Buon pomeriggio Gentili Dottori, Vi scrivo in quanto vorrei un Vostro parere. Sono una studentessa u

25 risposte
Buon pomeriggio Gentili Dottori, Vi scrivo in quanto vorrei un Vostro parere. Sono una studentessa universitaria ma ho un carattere timido, riservato, emotivo e quando vedo mie colleghe che hanno comportamenti estroversi verso i prof, si avvicinano a salutare i prof, pur non avendo ancora sostenuto esami con loro; io mi sento in difetto, inferiore..anche io vorrei riuscire ad avere questo approccio, invece mi sento in imbarazzo nell' andare da un prof anche a fine convegno e avvicinarmi a salutarlo e dire "buongiorno come sta" o fargli qualche domanda..mi sento di infastirli andando da loro.. Non so se sono io in difetto o le mie colleghe..vorrei una Vostra opinione, Grazie Mille.
Dott.ssa Ester Negrola
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buon pomeriggio, ci tengo innanzitutto a ringraziarti per aver condiviso un vissuto tanto personale quanto diffuso. Ciò che descrivi è infatti molto comune, soprattutto in ambito universitario, dove il confronto con gli altri può diventare particolarmente intenso. Proverò a risponderti offrendo alcuni spunti di riflessione che spero possano esserti utili. Il sentimento di inferiorità che riporti può nascere dal cosiddetto confronto sociale: osservando i comportamenti altrui, tendiamo naturalmente a interpretarli come un modello “giusto” a cui adeguarci, in questo caso rispetto al modo di relazionarsi con i docenti. In realtà, non esiste un unico modo corretto di entrare in relazione con gli altri. Alcuni studenti si avvicinano con naturalezza, altri costruiscono il rapporto in modo più graduale, magari attraverso lo studio, le domande scritte o durante gli esami. Tutti questi modi sono legittimi. Dal punto di vista psicologico, quindi, non c’è nulla di “sbagliato” nel tuo modo di essere: timidezza, riservatezza ed emotività sono tratti di personalità, non difetti. Le colleghe che ti appaiono più disinvolte hanno semplicemente uno stile relazionale diverso dal tuo; questo, però, non le rende più adeguate, né rende te meno capace o meno valida! Il timore di infastidire i professori che descrivi è tipico delle persone sensibili e attente all’altro. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, un saluto educato o una domanda pertinente non viene vissuto come un disturbo, ma come un segno di interesse e rispetto. Qui però il punto centrale non è tanto l’educazione, quanto il tuo sentirti adeguata o meno nel confronto con le colleghe che adottano questo tipo di approccio. Un aspetto importante su cui soffermarsi è questo: non devi sentirti in dovere di cambiare il tuo carattere, né di diventare estroversa per sentirti adeguata. Recitare un ruolo che non ci appartiene, oltre a risultare faticoso e poco autentico, nel tempo può portarci ad allontanarci da noi stessi. Diverso è, invece, cercare di ampliare gradualmente la propria zona di comfort: se te la senti, potresti provare a fare piccoli passi, in linea con i tuoi interessi e con il tuo modo di essere. Ad esempio, se una materia ti appassiona particolarmente, potresti chiedere al docente un approfondimento o un consiglio di lettura: un gesto coerente con ciò che senti e non forzato. Ricorda che non sei tu ad essere in difetto, né lo sono le tue colleghe (siete semplicemente diverse) e che la crescita personale non consiste nel diventare qualcun altro, ma nel sentirsi via via più liberi e meno giudicanti verso se stessi, facendo scelte in linea con il proprio carattere e i propri valori.

Ti auguro di poter riconoscere il valore della tua sensibilità, che è una risorsa e non un limite. Un caro saluto,
Dott.ssa Ester Negrola - Psicologa clinica

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Dott.ssa Annamaria Grifò
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
buongiorno, partiamo dal presupposto che ognuno di noi ha la sua personalità, semplicemente Diverse le une dalle altre, non Giuste o Sbagliate.
Poichè non possiamo leggere la mente altrui ,chi ti assicura che un'atteggiamento così espansivo sia realmente gradito a certi docenti! Non puoi saperlo!
credo che un docente apprezzi più una studentessa che faccia interventi di sostanza ed una buona performance all'esame.
Alla base del tuo disagio potrebbe esserci una Bassa Autostima, ed una certa Insicurezza Sociale? potresti intervenire con un'autosservazione ed autoanalisi, magari appresa e guidata da uno specialista, che ti aiuti a raggiungere buna maggiora sicurezza di te e delle tue capacità, senza il confronto, non sempre sano, con gli altri.
buon lavoro
Dott.ssa Carolina Micucci
Psicologo, Psicologo clinico
Ancona
Cara, ogni persona ha le proprie peculiarità caratteriali, ci sono persone più estroverse a cui risulta naturale e spontaneo interagire con l'altro e persone più introverse per cui questo risulta meno naturale. Non penso ci sia una modalità più "giusta" e una più "sbagliata". Ognuno è bene che si rapporti e comporti come sente, se lei si sente meno a suo agio ad interagire con i suoi professori e questo le crea imbarazzo, non è necessario comportarsi come le sue colleghe. Se questa situazione però le crea molto disagio, può pensare di parlarne con un professionista per capire meglio da dove vengono queste sue difficoltà e provare a lavorarci insieme. Un caro saluto
Dott. Luca Rochdi
Psicologo, Psicologo clinico
Campobasso
Gentile utente, è difficile darle un'opinione con queste poche informazioni. Se fosse interessata, potremmo approfondire attraverso consulenze online.
Resto a disposizione
Dott. Luca Rochdi
Dott.ssa Ilaria Innocenti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Firenze
Buon pomeriggio, in questo caso, non ci sono comportamenti corretti e scorretti, ognuna rispetta il proprio carattere, il proprio modo di essere. Se il suo modo di essere timido e riservato non le piace, non lo accetta, credo che possa parlarne con uno psicoterapeuta o una psicoterapeuta perché evidentemente senta la necessità di essere più aperta. Un saluto, Ilaria Innocenti
Dr. Roberto Lavorante
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Buon pomeriggio,
la ringrazio per aver condiviso il suo vissuto.

Dal suo racconto emerge una grande sensibilità e una forte consapevolezza di sé. Essere timidi, riservati o emotivi non è un difetto, ma esprime uno stile relazionale diverso. Il fatto che alcune colleghe si avvicinino con naturalezza ai docenti non significa che il suo modo di essere sia “inferiore”: semplicemente, ogni persona ha un proprio modo di entrare in relazione.

È comprensibile sentirsi in imbarazzo all’idea di avvicinare un docente, soprattutto se si teme di “disturbare” o di non sapere cosa dire. Questi sono timori diffusi e non indicano una mancanza personale.

Potrebbe essere utile osservare con curiosità ciò che accade dentro di lei — quali emozioni e pensieri emergono — e, se lo desidera, provare piccoli gesti graduali, come un semplice saluto o una domanda breve, per allargare il suo repertorio relazionale senza forzare nulla.

Il suo valore non si misura dalla quantità di interazioni estroverse, ma anche dalla qualità dell’ascolto, della riflessione e del rispetto verso se stessa.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata
Dott.ssa Silvia Anonide
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, grazie per aver condiviso questa esperienza. In realtà ciascuno di noi è differente e possiamo collocarci in un lungo continuum che, semplificando, ha due poli opposti: l'estroversione e l'introversione. Nessun modo di essere è meglio dell'altro, sono semplicemente due modalità con cui tendiamo a relazionarci e interpretare la realtà, per questo non si è sbagliati né in un senso né nell'altro. Se però ritieni che questo ti causi del disagio e comporti delle rinunce e degli evitamenti verso esperienze che in realtà avresti il desiderio di fare, allora parlarne con un professionista è sicuramente un passo importante.
Dr. Massimiliano Siddi
Psicologo, Psicologo clinico, Terapeuta
Roma
Buon pomeriggio,
ciò che descrive è un vissuto molto comune, soprattutto in persone sensibili, riflessive e rispettose degli altri. Non esiste un modo “giusto” o “sbagliato” di relazionarsi: l’essere più riservata non rappresenta un difetto, ma una caratteristica di personalità.

Spesso tendiamo a confrontarci con chi ha uno stile più estroverso, interpretandolo come più adeguato o efficace, ma questo non significa che sia superiore. Avvicinarsi a un docente con discrezione, o scegliere di non farlo, non definisce il valore personale né quello accademico.

Il senso di imbarazzo che prova è legato più alla paura di disturbare o di essere giudicata che a una reale mancanza. Lavorare sull’accettazione del proprio modo di essere e, se lo desidera, allenarsi gradualmente a piccoli passi nel superare queste situazioni può essere utile.

Se questo disagio incide sul suo benessere o sulla vita universitaria, un percorso con un professionista potrebbe aiutarla a comprendere meglio queste dinamiche e a sentirsi più libera e sicura nelle relazioni.
Dott.ssa Alessandra Baldini
Psicologo, Psicologo clinico
Alzano Lombardo
Buonasera,
le rispondo porgendole alcune domande come spunto di riflessione: sembra che abbia un riferimento specifico che la guida rispetto a come dovrebbe essere una studentessa universitaria, come influisce su di lei questo ideale?; lei pone il dubbio rispetto se il difetto sia in lei o nelle sue colleghe, e se nessuna delle due parti lo fosse? Se parlassimo appunto di approcci differenti?
Se vorrà, sono disponibile, anche online, per poterci conoscere e avere un confronto più approfondito.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buon pomeriggio, la ringrazio per aver condiviso un vissuto così delicato e personale. Da ciò che scrive emerge una grande sensibilità, una forte attenzione agli altri e anche un desiderio autentico di crescere e sentirsi più a suo agio nel contesto universitario. È comprensibile che, osservando colleghe più disinvolte e apparentemente sicure, possa nascere un senso di inferiorità o la sensazione di essere in difetto. Questo confronto, però, rischia di essere molto ingiusto nei suoi confronti. Il suo modo di essere timido, riservato ed emotivo non è un errore né un limite in sé. È semplicemente una modalità diversa di stare nel mondo. Spesso chi è più riflessivo tende a porsi molte domande prima di agire, valuta l’impatto che può avere sugli altri e questo può trasformarsi in imbarazzo o blocco, soprattutto quando entra in gioco una figura percepita come autorevole, come un professore. Non perché ci sia davvero qualcosa di sbagliato nel salutare o fare una domanda, ma perché dentro di lei si attivano pensieri come il timore di disturbare, di essere fuori luogo o di non essere abbastanza interessante. Questi pensieri, per quanto comprensibili, finiscono per farla sentire più piccola di quanto non sia. Le colleghe che vede più spigliate non sono necessariamente più giuste o più adeguate. Hanno semplicemente un altro stile, forse meno autocritico, forse più orientato all’azione. Questo non significa che il loro comportamento sia migliore o che il suo sia sbagliato. L’università è fatta anche di personalità diverse e i professori sono abituati a incontrare studenti con modalità molto differenti. Nella maggior parte dei casi, un saluto o una domanda educata non viene vissuta come un fastidio, ma come un segno di interesse e partecipazione, anche se a lei può sembrare invasivo. Può essere utile provare a spostare l’attenzione dal giudizio su di sé all’intenzione che la muove. Se l’intenzione è genuina, come la curiosità, il desiderio di capire meglio un argomento o semplicemente l’educazione di salutare, allora quel gesto ha un suo valore, indipendentemente da quanto si senta a suo agio nel farlo. Non è necessario diventare estroversa o imitare le altre per sentirsi adeguata. Spesso il cambiamento più utile è accettare il proprio punto di partenza e concedersi piccoli passi, rispettando i propri tempi. Non si tratta di stabilire chi è in difetto, lei o le sue colleghe. La questione centrale è che lei non è sbagliata per come è. Il disagio che prova non parla di una mancanza, ma di una parte di lei che è molto attenta, sensibile e forse un po’ severa con se stessa. Lavorare su questo significa imparare, gradualmente, a trattarsi con più comprensione e a non dare per scontato che gli altri la stiano giudicando negativamente. Si conceda il diritto di essere come è, senza forzarsi a diventare qualcun’altra. La sicurezza non nasce dal fare tutto come gli altri, ma dal sentirsi legittimata a occupare il proprio spazio, anche con un passo più timido e silenzioso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott. Simone Feriti
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Bergamo
Buongiorno,
A mio parere nessuno è in difetto, le sue colleghe hanno un comportamento più estroverso di lei e questo non definisce che ci sia un comportamento giusto o sbagliato.
Mi sembra di capire però che lei vede nelle colleghe qualcosa che sente che a lei manca, e questo genera un senso di inferiorità nei loro confronti.
Il fatto che abbia idea di infastidire l’altro dice probabilmente qualcosa della sua storia, come se nell’avvicinarsi all’altro tema una reazione negativa nei suoi confronti. Credo che se riguarda nella sua storia si ritroverebbero dei collegamenti che hanno generato questa modalità di prevedere le conseguenze di azioni più estroverse e che poi vanno a minare il suo senso di valore.
Credo che le potrebbe essere utile un percorso di psicoterapia, per prendere consapevolezza del meccanismo che le scatta, per gestire meglio quell’emotività che la blocca e per approfondire meglio il suo senso di valore.
Cordiali saluti
Gentile Utente,
la ringrazio per aver condiviso una difficoltà così comune e, allo stesso tempo, così poco raccontata. Quello che descrive non parla di un “difetto”, ma di una modalità relazionale specifica, che merita ascolto e rispetto.
Nel confronto con le colleghe sembra attivarsi un meccanismo frequente: si assume che esista un solo modo “giusto” di stare nelle relazioni accademiche, quello più visibile, disinvolto ed espansivo. In realtà, ciò che osserviamo negli altri è solo la parte esterna di uno stile personale, non un parametro di valore o di competenza. L’essere timida, riservata ed emotiva non è una mancanza, ma una caratteristica che orienta il modo di entrare in relazione, spesso con maggiore cautela, profondità e sensibilità.
Il disagio che prova nel rivolgersi ai professori sembra legato non tanto all’atto in sé, quanto al significato che lei attribuisce a quell’incontro: il timore di disturbare, di risultare inadeguata, di “non avere abbastanza diritto” a occupare quello spazio. Queste convinzioni, spesso interiorizzate nel tempo, finiscono per silenziare il desiderio di contatto e alimentare il senso di inferiorità.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, è importante sottolineare che non esiste uno stile relazionale migliore di un altro, ma stili diversi che prendono forma nelle interazioni e nei contesti. Le sue colleghe non sono “più giuste” e lei non è “sbagliata”: state semplicemente rispondendo in modo differente allo stesso ambiente, portando storie, vissuti e risorse diverse.
Può essere utile, piuttosto che forzarsi a imitare un modello che non sente suo, chiedersi: qual è un modo possibile e autentico per me di entrare in relazione? Anche una domanda pensata, un intervento scritto, un saluto più discreto possono essere forme legittime di contatto. La competenza e il valore non passano dalla quantità di esposizione, ma dalla qualità della presenza.
Se questo senso di inferiorità dovesse accompagnarla anche in altri contesti relazionali, potrebbe diventare uno spunto prezioso di lavoro personale, per esplorare come si è costruita nel tempo questa immagine di sé e come trasformarla in una posizione interna più gentile e solida.
Imparare a stare nel proprio modo di essere, senza giudicarlo alla luce del confronto, è spesso uno dei passaggi più importanti della crescita personale e professionale. E non è affatto un percorso che si compie da sole.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Dott.ssa Alessia Lapi
Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Buon pomeriggio,
da quello che descrive non c’è nulla di “sbagliato” in lei: ha un temperamento più riservato e sensibile, che non è un difetto ma una caratteristica. Il confronto con colleghe più estroverse la porta però a sentirsi inferiore e ad attivare imbarazzo e timore di disturbare, come se il suo spazio fosse di troppo.
In realtà non esiste un modo “giusto” di rapportarsi ai professori: c’è chi è più spontaneo ed espansivo e chi più cauto. Il punto non è diventare come le altre, ma capire se questo evitamento nasce da un reale rispetto o da una paura di esporsi e di essere giudicata. In quest’ultimo caso, lavorare su questi aspetti potrebbe aiutarla a sentirsi più libera e sicura. Se lo desidera, io sono disponibile ad accompagnarla in un percorso in questa direzione.

Un saluto

Un saluto
Dott. Christopher Siddi
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Grazie per aver condiviso il tuo vissuto. Avere un temperamento timido o riservato non è un difetto, ma una modalità personale di stare nelle relazioni, e non indica minore valore o competenza. Il confronto con gli altri può far sentire “indietro”, soprattutto in contesti competitivi come l’università, ma non esiste un modo giusto e uno sbagliato di rapportarsi ai docenti. Se questo disagio ti fa soffrire, parlarne con un professionista può aiutarti a comprendere meglio te stessa e a trovare strategie più in linea con il tuo modo di essere.
Un caro saluto
Dott. Giovanni D'Anzieri
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gent.ma, grazie per la chiarezza con cui descrive il suo vissuto.
Quello che racconta non indica un difetto, né una mancanza personale. Descrive piuttosto un tratto di personalità: una modalità più riservata, sensibile e riflessiva di stare nelle relazioni. Questo modo di essere non è meno valido di uno stile più estroverso, è semplicemente diverso.
Nell’ambiente universitario è facile cadere nel confronto: chi si espone di più sembra “più sicuro”, ma spesso si tratta solo di strategie relazionali differenti, non di maggiore competenza o valore personale. Non esiste un unico modo “giusto” di rapportarsi ai docenti.
Il suo imbarazzo, la paura di infastidire o di “non essere al posto giusto” sono vissuti molto comuni nelle persone attente, empatiche e autocritiche. Non indicano che lei stia sbagliando, ma che attribuisce molto peso alla relazione e al giudizio dell’altro.
Può essere utile sapere che, nella stragrande maggioranza dei casi, un saluto o una domanda educata non infastidiscono i docenti; tuttavia non è affatto obbligatorio forzarsi ad assumere uno stile che non le appartiene. A volte è più funzionale trovare una forma personale, magari iniziando da piccoli contatti coerenti con il proprio modo di essere, piuttosto che imitare modelli altrui.
Se questo senso di inferiorità o di blocco dovesse farla soffrire o limitarla nel tempo, un breve percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio queste dinamiche e a muoversi con maggiore sicurezza, senza snaturarsi.
Non c’è “chi è in difetto”, ci sono stili diversi, e anche il suo merita rispetto e apprezzamento, anche da parte sua.
Un caro saluto.
Dott.ssa Sara Petroni
Psicologo clinico, Psicologo
Tarquinia
Gentile utente,

ciò che descrive non indica un difetto personale, ma una differenza di stile relazionale. Essere timidi, riservati o emotivi non significa essere meno adeguati o meno capaci, ma avere un modo diverso di stare nelle relazioni, soprattutto in contesti percepiti come valutativi o gerarchici, come quello universitario. Il confronto con colleghe più estroverse può facilmente attivare un senso di inferiorità, ma questo nasce più dall’auto-valutazione che da una reale mancanza.

Molti studenti vivono l’avvicinamento ai docenti come un possibile disturbo o un’intrusione, mentre in realtà, nella maggior parte dei casi, un saluto o una domanda pertinente non viene percepita come fastidiosa. Tuttavia non esiste un obbligo implicito a comportarsi in un certo modo per essere “nel giusto”: il fatto che alcune colleghe siano disinvolte non rende il loro approccio migliore né il Suo sbagliato. Sono semplicemente modalità diverse, che riflettono personalità e vissuti differenti.

Il disagio che prova sembra legato soprattutto alla paura di essere giudicata o di non essere legittimata a occupare quello spazio. In questi casi può essere utile lavorare gradualmente sull’esposizione, senza forzarsi a imitare gli altri, ma trovando modalità che siano più coerenti con chi è Lei, ad esempio ponendo domande in contesti più strutturati o preparando in anticipo ciò che desidera dire. L’obiettivo non è diventare estroversa, ma sentirsi meno bloccata e più libera di esprimersi.

Se questo senso di inadeguatezza è frequente e si estende anche ad altri ambiti, un supporto psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio le radici di questo vissuto e a rafforzare la fiducia in sé, senza dover rinnegare il suo modo di essere.

Un caro saluto
Dott.ssa Sara Petroni
Dott.ssa Noemi Forte
Psicologo, Psicologo clinico
Floridia
Ciao, grazie per aver condiviso la tua esperienza. Quello che descrivi è assolutamente normale: molte persone, soprattutto con un carattere più timido o riservato, si sentono a disagio nell’avvicinarsi a figure “di autorità” come i professori, anche in contesti informali come convegni o aule universitarie. Non sei in difetto: il tuo modo di vivere le interazioni non è sbagliato, è semplicemente diverso da quello delle tue colleghe, che probabilmente hanno una maggiore naturale inclinazione all’estroversione o si sentono più a loro agio nell’iniziare conversazioni. Se senti di voler migliorare e riflettere su questo aspetto, potresti iniziare un percorso psicologico che ti permetta di rafforzare le tue risorse. Spero di esserti stata utile!
Dott.ssa Laura Montanari
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buon pomeriggio,
da quanto scrive posso immaginare una forte sensibilità e una tendenza a maggiore introversione che estroversione. E questo non è necessariamente un connotato negativo. Si tratta di un “modo di funzionare” che, volendo, può essere - anche parzialmente - smussato o ricalibrato in base alle esigenze. Ad esempio: se mi accorgo che essere molto introversa, nel passato o in generale, è più un limite che una risorsa, potrei gradualmente aprirmi di più, sperimentando nuovi modi di fare e vedere come ci si sta. Se invece l’introversione non dovesse creare alcun un problema, va semplicemente vista e accettata come caratteristica personale.
L’aspetto che a volte può limitare è il confronto con l’altro che porta a sentirsi “diversi” e, in automatico, sbagliati. Ma la domanda è: rispetto a cosa? Qual è lo standard assoluto? A cosa ambisco? Perchè sè è vero che ci sono attitudini che, in determinati contesti, possono essere più funzionali di altre, è anche vero che non ci si può snaturare. In tal senso, può iniziare la ricerca di modalità di contatto più compatibili con il suo carattere.
L’obiettivo non è cambiare chi è, ma riconoscere il valore del suo modo di essere e trattarsi con maggiore comprensione. Se questo senso di inferiorità dovesse limitarla spesso, un supporto psicologico potrebbe aiutarla a rafforzare la fiducia in sé.
Un caro saluto,
Dottssa LM
Dott.ssa Cecilia Calamita
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Cara utente,
non si preoccupi, nessuno è in difetto salvo comportamenti visibilmente inappropriati e confidenziali. Crederei piuttosto che lo stile relazionale di ognuno sia diverso e unico, non esiste in assoluto giusto o sbagliato. Il fatto che questo la colpisca particolarmente meriterebbe di essere indagato e capito ulteriormente. L'università può rappresentare una palestra sociale perfetta, un luogo dove poter allenare le proprie competenze relazionali.
Qualora questo le provochi disagio, rimango a disposizione per lei.
Un caro saluto e buone feste
Dott.ssa Chiara Lagi
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Carissima, quello che descrive non è un difetto, ma un modo di essere: è una persona riservata, sensibile e molto attenta agli altri e ai loro spazi. Il disagio nasce soprattutto dal confronto con le altre ragazze che si mostrano più espansive. Vengono da lei avvertite come “migliori” o più adeguate. In realtà, hanno semplicemente un modo diverso di relazionarsi. L’essere estroversi, infatti, non significa essere più capaci o avere più valore. La paura di “infastidire” i professori è indice che fatica a concedersi il diritto di prendersi il proprio spazio. Il punto centrale non è diventare estroverso, ma sentirsi autorizzata a essere presente, a parlare e a farsi avanti senza sentirsi in colpa. Può aiutare procedere per piccoli passi, restando fedele al suo stile, accettando un po’ di imbarazzo come qualcosa di normale. Se questo senso di inferiorità è frequente e le crea molte limitazioni, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a sentirsi più sicura e a valorizzare se stessa, senza cambiare la sua personalità. La saluto con affetto e disponibilità.
Dott.ssa Chiara Lagi
Dott.ssa Chiara Avelli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buon pomeriggio, la ringraziamo per aver condiviso il suo vissuto, che appare comprensibile e piuttosto frequente nel contesto universitario. Dal punto di vista psicologico, non si tratta di stabilire chi abbia ragione o torto: quello che descrive riflette semplicemente due modalità relazionali differenti. Alcune persone si sentono più a loro agio in uno stile diretto ed estroverso, altre adottano un approccio più riservato e cauto; entrambe le modalità sono legittime e non indicano, di per sé, un difetto o un limite personale. Ciò che merita attenzione, piuttosto, è il fatto che questa differenza sembri generarle malessere, sentimenti di inferiorità e un senso di inadeguatezza. In questi casi, può essere utile spostare il focus dal confronto con le colleghe all’esplorazione di ciò che, per lei, rende difficile avvicinarsi ai professori. Ad esempio, potrebbe chiedersi quali timori siano attivi in quelle situazioni: la paura di disturbare, di essere giudicata negativamente, di apparire fuori luogo o di non sentirsi sufficientemente legittimata a fare domande. Non è necessario forzarsi ad adottare uno stile che non le appartiene, quanto piuttosto comprendere le convinzioni e le emozioni che si attivano in questi contesti e che possono limitare la sua libertà di scelta. L’obiettivo non è diventare più estroversa, ma acquisire maggiore consapevolezza e flessibilità, così da poter decidere quando esporsi e quando no, senza che l’evitamento sia guidato dalla paura o dall’autosvalutazione. Se questo disagio dovesse persistere o estendersi ad altri ambiti della sua vita, potrebbe essere utile considerare un confronto con un professionista, che la aiuti a esplorare questi vissuti e a costruire modalità relazionali più serene e coerenti con il suo modo di essere. Dott.ssa Chiara Avelli.
Dott.ssa Ilaria De Pretto
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buon pomeriggio, non c’è nulla di “sbagliato” in te: la tua è una modalità più introversa e sensibile, non un difetto. Confrontarti con colleghe più estroverse ti fa sentire inferiore, ma sono solo stili relazionali diversi. Avvicinarsi ai professori non è un obbligo né una misura del tuo valore: puoi farlo, se e quando lo senti, partendo da piccoli passi e con tempi tuoi, senza forzarti a essere diversa da come sei. La sicurezza non nasce dall’imitare gli altri, ma dal riconoscere e rispettare il proprio modo di stare nelle relazioni.
Dott.ssa Angela Borgese
Psicologo, Psicologo clinico
Gravina di Catania
Buonasera, quello che descrive non indica un “difetto”, ma una diversa posizione soggettiva. Lei si confronta con colleghe più disinvolte e, nel farlo, finisce per giudicare se stessa come “inferiore”. In questa ottica, però, non esiste un modo giusto o sbagliato di stare di fronte all’Altro (in questo caso il professore): esiste il modo che è più coerente con il proprio desiderio.
Il suo imbarazzo nasce dal fatto che attribuisce al professore un posto molto “alto”, temendo di disturbarlo. Le sue colleghe, invece, sembrano vivere quel rapporto senza questa stessa investitura simbolica. Nessuna delle due posizioni è sbagliata: sono semplicemente diverse.
La domanda importante non è: “Chi è in difetto?”
ma: “Io cosa desidero davvero?”
Se avvicinarsi a un professore è qualcosa che sente come forzato, non è necessario imitarlo. Se invece lo desidera ma qualcosa la blocca, allora vale la pena interrogarsi su quella paura di “disturbare” e sul bisogno di essere autorizzata.
La sua riservatezza non è un limite da correggere, ma una caratteristica da conoscere e, se lo vorrà, modulare senza violarsi.
Un caro saluto.
Dott. Marco Boscolo
Psicologo, Psicologo clinico
Como
Gentile lettrice, mentre La leggo mi viene da pensare che Lei stia confondendo due piani: il valore personale e lo stile relazionale. Le Sue colleghe sembrano muoversi con disinvoltura, ma questo non dice automaticamente nulla sulla loro solidità, né dice qualcosa di “meno” su di Lei. In certi momenti dell’università il professore diventa una figura un po’ speciale: non è solo un docente, è qualcuno che valuta, riconosce, apre porte. È comprensibile che avvicinarlo possa accendere un timore di essere giudicata, o persino di risultare invadente.Quando dice “mi sento di infastidirli”, mi chiedo da dove arrivi questa premura: forse è un modo antico, molto rispettoso, di stare in relazione, in cui per essere accettati bisogna non chiedere troppo, non occupare spazio. Eppure salutare, fare una domanda, mostrarsi interessata non è una pretesa: è presenza.Forse non si tratta di diventare estroversa, ma di trovare una forma Sua, più piccola e autentica, per farsi vedere senza tradirsi. Se provasse a immaginare che cosa teme davvero possa accadere, quale scena Le verrebbe in mente?
Le auguro una buona giornata e un sincero "in bocca al lupo " per il suo percorso universitario. Dott. Boscolo
Dott. Dario Martelli
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Buonasera, non so se il termine "difetto" si possa attagliare a questa situazione. Lei ha le sue caratteristiche e sono sue, però se sente queste sue caratteristiche pesanti e faticose è sua responsabilità prendersene cura ma per conoscersi meglio innanzitutto. E' indispensabile guardare a lei non alle sue colleghe. Se desidera posso aiutarla con una consultazione anche online. Buonasera. Dario Martelli

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