Buonasera sono Marisa ho 59 anni e due figlie di 26 e 22 anni. Ho sempre fatto da "tramite" fra la g

10 risposte
Buonasera sono Marisa ho 59 anni e due figlie di 26 e 22 anni. Ho sempre fatto da "tramite" fra la grande ed il padre, che è stile patriarcale,. Questo ad oggi non viene tenuto in considerazione da mia figlia che ha un atteggiamento ostile nei miei riguardi. Ora ha il ragazzo (però non ha detto niente in casa) e vorrebbe fare più i suoi "comodi" (andare tutti i week end fuori) inventando varie scuse con l padre. Ed io x il quieto vivere cerco di reggere la parte. Ma la situazione è molto critica perché ricevo risposte a tono da entrambi. Lui perché do troppa libertà alla figlia e lei non lo so! Il mio problema è che ho soggezione di lei e di suo padre non riesco ad affrontarli x risolvere questa situazione. Mi sento un fallimento. Come posso fare ad uscire da questa situazione?
Gentile Marisa,
la ringrazio per aver condiviso una situazione così faticosa e personale. Da quello che racconta emerge con chiarezza quanto lei, per molti anni, abbia svolto una funzione centrale e delicata all’interno della sua famiglia: quella di mediatrice, di “ponte” tra sua figlia maggiore e il padre. In ottica sistemica, questa non è una posizione neutra, ma una vera e propria funzione relazionale, che spesso viene assunta per mantenere un equilibrio familiare possibile, soprattutto quando uno dei genitori ha uno stile più rigido o patriarcale.
Il punto critico, oggi, non è che lei abbia “sbagliato”, ma che il sistema familiare sta cambiando mentre a lei viene implicitamente chiesto di continuare a reggere una funzione che non è più sostenibile. Sua figlia sta entrando in una fase di maggiore autonomia affettiva e personale, e questo inevitabilmente mette in crisi l’assetto precedente. Il padre, dal canto suo, sembra reagire irrigidendosi, mentre lei resta schiacciata in mezzo, continuando a fare da filtro per evitare il conflitto diretto. In questo triangolo relazionale, però, è proprio lei a pagare il prezzo più alto.
La soggezione che descrive, sia verso sua figlia sia verso suo marito, non parla di debolezza personale, ma del fatto che per molto tempo lei ha dovuto contenere le tensioni altrui, rinunciando progressivamente al proprio spazio di parola. Quando un genitore resta a lungo nella posizione di “regolatore emotivo” degli altri, è frequente che perda il diritto di esprimere un disagio senza sentirsi in colpa o inadeguato. Il senso di fallimento che prova va letto in questa chiave: non come un giudizio su di lei, ma come il segnale che la posizione che occupa non è più possibile.

Uscire da questa situazione non significa affrontare entrambi “di petto” o risolvere tutto insieme. Dal punto di vista sistemico, il primo passo è uscire dal ruolo di tramite. Finché lei continua a mentire, coprire, spiegare o mediare, il conflitto resta sulle sue spalle e non torna ai legittimi protagonisti. Questo non richiede scontri, ma un cambiamento di postura: smettere gradualmente di parlare al posto degli altri, anche tollerando il disagio che ne deriva. Il conflitto tra padre e figlia non è qualcosa che lei deve risolvere, ed è importante che non continui a farsene carico.
Parallelamente, è fondamentale che lei recuperi una posizione più chiara come adulta nel sistema, separata sia dal marito sia dalla figlia. Questo può iniziare da frasi semplici, non accusatorie, che parlino di lei e non degli altri, ad esempio riconoscendo che non si sente più in grado di reggere certe dinamiche o che non vuole più essere messa in mezzo. Non si tratta di convincere, ma di ridefinire i confini.

Infine, vorrei sottolineare un aspetto importante: una figlia che diventa ostile non è necessariamente una figlia che non ama, ma spesso una figlia che sta cercando di differenziarsi. Il rischio, se lei resta nella posizione attuale, è che questa ostilità continui a crescere. Paradossalmente, spostarsi, smettere di proteggere e di mediare può aprire, nel tempo, a relazioni più autentiche, anche se inizialmente più conflittuali.
Lei non è un fallimento. Sta vivendo una crisi evolutiva del sistema familiare, e il suo disagio è un segnale di cambiamento necessario, non di incapacità. Un percorso di sostegno psicologico o di consulenza familiare potrebbe aiutarla a trovare parole e confini nuovi, senza sentirsi sola in questo passaggio. Il fatto che lei chieda aiuto oggi è già un atto di competenza e di cura verso se stessa. Un caro Saluto
Dott.ssa Silvia Falqui

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Gentile Marisa,

quando per anni si fa da “ponte” tra un padre rigido e una figlia, si finisce spesso per sentirsi schiacciate e non riconosciute. Non è un fallimento: è il segnale che il suo ruolo in famiglia ha bisogno di essere ridefinito.
La difficoltà che descrive – soggezione, paura del confronto, senso di colpa – si può affrontare con un percorso mirato che aiuti a ritrovare autorevolezza, serenità e confini chiari, senza rompere gli equilibri ma ricostruendoli in modo più sano.
Se sente che è arrivato il momento di uscire da questa posizione che la fa soffrire, un supporto professionale può aiutarla a farlo con sicurezza e rispetto per tutti, ma finalmente anche per sé stessa.
Dott.ssa Carla Ferraro
Psicologo, Psicoterapeuta, Terapeuta
Firenze
Da ciò che descrive emerge una posizione molto faticosa di mediazione all’interno della sua famiglia, che nel tempo le ha generato stress, senso di solitudine e difficoltà nel farsi riconoscere il proprio ruolo. È comprensibile sentirsi in difficoltà quando si è a lungo “nel mezzo” tra bisogni e aspettative diverse. Certamente, potrebbe giovarle un percorso di sostegno psicologico per aiutarla a uscire da queste dinamiche patologiche e trovare modalità comunicative più serene ed efficaci con i suoi familiari.
Se lo desidera, possiamo fissare un primo colloquio conoscitivo on line.
Cordiali saluti
Dott.ssa Ferraro
Dott.ssa Veronica De Iuliis
Psicologo, Psicologo clinico
Cogliate
Buonasera Marisa,

dalle sue parole emerge tanta fatica e anche molta solitudine. Per anni ha cercato di fare da “ponte” tra sua figlia e il padre, probabilmente con l’intenzione di proteggere l’equilibrio familiare. Questo ruolo però, nel tempo, può diventare molto pesante: si finisce per stare “in mezzo”, ricevendo tensioni da entrambe le parti e sentendosi non riconosciuti.

Sua figlia oggi è una giovane adulta e sta cercando spazi di autonomia; suo marito, da quanto descrive, mantiene uno stile più rigido. Lei si trova a mediare, ma senza sentirsi davvero ascoltata né dall’una né dall’altro. È comprensibile che questo la faccia sentire inadeguata o “un fallimento”, ma in realtà sta vivendo una dinamica relazionale complessa, non un suo limite personale.

Un primo passo potrebbe essere proprio quello di uscire dal ruolo di tramite. Non è lei che deve gestire il rapporto tra padre e figlia: sono loro due che, come adulti, possono imparare a confrontarsi direttamente. Restare nel mezzo, anche se lo fa per quieto vivere, rischia di alimentare il conflitto e di farla sentire sempre più schiacciata.

Mi colpisce molto quando dice di avere soggezione sia di sua figlia sia di suo marito. Questo merita attenzione: spesso dietro c’è una difficoltà a esprimere i propri bisogni e a sentirsi legittimate a farlo. Lavorare sull’assertività – cioè sulla capacità di dire ciò che pensa e sente senza attaccare né sottomettersi – potrebbe aiutarla a recuperare una posizione più solida all’interno della famiglia.

Potrebbe iniziare con piccoli passi, ad esempio:

evitare di coprire o giustificare sua figlia con il padre;

esprimere come si sente (“Mi sento in difficoltà quando mi trovo in mezzo tra voi”);

riconoscere che sua figlia, a 26 anni, ha diritto a costruire la propria autonomia.

Non deve risolvere tutto da sola e non deve farlo subito. A volte un percorso psicologico può offrire uno spazio protetto in cui comprendere meglio queste dinamiche familiari e rafforzare la propria posizione, senza sensi di colpa.

Non è un fallimento: sta cercando di tenere insieme le cose come può. Forse ora è il momento di prendersi uno spazio anche per sé e per il suo benessere.

Un abbraccio,
dott.ssa Veronica De Iuliis
Dott.ssa Maria Teresa Romeo
Psicologo clinico, Psicologo
Cagliari
Buonasera Marisa,

da ciò che racconta si percepisce tutta la fatica di essere stata per anni “nel mezzo”, cercando di mantenere l’equilibrio tra suo marito e sua figlia. Questo ruolo però oggi la espone a tensioni da entrambe le parti e la fa sentire svalutata e insicura.

Non è un fallimento: è una dinamica che va ridefinita. Può iniziare smettendo gradualmente di fare da tramite, restituendo a ciascuno la responsabilità del confronto diretto. Lavorare sulla sua assertività, anche con un supporto psicologico, può aiutarla a sentirsi meno in soggezione e più legittimata a esprimere ciò che prova.

Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Teresa Romeo – PsicologaBuonasera Marisa,

da ciò che racconta si percepisce tutta la fatica di essere stata per anni “nel mezzo”, cercando di mantenere l’equilibrio tra suo marito e sua figlia. Questo ruolo però oggi la espone a tensioni da entrambe le parti e la fa sentire svalutata e insicura.

Non è un fallimento: è una dinamica che va ridefinita. Può iniziare smettendo gradualmente di fare da tramite, restituendo a ciascuno la responsabilità del confronto diretto. Lavorare sulla sua assertività, anche con un supporto psicologico, può aiutarla a sentirsi meno in soggezione e più legittimata a esprimere ciò che prova.

Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Teresa Romeo – Psicologa
Dott. Luca Rochdi
Psicologo, Psicologo clinico
Campobasso
Gentile utente, mi dispiace tanto per la situazione che ha descritto. Potrebbe esserle utile un percorso di supporto psicologico per capire meglio le sue emozioni.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Dott.ssa Gessica Turiello
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Salerno
Salve Marisa,
grazie per aver condiviso una situazione che sento essere per lei molto pesante.
Mi colpisce quanto lei abbia cercato per anni di tenere un equilibrio in famiglia, facendo da ponte tra sua figlia e suo marito.
Vorrei dirle prima di tutto che il sentirsi in difficoltà non significa essere un fallimento. Anzi, mi sembra che lei abbia cercato di fare del suo meglio con le risorse che aveva.
Mi chiedo: quando dice che prova soggezione sia verso sua figlia sia verso suo marito, cosa teme possa succedere se provasse ad esprimere apertamente ciò che pensa e ciò che sente?
Forse oggi la questione non è più “reggere la parte”, ma chiedersi che posto vuole occupare lei in questa famiglia, non come mediatrice, ma come persona con bisogni e confini propri. Un percorso psicologico personale potrebbe lavorare con lei a partire dalle risorse che ha, verso una maggiore autonomia emotiva e personale. Resto a disposizione. Cordialmente,
Dott.ssa G.T.

Dott. Davide Martinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Marisa, da quello che racconta emerge chiaramente quanto lei si sia sempre impegnata per mantenere equilibrio e armonia in famiglia, mettendo spesso da parte i suoi bisogni per fare da tramite tra sua figlia e suo marito. Questo già dimostra grande responsabilità e sensibilità, non “fallimento”.

La difficoltà nasce dal fatto che sua figlia ora cerca autonomia e confini propri, mentre lei si sente in soggezione sia verso lei sia verso il marito. È naturale sentirsi travolta quando ci si trova a dover mediare tra due poli che non ascoltano, soprattutto quando si teme il conflitto. La pressione costante può farla sentire impotente, ma questo non significa che abbia sbagliato: significa che il ruolo di “ponte” che ha assunto a lungo è diventato troppo pesante da sostenere da sola.

Per uscire da questa dinamica, è importante iniziare a definire piccoli confini chiari per se stessa, senza sentirsi in colpa: ad esempio, stabilire regole di comunicazione rispettose, far sapere a sua figlia che non può essere sempre arbitro dei suoi comportamenti, e dialogare con il marito in modo fermo ma sereno su cosa è accettabile e cosa no. Non si tratta di controllare gli altri, ma di tutelare il suo spazio e la sua dignità.

Questo percorso non è facile da affrontare da sola: un confronto guidato in privato può aiutarla a trovare strategie concrete per comunicare in modo assertivo, ridurre il senso di soggezione e recuperare la propria serenità dentro la famiglia.
Dott.ssa Marialuisa Magrelli
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentile Marisa,

mi dispiace molto per la sofferenza che sta vivendo. Dalle sue parole emerge una posizione molto faticosa: da anni si trova nel ruolo di mediatrice tra sua figlia e il padre, cercando di mantenere un equilibrio familiare che però oggi sembra gravare quasi esclusivamente su di lei.

Mi colpisce come lei descriva una difficoltà a “darsi potere” sia davanti al suo ex marito sia davanti a sua figlia. Potrebbe essere importante chiedersi da dove nasce questa soggezione. A volte, quando facciamo fatica ad assumerci una posizione più ferma nelle relazioni attuali, non è solo per ciò che accade nel presente, ma perché queste dinamiche riattivano schemi relazionali più antichi: modalità apprese nel corso della vita, spesso molto precocemente, che ci hanno aiutato ad adattarci a contesti percepiti come critici o poco accoglienti, ma che oggi rischiano di farci sentire svalutati o senza voce.

Lei sembra muoversi con l’intento di mantenere la pace, ma questo la espone a ricevere critiche da entrambe le parti. È una posizione che la mette nel mezzo e che, nel tempo, può generare frustrazione, senso di fallimento e solitudine.

Rispetto a sua figlia, oggi è una giovane adulta. Forse potrebbe essere utile iniziare a restituirle pienamente la responsabilità del suo rapporto con il padre. Continuare a fare da tramite, sebbene animato da buone intenzioni, rischia di mantenere un’alleanza implicita e disfunzionale in cui i confini tra i ruoli familiari non sono più chiari. Sua figlia può scegliere se e come confrontarsi con il padre; lei può scegliere di non occupare più quella posizione intermedia che la espone e la indebolisce.

La difficoltà ad affrontarli direttamente merita uno spazio di ascolto e comprensione. Un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla a esplorare quale “buona ragione” la porta, ancora oggi, a sentirsi più al sicuro nel ruolo di mediatrice piuttosto che in una posizione più assertiva. Non si tratta di colpe, ma di comprendere le radici profonde di questo schema relazionale che attiva, per poterlo trasformare.

Il fatto che lei si stia interrogando e chieda aiuto è tutt’altro che un fallimento: è un segnale di consapevolezza e di desiderio di cambiamento. Ed è proprio da qui che può iniziare un percorso diverso, più rispettoso dei suoi bisogni e del suo valore personale.
Dott.ssa Claudia Silvaggi
Psicologo, Psicologo clinico
Lido Di Ostia
Buona sera Marisa,
Dalle sue parole si sente quanta fatica stia facendo nel cercare di tenere insieme tutti, facendo da “tramite” tra sua figlia e suo marito. È un ruolo molto impegnativo, e spesso chi sta nel mezzo finisce per sentirsi sotto pressione da entrambe le parti.
Sua figlia ha 26 anni: è una donna adulta, e come tale dovrebbe poter gestire in prima persona le sue scelte e la sua libertà, compreso come organizzare i fine settimana o come comunicare con il padre. Continuare a fare da intermediaria la espone a tensioni che in realtà non le competono del tutto.
Allo stesso tempo, anche suo marito è un adulto con cui sarebbe importante poter aprire un dialogo diretto, senza che lei debba fare da filtro.
Forse il primo passo potrebbe essere proprio questo: uscire gradualmente dal ruolo di “tramite” e provare a dire con calma a entrambi che non vuole più trovarsi nel mezzo. Non si tratta di schierarsi, ma di restituire a ciascuno la propria responsabilità.
Mi colpisce quando scrive di sentirsi un fallimento, il fatto che stia cercando un modo per affrontare la situazione dice invece che tiene molto alla sua famiglia e al clima in casa. Più che un fallimento, sembra una donna stanca di sostenere un peso troppo grande da sola.
Se sente di avere soggezione e difficoltà ad affrontarli, potrebbe essere utile farsi accompagnare da un professionista per lavorare sulla sua sicurezza e sull’assertività, così da trovare un modo più sereno e fermo di esprimere i suoi bisogni.
Uscire da questa situazione è possibile, ma probabilmente passa dal fare un passo indietro dal ruolo di mediatrice e dal costruire un dialogo più diretto e sincero con entrambi.
Cordialmente

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