Domande del paziente (2565)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Ciao, grazie per aver condiviso una storia così intensa e personale. Da quello che racconti, emerge un percorso emotivo complesso, in cui si intrecciano diversi fattori importanti: il trasferimento... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrivi è più comune di quanto pensi, soprattutto in periodi di forte stress, e non indica automaticamente un problema “grave” o un calo di attrazione verso la tua partner.

    Ci sono diversi... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,
    quello che descrive può essere una reazione comprensibile dopo un periodo di forte ansia e cambiamenti corporei legati all’inserimento della spirale medicata. Anche se ora le giornate scorrono... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Ciao, grazie per aver condiviso la tua situazione in maniera così dettagliata.

    Da quanto racconti, la relazione con questo ragazzo è complessa e ambivalente: da un lato c’è vicinanza fisica e affettiva... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,

    da quanto racconta, sta vivendo un momento di grande stress emotivo e una forte reazione alla fine di questa frequentazione. È del tutto normale provare un vuoto intenso e sentimenti di... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Da quanto racconti, sembra che tuo marito stia attraversando un momento di forte difficoltà emotiva o relazionale che gli impedisce di comunicare apertamente e di affrontare la situazione. I “blocchi”... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,

    quello che descrive è una situazione abbastanza comune: ogni bambino ha il proprio modo e il proprio ritmo nell’esprimere affetto. Alcuni bambini, come suo figlio, non sono naturalmente... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrivi è più comune di quanto si possa pensare e merita di essere letto con calma, senza trarre conclusioni affrettate su di te o sulla tua sessualità.

    Parto dall’episodio... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    da quanto descrive, i pensieri che sta vivendo rientrano nel quadro dei sintomi ossessivi e ansiosi, tipici del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Spesso chi ha DOC può avere timori intrusivi... Altro


    Salve a tutti, sono una studentessa universitaria che ora più che mai sta avendo a che fare con pensieri che definirei "ossessivi" per quanto riguarda le relazioni sociali (amicizie, conoscenze, ecc.): dopo ogni interazione non sentita al 100% riuscita, riavvolgo continuamente nella mia testa ogni piccolo dettaglio della situazione per capire cosa avrei potuto sbagliare, cercando continue rassicurazioni, e spendendoci la notte in pianti. Oltre a questo, sospetto da sempre di essere neurodivergente/essere nello spettro autistico.
    Mi sto chiedendo quindi se non sia necessario partire da una valutazione psicodiagnostica per l'autismo/AuDHD. Ho il forte sospetto che i miei pensieri ossessivi siano il risultato di un sovraccarico cognitivo dovuto al masking e alla mancanza di strumenti adatti al mio funzionamento reale. Temo che un percorso generico, non formato sulla neurodivergenza, possa rivelarsi inefficace o invalidante, come già accaduto in passato. Dunque, quale percorso pensate sia meglio affrontare per prima (a fronte dei soldi)? Un percorso "generico" per risolvere inanzitutto i miei pensieri ossessivi, o un percorso psicodiagnostico (forse un po' più lungo?) per partire dalla radice?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile utente,
    quello che descrive è molto comprensibile e, soprattutto, non è raro: il rimuginio continuo sulle interazioni sociali, il bisogno di rassicurazione e il forte impatto emotivo (come il pianto e la difficoltà a dormire) sono segnali di una sofferenza reale che merita attenzione.

    I “pensieri ossessivi” di cui parla sembrano avere una componente di rimuginio post-evento sociale, tipico di chi vive una forte sensibilità al giudizio e un elevato livello di autocritica. Questo meccanismo porta la mente a “riavvolgere” continuamente le situazioni nel tentativo di controllarle o correggerle, ma finisce per amplificare ansia e senso di inadeguatezza.

    Rispetto al dubbio sulla possibile neurodivergenza (spettro autistico o AuDHD), è importante prendere sul serio la sua intuizione, soprattutto se sente che alcuni aspetti (come il masking, il sovraccarico cognitivo o la fatica nelle interazioni sociali) la rappresentano da tempo. Tuttavia, è altrettanto importante non attribuire automaticamente tutto a una possibile diagnosi senza una valutazione accurata.

    Venendo alla sua domanda: da dove iniziare?

    Non esiste una risposta unica valida per tutti, ma nel suo caso può essere utile considerare questo:

    Se il disagio attuale (pensieri intrusivi, pianto, insonnia) è molto intenso e impattante, iniziare un percorso psicologico mirato alla gestione dell’ansia e dei pensieri ossessivi può darle strumenti concreti già nel breve termine.
    Parallelamente, o dopo una prima fase di stabilizzazione, può essere assolutamente sensato intraprendere una valutazione psicodiagnostica per la neurodivergenza, soprattutto se sente che questo aspetto è centrale nella comprensione di sé.

    Queste due strade non si escludono: anzi, spesso è proprio all’interno di un percorso terapeutico che emerge con maggiore chiarezza l’indicazione (o meno) per una valutazione diagnostica.

    Ha però colto un punto fondamentale: non tutti i percorsi sono uguali. È importante che il professionista abbia una sensibilità e, possibilmente, una formazione anche sul tema della neurodivergenza, per evitare vissuti di invalidazione come quelli che ha già sperimentato.

    In sintesi: partire dal suo benessere attuale (riducendo la sofferenza più urgente) e, allo stesso tempo, mantenere aperta la possibilità di approfondire il suo funzionamento attraverso una valutazione mirata è spesso la scelta più equilibrata.

    Le consiglierei quindi di rivolgersi a uno specialista con cui poter valutare insieme il percorso più adatto alla sua situazione specifica.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile Federica,
    la sua è una domanda molto attuale e tutt’altro che insolita: intercetta un fenomeno culturale e psicologico in forte crescita.

    Il successo dei programmi di cronaca nera e true crime... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve, i loop mentali, o pensieri ripetitivi, sono esperienze abbastanza comuni e possono comparire anche in persone che svolgono normalmente le proprie attività quotidiane senza sentirsi disturbate.... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,

    da quanto descrive, il suo comportamento successivo all’incidente è corretto: ha riconosciuto l’errore, si è scusato immediatamente e sta rispettando i confini dell’altra persona. È normale... Altro


    Salve dottori, vorrei esporvi una situazione e cercare da voi un consiglio e rassicurazione o comprensione..sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da poco diciamo qualche mese con una persona molto più grande di 20 anni, abbiamo avuto molti momenti in cui non ci trovavamo bene insieme, ma continuavamo a stare perché ci volevamo e ci tenevamo l'uno all'altro, per me molto difficile lasciarlo andare, e anche per lui, ci siamo continuati a vedere ogni tanto, e delle volte facevamo anche qualcosa, però da poco dopo che ci siamo lasciati io avveo sentito un amico con cui mi frequentavo prima di lui, mi ha sempre capita e ascoltata, sempre capito i mie stati d'animo con il mio fidanzato, o comunque c'è sempre stato anche per stare vicino e darmi consigli, lui è a distanza infatti avevamo deciso di rivederci perché io volevo rivederlo anche per parlare, stare insieme o comunque fare cose di quotidianità insieme per cui prima non avevamo avuto l'occasione, vedere la città ecc. Il punto è che io sono frenata, lui prova a baciarmi, abbracciarmi ecc, ma io non riesco, mi sento in colpa e ogni volta che cerca di, io vedo il mio ex, le cose che mi ha detto quando gli ho raccontato che mi sarei dovuta vedere con lui in amicizia perché cosi era..mi ha detto che non voleva sapere nulla di cosa sarebbe successo e se succedeva qualcosa allora lo avrei perso, che non ho avuto rispetto nei suoi confronti ecc..purtroppo ci rimango male e mi faccio molto condizionare dalle cose che le persone mi dicono..e non so perché ho questo sentimento nei suoi confronti, la paura che lui possa lasciarmi o io possa perderlo definitivamente..è come se fossi dipendente da lui? ci sto male perché non riuscirò mai a vivermi nulla, neanche questo amico che sta per un paio di giorni, perché vorrei anche solo baciarlo ma so che poi avrei il senso di colpa..ho paura di tutto, non so cosa fare e perché ho questo attaccamento al mio ex fidanzato cosi tanto..come faccio a distaccarmi, non so che fare

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile utente,

    da ciò che racconta emerge una situazione emotivamente molto intensa e, soprattutto, comprensibilmente confusa. Quando una relazione finisce, soprattutto se è stata significativa e altalenante come la sua, è normale che il legame non si interrompa “di colpo”. Una parte di lei è ancora coinvolta, affezionata e forse anche abituata a quella persona e a ciò che rappresentava.

    Quello che descrive – il senso di colpa, la difficoltà a lasciarsi andare con un’altra persona, la paura di “perdere” il suo ex – non è insolito. Non significa necessariamente che lei voglia tornare con lui, ma che il legame emotivo non è ancora stato elaborato del tutto.

    Un punto importante da considerare è questo: il suo ex, dicendole che se fosse successo qualcosa con un altro lo avrebbe “perso” e che non avrebbe avuto rispetto, sta in qualche modo esercitando ancora un’influenza su di lei. Tuttavia, essendo la relazione terminata, lei ha il diritto di vivere nuove esperienze senza sentirsi in colpa. Il senso di colpa che prova sembra più legato alla paura di perderlo definitivamente che a un reale “errore” nei suoi comportamenti.

    La sensazione che descrive, simile a una dipendenza, può essere collegata a un attaccamento emotivo forte, in cui l’altra persona diventa un punto di riferimento importante per la propria sicurezza affettiva. In questi casi, il distacco può risultare molto difficile perché non si perde solo la persona, ma anche un equilibrio emotivo costruito nel tempo.

    Per iniziare a distaccarsi, può esserle utile:

    accettare che il legame c’è ancora e che serve tempo per elaborarlo
    mettere dei confini più chiari con il suo ex (anche riducendo o interrompendo i contatti, se possibile)
    ascoltare i suoi bisogni, senza forzarsi a vivere qualcosa per cui non si sente pronta
    distinguere tra ciò che desidera davvero lei e ciò che teme (perdita, giudizio, senso di colpa)

    Riguardo al suo amico, il fatto che lei non riesca a lasciarsi andare non è un “blocco sbagliato”, ma un segnale: probabilmente ha bisogno di più tempo per chiudere davvero il capitolo precedente prima di aprirne un altro.

    In sintesi, non c’è nulla di “strano” in ciò che prova: è una fase di transizione, in cui emozioni diverse convivono. Tuttavia, se questa situazione le provoca sofferenza e la fa sentire bloccata, può essere molto utile approfondire questi vissuti con un professionista, per comprendere meglio il suo modo di legarsi e trovare strategie più funzionali per il distacco.

    Un caro saluto

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno Gent.mi Dottori,
    vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti..
    una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole)
    .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    la situazione che descrive è comprensibilmente faticosa dal punto di vista emotivo. Non è tanto il comportamento del suo ex in sé a generare il disagio, quanto ciò che quel comportamento attiva dentro di lei: agitazione, tensione, senso di inadeguatezza e il timore di “sbagliare”.

    Partiamo da un punto importante: il comportamento del suo ex (evitante, freddo, a tratti immaturo) può avere molte spiegazioni – imbarazzo, difficoltà a gestire il passato, bisogno di distanza, oppure modalità poco mature di affrontare la situazione. Tuttavia, cercare di comprenderne il motivo rischia di tenerla agganciata a lui e di farle perdere di vista ciò che conta davvero: il suo benessere.

    Quello che emerge con più forza è la sua reazione interna:

    l’ansia anticipatoria quando pensa di incontrarlo
    la difficoltà a comportarsi in modo spontaneo
    la sensazione di essere sempre “impreparata”
    il bisogno di fare la cosa “giusta”

    Queste reazioni sono molto comuni quando una relazione significativa non è stata completamente elaborata a livello emotivo, anche se razionalmente lei sa che non c’è futuro.

    Non esiste un “modo perfetto” di comportarsi con lui. Può però essere utile darsi alcune linee guida semplici e realistiche:

    mantenere un comportamento educato ma neutro (un cenno di saluto, se se la sente, senza forzarsi)
    non adattare le sue azioni in funzione di lui
    accettare che un minimo di imbarazzo è normale e non significa che sta sbagliando qualcosa

    Nel suo esempio del corridoio: non ha sbagliato. Ha fatto ciò che in quel momento si è sentita di fare. Col senno di poi è facile pensare “avrei dovuto…”, ma in realtà quella è una forma di autocritica che alimenta l’ansia.

    Il punto centrale diventa quindi lavorare su:

    la gestione dell’ansia nei momenti di incontro
    la sicurezza personale nelle interazioni
    l’elaborazione emotiva della relazione passata

    Il fatto che dopo averlo visto lei provi tremore e bisogno di sedersi indica che il suo corpo sta reagendo in modo intenso, come se fosse ancora coinvolta a livello profondo. Questo merita attenzione e cura.

    Dal suo racconto emerge anche una certa rigidità verso sé stessa (“mi sembra di sbagliare sempre”): provi invece a spostare lo sguardo dalla performance (“come devo comportarmi?”) all’ascolto (“cosa sento e di cosa ho bisogno in quel momento?”).

    In sintesi: non è lei a essere “sbagliata” o incapace, ma è una situazione emotivamente attivante che tocca aspetti più profondi della sua storia e del suo modo di relazionarsi.

    Proprio per questo, potrebbe essere molto utile approfondire questi vissuti con un professionista, per aiutarla a gestire meglio l’ansia e sentirsi più sicura nelle relazioni.

    Un caro saluto e auguri di Buona Pasqua.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Domande su colloquio psicologico

    Salve io sono un uomo di 42 anni 2 mesi fa ho fatto venire qui da me una ragazza ucraina e sua figlia.
    Adesso ho un serio problema lei è diventata sempre più arrabbiata con me perché dice che io sono un leone nei suoi confronti e non si fida di nessuno neanche dei medici qui nella mia città Alessandria.
    In questo momento stiamo affrontando una settimana difficile perché abbiamo scoperto che lei è incinta e ha voluto interrompere la gravidanza ieri ha preso la prima pillola ed oggi ha avuto un attacco di rabbia nei miei confronti dicendomi che sono uno stupido un leone che con me nessuno sarà mai felice....io non le ho mai fatto mancare niente ma è da molti giorni che non parliamo più stiamo in silenzio tutto il giorno gli unici momenti che parliamo è quando lei ha questi attacchi di rabbia ...ieri si è arrabbiata perché le ho chiesto come si sentiva fisicamente dopo aver preso la prima pastiglia...
    Vi prego aiutatemi a capire come comportarmi e come aiutarla

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    la situazione che descrive è molto delicata e comprensibilmente faticosa per entrambi.

    Ci sono diversi elementi importanti da considerare:

    1. Il contesto emotivo della sua compagna
    La donna che ha accolto sta probabilmente vivendo una condizione di forte stress: cambio di Paese, possibile vissuto migratorio difficile, lontananza dalle sue certezze e dalle persone di fiducia. Questo può generare diffidenza, irritabilità e difficoltà a fidarsi, soprattutto anche verso figure come i medici.

    2. La gravidanza e l’interruzione
    La decisione di interrompere una gravidanza è spesso accompagnata da un carico emotivo molto intenso: confusione, rabbia, paura, senso di solitudine o ambivalenza.
    Inoltre, la terapia farmacologica può comportare variazioni ormonali che incidono sull’umore, aumentando irritabilità e reattività.

    3. Gli attacchi di rabbia
    Le sue reazioni (accuse, scatti di rabbia, silenzi prolungati) non sono necessariamente “contro di lei” come persona, ma possono essere l’espressione di un disagio interno che lei non riesce a gestire o comunicare diversamente.
    Quando una persona si sente vulnerabile o non al sicuro, può reagire attaccando o chiudendosi.

    Come può comportarsi concretamente
    Eviti il confronto diretto nei momenti di rabbia
    In quei momenti è difficile costruire dialogo. Meglio mantenere calma e non rispondere alle provocazioni.
    Usi una comunicazione semplice e non invasiva
    Ad esempio: “Se hai bisogno, io ci sono”, senza incalzarla con domande quando non è disponibile.
    Non prenda sul personale le sue parole
    Anche se feriscono, è importante leggerle come espressione del suo stato emotivo, non come una valutazione oggettiva su di lei.
    Offra presenza, non soluzioni
    In questa fase può essere più utile sentirsi accolta che “aiutata attivamente”.
    Si dia dei limiti
    Comprendere non significa accettare tutto: se gli attacchi diventano eccessivi o aggressivi, è giusto anche tutelarsi.
    Un punto molto importante

    Il fatto che lei non si fidi di nessuno, nemmeno dei medici, è un segnale da non sottovalutare: potrebbe esserci una sofferenza più profonda (ansia, trauma, difficoltà di adattamento).

    In sintesi

    Lei sta cercando di fare la cosa giusta, ma questa è una situazione che non può gestire da solo. È fondamentale che la sua compagna possa avere un supporto adeguato e che anche lei abbia uno spazio per capire come muoversi senza sentirsi impotente.

    È quindi fortemente consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, anche per valutare insieme come coinvolgere la sua compagna nel modo più rispettoso possibile.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Domande su colloquio psicologico

    Salve io sono un uomo di 42 anni 2 mesi fa ho fatto venire qui da me una ragazza ucraina e sua figlia.
    Adesso ho un serio problema lei è diventata sempre più arrabbiata con me perché dice che io sono un leone nei suoi confronti e non si fida di nessuno neanche dei medici qui nella mia città Alessandria.
    In questo momento stiamo affrontando una settimana difficile perché abbiamo scoperto che lei è incinta e ha voluto interrompere la gravidanza ieri ha preso la prima pillola ed oggi ha avuto un attacco di rabbia nei miei confronti dicendomi che sono uno stupido un leone che con me nessuno sarà mai felice....io non le ho mai fatto mancare niente ma è da molti giorni che non parliamo più stiamo in silenzio tutto il giorno gli unici momenti che parliamo è quando lei ha questi attacchi di rabbia ...ieri si è arrabbiata perché le ho chiesto come si sentiva fisicamente dopo aver preso la prima pastiglia...
    Vi prego aiutatemi a capire come comportarmi e come aiutarla

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive è una situazione complessa e molto delicata, in cui si intrecciano diversi fattori emotivi, relazionali e anche legati allo stress del momento.

    Da quello che racconta, la sua compagna sta attraversando un periodo di forte vulnerabilità psicologica. Ci sono alcuni elementi importanti da considerare:

    Il cambiamento di vita recente: trasferirsi in un altro Paese, con una figlia, significa lasciare punti di riferimento, affetti, lingua e sicurezza. Questo può generare ansia, diffidenza e senso di perdita di controllo.
    La gravidanza e l’interruzione: sono eventi molto intensi dal punto di vista emotivo e fisico. Anche quando la scelta è consapevole, possono emergere rabbia, tristezza, senso di colpa o confusione. Inoltre, i farmaci utilizzati possono accentuare temporaneamente l’instabilità emotiva.
    La sfiducia verso gli altri: il fatto che dica di non fidarsi di nessuno (nemmeno dei medici) può indicare un vissuto di insicurezza profonda o esperienze pregresse difficili.

    La rabbia che lei esprime nei suoi confronti, quindi, potrebbe non essere realmente “contro di lei”, ma piuttosto un modo (seppur faticoso) di esprimere un forte disagio interno.

    Come può comportarsi lei

    In una situazione così delicata, il suo atteggiamento può fare la differenza:

    Eviti di reagire agli attacchi di rabbia sullo stesso piano: rispondere con calma, senza difendersi o contrattaccare, aiuta a non alimentare il conflitto.
    Non prenda sul personale le offese, per quanto sia difficile: in questo momento sono probabilmente espressione del suo dolore.
    Mantenga una presenza stabile e rassicurante: anche il silenzio può essere carico di tensione, ma una presenza calma e non invadente può trasmettere sicurezza.
    Faccia domande con delicatezza, senza insistere: ad esempio “Se vuoi parlare, io ci sono”, lasciando a lei la scelta.
    Riconosca le sue emozioni, senza cercare subito di risolverle: frasi come “Capisco che sei molto arrabbiata/stanca” possono aiutare più di consigli pratici.
    Un aspetto importante

    Il fatto che lei percepisca questa escalation di rabbia e distanza è un segnale da non sottovalutare. Da solo, per quanto animato da buone intenzioni, potrebbe fare fatica a gestire una situazione così carica emotivamente.

    Sarebbe molto utile che la sua compagna potesse avere un supporto psicologico, soprattutto in questo momento. Tuttavia, vista la sua diffidenza, potrebbe essere necessario un approccio graduale. Anche per lei potrebbe essere utile confrontarsi con un professionista per capire come muoversi al meglio.

    In conclusione, ciò che sta vivendo la sua compagna sembra legato a un insieme di fattori di stress e sofferenza, e la sua reazione, pur difficile, ha un senso nel contesto. Lei può aiutarla mantenendo calma, ascolto e presenza, ma è importante non affrontare tutto questo da soli.

    È consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, per avere un supporto adeguato sia per lei che per la sua compagna.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    la situazione che descrive è comprensibilmente molto dolorosa: trovarsi ogni giorno nello stesso ambiente di lavoro con una persona che si ama ancora, e sentirsi ignorati o “invisibili”, può generare tristezza, frustrazione e anche un senso di rifiuto profondo.

    È importante però partire da un punto realistico: il comportamento del suo ex, per quanto possa sembrare eccessivo o incomprensibile, rappresenta probabilmente una sua modalità di gestione della separazione. Alcune persone, soprattutto se orgogliose o emotivamente in difficoltà, scelgono l’evitamento totale per proteggersi, per non riattivare emozioni o per mantenere una distanza netta. Questo non significa che lei faccia paura o che abbia fatto qualcosa di sbagliato, ma che lui sta utilizzando una strategia (seppur poco empatica) per regolare il proprio mondo interno.

    Capisco il suo desiderio di recuperare almeno un rapporto cordiale, soprattutto per il contesto lavorativo. Tuttavia, perché questo sia possibile, è necessario che ci sia una disponibilità minima da entrambe le parti. Se al momento lui non mostra apertura, forzare un riavvicinamento rischierebbe di aumentare il suo disagio e, purtroppo, anche la sua sofferenza.

    Quello su cui può lavorare lei, invece, è:

    Proteggere il suo benessere emotivo, cercando di non interpretare il suo comportamento come un giudizio sul suo valore personale.
    Mantenere una posizione dignitosa e professionale, ad esempio limitandosi a un saluto educato quando possibile, senza aspettative di risposta.
    Accettare gradualmente la distanza, anche se fa male: è un passaggio fondamentale per poter elaborare la fine della relazione.
    Riconoscere e accogliere i suoi sentimenti, perché il fatto che sia ancora innamorata rende tutto più intenso e difficile.

    Il dolore che prova è legittimo, ma merita anche di essere accompagnato e compreso, soprattutto perché la situazione lavorativa la espone continuamente a questa ferita.

    Per questo motivo, le consiglierei di approfondire questi vissuti con uno specialista, che possa aiutarla a elaborare la separazione, gestire le emozioni e trovare strategie più funzionali per affrontare la quotidianità.

    Un caro saluto e un augurio di serenità.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    la situazione che descrive è comprensibilmente molto dolorosa, soprattutto perché unisce due elementi difficili da gestire: la fine di una relazione significativa e la necessità di condividere lo stesso ambiente lavorativo.

    Il comportamento del suo ex partner, per quanto ferente, può essere letto come una modalità di gestione della distanza emotiva. Alcune persone, soprattutto se provano disagio, senso di colpa o difficoltà a confrontarsi con le emozioni (proprie o altrui), tendono ad adottare strategie di evitamento marcato, fino ad apparire freddi o indifferenti. Questo non giustifica il suo atteggiamento, ma può aiutare a non interpretarlo come un giudizio sul suo valore personale.

    Nel suo caso, però, emerge anche un aspetto importante: lei riferisce di essere ancora innamorata. Questo rende ogni tentativo di “normalizzazione” del rapporto molto più complesso, perché il desiderio di un contatto, anche minimo, rischia di riattivare continuamente la sofferenza.

    Per provare a ristabilire una convivenza lavorativa almeno civile, può essere utile:

    Ridimensionare le aspettative: puntare inizialmente non a un rapporto cordiale, ma a una semplice coesistenza rispettosa, anche senza interazioni dirette.
    Mantenere un comportamento professionale e coerente: un saluto semplice e neutro (anche se non ricambiato) può essere un primo passo, ma senza insistere o aspettarsi una risposta.
    Proteggere se stessa emotivamente: evitare di interpretare ogni suo comportamento in modo personale o estremo (“mi calpesterebbe”), perché questi pensieri, comprensibili nel dolore, rischiano di amplificarlo.
    Lavorare sull’accettazione della distanza: al momento, lui sembra non essere disponibile a un contatto, e forzare una vicinanza potrebbe aumentare il disagio di entrambi.

    È importante anche prendersi cura del suo vissuto emotivo: il fatto che questa situazione la faccia stare così male e la porti a piangere indica che la ferita è ancora aperta e merita attenzione. Più che concentrarsi su come cambiare lui, può essere utile concentrarsi su come aiutare se stessa a elaborare la separazione e a ritrovare un equilibrio.

    Per questo motivo, le consiglierei di approfondire questi aspetti con uno specialista, che possa aiutarla a gestire le emozioni legate alla relazione e a costruire strategie più efficaci per affrontare la situazione lavorativa.

    Un caro saluto.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera,
    Sto passando un periodo di stress che sfogo in ansia/attacchi di panico. Ho due bimbi di 10 mesi e due anni. Sono anche anemica (ripeterò a breve analisi compreso tsh) . Soffro da sempre di reflusso e cardias incontinente. Ho spesso fastidi allo stomaco e al petto/ dietro la schiena alta e sono spesso stanca.. il che ovviamente mi fa andare in panico e così il cerchio continua. È un cane che si morde la coda che non so come risolvere. (Oggi ho iniziato terapia per reflusso e ferro) . A gennaio ho fatto visita cardiologica+ecg risultati nella norma, il mio medico di base mi ha visitato due giorni fa e cuore e torace risultano nella norma. Ho sempre paura che sia il cuore e mi faccio venire l'ansia da sola... mi date un parere? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    quello che descrive è un quadro piuttosto frequente in cui fattori fisici e psicologici si intrecciano e si alimentano a vicenda, creando proprio quel “circolo vizioso” che lei stessa ha ben individuato.

    Da una parte ci sono condizioni organiche reali – anemia, reflusso, stanchezza, possibili variazioni ormonali (motivo per cui è corretto controllare anche il TSH) – che possono provocare sintomi fisici come affaticamento, senso di oppressione al petto, fastidi allo stomaco o alla schiena. Questi sintomi, soprattutto quando coinvolgono il torace, vengono facilmente interpretati come segnali di qualcosa di grave, come un problema cardiaco.

    Dall’altra parte interviene l’ansia, che amplifica la percezione corporea: il cuore può accelerare, il respiro diventare più corto, si può avvertire senso di costrizione o dolore toracico. Questo porta a pensare “è il cuore”, attivando paura e panico, che a loro volta intensificano i sintomi fisici. È così che il circolo si autoalimenta.

    Un elemento importante nel suo caso è che ha già effettuato controlli cardiologici con esito nella norma e anche il medico di base non ha rilevato problematiche: questo è un dato rassicurante e va tenuto come punto fermo quando l’ansia tende a prendere il sopravvento.

    Inoltre, non va sottovalutato il momento di vita che sta attraversando: due bambini molto piccoli richiedono energie fisiche ed emotive enormi. La stanchezza, la riduzione del riposo e il carico mentale possono rendere l’organismo più vulnerabile sia ai sintomi fisici sia all’ansia.

    Alcuni suggerimenti utili nell’immediato possono essere:

    ricordarsi, nei momenti di paura, che i controlli medici sono nella norma
    lavorare sulla respirazione lenta e diaframmatica quando sente salire l’ansia
    evitare di monitorare continuamente i sintomi corporei
    concedersi, per quanto possibile, momenti di recupero e riposo

    Detto questo, il fatto che il problema si stia mantenendo e che ci siano attacchi di panico indica che sarebbe molto utile intervenire anche sul piano psicologico. Un percorso psicoterapeutico può aiutarla a interrompere il circolo ansia-sintomi fisici, a gestire la paura legata alla salute e a ritrovare una maggiore serenità.

    Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, che possa valutare in modo completo sia gli aspetti emotivi sia quelli legati allo stress che sta vivendo.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


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