Buongiorno a tutti, sono G. ho 34 anni e sono una dottoressa.. Sicuramente non ho una storia che va

25 risposte
Buongiorno a tutti, sono G. ho 34 anni e sono una dottoressa..
Sicuramente non ho una storia che vale la pena pubblicare.. so benissimo che ci sono cose peggiori.
È una vita che sono da sola.. non ho amicizie, non ho mai combinato nulla.. né aperitivi cene viaggi con altre persone. Sono sempre passata come “sei bella brava intelligente empatica socievole e divertente”
Ma nessuno mi vuole. La questione del ghosting o quello che è..è veramente deleteria. Ti porta a un buio totale.. peggio di un lutto. Consapevole che a questa età non ho combinato nulla.. l’unica cosa è la laurea. Un compagno di vita è quello che voglio..e mi scoccia mollare.
Stanca ad essere quella carta della caramella o quella panchina usata e mai amata.
Avevo un uomo di 40 anni che dopo un anno di promesse è sparito “eh il lavoro”.
Un evitante? Aggiungiamo al ghosting anche le persone evitanti. Eravamo perfetti. Con la terapia mi è stata data la “colpa” del “sei solo sfortunata”
Il mio dolore verso chiunque abbia una famiglia propria tranne me, è indescrivibile.
La piccola città e gli orari lavorativi non mi permettono di fare molto. All ora che inizia un corso, io lavoro. All ora che finisce un corso, io finisco di lavorare.
La gente che ti guarda pensando “questa è da sola, sarà sicuramente una psicopatica”
Nel parlare ho i miei genitori e chat gtp.
Non mi va di fare la vittima. Cerco ogni giorno di obbligare il mio cervello a pensare positivo ed essere allegra.

Consapevole che è un dolore stupido il mio, che c’è di peggio, volevo chiedervi se c’è qualcuno che sa come affrontare la solitudine senza dirmi “devi star bene con te stessa”. Non ho problema con me stessa, sono solo abbattuta sul fatto che nessuno mi considera.

Grazie un abbraccio
Dott.ssa Sandra Petralli
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pontedera
Salva, la sua condivisione è intensa, lucida e tutt’altro che “stupida”: il dolore che prova è reale e merita rispetto, al di là dei confronti con il dolore altrui. La solitudine emotiva, soprattutto quando persiste da anni, può generare una forma profonda di disconnessione e di impotenza, anche se esternamente si ha una vita “realizzata”.
Il ghosting e le dinamiche evitanti sono esperienze relazionali traumatiche, perché lasciano la persona senza spiegazioni e con un senso di rifiuto cronico. Questo attiva vissuti di vergogna, autosvalutazione, e spesso rinforza il timore di essere invisibili o "non scelti". È un lutto non riconosciuto, ma autentico. La frustrazione per il mancato accesso a spazi sociali è comprensibile: vivere in una piccola città, avere orari rigidi e non trovare contesti compatibili, può ridurre le possibilità di incontro, e non è indice di colpa o mancanza personale. Anche l’essere professionisti dell’aiuto, come lei, può accentuare la fatica: spesso chi si prende cura degli altri ha meno occasioni in cui sentirsi a sua volta visto e sostenuto. Non è vero che non ha costruito nulla: ha investito nella sua formazione, ha cercato relazioni, si è data da fare. Sentirsi abbattuta oggi è umano, non è una sconfitta. Non è questione di “stare bene da soli”, ma di riconoscere che il desiderio di connessione è un bisogno umano profondo e legittimo. Per affrontare la solitudine emotiva in modo più sostenibile, può essere utile considerare una psicoterapia centrata sulle relazioni, o gruppi di condivisione tra adulti single, in presenza o online, dove il confronto autentico può ridurre il senso di anomalia o fallimento. Il valore personale non è misurabile in funzione del fatto che si è in coppia o meno. Tuttavia, il desiderio di amare ed essere amati rimane una spinta vitale. Non è debolezza, è profondità. Resto a disposizione se vuole approfondire.
Saluti, dott.ssa Sandra Petralli

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Dott.ssa Sara Rocco
Psicologo, Psicologo clinico
Sassari
Gentilissima, percepisco la sua tristezza e il suo dolore. Come dice lei il ghosting è come un lutto perchè effettivamente la persona scompare ed è sempre un piccolo trauma da superare. Nelle relazione è difficile dare la colpa ad uno o all'altro, bisogna capire le dinamiche cha hanno portato la rotture e aiutare chi ti è davanti a comprendere come poter migliorare determinati aspetti. Le parole che lei immagina dicano sul suo conto sono frutto solo di distorsioni cognitive, non possiamo sapere cosa pensano gli altri. E' un giudizio che lei sta esprimendo sul suo conto. Non esistono dolori stupidi perchè ogni tipo di dolore è diverso e personale. Non si arrenda nella ricerca della persona giusta. Le auguro il meglio
Cordiali saluti
Dott.ssa Sara Rocco
Gent.le Dott.ssa, quello che descrive non è affatto un “dolore stupido”. La solitudine, soprattutto quando è persistente e non scelta, può essere logorante tanto quanto altre difficoltà della vita. Il fatto che Lei riesca a mantenere un atteggiamento attivo e non si abbandoni alla rassegnazione è già un segnale di forza, anche se comprendo bene che possa sembrare insufficiente rispetto al desiderio profondo di avere accanto qualcuno.
Il ghosting e le relazioni con persone evitanti possono essere particolarmente dolorose, perché non lasciano spazio a una chiusura chiara, si rimane sospesi, con domande senza risposta, e questo rende difficile elaborare la perdita. Il senso di esclusione sociale che racconta, vedere altri con una famiglia, sentire il giudizio implicito della gente, scontrarsi con orari di lavoro che ostacolano la socialità, amplifica il senso di isolamento.
Per affrontare la solitudine, senza cadere nel luogo comune del “stia bene con se stessa”, può essere utile pensare in termini di micro-aperture, non grandi rivoluzioni, ma piccoli canali di contatto regolare con il mondo, anche se non portano subito a un compagno di vita. Può trattarsi di partecipare a iniziative online che non richiedano presenza fisica in orari impossibili, di unirsi a gruppi o community legate a interessi personali, o di coltivare una rete più ampia di conoscenze senza che ci sia da subito l’aspettativa di un legame profondo. Questo non risolve il bisogno di una relazione stabile, che è un desiderio legittimo, ma crea movimento e nuove connessioni, riducendo il senso di immobilità e di “muro” che descrive. Parallelamente, se il peso emotivo diventa troppo gravoso, lavorare con un professionista sulla gestione delle ferite lasciate da esperienze come il ghosting può aiutare a non interpretare ogni assenza o rifiuto come una conferma della propria “non desiderabilità”. Lei non è una “panchina usata”, la sua storia, il suo valore e la sua capacità di dare sono lì, anche se oggi non trova ancora chi sappia accoglierli nel modo che desidera. E questo non è un suo difetto, ma il riflesso di incastri che, per mille ragioni, a volte non si creano nei tempi che vorremmo.
Resto a disposizione.
Un caro saluto
Dott. Francesco Damiano Logiudice
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè comprendo il disagio che può sperimentare e quanto sia impattante sulla sua vita quotidiana. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stessa utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL
Dott.ssa Alessandra Di Fenza
Psicologo, Psicologo clinico
Marano di Napoli
Gentile utente, ciò che descrive non è semplicemente “solitudine”, ma una condizione di vuoto relazionale che, col tempo, può diventare logorante.

Il ghosting e le relazioni con persone emotivamente evitanti possono lasciano ferite particolari: si tratta di un abbandono che non ha un vero finale, di un legame che si interrompe senza una chiusura chiara. Questo, psicologicamente, può generare un lutto sospeso, che non trova modo di essere elaborato. Non è dunque “stupido” il dolore che prova.

Le limitazioni legate al contesto in cui vive e agli orari di lavoro amplificano la sensazione di essere “fuori dal giro”. E la percezione di essere giudicata dagli altri, alimenta un ulteriore senso di isolamento. In questi casi, ciò che pesa di più non è soltanto la mancanza di un partner, ma l’assenza di un tessuto sociale vivo attorno a sé.

Potrebbe affrontare questa situazione attraverso uno spazio protetto di consulenza, dove le permetterebbe di dare ordine a queste sensazioni, di alleggerirle e di trasformarle in leve di cambiamento concreto. È possibile ricostruire una rete di legami significativi anche partendo da una situazione che oggi appare immobile.

Resto a disposizione per approfondire insieme,
Dott.ssa Alessandra Di Fenza
Dott.ssa Angela Ritella
Psicologo, Psicologo clinico
Turi
Non esistono dolori meno importanti di altri. Questo è il Suo dolore, il Suo vissuto e va rispettato come qualsiasi altro.
Purtroppo non si può agire, concretamente, su ciò che avviene al di fuori di noi; quello che possiamo fare è lavorare sul modo in cui viviamo certe situazioni, sulle corde che muovono dentro di noi e le emozioni che suscitano. Essere più consapevoli di quello che avviene dentro di noi permette di crearsi, quasi inconsapevolmente, una realtà migliore intorno a sé perché il nostro stesso sguardo e ciò che comunichiamo cambia.
Essere consapevoli di aspetti della nostra vita ancora sconosciuti può aiutare davvero tanto ad avere uno sguardo più compassionevole a ciò che la vita pone sul nostro cammino.
Sono a Sua disposizione per aiutarLa a rendere quel cammino più agevole e meno tormentato.
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, premesso che la sfortuna non esiste e che semmai si può parlare solo di casualità, le consiglierei un percorso di sostegno psicologico che l'aiuti innanzitutto ad accettare la sua situazione, per poi capire cosa realmente vuole. Cordiali saluti.
Gent.ma Dott.ssa,
ogni storia ha un valore unico e merita di essere raccontata e ascoltata. Non esistono le classifiche della sofferenza, ognuno vive le proprie difficoltà e affronta le insidie della vita, e ciò ci rende degni di attenzione.
La sua insoddisfazione rispetto alla sua vita è palpabile e traspare perfettamente dalle sue parole. Molto di questa insoddisfazione è legata alle altre persone, alle connessioni sociali e dipende, in un modo o nell'altro, da ciò che gli altri pensano di lei, dalle loro opinioni, dalle loro azioni nei suoi confronti. Questo è sicuramente un bias di negatività su cui le consiglio di lavorare, con la giusta guida professionale, in modo da liberare la sua mente da questo continuo condizionamento.
Da un lato esprime in modo chiaro il bisogno di una relazione sincera e stabile. Dall'altro lato chiede come affrontare la solitudine con efficacia e senza soffrire. La prima è una richiesta esplicita del suo cuore: so che suona romantico, ma è molto più scientifico di quello che appare; il cuore ci suggerisce con sincerità quali sono le nostre necessità come esseri umani, quali mancanze desideriamo colmare. La seconda richiesta proviene dalla sua corteccia prefrontale che tenta disperatamente di dominare le emozioni emergenti e pensa al peggio per proteggere sé stessa, per evitarle inutili patemi e false speranze, ed è già pronta a una vita di solitudine e realistico cinismo.... a 34 anni?
C'è un diverso modo per cambiare le carte in tavola. Non glielo dirà chat-gpt, ahimè non glielo diranno i suoi genitori, che pur vogliono il suo bene, e non glielo dirà nessun su questo forum, me compreso. Le risposte sono già dentro di lei e ha bisogno di andarle a cercare, senza obblighi, né forzature a essere positivi e allegri, come se ciò dipendesse dalla volontà. Deve solo porsi le domande giuste e chiedersi cosa fare, come agire sulla sua realtà, sul suo medio-ambiente, per cominciare a cambiare le cose. Smettendo di avere paura del rifiuto, dell'opinione, smettendo di trovare alibi all'esterno e nel poco tempo a disposizione, smettendo di ruminare continuamente su ciò che non può controllare o su un passato che non torna.
Nel far ciò potrebbe trovare aiuto in una guida professionale. Valuti questa possibilità. Lei sa benissimo che la prima mossa per guarire è avere fiducia nella competenza di qualcun altro, abbassare le armi e accettare la propria fragilità, scegliere il supporto migliore per ritrovare l'equilibrio.
La sua consapevolezza è forte, così come certamente le conoscenze sulla validità del supporto psicologico. Resto a sua disposizione per un sereno confronto e una presentazione di un percorso adatto alle sue esigenze.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Dott. Luca Vocino
Psicologo clinico, Psicologo
Trezzano Rosa
Buongiorno gentile Utente, capisco profondamente quanto ciò che sta vivendo possa essere doloroso, anche se lei stessa tende a sminuirlo confrontandolo con “problemi peggiori”. Il dolore che prova è reale e merita ascolto e rispetto, indipendentemente dalla sua entità o dal paragone con le difficoltà altrui. La solitudine prolungata, specialmente quando si accompagna al desiderio intenso di costruire una relazione significativa, può diventare un peso enorme, capace di condizionare la percezione di sé e degli altri.

Dalle sue parole emerge la frustrazione per un copione che sembra ripetersi: aspettative iniziali, momenti di speranza, seguiti poi da delusioni o sparizioni improvvise che lasciano vuoti e domande senza risposta. Il ghosting e le relazioni con persone evitanti possono essere esperienze destabilizzanti perché non consentono una chiusura emotiva, lasciando la sensazione di non valere abbastanza o di essere “scartata” senza motivo.

Al tempo stesso, la sua vita professionale e il contesto in cui vive sembrano limitare le occasioni di incontro, alimentando il senso di immobilità e isolamento. A questo si aggiunge il peso degli sguardi e dei giudizi percepiti, che possono aumentare la fatica di esporsi e di cercare nuove opportunità sociali. È importante riconoscere che questi fattori non sono semplicemente “colpa della sua sfortuna”, ma derivano da una combinazione di circostanze, scelte e contesti che, con il giusto lavoro su di sé e un piano mirato, possono essere modificati.

Affrontare la solitudine non significa “accontentarsi di se stessi” o “imparare a bastarsi”, come spesso si sente dire in maniera superficiale, ma piuttosto costruire connessioni reali e significative, anche partendo da spazi piccoli e sicuri, creando nuove abitudini che aumentino le possibilità di incontro, e lavorando parallelamente sul riconoscere e interrompere le dinamiche relazionali che tendono a ripetersi. Un percorso psicoterapeutico può aiutarla non solo a elaborare il dolore per le esperienze passate, ma anche a individuare strade concrete per avvicinarsi ai legami che desidera.

La sua storia dimostra forza e resilienza, anche se ora può sentirsi stanca e sfiduciata. Ciò che prova non è “un dolore stupido”, ma il segnale di un bisogno umano fondamentale: essere vista, scelta e amata. Non è mai troppo tardi per cambiare rotta, ma questo cambiamento va accompagnato con pazienza, strategia e sostegno adeguato.

Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
Dott. Luca Vocino
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, capisco quanto possa essere faticoso convivere con questa sensazione di vuoto relazionale, soprattutto quando sembra che tutti intorno abbiano ciò che lei desidera e che invece nella sua vita sembra non arrivare. Non è un dolore “stupido”, come lei stessa lo definisce. Il bisogno di connessione, di essere visti e scelti, è un’esigenza umana fondamentale, e quando rimane insoddisfatto può generare un senso di esclusione e di perdita difficile da spiegare a chi non lo vive. Il fatto che si descriva come una persona socievole, empatica e dotata di tante qualità, ma che si senta ugualmente invisibile, può rendere ancora più dolorosa questa esperienza, perché è come se non riuscisse a trovare un collegamento tra ciò che è e il modo in cui gli altri rispondono. In situazioni simili, è facile che la mente sviluppi pensieri rigidi come “nessuno mi vuole” o “non combinerò mai nulla nella mia vita affettiva”, e questi pensieri, se ripetuti, tendono a rinforzare il senso di impotenza e a ridurre la motivazione nel provare ancora. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, può essere utile lavorare su due livelli. Da un lato c’è il piano interno, che riguarda il modo in cui interpreta gli eventi e le esperienze passate, e come questi pensieri influenzano il suo umore e le sue azioni. Imparare a riconoscere e a mettere in discussione le convinzioni che alimentano la rassegnazione può aiutarla a non cadere nel circolo “penso che non troverò nessuno, quindi non provo più, e quindi confermo la mia idea iniziale”. Dall’altro lato c’è il piano comportamentale, che implica esporsi gradualmente a contesti nuovi, anche se inizialmente piccoli e imperfetti rispetto alle sue aspettative, per dare alla sua vita sociale più possibilità di incontro. A volte, in contesti di lavoro impegnativi e città piccole, è necessario pensare in modo creativo e flessibile su dove e come coltivare relazioni, magari sfruttando anche spazi virtuali o attività compatibili con i suoi orari. Il dolore per i rapporti che non sono andati come sperava, incluso il ghosting e le dinamiche evitanti che ha sperimentato, è reale e va accolto. Allo stesso tempo, evitare che queste ferite definiscano ciò che può accadere in futuro significa permettersi di dare nuovi significati alle esperienze, senza vedere ogni occasione come una ripetizione di ciò che è già successo. Questo richiede tempo e un allenamento costante nel sostituire i pensieri automatici di chiusura con domande aperte, come “quali piccole azioni posso fare questa settimana per aprire un varco verso qualcosa di diverso?”. Non si tratta di negare la solitudine o forzarsi a “stare bene con se stessa” come soluzione unica, ma di lavorare affinché la vita non rimanga congelata nella delusione e possa includere, passo dopo passo, nuove possibilità di contatto umano. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile utente, grazie per la sua condivisione.
Dalle sue parole emerge chiaramente il bisogno di esprimere tutta la sua sofferenza senza ricevere giudizi. Allo stesso tempo, però, si percepisce anche il giudizio severo che lei stessa riserva a sé. Quando afferma: "Consapevole che è un dolore stupido il mio, che c'è di peggio", sta svalutando la propria esperienza e le proprie difficoltà.
Questo tipo di ragionamento rientra nella logica della cosiddetta positività tossica: "Siccome al mondo c'è sicuramente qualcuno che sta peggio di me, allora non ho diritto a stare male". Se applicassimo questa logica a ogni cosa, difficilmente ci sentiremmo legittimati a provare qualcosa. Il suo percorso dovrebbe invece orientarsi non tanto verso una generica “accettazione di sé”, quanto piuttosto verso l'accoglienza del proprio dolore e della propria esperienza; nessun dolore è stupido o meno valido di un altro.
Lei stessa scrive: "Cerco ogni giorno di obbligare il mio cervello a pensare positivo ed essere allegra". È un'enorme fatica emotiva, e rispecchia proprio quella forma di pressione interna che la positività tossica impone, e che alla lunga risulta controproducente, persino dannosa. La terapia, da quanto riferisce, le ha offerto una chiave di lettura (“sei solo sfortunata”), ma non sembra averle fornito strumenti concreti per affrontare il sentimento di solitudine che la accompagna quotidianamente. È su questo fronte che potrebbe essere utile concentrarsi, affinché possa trovare modalità reali e sostenibili per costruire legami autentici, che rispondano al suo bisogno di connessione e reciprocità.
Senza giudizio, senza fretta. Solo con ascolto e cura.
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologo, Psicologo clinico, Professional counselor
Forlì
Buongiorno G., prima di tutto, voglio essere chiara: il tuo dolore non è "stupido", la solitudine affettiva è una delle sofferenze più acute che un essere umano possa provare, e il fatto che esistano altre forme di dolore non sminuisce minimamente la legittimità del tuo.

Quello che descrivi non è solo solitudine, ma un senso di invisibilità emotiva profondo. Nonostante tu abbia qualità evidenti, sei una dottoressa, intelligente, empatica, vivi un paradosso doloroso: essere vista ma non scelta, essere apprezzata ma non amata. Il ghosting e i comportamenti evitanti di cui parli non sono colpa tua, ma riflettono spesso l'incapacità altrui di gestire l'intimità emotiva.
Ti offro alcune strategie concrete (non il solito "stai bene con te stessa"):

1. Ricostruisci la narrazione: Invece di "nessuno mi vuole", prova "non ho ancora incontrato la persona giusta per me". Non è ottimismo forzato, è precisione emotiva.
2. Micro-connessioni quotidiane: Cerca piccoli momenti di connessione umana durante la giornata lavorativa, un sorriso genuino, una conversazione più profonda con un paziente o collega.
3. Creatività negli orari: Se i corsi tradizionali non funzionano, cerca attività online, gruppi di lettura virtuali, o hobby che si possano condividere in orari flessibili.
4. Presenza nella comunità: Come dottoressa hai un ruolo sociale importante. Potresti considerare il volontariato medico o iniziative che ti permettano di essere vista nella tua completezza umana.

5. Il tema del "ghosting":
È importante che tu sappia che questo fenomeno dice tutto sulla fragilità emotiva dell'altro e nulla sul tuo valore. Le persone che spariscono spesso lo fanno per paura dell'intimità, non per mancanza di interesse.
Oltre a questo io penso che tu abbia bisogno di ulteriore sostegno e di un percorso terapeutico in cui poter esprimere tutto quello che senti e poterlo elaborare.
Ad es. un percorso che integri il Voice Dialogue per esplorare le diverse voci interiori (quella critica, quella speranzosa, quella ferita), tecniche di Mindfulness per gestire l'angoscia dell'attesa, e lavoro sui sogni per comprendere i tuoi pattern relazionali inconsci. Inoltre, potremmo lavorare sulla "presenza magnetica" ,quella qualità sottile che attrae connessioni autentiche.
L'obiettivo non sarà trovare "qualcuno", ma coltivare la tua capacità di attrarre relazioni profonde e reciproche. Pensaci. Un caro saluto
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa Clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamworker
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologo, Psicologo clinico
Pomezia
Gentile paziente,quello che racconti è un senso di solitudine che non deriva dal non “sapere stare con te stessa”, ma dalla mancanza di legami significativi e dal sentirti sistematicamente esclusa dalle connessioni che desideri.
Non è un dolore “stupido”: il bisogno di condividere la vita con qualcuno, di sentirsi scelta e considerata, è umano e legittimo.
Il ghosting e l’incontro con persone emotivamente evitanti amplificano il senso di rifiuto, lasciando ferite invisibili che spesso fanno più male di una chiusura chiara. In più, la combinazione di orari di lavoro rigidi, contesto sociale limitato e piccola città restringe le occasioni di incontro, aumentando la sensazione di immobilità.
Non si tratta di colpa o di sfortuna in senso semplice: è un insieme di circostanze e dinamiche relazionali che ti hanno portata a vivere questo vuoto. Uscirne non vuol dire “accontentarsi della propria compagnia” e basta, ma cercare canali alternativi per creare connessioni, anche fuori dagli schemi consueti e dalla cerchia locale.
Il primo passo può essere aprirti a contesti nuovi che aggirino i vincoli di orario e luogo, come gruppi o iniziative online di interesse specifico,per iniziare a costruire relazioni anche a distanza, con la possibilità di portarle poi nel mondo reale.
Piccoli passi, senza pressione immediata sul trovare “il compagno giusto”, ma per allargare il cerchio di persone con cui scambiare attenzione e presenza, perché il senso di appartenenza può crescere anche così.

Un caro saluto.
Dott.ssa Paola Grasso
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Gentile utente, la sua è una testimonianza autentica e per nulla “stupida”. Esprime una sofferenza reale e profonda, legata alla solitudine, al disinvestimento affettivo altrui e al senso di invisibilità sociale, nonostante le sue qualità personali e professionali.
Dal suo racconto emerge chiaramente una mancanza di reciprocità e non di valore suo. L’essere definita “brava, bella, empatica” senza che ciò si traduca in legami autentici può generare un dolore profondo. Rispetto alla sua domanda, “come affrontare la solitudine senza le solite frasi fatte”, la risposta più onesta è: non negandola. La solitudine va riconosciuta, attraversata e accolta come parte della sua esperienza attuale e del suo vissuto, senza vergogna né paragoni con chi “sta peggio”. Scrivere come ha fatto è già un atto di cura e una risorsa che ha trovato con le proprie forze.
Riformuli il concetto di connessione: un compagno di vita è un desiderio legittimo, ma costruire piccoli spazi di presenza condivisa (anche solo con una persona alla volta, anche brevi) può ridare fiducia nel legame. Valuti infine un confronto psicoterapeutico rispetto a come si sente: da ciò che racconta può essere che i rimandi attuali che riceve non la facciano sentire sufficientemente contenuta e accolta. Esistono vari approcci al tema, validanti e rispettosi, che possono accompagnarla nel costruire significati nuovi anche in questa fase. Resto a disposizione per qualsiasi necessità o approfondimento - dott.ssa Paola Grasso
Buongiorno G. Spero non ti dispiaccia se ti do del tu data la tua giovane età. Innanzitutto ti ringrazio di aver condiviso questo tuo grande dolore. E' un dolore comprensibile perché è talmente ingiusto non essere considerata è vista come donna. E' molto frustrante questa situazione che stai vivendo. Non sminuire il tuo dolore dicendo che ci sono cose peggiori. E' comunque un dolore e va rispettato come tale. Non è colpa tua ciò che ti sta succedendo. Oggigiorno ci troviamo a vivere in un mondo sempre più superficiale ed individualista. Ci si lega sempre meno alle persone, si rimane freddi e distaccati, quasi indifferenti. Molto triste e frustrante tutto ciò e spesso ci rimettono quasi sempre le belle persone come te. Ti sei descritta "bella, brava, intelligente, empatica, socievole e divertente”. Sono tutte ottime qualità! Non abbatterti! Ciò che mi sento di dirti è di restare il più possibile spensierata. Proponiti alle persone per come sei come hai sempre fatto. Non rassegnarti alla solitudine! Sei giovane ancora! Pensa a coltivare le tue passioni. C'è un pensiero disfunzionale che è bene che tu ti tolga dalla testa quanto prima che è il seguente: - La gente che ti guarda pensando “questa è da sola, sarà sicuramente una psicopatica”- in quanto non aiuta. Forse inconsciamente sei tu stessa che lo pensi, non la gente che ti sta intorno. Non è da psicopatici essere soli. Capito? Fai bene ad obbligare al tuo cervello di pensare in positivo perché esiste la legge dell'attrazione nella quale noi attiriamo ciò che abbiamo dentro. Meglio restare il più spensierati possibile e di vivere le nuove conoscenze con spensieratezza senza desiderare subito di avere qualcosa di profondo. Le relazioni diventeranno profonde con il tempo. Datti del tempo. Non farti venire pensieri ossessivi. Smettila di "cercare" e semplicemente "vivi". Arriveranno da sole le cose. Un po' alla volta. Non avere fretta. Questo dialogo è molto piacevole. Se hai bisogno di approfondire o di un sostegno psicologico scrivimi pure. Resto a tua disposizione. Ti auguro un buon ferragosto G.

Dott.ssa Angela Atlante
Dott.ssa Lucia Boniotti
Psicologo, Psicologo clinico
Brescia
Gentile utente,
Il dolore della solitudine e del sentirsi invisibili è profondo e non va mai sminuito. Le consiglio un percorso psicoterapeutico, all'interno del quale questo dolore possa essere ascoltato, che le possa fornire degli strumenti e una maggiore comprensione del suo funzionamento.
Un caro saluto,
dott.ssa Lucia Boniotti
Dott.ssa Martina Orzi
Psicologo, Psicologo clinico
Collegno
Buongiorno G, grazie per la sua condizione che percepisco autentica e sofferente.
Il suo è un malessere di cui prendersi cura. Dove ha imparato che le sofferenze valide sono quelle dai quadri clinici o dalle storie di vita più gravose?
Ognuno è meritevole di uno spazio in cui portare il proprio malessere.
Se siamo qui e per quello che scrive, mi sembra sia anche impattante sulla sua vita socio relazionale ed affettiva.
Il convincersi a pensare positivo quando dentro si ha una sofferenza è impossibile.
Anziché pensare positivo è necessario prendersi cura Di sé e pensare a degli obiettivi di salute su cui può lavorare con la mente ausiliaria di un terapeuta.
Necessario lavorare sull’immagine di sé per coltivarne di più positive, ma anche su come teme di essere rappresentata nella mente degli altri ( che mi pare abbia anch’essa un influenza psichica significativa).
Se pensa possa esserle utile uno spazio di supporto psicologico, sono a sua disposizione. Anche online.
Un caro saluto, Dottoressa Martina Orzi
Dott.ssa Letizia Turchetto
Psicologo, Psicologo clinico
Ponte di Piave
Gentile Utente, buona sera. Colgo con interesse e curiosità la sua riflessione. La fatica di cui parla qui è chiara, e si coglie la profondità dei suoi pensieri e dei suoi bisogni. La socialità è una necessità naturale....l'uomo è un animale sociale (Aristotele).
Trovo nelle sue parole la consapevolezza di questa sua necessità e la frustrazione per non averla soddisfatta, oltre che un senso di ingiustizia vissuto soggettivamente.
Concordo con i colleghi in merito alla considerazione di piccoli passi da poter svolgere, in base alle sue disponibilità di tempo e interessi. Le occasioni di passare del tempo di socialità possono essere presenti e rintracciabili anche nei piccoli paesi, in cui nelle associazioni o organizzazioni i momenti di socializzazione sono vissuti in modo cooperativo, naturale e piacevole.
Sono sinceramente incuriosita dalla sua espressione "l'unica cosa è la laurea"....mentre in apertura del suo messaggio si presenta come dottoressa e le occasioni di confronto sono presenti con i suoi genitori. Colgo la fatica emotiva nel suo messaggio ma le chiedo se effettivamente possiamo ridurre alla laurea la sua individualità, mentre nelle poche righe seguenti porta la vicinanza di una famiglia e un titolo acquisito che la faciliterà da un punto di vista professionale. Aggiungo questa riflessione perchè a volte lo sguardo rivolto al di fuori rischia di oscurare ciò che abbiamo e che sono le nostre ricchezze. Un ragionamento del tipo "tutto - niente" non include tutte le sfumature che la vita può donarci, e rischia di annebbiare tutte le ricchezze di cui disponiamo.
Qualora desiderasse, può considerare di dedicarsi uno spazio per riflettere e lasciar decantare questo pensiero a momenti triste per approfondire se in realtà, un paio di lenti immaginarie diverse possano essere la chiave di lettura per assaporare ciò che solo lei ha già adesso.
Resto a disposizione. Un caro saluto. Dott.ssa Letizia Turchetto
Dott.ssa Fabiana Russo
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Salve, lei non è una vittima, l'uomo è un animale sociale, è dunque perfettamente comprensibile che desideri qualcuno con cui condividere la sua vita. Essere in relazione con il prossimo non è sempre semplice e/o immediato, alcune situazioni richiedono tempo. Dal momento che nelle relazioni ci sono almeno due parti che si incontrano è importante chiedersi "quanto riesco a mettermi in gioco?", "cosa significa per me essere in relazione con questa persona/queste persone?". Oltre ai corsi esistono anche altre situazioni in cui ci si può sperimentare. Non smetta di avere fiducia nelle sue capacità!
Dott.ssa Giulia Redondi
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Cara G, non credo affatto che il tuo dolore sia stupido: è il tuo dolore, quindi ha piena dignità di esistere. La questione credo sia comprendere meglio da dove nasca questa esperienza così intensa di esclusione e cosa ti faccia sentire “non scelta”. Sento che le tue parole trasmettono un dolore molto profondo, che nasce, forse, non tanto dall’essere sola, quanto dal sentirti non vista e non voluta, nonostante le tue qualità. In quello che scrivi si percepisce anche tanta forza: tu continui a cercare, a porti domande; questo mi sembra un segno prezioso: c’è in te un desiderio vivo di legame, che nonostante la sofferenza non si spegne. In uno spazio di cura e di relazione, questo dolore può essere accolto e piano piano trasformato, non con ricette immediate, ma con un cammino condiviso. Non sei sbagliata: stai portando un dolore che chiede di essere ascoltato, non negato. Un caro saluto! Dott.ssa Giulia Redondi
Dott.ssa Ilaria De Pretto
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
G., quello che scrivi non è affatto “stupido”: la solitudine non scelta, quella che non nasce dal bisogno di spazio ma dal sentirsi esclusi dalle possibilità di costruire legami, è un dolore profondo. Non è paragonabile o “minore” rispetto ad altre sofferenze: è la tua, ed è reale.

Tu stessa lo riconosci: non hai un problema con te, sai chi sei e cosa hai costruito. Ma quello che manca è lo sguardo di qualcuno che ti scelga, che ti veda non solo come “bella, brava, intelligente” ma come compagna di vita. E questo bisogno non è una debolezza: è umano.

Il ghosting, gli evitanti, le promesse non mantenute lasciano ferite perché mettono in dubbio proprio la possibilità di fidarsi, e creano quel buio di cui parli: non è solo la perdita di una persona, ma la sensazione che non si possa contare davvero su nessuno.

Nella tua lettera c’è una cosa importante: tu non ti stai chiudendo. Continui a lavorare, a cercare di pensare positivo, a scrivere qui. Significa che non ti sei arresa, anche se ti senti stanca.

La domanda che poni – come affrontare la solitudine senza cadere nel “devi bastarti da sola” – è giusta. Non si tratta di imparare ad amarsi di più, perché già ti ami, ma di trovare spazi dove puoi incontrare persone nuove in modo compatibile con la tua vita. Forse non i corsi serali, vista la tua professione, ma altre formule: community online di persone con i tuoi interessi, viaggi organizzati, esperienze brevi nel weekend, attività che non richiedono impegni serali fissi.

E poi c’è un altro passo difficile ma essenziale: permetterti di chiedere. A volte pensiamo che gli altri vedano la nostra solitudine e che non ci scelgano; ma spesso non sanno, o danno per scontato che noi stiamo bene così. Dire “mi piacerebbe un invito, un caffè, una passeggiata” può sembrare piccolo, ma apre porte.

La famiglia, i colleghi, i conoscenti non sono un sostituto di un compagno, ma possono essere un inizio di rete. Avere anche solo due-tre contatti con cui sentirsi considerata può cambiare tanto nella percezione di sé.

La verità è che tu non sei “usata come una panchina”: sei una donna che desidera amore. E la tua vita non è “vuota” perché ancora non l’hai trovato. Hai costruito una professione, un’identità, una solidità. Il dolore che provi è perché vuoi condividere, non perché ti manchi valore.

Ti direi di non smettere di cercare, anche se a volte è faticoso. E di darti il permesso di essere vulnerabile con qualcuno, anche rischiando un rifiuto: non è un fallimento, è un atto di coraggio.

Non sei invisibile: sei stanca di non essere scelta. E questo è diverso, e importante da riconoscere.

Dott.ssa De Pretto
Dott.ssa Roberta Maglia
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Cara G.,
grazie per aver trovato il coraggio di condividere il suo sentire con tanta sincerità e profondità. Le sue parole arrivano dirette, limpide e raccontano un dolore che – seppur spesso invisibile agli occhi altrui – è reale, concreto, e merita tutto il rispetto possibile.
In quello che racconta c’è la voce di tante persone che si sentono “fuori posto” in un mondo che sembra girare solo intorno a dinamiche relazionali “vincenti” e prestazioni sociali perfette. Ma lei sta facendo qualcosa di molto importante: dar voce al silenzio della solitudine, quello che spesso nessuno ha il coraggio di raccontare perché troppo carico di vergogna, senso di inadeguatezza o paura di essere giudicati.
Lei è una donna che ha costruito tanto: una professione e una consapevolezza emotiva importante e una volontà di continuare a cercare connessione, amore, significato. E questo non è "niente", è già un'enorme forza.
Non deve sentirsi“sbagliata”, né "sfortunata". Forse, più che altro, stanca.. Ma nulla di quello che prova è “stupido” o “da poco”. Non esistono emozioni di serie B.
Nella sua storia si intrecciano anche delusioni importanti, come quella legata all’uomo che l’ha lasciata nel silenzio. Le relazioni con persone evitanti lasciano ferite complesse: si nutrono di promessa e di ritiro, creando una danza estenuante di vicinanza e distanza che spesso toglie lucidità a chi è in buona fede . Ma a volte serve non solo "analizzare", bensì condividere il peso con qualcuno che possa anche solo dire: ti vedo, ti credo, e non sei sola.
Vorrei lasciarle un pensiero sistemico, è questo: la solitudine relazionale non è mai un problema "individuale", anche se spesso viene vissuta così. Viviamo in contesti che cambiano in fretta, dove l'immagine spesso pesa più della sostanza e dove il tempo per costruire relazioni vere è sempre più ridotto. Nessuno è immune al bisogno di essere visto, accolto, desiderato. È un bisogno umano, non un difetto.
Le auguro di trovare, passo dopo passo, luoghi (fisici o simbolici) dove la sua voce possa incontrare altre voci, senza la paura di essere giudicata o di dover dimostrare qualcosa. E se oggi i tempi della sua vita non coincidono con quelli “classici” del legame e della famiglia, non significa che qualcosa sia andato storto. Significa solo che la sua traiettoria è diversa. Ma non meno degna d’amore.
Un abbraccio sincero
Dott.ssa Roberta Merlo
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno,
grazie molte per la sua condivisione, il desiderio di coltivare la propria rete sociale è qualcosa che ci accomuna tutti, seppure in misura diversa. Credo che potrebbe essere utile approfondire quanto ha espresso con un percorso di terapia che la possa supportare ed aiutare nella valorizzazione di sè e nell'esplorazione delle possibilità.
Se volesse iniziare io sono disponibile, anche online.
Grazie e buona giornata
Roberta Merlo
Dott. Amedeo Fonte
Psicologo, Psicologo clinico
Pescara
Salve, il dolore che descrive non è affatto “stupido”, è il segno di un bisogno profondo di essere riconosciuta e desiderata non solo per ciò che appare ma per ciò che è. La solitudine che racconta sembra intrecciarsi con la delusione di promesse mancate e con la fatica di sentirsi vista davvero. Quando dice che “nessuno la vuole”, forse esprime più il peso di non essere scelta nel modo in cui desidererebbe, che non la semplice assenza di qualcuno accanto. Potrebbe essere utile chiedersi cosa significhi per lei essere voluta e se l’immagine che offre agli altri rispecchi davvero ciò che sente dentro. Talvolta il dolore nasce proprio da questa distanza. Forse, più che “mollare”, si tratta di permettersi di stare in ascolto di sé, senza forzare il pensiero positivo, ma dando spazio a ciò che questo vuoto vuole dirle. Se sente che tutto questo diventa troppo, parlarne in un luogo che possa accogliere il suo vissuto potrebbe aiutarla a dare voce e significato a ciò che oggi le pesa così tanto.
Buonasera G.,
dal suo messaggio si sente molta fatica e anche tanta solitudine. Non è affatto un dolore “stupido”, come lo definisce lei: il desiderio di avere accanto una persona con cui condividere la vita è un bisogno umano profondo e, quando questo manca, può far male in modo molto intenso.
“Pensare positivo” sembra essere una delle sue risorse, ma può essere utile anche concedersi di riconoscere pienamente il dolore che sta vivendo, senza giudicarlo. A volte la solitudine pesa ancora di più proprio quando cerchiamo di combatterla o di sminuirla.

Vedere, accogliere e dare spazio a questa solitudine può essere un passaggio importante per entrare in contatto con ciò che sente davvero. Attraversare questo dolore all’interno di una relazione autentica e sicura, dove potersi sentire vista e ascoltata senza giudizio, può diventare un passo significativo per risignificare e trasformare questo vissuto.

A volte i nostri sintomi possono diventare una porta che ci permette di scoprire e di onorare parti di noi che forse, fino a questo momento, non hanno trovato spazio.

Le mando un abbraccio e la invito a onorare la sua natura, passo dopo passo, in questo cammino di cura.

Un caro saluto,
Dott.ssa Stefania Tagliabue

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