Buonasera sono Marisa ho 59 anni e due figlie di 26 e 22 anni. Ho sempre fatto da "tramite" fra la g
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Buonasera sono Marisa ho 59 anni e due figlie di 26 e 22 anni. Ho sempre fatto da "tramite" fra la grande ed il padre, che è stile patriarcale,. Questo ad oggi non viene tenuto in considerazione da mia figlia che ha un atteggiamento ostile nei miei riguardi. Ora ha il ragazzo (però non ha detto niente in casa) e vorrebbe fare più i suoi "comodi" (andare tutti i week end fuori) inventando varie scuse con l padre. Ed io x il quieto vivere cerco di reggere la parte. Ma la situazione è molto critica perché ricevo risposte a tono da entrambi. Lui perché do troppa libertà alla figlia e lei non lo so! Il mio problema è che ho soggezione di lei e di suo padre non riesco ad affrontarli x risolvere questa situazione. Mi sento un fallimento. Come posso fare ad uscire da questa situazione?
Gentile Marisa,
la ringrazio per aver condiviso una situazione così faticosa e personale. Da quello che racconta emerge con chiarezza quanto lei, per molti anni, abbia svolto una funzione centrale e delicata all’interno della sua famiglia: quella di mediatrice, di “ponte” tra sua figlia maggiore e il padre. In ottica sistemica, questa non è una posizione neutra, ma una vera e propria funzione relazionale, che spesso viene assunta per mantenere un equilibrio familiare possibile, soprattutto quando uno dei genitori ha uno stile più rigido o patriarcale.
Il punto critico, oggi, non è che lei abbia “sbagliato”, ma che il sistema familiare sta cambiando mentre a lei viene implicitamente chiesto di continuare a reggere una funzione che non è più sostenibile. Sua figlia sta entrando in una fase di maggiore autonomia affettiva e personale, e questo inevitabilmente mette in crisi l’assetto precedente. Il padre, dal canto suo, sembra reagire irrigidendosi, mentre lei resta schiacciata in mezzo, continuando a fare da filtro per evitare il conflitto diretto. In questo triangolo relazionale, però, è proprio lei a pagare il prezzo più alto.
La soggezione che descrive, sia verso sua figlia sia verso suo marito, non parla di debolezza personale, ma del fatto che per molto tempo lei ha dovuto contenere le tensioni altrui, rinunciando progressivamente al proprio spazio di parola. Quando un genitore resta a lungo nella posizione di “regolatore emotivo” degli altri, è frequente che perda il diritto di esprimere un disagio senza sentirsi in colpa o inadeguato. Il senso di fallimento che prova va letto in questa chiave: non come un giudizio su di lei, ma come il segnale che la posizione che occupa non è più possibile.
Uscire da questa situazione non significa affrontare entrambi “di petto” o risolvere tutto insieme. Dal punto di vista sistemico, il primo passo è uscire dal ruolo di tramite. Finché lei continua a mentire, coprire, spiegare o mediare, il conflitto resta sulle sue spalle e non torna ai legittimi protagonisti. Questo non richiede scontri, ma un cambiamento di postura: smettere gradualmente di parlare al posto degli altri, anche tollerando il disagio che ne deriva. Il conflitto tra padre e figlia non è qualcosa che lei deve risolvere, ed è importante che non continui a farsene carico.
Parallelamente, è fondamentale che lei recuperi una posizione più chiara come adulta nel sistema, separata sia dal marito sia dalla figlia. Questo può iniziare da frasi semplici, non accusatorie, che parlino di lei e non degli altri, ad esempio riconoscendo che non si sente più in grado di reggere certe dinamiche o che non vuole più essere messa in mezzo. Non si tratta di convincere, ma di ridefinire i confini.
Infine, vorrei sottolineare un aspetto importante: una figlia che diventa ostile non è necessariamente una figlia che non ama, ma spesso una figlia che sta cercando di differenziarsi. Il rischio, se lei resta nella posizione attuale, è che questa ostilità continui a crescere. Paradossalmente, spostarsi, smettere di proteggere e di mediare può aprire, nel tempo, a relazioni più autentiche, anche se inizialmente più conflittuali.
Lei non è un fallimento. Sta vivendo una crisi evolutiva del sistema familiare, e il suo disagio è un segnale di cambiamento necessario, non di incapacità. Un percorso di sostegno psicologico o di consulenza familiare potrebbe aiutarla a trovare parole e confini nuovi, senza sentirsi sola in questo passaggio. Il fatto che lei chieda aiuto oggi è già un atto di competenza e di cura verso se stessa. Un caro Saluto
Dott.ssa Silvia Falqui
la ringrazio per aver condiviso una situazione così faticosa e personale. Da quello che racconta emerge con chiarezza quanto lei, per molti anni, abbia svolto una funzione centrale e delicata all’interno della sua famiglia: quella di mediatrice, di “ponte” tra sua figlia maggiore e il padre. In ottica sistemica, questa non è una posizione neutra, ma una vera e propria funzione relazionale, che spesso viene assunta per mantenere un equilibrio familiare possibile, soprattutto quando uno dei genitori ha uno stile più rigido o patriarcale.
Il punto critico, oggi, non è che lei abbia “sbagliato”, ma che il sistema familiare sta cambiando mentre a lei viene implicitamente chiesto di continuare a reggere una funzione che non è più sostenibile. Sua figlia sta entrando in una fase di maggiore autonomia affettiva e personale, e questo inevitabilmente mette in crisi l’assetto precedente. Il padre, dal canto suo, sembra reagire irrigidendosi, mentre lei resta schiacciata in mezzo, continuando a fare da filtro per evitare il conflitto diretto. In questo triangolo relazionale, però, è proprio lei a pagare il prezzo più alto.
La soggezione che descrive, sia verso sua figlia sia verso suo marito, non parla di debolezza personale, ma del fatto che per molto tempo lei ha dovuto contenere le tensioni altrui, rinunciando progressivamente al proprio spazio di parola. Quando un genitore resta a lungo nella posizione di “regolatore emotivo” degli altri, è frequente che perda il diritto di esprimere un disagio senza sentirsi in colpa o inadeguato. Il senso di fallimento che prova va letto in questa chiave: non come un giudizio su di lei, ma come il segnale che la posizione che occupa non è più possibile.
Uscire da questa situazione non significa affrontare entrambi “di petto” o risolvere tutto insieme. Dal punto di vista sistemico, il primo passo è uscire dal ruolo di tramite. Finché lei continua a mentire, coprire, spiegare o mediare, il conflitto resta sulle sue spalle e non torna ai legittimi protagonisti. Questo non richiede scontri, ma un cambiamento di postura: smettere gradualmente di parlare al posto degli altri, anche tollerando il disagio che ne deriva. Il conflitto tra padre e figlia non è qualcosa che lei deve risolvere, ed è importante che non continui a farsene carico.
Parallelamente, è fondamentale che lei recuperi una posizione più chiara come adulta nel sistema, separata sia dal marito sia dalla figlia. Questo può iniziare da frasi semplici, non accusatorie, che parlino di lei e non degli altri, ad esempio riconoscendo che non si sente più in grado di reggere certe dinamiche o che non vuole più essere messa in mezzo. Non si tratta di convincere, ma di ridefinire i confini.
Infine, vorrei sottolineare un aspetto importante: una figlia che diventa ostile non è necessariamente una figlia che non ama, ma spesso una figlia che sta cercando di differenziarsi. Il rischio, se lei resta nella posizione attuale, è che questa ostilità continui a crescere. Paradossalmente, spostarsi, smettere di proteggere e di mediare può aprire, nel tempo, a relazioni più autentiche, anche se inizialmente più conflittuali.
Lei non è un fallimento. Sta vivendo una crisi evolutiva del sistema familiare, e il suo disagio è un segnale di cambiamento necessario, non di incapacità. Un percorso di sostegno psicologico o di consulenza familiare potrebbe aiutarla a trovare parole e confini nuovi, senza sentirsi sola in questo passaggio. Il fatto che lei chieda aiuto oggi è già un atto di competenza e di cura verso se stessa. Un caro Saluto
Dott.ssa Silvia Falqui
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Gentile Marisa,
quando per anni si fa da “ponte” tra un padre rigido e una figlia, si finisce spesso per sentirsi schiacciate e non riconosciute. Non è un fallimento: è il segnale che il suo ruolo in famiglia ha bisogno di essere ridefinito.
La difficoltà che descrive – soggezione, paura del confronto, senso di colpa – si può affrontare con un percorso mirato che aiuti a ritrovare autorevolezza, serenità e confini chiari, senza rompere gli equilibri ma ricostruendoli in modo più sano.
Se sente che è arrivato il momento di uscire da questa posizione che la fa soffrire, un supporto professionale può aiutarla a farlo con sicurezza e rispetto per tutti, ma finalmente anche per sé stessa.
quando per anni si fa da “ponte” tra un padre rigido e una figlia, si finisce spesso per sentirsi schiacciate e non riconosciute. Non è un fallimento: è il segnale che il suo ruolo in famiglia ha bisogno di essere ridefinito.
La difficoltà che descrive – soggezione, paura del confronto, senso di colpa – si può affrontare con un percorso mirato che aiuti a ritrovare autorevolezza, serenità e confini chiari, senza rompere gli equilibri ma ricostruendoli in modo più sano.
Se sente che è arrivato il momento di uscire da questa posizione che la fa soffrire, un supporto professionale può aiutarla a farlo con sicurezza e rispetto per tutti, ma finalmente anche per sé stessa.
Da ciò che descrive emerge una posizione molto faticosa di mediazione all’interno della sua famiglia, che nel tempo le ha generato stress, senso di solitudine e difficoltà nel farsi riconoscere il proprio ruolo. È comprensibile sentirsi in difficoltà quando si è a lungo “nel mezzo” tra bisogni e aspettative diverse. Certamente, potrebbe giovarle un percorso di sostegno psicologico per aiutarla a uscire da queste dinamiche patologiche e trovare modalità comunicative più serene ed efficaci con i suoi familiari.
Se lo desidera, possiamo fissare un primo colloquio conoscitivo on line.
Cordiali saluti
Dott.ssa Ferraro
Se lo desidera, possiamo fissare un primo colloquio conoscitivo on line.
Cordiali saluti
Dott.ssa Ferraro
Buonasera Marisa,
dalle sue parole emerge tanta fatica e anche molta solitudine. Per anni ha cercato di fare da “ponte” tra sua figlia e il padre, probabilmente con l’intenzione di proteggere l’equilibrio familiare. Questo ruolo però, nel tempo, può diventare molto pesante: si finisce per stare “in mezzo”, ricevendo tensioni da entrambe le parti e sentendosi non riconosciuti.
Sua figlia oggi è una giovane adulta e sta cercando spazi di autonomia; suo marito, da quanto descrive, mantiene uno stile più rigido. Lei si trova a mediare, ma senza sentirsi davvero ascoltata né dall’una né dall’altro. È comprensibile che questo la faccia sentire inadeguata o “un fallimento”, ma in realtà sta vivendo una dinamica relazionale complessa, non un suo limite personale.
Un primo passo potrebbe essere proprio quello di uscire dal ruolo di tramite. Non è lei che deve gestire il rapporto tra padre e figlia: sono loro due che, come adulti, possono imparare a confrontarsi direttamente. Restare nel mezzo, anche se lo fa per quieto vivere, rischia di alimentare il conflitto e di farla sentire sempre più schiacciata.
Mi colpisce molto quando dice di avere soggezione sia di sua figlia sia di suo marito. Questo merita attenzione: spesso dietro c’è una difficoltà a esprimere i propri bisogni e a sentirsi legittimate a farlo. Lavorare sull’assertività – cioè sulla capacità di dire ciò che pensa e sente senza attaccare né sottomettersi – potrebbe aiutarla a recuperare una posizione più solida all’interno della famiglia.
Potrebbe iniziare con piccoli passi, ad esempio:
evitare di coprire o giustificare sua figlia con il padre;
esprimere come si sente (“Mi sento in difficoltà quando mi trovo in mezzo tra voi”);
riconoscere che sua figlia, a 26 anni, ha diritto a costruire la propria autonomia.
Non deve risolvere tutto da sola e non deve farlo subito. A volte un percorso psicologico può offrire uno spazio protetto in cui comprendere meglio queste dinamiche familiari e rafforzare la propria posizione, senza sensi di colpa.
Non è un fallimento: sta cercando di tenere insieme le cose come può. Forse ora è il momento di prendersi uno spazio anche per sé e per il suo benessere.
Un abbraccio,
dott.ssa Veronica De Iuliis
dalle sue parole emerge tanta fatica e anche molta solitudine. Per anni ha cercato di fare da “ponte” tra sua figlia e il padre, probabilmente con l’intenzione di proteggere l’equilibrio familiare. Questo ruolo però, nel tempo, può diventare molto pesante: si finisce per stare “in mezzo”, ricevendo tensioni da entrambe le parti e sentendosi non riconosciuti.
Sua figlia oggi è una giovane adulta e sta cercando spazi di autonomia; suo marito, da quanto descrive, mantiene uno stile più rigido. Lei si trova a mediare, ma senza sentirsi davvero ascoltata né dall’una né dall’altro. È comprensibile che questo la faccia sentire inadeguata o “un fallimento”, ma in realtà sta vivendo una dinamica relazionale complessa, non un suo limite personale.
Un primo passo potrebbe essere proprio quello di uscire dal ruolo di tramite. Non è lei che deve gestire il rapporto tra padre e figlia: sono loro due che, come adulti, possono imparare a confrontarsi direttamente. Restare nel mezzo, anche se lo fa per quieto vivere, rischia di alimentare il conflitto e di farla sentire sempre più schiacciata.
Mi colpisce molto quando dice di avere soggezione sia di sua figlia sia di suo marito. Questo merita attenzione: spesso dietro c’è una difficoltà a esprimere i propri bisogni e a sentirsi legittimate a farlo. Lavorare sull’assertività – cioè sulla capacità di dire ciò che pensa e sente senza attaccare né sottomettersi – potrebbe aiutarla a recuperare una posizione più solida all’interno della famiglia.
Potrebbe iniziare con piccoli passi, ad esempio:
evitare di coprire o giustificare sua figlia con il padre;
esprimere come si sente (“Mi sento in difficoltà quando mi trovo in mezzo tra voi”);
riconoscere che sua figlia, a 26 anni, ha diritto a costruire la propria autonomia.
Non deve risolvere tutto da sola e non deve farlo subito. A volte un percorso psicologico può offrire uno spazio protetto in cui comprendere meglio queste dinamiche familiari e rafforzare la propria posizione, senza sensi di colpa.
Non è un fallimento: sta cercando di tenere insieme le cose come può. Forse ora è il momento di prendersi uno spazio anche per sé e per il suo benessere.
Un abbraccio,
dott.ssa Veronica De Iuliis
Buonasera Marisa,
da ciò che racconta si percepisce tutta la fatica di essere stata per anni “nel mezzo”, cercando di mantenere l’equilibrio tra suo marito e sua figlia. Questo ruolo però oggi la espone a tensioni da entrambe le parti e la fa sentire svalutata e insicura.
Non è un fallimento: è una dinamica che va ridefinita. Può iniziare smettendo gradualmente di fare da tramite, restituendo a ciascuno la responsabilità del confronto diretto. Lavorare sulla sua assertività, anche con un supporto psicologico, può aiutarla a sentirsi meno in soggezione e più legittimata a esprimere ciò che prova.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Teresa Romeo – PsicologaBuonasera Marisa,
da ciò che racconta si percepisce tutta la fatica di essere stata per anni “nel mezzo”, cercando di mantenere l’equilibrio tra suo marito e sua figlia. Questo ruolo però oggi la espone a tensioni da entrambe le parti e la fa sentire svalutata e insicura.
Non è un fallimento: è una dinamica che va ridefinita. Può iniziare smettendo gradualmente di fare da tramite, restituendo a ciascuno la responsabilità del confronto diretto. Lavorare sulla sua assertività, anche con un supporto psicologico, può aiutarla a sentirsi meno in soggezione e più legittimata a esprimere ciò che prova.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Teresa Romeo – Psicologa
da ciò che racconta si percepisce tutta la fatica di essere stata per anni “nel mezzo”, cercando di mantenere l’equilibrio tra suo marito e sua figlia. Questo ruolo però oggi la espone a tensioni da entrambe le parti e la fa sentire svalutata e insicura.
Non è un fallimento: è una dinamica che va ridefinita. Può iniziare smettendo gradualmente di fare da tramite, restituendo a ciascuno la responsabilità del confronto diretto. Lavorare sulla sua assertività, anche con un supporto psicologico, può aiutarla a sentirsi meno in soggezione e più legittimata a esprimere ciò che prova.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Teresa Romeo – PsicologaBuonasera Marisa,
da ciò che racconta si percepisce tutta la fatica di essere stata per anni “nel mezzo”, cercando di mantenere l’equilibrio tra suo marito e sua figlia. Questo ruolo però oggi la espone a tensioni da entrambe le parti e la fa sentire svalutata e insicura.
Non è un fallimento: è una dinamica che va ridefinita. Può iniziare smettendo gradualmente di fare da tramite, restituendo a ciascuno la responsabilità del confronto diretto. Lavorare sulla sua assertività, anche con un supporto psicologico, può aiutarla a sentirsi meno in soggezione e più legittimata a esprimere ciò che prova.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Teresa Romeo – Psicologa
Gentile utente, mi dispiace tanto per la situazione che ha descritto. Potrebbe esserle utile un percorso di supporto psicologico per capire meglio le sue emozioni.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Salve Marisa,
grazie per aver condiviso una situazione che sento essere per lei molto pesante.
Mi colpisce quanto lei abbia cercato per anni di tenere un equilibrio in famiglia, facendo da ponte tra sua figlia e suo marito.
Vorrei dirle prima di tutto che il sentirsi in difficoltà non significa essere un fallimento. Anzi, mi sembra che lei abbia cercato di fare del suo meglio con le risorse che aveva.
Mi chiedo: quando dice che prova soggezione sia verso sua figlia sia verso suo marito, cosa teme possa succedere se provasse ad esprimere apertamente ciò che pensa e ciò che sente?
Forse oggi la questione non è più “reggere la parte”, ma chiedersi che posto vuole occupare lei in questa famiglia, non come mediatrice, ma come persona con bisogni e confini propri. Un percorso psicologico personale potrebbe lavorare con lei a partire dalle risorse che ha, verso una maggiore autonomia emotiva e personale. Resto a disposizione. Cordialmente,
Dott.ssa G.T.
grazie per aver condiviso una situazione che sento essere per lei molto pesante.
Mi colpisce quanto lei abbia cercato per anni di tenere un equilibrio in famiglia, facendo da ponte tra sua figlia e suo marito.
Vorrei dirle prima di tutto che il sentirsi in difficoltà non significa essere un fallimento. Anzi, mi sembra che lei abbia cercato di fare del suo meglio con le risorse che aveva.
Mi chiedo: quando dice che prova soggezione sia verso sua figlia sia verso suo marito, cosa teme possa succedere se provasse ad esprimere apertamente ciò che pensa e ciò che sente?
Forse oggi la questione non è più “reggere la parte”, ma chiedersi che posto vuole occupare lei in questa famiglia, non come mediatrice, ma come persona con bisogni e confini propri. Un percorso psicologico personale potrebbe lavorare con lei a partire dalle risorse che ha, verso una maggiore autonomia emotiva e personale. Resto a disposizione. Cordialmente,
Dott.ssa G.T.
Marisa, da quello che racconta emerge chiaramente quanto lei si sia sempre impegnata per mantenere equilibrio e armonia in famiglia, mettendo spesso da parte i suoi bisogni per fare da tramite tra sua figlia e suo marito. Questo già dimostra grande responsabilità e sensibilità, non “fallimento”.
La difficoltà nasce dal fatto che sua figlia ora cerca autonomia e confini propri, mentre lei si sente in soggezione sia verso lei sia verso il marito. È naturale sentirsi travolta quando ci si trova a dover mediare tra due poli che non ascoltano, soprattutto quando si teme il conflitto. La pressione costante può farla sentire impotente, ma questo non significa che abbia sbagliato: significa che il ruolo di “ponte” che ha assunto a lungo è diventato troppo pesante da sostenere da sola.
Per uscire da questa dinamica, è importante iniziare a definire piccoli confini chiari per se stessa, senza sentirsi in colpa: ad esempio, stabilire regole di comunicazione rispettose, far sapere a sua figlia che non può essere sempre arbitro dei suoi comportamenti, e dialogare con il marito in modo fermo ma sereno su cosa è accettabile e cosa no. Non si tratta di controllare gli altri, ma di tutelare il suo spazio e la sua dignità.
Questo percorso non è facile da affrontare da sola: un confronto guidato in privato può aiutarla a trovare strategie concrete per comunicare in modo assertivo, ridurre il senso di soggezione e recuperare la propria serenità dentro la famiglia.
La difficoltà nasce dal fatto che sua figlia ora cerca autonomia e confini propri, mentre lei si sente in soggezione sia verso lei sia verso il marito. È naturale sentirsi travolta quando ci si trova a dover mediare tra due poli che non ascoltano, soprattutto quando si teme il conflitto. La pressione costante può farla sentire impotente, ma questo non significa che abbia sbagliato: significa che il ruolo di “ponte” che ha assunto a lungo è diventato troppo pesante da sostenere da sola.
Per uscire da questa dinamica, è importante iniziare a definire piccoli confini chiari per se stessa, senza sentirsi in colpa: ad esempio, stabilire regole di comunicazione rispettose, far sapere a sua figlia che non può essere sempre arbitro dei suoi comportamenti, e dialogare con il marito in modo fermo ma sereno su cosa è accettabile e cosa no. Non si tratta di controllare gli altri, ma di tutelare il suo spazio e la sua dignità.
Questo percorso non è facile da affrontare da sola: un confronto guidato in privato può aiutarla a trovare strategie concrete per comunicare in modo assertivo, ridurre il senso di soggezione e recuperare la propria serenità dentro la famiglia.
Gentile Marisa,
mi dispiace molto per la sofferenza che sta vivendo. Dalle sue parole emerge una posizione molto faticosa: da anni si trova nel ruolo di mediatrice tra sua figlia e il padre, cercando di mantenere un equilibrio familiare che però oggi sembra gravare quasi esclusivamente su di lei.
Mi colpisce come lei descriva una difficoltà a “darsi potere” sia davanti al suo ex marito sia davanti a sua figlia. Potrebbe essere importante chiedersi da dove nasce questa soggezione. A volte, quando facciamo fatica ad assumerci una posizione più ferma nelle relazioni attuali, non è solo per ciò che accade nel presente, ma perché queste dinamiche riattivano schemi relazionali più antichi: modalità apprese nel corso della vita, spesso molto precocemente, che ci hanno aiutato ad adattarci a contesti percepiti come critici o poco accoglienti, ma che oggi rischiano di farci sentire svalutati o senza voce.
Lei sembra muoversi con l’intento di mantenere la pace, ma questo la espone a ricevere critiche da entrambe le parti. È una posizione che la mette nel mezzo e che, nel tempo, può generare frustrazione, senso di fallimento e solitudine.
Rispetto a sua figlia, oggi è una giovane adulta. Forse potrebbe essere utile iniziare a restituirle pienamente la responsabilità del suo rapporto con il padre. Continuare a fare da tramite, sebbene animato da buone intenzioni, rischia di mantenere un’alleanza implicita e disfunzionale in cui i confini tra i ruoli familiari non sono più chiari. Sua figlia può scegliere se e come confrontarsi con il padre; lei può scegliere di non occupare più quella posizione intermedia che la espone e la indebolisce.
La difficoltà ad affrontarli direttamente merita uno spazio di ascolto e comprensione. Un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla a esplorare quale “buona ragione” la porta, ancora oggi, a sentirsi più al sicuro nel ruolo di mediatrice piuttosto che in una posizione più assertiva. Non si tratta di colpe, ma di comprendere le radici profonde di questo schema relazionale che attiva, per poterlo trasformare.
Il fatto che lei si stia interrogando e chieda aiuto è tutt’altro che un fallimento: è un segnale di consapevolezza e di desiderio di cambiamento. Ed è proprio da qui che può iniziare un percorso diverso, più rispettoso dei suoi bisogni e del suo valore personale.
mi dispiace molto per la sofferenza che sta vivendo. Dalle sue parole emerge una posizione molto faticosa: da anni si trova nel ruolo di mediatrice tra sua figlia e il padre, cercando di mantenere un equilibrio familiare che però oggi sembra gravare quasi esclusivamente su di lei.
Mi colpisce come lei descriva una difficoltà a “darsi potere” sia davanti al suo ex marito sia davanti a sua figlia. Potrebbe essere importante chiedersi da dove nasce questa soggezione. A volte, quando facciamo fatica ad assumerci una posizione più ferma nelle relazioni attuali, non è solo per ciò che accade nel presente, ma perché queste dinamiche riattivano schemi relazionali più antichi: modalità apprese nel corso della vita, spesso molto precocemente, che ci hanno aiutato ad adattarci a contesti percepiti come critici o poco accoglienti, ma che oggi rischiano di farci sentire svalutati o senza voce.
Lei sembra muoversi con l’intento di mantenere la pace, ma questo la espone a ricevere critiche da entrambe le parti. È una posizione che la mette nel mezzo e che, nel tempo, può generare frustrazione, senso di fallimento e solitudine.
Rispetto a sua figlia, oggi è una giovane adulta. Forse potrebbe essere utile iniziare a restituirle pienamente la responsabilità del suo rapporto con il padre. Continuare a fare da tramite, sebbene animato da buone intenzioni, rischia di mantenere un’alleanza implicita e disfunzionale in cui i confini tra i ruoli familiari non sono più chiari. Sua figlia può scegliere se e come confrontarsi con il padre; lei può scegliere di non occupare più quella posizione intermedia che la espone e la indebolisce.
La difficoltà ad affrontarli direttamente merita uno spazio di ascolto e comprensione. Un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla a esplorare quale “buona ragione” la porta, ancora oggi, a sentirsi più al sicuro nel ruolo di mediatrice piuttosto che in una posizione più assertiva. Non si tratta di colpe, ma di comprendere le radici profonde di questo schema relazionale che attiva, per poterlo trasformare.
Il fatto che lei si stia interrogando e chieda aiuto è tutt’altro che un fallimento: è un segnale di consapevolezza e di desiderio di cambiamento. Ed è proprio da qui che può iniziare un percorso diverso, più rispettoso dei suoi bisogni e del suo valore personale.
Buona sera Marisa,
Dalle sue parole si sente quanta fatica stia facendo nel cercare di tenere insieme tutti, facendo da “tramite” tra sua figlia e suo marito. È un ruolo molto impegnativo, e spesso chi sta nel mezzo finisce per sentirsi sotto pressione da entrambe le parti.
Sua figlia ha 26 anni: è una donna adulta, e come tale dovrebbe poter gestire in prima persona le sue scelte e la sua libertà, compreso come organizzare i fine settimana o come comunicare con il padre. Continuare a fare da intermediaria la espone a tensioni che in realtà non le competono del tutto.
Allo stesso tempo, anche suo marito è un adulto con cui sarebbe importante poter aprire un dialogo diretto, senza che lei debba fare da filtro.
Forse il primo passo potrebbe essere proprio questo: uscire gradualmente dal ruolo di “tramite” e provare a dire con calma a entrambi che non vuole più trovarsi nel mezzo. Non si tratta di schierarsi, ma di restituire a ciascuno la propria responsabilità.
Mi colpisce quando scrive di sentirsi un fallimento, il fatto che stia cercando un modo per affrontare la situazione dice invece che tiene molto alla sua famiglia e al clima in casa. Più che un fallimento, sembra una donna stanca di sostenere un peso troppo grande da sola.
Se sente di avere soggezione e difficoltà ad affrontarli, potrebbe essere utile farsi accompagnare da un professionista per lavorare sulla sua sicurezza e sull’assertività, così da trovare un modo più sereno e fermo di esprimere i suoi bisogni.
Uscire da questa situazione è possibile, ma probabilmente passa dal fare un passo indietro dal ruolo di mediatrice e dal costruire un dialogo più diretto e sincero con entrambi.
Cordialmente
Dalle sue parole si sente quanta fatica stia facendo nel cercare di tenere insieme tutti, facendo da “tramite” tra sua figlia e suo marito. È un ruolo molto impegnativo, e spesso chi sta nel mezzo finisce per sentirsi sotto pressione da entrambe le parti.
Sua figlia ha 26 anni: è una donna adulta, e come tale dovrebbe poter gestire in prima persona le sue scelte e la sua libertà, compreso come organizzare i fine settimana o come comunicare con il padre. Continuare a fare da intermediaria la espone a tensioni che in realtà non le competono del tutto.
Allo stesso tempo, anche suo marito è un adulto con cui sarebbe importante poter aprire un dialogo diretto, senza che lei debba fare da filtro.
Forse il primo passo potrebbe essere proprio questo: uscire gradualmente dal ruolo di “tramite” e provare a dire con calma a entrambi che non vuole più trovarsi nel mezzo. Non si tratta di schierarsi, ma di restituire a ciascuno la propria responsabilità.
Mi colpisce quando scrive di sentirsi un fallimento, il fatto che stia cercando un modo per affrontare la situazione dice invece che tiene molto alla sua famiglia e al clima in casa. Più che un fallimento, sembra una donna stanca di sostenere un peso troppo grande da sola.
Se sente di avere soggezione e difficoltà ad affrontarli, potrebbe essere utile farsi accompagnare da un professionista per lavorare sulla sua sicurezza e sull’assertività, così da trovare un modo più sereno e fermo di esprimere i suoi bisogni.
Uscire da questa situazione è possibile, ma probabilmente passa dal fare un passo indietro dal ruolo di mediatrice e dal costruire un dialogo più diretto e sincero con entrambi.
Cordialmente
Gentile utente,
La ringrazio per aver condiviso il suo vissuto.
Non conosco bene tutte la storia ma da quanto scrive ipotizzo che sia davvero complesso vivere tra queste due trincee. Mi chiedo come sia finita li in mezzo?
Le consiglierei di lavorare proprio su questo punto, per riuscire a vivere meglio il suo rapporto con i singoli soggetti e non fungere più da ponte tra di loro.
Le auguro il meglio e resto a disposizione,
Dott.ssa Chiara Roselletti
La ringrazio per aver condiviso il suo vissuto.
Non conosco bene tutte la storia ma da quanto scrive ipotizzo che sia davvero complesso vivere tra queste due trincee. Mi chiedo come sia finita li in mezzo?
Le consiglierei di lavorare proprio su questo punto, per riuscire a vivere meglio il suo rapporto con i singoli soggetti e non fungere più da ponte tra di loro.
Le auguro il meglio e resto a disposizione,
Dott.ssa Chiara Roselletti
Gentile Marisa, nelle famiglie spesso accade di assumere ruoli e funzioni che tengono in equilibrio il sistema, anche quando questo comporta fatica o rinunce personali. Quando i ruoli diventano rigidi o si intrecciano (ad esempio facendo da mediatrice tra padre e figlia), può accadere che ci si senta schiacciati e poco riconosciuti. Forse il punto oggi non è “reggere la parte”, ma ritrovare il suo posto — o costruirne uno nuovo, più chiaro e autorevole — senza sentirsi nel mezzo. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio queste dinamiche e a trovare modalità più serene e ferme per stare nella relazione con il resto della famiglia. Prendersi il proprio spazio lascia libertà agli altri di gestire il loro.
Cara utente la situazione che racconta è molto complessa e capisco il suo stato emotivo. Purtroppo queste sono dinamiche relazionali complesse da gestire perchè si parla di alienazione genitoriale in cui uno dei due genitori viene screditato e non validato nella sua figura. La ragazza da una parte porta l'acqua al suo mulino nel senso che approfitta di una situazione a lei comoda andando verso il genitore più permissivo, avendo lei un'età in cui sta andando verso l'indipendenza. Purtroppo il problema non è la figlia ma le dinamiche tra voi genitori. In questi casi quello che si consiglia è un intervento di mediazione familiare che possa aiutarvi a gestire la situazione per il bene di tutti. Le consiglio a lei di valutare se può esserle di aiuto un supporto psicologico che possa aiutarla non solo ad affrontare questa dinamica complessa ma che la aiuti a non perdere il suo ruolo di genitore che in questi rapporti può essere svalutato eccessivamente
Buongiorno Marisa,
da quanto racconta, emerge chiaramente quanta fatica emotiva stia vivendo. Trovarsi in conflitto tra le esigenze della figlia e del partner può generare insicurezza, tensione e un senso di impotenza
Creare uno spazio sicuro dove ascoltare il corpo, osservare le emozioni e riconnettersi con sé stessa può aiutarla a sviluppare assertività, forza interiore e autonomia nelle relazioni familiari. Un percorso mirato e su misura può accompagnarla a trasformare la fatica in chiarezza e a costruire nuovi modi di gestire i rapporti con la figlia e il partner, senza sentirsi sopraffatta e affaticata.
Se desidera approfondire resto a sua disposizione
da quanto racconta, emerge chiaramente quanta fatica emotiva stia vivendo. Trovarsi in conflitto tra le esigenze della figlia e del partner può generare insicurezza, tensione e un senso di impotenza
Creare uno spazio sicuro dove ascoltare il corpo, osservare le emozioni e riconnettersi con sé stessa può aiutarla a sviluppare assertività, forza interiore e autonomia nelle relazioni familiari. Un percorso mirato e su misura può accompagnarla a trasformare la fatica in chiarezza e a costruire nuovi modi di gestire i rapporti con la figlia e il partner, senza sentirsi sopraffatta e affaticata.
Se desidera approfondire resto a sua disposizione
Gentile Signora,
dal suo racconto emerge una situazione che nel tempo l’ha portata ad assumere un ruolo molto faticoso: quello di mediatrice tra sua figlia e suo marito. Questo ruolo probabilmente è nato con l’intenzione di proteggere gli equilibri familiari, ma oggi la sta esponendo a una doppia pressione emotiva ed potrebbe generare un senso di solitudine.
Quello che descrive sembra il risultato di una dinamica che si è consolidata nel tempo: quando una persona diventa il “ponte” tra due membri della famiglia, finisce spesso per trovarsi esposta alle tensioni di entrambi. Questo può generare frustrazione, senso di ingiustizia e, come lei stessa dice, un vissuto di fallimento. Ma ciò che sta vivendo non parla di un suo fallimento, bensì di un equilibrio relazionale che forse oggi necessita di essere ripensato. A volte, quando per anni ci si è occupati di “tenere insieme”, può essere difficile immaginare di fare un passo leggermente diverso, perché si teme che l’equilibrio si rompa. Tuttavia, continuare a rimanere in mezzo rischia di aumentare il suo disagio.
Colpisce quando dice di provare soggezione sia verso sua figlia sia verso suo marito. Questo sentimento merita attenzione e ascolto: potrebbe essere utile chiedersi cosa rende così faticoso esporsi maggiormente, comprendere questo aspetto può aiutarla a ritrovare una posizione più solida che la aiuti a stare meglio e vivere le reazioni intrafamiliari con maggiore serenità.
dal suo racconto emerge una situazione che nel tempo l’ha portata ad assumere un ruolo molto faticoso: quello di mediatrice tra sua figlia e suo marito. Questo ruolo probabilmente è nato con l’intenzione di proteggere gli equilibri familiari, ma oggi la sta esponendo a una doppia pressione emotiva ed potrebbe generare un senso di solitudine.
Quello che descrive sembra il risultato di una dinamica che si è consolidata nel tempo: quando una persona diventa il “ponte” tra due membri della famiglia, finisce spesso per trovarsi esposta alle tensioni di entrambi. Questo può generare frustrazione, senso di ingiustizia e, come lei stessa dice, un vissuto di fallimento. Ma ciò che sta vivendo non parla di un suo fallimento, bensì di un equilibrio relazionale che forse oggi necessita di essere ripensato. A volte, quando per anni ci si è occupati di “tenere insieme”, può essere difficile immaginare di fare un passo leggermente diverso, perché si teme che l’equilibrio si rompa. Tuttavia, continuare a rimanere in mezzo rischia di aumentare il suo disagio.
Colpisce quando dice di provare soggezione sia verso sua figlia sia verso suo marito. Questo sentimento merita attenzione e ascolto: potrebbe essere utile chiedersi cosa rende così faticoso esporsi maggiormente, comprendere questo aspetto può aiutarla a ritrovare una posizione più solida che la aiuti a stare meglio e vivere le reazioni intrafamiliari con maggiore serenità.
Buonasera Marisa,
quello che descrive è molto pesante: lei si è sempre messa in mezzo per mediare, e ora si sente sola e sottovalutata. La soggezione che prova verso sua figlia e suo padre non è un fallimento, ma il segnale di una dinamica in cui i confini non sono chiari e il suo ruolo di mediazione è diventato troppo gravoso.
Uscire da questa situazione non significa cambiare gli altri, ma ridefinire i propri limiti. Può iniziare a parlare chiaramente, con calma, di ciò che è accettabile per lei, senza sentirsi obbligata a giustificarsi o a sopportare toni aggressivi. Stabilire piccoli confini coerenti, passo dopo passo, aiuta a ridurre stress e sensi di colpa e a sentirsi più autonoma nella gestione della famiglia.
quello che descrive è molto pesante: lei si è sempre messa in mezzo per mediare, e ora si sente sola e sottovalutata. La soggezione che prova verso sua figlia e suo padre non è un fallimento, ma il segnale di una dinamica in cui i confini non sono chiari e il suo ruolo di mediazione è diventato troppo gravoso.
Uscire da questa situazione non significa cambiare gli altri, ma ridefinire i propri limiti. Può iniziare a parlare chiaramente, con calma, di ciò che è accettabile per lei, senza sentirsi obbligata a giustificarsi o a sopportare toni aggressivi. Stabilire piccoli confini coerenti, passo dopo passo, aiuta a ridurre stress e sensi di colpa e a sentirsi più autonoma nella gestione della famiglia.
Gentile Marisa,
non è un fallimento: per anni ha sostenuto un ruolo di mediatrice molto faticoso. Oggi però sua figlia è adulta e non dovrebbe più essere lei a fare da tramite.
Per quieto vivere sta portando tutto sulle sue spalle, ma questo aumenta la tensione. Un passo importante è uscire gradualmente dal ruolo di intermediaria e rimandare a padre e figlia la responsabilità di parlarsi direttamente, iniziando anche a esprimere in modo assertivo il suo disagio.
La soggezione che sente è comprensibile, ma si può lavorare per rafforzare la sua sicurezza. Un breve percorso psicologico potrebbe aiutarla a gestire meglio il conflitto e a sentirsi più serena.
Resto a disposizione.
non è un fallimento: per anni ha sostenuto un ruolo di mediatrice molto faticoso. Oggi però sua figlia è adulta e non dovrebbe più essere lei a fare da tramite.
Per quieto vivere sta portando tutto sulle sue spalle, ma questo aumenta la tensione. Un passo importante è uscire gradualmente dal ruolo di intermediaria e rimandare a padre e figlia la responsabilità di parlarsi direttamente, iniziando anche a esprimere in modo assertivo il suo disagio.
La soggezione che sente è comprensibile, ma si può lavorare per rafforzare la sua sicurezza. Un breve percorso psicologico potrebbe aiutarla a gestire meglio il conflitto e a sentirsi più serena.
Resto a disposizione.
Buonasera Marisa,
si sente tutta la fatica di chi per anni ha fatto da "ponte " tra padre e figlia cercando di tenere l' equilibrio. E' un ruolo molto impegnativo, spesso poco conosciuto che alla lunga può far sentire soli e svalutati. Non è un fallimento. E' probabile che lei sia rimasta incastrata in una dinamica in cui si è abituata a mediare e proteggere l' equilibrio, mettendo però in secondo piano se stessa. Un primo passo potrebbe essere proprio questo:uscire dal ruolo del "tramite". Sua figlia è adulta e può gestire il rapporto con il padre senza che lei debba coprire o mediare. E allo stesso tempo provare, con calma , a dire come si sente, senza accusare o ferire ma affermando il suo vissuto tutelando quindi il suo spazio. Ora forse è il momento di chiedersi non solo come far star bene gli altri, ma come star bene lei.
Un cordiale saluto.
si sente tutta la fatica di chi per anni ha fatto da "ponte " tra padre e figlia cercando di tenere l' equilibrio. E' un ruolo molto impegnativo, spesso poco conosciuto che alla lunga può far sentire soli e svalutati. Non è un fallimento. E' probabile che lei sia rimasta incastrata in una dinamica in cui si è abituata a mediare e proteggere l' equilibrio, mettendo però in secondo piano se stessa. Un primo passo potrebbe essere proprio questo:uscire dal ruolo del "tramite". Sua figlia è adulta e può gestire il rapporto con il padre senza che lei debba coprire o mediare. E allo stesso tempo provare, con calma , a dire come si sente, senza accusare o ferire ma affermando il suo vissuto tutelando quindi il suo spazio. Ora forse è il momento di chiedersi non solo come far star bene gli altri, ma come star bene lei.
Un cordiale saluto.
Buonasera Marisa,
mi sembra di intuire che nel tempo lei abbia assunto un ruolo di mediazione per mantenere un equilibrio familiare, soprattutto tra sua figlia e suo marito. Questo ruolo, che probabilmente in passato ha avuto una funzione protettiva, oggi sembra collocarla stabilmente nel mezzo del conflitto, esponendola a tensioni da entrambe le parti.
Il disagio non riguarda solo i singoli comportamenti, ma la posizione che ciascuno occupa nella relazione. Se lei modifica la sua collocazione, ad esempio riducendo la funzione di tramite e favorendo un confronto diretto tra padre e figlia, l’intero sistema sarà chiamato a riorganizzarsi.
Le auguro di poter trovare uno spazio in cui sentirsi ascoltata e sostenuta in questo importante cambiamento.
Un saluto
mi sembra di intuire che nel tempo lei abbia assunto un ruolo di mediazione per mantenere un equilibrio familiare, soprattutto tra sua figlia e suo marito. Questo ruolo, che probabilmente in passato ha avuto una funzione protettiva, oggi sembra collocarla stabilmente nel mezzo del conflitto, esponendola a tensioni da entrambe le parti.
Il disagio non riguarda solo i singoli comportamenti, ma la posizione che ciascuno occupa nella relazione. Se lei modifica la sua collocazione, ad esempio riducendo la funzione di tramite e favorendo un confronto diretto tra padre e figlia, l’intero sistema sarà chiamato a riorganizzarsi.
Le auguro di poter trovare uno spazio in cui sentirsi ascoltata e sostenuta in questo importante cambiamento.
Un saluto
Buonasera Marisa, grazie per aver raccontato con tanta sincerità ciò che sta vivendo. Dalle sue parole emerge una grande fatica emotiva, ma anche un senso di responsabilità molto forte verso la sua famiglia. Per molti anni ha cercato di tenere insieme gli equilibri tra sua figlia e suo marito, assumendosi il ruolo di mediatrice per evitare conflitti e proteggere tutti. È comprensibile che oggi si senta stanca e anche ferita nel percepire che questo impegno non venga riconosciuto, soprattutto quando invece riceve tensioni e rimproveri da entrambe le parti. Quando una persona rimane a lungo nel ruolo di “ponte” tra gli altri, spesso accade che finisca per non avere uno spazio proprio. Si cerca di mantenere la pace, di anticipare le reazioni degli altri, di evitare discussioni, ma lentamente si rischia di diventare il luogo in cui arrivano le frustrazioni di tutti. Questo non perché lei abbia sbagliato qualcosa, ma perché gli altri si sono abituati a vederla come colei che aggiusta le cose. Il problema è che questo ruolo può diventare molto pesante e, nel tempo, far sentire invisibili o poco rispettati. Il fatto che lei dica di avere soggezione sia di sua figlia sia di suo marito è un elemento importante. Non significa debolezza o incapacità. Spesso dietro questa difficoltà c’è la paura del conflitto, il timore di peggiorare la situazione o di essere giudicati. Tuttavia evitare continuamente il confronto tende a mantenere il problema fermo, perché gli altri continuano a comportarsi come hanno sempre fatto, mentre dentro di lei cresce il senso di ingiustizia e di fallimento. Vorrei soffermarmi proprio su questa parola che ha usato, fallimento. Una madre che per anni ha cercato di proteggere l’equilibrio familiare, che si preoccupa del benessere delle figlie e che oggi chiede aiuto per capire come stare meglio non è una persona fallita. Piuttosto sembra una persona che ha dato molto agli altri mettendo spesso da parte sé stessa. Quando si vive così a lungo, può diventare difficile riconoscere il diritto di esprimere bisogni e limiti personali. Sua figlia oggi è una giovane adulta e sta cercando autonomia. È normale che voglia fare esperienze, avere una relazione e costruire spazi propri. Allo stesso tempo però non è sua responsabilità sostenere bugie o coprire scelte che la mettono in mezzo tra lei e il padre. Quando si accetta di fare da intermediari per quieto vivere, si rischia di diventare bersaglio sia della rabbia di chi si sente controllato sia di quella di chi teme di perdere il controllo. Uscire da questa situazione non significa creare uno scontro, ma iniziare lentamente a uscire dal ruolo di mediatrice. Può essere utile iniziare da piccoli passi, ad esempio smettendo di assumersi responsabilità che non le appartengono. Sua figlia può parlare direttamente con suo padre delle proprie decisioni. Lei non deve necessariamente sostenere versioni o spiegazioni che la fanno stare male. All’inizio questo può creare disagio, perché gli altri potrebbero reagire con sorpresa o irritazione, ma spesso è proprio questo passaggio che permette di ridefinire i rapporti. Anche il timore del giudizio di sua figlia merita attenzione. Quando un genitore sente soggezione verso un figlio adulto spesso significa che la relazione si è spostata su un piano poco equilibrato. Recuperare una posizione più serena non passa dall’alzare la voce o imporsi, ma dal parlare in modo semplice e autentico di come si sente. Dire che è stanca di stare nel mezzo e che desidera rapporti più diretti tra loro non è egoismo, è cura di sé. Forse la domanda più importante non è cosa penseranno loro, ma cosa succede a lei se continua così ancora a lungo. A volte prendersi uno spazio personale, anche emotivo, permette agli altri di riorganizzarsi e di assumersi le proprie responsabilità. Non deve fare tutto subito. Anche solo iniziare a riconoscere che i suoi bisogni contano quanto quelli degli altri è già un passo importante. La serenità familiare non può poggiare su una sola persona che sopporta tutto in silenzio. Merita relazioni in cui non sentirsi sotto pressione o in difetto. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno Marisa, capisco profondamente il senso di sfinimento e solitudine che prova in una posizione così sacrificata, potremmo dire che lei ha costruito il suo ruolo attorno alla funzione di mediatrice, ma questo incastro relazionale oggi si è trasformato in una trappola dove lei finisce per essere il bersaglio di entrambi proprio perché si trova nel mezzo. Se sua figlia risponde "a tono" nonostante i suoi sforzi, è possibile che legga la sua protezione non come un aiuto, ma come un segno di debolezza o, paradossalmente, come un ostacolo alla sua reale indipendenza dal padre, che lei ancora "gestisce" per conto della ragazza. La sensazione di "fallimento" che prova nasce dal fatto che lei si sta caricando della responsabilità della felicità e del comportamento di due adulti (marito e figlia), finendo per annullare i propri bisogni e la propria voce. Uscire da questa situazione richiede un faticoso ma necessario cambio di prospettiva: smettere di "reggere la parte". Finché lei copre le bugie di sua figlia o giustifica l'autoritarismo di suo marito, permette a entrambi di non affrontare mai direttamente il loro conflitto, lasciando che le tensioni si scarichino su di lei. Il primo passo non è "affrontarli" in uno scontro frontale, cosa che le incute soggezione, ma iniziare a sottrarsi gradualmente dal ruolo di tramite. Può comunicare a sua figlia, con fermezza e senza rabbia, che non è più disposta a inventare scuse per lei, restituendole la responsabilità delle sue scelte e del rapporto con il padre. Questo non la rende un fallimento, ma una persona che inizia a definire i propri confini. Un supporto psicologico potrebbe esserle di grande aiuto per rinforzare questa sua autoefficacia e superare il timore del giudizio dei suoi familiari.
Gentile Marisa,
dal suo messaggio si sente molta fatica, ma anche quanto lei abbia cercato per anni di tenere insieme gli equilibri familiari. Questo non la rende un fallimento: al contrario, mostra quanto si sia spesa per la famiglia. Il problema è che oggi questo ruolo di “tramite” la sta schiacciando.
Sembra che lei si trovi in mezzo tra due posizioni forti (sua figlia e suo marito) e che, nel tentativo di mantenere la pace, finisca per mettere da parte se stessa, i suoi bisogni e il suo modo autentico di stare nella relazione. Quando succede questo, è facile sentirsi bloccati, in soggezione e senza voce.
Più che chiedersi subito “come faccio a risolvere loro”, può esserle utile fermarsi e chiedersi: “Io, senza la paura del giudizio di mia figlia e di mio marito, cosa penso davvero? Cosa sento giusto dire? Come vorrei comportarmi?”
Questa domanda è importante perché la aiuta a uscire dalla posizione di chi subisce pressioni e a ritrovare una posizione più adulta, chiara e libera.
Un primo passo concreto può essere non fare più da “filtro” o “copertura” tra loro, perché questo ruolo la espone a tensioni da entrambe le parti. Può iniziare a comunicare in modo semplice e diretto, con frasi brevi, senza giustificarsi troppo, ad esempio esprimendo come sta lei e quali limiti sente di poter mettere.
Il punto centrale non è scegliere chi ha ragione, ma recuperare la sua voce e smettere di stare solo nel ruolo di chi deve contenere tutti. Lei ha diritto a uno spazio personale, a essere rispettata e a non sentirsi schiacciata.
Se questa dinamica va avanti da molto tempo, un supporto psicologico potrebbe aiutarla molto a rafforzare la sua posizione, lavorare sul senso di soggezione e ritrovare sicurezza nel dire ciò che pensa e sente.
dal suo messaggio si sente molta fatica, ma anche quanto lei abbia cercato per anni di tenere insieme gli equilibri familiari. Questo non la rende un fallimento: al contrario, mostra quanto si sia spesa per la famiglia. Il problema è che oggi questo ruolo di “tramite” la sta schiacciando.
Sembra che lei si trovi in mezzo tra due posizioni forti (sua figlia e suo marito) e che, nel tentativo di mantenere la pace, finisca per mettere da parte se stessa, i suoi bisogni e il suo modo autentico di stare nella relazione. Quando succede questo, è facile sentirsi bloccati, in soggezione e senza voce.
Più che chiedersi subito “come faccio a risolvere loro”, può esserle utile fermarsi e chiedersi: “Io, senza la paura del giudizio di mia figlia e di mio marito, cosa penso davvero? Cosa sento giusto dire? Come vorrei comportarmi?”
Questa domanda è importante perché la aiuta a uscire dalla posizione di chi subisce pressioni e a ritrovare una posizione più adulta, chiara e libera.
Un primo passo concreto può essere non fare più da “filtro” o “copertura” tra loro, perché questo ruolo la espone a tensioni da entrambe le parti. Può iniziare a comunicare in modo semplice e diretto, con frasi brevi, senza giustificarsi troppo, ad esempio esprimendo come sta lei e quali limiti sente di poter mettere.
Il punto centrale non è scegliere chi ha ragione, ma recuperare la sua voce e smettere di stare solo nel ruolo di chi deve contenere tutti. Lei ha diritto a uno spazio personale, a essere rispettata e a non sentirsi schiacciata.
Se questa dinamica va avanti da molto tempo, un supporto psicologico potrebbe aiutarla molto a rafforzare la sua posizione, lavorare sul senso di soggezione e ritrovare sicurezza nel dire ciò che pensa e sente.
Buonasera Marisa, la situazione che descrive è comprensibilmente faticosa e logorante, perché la pone in una posizione di mezzo in cui sente di dover tenere insieme equilibri molto delicati. Provo a leggerla con una lente un po’ più “cognitiva”. Quando si trova tra sua figlia e suo marito, quali sono i pensieri automatici che le passano per la mente? Ad esempio: “se non faccio da tramite succede un conflitto”, “non sono capace di gestire la situazione”, “sono un fallimento”, “se mi espongo peggiorerà tutto”. Questi pensieri generano emozioni intense come ansia, soggezione, senso di inadeguatezza e la portano a mettere in atto un comportamento di evitamento o mediazione continua per il quieto vivere. Nel breve periodo questo probabilmente riduce il conflitto aperto, ma nel lungo periodo mantiene il problema, perché la conferma nell’idea di non poter affrontare direttamente la situazione e la espone comunque a critiche da entrambe le parti. In ottica CBT può essere utile distinguere tra fatti e interpretazioni: il fatto è che sua figlia sta crescendo e sta cercando maggiore autonomia; il fatto è che suo marito ha uno stile rigido; l’interpretazione è “sono un fallimento” o “non sono capace di affrontarli”. Questa è una valutazione globale e molto severa su di sé, non un dato oggettivo. Un primo passo potrebbe essere lavorare proprio su questi pensieri, chiedendosi: quali prove ho che sono un fallimento? Ci sono invece prove del contrario, ad esempio il fatto che per anni ha cercato di proteggere la relazione tra padre e figlia? Un secondo aspetto riguarda l’evitamento: la soggezione che sente la porta a non esporsi, ma ogni volta che evita rafforza l’idea di non farcela. In modo graduale potrebbe iniziare a fare piccoli passi assertivi, ad esempio smettere di coprire le bugie e restituire la responsabilità a sua figlia, oppure esprimere in prima persona come si sente (“io mi sento in difficoltà quando mi trovo in mezzo”). L’assertività non è scontro, è espressione chiara dei propri confini. Inoltre può essere utile ridefinire il suo ruolo: non è più necessario fare da tramite tra un padre e una figlia adulta di 26 anni. Restare nel ruolo di mediatrice la mantiene in una posizione di tensione costante. Uscirne significa tollerare un po’ di conflitto iniziale, ma anche permettere agli altri di assumersi le proprie responsabilità. Il lavoro quindi potrebbe concentrarsi su tre punti: riconoscere e ristrutturare i pensieri auto-svalutanti, ridurre gradualmente i comportamenti di evitamento, allenare risposte assertive. Non è un cambiamento immediato, ma è possibile. E il fatto che lei si stia ponendo il problema è già un primo passo verso un modo diverso di stare in questa dinamica.
Rimango a disposizione nel caso senta il bisogno di ulteriori chiarimenti.
Rimango a disposizione nel caso senta il bisogno di ulteriori chiarimenti.
Salve, la situazione che descrive è molto faticosa e comprendo il senso di solitudine che può provare. Per anni ha svolto il ruolo di “mediatrice” tra sua figlia e suo marito, probabilmente per proteggere l’equilibrio familiare. Tuttavia, stare nel mezzo a lungo termine espone proprio a questo rischio: diventare il bersaglio di entrambe le parti.
Sua figlia ha 26 anni: è un’adulta. Non dovrebbe più essere necessario che lei faccia da tramite o che si assuma la responsabilità delle sue scelte. Allo stesso modo, il rapporto tra padre e figlia dovrebbe essere diretto, non filtrato da lei. Continuare a “reggere la parte” per quieto vivere la mantiene in una posizione di sottomissione e alimenta la tensione.
Il primo passo non è affrontarli in modo conflittuale, ma uscire dal ruolo. Può iniziare con frasi semplici e ferme, ad esempio: “Questa cosa dovete parlarla tra voi” oppure “Non voglio più stare in mezzo”. Non è egoismo, è un atto di tutela personale.
Il senso di soggezione che riferisce merita attenzione: nessuna relazione familiare dovrebbe farla sentire inferiore o inadeguata. Non è un fallimento. Probabilmente ha imparato nel tempo che adattarsi era il modo più sicuro per mantenere la pace. Ora però quel meccanismo non la sta più proteggendo.
Se sente di non riuscire da sola, potrebbe essere di grande aiuto un percorso di psicoterapia familiare sistemico-relazionale. Uscire da questo schema è possibile, ma richiede piccoli passi di fermezza costante.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa sistemico-relazionale.
Sua figlia ha 26 anni: è un’adulta. Non dovrebbe più essere necessario che lei faccia da tramite o che si assuma la responsabilità delle sue scelte. Allo stesso modo, il rapporto tra padre e figlia dovrebbe essere diretto, non filtrato da lei. Continuare a “reggere la parte” per quieto vivere la mantiene in una posizione di sottomissione e alimenta la tensione.
Il primo passo non è affrontarli in modo conflittuale, ma uscire dal ruolo. Può iniziare con frasi semplici e ferme, ad esempio: “Questa cosa dovete parlarla tra voi” oppure “Non voglio più stare in mezzo”. Non è egoismo, è un atto di tutela personale.
Il senso di soggezione che riferisce merita attenzione: nessuna relazione familiare dovrebbe farla sentire inferiore o inadeguata. Non è un fallimento. Probabilmente ha imparato nel tempo che adattarsi era il modo più sicuro per mantenere la pace. Ora però quel meccanismo non la sta più proteggendo.
Se sente di non riuscire da sola, potrebbe essere di grande aiuto un percorso di psicoterapia familiare sistemico-relazionale. Uscire da questo schema è possibile, ma richiede piccoli passi di fermezza costante.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa sistemico-relazionale.
Buonasera Marisa. Accolgo il tuo sfogo con profonda empatia. Sento nelle tue parole tutto il peso di una vita passata a fare da "ammortizzatore" tra due forze opposte, cercando di proteggere un equilibrio familiare che, purtroppo, oggi sembra consumare proprio te.
Quello che descrivi è un fenomeno che in psicologia chiamiamo "triangolazione": tu sei diventata il vertice di un triangolo dove i messaggi tra padre e figlia passano solo attraverso di te. Questo ruolo, che hai assunto per amore e per "quieto vivere", col tempo è diventato una prigione.
Vorrei aiutarti a guardare questa situazione da una prospettiva diversa, meno colpevolizzante per te.
Perché ti senti così?
Il ruolo del "Tramite": Facendo da scudo tra uno stile patriarcale (rigido) e una figlia che cerca indipendenza, ti sei caricata di una responsabilità che non ti spetta. Se reggi "la parte" delle scuse, diventi complice dei segreti di lei e bersaglio della rabbia di lui.
La "Soggezione": Non è un fallimento, Marisa. La soggezione che provi è il risultato di anni passati a mediare in un clima dove il conflitto non è mai stato permesso o è stato vissuto come pericoloso. Hai imparato a stare "un passo indietro" per evitare esplosioni, ma questo ha annullato la tua voce.
L'ostilità di tua figlia: Può sembrare paradossale, ma a volte i figli riversano la rabbia sul genitore "più morbido" perché sanno che è un porto sicuro. Lei è arrabbiata con la rigidità del padre, ma non potendo affrontare lui (per paura o soggezione), attacca te, colpevolizzandoti magari di non aver cambiato quel sistema o, al contrario, usandoti come complice e disprezzando al contempo quella stessa complicità.
Come iniziare a uscire da questo circolo vizioso?
Non serve un atto di forza improvviso, ma piccoli passi di disimpegno:
Smetti di "reggere la parte": Questa è la chiave. Ogni volta che inventi una scusa per tua figlia con tuo marito, ti metti in una posizione di debolezza. Puoi dire a tua figlia, con calma: "Ti voglio bene e capisco il tuo desiderio di stare con il tuo ragazzo, ma non sono più disposta a mentire a tuo padre. Sei un'adulta di 26 anni, è giusto che tu gestisca la tua libertà direttamente con lui".
Restituisci la responsabilità: Se tuo marito ti rimprovera di dare "troppa libertà", non assorbire la critica. Rispondi: "Nostra figlia ha 26 anni, è una donna. Se pensi che debba stare più a casa, parlane direttamente con lei. Io non posso e non voglio più fare da filtro tra voi due".
Riconosci il tuo valore: Non sei un fallimento. Hai tenuto insieme una famiglia con enormi sacrifici emotivi. Il fatto che ora questa strategia non funzioni più non significa che tu abbia sbagliato, ma che quel ciclo si è esaurito. Le tue figlie sono grandi; il tuo compito di "protezione" è terminato.
Una riflessione per te
Marisa, a 59 anni hai il diritto di non vivere più con il fiato sospeso. Se continui a fare da cuscinetto, loro non impareranno mai a relazionarsi tra loro e tu continuerai a essere schiacciata.
Il "quieto vivere" che stai proteggendo è un silenzio che fa rumore solo dentro di te.
Cosa pensi che accadrebbe, realisticamente, se la prossima volta che tua figlia ti chiede di coprirla tu le rispondessi semplicemente: "Questa volta non lo farò"?
Sarebbe un momento difficile, certo, ma sarebbe anche l'inizio della tua libertà. Ti andrebbe di provare a immaginare insieme come potresti comunicare questo cambiamento a tua figlia in modo che lei capisca che non lo fai per cattiveria, ma per la tua salute mentale?
Quello che descrivi è un fenomeno che in psicologia chiamiamo "triangolazione": tu sei diventata il vertice di un triangolo dove i messaggi tra padre e figlia passano solo attraverso di te. Questo ruolo, che hai assunto per amore e per "quieto vivere", col tempo è diventato una prigione.
Vorrei aiutarti a guardare questa situazione da una prospettiva diversa, meno colpevolizzante per te.
Perché ti senti così?
Il ruolo del "Tramite": Facendo da scudo tra uno stile patriarcale (rigido) e una figlia che cerca indipendenza, ti sei caricata di una responsabilità che non ti spetta. Se reggi "la parte" delle scuse, diventi complice dei segreti di lei e bersaglio della rabbia di lui.
La "Soggezione": Non è un fallimento, Marisa. La soggezione che provi è il risultato di anni passati a mediare in un clima dove il conflitto non è mai stato permesso o è stato vissuto come pericoloso. Hai imparato a stare "un passo indietro" per evitare esplosioni, ma questo ha annullato la tua voce.
L'ostilità di tua figlia: Può sembrare paradossale, ma a volte i figli riversano la rabbia sul genitore "più morbido" perché sanno che è un porto sicuro. Lei è arrabbiata con la rigidità del padre, ma non potendo affrontare lui (per paura o soggezione), attacca te, colpevolizzandoti magari di non aver cambiato quel sistema o, al contrario, usandoti come complice e disprezzando al contempo quella stessa complicità.
Come iniziare a uscire da questo circolo vizioso?
Non serve un atto di forza improvviso, ma piccoli passi di disimpegno:
Smetti di "reggere la parte": Questa è la chiave. Ogni volta che inventi una scusa per tua figlia con tuo marito, ti metti in una posizione di debolezza. Puoi dire a tua figlia, con calma: "Ti voglio bene e capisco il tuo desiderio di stare con il tuo ragazzo, ma non sono più disposta a mentire a tuo padre. Sei un'adulta di 26 anni, è giusto che tu gestisca la tua libertà direttamente con lui".
Restituisci la responsabilità: Se tuo marito ti rimprovera di dare "troppa libertà", non assorbire la critica. Rispondi: "Nostra figlia ha 26 anni, è una donna. Se pensi che debba stare più a casa, parlane direttamente con lei. Io non posso e non voglio più fare da filtro tra voi due".
Riconosci il tuo valore: Non sei un fallimento. Hai tenuto insieme una famiglia con enormi sacrifici emotivi. Il fatto che ora questa strategia non funzioni più non significa che tu abbia sbagliato, ma che quel ciclo si è esaurito. Le tue figlie sono grandi; il tuo compito di "protezione" è terminato.
Una riflessione per te
Marisa, a 59 anni hai il diritto di non vivere più con il fiato sospeso. Se continui a fare da cuscinetto, loro non impareranno mai a relazionarsi tra loro e tu continuerai a essere schiacciata.
Il "quieto vivere" che stai proteggendo è un silenzio che fa rumore solo dentro di te.
Cosa pensi che accadrebbe, realisticamente, se la prossima volta che tua figlia ti chiede di coprirla tu le rispondessi semplicemente: "Questa volta non lo farò"?
Sarebbe un momento difficile, certo, ma sarebbe anche l'inizio della tua libertà. Ti andrebbe di provare a immaginare insieme come potresti comunicare questo cambiamento a tua figlia in modo che lei capisca che non lo fai per cattiveria, ma per la tua salute mentale?
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