buon giorno, mio figlio ha 15 anni, e secondo me ha bisogno di un aiuto da un professionista perchè

28 risposte
buon giorno,
mio figlio ha 15 anni, e secondo me ha bisogno di un aiuto da un professionista perchè è in una situazione delicata. E' stato bocciato al primo anno di superiori, ha iniziato a settembre una nuova scuola per imparare un mestiere ma da subito ha avvertito del disagio ossia, oltre a non piacergli la materia di studio ha avuto episodi di prese in giro dai compagni e non ha legato con nessuno. quindi da 2 settimane non sta più frequentando perchè dice che non vuole più metter piede in quella scuola. INizialmente fingeva di avere un malessere fisico e quindi dopo essere davanti a scuola mi avvisava che sarebbe tornato a casa. Credo che il suo disagio deriva soprattutto dalla crescita, ossia ha iniziato da pochi mesi una cura ormonale per la crescita in quanto pur avendo 15 anni ne dimostra 10, quindi molto piccolo e questo credo lo fa sentire in difetto verso i suoi coetanei. Inoltre ha mollato anche lo sport (faceva calcio dall'età di 8 anni) non vuole più andare, ma di preciso il motivo non lo so.
Ecco, io ho cercato di aiutarlo ma non so più cosa fare, temo si stia isolando da tutto, Quindi ecco perchè credo che un aiuto gli servirebbe, ma non ne vuol sapere. Dice che sta bene e che non ha bisogno di aiuto.
grazie
Barbara
Dott.ssa Sara Petroni
Psicologo clinico, Psicologo
Tarquinia
Gentile Barbara,
da ciò che descrive, suo figlio sta attraversando un periodo complesso, in cui si intrecciano diversi aspetti: i cambiamenti legati alla crescita, la percezione di sé in rapporto ai coetanei, l’esperienza di esclusione e la difficoltà a trovare uno spazio in cui sentirsi accettato. È comprensibile che tutto questo lo porti a chiudersi e a rifiutare ciò che lo mette a disagio, compreso l’aiuto psicologico.

In questi casi, è importante non forzare ma offrire la possibilità di un incontro neutro, ad esempio proponendo un primo colloquio di conoscenza con uno psicologo come spazio solo suo, senza impegno e senza che debba “parlare dei problemi”. Spesso è sufficiente presentarlo come un momento per capire meglio come affrontare la scuola o il futuro, piuttosto che come “una terapia”.

Nel frattempo, può essere utile continuare a mantenere un dialogo accogliente, evitando giudizi o pressioni e mostrando interesse per ciò che vive più che per ciò che fa. L’obiettivo, ora, è aiutarlo a riattivare fiducia e motivazione, partendo dal riconoscimento del suo disagio senza farlo sentire sbagliato.

Un percorso di sostegno psicologico, anche inizialmente solo genitoriale, può aiutarla a individuare i modi più efficaci per accompagnarlo in questa fase di vulnerabilità.

Un cordiale saluto,
Dott.ssa Sara Petroni

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Dott.ssa Chiara Roselletti
Psicologo, Psicologo clinico
San Sisto
Gentile utente,
convincere qualcuno ad andare in terapia non è semplice e solitamente nemmeno redditizio. Le consiglierei di provare a parlare con suo figlio, spiegando le sue preoccupazioni e i motivi per cui secondo lei potrebbe giovare di un aiuto.
Lasci che questa sia una porta aperta per lui, faccia in modo che suo figlio sia consapevole di poter scegliere in qualsiasi momento di poter accedere ad un aiuto.
Questo è un consiglio che le offro sulla base di poche informazioni mi sento di aggiungere che, potrebbe sempre rivolgersi ad un collega della sua città, così che possa parlare della situazione in modo più dettagliato e ricevere una risposta più precisa.
Cara Barbara,
capisco bene la sua preoccupazione e la difficoltà che sta vivendo nel vedere suo figlio in questo momento di fatica e chiusura. L’adolescenza è una fase delicata in cui i cambiamenti fisici, relazionali e identitari possono generare un forte senso di smarrimento, e il disagio che descrive sembra toccare proprio questi aspetti.
È comprensibile che lui oggi rifiuti l’idea di un aiuto psicologico — spesso i ragazzi temono che questo significhi “avere un problema” — ma in realtà può essere uno spazio per comprendere meglio ciò che sta vivendo e ritrovare fiducia nelle proprie risorse. Potremmo intanto fissare un primo incontro con Lei (o con Voi entrambi i genitori) per approfondire la situazione e valutare insieme il modo più adatto per avvicinare suo figlio a un eventuale percorso, rispettando i suoi tempi e la sua sensibilità.
Se Vuole, possiamo sentirci per accordarci su un colloquio conoscitivo, anche online.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco
Psicologa
Dr. Francesco Rossi
Psicologo, Psicologo clinico
Ozzano dell'Emilia
Buonasera, suo figlio sta passando un momento delicato, già in adolescenza ci sono tanti cambiamenti, sia a livello fisico che sociale che psicologico, inoltre, l'impatto che l'immagine di se stessi ha anche in relazione ai coetanei, soprattutto a questa età, ha una rilevanza notevole. Molti aspetti di quanto racconta sono certamente legati a come si sente rispetto ai compagni di squadra, ai compagni di scuola, ecc...
Come state giustamente prendendo in mano e affrontando la questione fisica e ormonale, un accompagnamento dal punto di vista psicologico potrebbe aiutarlo a vivere meglio questo momento di grandi cambiamenti.
Ovviamente obbligarlo non sarebbe di grande aiuto, però non arrendersi nel continuare a proporgli la possibilità di affrontare le proprie emozioni e la loro difficile gestione in questo momento delicato potrebbe trovare appiglio e generare benessere.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Dott.ssa Francesca Murgia
Psicoterapeuta, Psicologo, Neuropsicologo
Padova
Buongiorno Barbara,
capisco bene la sua preoccupazione: l’adolescenza è un periodo complesso, in cui cambiamenti fisici, scolastici e relazionali possono generare disagio, insicurezza e ritiro sociale. Le difficoltà che descrive — il rifiuto della scuola, l’interruzione dello sport e l’isolamento — meritano attenzione e un supporto adeguato.

È importante rispettare i tempi di suo figlio, senza forzarlo, ma allo stesso tempo fargli percepire che un aiuto non è un giudizio o una colpa, bensì un modo per stare meglio. In questi casi può essere utile un primo colloquio genitoriale con uno psicologo dell’età evolutiva, per comprendere meglio la situazione e valutare insieme come avvicinare gradualmente il ragazzo a un percorso di supporto.

Dott.ssa Francesca Murgia, Psicologa Psicoterapeuta
Dott.ssa Ester Negrola
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buonasera Barbara, grazie per aver condiviso con tanta sensibilità la situazione di tuo figlio. Dalle tue parole si percepisce quanto tu sia attenta, presente e preoccupata per lui, e questo è già un punto di partenza molto importante.
Quello che descrivi è effettivamente un momento di forte vulnerabilità per un ragazzo della sua età: a 15 anni ci si trova nel pieno dell’adolescenza, una fase in cui l’identità, il corpo, le relazioni e l’autostima sono in continuo cambiamento. Se a tutto questo si aggiungono una bocciatura, una nuova scuola, difficoltà di inserimento, prese in giro e un percorso ormonale che lo fa sentire “diverso”, è comprensibile che si stia chiudendo, provando vergogna o senso di inadeguatezza. Il fatto che abbia smesso di andare a scuola e abbandonato anche lo sport, due ambiti fondamentali per la socialità e la costruzione dell’autostima, è un segnale da non sottovalutare: non perché significhi necessariamente qualcosa di grave, ma perché mostra che sta cercando di evitare tutto ciò che lo mette a disagio. L’evitamento, se non viene accolto e compreso, può diventare un circolo vizioso. Inoltre, è anche molto comune che un adolescente, quando si sente fragile o giudicato, rifiuti qualsiasi tipo di aiuto e dica di “stare bene”. Spesso non è negazione, ma paura: paura di essere etichettato, di non essere capito o di dover affrontare qualcosa che fa male.
Ti suggerirei di fare qualche piccolo passo concreto, ma con molta delicatezza. In questi momenti è importante accoglierlo senza forzarlo, evitando di insistere troppo sul “devi farti aiutare”. Può essere più utile fargli sentire che hai davvero compreso il suo disagio, ad esempio dicendogli: “vedo quanto per te sia difficile andare a scuola in questo periodo, lo capisco e ti sono vicina”. Puoi anche provare a spostare l’attenzione da ciò che “fa” a ciò che “sente”: più che chiedergli “perché non vuoi andare?”, può essere più efficace un “come ti senti quando ci pensi?”. Sono domande semplici, ma lo aiutano ad ascoltarsi e a sentirsi meno giudicato. Se vedi però che il dialogo con te è difficile, puoi tenere presente che, a volte, i ragazzi riescono ad aprirsi più facilmente con figure esterne come ad esempio amici di famiglia, un allenatore, un parente giovane o lo psicologo scolastico. Può essere un buon modo per farlo avvicinare a un aiuto senza che si senta “malato” o costretto. Nel frattempo, potresti pensare anche a una consulenza per te come genitore. Confrontarti con uno psicologo dell’età evolutiva può offrirti strumenti utili per capire come sostenerlo al meglio e come proporgli gradualmente un percorso di supporto psicologico: hai perfettamente ragione nel pensare che un aiuto professionale potrebbe essergli molto utile, ma perché funzioni deve arrivare nei tempi e nei modi giusti per lui. Per ora, la cosa più preziosa che puoi offrirgli è la tua presenza: ascolto, pazienza, affetto e la certezza che, qualunque cosa accada, da te non verrà giudicato. Vedrai che questo clima di fiducia e accoglienza, che gli stai offrendo proprio in un momento di cambiamento e fragilità, sarà per lui un punto di riferimento fondamentale.

Un caro saluto, Dott.ssa Ester Negrola
Dott.ssa Angela Ricucci
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Bergamo
Gentile utente, mi dispiace molto per la situazione di suo figlio. Posso solo immaginare quanto, in qualità di madre, possa risultare complesso individuare il modo più appropriato per sostenerlo e offrirgli l’aiuto di cui necessita. Dalle sue parole traspare chiaramente la profonda preoccupazione che la accompagna. È possibile che suo figlio, nel rifiutare un aiuto esterno, avverta già un senso di diversità rispetto ai propri coetanei, e che tale percezione renda ancor più difficile per lui accettare un supporto. In questa fase, ciò che mi sento di suggerirle è di valutare la possibilità di intraprendere lei stessa un percorso di accompagnamento psicologico: un sostegno personale potrebbe infatti rivelarsi uno strumento prezioso per comprendere meglio le dinamiche relazionali e individuare strategie efficaci per favorire il benessere di suo figlio. Le suggerirei di considerare l’opportunità di rivolgersi a un professionista , che possa affiancarla in questo delicato percorso. A disposizione, dott.ssa Angela Ricucci
Dott.ssa Alessandra Domigno
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Buonasera, io credo che dovrebbe cercare di parare e convincere suo figlio ad andare da uno psicoterapeuta e probabilmente andare voi insieme la prima volta. Non aspetti che sia lui a convincersi o a sentirne la necessità. Lei è la madre e se sente che c’è un problema trovi il modo di poterlo affrontare con suo figlio. Non è facile, lo capisco. Se desidera approfondire sono disponibile.

Cordiali saluti

Dott.ssa Alessandra Domigno
Dott.ssa Martina Andrea Cerelli
Psicologo, Psicoterapeuta
Colleferro
Gentile Barbara, dal quadro che presenta, immagino che suo figlio abbia una forte resistenza e chissà quanto sia difficile questo periodo per lui, tanto da portarlo a chiudersi così tanto.
Tenga conto che la cura ormonale può incidere sul cambiamento dell'umore, quindi la invito a condividere questi aspetti, che sta condividendo qui, anche con l'endocrinologo di riferimento.
Visto che suo figlio ha resistenza nell'iniziare un percorso psicologico, invito intanto lei a rivolgersi a un professionista, che possa aiutarla emotivamente a sostenere questa preoccupazione per lui, magari orientandosi verso professionisti, che si occupano anche di sostegno alla genitorialità.
Un grande in bocca al lupo Barbara
Dott.ssa Laura Bergamini
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile Barbara, in primo luogo grazie per aver condiviso con cura la situazione di suo figlio. È comprensibile quanto questa situazione possa essere preoccupante; vedere un adolescente affrontare momenti di disagio e isolamento, soprattutto in una delicata fase della crescita, non è semplice. Tutti i fattori da lei descritti, che suo figlio sta attraversando, possono generare ansia, frustrazione e ritiro sociale, ed è comprensibili che inizialmente lui possa rifiutare l'aiuto, anche se ne ha bisogno. In questi casi, un approccio graduale potrebbe essere efficace. Dal mio punto di vista, normalizzare la richiesta di aiuto potrebbe essere una via semplice per fare in modo che sia direttamente suo figlio a farne richiesta. Spiegare che tutti possono vivere momenti di difficoltà e tutti possono avere bisogno di un aiuto esterno per affrontare momenti difficili può essere funzionale, così come far comprendere che rivolgersi a una figura professionale come quella dello psicologo non significa essere sbagliati ne, tantomeno, "matti".
Se vuole, può contattarmi e fissare un colloquio. L'obiettivo non è forzare suo figlio ad intraprendere un percorso ma riuscire ad offrirgli uno spazio sicuro in cui sentirsi ascoltato e compreso.

Un cordiale saluto,
Dott.ssa Bergamini Laura
Psicologa clinica e forense
Psicodiagnosta
Dott.ssa Federica Abbandonato
Psicologo, Psicologo clinico
Potenza
Cara Barbara, grazie per aver condiviso con tanta sensibilità la situazione di tuo figlio. È un momento delicato per lui: il ritiro da scuola e dallo sport, insieme ai cambiamenti fisici e alle difficoltà con i coetanei, sono segnali di un disagio che merita ascolto.
È comprensibile che rifiuti l’idea di un aiuto, molti ragazzi alla sua età lo fanno per paura di sentirsi “diversi” o giudicati. In questi casi può essere utile iniziare con un primo colloquio con i genitori, per capire insieme come sostenerlo con gradualità e senza forzature.
Hai fatto un passo importante nel chiedere supporto.
Visto che il ragazzo ritiene di non aver bisogno di un sostegno, forse potrebbe intraprendere un percorso di orientamento scolastico per capire quale scuola frequentare e forse in un secondo momento si potrebbe iniziare un percorso di sostegno psicologico per il disagio che sta vivendo
Gentile Barbara, sono la Dott.ssa Manco Raffaella,
la ringrazio per aver condiviso con tanta cura e sensibilità la situazione di suo figlio. Capisco profondamente la sua preoccupazione: il momento che descrive è delicato e pieno di cambiamenti, sia fisici che emotivi, e spesso in adolescenza questi vissuti possono tradursi in ritiro, difficoltà scolastiche o perdita di interesse per attività che prima piacevano.
La bocciatura, il nuovo ambiente scolastico, le prese in giro e la percezione di “diversità” legata alla crescita possono aver inciso sul suo senso di autostima e appartenenza al gruppo dei pari. In questi casi è comprensibile che un ragazzo possa reagire chiudendosi o rifiutando contesti che gli generano disagio.
È importante che suo figlio senta che il suo malessere è accolto senza giudizio e che l’aiuto di un professionista non è un’imposizione, ma un’opportunità per trovare uno spazio tutto suo in cui capire meglio cosa sta vivendo. A volte può essere utile iniziare da un incontro con i genitori, per valutare insieme come avvicinare il ragazzo al percorso di supporto nel modo più rispettoso e graduale possibile.
Dott.ssa Erika Messinese
Psicologo clinico, Psicologo
Torino
Gentile signora,
dalle sue parole emerge tutta la sua preoccupazione e, al tempo stesso, l’affetto e la sensibilità con cui sta cercando di sostenere suo figlio. Quella che descrive è una fase molto delicata: l’adolescenza è già di per sé un periodo complesso, e nel caso di suo figlio si sommano più elementi che possono amplificare le fatiche. Tutti gli aspetti da lei descritti possono incidere profondamente sull’autostima e sulla percezione di sé, spingendo il ragazzo a chiudersi e a isolarsi come forma di protezione.
Il ritiro dalla scuola e dallo sport, così come il dire di “stare bene” quando in realtà si evitano situazioni di confronto, spesso non indicano disinteresse, ma una sofferenza che non si riesce ancora a esprimere.

In questi casi la cosa più importante è cercare di mantenere con lui un dialogo aperto e rassicurante, evitando di forzarlo o di farlo sentire sotto pressione. Può essere utile fargli capire che non è solo, che lei c’è, anche se in questo momento non se la sente di parlare. A volte basta questo per cominciare a bussare nel muro di chiusura che i ragazzi costruiscono quando si sentono in difficoltà.
Ha fatto bene a pensare di chiedere un aiuto professionale: un percorso psicologico, anche inizialmente attraverso un confronto tra lei e lo psicologo, potrebbe offrirle strumenti per capire come accompagnarlo con delicatezza, senza scontri né imposizioni. In alcuni casi è utile che il primo passo lo facciano i genitori, così da poter poi proporre l’incontro con un professionista al momento giusto, quando il ragazzo si sentirà più pronto. Se nella vostra zona è presente, può valutare di rivolgersi a uno sportello psicologico per adolescenti: è un contesto meno “medicalizzato” e più accogliente per un ragazzo che potrebbe temere giudizi. Non è mai troppo tardi per intervenire ed il fatto che lei si stia ponendo queste domande è già un segnale importante di attenzione e di cura.

Spero di aver dato qualche spunto utile, sono a disposizione per ulteriore ascolto e vi auguro di trovare il sentiero più percorribile per i vostri bisogni.
Un caro saluto,
Dott.ssa Erika Messinese
Dott.ssa Marta Avolio
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Buongiorno Barbara,
grazie per aver condiviso questa situazione così delicata. La sua preoccupazione è comprensibile; non è semplice vedere un figlio che si chiude, ritira e rinuncia.
Spesso in queste fasi i ragazzi fanno fatica ad accettare l’idea di chiedere aiuto e questo non significa che non ne abbiano bisogno: semplicemente, non hanno ancora gli strumenti per riconoscerlo e/o dirlo.
Ovviamente non può obbligare suo figlio a cominciare un percorso ma in questi casi può essere molto utile iniziare da un supporto genitoriale e familiare: lavorare insieme per capire come sostenerlo, come aiutarlo a ritrovare fiducia in sé, a rientrare gradualmente nei contesti sociali e a non sentirsi solo in questo momento di passaggio. A volte, quando vedono che i genitori vengono aiutati e capiti, anche loro si aprono più facilmente.
Se vorrà, possiamo approfondire insieme questo percorso: partendo da lei e da come accompagnarlo in modo rispettoso, fino a coinvolgerlo quando si sentirà più pronto.
Resto a disposizione.
Dott.ssa Virginia Banfi
Psicologo, Psicologo clinico
Gorla Maggiore
Buongiorno Barbara, capisco che come mamma sia preoccupata per suo figlio. In base a ciò che ha scritto, effettivamente, il ragazzo è a rischio di abbandono scolastico e ritiro da tutte le attività extrascolastiche. Il disagio è multifattoriale, il cambiamento corporeo non in linea con l'età anagrafica, un contesto scolastico non accogliente e/o emozioni che prendono in sopravvento. Mi permetto di suggerirle l'associazione Psicologo Fuori Studio che opera in diverse regioni e si occupa di ragazzi in ritiro sociale o scolastico. Questo intervento aiuta la famiglia perché è lo psicologo che va a domicilio e non il ragazzo in studio.
Spero di essere stata utile, per qualsiasi dubbio resto a disposizione.
Dott. Amedeo Fonte
Psicologo, Psicologo clinico
Pescara
Il cambiamento fisico, unito alle difficoltà scolastiche e alle prese in giro, può averlo portato a ritirarsi per proteggersi da un disagio che forse non sa ancora spiegare. Quando dice di stare bene, potrebbe in realtà voler dire che non riesce a trovare le parole per esprimere ciò che prova. In questi casi è importante che senta la sua presenza senza sentirsi spinto o forzato. Può essere utile proporgli l’idea di parlare con qualcuno esterno, non come obbligo ma come possibilità di trovare uno spazio dove possa esprimersi in modo libero e senza giudizio.
Ciao Barbara, la ringrazio per il racconto, è in una fase molto particolare della sua vita, molti avvenimento da lei raccontati hanno dimostrato che sta attraversando un disagio e in quanto tale va aiutato, comprendo la difficoltà e la preoccupazione che lei genitori stia vivendo, e soprattutto il rifiuto da parte di suo figlio. Sicuramente ha la necessità di un supporto ma forzarlo non lo aiuterebbe, potrebbe essere auspicabile provare insieme o iniziare un percorso con calma, potrebbe provare a proporgli un percorso di consulenza online per evitare di metterlo ancora più a disagio. Grazie
Dott. Pompilio Greco
Psicologo, Psicologo clinico
Veglie
Buon giorno signora Barbara, quella che ci espone qui è una situazione che colpisce, purtroppo, tanti genitori. Sono dei momenti di fragilità emotiva che attraversano tanti adolescenti, che colpiscono, ad esempio, l'autostima, che alimentano la vergogna o un senso di inadeguatezza e portano spesso ad una fase di chiusura in se stessi. Quindi , l'aiuto di uno psicologo in questo momento sarebbe molto indicato, magari, vista la sua ritrosia, proporgli una consulenza "online", come ha fatto lei. Un adolescente si sentirebbe più a proprio agio.
Dott. Pompilio Greco, psicologo
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno Barbara — grazie per aver scritto e per la cura che stai mettendo nel cercare aiuto per tuo figlio. Quello che descrivi è preoccupante ma non raro: la combinazione di bocciatura, ingresso in una scuola nuova, derisione da parte dei pari, sensazione di “essere differentе” per l’aspetto fisico e l’interruzione di attività che gli davano identità (il calcio) può facilmente tradursi in evitamento scolastico, isolamento e disagio emotivo.
Ecco un quadro sintetico di possibili aspetti in gioco (non una diagnosi, ma idee utili per orientarsi):


Evitamento scolastico / school refusal legato ad ansia sociale, timore della presa in giro, o bassa autostima;


Conseguenze del bullismo (umiliazione, ritiro sociale);


Ansia sociale o depressiva che può manifestarsi con “stare bene” a parole ma ritiro comportamentale;


Difficoltà legate alla differenza nello sviluppo fisico (sensazione di essere più piccoli) che può alimentare imbarazzo e isolamento;


Possibile affaticamento motivazionale dopo esperienze scolastiche negative.


Cosa puoi provare da subito (strategie pratiche, semplici e non conflittuali):


Parlare senza giudizio: scegli momenti neutri (in auto, a tavola) e usa frasi aperte tipo “Mi interessa capire come vivi la scuola” più che “Devi tornare a scuola”.


Piccoli obiettivi concreti: proporre un rientro breve (es. entrare 10–20 minuti) o partecipare a una singola attività, evitando imposizioni che aumentano la chiusura.


Reintrodurre lo sport gradualmente: proporre l’allenamento come zona protetta, senza fare pressioni sul rendimento.


Coinvolgere la scuola in modo costruttivo: parlane con un referente (preside, counselor, insegnanti) per segnalare episodi di prese in giro e chiedere soluzioni pratiche (tutor, sorveglianza, mediazione).


Monitorare segni importanti: sonno, appetito, calo scolastico ulteriore, pensieri di autolesionismo — se presenti contattare subito un professionista o il servizio di emergenza.


Parlare con il pediatra che segue la terapia ormonale: chiarire eventuali effetti collaterali o impatti psicologici e chiedere supporto nel coinvolgerlo.


Se tuo figlio rifiuta il percorso, è comunque molto utile prendere un consulto tu come genitore (da solo o con il ragazzo quando è disponibile): spesso lavorare sulle dinamiche familiari, ricevere strategie comunicative e avere un piano d’azione concreto aiuta a sbloccare la situazione. La terapia per adolescenti può essere individuale o affiancata da un percorso familiare; in molti casi l’approccio breve e concreto (psicoterapia cognitivo-comportamentale, interventi per l’ansia sociale, lavoro sulla resilienza e autostima) dà buoni risultati.
Segnalo infine alcuni segnali di allarme: se dovesse parlare di voler farsi del male, isolarsi totalmente, o mostrare cambiamenti gravi nel sonno/alimentazione, contatta subito i servizi sanitari o un pronto soccorso.
È comunque consigliabile approfondire la situazione con uno specialista per una valutazione mirata e un piano terapeutico personalizzato.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Quello che Lei descrive è un momento molto delicato nella crescita di un ragazzo, in cui diversi fattori — la delusione scolastica, le difficoltà relazionali, la sospensione delle attività sportive e i cambiamenti fisici dovuti alla cura ormonale — si intrecciano, generando un profondo senso di inadeguatezza e chiusura.

A quindici anni l’identità è in costruzione: il corpo cambia, il confronto con i coetanei diventa più intenso e qualsiasi diversità, anche minima, può trasformarsi in motivo di vergogna o ritiro. Le prese in giro che racconta, unite al senso di “non riuscire”, possono aver minato la sua autostima, portandolo a reagire con evitamento — cioè con il bisogno di sottrarsi a tutto ciò che fa sentire vulnerabile.

È comprensibile che oggi rifiuti l’aiuto: per un adolescente, ammettere di avere bisogno di supporto può sembrare una sconfitta. Tuttavia, il Suo sguardo attento di genitore è prezioso, perché coglie il rischio dell’isolamento prima che diventi più profondo.

In questi casi, è utile iniziare con un primo colloquio genitoriale, per comprendere meglio la situazione, individuare l’approccio più adatto e costruire insieme un percorso che permetta al ragazzo di sentirsi accolto e non forzato.

Se desidera, possiamo fissare un incontro — in studio o online — per valutare come sostenerlo nel modo più rispettoso e costruttivo, aiutandolo a ritrovare fiducia e motivazione nel suo percorso di crescita.
Cara utente,
posso consigliarle di sentire uno psicoterapeuta sistemico famigliare, poichè potrebbe aiutare sia suo figlio e al tempo stesso promuovere l'intera sua famiglia come supporto attivo e partecipe del ragazzo così che ci possa essere un lavoro di squadra e un reale miglioramento.
Se interessata dunque, provi a cercare su internet quello più vicino a lei e lo contatti telefonicamente per spiegargli la situazione.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Dott.ssa Alessandra Guidali
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Genova
Buongiorno, l'aiuto psicologico ha esiti positivi se c'è la volontà di chiederla e di seguirla.
Anche l'aiuto dato ai familiari potrebbe aiutarlo indirettamente.
Resto a disposizione e saluto cordialmente
Gentile mamma, Suo figlio si trova certamente in un momento molto delicato, su più livelli: la crescita personale sarebbe già di per sé una sfida imponente e a essa si aggiungono due elementi, ossia l'elaborazione di ciò che può essere stato vissuto come una sconfitta (il primo anno alle scuole superiori) e la difficoltà di integrarsi nel nuovo contesto scolastico. Se a ciò aggiunge, come segnala, che la materia di studio non lo interessa particolarmente, ecco che la quotidianità rischia di diventare difficile da tollerare. Certamente un supporto psicologico potrebbe aiutare il ragazzo a costruirsi un percorso interiore per affrontare il momento che sta vivendo. Sulla ritrosia ad intraprendere tale percorso, può lavorare Lei stessa in due modi: spiegando amorevolmente a Suo figlio quali segnali negano la sua affermazione di stare bene (non volere uscire ed andare a scuola, non provare interesse verso il nuovo studio, abbandonare le attività sportive e altro che potrà individuare) e coinvolgendosi in prima persona, dicendo che lei stessa sente la necessità di chiedere un aiuto per farlo stare meglio ma che non può farlo da sola ed è necessario che Suo figlio partecipi. Vi auguro il meglio e resto a disposizione.
Dott.ssa Silvia Ferraro
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Gentile Barbara,
quello che descrive è un momento molto delicato per suo figlio: il cambiamento fisico, la nuova scuola e le difficoltà a relazionarsi possono facilmente generare insicurezza e chiusura. È comprensibile che oggi rifiuti l’aiuto, ma, come lei ha profondamente colto, questo non significa che non ne abbia bisogno.
Può essere utile per lei confrontarsi con un professionista per capire intanto come avvicinare suo figlio nel modo più efficace e rispettoso.
Un caro saluto,
Dott.ssa Silvia Ferraro
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno Barbara, capisco bene la sua preoccupazione, e le sue parole trasmettono tutto l’affetto e la fatica che prova nel vedere suo figlio chiudersi e allontanarsi da ciò che un tempo faceva parte della sua quotidianità. È sempre difficile per un genitore assistere a un momento di crisi del proprio figlio, soprattutto quando sembra respingere ogni tentativo di aiuto. Da ciò che racconta emerge un ragazzo che si trova a dover gestire diversi cambiamenti insieme: la crescita, l’immagine di sé, il giudizio degli altri e le prime esperienze di insicurezza sociale. Tutti elementi che, per un adolescente, possono essere molto pesanti da sostenere, anche se spesso cercano di mascherarli con atteggiamenti di chiusura o con frasi come “sto bene” o “non ho bisogno di nessuno”. Il fatto che sia stato bocciato, abbia cambiato scuola e si trovi in un contesto dove non si sente accettato, può aver minato la sua fiducia in sé stesso. A quell’età, sentirsi esclusi o diversi dagli altri può ferire profondamente, e spesso la strategia più immediata che i ragazzi mettono in atto è quella di ritirarsi, di “non partecipare più”, come forma di protezione dal dolore. Anche l’interruzione dello sport, che per anni è stata una costante nella sua vita, può essere il segnale di una perdita di motivazione e di fiducia nelle proprie capacità. Comprendo quanto possa essere frustrante cercare di parlargli e trovare un muro davanti. In realtà, dietro a quella resistenza c’è spesso paura. Ammettere di stare male, per un adolescente, significa riconoscere una fragilità che lui stesso forse non capisce fino in fondo. Per questo, forzare troppo il discorso sull’aiuto psicologico rischierebbe di aumentare la sua opposizione. A volte è più utile un approccio indiretto, che passa dal farlo sentire accolto e non giudicato. Continuare a mostrargli che lei è presente, che capisce la sua fatica e che crede in lui, anche quando lui si chiude, può pian piano riaprire un varco di fiducia. Potrebbe provare a coinvolgerlo in attività neutre, senza caricarle di aspettative o richieste di spiegazioni. Una passeggiata, un pranzo insieme, un piccolo progetto pratico in casa, qualsiasi momento che gli permetta di sentirsi vicino a lei senza sentirsi sotto pressione. Spesso questi momenti diventano spazi in cui, lentamente, i ragazzi si lasciano andare e trovano le parole per raccontare cosa provano. Quando sentirà che si è creato un piccolo spiraglio, potrà proporgli di parlare con qualcuno non come un’imposizione, ma come una possibilità per stare meglio, per alleggerirsi, per trovare un modo diverso di affrontare le cose. Anche solo presentare la figura di uno psicologo come un “alleato” e non come qualcuno che “cura un problema” può fare una grande differenza nel modo in cui lui percepisce l’idea di chiedere aiuto. Lei sta già facendo molto, Barbara. Il suo sguardo attento e la sensibilità con cui descrive la situazione mostrano un grande desiderio di comprendere suo figlio e di accompagnarlo nel modo giusto. È una base preziosa da cui partire, anche se ora può sembrare tutto fermo. La crescita è spesso un percorso confuso, fatto di chiusure e aperture improvvise, e la sua presenza costante può diventare per lui un punto di riferimento fondamentale, anche se per ora non lo dà a vedere. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,
per poter meglio inquadrare la situazione potreste contattare uno specialista e fare degli incontri familiari. Il suo malessere potrebbe essere qualcosa di più profondo.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Valeria Randisi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Casalecchio di Reno
Buonasera, ricerchi uno psicoterapeuta che si occupi di adolescenti e dopo il colloquio conoscitivo con voi genitori, sarà lui stesso a darvi indicazioni su come coinvolgere suo figlio. Condivido l'idea che abbia davvero necessità di un supporto. Oltre agli eventi che ha descritto, è un'età delicata.
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi

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