Buon pomeriggio, sono una ragazza di 24 anni che a periodi alterni si sente sola e nell'abitudine di
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Buon pomeriggio, sono una ragazza di 24 anni che a periodi alterni si sente sola e nell'abitudine di provare questo sentimento a volte "respinge" situazioni sociali. Cinque anni fa, per motivi di studio, sono trasferita in un'altra città. Mio padre lavorava qui da un pò di anni e l'ho raggiunto. Ciò che mi ha spinta a fare questo grande passo - e allontanarmi dal mio contesto sociale, amici, famiglia, abitudini - è stata sia la voglia di provare qualcosa di nuovo in una nuova città, ma anche la solitudine che mi ha sempre accompagnata silenziosamente sin da piccola. Nel mio paese di origine non mi sono mai sentita parte di una "comunità" o contesto sociale. Provo a spiegarmi meglio: abitavo nella periferia di un paesino piccolo in cui non c'era la possibilità di uscire a piedi, fare una passeggiata, andare da un'amica a prendere un caffè ... e in più la mia vita sociale e scolastica avveniva in un paese limitrofo a 10 min di macchina dal mio (i miei genitori preferirono mandarmi a scuola in un altro paese). Per questo motivo non mi sono mai sentita parte di un mondo, quel piccolo microcosmo fatto di "5 min e ti passo a prendere" o di "vieni con me al supermercato un attimo?". Spesso le mie amiche, nonostante avessi un bel gruppo di amiche (con cui con alcune ancora ho rapporti ben stretti), non mi invitavano per le cose banali come le piccole cose che si fanno quotidianamente all'interno di un paese, questo perché ero "lontana" e per fare queste piccole cose non aveva senso spostarmi. Nei weekend o per feste e compleanni invece partecipavo spesso, anzi, mi manca la mia compagnia. Il luogo fisico in cui avveniva la mia vita sociale non era quindi lo stesso in cui abitavo. Spesso per sentirmi "inclusa" nelle dinamiche sociali mi adattavo anche a situazioni che non facevano parte di me, anche solo per un'approvazione nei miei confronti e per non sentirmi diversa o quella che "veniva da lontano". Oggi però a distanza di cinque anni mi ritrovo in una nuova città (in cui si sono trasferiti anche poi mia madre e mio fratello), ho conosciuto persone nuove ma paradossalmente la situazione si è ribaltata, se prima ero lontana dal paese e vivevo in "solitudine" quotidianamente, ora abito in città ho tutto quello che desideravo, posso uscire a piedi e vivere la vita all'interno della città, ho dei vicini di casa ... ma le amiche che ho qui abitano invece fuori città e in più hanno già un loro gruppo di amici. Mi sembra un circolo vizioso. Inoltre nella città a nord Italia in cui mi trovo è raro trovare studenti fuori sede (meta poco ambita), quindi i miei colleghi universitari non sono nella mia stessa condizione da "fuori sede", ma vengono all'università con la consapevolezza di tornare a casa dalla loro cerchia di amici. in più in questo contesto fatico a sentirmi me stessa, ho partecipato spesso alla vita sociale anche di uno dei miei colleghi e dei loro amici, ma mi sento sempre fuori posto, quel fuori posto che sento provenire dal passato ... io che non faccio parte di nessun mondo. Io che non facevo parte né del paesino in cui abitavo, né di quello che frequentavo e né nella città in cui mi trovo ora. C'è da dire che sono però una persona solare e aperta a nuovi contesti sociali, ma la sensazione che sento ora è di sforzarmi continuamente e mai di essere me stessa. Ho molta confusione in testa. Da poco ho finito l'università e frequento un master in un'altra città durante i weekend ... questo mi sta aiutando molto ma quando torno il pattern quotidiano è sempre lo stesso: faccio ripetizioni, mi alleno, vado al master. La mia vita sociale da quando mi sono trasferita è un pò povera e sto iniziando a pensare che ormai mi ci sono anche abituata a stare sola e ho paura di non riuscire a togliere quest'abitudine. Il mio sentirmi fuori posto potrebbe derivare anche dal fatto che non sono mai stata fidanzata e soprattutto dalle costanti paranoie che penso nei confronti delle persone che mi stanno vicino. Credo che loro si accorgano della mia solitudine, anche se io cerco di mascherarla il più possibile e tenermi occupata spesso durante le giornate. poi quando sono sola a casa piango e mi sfogo. Mi è capitato anche di sfogarmi con mamma, papà e mio fratello ma a distanza di giorni le mie paranoie tornano. Ho anche pensato di andare in terapia per cercare un modo per vivere meglio questa situazione. Probabilmente ciò che ho scritto sarò molto confuso, ma è stato come un flusso di pensieri. Grazie a chi ha letto fin qui.
Gentile utente,
nelle sue parole si sente una solitudine antica, che sembra aver cambiato luoghi ma non voce. Come se, ovunque si trovi, riaffiorasse quella sensazione di essere “un passo fuori”, spettatrice più che parte di un mondo.
La sua storia racconta di molti tentativi di appartenenza e di adattamento, spesso fatti per non sentirsi esclusa. Questo sforzo continuo può portare, nel tempo, a sentirsi stanchi, confusi, e a temere che la solitudine diventi un’abitudine difficile da lasciare. Ma il fatto che lei riesca ancora a cercare relazioni, a mettersi in gioco, a interrogarsi su di sé, mostra che dentro di lei c’è un desiderio vivo di connessione.
Il sentirsi fuori posto non nasce solo dal presente, ma spesso affonda radici in esperienze precoci di distanza, di attese, di piccoli momenti mancati. Per questo motivo, ciò che sta vivendo non si risolve solo trovando nuove persone o nuovi contesti, ma comprendendo più a fondo come si è costruita dentro di lei questa sensazione di non appartenenza.
Ha già pensato alla terapia, e questo è un passaggio molto importante. Un percorso di psicoterapia potrebbe offrirle uno spazio stabile in cui dare senso a questa solitudine, trasformandola lentamente da abitudine silenziosa a esperienza comprensibile e condivisibile. Non per riempire il vuoto in fretta, ma per imparare ad abitare se stessa con più sicurezza e autenticità.
A volte non è il mondo a escluderci, ma una parte di noi che ha imparato, nel tempo, a sentirsi ospite ovunque. E proprio da lì può iniziare un cambiamento gentile ma profondo.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
nelle sue parole si sente una solitudine antica, che sembra aver cambiato luoghi ma non voce. Come se, ovunque si trovi, riaffiorasse quella sensazione di essere “un passo fuori”, spettatrice più che parte di un mondo.
La sua storia racconta di molti tentativi di appartenenza e di adattamento, spesso fatti per non sentirsi esclusa. Questo sforzo continuo può portare, nel tempo, a sentirsi stanchi, confusi, e a temere che la solitudine diventi un’abitudine difficile da lasciare. Ma il fatto che lei riesca ancora a cercare relazioni, a mettersi in gioco, a interrogarsi su di sé, mostra che dentro di lei c’è un desiderio vivo di connessione.
Il sentirsi fuori posto non nasce solo dal presente, ma spesso affonda radici in esperienze precoci di distanza, di attese, di piccoli momenti mancati. Per questo motivo, ciò che sta vivendo non si risolve solo trovando nuove persone o nuovi contesti, ma comprendendo più a fondo come si è costruita dentro di lei questa sensazione di non appartenenza.
Ha già pensato alla terapia, e questo è un passaggio molto importante. Un percorso di psicoterapia potrebbe offrirle uno spazio stabile in cui dare senso a questa solitudine, trasformandola lentamente da abitudine silenziosa a esperienza comprensibile e condivisibile. Non per riempire il vuoto in fretta, ma per imparare ad abitare se stessa con più sicurezza e autenticità.
A volte non è il mondo a escluderci, ma una parte di noi che ha imparato, nel tempo, a sentirsi ospite ovunque. E proprio da lì può iniziare un cambiamento gentile ma profondo.
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Buongiorno.
La solitudine che prova la sente anche nei confronti della sua famiglia?
Riesce a mantenersi in contatto con le amicizie del suo paese d'origine?
Ritengo che una psicoterapia potrebbe risultarle veramente utile per riscoprire in modo più appropriato e identitario la sua storia di vita e la sua personalità all'interno di uno spazio d'ascolto sicuro e produttivo.
E' fondamentale ritrovare se stessi e ciò che ci fa stare davvero bene per poter poi costruire altre relazioni.
Fa bene a confrontarsi con la sua famiglia ma le le sue "paranoie" purtroppo torneranno sempre se non vengono inserite all'interno di un contesto più efficace e sensato per lei stessa.
Rimango a disposizione per una psicoterapia,
Dott.ssa Giulia Angeli.
La solitudine che prova la sente anche nei confronti della sua famiglia?
Riesce a mantenersi in contatto con le amicizie del suo paese d'origine?
Ritengo che una psicoterapia potrebbe risultarle veramente utile per riscoprire in modo più appropriato e identitario la sua storia di vita e la sua personalità all'interno di uno spazio d'ascolto sicuro e produttivo.
E' fondamentale ritrovare se stessi e ciò che ci fa stare davvero bene per poter poi costruire altre relazioni.
Fa bene a confrontarsi con la sua famiglia ma le le sue "paranoie" purtroppo torneranno sempre se non vengono inserite all'interno di un contesto più efficace e sensato per lei stessa.
Rimango a disposizione per una psicoterapia,
Dott.ssa Giulia Angeli.
Salve ho il suo racconto personale, la sua confusione ,anche se sembra qualcosa di sbagliato o da risolvere, può essere un inizio per mettere in discussione vecchi schemi relazionali e di pensiero, all'interno di uno spazio di psicoterapia. Infatti è utile poter aprire uno spazio di esplorazione, in un momento in cui sente di aver chiuso delle possibilità, per poter scoprire nuovamente sè stessa, ripercorrendo gli eventi che hanno avuto maggiore impatto e quali condizioni mantengono questa sensazione di estraneità ed isolamento. Spero di esserle stata di aiuto.
Buonasera, quanto riferito è il non sentirsi nel posto giusto....questo è il momento di iniziare un percorso di psicoterapia dove il mondo esterno deriva dal tuo interno, il tuo posto oscuro dove c'è la sensazione di solitudine. Occorre mettere mano ora che si giovane per trovare quella serenità e capire che sia casa e il posto giusto quello dove tu stai bene con te stessa. E giusto che tu faccia questo per te ora. prendi il coraggio e inizia e ricorda " ciò che puoi fare tu per te stessa non lo puo fare nessun altro" e tu ti meriti di essere felice.
Ciao, grazie per aver condiviso qualcosa di così personale e profondo. Da quello che racconti emerge una sensazione di “non appartenenza” che sembra accompagnarti da tempo, quasi come un filo invisibile che collega le diverse fasi della tua vita. Non è solo una questione di città o di contesti: è più un modo in cui ti senti dentro alle relazioni.
Si percepisce anche però un’altra parte di te: una ragazza aperta, capace di creare legami, che si è messa in gioco trasferendosi, studiando, entrando in nuovi ambienti. Questo è un elemento importante, perché indica che non sei “incapace” di costruire relazioni, ma che probabilmente vivi le situazioni sociali con una forte attivazione interna fatta di pensieri, dubbi e timore di non essere davvero accolta.
Il fatto che tu parli di sforzo nel “partecipare” e della difficoltà a sentirti spontanea è molto significativo. Spesso, quando c’è una paura profonda di non appartenere o di essere “fuori posto”, si tende ad adattarsi, controllarsi, cercare di essere come si pensa gli altri si aspettino. Questo però, nel tempo, può far aumentare proprio quella sensazione di distanza dagli altri e da se stessi.
Anche l’abitudine alla solitudine che descrivi merita attenzione: non perché stare soli sia di per sé negativo, ma perché nel tuo caso sembra essere diventata una sorta di zona conosciuta, che protegge dal rischio di sentirti nuovamente esclusa, ma allo stesso tempo alimenta il senso di isolamento.
Il fatto che tu stia pensando alla terapia è un segnale molto importante. Uno spazio terapeutico potrebbe aiutarti a comprendere meglio da dove nasce questo vissuto di “non appartenenza”, lavorare sui pensieri che emergono nelle relazioni e costruire un modo più autentico e meno faticoso di stare con gli altri.
Non c’è qualcosa di “sbagliato” in te: c’è una storia relazionale che merita di essere capita e trasformata.
Se senti che questa situazione ti pesa e tende a ripresentarsi nel tempo, chiedere un supporto può essere davvero un passo utile e resto a disposizione se deciderai di intraprendere un percorso
Un caro saluto
Si percepisce anche però un’altra parte di te: una ragazza aperta, capace di creare legami, che si è messa in gioco trasferendosi, studiando, entrando in nuovi ambienti. Questo è un elemento importante, perché indica che non sei “incapace” di costruire relazioni, ma che probabilmente vivi le situazioni sociali con una forte attivazione interna fatta di pensieri, dubbi e timore di non essere davvero accolta.
Il fatto che tu parli di sforzo nel “partecipare” e della difficoltà a sentirti spontanea è molto significativo. Spesso, quando c’è una paura profonda di non appartenere o di essere “fuori posto”, si tende ad adattarsi, controllarsi, cercare di essere come si pensa gli altri si aspettino. Questo però, nel tempo, può far aumentare proprio quella sensazione di distanza dagli altri e da se stessi.
Anche l’abitudine alla solitudine che descrivi merita attenzione: non perché stare soli sia di per sé negativo, ma perché nel tuo caso sembra essere diventata una sorta di zona conosciuta, che protegge dal rischio di sentirti nuovamente esclusa, ma allo stesso tempo alimenta il senso di isolamento.
Il fatto che tu stia pensando alla terapia è un segnale molto importante. Uno spazio terapeutico potrebbe aiutarti a comprendere meglio da dove nasce questo vissuto di “non appartenenza”, lavorare sui pensieri che emergono nelle relazioni e costruire un modo più autentico e meno faticoso di stare con gli altri.
Non c’è qualcosa di “sbagliato” in te: c’è una storia relazionale che merita di essere capita e trasformata.
Se senti che questa situazione ti pesa e tende a ripresentarsi nel tempo, chiedere un supporto può essere davvero un passo utile e resto a disposizione se deciderai di intraprendere un percorso
Un caro saluto
Buon pomeriggio, grazie per la condivisione.
Da ciò che descrive emerge una difficoltà nel sentirsi realmente parte dei contesti, più che una mancanza di relazioni. Questa sensazione di “essere fuori posto” sembra avere radici nel tempo e tende a riattivarsi anche oggi.
Un percorso psicologico può aiutarla a lavorare su questi vissuti. In particolare, l’EMDR consente di rielaborare le esperienze passate legate al senso di esclusione, favorendo una percezione di sé più stabile e autentica.
Le sue risorse relazionali rappresentano comunque un buon punto di partenza.
Da ciò che descrive emerge una difficoltà nel sentirsi realmente parte dei contesti, più che una mancanza di relazioni. Questa sensazione di “essere fuori posto” sembra avere radici nel tempo e tende a riattivarsi anche oggi.
Un percorso psicologico può aiutarla a lavorare su questi vissuti. In particolare, l’EMDR consente di rielaborare le esperienze passate legate al senso di esclusione, favorendo una percezione di sé più stabile e autentica.
Le sue risorse relazionali rappresentano comunque un buon punto di partenza.
Ciao, innanzitutto grazie a te per aver condiviso la tua storia. Si percepisce il malessere che viene da un disagio, che, apparentemente, sembri credere debba essere un tuo compagno di viaggio per tutta la vita. Questa che stai attraversando è una fase in cui stai sicuramente vivendo un'importante transizione dalla vita da adolescente alla vita da giovane adulta. Sembra tardi per questo tipo di passaggio ma è giusto che accada in un percorso universitario che probabilmente sarà già molto inoltrato. La sensazione è che tu non abbia ancora trovato il tuo posto nel mondo e che non sia riuscita a trovare la chiave per Significarti all'interno dei sistemi sociali che abiti. Questo tipo di difficoltà può sicuramente essere superato attraverso un percorso di scoperta/accettazione della propria identità, provando a comprendere anche meglio cosa ti impedisce di rompere la barriera sociale che ti tiene giusto un passo fuori dal creare quelle relazioni profonde che non ti farebbero più sentire così sola. Purtroppo non ho un breve consiglio per sbloccarti come per magia, ma sono sicuro che la sensibilità espressa in questo scritto ti potrà permettere di trovare le Tue Persone, il tuo mondo.
Buongiorno, ciò che descrive sembra accompagnarla da molto tempo e può essere comprensibile che oggi le generi confusione e sofferenza. È significativo come lei riesca a osservare con chiarezza questo senso di “non appartenenza” che si ripresenta nei diversi contesti, nonostante i cambiamenti esterni.
È anche importante il fatto che continui a mettersi in gioco nelle relazioni, ma allo stesso tempo questo “sforzo” costante potrebbe essere proprio ciò che mantiene la sensazione di non sentirsi mai del tutto se stessa. Il fatto che lei oggi abbia più possibilità sociali rispetto al passato ma continui a sentirsi sola non è una contraddizione “strana”, ma è coerente con ciò che ha vissuto. Crescere con la percezione di essere “fuori dal giro”, anche per motivi pratici come la distanza fisica, può lasciare una traccia profonda. Non tanto nei fatti, ma nel modo in cui si interpreta le relazioni: come se ci fosse sempre il dubbio di non essere davvero dentro, di dover fare uno sforzo in più, di dover adattarsi per essere accettata. Quando dice che si sente spesso “in sforzo” e non completamente se stessa, sta toccando un punto molto importante: probabilmente una parte di lei ha imparato a stare nelle relazioni cercando di adattarsi, più che sentendo di poter semplicemente essere.
Non è un’abitudine alla solitudine nel senso “freddo” del termine, ma piuttosto un equilibrio che si è creato per proteggerla da quella sensazione di non appartenenza.
Infine, rispetto alla terapia: il fatto che lei ci stia pensando è molto significativo e, per quello che racconta, potrebbe davvero essere uno spazio utile. Non tanto perché “c’è qualcosa che non funziona”, ma perché c’è una storia interna che merita di essere capita meglio e rielaborata, soprattutto quel senso di non appartenenza che sembra accompagnarla da anni.
La sensazione di "non far parte di nessun mondo” potrebbe essere riformulata come se non avesse ancora trovato un modo di sentirsi dentro, anche quando gli altri la includono.
Resto a disposizione e le auguro di trovare maggiore serenità. Un saluto!
È anche importante il fatto che continui a mettersi in gioco nelle relazioni, ma allo stesso tempo questo “sforzo” costante potrebbe essere proprio ciò che mantiene la sensazione di non sentirsi mai del tutto se stessa. Il fatto che lei oggi abbia più possibilità sociali rispetto al passato ma continui a sentirsi sola non è una contraddizione “strana”, ma è coerente con ciò che ha vissuto. Crescere con la percezione di essere “fuori dal giro”, anche per motivi pratici come la distanza fisica, può lasciare una traccia profonda. Non tanto nei fatti, ma nel modo in cui si interpreta le relazioni: come se ci fosse sempre il dubbio di non essere davvero dentro, di dover fare uno sforzo in più, di dover adattarsi per essere accettata. Quando dice che si sente spesso “in sforzo” e non completamente se stessa, sta toccando un punto molto importante: probabilmente una parte di lei ha imparato a stare nelle relazioni cercando di adattarsi, più che sentendo di poter semplicemente essere.
Non è un’abitudine alla solitudine nel senso “freddo” del termine, ma piuttosto un equilibrio che si è creato per proteggerla da quella sensazione di non appartenenza.
Infine, rispetto alla terapia: il fatto che lei ci stia pensando è molto significativo e, per quello che racconta, potrebbe davvero essere uno spazio utile. Non tanto perché “c’è qualcosa che non funziona”, ma perché c’è una storia interna che merita di essere capita meglio e rielaborata, soprattutto quel senso di non appartenenza che sembra accompagnarla da anni.
La sensazione di "non far parte di nessun mondo” potrebbe essere riformulata come se non avesse ancora trovato un modo di sentirsi dentro, anche quando gli altri la includono.
Resto a disposizione e le auguro di trovare maggiore serenità. Un saluto!
Buon pomeriggio,
quello che descrive è tutt’altro che confuso: è un racconto molto chiaro di una sensazione profonda e persistente, quella di sentirsi “fuori posto”, che sembra accompagnarla da tempo e che oggi si riattiva in modo più intenso.
Ci sono alcuni aspetti importanti da mettere a fuoco.
Da una parte, la sua storia: è cresciuta in una condizione in cui, per motivi pratici e geografici, le è mancata quella quotidianità relazionale fatta di spontaneità, vicinanza e piccole condivisioni. Questo tipo di esperienze, soprattutto in età evolutiva, contribuisce molto alla costruzione del senso di appartenenza. Il fatto che lei si sia spesso adattata per sentirsi inclusa suggerisce che abbia imparato presto a “modularsi” in funzione degli altri, forse mettendo un po’ in secondo piano il suo modo autentico di essere.
Dall’altra parte, il presente: oggi si trova finalmente in un contesto che sulla carta le offrirebbe più সুযোগ sociali, ma internamente si riattiva lo stesso vissuto. Questo è un passaggio cruciale: quando una sensazione è radicata da tempo, tende a riproporsi anche quando le condizioni esterne cambiano. Non è quindi il contesto in sé il problema, ma il modo in cui lei si percepisce dentro le relazioni.
Quando scrive che si sente “costretta” e mai pienamente se stessa, emerge un possibile conflitto tra il desiderio di appartenenza e la paura di non essere accettata per ciò che è davvero. Questo può portare a uno sforzo continuo nelle interazioni sociali, che alla lunga stanca e può favorire il ritiro, creando quel “circolo vizioso” che descrive: più mi sforzo → più mi sento fuori posto → più mi ritiro → più mi sento sola.
Anche i pensieri che riferisce (“gli altri si accorgono della mia solitudine”, “sono quella fuori dal mondo”) possono avere un ruolo importante: spesso queste convinzioni, anche se non del tutto consapevoli, influenzano il modo in cui ci comportiamo e come interpretiamo le reazioni degli altri, rinforzando il senso di esclusione.
Il fatto che lei sia una persona aperta, solare e capace di creare contatti è una risorsa molto significativa. Allo stesso tempo, il pianto quando è sola e il senso di abitudine alla solitudine indicano che questa situazione le pesa e merita attenzione.
Rispetto alla paura di “abituarsi a stare sola”, è comprensibile, ma non è una condanna: più che un’abitudine irreversibile, sembra un equilibrio che si è costruito nel tempo per proteggersi da vissuti di esclusione o fatica relazionale.
Il pensiero di intraprendere un percorso terapeutico è molto centrato. Uno spazio psicologico potrebbe aiutarla a:
comprendere meglio l’origine di questo senso di non appartenenza
riconoscere e rivedere alcuni schemi di pensiero (le “paranoie” che cita)
sperimentare modalità relazionali più autentiche e meno faticose
rafforzare il senso di sé, indipendentemente dal contesto
In sintesi, non sembra esserci qualcosa che “non va” in lei, ma piuttosto un’esperienza relazionale che si è strutturata nel tempo e che oggi può essere compresa e trasformata.
Le consiglierei quindi di approfondire questi vissuti con uno specialista, per poterli elaborare in modo più mirato e trovare modalità più soddisfacenti di stare nelle relazioni.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrive è tutt’altro che confuso: è un racconto molto chiaro di una sensazione profonda e persistente, quella di sentirsi “fuori posto”, che sembra accompagnarla da tempo e che oggi si riattiva in modo più intenso.
Ci sono alcuni aspetti importanti da mettere a fuoco.
Da una parte, la sua storia: è cresciuta in una condizione in cui, per motivi pratici e geografici, le è mancata quella quotidianità relazionale fatta di spontaneità, vicinanza e piccole condivisioni. Questo tipo di esperienze, soprattutto in età evolutiva, contribuisce molto alla costruzione del senso di appartenenza. Il fatto che lei si sia spesso adattata per sentirsi inclusa suggerisce che abbia imparato presto a “modularsi” in funzione degli altri, forse mettendo un po’ in secondo piano il suo modo autentico di essere.
Dall’altra parte, il presente: oggi si trova finalmente in un contesto che sulla carta le offrirebbe più সুযোগ sociali, ma internamente si riattiva lo stesso vissuto. Questo è un passaggio cruciale: quando una sensazione è radicata da tempo, tende a riproporsi anche quando le condizioni esterne cambiano. Non è quindi il contesto in sé il problema, ma il modo in cui lei si percepisce dentro le relazioni.
Quando scrive che si sente “costretta” e mai pienamente se stessa, emerge un possibile conflitto tra il desiderio di appartenenza e la paura di non essere accettata per ciò che è davvero. Questo può portare a uno sforzo continuo nelle interazioni sociali, che alla lunga stanca e può favorire il ritiro, creando quel “circolo vizioso” che descrive: più mi sforzo → più mi sento fuori posto → più mi ritiro → più mi sento sola.
Anche i pensieri che riferisce (“gli altri si accorgono della mia solitudine”, “sono quella fuori dal mondo”) possono avere un ruolo importante: spesso queste convinzioni, anche se non del tutto consapevoli, influenzano il modo in cui ci comportiamo e come interpretiamo le reazioni degli altri, rinforzando il senso di esclusione.
Il fatto che lei sia una persona aperta, solare e capace di creare contatti è una risorsa molto significativa. Allo stesso tempo, il pianto quando è sola e il senso di abitudine alla solitudine indicano che questa situazione le pesa e merita attenzione.
Rispetto alla paura di “abituarsi a stare sola”, è comprensibile, ma non è una condanna: più che un’abitudine irreversibile, sembra un equilibrio che si è costruito nel tempo per proteggersi da vissuti di esclusione o fatica relazionale.
Il pensiero di intraprendere un percorso terapeutico è molto centrato. Uno spazio psicologico potrebbe aiutarla a:
comprendere meglio l’origine di questo senso di non appartenenza
riconoscere e rivedere alcuni schemi di pensiero (le “paranoie” che cita)
sperimentare modalità relazionali più autentiche e meno faticose
rafforzare il senso di sé, indipendentemente dal contesto
In sintesi, non sembra esserci qualcosa che “non va” in lei, ma piuttosto un’esperienza relazionale che si è strutturata nel tempo e che oggi può essere compresa e trasformata.
Le consiglierei quindi di approfondire questi vissuti con uno specialista, per poterli elaborare in modo più mirato e trovare modalità più soddisfacenti di stare nelle relazioni.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, la sensazione che descrivi di essere costantemente "fuori posto" non è un difetto del tuo carattere, ma l'eredità di quello che hai vissuto: abitando lontano dai centri di aggregazione durante l'adolescenza, la tua mente ha imparato che l'appartenenza non è un diritto naturale, ma qualcosa che va conquistato attraverso lo sforzo e l'adattamento. Questa dinamica ti porta oggi a vivere la socialità come una performance estenuante, dove cerchi di mascherare la tua solitudine per timore che gli altri la percepiscano come un'anomalia, finendo però per sentirti ancora più sola proprio perché non ti mostri mai per chi sei davvero.
Il fatto che tu ti sia "abituata" alla solitudine è una forma di protezione che il tuo sistema ha adottato per evitare il dolore del rifiuto o dell'esclusione che hai sperimentato da piccola, quando le tue amiche non ti coinvolgevano nelle piccole cose quotidiane. Quella ferita oggi si ripresenta sotto forma di paranoie e stanchezza sociale, facendoti sentire un'estranea anche quando avresti tutte le carte in regola per far parte del contesto in cui vivi. Intraprendere un percorso di terapia sarebbe estremamente prezioso per te, non perché ci sia qualcosa di "sbagliato" da riparare, ma per aiutarti a integrare la tua storia e smettere di vedere la solitudine come una colpa da nascondere. Esplorare questi vissuti ti permetterebbe di abbassare la maschera della ragazza sempre solare, scoprendo che è proprio attraverso la condivisione della propria vulnerabilità che si creano i legami autentici e quel senso di "casa" che cerchi da sempre.
Il fatto che tu ti sia "abituata" alla solitudine è una forma di protezione che il tuo sistema ha adottato per evitare il dolore del rifiuto o dell'esclusione che hai sperimentato da piccola, quando le tue amiche non ti coinvolgevano nelle piccole cose quotidiane. Quella ferita oggi si ripresenta sotto forma di paranoie e stanchezza sociale, facendoti sentire un'estranea anche quando avresti tutte le carte in regola per far parte del contesto in cui vivi. Intraprendere un percorso di terapia sarebbe estremamente prezioso per te, non perché ci sia qualcosa di "sbagliato" da riparare, ma per aiutarti a integrare la tua storia e smettere di vedere la solitudine come una colpa da nascondere. Esplorare questi vissuti ti permetterebbe di abbassare la maschera della ragazza sempre solare, scoprendo che è proprio attraverso la condivisione della propria vulnerabilità che si creano i legami autentici e quel senso di "casa" che cerchi da sempre.
Gentile Utente, quello che descrive fa percepire lo smarrimento nel non sapere come agire in questo momento, ma non lo definirei confuso, anzi, nonostante il “flusso di pensieri” mi sembra che abbia individuato ciò che le causa sofferenza, tra cui l’idea di essersi abituata a stare sola e la paura di non riuscire a togliere quest'abitudine. A volte capita di darsi delle etichette, come “io che non faccio parte di nessun mondo” (riporto le sue parole) che ci portano inconsapevolmente a comportarci sempre di più in quella direzione. Riuscire a vedere queste etichette permette anche di adottare strategie differenti che possono portare a risultati diversi. Oltre che parlare con la sua famiglia, per esempio, ritiene che ci sia qualcuna delle nuove amiche con cui poter parlare della situazione descritta? Ritengo, inoltre, che sia positivo che lei riesca a dirsi di essere una persona solare e aperta a nuovi contesti sociali, un supporto psicologico, come lei suggerisce di aver pensato, potrebbe aiutarla a implementare questa sua caratteristica e sfruttarla come punto di partenza per aiutarla ad essere più soddisfatta della sua quotidianità. Un professionista può aiutarla a comprendere ancora meglio i motivi della sua sofferenza e può darle strumenti pratici per gestire questo momento di difficoltà.
Cordialmente, dott.ssa Irene Venturella
Cordialmente, dott.ssa Irene Venturella
Buon pomeriggio, dal suo racconto mi sembra di capire che, se vista dall'esterno, lei ha buone capacità di socializzazione e di integrarsi nei diversi contesti. Probabilmente è la sua percezione interna di non essere adeguata o inserita che le crea disagio. Sicuramente una terapia la aiuterebbe a capire l'origine di questa sensazione di solitudine ed estraneità.
Buona gironata
Buona gironata
Dal tuo racconto emerge una forte ricerca di appartenenza, accompagnata però da un senso di fatica e di adattamento continuo. È come se, nei diversi contesti, tu cercassi di trovare un posto, ma allo stesso tempo non riuscissi a sentirlo davvero tuo. lnoltre, il fatto che tu sia una persona aperta ma che si senta “costretta” nei contesti sociali indica proprio questo scarto tra ciò che sei e come ti senti nelle relazioni. Questo può portare, nel tempo, a una sorta di “abitudine alla solitudine”, che protegge dalla delusione ma allo stesso tempo limita le possibilità di connessione autentica. Temere di esserti abituata a stare sola è un segnale importante. L’idea della terapia è molto pertinente: potrebbe aiutarti a comprendere meglio queste sensazioni e a costruire relazioni in cui sentirti autentica e riconosciuta, senza dover “adattarti” continuamente.
Buongiorno, dalle sue parole emerge molta sofferenza, ma anche una notevole capacità di osservare sé stessa con profondità. Questo è già un punto importante da cui partire.
Più che una semplice “solitudine esterna”, sembra che lei porti dentro da tempo un vissuto di non appartenenza, come se in diversi contesti si fosse sentita ai margini o mai pienamente parte di un gruppo. Quando questa esperienza si ripete negli anni, può trasformarsi in uno schema interno: ci si sente fuori posto anche quando, oggettivamente, potrebbero esistere nuove possibilità di legame.
Mi colpisce quando dice di sforzarsi continuamente e di non sentirsi mai davvero sé stessa. Talvolta, nel desiderio di essere accettati, si rischia di adattarsi molto agli altri, perdendo spontaneità e aumentando il senso di distanza emotiva. Non perché ci sia qualcosa che non va in lei, ma perché diventa faticoso stare in relazione sentendosi costantemente da “dimostrare”.
La solitudine, inoltre, può diventare un’abitudine difensiva: fa soffrire, ma al tempo stesso protegge dal timore del rifiuto, del giudizio o del sentirsi nuovamente esclusi. Per questo spesso si desidera il contatto e insieme lo si evita.
Il fatto che stia pensando a un percorso terapeutico mi sembra un’intuizione molto valida. Potrebbe aiutarla a comprendere l’origine profonda di questo vissuto di esclusione, a ridimensionare le paure legate allo sguardo degli altri e a costruire relazioni in cui sentirsi più autentica e libera.
Non vedo in lei una persona “destinata a stare sola”, ma una giovane donna che sta cercando ancora il proprio luogo emotivo nel mondo. E questo luogo si può costruire. Resto a disposizione anche online.
Claudia Cenni
Più che una semplice “solitudine esterna”, sembra che lei porti dentro da tempo un vissuto di non appartenenza, come se in diversi contesti si fosse sentita ai margini o mai pienamente parte di un gruppo. Quando questa esperienza si ripete negli anni, può trasformarsi in uno schema interno: ci si sente fuori posto anche quando, oggettivamente, potrebbero esistere nuove possibilità di legame.
Mi colpisce quando dice di sforzarsi continuamente e di non sentirsi mai davvero sé stessa. Talvolta, nel desiderio di essere accettati, si rischia di adattarsi molto agli altri, perdendo spontaneità e aumentando il senso di distanza emotiva. Non perché ci sia qualcosa che non va in lei, ma perché diventa faticoso stare in relazione sentendosi costantemente da “dimostrare”.
La solitudine, inoltre, può diventare un’abitudine difensiva: fa soffrire, ma al tempo stesso protegge dal timore del rifiuto, del giudizio o del sentirsi nuovamente esclusi. Per questo spesso si desidera il contatto e insieme lo si evita.
Il fatto che stia pensando a un percorso terapeutico mi sembra un’intuizione molto valida. Potrebbe aiutarla a comprendere l’origine profonda di questo vissuto di esclusione, a ridimensionare le paure legate allo sguardo degli altri e a costruire relazioni in cui sentirsi più autentica e libera.
Non vedo in lei una persona “destinata a stare sola”, ma una giovane donna che sta cercando ancora il proprio luogo emotivo nel mondo. E questo luogo si può costruire. Resto a disposizione anche online.
Claudia Cenni
Comprendo profondamente quel senso di estraneità che descrive, quella sensazione di essere sempre "fuori posto" o in transito, come se mancasse un terreno solido in cui piantare le radici del proprio essere. Il Suo racconto non è affatto confuso; è la testimonianza lucida di un’identità che si è formata in una sorta di "terra di nessuno", tra un luogo dove abitava ma non viveva e un luogo dove viveva ma non apparteneva mai del tutto.
In psicologia, quello che Lei descrive somiglia a una frattura tra lo spazio fisico e lo spazio del riconoscimento: essere quella che "viene da lontano" l’ha costretta sin da piccola a un continuo sforzo di adattamento, imparando a indossare una maschera di solarità per non far percepire il vuoto sottostante. Questo "schema" del passato si ripresenta oggi nella nuova città come un circolo vizioso: nonostante ora abbia la vicinanza fisica, la Sua matrice interna continua a sentirsi "periferica". In un'ottica che vede l'identità come un processo relazionale, è come se Lei avesse interiorizzato l'idea di essere un ospite nella vita degli altri, una persona che deve sforzarsi per meritare un invito, piuttosto che qualcuno che ha il diritto naturale di abitare il centro della propria scena sociale.
Il pianto solitario e il timore che gli altri si accorgano della Sua solitudine sono segnali di una stanchezza profonda. Mascherare il proprio vissuto è un lavoro estenuante che impedisce agli altri di incontrarLa per chi è veramente, alimentando quella paranoia del giudizio che la riporta all'insicurezza dell'adolescenza. La mancanza di una relazione sentimentale, in questo contesto, viene vissuta come un'ulteriore prova di questa presunta "incompletezza", mentre è spesso solo un riflesso della difficoltà a lasciarsi vedere nella propria vulnerabilità.
La psicoterapia ad orientamento psicodinamico e gruppoanalitico potrebbe essere un luogo trasformativo per Lei. L'obiettivo non sarebbe solo "togliersi l'abitudine alla solitudine", ma comprendere come integrare queste diverse parti di sé — la ragazza del paesino, la studentessa fuori sede, la donna solare e quella che piange in segreto — in un'unica identità che si senta finalmente "a casa" ovunque si trovi. La terapia può aiutarLa a smettere di essere una "comparsa" nei gruppi altrui per iniziare a costruire il Suo mondo, partendo dalla verità dei Suoi sentimenti invece che dallo sforzo di approvazione.
Le Sue esperienze al master indicano che la Sua vitalità è pronta a fiorire non appena il contesto glielo permette. Quale immagine di sé sente che potrebbe finalmente emergere se non dovesse più preoccuparsi di sembrare "quella giusta" per gli altri?
Dottssa Giovanna Costanzo
In psicologia, quello che Lei descrive somiglia a una frattura tra lo spazio fisico e lo spazio del riconoscimento: essere quella che "viene da lontano" l’ha costretta sin da piccola a un continuo sforzo di adattamento, imparando a indossare una maschera di solarità per non far percepire il vuoto sottostante. Questo "schema" del passato si ripresenta oggi nella nuova città come un circolo vizioso: nonostante ora abbia la vicinanza fisica, la Sua matrice interna continua a sentirsi "periferica". In un'ottica che vede l'identità come un processo relazionale, è come se Lei avesse interiorizzato l'idea di essere un ospite nella vita degli altri, una persona che deve sforzarsi per meritare un invito, piuttosto che qualcuno che ha il diritto naturale di abitare il centro della propria scena sociale.
Il pianto solitario e il timore che gli altri si accorgano della Sua solitudine sono segnali di una stanchezza profonda. Mascherare il proprio vissuto è un lavoro estenuante che impedisce agli altri di incontrarLa per chi è veramente, alimentando quella paranoia del giudizio che la riporta all'insicurezza dell'adolescenza. La mancanza di una relazione sentimentale, in questo contesto, viene vissuta come un'ulteriore prova di questa presunta "incompletezza", mentre è spesso solo un riflesso della difficoltà a lasciarsi vedere nella propria vulnerabilità.
La psicoterapia ad orientamento psicodinamico e gruppoanalitico potrebbe essere un luogo trasformativo per Lei. L'obiettivo non sarebbe solo "togliersi l'abitudine alla solitudine", ma comprendere come integrare queste diverse parti di sé — la ragazza del paesino, la studentessa fuori sede, la donna solare e quella che piange in segreto — in un'unica identità che si senta finalmente "a casa" ovunque si trovi. La terapia può aiutarLa a smettere di essere una "comparsa" nei gruppi altrui per iniziare a costruire il Suo mondo, partendo dalla verità dei Suoi sentimenti invece che dallo sforzo di approvazione.
Le Sue esperienze al master indicano che la Sua vitalità è pronta a fiorire non appena il contesto glielo permette. Quale immagine di sé sente che potrebbe finalmente emergere se non dovesse più preoccuparsi di sembrare "quella giusta" per gli altri?
Dottssa Giovanna Costanzo
Buongiorno,
ti ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e profondità quello che stai vivendo. Anche se descrivi il tuo pensiero come “confuso”, ciò che arriva è invece un’esperienza molto coerente: un lungo percorso di adattamento, di ricerca di appartenenza e di tentativi continui di trovare un posto in cui sentirti davvero “a casa”.
Quello che racconti sembra attraversato da un filo comune: il tema del sentirsi “fuori posto” e del desiderio, molto umano, di appartenenza autentica. Nel tempo hai fatto molti movimenti importanti, ti sei adattata, hai costruito legami e ti sei messa in gioco in contesti diversi, ma con la fatica di portare dentro di te una sensazione che sembra ripresentarsi, anche quando le condizioni esterne migliorano.
È comprensibile che, in queste condizioni, possano alternarsi momenti di apertura e socialità con altri in cui prevalgono stanchezza, ritiro e solitudine. Spesso, quando questa esperienza si ripete nel tempo, può diventare una sorta di “schema interno” che influenza il modo in cui ci si percepisce nelle relazioni e negli ambienti sociali, anche indipendentemente da ciò che accade fuori.
Colpisce anche il fatto che tu riesca a riconoscerti come una persona solare, aperta e capace di stare con gli altri, e allo stesso tempo a descrivere una fatica profonda nel sentirti davvero inclusa e a tuo agio. Questa distanza tra ciò che sei e ciò che senti può generare molta confusione e anche sofferenza.
Il fatto che tu stia pensando alla terapia è un passaggio importante: uno spazio terapeutico potrebbe aiutarti proprio a dare ordine a questi vissuti, a comprendere meglio le origini di questa sensazione di estraneità e a costruire modalità più sicure e stabili di stare nelle relazioni, senza la costante sensazione di doverti “adattare” o mascherare.
Quello che stai vivendo merita ascolto e attenzione, non giudizio né fretta di “risolvere”. È un percorso che può richiedere tempo, ma che può anche aprire possibilità nuove di sentirti più radicata e più libera nel modo di vivere i legami.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
ti ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e profondità quello che stai vivendo. Anche se descrivi il tuo pensiero come “confuso”, ciò che arriva è invece un’esperienza molto coerente: un lungo percorso di adattamento, di ricerca di appartenenza e di tentativi continui di trovare un posto in cui sentirti davvero “a casa”.
Quello che racconti sembra attraversato da un filo comune: il tema del sentirsi “fuori posto” e del desiderio, molto umano, di appartenenza autentica. Nel tempo hai fatto molti movimenti importanti, ti sei adattata, hai costruito legami e ti sei messa in gioco in contesti diversi, ma con la fatica di portare dentro di te una sensazione che sembra ripresentarsi, anche quando le condizioni esterne migliorano.
È comprensibile che, in queste condizioni, possano alternarsi momenti di apertura e socialità con altri in cui prevalgono stanchezza, ritiro e solitudine. Spesso, quando questa esperienza si ripete nel tempo, può diventare una sorta di “schema interno” che influenza il modo in cui ci si percepisce nelle relazioni e negli ambienti sociali, anche indipendentemente da ciò che accade fuori.
Colpisce anche il fatto che tu riesca a riconoscerti come una persona solare, aperta e capace di stare con gli altri, e allo stesso tempo a descrivere una fatica profonda nel sentirti davvero inclusa e a tuo agio. Questa distanza tra ciò che sei e ciò che senti può generare molta confusione e anche sofferenza.
Il fatto che tu stia pensando alla terapia è un passaggio importante: uno spazio terapeutico potrebbe aiutarti proprio a dare ordine a questi vissuti, a comprendere meglio le origini di questa sensazione di estraneità e a costruire modalità più sicure e stabili di stare nelle relazioni, senza la costante sensazione di doverti “adattare” o mascherare.
Quello che stai vivendo merita ascolto e attenzione, non giudizio né fretta di “risolvere”. È un percorso che può richiedere tempo, ma che può anche aprire possibilità nuove di sentirti più radicata e più libera nel modo di vivere i legami.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Gentile,
grazie per aver condiviso tutto questo con tanta cura e onestà. Non è affatto confuso, è un racconto molto lucido di qualcosa che la accompagna da tempo.
Sembra che il tema non sia semplicemente "essere sola in una nuova città". È qualcosa di più antico e radicato: un senso di non-appartenenza che ha attraversato tutti i contesti della sua vita, indipendentemente da dove si trovasse. Non apparteneva al paese in cui abitava, né a quello in cui studiava, e ora sperimenta la stessa sensazione in città. Questo schema che si ripete non è una coincidenza, né una sua mancanza. Potrebbe essere la traccia di una storia relazionale che vale la pena esplorare.
C'è un dettaglio che trovo particolarmente significativo: lei descrive come, fin da piccola, la sua vita sociale avvenisse altrove rispetto al luogo fisico in cui viveva. Quella distanza geografica ha reso impossibile accedere alla dimensione più ordinaria e invisibile dell'appartenenza: non le grandi occasioni, ma il caffè improvvisato, il supermercato, le cose che "non vale la pena spostarsi per fare." È proprio in quel tessuto minuto che si costruisce il senso di far parte di qualcosa. E lei ne è stata sistematicamente esclusa, non per scelta, ma per circostanza.
La risposta che ha sviluppato (adattarsi, compiacere, mascherare la solitudine per non sembrare "quella che viene da lontano") è stata una soluzione intelligente in quel contesto. Il problema è che le soluzioni che funzionano da bambini spesso diventano gabbie da adulti. Oggi si ritrova a sforzarsi di sembrare solare, a nascondere il disagio, a piangere quando è sola. Lo sforzo è reale, e ha un costo.
C'è anche un meccanismo che lei stessa ha individuato con precisione: la solitudine attesa porta a evitare situazioni sociali, l'evitamento produce più solitudine, che conferma la convinzione di non appartenere. Un circolo che si autoalimenta, e che diventa sempre più difficile interrompere da dentro.
Ha già menzionato l'idea di intraprendere una psicoterapia, e credo sia un'intuizione giusta. Non perché ci sia qualcosa che non va in lei, non è così, ma perché questo tipo di schema, costruito nel tempo e radicato nella storia, difficilmente si scioglie solo con la forza di volontà o cambiando città. Ha bisogno di uno spazio in cui guardarlo insieme a qualcuno, con calma e senza fretta, per capire da dove viene e come ha imparato a funzionare così.
Ha 24 anni e ha già la lucidità per raccontare tutto questo. È un buon punto di partenza
grazie per aver condiviso tutto questo con tanta cura e onestà. Non è affatto confuso, è un racconto molto lucido di qualcosa che la accompagna da tempo.
Sembra che il tema non sia semplicemente "essere sola in una nuova città". È qualcosa di più antico e radicato: un senso di non-appartenenza che ha attraversato tutti i contesti della sua vita, indipendentemente da dove si trovasse. Non apparteneva al paese in cui abitava, né a quello in cui studiava, e ora sperimenta la stessa sensazione in città. Questo schema che si ripete non è una coincidenza, né una sua mancanza. Potrebbe essere la traccia di una storia relazionale che vale la pena esplorare.
C'è un dettaglio che trovo particolarmente significativo: lei descrive come, fin da piccola, la sua vita sociale avvenisse altrove rispetto al luogo fisico in cui viveva. Quella distanza geografica ha reso impossibile accedere alla dimensione più ordinaria e invisibile dell'appartenenza: non le grandi occasioni, ma il caffè improvvisato, il supermercato, le cose che "non vale la pena spostarsi per fare." È proprio in quel tessuto minuto che si costruisce il senso di far parte di qualcosa. E lei ne è stata sistematicamente esclusa, non per scelta, ma per circostanza.
La risposta che ha sviluppato (adattarsi, compiacere, mascherare la solitudine per non sembrare "quella che viene da lontano") è stata una soluzione intelligente in quel contesto. Il problema è che le soluzioni che funzionano da bambini spesso diventano gabbie da adulti. Oggi si ritrova a sforzarsi di sembrare solare, a nascondere il disagio, a piangere quando è sola. Lo sforzo è reale, e ha un costo.
C'è anche un meccanismo che lei stessa ha individuato con precisione: la solitudine attesa porta a evitare situazioni sociali, l'evitamento produce più solitudine, che conferma la convinzione di non appartenere. Un circolo che si autoalimenta, e che diventa sempre più difficile interrompere da dentro.
Ha già menzionato l'idea di intraprendere una psicoterapia, e credo sia un'intuizione giusta. Non perché ci sia qualcosa che non va in lei, non è così, ma perché questo tipo di schema, costruito nel tempo e radicato nella storia, difficilmente si scioglie solo con la forza di volontà o cambiando città. Ha bisogno di uno spazio in cui guardarlo insieme a qualcuno, con calma e senza fretta, per capire da dove viene e come ha imparato a funzionare così.
Ha 24 anni e ha già la lucidità per raccontare tutto questo. È un buon punto di partenza
Ciao, hai descritto perfettamente con le tue parole come ti senti. Il fatto che tu abbia già pensato di iniziare una terapia psicologica, forse dovrebbe farti capire che ne senti il bisogno. Ti consiglio di farlo, può solo farti stare meglio. Ho lavorato con tanti ragazzi, giovani adulti che ne hanno tratto solo beneficio e che a distanza di tempo mi hanno confermato che iniziare il percorso è stata la loro migliore decisione.
Se hai bisogno di ulteriori chiarimenti o hai domande in proposito,puoi contattarmi.
Chiedere aiuto non è mai un errore.
Buona giornata.
Se hai bisogno di ulteriori chiarimenti o hai domande in proposito,puoi contattarmi.
Chiedere aiuto non è mai un errore.
Buona giornata.
Salve,
penso che la condizione che vive è più emotiva e antica, che le ha creato anche difficoltà ad inserirsi in altri contesti, sicuramente avrà anche provato ma sentendo sempre di disagio. Il buon carattere che probabilmente lei ha nasconde le sue fragilità che dovrà affrontare prima o poi e non scappare o non fare vedere. Deve acquisire quella sicurezza personale che le consenta di avere skill sociali utili ad inserirsi. L' ambiente lavorativo quando a breve immagino approderà le ritornerà utile o al contrario amplierà il suo disagio e quindi dovrà prendere la decisione di un percorso psicoterapeutico per comprendere i meccanismi che la bloccano e perché non riesce a superare.
penso che la condizione che vive è più emotiva e antica, che le ha creato anche difficoltà ad inserirsi in altri contesti, sicuramente avrà anche provato ma sentendo sempre di disagio. Il buon carattere che probabilmente lei ha nasconde le sue fragilità che dovrà affrontare prima o poi e non scappare o non fare vedere. Deve acquisire quella sicurezza personale che le consenta di avere skill sociali utili ad inserirsi. L' ambiente lavorativo quando a breve immagino approderà le ritornerà utile o al contrario amplierà il suo disagio e quindi dovrà prendere la decisione di un percorso psicoterapeutico per comprendere i meccanismi che la bloccano e perché non riesce a superare.
Buon pomeriggio,
dalle sue parole e da questo flusso di pensieri traspare, secondo me, un'importante sofferenza ed anche un forte bisogno di raccontarsi.
Immagino che tenersi impegnati, provare e riprovare a creare legami sociali, adattarsi, possano essere strategie utili per gestire il dolore e la solitudine, tuttavia credo che, come lei stessa ha scritto, queste sensazioni la accompagnino da molto tempo e che questo possa essere per lei molto faticoso. Non credo ci sia una soluzione rapida o un consiglio che posso darle, ritengo che potrebbe essere utile e sensato provare ad intraprendere un percorso di psicoterapia, così da provare a mettere a fuoco chi è lei, che momento di vita è questo, cosa sta cercando e di cosa ha bisogno.
Le suggerisco di riflettere su questa possibilità.
Se ha voglia può visitare il mio profilo qui su Mio Dottore.
dalle sue parole e da questo flusso di pensieri traspare, secondo me, un'importante sofferenza ed anche un forte bisogno di raccontarsi.
Immagino che tenersi impegnati, provare e riprovare a creare legami sociali, adattarsi, possano essere strategie utili per gestire il dolore e la solitudine, tuttavia credo che, come lei stessa ha scritto, queste sensazioni la accompagnino da molto tempo e che questo possa essere per lei molto faticoso. Non credo ci sia una soluzione rapida o un consiglio che posso darle, ritengo che potrebbe essere utile e sensato provare ad intraprendere un percorso di psicoterapia, così da provare a mettere a fuoco chi è lei, che momento di vita è questo, cosa sta cercando e di cosa ha bisogno.
Le suggerisco di riflettere su questa possibilità.
Se ha voglia può visitare il mio profilo qui su Mio Dottore.
Buongiorno, grazie per avere parlato della sua esperienza. Non è scontato, in un percorso di vita, avere una regolarità di vita sociale: trasferimenti, impegni, allontanamenti possono creare difficoltà, fratture, discontinuità. Credo che un percorso di psicoterapia individuale a orientamento psicodinamico possa aiutarla a ricucire gli strappi della sua vita sociale e affettiva e a orientarsi positivamente verso il futuro. Un cordiale saluto, dott.ssa Portelli
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