsabilità verso i suoi genitori;
la paura di non essere abbastanza forte;
il senso di colpa per ciò che sente;
pensieri catastrofici continui;
una difficoltà a tollerare l’idea della malattia, dell’invecchiamento e della separazione;
uno stato di allerta emotiva costante che sembra averle tolto ogni spazio di respiro.
Molto spesso, quando si vive così, la mente entra in una sorta di “modalità sopravvivenza”: cerca continuamente di prevedere il peggio per tentare di controllarlo. Ma questo meccanismo, invece di proteggere, finisce per alimentare ansia, impotenza e disperazione. È comprensibile allora sentirsi esausti, svuotati e incapaci di trovare sollievo anche in strumenti che normalmente aiutano.
Un altro aspetto importante è che lei sembra vivere un conflitto interno molto doloroso: da una parte desidera stare vicino ai suoi genitori e proteggerli, dall’altra sente il bisogno di fuggire da una realtà che le provoca troppo dolore. Questo non significa che li ami meno o che sia egoista: significa che il suo sistema emotivo è probabilmente sovraccarico.
Anche il fatto che l’EMDR al momento non le stia dando beneficio non significa che “non ci sia soluzione”. Talvolta, prima ancora di elaborare alcuni nuclei profondi, è necessario lavorare sulla stabilizzazione emotiva, sulla regolazione dell’ansia e sul contenimento dei pensieri catastrofici. In alcuni casi può essere utile integrare percorsi diversi o valutare un supporto psichiatrico temporaneo, soprattutto quando il sonno, l’angoscia e la qualità della vita risultano così compromessi.
C’è poi un passaggio molto importante nel suo messaggio: “vorrei tornare quella che ero”. Questo significa che una parte di lei sente ancora il desiderio di stare meglio, e questa parte è preziosa. Non deve diventare “forte” nel senso di non provare paura o dolore. La vera forza spesso consiste nel poter attraversare queste emozioni senza esserne travolti completamente e senza sentirsi sbagliati per ciò che si prova.
Le suggerirei di non affrontare tutto questo da sola e di approfondire il suo vissuto con uno specialista con cui possa sentirsi realmente accolta e aiutata a lavorare non solo sull’ansia attuale, ma anche sui significati profondi che questa paura della perdita sembra avere nella sua vita.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrive arriva con grande forza e profondità, e fa pensare a uno stato di sofferenza emotiva molto intenso, che probabilmente va avanti da anni e che oggi si è acutizzato di fronte alla fragilità concreta di suo padre.
La paura della perdita dei genitori è un’esperienza umana molto comune, ma quando diventa costante, invasiva e totalizzante — al punto da togliere il sonno, il senso della vita, la capacità di stare nel presente e perfino di sentirsi utili — allora non si tratta più soltanto di “preoccupazione”, ma di un’angoscia profonda che merita attenzione e cura.
Nel suo racconto emergono diversi aspetti importanti:
un forte senso di responsabilità verso i suoi genitori;
la paura di non essere abbastanza forte;
il senso di colpa per ciò che sente;
pensieri catastrofici continui;
una difficoltà a tollerare l’idea della malattia, dell’invecchiamento e della separazione;
uno stato di allerta emotiva costante che sembra averle tolto ogni spazio di respiro.
Molto spesso, quando si vive così, la mente entra in una sorta di “modalità sopravvivenza”: cerca continuamente di prevedere il peggio per tentare di controllarlo. Ma questo meccanismo, invece di proteggere, finisce per alimentare ansia, impotenza e disperazione. È comprensibile allora sentirsi esausti, svuotati e incapaci di trovare sollievo anche in strumenti che normalmente aiutano.
Un altro aspetto importante è che lei sembra vivere un conflitto interno molto doloroso: da una parte desidera stare vicino ai suoi genitori e proteggerli, dall’altra sente il bisogno di fuggire da una realtà che le provoca troppo dolore. Questo non significa che li ami meno o che sia egoista: significa che il suo sistema emotivo è probabilmente sovraccarico.
Anche il fatto che l’EMDR al momento non le stia dando beneficio non significa che “non ci sia soluzione”. Talvolta, prima ancora di elaborare alcuni nuclei profondi, è necessario lavorare sulla stabilizzazione emotiva, sulla regolazione dell’ansia e sul contenimento dei pensieri catastrofici. In alcuni casi può essere utile integrare percorsi diversi o valutare un supporto psichiatrico temporaneo, soprattutto quando il sonno, l’angoscia e la qualità della vita risultano così compromessi.
C’è poi un passaggio molto importante nel suo messaggio: “vorrei tornare quella che ero”. Questo significa che una parte di lei sente ancora il desiderio di stare meglio, e questa parte è preziosa. Non deve diventare “forte” nel senso di non provare paura o dolore. La vera forza spesso consiste nel poter attraversare queste emozioni senza esserne travolti completamente e senza sentirsi sbagliati per ciò che si prova.
Le suggerirei di non affrontare tutto questo da sola e di approfondire il suo vissuto con uno specialista con cui possa sentirsi realmente accolta e aiutata a lavorare non solo sull’ansia attuale, ma anche sui significati profondi che questa paura della perdita sembra avere nella sua vita.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno Cristina,
dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, che sembra andare oltre la preoccupazione “normale” per la salute dei genitori anziani. Lei descrive uno stato di allarme continuo, come se la sua mente fosse costantemente proiettata verso la possibilità della perdita, senza riuscire più a trovare uno spazio interno di tregua o di sicurezza.
Essere figlia unica, sentirsi emotivamente responsabile dei propri genitori e trovarsi di fronte alla loro fragilità fisica può riattivare paure molto primitive: la paura della separazione, dell’abbandono, della solitudine, ma anche il timore di non riuscire a sopravvivere emotivamente al dolore. Non è debolezza quella che sta vivendo. Sembra piuttosto una condizione di forte sovraccarico emotivo e ansioso che, col tempo, ha finito per occupare quasi tutto il suo spazio mentale.
Mi colpisce molto quando scrive che vorrebbe “fuggire lontano” mentre contemporaneamente si sente in colpa per non riuscire a essere forte. Spesso, quando l’angoscia diventa troppo intensa, il desiderio di allontanarsi non nasce da mancanza d’amore, ma dal bisogno disperato di sottrarsi a qualcosa che internamente appare insostenibile. E più cerca di controllare la paura, più la mente sembra amplificarla.
Un altro aspetto importante è che lei sembra sentirsi obbligata a dover essere forte, rassicurante, capace di sostenere tutti. Ma in questo momento è lei ad avere bisogno di essere sostenuta. Non deve dimostrare di essere invulnerabile per amare i suoi genitori.
Il fatto che l’EMDR al momento non le dia sollievo non significa necessariamente che il percorso sia sbagliato. A volte, quando l’ansia è così pervasiva e continua, può essere utile affiancare alla psicoterapia anche una valutazione psichiatrica, non perché “lei non ce la faccia”, ma perché il livello di angoscia e insonnia che descrive potrebbe aver bisogno di un aiuto ulteriore per permetterle di recuperare un minimo di stabilità emotiva e di riposo mentale. Quando il sistema nervoso è costantemente in allarme, anche le tecniche di rilassamento o mindfulness rischiano di non riuscire a essere efficaci.
Cerchi anche di non giudicarsi per il fatto di non sentirsi “quella di prima”. In fasi della vita in cui ci confrontiamo con la vulnerabilità dei genitori e con il tema della perdita, molte certezze profonde vengono messe in discussione. Questo non significa che resterà così per sempre, anche se adesso può sembrarle impossibile immaginarlo.
Più che sforzarsi di eliminare subito l’angoscia, forse il primo passo potrebbe essere iniziare a riconoscere che sta vivendo una fatica emotiva enorme, e che merita di essere accompagnata e contenuta, non combattuta da sola.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, che sembra andare oltre la preoccupazione “normale” per la salute dei genitori anziani. Lei descrive uno stato di allarme continuo, come se la sua mente fosse costantemente proiettata verso la possibilità della perdita, senza riuscire più a trovare uno spazio interno di tregua o di sicurezza.
Essere figlia unica, sentirsi emotivamente responsabile dei propri genitori e trovarsi di fronte alla loro fragilità fisica può riattivare paure molto primitive: la paura della separazione, dell’abbandono, della solitudine, ma anche il timore di non riuscire a sopravvivere emotivamente al dolore. Non è debolezza quella che sta vivendo. Sembra piuttosto una condizione di forte sovraccarico emotivo e ansioso che, col tempo, ha finito per occupare quasi tutto il suo spazio mentale.
Mi colpisce molto quando scrive che vorrebbe “fuggire lontano” mentre contemporaneamente si sente in colpa per non riuscire a essere forte. Spesso, quando l’angoscia diventa troppo intensa, il desiderio di allontanarsi non nasce da mancanza d’amore, ma dal bisogno disperato di sottrarsi a qualcosa che internamente appare insostenibile. E più cerca di controllare la paura, più la mente sembra amplificarla.
Un altro aspetto importante è che lei sembra sentirsi obbligata a dover essere forte, rassicurante, capace di sostenere tutti. Ma in questo momento è lei ad avere bisogno di essere sostenuta. Non deve dimostrare di essere invulnerabile per amare i suoi genitori.
Il fatto che l’EMDR al momento non le dia sollievo non significa necessariamente che il percorso sia sbagliato. A volte, quando l’ansia è così pervasiva e continua, può essere utile affiancare alla psicoterapia anche una valutazione psichiatrica, non perché “lei non ce la faccia”, ma perché il livello di angoscia e insonnia che descrive potrebbe aver bisogno di un aiuto ulteriore per permetterle di recuperare un minimo di stabilità emotiva e di riposo mentale. Quando il sistema nervoso è costantemente in allarme, anche le tecniche di rilassamento o mindfulness rischiano di non riuscire a essere efficaci.
Cerchi anche di non giudicarsi per il fatto di non sentirsi “quella di prima”. In fasi della vita in cui ci confrontiamo con la vulnerabilità dei genitori e con il tema della perdita, molte certezze profonde vengono messe in discussione. Questo non significa che resterà così per sempre, anche se adesso può sembrarle impossibile immaginarlo.
Più che sforzarsi di eliminare subito l’angoscia, forse il primo passo potrebbe essere iniziare a riconoscere che sta vivendo una fatica emotiva enorme, e che merita di essere accompagnata e contenuta, non combattuta da sola.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Gentile Cristina, grazie per aver condiviso.
Emerge un carico emotivo enorme, che da anni porta quasi interamente da sola. La paura della malattia dei suoi genitori, la responsabilità come figlia unica, la distanza, l’incertezza legata alla salute di suo padre: tutto questo può generare un’angoscia continua, che non dipende dalla sua “forza”, ma dalla pressione a cui è sottoposta.
Il fatto che in apparenza riesca a fare tutto mentre dentro sente un abisso non è un segno di debolezza, ma il risultato di un sistema interno che da troppo tempo vive in allarme. Spesso, se non c’è uno spazio sicuro in cui appoggiarsi, si reagisce con insonnia, pensieri catastrofici e senso di smarrimento.
Anche il desiderio di fuggire quando è con i suoi genitori, ma di un sovraccarico emotivo che non trova vie di sfogo. Nessuno può sostenere un ruolo di cura così impegnativo senza avere a propria volta un luogo in cui essere fragile.
Il percorso che sta facendo può essere utile, ma a volte serve affiancare al lavoro sul sintomo uno spazio in cui rimettere ordine nei ruoli, nei confini e nelle aspettative reciproche. E' importante trovare un modo più sostenibile di stare dentro questa fase della sua vita, senza che questo la faccia sentire travolta
Emerge un carico emotivo enorme, che da anni porta quasi interamente da sola. La paura della malattia dei suoi genitori, la responsabilità come figlia unica, la distanza, l’incertezza legata alla salute di suo padre: tutto questo può generare un’angoscia continua, che non dipende dalla sua “forza”, ma dalla pressione a cui è sottoposta.
Il fatto che in apparenza riesca a fare tutto mentre dentro sente un abisso non è un segno di debolezza, ma il risultato di un sistema interno che da troppo tempo vive in allarme. Spesso, se non c’è uno spazio sicuro in cui appoggiarsi, si reagisce con insonnia, pensieri catastrofici e senso di smarrimento.
Anche il desiderio di fuggire quando è con i suoi genitori, ma di un sovraccarico emotivo che non trova vie di sfogo. Nessuno può sostenere un ruolo di cura così impegnativo senza avere a propria volta un luogo in cui essere fragile.
Il percorso che sta facendo può essere utile, ma a volte serve affiancare al lavoro sul sintomo uno spazio in cui rimettere ordine nei ruoli, nei confini e nelle aspettative reciproche. E' importante trovare un modo più sostenibile di stare dentro questa fase della sua vita, senza che questo la faccia sentire travolta
Buongiorno Cristina. Le sue parole descrivono con dolorosa chiarezza un carico emotivo ed esistenziale diventato ormai troppo pesante da sostenere, un'esperienza che assomiglia a un vero e proprio sfinimento della mente e del corpo. Quando si è figlie uniche, il legame con i genitori anziani si porta dietro una responsabilità profonda che, di fronte alla fragilità della salute, può trasformarsi in una morsa di solitudine e terrore, dove ogni chilometro di distanza e ogni controllo medico rischiano di amplificare l'angoscia della perdita.
La sensazione di trovarsi in un abisso e di avere una testa che si comporta come un cavallo imbizzarrito è la risposta naturale di un sistema nervoso saturo, che si trova da anni in uno stato di costante allarme biologico. Questa rincorsa continua tra la sua casa e quella dei suoi genitori ha finito per fagocitare la sua intera quotidianità, privandola di uno spazio lavorativo e personale, e lasciandola esposta a pensieri catastrofici che si alimentano proprio del vuoto circostante. Il paradosso più doloroso che sta vivendo è il senso di colpa: vorrebbe essere una colonna per loro e dimostrare forza, ma la paura è talmente totalizzante da farle desiderare la fuga, un istinto di protezione del tutto umano quando il dolore supera la nostra temporanea capacità di tollerarlo.
Il motivo per cui pratiche come la meditazione, la fede o la stessa terapia EMDR non le stanno dando il sollievo sperato risiede nel fatto che quando il livello di attivazione ansiosa è al picco, il cervello si trova in una modalità di pura sopravvivenza. In questa fase di blackout emotivo, i tentativi di autorilassamento o di ristrutturazione profonda non riescono a fare presa perché la mente percepisce la minaccia della malattia di suo padre come imminente e assoluta. L'EMDR è uno strumento prezioso, ma richiede tempo e soprattutto una base di stabilità nel presente che l'attuale attesa del consulto specialistico purtroppo non le permette di avere.
In questo momento di acuzie, l'obiettivo non può essere quello di cancellare magicamente la paura o di ritornare improvvisamente a essere la persona di un tempo, ma quello di arginare l'onda per evitare che la travolga. La prima cosa da fare è darsi il permesso di essere spaventata e di piangere, smettendo di chiedersi una fermezza irreale che aumenta solo il suo senso di inadeguatezza. Diventa fondamentale anche circoscrivere l'attesa per il colloquio con gli specialisti, affrontando la realtà un giorno alla volta senza anticipare scenari che non sono ancora scritti. Se sente che la sofferenza e l'insonnia sono diventate intollerabili e i pensieri non si fermano, valuti la possibilità di affiancare temporaneamente al percorso psicologico un consulto medico per un supporto farmacologico, che possa aiutarla a calmare le acque in superficie e a ritrovare il sonno necessario per gestire i prossimi passi con maggiore lucidità.
Un caro saluto.
La sensazione di trovarsi in un abisso e di avere una testa che si comporta come un cavallo imbizzarrito è la risposta naturale di un sistema nervoso saturo, che si trova da anni in uno stato di costante allarme biologico. Questa rincorsa continua tra la sua casa e quella dei suoi genitori ha finito per fagocitare la sua intera quotidianità, privandola di uno spazio lavorativo e personale, e lasciandola esposta a pensieri catastrofici che si alimentano proprio del vuoto circostante. Il paradosso più doloroso che sta vivendo è il senso di colpa: vorrebbe essere una colonna per loro e dimostrare forza, ma la paura è talmente totalizzante da farle desiderare la fuga, un istinto di protezione del tutto umano quando il dolore supera la nostra temporanea capacità di tollerarlo.
Il motivo per cui pratiche come la meditazione, la fede o la stessa terapia EMDR non le stanno dando il sollievo sperato risiede nel fatto che quando il livello di attivazione ansiosa è al picco, il cervello si trova in una modalità di pura sopravvivenza. In questa fase di blackout emotivo, i tentativi di autorilassamento o di ristrutturazione profonda non riescono a fare presa perché la mente percepisce la minaccia della malattia di suo padre come imminente e assoluta. L'EMDR è uno strumento prezioso, ma richiede tempo e soprattutto una base di stabilità nel presente che l'attuale attesa del consulto specialistico purtroppo non le permette di avere.
In questo momento di acuzie, l'obiettivo non può essere quello di cancellare magicamente la paura o di ritornare improvvisamente a essere la persona di un tempo, ma quello di arginare l'onda per evitare che la travolga. La prima cosa da fare è darsi il permesso di essere spaventata e di piangere, smettendo di chiedersi una fermezza irreale che aumenta solo il suo senso di inadeguatezza. Diventa fondamentale anche circoscrivere l'attesa per il colloquio con gli specialisti, affrontando la realtà un giorno alla volta senza anticipare scenari che non sono ancora scritti. Se sente che la sofferenza e l'insonnia sono diventate intollerabili e i pensieri non si fermano, valuti la possibilità di affiancare temporaneamente al percorso psicologico un consulto medico per un supporto farmacologico, che possa aiutarla a calmare le acque in superficie e a ritrovare il sonno necessario per gestire i prossimi passi con maggiore lucidità.
Un caro saluto.
Cara Cristina,
sento tutta la fatica, il buio e quel senso di soffocamento che stai vivendo. Vorrei prima di tutto dirti una cosa, forse la più importante: ciò che provi è dolorosamente umano. Non c’è nulla di sbagliato in te.
Sei figlia unica, porti sulle spalle un carico emotivo immenso e l’idea di perdere i tuoi genitori ti terrorizza. Questa non è debolezza, è amore. È naturale voler fuggire di fronte alla fragilità di chi ci ha dato la vita; la fuga è solo il modo in cui il tuo corpo cerca di proteggersi da un dolore che sente di non poter tollerare.
Il peso più grande che stai portando, oltre alla situazione reale, è il giudizio che hai verso te stessa. Ti senti in colpa perché vorresti essere una roccia, la figlia forte che rassicura tutti, e invece ti riscopri fragile, spaventata, con la testa che corre come un cavallo imbizzarrito. Ma pretendere di non avere paura in un momento così delicato — con una visita medica cruciale alle porte — è una richiesta impossibile.
L’EMDR, la meditazione o la fede non stanno funzionando perché, probabilmente, le stai usando come "armi" per scacciare l’angoscia. Ma l’angoscia non se ne va se la combatti. Se fossi qui con te, non ti chiederei di essere forte o di smettere di piangere. Al contrario, ti direi: lasciati andare. Smetti di lottare contro la tua paura, accoglila.
Finché ti sforzerai di indossare la maschera della figlia invulnerabile, consumerai le ultime energie che ti rimangono. Forse, il primo passo per ritrovare un po' di respiro è darsi il permesso di dire, anche solo a te stessa: "Ho una paura tremenda, sono sfinita, e ho il diritto di sentirmi così".
Non sei sola in questo abisso, Cristina. Sei solo una figlia che ama immensamente e che si trova davanti al passaggio più difficile della vita. Sii gentile con la tua fragilità.
sento tutta la fatica, il buio e quel senso di soffocamento che stai vivendo. Vorrei prima di tutto dirti una cosa, forse la più importante: ciò che provi è dolorosamente umano. Non c’è nulla di sbagliato in te.
Sei figlia unica, porti sulle spalle un carico emotivo immenso e l’idea di perdere i tuoi genitori ti terrorizza. Questa non è debolezza, è amore. È naturale voler fuggire di fronte alla fragilità di chi ci ha dato la vita; la fuga è solo il modo in cui il tuo corpo cerca di proteggersi da un dolore che sente di non poter tollerare.
Il peso più grande che stai portando, oltre alla situazione reale, è il giudizio che hai verso te stessa. Ti senti in colpa perché vorresti essere una roccia, la figlia forte che rassicura tutti, e invece ti riscopri fragile, spaventata, con la testa che corre come un cavallo imbizzarrito. Ma pretendere di non avere paura in un momento così delicato — con una visita medica cruciale alle porte — è una richiesta impossibile.
L’EMDR, la meditazione o la fede non stanno funzionando perché, probabilmente, le stai usando come "armi" per scacciare l’angoscia. Ma l’angoscia non se ne va se la combatti. Se fossi qui con te, non ti chiederei di essere forte o di smettere di piangere. Al contrario, ti direi: lasciati andare. Smetti di lottare contro la tua paura, accoglila.
Finché ti sforzerai di indossare la maschera della figlia invulnerabile, consumerai le ultime energie che ti rimangono. Forse, il primo passo per ritrovare un po' di respiro è darsi il permesso di dire, anche solo a te stessa: "Ho una paura tremenda, sono sfinita, e ho il diritto di sentirmi così".
Non sei sola in questo abisso, Cristina. Sei solo una figlia che ama immensamente e che si trova davanti al passaggio più difficile della vita. Sii gentile con la tua fragilità.
Gentile Cristina,
dalle sue parole emerge una sofferenza molto intensa. Quando i genitori invecchiano e compaiono problemi di salute, è naturale che si attivino paura, tristezza e preoccupazione. Nel suo caso, però, sembra che l'angoscia abbia assunto dimensioni tali da occupare gran parte delle sue giornate e delle sue energie.
Mi colpisce il fatto che lei si senta in colpa per non essere abbastanza forte per i suoi genitori. Eppure, da ciò che racconta, appare una figlia molto presente, che da anni cerca di stare loro accanto e di occuparsi di loro.
Credo sia importante condividere con il collega che la segue non solo le sue paure rispetto alla salute dei suoi genitori, ma anche la sensazione di sentirsi sopraffatta e di non vedere ancora benefici sufficienti dal percorso.
Essere accanto ai propri genitori non significa non avere paura o non soffrire. A volte significa semplicemente continuare a esserci, anche mentre si attraversano emozioni molto difficili.
Le auguro di trovare, passo dopo passo, uno spazio di maggiore sollievo e serenità.
Un caro saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
dalle sue parole emerge una sofferenza molto intensa. Quando i genitori invecchiano e compaiono problemi di salute, è naturale che si attivino paura, tristezza e preoccupazione. Nel suo caso, però, sembra che l'angoscia abbia assunto dimensioni tali da occupare gran parte delle sue giornate e delle sue energie.
Mi colpisce il fatto che lei si senta in colpa per non essere abbastanza forte per i suoi genitori. Eppure, da ciò che racconta, appare una figlia molto presente, che da anni cerca di stare loro accanto e di occuparsi di loro.
Credo sia importante condividere con il collega che la segue non solo le sue paure rispetto alla salute dei suoi genitori, ma anche la sensazione di sentirsi sopraffatta e di non vedere ancora benefici sufficienti dal percorso.
Essere accanto ai propri genitori non significa non avere paura o non soffrire. A volte significa semplicemente continuare a esserci, anche mentre si attraversano emozioni molto difficili.
Le auguro di trovare, passo dopo passo, uno spazio di maggiore sollievo e serenità.
Un caro saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Buongiorno. Ho letto attentamente la sua richiesta. Sembra che lei, pur essendosi allontanata dai suoi genitori fisicamente, non sia riuscita a farlo dal punto di vista psichico ed emotivo. Non è facile fare un percorso verso l'individuazione da soli, avrebbe bosogno di un aiuto da parte di uno psicoterapeuta che l'accompagni lungo questa strada. Importante sarebbe anche un suo impegno lavorativo o non che la aiuti ad uscire dal ruolo univoco di figlia. Le faccio i miei migliori auguri
Buongiorno gentile sig.ra riscontro in Lei una forte ansia mista a depressione e sconforto. Mi dispiace di come si sente e di come la mancanza di speranza stia attualmente caratterizzando la Sua vita. Credo sia utile iniziare una psicoterapia di tipo dinamico, per approfondire la natura delle Sue emozioni legate alla "dipendenza" dai Suoi genitori, dai quali mi sembra Lei non si sia mai distanziate psicologicamente. Sarebbe utile comprendere quale sia stata la natura del suo legame di attaccamento da loro e cominciare a progettare con il supporto di uno psicoterapeuta ciò che vorrà fare nel futuro e ciò che Le piacerebbe fare adesso nel momento presente. Credo che possa riprendersi bene ed a nutrire maggiore fiducia in se stessa. La saluto cordialmente dott.ssa G.Elmo
Buongiorno Cristina, comprendo che possa sentirsi sopraffatta, confusa e impotente di fronte a tante emozioni negative che sembra le stiano impedendo di affrontare con modalità funzionali le paure, in particolare quella di perdere i suoi genitori...
Se sta facendo un percorso psicoterapico puo confrontarsi con il terapeuta parlando di come si sente e in particolare del fatto che non sente benefici con l' emdr in modo da dare al professionista che la segue gli strumenti per poterla aiutare al meglio.
Aprirsi con il suo terapeuta può essere un passo per aprirsi e alleggerire il suo peso e darle un contenimento che può esserle utile.
La relazione terapeutica e l alleanza tra Psicoterapeuta e paziente e' molto potente ed è il primo passo per promuovere fiducia e chiarezza mentale
Se sta facendo un percorso psicoterapico puo confrontarsi con il terapeuta parlando di come si sente e in particolare del fatto che non sente benefici con l' emdr in modo da dare al professionista che la segue gli strumenti per poterla aiutare al meglio.
Aprirsi con il suo terapeuta può essere un passo per aprirsi e alleggerire il suo peso e darle un contenimento che può esserle utile.
La relazione terapeutica e l alleanza tra Psicoterapeuta e paziente e' molto potente ed è il primo passo per promuovere fiducia e chiarezza mentale
Gentile Cristina, il profondo dolore e il senso di vuoto che descrive delineano un quadro di forte sofferenza legato all'angoscia da lutto anticipatorio e al carico emotivo del caregiver, amplificato dall'essere figlia unica. Il terrore della perdita e i pensieri catastrofici la stanno portando a vivere in anticipo un dolore futuro, privandola del presente e facendola sentire intrappolata in un "abisso". È fondamentale, dal punto di vista clinico, che lei provi a validare e accogliere la sua paura e il suo pianto, anziché colpevolizzarsi perché non riesce a mostrarsi "forte": la fragilità che prova è profondamente umana e non cancella l'enorme aiuto pratico e la vicinanza che già offre ai suoi genitori anziani. Rispetto al percorso EMDR in atto, che riferisce non star portando sollievo, le consiglio di condividere apertamente e con totale sincerità questa mancanza di risultati e questo senso di stasi con il suo attuale terapeuta; l'alleanza terapeutica si nutre di questi riscontri, e ridefinire gli obiettivi del percorso o integrarlo con un focus specifico sulla gestione dell'ansia acuta e sul sostegno al caregiver potrebbe aiutarla a trovare quel punto di appoggio e di decompressione di cui ha urgentemente bisogno per placare i pensieri disfunzionali.
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