Domande del paziente (2565)

    Salve,mi sento anche stupida, ma nei mesi di convivenza col mio compagno,ho iniziato a cercare un modo per fargli cascare la maschera da angioletto.lui dice che ragiona con la testa,che certe situazioni non le farebbe e fatte, invece volevo metterlo alla prova con profilo Instagram fake,(lo so non si fa)e ha risposto di nascosto..sia prima di andare a letto e andare a lavorare, la chat iniziava con
    Ciao sembri un bell' uomo
    E varie domande
    Poi apro un altra app e vedo foto e chat salvate con lui e una ragazzina
    Un po' intime (conosciuta dopo la separazione dall ex moglie poi vari contatti che aveva scritto su altri siti d incontri.
    Perché l ho fatto? perché lui nn mai tradito,, che è troppo di testa
    Quindi lo metto alla prova
    Per fargli cadere la maschera
    Compro SIM card e gli scrivo,per rimorchiarlo..ma lui prima vorrebbe per un caffè.
    Un caffè con una che vuole andare a letto con te,cosa dimostra a me? Che nn hai rispetto,e alla ragazza una probabilità che lui ci caschi.
    Volevo vedere fin dove arriva.
    Perché sono così?non lo sento sincero
    Soprattutto del suo passato,e che su certe situazioni,la testa che dice di avere non c'è
    Quindi ci è o ci fa? Vorrei un vostro parere, grazie mille.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile Utente,

    da ciò che racconta emerge un aspetto molto importante: più che il comportamento del suo compagno, sembra che lei stia vivendo un forte stato di dubbio e sfiducia nei suoi confronti. Quando in una relazione si sente il bisogno di "mettere alla prova" l'altro, spesso non è tanto il test in sé il problema, quanto il fatto che la fiducia sia già compromessa o che vi siano elementi percepiti come incoerenti tra ciò che il partner dice e ciò che fa.

    Nel suo racconto riferisce di aver trovato chat, contatti su siti di incontri e conversazioni che hanno alimentato i suoi sospetti. In questo contesto, la creazione di profili fake non appare come un gesto fine a sé stesso, ma come un tentativo di ottenere conferme rispetto a dubbi che già erano presenti. Questo non significa che sia una modalità efficace o salutare per affrontare il problema, ma aiuta a comprendere il motivo per cui ha sentito il bisogno di farlo.

    Per quanto riguarda il comportamento del suo compagno, è difficile stabilire con certezza "ci è o ci fa". Il fatto che abbia risposto ai messaggi e si sia mostrato disponibile a un incontro può certamente essere vissuto da lei come una mancanza di trasparenza o di rispetto nei confronti della relazione. Tuttavia, non è possibile dedurre automaticamente da questo che avrebbe necessariamente tradito o che tutta la sua immagine di persona affidabile sia falsa. Le persone possono avere comportamenti contraddittori e non sempre ciò che dichiarano coincide perfettamente con le loro azioni.

    La domanda che forse merita maggiore attenzione è: cosa le impedisce di fidarsi di lui? È una sensazione legata esclusivamente ai comportamenti che ha osservato oppure è una dinamica che si ripresenta anche in altre relazioni? E ancora: ritiene di poter costruire una relazione serena con una persona che sente il bisogno di controllare per verificare se sta dicendo la verità?

    Una relazione soddisfacente si fonda sulla possibilità di comunicare apertamente dubbi, paure e aspettative, senza dover ricorrere a prove o stratagemmi per ottenere risposte. Se la sfiducia è diventata così intensa da spingerla a continui controlli, probabilmente il problema non riguarda più soltanto il comportamento del partner, ma il funzionamento della relazione nel suo complesso.

    Per questo motivo, sarebbe consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, che possa aiutarla a comprendere meglio le dinamiche di fiducia, i suoi vissuti emotivi e il significato che questa relazione sta assumendo per lei.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno, sono un genitore di un ragazzo adulto a cui è stata diagnosticata adhd. Purtroppo lui mi vuole tener fuori e vuole gestire tutto da solo. Non so come comportarmi e come aiutarlo. Quando era bambino non abbiamo mai avuto nessun sentore in merito e purtroppo non siamo intervenuti prima. Da quando ho saputo che mio figlio soffre di adhd ho un tarlo fisso di capire come poter intervenire per aiutarlo e non commettere errori che possano influire sulla sua situazione. Specifico che sta gestendo da solo le visite per la prognosi e tutto il resto. L'unica cosa dove mi ha fatto partecipe è il fatto che gli è stata diagnosticata.
    Chiedo gentilmente un consiglio in merito.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,

    quello che descrive è una situazione piuttosto frequente quando una diagnosi arriva in età adulta: da un lato il genitore sente il bisogno di capire e “recuperare” ciò che non si è visto prima, dall’altro il figlio adulto può vivere il percorso diagnostico e terapeutico come uno spazio personale, da gestire in autonomia.

    Il primo punto importante è proprio questo: suo figlio è un adulto e ha il diritto di decidere quanto coinvolgere la famiglia nel proprio percorso di cura. Questo non significa che lei debba restare completamente fuori, ma che il suo ruolo cambia rispetto a quando era minore.

    Quello che può essere utile, in questa fase, è mantenere una posizione di disponibilità non intrusiva. Può comunicargli, con calma e senza pressioni, che lei è presente, interessata e disponibile ad ascoltare se lui vorrà condividere. A volte frasi semplici come “se avrai voglia di parlarne o di farti aiutare in qualche modo, io ci sono” risultano più efficaci di richieste o tentativi di approfondimento.

    È anche importante lavorare sul proprio vissuto emotivo: il senso di colpa per non aver riconosciuto prima i segnali è molto comune nei genitori, ma spesso non è realistico né utile attribuirsi responsabilità su diagnosi che, soprattutto in passato, erano meno conosciute e meno facilmente individuabili. Restare bloccati su questo rischio può rendere più difficile essere una presenza serena e di supporto.

    Se suo figlio sta seguendo un percorso diagnostico e/o terapeutico, è probabile che stia già costruendo strumenti per gestire l’ADHD in autonomia. Il suo sostegno, più che “intervenire”, può consistere nell’incoraggiare la continuità delle cure e nel mantenere una relazione aperta e non giudicante.

    Se però sente che la preoccupazione, il senso di impotenza o il bisogno di “fare qualcosa” diventano molto intensi, può essere utile anche per lei avere uno spazio di confronto personale, per orientarsi meglio nel nuovo equilibrio relazionale.

    In generale, una valutazione più approfondita con uno specialista può aiutare a chiarire come sostenere al meglio suo figlio rispettandone l’autonomia e, allo stesso tempo, riducendo la sua ansia e il suo senso di esclusione.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Mio figlio 20 anni ...non esce da casa da un mese...non ha motivazioni non ha passioni particolari non vuole fare nulla....apatico...triste...mangia poi sempre al telefono o play...preoccupata tanto...dice che non vuole parlare con uno specialista al momento..non so come muovermi ho paura che cada in depressione.Grazie a chi mi dara consiglio

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile Signora,

    la situazione che descrive merita certamente attenzione, soprattutto perché riferisce un cambiamento significativo nel comportamento di suo figlio: isolamento in casa da circa un mese, perdita di interesse per le attività, mancanza di motivazione, tristezza e tendenza a trascorrere gran parte del tempo al telefono o alla playstation.

    È importante sapere che questi segnali non indicano necessariamente una depressione, ma possono rappresentare un momento di disagio psicologico che può avere diverse cause. A 20 anni i ragazzi possono attraversare periodi di forte difficoltà legati a cambiamenti personali, delusioni affettive, problemi universitari o lavorativi, incertezze sul futuro, bassa autostima, ansia o stress emotivo. Talvolta il ritiro sociale e l'uso intenso di dispositivi digitali diventano una modalità per evitare situazioni che generano sofferenza o disagio.

    Il fatto che al momento rifiuti l'idea di parlare con uno specialista non è insolito. In questi casi è generalmente più utile evitare pressioni eccessive, che potrebbero aumentare la sua chiusura. Può essere invece utile mantenere un dialogo aperto e non giudicante, mostrando interesse per come si sente piuttosto che concentrarsi esclusivamente su ciò che non fa. Frasi come "Mi sembri in difficoltà e mi preoccupo per te" risultano spesso più efficaci di richieste insistenti a cambiare comportamento.

    Osservi inoltre alcuni aspetti importanti: eventuali alterazioni del sonno, cambiamenti significativi dell'appetito, trascuratezza personale, sentimenti di inutilità, forte irritabilità o affermazioni legate alla mancanza di speranza. Qualora fossero presenti, sarebbe opportuno richiedere una valutazione professionale con maggiore tempestività.

    Anche se suo figlio non desidera intraprendere un percorso psicologico, potrebbe essere molto utile che sia lei stessa a confrontarsi con uno psicologo. Questo le permetterebbe di comprendere meglio la situazione, ricevere indicazioni su come relazionarsi con lui e valutare eventuali strategie per favorire una futura richiesta di aiuto da parte sua.

    Le consiglio pertanto di approfondire la situazione con uno specialista, così da poter valutare correttamente il significato di questi comportamenti e individuare il modo più adeguato per intervenire.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno sono un ragazzo di 31 anni. Single da 4 anni, ultima relazione maggio 2022. Da quel momento non ho più avuto nessun tipo di rapporto sessuale né mi sono mai più masturbato poiché quando sto per raggiungere l'orgasmo non fuoriesce nulla e si blocca tutto con conseguenti dolori ed incapacità di eiaculazione. Guardo quasi ogni giorno materiale pornografico ma arrivando al momento dell'espulsione si blocca tutto e non esce praticamente nulla. Mi è stato consigliato un colloquio con un sessuologo. Chiedo se qualcuno avesse capito il mio problema di provare a darmi un parere. Grazie cordiali saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,

    da ciò che descrive, il sintomo principale sembra essere una difficoltà o impossibilità nell'eiaculazione associata a dolore nel momento in cui sente di essere vicino all'orgasmo. Si tratta di una condizione che può avere diverse cause e che merita una valutazione approfondita.

    Le possibili spiegazioni possono essere di natura organica, come alterazioni delle vie seminali, problematiche prostatiche, effetti collaterali di farmaci, disturbi neurologici o condizioni come l'eiaculazione retrograda, nella quale il liquido seminale non viene espulso all'esterno ma refluisce verso la vescica. La presenza di dolore rende particolarmente importante escludere innanzitutto eventuali cause mediche attraverso una visita andrologica o urologica.

    Esistono però anche fattori psicologici e sessuologici che possono influire sul riflesso eiaculatorio, soprattutto quando la difficoltà persiste nel tempo e si accompagna ad ansia, preoccupazione per la prestazione, paura del fallimento o ad un progressivo monitoraggio delle proprie sensazioni corporee durante l'eccitazione. In alcuni casi il consumo frequente di materiale pornografico può contribuire a modificare le modalità di eccitazione sessuale, pur non essendo di per sé una spiegazione sufficiente del problema.

    Il fatto che il disturbo si presenti sia durante la masturbazione sia in assenza di rapporti sessuali suggerisce che sia importante valutare l'intero quadro clinico, la storia sessuale e l'eventuale presenza di sintomi fisici associati.

    Le consiglierei pertanto di non limitarsi a convivere con questa difficoltà ma di approfondire la situazione attraverso una valutazione specialistica, possibilmente integrata tra andrologo/urologo e sessuologo, così da individuare con precisione l'origine del problema e le possibili soluzioni terapeutiche.

    Un cordiale saluto.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuol


    Salve, ho 24 anni e la mia vita dopo il liceo ha iniziato, anno dopo anno, a non avere più un senso. Ormai mi alzo la mattina sempre triste, demoralizzato e con poca voglia di fare qualsiasi cosa. Non ho veri amici, o meglio, li ho ma mi cercano solo quando hanno bisogno o tornano in città. Non ho mai avuto una relazione e, cosa più grave, sono molto indietro con gli esami all'università (sono all'ultimo anno di giurisprudenza e me ne mancano 17 su 30... insomma tantissimi! Sono spacciato). Purtroppo, ho capito troppo tardi che questa facoltà non faceva per me, ma non ho avuto mai il coraggio di affrontare la situazione e comunicarlo ai miei genitori, anche per paura che si potessero arrabbiare o non parlarmi più (soprattutto mia madre che, dopo il divorzio, è diventata più severa e mi tiene sotto controllo ogni santo giorno). Fin da piccolo, il mio sogno è sempre stato quello di diventare un presentatore televisivo ma sappiamo tutti che non è un sogno comune come fare il medico, l'avvocato, il poliziotto, ecc. È qualcosa di irrealizzabile ed al giorno d'oggi, se non sei raccomandato, in televisione non ci arriverai mai.
    Sono stanco di questa situazione perché inizia ad essere pesante e ho paura di non farcela più da solo a sopportare questo supplizio. Odio la mia vita ed a questo vorrei non essere mai nato. Chiedo gentilmente un aiuto, grazie!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,

    dalle sue parole emerge una sofferenza profonda che sembra accompagnarla da diversi anni e che riguarda più aspetti della sua vita: il percorso universitario, il rapporto con i suoi genitori, la solitudine, la mancanza di relazioni affettive e la sensazione di aver rinunciato ai suoi desideri più autentici. Quando tante difficoltà si accumulano nel tempo, è comprensibile arrivare a sentirsi scoraggiati, bloccati e senza prospettive.

    Vorrei innanzitutto soffermarmi su una frase molto importante: "a questo punto vorrei non essere mai nato". Quando una persona arriva a pensare che la propria vita non abbia più senso o desidera di non esistere, è fondamentale non sottovalutare questi vissuti. Non significa necessariamente che vi sia un'intenzione di farsi del male, ma indica certamente un livello di sofferenza emotiva che merita attenzione e supporto professionale.

    Leggendo il suo racconto, colpisce come lei si definisca "spacciato" rispetto all'università. In realtà, il ritardo negli studi non definisce il suo valore come persona né il suo futuro. Molti studenti scoprono nel tempo di aver scelto un percorso poco adatto alle proprie inclinazioni e spesso la difficoltà non è tanto accademica quanto emotiva: ammettere a se stessi e agli altri che quella scelta non corrisponde ai propri desideri può generare paura, senso di colpa e vergogna.

    Mi sembra che da anni lei stia portando avanti un percorso che sente distante da ciò che realmente desidera, cercando al tempo stesso di rispondere alle aspettative familiari. Questo può creare un forte conflitto interiore: da una parte il bisogno di essere accettato e non deludere i propri genitori, dall'altra il bisogno di costruire una vita che senta veramente sua.

    Anche il tema delle relazioni merita attenzione. Sentirsi cercati solo quando fa comodo agli altri e non aver mai sperimentato una relazione sentimentale può alimentare sentimenti di esclusione, solitudine e bassa autostima. Tuttavia, spesso quando si attraversa un periodo depressivo o di forte sfiducia in se stessi, diventa più difficile riconoscere le proprie risorse e costruire legami soddisfacenti.

    Il sogno di diventare presentatore televisivo, inoltre, non dovrebbe essere liquidato come qualcosa di "irrealizzabile". Forse non esiste la certezza di raggiungere quel traguardo, come non esiste per qualsiasi altra professione, ma i sogni possono anche rappresentare aspetti importanti della nostra identità, interessi e talenti che meritano di essere esplorati anziché accantonati completamente.

    In questo momento, più che decidere immediatamente cosa fare dell'università o del suo futuro lavorativo, credo sia importante occuparsi del suo benessere psicologico. La tristezza costante, la perdita di motivazione, il senso di vuoto, la sfiducia verso il futuro e i pensieri legati al non voler essere nato sono segnali che suggeriscono la necessità di un aiuto concreto.

    Per questo motivo le consiglio di rivolgersi quanto prima ad uno psicologo o psicoterapeuta, così da poter approfondire questi vissuti, comprendere meglio l'origine della sua sofferenza e costruire insieme strategie per affrontare questa fase delicata della sua vita. Se i pensieri di morte dovessero diventare più frequenti o intensi, è importante chiedere supporto immediato a familiari, professionisti sanitari o ai servizi di emergenza del suo territorio.

    Un percorso specialistico potrebbe aiutarla a ritrovare una direzione, distinguendo ciò che desidera davvero da ciò che sente di dover fare per gli altri.

    Un caro saluto,

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno Dottori,
    Ho 20 anni, mi piacerebbe saperne di più riguardo un mio particolare fastidio intimo… fin da sempre, difficile trovare una data di inizio, io ho una specie di tic/spasmetto nella zona della punta del pene e dintorni (non so come si chiama precisamente), mi succede quando penso, ragiono oppure quando mi siedo o cambio posizione (ho a volte anche un senso di intorpidimento/pesantezza della zona). Premetto che sono una persona molto ansiosa e infatti sono seguito da un medico e faccio psicoterapia, e quindi questo è un dettaglio che non so se può essere utile per quanto riguarda stress o ansia. Tuttavia altro particolare è che io ho sempre praticato masturb*zione a pancia in giù con la mutanda, sono anni. Potrebbe essere stress o cosa?
    Non ho mai avuto rapporti sessuali.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,

    da ciò che descrive, è difficile individuare con certezza la causa del disturbo senza una valutazione diretta, ma alcuni elementi meritano attenzione.

    La presenza di piccoli spasmi o contrazioni involontarie nella zona genitale può talvolta essere collegata a una tensione muscolare del pavimento pelvico. Ansia, stress e uno stato di costante attivazione psicofisica possono infatti portare a una maggiore contrazione involontaria della muscolatura dell'area pelvica, generando sensazioni di spasmo, fastidio, pesantezza o alterazioni della sensibilità.

    Anche il fatto che il fenomeno si presenti quando pensa intensamente, ragiona o cambia posizione potrebbe essere compatibile con un coinvolgimento della componente muscolare e tensiva. L'ansia, soprattutto se presente da lungo tempo, può amplificare la percezione delle sensazioni corporee e rendere più evidenti piccoli movimenti o tensioni che altrimenti passerebbero inosservati.

    Per quanto riguarda la masturbazione praticata per anni in posizione prona (a pancia in giù), questa modalità può talvolta determinare una stimolazione molto intensa e una pressione prolungata sui genitali e sulle strutture circostanti. Pur non essendo necessariamente la causa del problema, potrebbe contribuire a modificare la percezione delle sensazioni genitali o a mantenere una certa tensione locale.

    Detto questo, poiché riferisce anche una sensazione di intorpidimento o pesantezza, sarebbe opportuno escludere eventuali cause di natura urologica, neurologica o legate alla muscolatura del pavimento pelvico. Nella maggior parte dei casi non si tratta di condizioni gravi, ma è importante non attribuire automaticamente tutto all'ansia senza aver effettuato gli opportuni controlli.

    Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, preferibilmente un urologo o un andrologo, che potrà valutare il quadro clinico in modo completo. Parallelamente, continui il percorso psicologico già intrapreso, poiché la gestione dell'ansia può avere un ruolo importante nel ridurre questo tipo di sintomatologia.

    Un cordiale saluto,

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Ciao a tutti, sono una ragazza di 30 anni e vi scrivo per un disagio che sto vivendo da alcuni mesi. Sto affrontando la fine di una relazione di 6 anni, sono stata lasciata da un giorno all'altro e credo di aver sviluppato un vero e proprio trauma. Il disagio che ho sviluppato riguarda alcuni pensieri intrusivi che vogliono farmi credere io abbia tradito il mio partner e di non ricordarlo, di averlo rimosso portandomi a dubitare di me stessa. La cosa spiacevole è che questi pensieri si stanno riversando anche su quella che è la mia quotidianità, quando faccio qualcosa di fretta o magari distrattamente poi vado in paranoia pensando di aver fatto qualcosa di sbagliato. Ogni volta che arriva un pensiero del genere entro il un "loop" perché cerco di ricordare le varie situazioni per arrivare ad ottenere una risposta che raramente trovo, ovviamente è impossibile ricordare ogni minimo dettaglio e restare nel dubbio mi tormenta molto. Sono passati 5 mesi dalla fine di questa relazione, sicuramente questi pensieri sono diminuiti di intensità, non si presentano allo stesso modo ma mi accorgo che quando quel pensiero poi ritorna, sprofondo nell' angoscia di aver fatto realmente qualcosa! Premetto di essere una persona molto ansiosa e che si crea parecchie paranoie, ma questo trauma ha accentuato il tutto. Ho intrapreso già un percorso psicologico, ho anche chiesto se fosse un disturbo ossessivo ma mi è stato detto che è più complessa come cosa. Ci tengo a specificare che a volte questi pensieri sono stati seguiti anche da azioni, come ad esempio scorrere la chat per assicurarmi di un messaggio ricevuto o inviato. A volte ho la paura di restare incastrata in questo circolo e che ogni tentativo sia un fallimento. Sono ovviamente consapevole che la guarigione è sofferenza e che prosegue tutto con alti e bassi. Ci tengo a specificare che ho avuto anche problemi di ansia in passato che ho poi imparato a gestire da sola. Vorrei avere più informazioni in merito a questo argomento e se possibile qualche consiglio in più. Vi ringrazio per l'attenzione

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Ciao, da quello che descrivi emerge un quadro che, senza fare diagnosi, ricorda molto un circolo tipico di ansia con pensieri intrusivi e bisogno di “certezza assoluta” attraverso il ricordo e il controllo.

    Dopo una rottura improvvisa e vissuta come traumatica, è abbastanza frequente che la mente entri in uno stato di iper-allerta: cerca spiegazioni, ricostruzioni, “prove” e soprattutto cerca di eliminare il dubbio. In alcune persone questo si manifesta proprio con pensieri intrusivi del tipo “e se avessi fatto qualcosa che non ricordo?”, anche quando non c’è una base reale che li supporti.

    Il punto centrale non è tanto il contenuto del pensiero, quanto il meccanismo che si attiva:

    arriva il pensiero intrusivo
    aumenta l’ansia
    cerchi di verificare o ricordare con precisione (chat, ricostruzioni mentali, analisi dei dettagli)
    ma la memoria non può darti certezza assoluta
    il dubbio resta → e il ciclo si rinforza

    Questo tipo di funzionamento è molto simile a ciò che in clinica si osserva nei disturbi ossessivi o nei cosiddetti “dubbi patologici”, ma può comparire anche in quadri ansiosi legati a stress emotivo e attaccamento, senza che ci sia necessariamente un disturbo strutturato.

    Un aspetto importante che hai già intuito è che i comportamenti di controllo (come rileggere chat o ricostruire eventi) nel breve ti danno sollievo, ma nel lungo periodo alimentano proprio il dubbio e la necessità di controllare ancora.

    Alcuni punti che possono aiutarti a orientarti:

    La mente ansiosa tende a scambiare un pensiero per una possibilità reale (“se lo penso, allora potrebbe essere vero”)
    La memoria non funziona come un archivio perfetto: più la forzi, più diventa incerta
    Il problema non è “trovare la risposta giusta”, ma imparare a tollerare la presenza del dubbio senza doverlo risolvere subito
    Il fatto che i pensieri siano diminuiti è un segnale positivo: indica che il sistema si sta progressivamente stabilizzando

    Nel percorso psicologico, può essere utile lavorare in modo mirato su:

    gestione dei pensieri intrusivi (tecniche di defusione cognitiva)
    riduzione graduale dei comportamenti di controllo e rassicurazione
    tolleranza dell’incertezza
    rielaborazione emotiva della rottura, che probabilmente ha avuto un impatto traumatico sul piano dell’attaccamento

    È comprensibile anche la paura di “restare incastrata”, ma spesso questa è parte stessa del meccanismo ansioso: più cerchi di uscirne con il controllo mentale, più sembra forte.

    Dal momento che hai già intrapreso un percorso psicologico, può essere utile condividere in modo molto esplicito con il tuo terapeuta questi aspetti (soprattutto il ciclo dubbio–controllo–angoscia), per lavorarci in modo ancora più mirato e strutturato.

    In ogni caso, quando i pensieri intrusivi diventano così persistenti e impattanti sulla qualità della vita, è consigliabile approfondire con uno specialista per un inquadramento più preciso e per costruire un intervento su misura.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Cercherò di essere il più sintetico possibile, pur fornendo tutte le informazioni necessarie. Io ho 30 anni, lei 23. Siamo stati insieme per 3 anni e abbiamo iniziato a convivere quasi subito. Io sono nato a Roma, lei a Palermo. Quando ci siamo conosciuti vivevo già a Palermo e avevo una casa in affitto. Tuttavia, da tempo desideravo lasciare la città per la scarsità di opportunità lavorative. Durante la relazione abbiamo avuto una grande complicità, molta intimità e pochissimi problemi di coppia. Condividevamo interessi, progetti e stavamo bene insieme. Le principali difficoltà riguardavano invece fattori esterni: 1. La sua famiglia era fortemente contraria alla nostra relazione, soprattutto perché aveva capito che il mio obiettivo era trasferirmi altrove e portarla con me. Nei mesi precedenti alla rottura avevo interrotto ogni rapporto con loro a causa dei continui contrasti. 2. Lei non è mai stata completamente convinta di lasciare Palermo. A volte diceva di sì, altre volte mostrava dubbi. Non sembrava contraria, ma nemmeno realmente determinata. 3. La sua famiglia aveva un atteggiamento molto controllante nei suoi confronti: telefonate continue, domande su dove fosse, con chi fosse e cosa stesse facendo. Da quando stava con me aveva iniziato a ribellarsi a queste dinamiche, cosa che la famiglia non ha mai accettato. Ogni problema che nasceva tra loro veniva attribuito alla mia influenza. A fine gennaio 2026 mi accompagna in un'altra regione per sostenere alcuni colloqui di lavoro. Durante quel periodo ci sono stati alti e bassi. Io ero molto stressato e abbiamo litigato spesso, tanto che a un certo punto ho iniziato a dormire sul divano. Lei, però, veniva spesso a cercarmi perché voleva che tornassi a dormire nel letto con lei. Successivamente torno a Palermo e poco dopo parto per Roma per un altro colloquio. Rientro il 3 febbraio. Quando arriva in aeroporto per prendermi, si presenta con una valigia piena di vestiti e persino con il suo spazzolino elettrico, cose che aveva preso da casa dei suoi genitori. In tre anni non aveva mai portato così tante cose tutte insieme. Io, da parte mia, le porto alcuni prodotti che mi aveva chiesto da Roma. Mi sembrava felice di vedermi. Tengo a precisare che ogni volta che io mi assentavo per lavoro o per colloqui, lei non rimaneva mai nella nostra casa ma tornava sempre dalla sua famiglia. Stavolta, invece, aveva portato con sé molte più cose del solito. Il 4 febbraio litighiamo perché le faccio presente che entrambi siamo senza lavoro da tempo e che le risorse economiche stanno diminuendo rapidamente. Le chiedo di tornare momentaneamente a casa dei suoi. Lei prende tutte le sue cose e va via. Dal 4 al 12 febbraio continuiamo comunque a sentirci quotidianamente tramite telefonate e messaggi, anche se le discussioni proseguono. L'8 febbraio mi chiede se avessi sentito una nostra amica comune, persona verso cui lei è sempre stata estremamente gelosa. In passato mi aveva più volte accusato, senza motivo, di averla tradita con questa ragazza. Le rispondo sinceramente che sì, ci avevo parlato. Lei decide allora di chiamarla e restano al telefono per circa due ore. Al termine della conversazione chiarisce ogni dubbio. L'unica cosa che le rimprovera è il fatto che io non le avessi detto subito di averla sentita. Io le spiego che non glielo avevo detto perché in quel periodo stavamo litigando. Arriviamo così al 12 febbraio, giorno del suo compleanno. A causa delle tensioni degli ultimi giorni, inizialmente non volevo nemmeno presentarmi alla festa. Inoltre, con la sua famiglia non avevo più rapporti da mesi. Alcuni amici comuni, però, mi convincono ad andare. Quella stessa mattina lei parla per ore al telefono con un nostro amico. Da quanto mi è stato riferito, parla positivamente della nostra relazione, dice di tenere a me e di voler stare con me, anche se non era favorevole all'idea che io mi trasferissi da solo per lavoro. La sera mi presento alla festa e la situazione degenera. Il padre mi affronta in modo aggressivo. Lei interviene chiedendogli di allontanarsi e spiegando che stavamo semplicemente parlando. Lui non ascolta. Poco dopo arrivano anche il fratello e alcune zie, che iniziano a loro volta ad attaccarmi verbalmente. Lei mi prende sotto braccio, mi dice di non ascoltarli e li definisce addirittura "pazzi". Cerca di calmare la situazione sia con me che con loro, ma nessuno sembra ascoltarla. A quel punto mi accompagna alla macchina. Tuttavia i familiari continuano a seguirci, circondano l'auto e si posizionano davanti impedendoci di andare via, continuando a sostenere che io le facessi del male. Lei sale in macchina con me e chiede ai suoi parenti di lasciarci stare. Ricordo in particolare una frase pronunciata da una zia, che rivolgendosi a lei disse: "Guardami negli occhi, se vai via mi uccido". Dopo alcuni minuti riescono finalmente a spostarsi. Partiamo e, durante il tragitto, lei mi dice che tiene a me, che vuole stare con me e che non si sarebbe mai aspettata una situazione simile. Mi chiede di tornare a casa e di stare tranquillo, assicurandomi che avremmo parlato il giorno successivo. Nel frattempo, però, il padre ci segue in macchina. Lei entra in uno stato di forte ansia e decide infine di scendere. Dal giorno successivo sparisce completamente. Mi ritrovo bloccato ovunque: telefono, social network e qualsiasi altro canale. Non solo io, ma anche tutte le persone a noi vicine, compresi gli amici con cui aveva parlato serenamente il giorno precedente. Blocca persino mia madre, che aveva cercato di farla ragionare. Inoltre racconta alcune cose false sul mio conto ad alcuni amici di Palermo, i quali interrompono i rapporti con me senza nemmeno chiedermi spiegazioni. Da quel momento, febbraio 2026, non l'ho più né vista né sentita. Dopo circa due settimane torna con il suo ex ragazzo, una persona con cui aveva avuto una relazione di appena sei mesi e che, a suo dire, l'aveva tradita per tutto quel periodo. Lei è sempre stata durissima nei confronti dei tradimenti e mi aveva sempre detto che non avrebbe mai perdonato una cosa del genere. Eppure, dopo meno di un mese, pubblica sui social fotografie insieme a lui, baci e dichiarazioni d'amore. Cose che, in tre anni con me, non aveva mai fatto. Nel frattempo io mi trasferisco, lascio la casa e organizzo la mia vita altrove. Lei si disinteressa completamente di tutto, persino delle sue cose personali che avevo lasciato alla vicina di casa affinché potesse recuperarle. Non risponde e non mostra alcun interesse. Due mesi fa le ho scritto una mail chiedendole almeno di restituirmi alcune fotografie dei nostri viaggi. Anche in quel caso non ho ricevuto alcuna risposta. La sensazione che ho è quella di trovarmi davanti a una persona completamente diversa da quella che ho conosciuto: fredda, distante, evitante e apparentemente anaffettiva. Per questo motivo mi chiedo: dovrei provare a cercarla per avere un chiarimento oppure continuare a mantenere il silenzio? Mi manca enormemente e provo ancora un amore molto forte nei suoi confronti. Vorrei capire cosa possa essere successo, perché un cambiamento così radicale mi sembra difficile da comprendere. All'inizio pensavo che fosse principalmente una scelta imposta dalla famiglia. Col passare del tempo ho iniziato a credere che ci fosse anche una sua volontà personale dietro tutto questo. Ma continuo a chiedermi come sia possibile che una persona, dopo tre anni di relazione e convivenza, un giorno ti dica che ti ama e tiene a te, e quello successivo sparisca completamente senza lasciare alcuna possibilità di confronto o spiegazione.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Da quanto racconta emerge una situazione molto complessa, nella quale sembrano intrecciarsi aspetti di coppia, dinamiche familiari molto invasive e scelte personali della sua ex compagna.

    La prima considerazione importante è che, al di là delle possibili spiegazioni, oggi il dato concreto è che questa persona ha scelto di interrompere ogni contatto con lei e di mantenere questa posizione per molti mesi, non rispondendo nemmeno a richieste circoscritte e rispettose come quella relativa alle fotografie. Questo comportamento, per quanto doloroso e difficile da comprendere, costituisce già una risposta sul piano relazionale.

    È comprensibile che lei cerchi una spiegazione perché la rottura è avvenuta in modo improvviso e traumatico. Fino al giorno precedente, infatti, la sua compagna sembrava manifestare affetto, vicinanza e volontà di proseguire la relazione. Eventi come quello descritto durante la festa di compleanno possono rappresentare momenti di forte impatto emotivo, soprattutto per persone che vivono da tempo un conflitto di lealtà tra il partner e la famiglia di origine. In alcuni casi, quando la pressione psicologica diventa molto intensa, una persona può scegliere una soluzione drastica e apparentemente incoerente pur di interrompere uno stato di sofferenza percepito come insostenibile.

    Tuttavia, sarebbe riduttivo attribuire tutto esclusivamente alla famiglia. Anche se l'influenza familiare può essere stata significativa, la decisione finale sembra essere stata comunque accompagnata da una sua scelta personale. Il fatto che abbia mantenuto il silenzio per così tanto tempo, che abbia ricostruito rapidamente una relazione con l'ex partner e che non abbia mai cercato un confronto suggerisce che abbia deciso di chiudere completamente quel capitolo della sua vita, indipendentemente dalle motivazioni che l'hanno portata a farlo.

    Un altro aspetto da considerare è che il cambiamento che lei osserva potrebbe non indicare necessariamente che la persona sia diventata "fredda" o "anaffettiva". Spesso, dopo una separazione vissuta in modo conflittuale, alcune persone adottano strategie di evitamento molto rigide: eliminano ogni contatto, bloccano i canali di comunicazione e cercano di non confrontarsi con il dolore, il senso di colpa o l'ambivalenza che potrebbero emergere da un dialogo diretto.

    Per quanto riguarda la domanda se sia opportuno cercarla nuovamente, ritengo che sia importante interrogarsi sulle reali probabilità di ottenere ciò che desidera. Dopo molti mesi di silenzio, blocchi su tutti i canali e assenza di risposta anche a comunicazioni successive, un ulteriore tentativo rischierebbe di esporla a una nuova delusione senza offrirle necessariamente il chiarimento che cerca. Purtroppo il chiarimento che desideriamo non sempre arriva dalla persona che ci ha lasciati; a volte il percorso consiste nell'accettare che alcune domande possano rimanere senza una risposta completa.

    Mi colpisce soprattutto quanto lei sembri ancora impegnato a capire cosa sia successo a lei, mentre forse sarebbe utile iniziare a chiedersi cosa è successo a lei stesso dopo una chiusura così improvvisa e traumatica. La sofferenza che descrive appare molto intensa e il bisogno di comprendere è assolutamente comprensibile, ma rischia di trasformarsi in una ricerca infinita di spiegazioni che probabilmente solo la sua ex compagna potrebbe fornire e che, ad oggi, non sembra disponibile a dare.

    Per questo motivo le consiglierei di approfondire quanto accaduto con uno specialista, non tanto per interpretare il comportamento della sua ex partner, quanto per elaborare il lutto della relazione, comprendere l'impatto emotivo di questa separazione e aiutarla a ritrovare serenità indipendentemente dalle risposte che potrebbe o non potrebbe ricevere da lei.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve una domanda
    Io soffro di ansia e attacchi di panico con forti somatizzazioni. Ho già svolto controlli medici dove a livello organico è tutto a posto. Volevo sapere se in questo caso fosse utile visto che ho queste somatizzazioni fisiche rivolgersi ad un neurologo o iniziare un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve,
    da ciò che descrive — ansia con attacchi di panico e somatizzazioni importanti, con accertamenti medici già risultati negativi per cause organiche — il quadro è molto compatibile con un disturbo d’ansia con manifestazioni somatiche.

    In questi casi, il neurologo generalmente non è la figura di riferimento principale, a meno che non emergano sintomi neurologici specifici (ad esempio svenimenti atipici, deficit neurologici, alterazioni della sensibilità o della forza, crisi con caratteristiche non riconducibili all’ansia). Se questi sono già stati esclusi, ulteriori indagini neurologiche raramente apportano beneficio.

    L’approccio più indicato, invece, è quello psicologico e psicoterapeutico. In particolare, la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è considerata uno degli interventi più efficaci per:

    attacchi di panico
    ansia generalizzata
    somatizzazioni legate all’ansia

    Questo tipo di percorso aiuta a comprendere e modificare i meccanismi che mantengono il sintomo (interpretazione delle sensazioni corporee, circolo paura–attivazione fisica–nuova paura), oltre a fornire strumenti concreti per la gestione dell’ansia e dei sintomi fisici.

    In alcuni casi può essere utile anche una valutazione psichiatrica, soprattutto se i sintomi sono molto intensi o invalidanti, per integrare eventualmente un supporto farmacologico temporaneo.

    In sintesi, dopo aver escluso cause organiche, il passo più indicato è iniziare un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale, che agisce direttamente sul meccanismo ansioso e sulle somatizzazioni.

    Resta comunque consigliabile approfondire la situazione in modo personalizzato con uno specialista, così da costruire il percorso più adatto al suo caso specifico.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve dottori..premetto sono una ragazza di 25 anni, stavo con una persona di 48 per 3 anni..ci siamo lasciati da qualche mese, ma abbiamo continuato a vederci ogni tanto, diciamo anche che ci sono state volte in cui c'era qualche bacio e anche qualcos'altro, purtroppo ci siamo lasciati, anzi io ho preso la decisione dopo tante volte che chiedevo delle cose e non venivo mai ascoltata..vedevo sempre gli stessi atteggiamenti..purtroppo poi manca la comunicazione e un dialogare, anche ora che non stiamo insieme discutiamo ma senza trovare punti d'incontro..ora io lavoro e lui da circa una settimana ha iniziato a lavorare anche lui dove sono io, quindi insieme..diciamo che lui l'ha fatto per stare vicino a me, per far vedere che mi vuole ancora, per cercare di tornare insieme..ma io sempre gli ho detto che ora come ora non riesco a tornare con lui, mi sentirei solo forzata..mi dispiace perché ci tengo, gli voglio bene..ma non mi sento di tornare insieme..inoltre lui mi dice e mi ha sempre detto una frase, anche ultimamente, ovvero tutto quello che ha fatto per me..è una cosa che mi da un certo fastidio perché è come se mi facesse sentire in colpa, come se io non avessi fatto nulla o fossi in colpa perché lui mi vuole e vuole stare con me..mentre io no, e inoltre mi ha detto che non faccio passi verso di lui, quando lui sta cercando di venire verso di me..come se io avessi colpe, ma tutte le cose che ha fatto per me io penso siano scelte sue..però allora io dovrei distaccarmi? Non dovrei più parlarci né nulla? Non so più che fare..anche ultimamente ci vediamo, poi lavorando insieme anche se con turni diversi ogni tanto, però ci vediamo lo stesso..non so che fare, anche perché io più provo a spiegarmi, a parlare, a cercare di discutere, meno lui vuole parlare e darmi spiegazioni, anzi pensa solo a se stesso e come a ripetermi che sono io che non vengo verso di lui..non so come comportarmi..come cercare di spiegarmi o fargli capire qualcosa, nonostante io ci abbia sempre provato a comunciare ma nulla..dovrei non parlare più? Lasciare perdere?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Da quello che descrivi emerge una dinamica emotivamente molto intensa, in cui da una parte c’è ancora un legame affettivo e dall’altra una forte difficoltà nel chiudere in modo chiaro e sereno la relazione.

    È importante distinguere alcuni punti:

    1. La tua scelta di non tornare insieme è legittima
    Hai già espresso che non ti senti pronta a riprendere la relazione. Questo è un confine chiaro e va rispettato, anche se c’è ancora affetto o nostalgia. Il fatto di volergli bene non implica dover tornare insieme.

    2. Il senso di colpa che percepisci è un segnale da ascoltare
    Quando una persona sottolinea “tutto quello che ha fatto” o insiste sul fatto che tu non stai facendo abbastanza, può generarsi una forma di pressione emotiva. È importante chiederti: ti senti libera di scegliere oppure ti senti spinta a cedere per evitare sensi di colpa?

    In una relazione sana, il riavvicinamento non nasce dal “dovere”, ma da un desiderio reciproco condiviso.

    3. Il problema centrale non è “spiegarti meglio”
    Da ciò che racconti, tu hai già provato a comunicare più volte. Quando però l’altro non ascolta davvero e riporta sempre il discorso su di sé o sulle sue aspettative, il problema non è la chiarezza del tuo messaggio, ma la disponibilità dell’altro ad accoglierlo.

    4. La convivenza lavorativa complica il distacco
    Vederlo quotidianamente rende più difficile creare distanza emotiva. In questi casi è fondamentale distinguere:

    relazione lavorativa (civile, neutra, limitata)
    relazione personale (che, per ora, tu hai scelto di non riprendere)

    Non è necessario “tagliare ogni contatto”, ma può essere utile ridurre la sfera emotiva e affettiva, mantenendo interazioni essenziali e neutrali sul lavoro.

    5. Non devi convincerlo della tua scelta
    Un punto centrale è questo: non è tuo compito farlo capire o farlo accettare. La sua fatica nell’elaborare la separazione è sua responsabilità, non tua.

    Come puoi comportarti concretamente

    Mantieni coerenza: evita messaggi ambigui se la tua decisione è di non tornare insieme
    Riduci le discussioni emotive ripetitive: quando il dialogo diventa circolare, puoi chiuderlo con calma (“ne abbiamo già parlato, non è cambiata la mia posizione”)
    Sul lavoro, resta professionale e gentile, ma non disponibile sul piano personale
    Non alimentare dinamiche di colpa o spiegazioni infinite: spesso aumentano solo il conflitto

    In sintesi
    Non devi “sparire” necessariamente, ma hai bisogno di proteggere il tuo spazio emotivo e la tua scelta, soprattutto se l’altro non la rispetta pienamente.

    In situazioni come questa, quando il confine tra legame affettivo e pressione emotiva diventa confuso, può essere molto utile approfondire con uno specialista per chiarire meglio i tuoi bisogni e definire strategie concrete di gestione della relazione e del distacco.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno, ho fatto un sogno che al risveglio mi ha lasciato molta angoscia
    Ho visto una bambina legata mani e piedi adagiata su uno scoglio che veniva costretta ad ingurgitare cervello e cuore per poi essere destinata a procreare esseri umani finalizzati alla vendita. Potete aiutarmi a comprenderne il significato? Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,

    il sogno che descrive è sicuramente molto intenso e comprensibilmente può aver lasciato addosso angoscia al risveglio. È importante però ricordare che i sogni, anche quelli più disturbanti, non sono mai da leggere in modo letterale: sono costruzioni della mente che utilizzano immagini forti e simboliche per rappresentare emozioni, paure o conflitti interni.

    Le tematiche presenti nel suo sogno — una bambina legata, la costrizione, la violenza sul corpo, la perdita di autonomia e l’idea di “uso” o “sfruttamento” — possono rimandare simbolicamente a vissuti di:

    impotenza o mancanza di controllo in qualche area della vita
    paura di vulnerabilità, propria o altrui (la bambina spesso rappresenta la parte più fragile di sé)
    angosce legate alla protezione, al confine e alla sicurezza
    sentimenti di invasione psicologica o emotiva, come se qualcosa fosse “troppo” o difficile da elaborare
    oppure a immagini mentali intrusive generate da stress, sovraccarico emotivo o esposizione a contenuti forti

    Il fatto che il sogno sia così crudo non significa che rifletta desideri o intenzioni, ma piuttosto che la mente sta cercando di “mettere in scena” emozioni difficili attraverso immagini estreme, proprio perché quelle emozioni non sono facilmente traducibili in pensieri consapevoli.

    Può essere utile chiedersi anche se, in questo periodo, ci siano situazioni di tensione, preoccupazione o sensazione di pressione che potrebbero aver attivato questo tipo di contenuti onirici.

    Detto questo, quando sogni di questo tipo sono ricorrenti, molto disturbanti o lasciano una forte scia emotiva durante il giorno, può essere utile non restare soli nell’interpretazione e approfondire il significato personale con uno specialista, così da comprendere meglio cosa sta comunicando il mondo interno e ridurre l’angoscia associata.

    Un cordiale saluto

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno. Io e il mio fidanzato siamo insieme da 5 anni, lo amo moltissimo e lui è convinto di amarmi altrettanto, però ormai da molto tempo la nostra intimità è quasi completamente scomparsa. All'inizio del nostro rapporto facevamo l'amore ogni giorno, col passare del tempo siamo passati a una volta alla settimana ora passano anche due mesi. Lui dice di volermi ma che più di così non gli va di fare l'amore, io non riesco a comprenderlo e ci sto molto male perché lo desidero sempre e ogni volta che provo ad approcciarmi a lui lui mi respinge, il più delle volte anche irritato, e non riesco a comprendere come possa volermi se poi non solo non mi cerca ma mi respinge anche. Probabilmente alla base ci sono alcuni comportamenti miei sbagliati, soprattutto all'inizio della relazione, in cui l'ho forzato a conoscere la mia famiglia e a passare del tempo con lei e i miei amici pur non sentendosi lui pronto. Ho sbagliato in passato e temo che questo possa aver compromesso per sempre la nostra relazione. Abbiamo due modi di vedere la vita e l'amore un po' diversi, per lui bisogna sempre lasciar libera l'altra persona di fare ciò che si sente, anche se questo significa fare le cose separatamente, io di base concordo sul lasciare l'altro libero di fare cose da solo e con i suoi amici liberamente, però non riesco ad abituarmi all'idea che si partecipi spesso ad occasioni con amici o parenti separatamente, perché per me è normale che la coppia faccia queste cose insieme (non 10 volte su 10, s'intende, ma se non ci sono altri impegni particolari di mezzo sì), pur ovviamente mantenendo la libertà di fare anche cose da soli. Probabilmente sbaglierò, ma mi spaventa un futuro in cui magari avremo anche dei figli, di cui già parliamo, ed ogni volta che ci sarà un evento dal lato mio (perché quando lui mi propone qualcosa io dico sempre si se posso perché mi sembra giusto che sia così ed ho piacere a farlo) dovrò andarci quasi sempre da sola e aver paura anche solo a proporglielo perché si innervosisce e tende a rispondermi infastidito. Di base ci amiamo, conviviamo serenamente e abbiamo progetti per il futuro, negli ultimi due anni litighiamo anche molto meno (sto cercando il più possibile di lasciarlo libero di non venire agli eventi che mi riguardano senza dir nulla sul fatto che mi pesi, anche se talvolta il fatto che ci resti male traspare ed è motivo di litigio), però non capisco come possano le cose andare meglio e lui allontanarsi di più da me anche fisicamente, ammesso che il motivo sia questo. Non voglio perderlo, vorrei tanto riavvicinarci fisicamente come una volta ed eliminare le tensioni riguardo al partecipare alla vita di famiglia/amici di entrambi, ma ho paura che le cose non cambieranno mai. Lui dice che devo scontare i miei errori, e so di averne fatti (e lui mi sta venendo più incontro rispetto a prima e ne sono felice), il problema è che ogni tanto senza volerlo dico o faccio cose che lui vede come manipolazioni/costrizioni da parte mia (es dire che mi piacerebbe molto se venisse a un evento perché ci sono i miei cugini e li vedo poco) e temo che questi episodi per quanto io non voglia capiteranno sempre anche se occasionalmente e per questo lui si sentirà sempre manipolato da me. Vorrei solo che fossimo entrambi felici di fare le cose insieme e ci riavvicinassimo, ma non so se ci siano i presupposti perché accada. Cosa posso e possiamo fare per migliorare la nostra comunicazione e intimità? Grazie mille in anticipo per il consulto

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile Utente,

    dalle sue parole emerge una grande sofferenza, ma anche un forte desiderio di comprendere e preservare la relazione. Questo è un elemento importante, perché dimostra che non sta semplicemente lamentando una difficoltà, ma sta cercando attivamente una strada per migliorare il rapporto.

    La prima considerazione che vorrei fare riguarda un aspetto molto frequente nelle coppie: la diminuzione della frequenza sessuale nel tempo non significa necessariamente una diminuzione dell'amore. Desiderio affettivo e desiderio sessuale, infatti, non sempre procedono di pari passo. Tuttavia, nel suo caso non sembra essere solo una questione di frequenza dei rapporti, quanto piuttosto di vissuto di rifiuto. Essere costantemente respinti dal partner, soprattutto quando si cerca vicinanza e intimità, può generare tristezza, insicurezza, senso di inadeguatezza e dubbi sul legame stesso.

    Mi colpisce il fatto che lei tenda ad attribuire gran parte della responsabilità della situazione ai suoi errori passati. È certamente utile riconoscere eventuali comportamenti che possono aver creato tensioni, ma una relazione di coppia si costruisce sempre in due. Se alcuni episodi di anni fa continuano ad essere utilizzati come spiegazione esclusiva delle difficoltà attuali, può essere importante interrogarsi su quanto questa interpretazione sia realmente sufficiente a spiegare ciò che sta accadendo oggi.

    Un altro aspetto che emerge chiaramente riguarda le differenze nei vostri bisogni relazionali. Lei sembra vivere la coppia come uno spazio di condivisione, in cui partecipare reciprocamente alla vita sociale e familiare rappresenta una forma di vicinanza e amore. Il suo compagno, invece, sembra attribuire un valore molto elevato all'autonomia individuale. Nessuna delle due posizioni è sbagliata in sé: il problema nasce quando questi bisogni differenti non riescono a trovare un punto di incontro soddisfacente per entrambi.

    Mi soffermerei anche su una frase che lei riporta: "devo scontare i miei errori". In una relazione sana è importante assumersi le proprie responsabilità, ma non dovrebbe esistere una logica punitiva protratta nel tempo. Se una coppia decide di restare insieme, l'obiettivo dovrebbe essere comprendere, elaborare e costruire nuove modalità di relazione, non mantenere un saldo permanente di colpe e debiti emotivi.

    Per quanto riguarda l'intimità sessuale, le cause possono essere molteplici: risentimenti non completamente risolti, difficoltà comunicative, differenze nel desiderio sessuale, aspetti personali del partner, stress, abitudine o cambiamenti nella dinamica di coppia. Per questo motivo sarebbe rischioso attribuire tutto esclusivamente alle tensioni relative alla famiglia o agli eventi sociali.

    Credo che il punto centrale sia passare dalla ricerca di chi abbia ragione o torto alla comprensione reciproca dei bisogni. Potrebbe essere utile chiedersi insieme: cosa rappresenta per lei la partecipazione agli eventi familiari? Cosa rappresenta per lui il rifiuto di parteciparvi? Cosa prova lei quando viene respinta sessualmente? Cosa prova lui quando percepisce una richiesta come una pressione? Spesso dietro i conflitti visibili si nascondono significati emotivi più profondi che non vengono espressi apertamente.

    La presenza di amore, convivenza serena e progetti condivisi sono sicuramente elementi positivi e indicano che esiste ancora una base importante su cui lavorare. Tuttavia, la sofferenza che descrive, soprattutto rispetto al senso di distanza fisica ed emotiva, merita di essere approfondita e non semplicemente tollerata nella speranza che si risolva da sola.

    Per questo motivo ritengo che potrebbe essere molto utile un confronto con uno psicologo o uno psicoterapeuta esperto in relazioni di coppia, affinché possiate esplorare insieme le dinamiche che si sono create, migliorare la comunicazione e comprendere più a fondo le difficoltà legate all'intimità e ai bisogni reciproci.

    Un caro saluto,

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera Gentili Dottori. Sono un uomo, prima metà dei 40 anni, non quello che si può definire mediamente di bell’aspetto. Poche esperienze relazionali / sessuali, tra le quali una di 5 anni con una persona di 10 anni piu giovane di me, problematica oltretutto finita male e con lei che mi tradisce e se ne va (per fortuna dico adesso). Single adesso da circa 10 anni. Mite di carattere sono riconosciuto unanimemente come buon collega buon amico. Passano gli anni per me, ma sono sempre attratto dalle ragazze giovani. Molto giovani. Se fosse socialmente accettabile e di uso comune, io mi sentirei di frequentare una ragazza di 18 anni. Le donne di 10 anni più giovani di me mi appaiono vecchie. Le donne della mia età le scambio per donne che potrebbero essere mia madre. Ma non faccio ironia dico proprio a livello di pelle, di sensazione. Mi sento di non vivere la mia età. Per completezza preciso che non ho alcun tipo di interesse per ragazze “troppo” giovani, e che ho avuto comunque occasioni di conoscenza con donne anche più adulte di me (qualche anno fa) che onestamente non mi hanno soddisfatto (tranne in un caso) “a pelle” ma sono state Comunque esperienze che mi hanno lasciato dentro qualcosa di bello.
    Mi scuso in anticipo con le professioniste donne se questo argomento può essere fastidioso da leggere ma vi garantisco che in me non c’è alcuna malizia o volontà che possa avvisare come innaturale.
    Vorrei sapere come poter affrontare questa cosa dato che, vista comunque la mia già scarsa “fortuna” nel conoscere donne, questo ulteriore limite certamente non mi avvantaggia. Grazie mille in anticipo a tutt*.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,

    da ciò che racconta emerge una situazione che, in realtà, è più frequente di quanto si possa pensare e che merita di essere osservata senza giudizi morali ma con curiosità e attenzione psicologica.

    Innanzitutto è importante distinguere tra ciò che riguarda l'attrazione fisica e ciò che riguarda la capacità di costruire una relazione affettiva. Lei descrive un'attrazione molto marcata verso donne significativamente più giovani e una difficoltà a percepire come desiderabili le donne della sua fascia d'età. Questo non significa necessariamente che ci sia qualcosa di "sbagliato" in lei, ma può essere utile chiedersi quale significato emotivo abbia questa preferenza.

    Talvolta l'attrazione per persone molto giovani può essere collegata non soltanto all'aspetto fisico, ma anche a una rappresentazione di sé. Ad esempio, alcune persone faticano a riconoscersi nel proprio processo di invecchiamento e continuano a sentirsi internamente molto più giovani della loro età anagrafica. In questi casi, il coetaneo o la coetanea possono essere vissuti inconsciamente come uno specchio del tempo che passa, mentre la persona più giovane rappresenta una parte di sé che si desidera mantenere viva.

    Un altro aspetto che potrebbe essere interessante esplorare riguarda la sua storia relazionale. Lei racconta poche esperienze sentimentali e una relazione significativa conclusasi con un tradimento. Talvolta eventi emotivamente dolorosi possono influenzare, anche inconsapevolmente, i criteri con cui scegliamo i partner negli anni successivi. Non necessariamente come conseguenza diretta del trauma, ma come modalità attraverso cui cerchiamo sicurezza, conferme o una particolare immagine della relazione.

    Mi colpisce inoltre un elemento importante del suo racconto: nonostante la forte preferenza per donne molto giovani, lei riferisce di aver avuto alcune esperienze con donne più adulte che le hanno lasciato ricordi positivi e significativi. Questo suggerisce che la dimensione affettiva e relazionale potrebbe essere più ampia e flessibile di quanto oggi percepisca.

    Forse la domanda non è tanto "come fare a farmi piacere le donne della mia età?", quanto piuttosto "che cosa rappresenta per me la giovinezza e perché sento una distanza così marcata dalle persone della mia generazione?". Comprendere questo aspetto potrebbe aiutarla a vivere le relazioni future con maggiore libertà e meno senso di limitazione.

    Considerato che questa situazione sembra accompagnarla da molti anni e che lei stesso percepisce che possa influire sulle sue possibilità relazionali, ritengo che sarebbe utile approfondire il tema all'interno di un percorso psicologico, che le permetta di comprendere meglio il significato personale di queste preferenze e il rapporto che ha con la propria età, la propria immagine e la propria storia affettiva.

    Un cordiale saluto,

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Gentili dottori, sono una donna di 35 anni che in concomitanza all’orgasmo ha sempre la fuoriuscita di abbondanti liquidi che tutti chiamano squirt. Personalmente nutre molto la mia autostima e coincide con una soddisfazione molto intensa, devo dire che anche per questo nella mia sessualità mi sento molto donna. I problemi però sono iniziati con la mia nuova relazione in cui il mio compagno dopo qualche volta di intimità ha cominciato a sollevare problemi di natura pratica ed igienica. Non credevo alle mie orecchie visto che un rapporto prevede sempre e comunque un interazione di questo tipo di sostanze corporee, credo ne sia l’essenza. All’inizio non ho dato molto peso dentro di me a questo ma con il passare del tempo ha cominciato proprio a minare la mia sicurezza, non mi sono sentita più accolta come donna. Io rimango io ma un uomo che non ti comprende beh il suo peso lo ha. Successivamente in certi giorni mi sono ritrovata a pensarci un po’ di più e a scoprirmi triste per questo, cosa assolutamente non nella mia natura. Sono sempre stata una donna libera da tutto e tutti. Ho pensato di lasciarlo ma vivo questo come una sorta di fallimento nella relazione che desidero stabile e duratura. Ho pensato di trovare altri amici di letto già avuti in passato liberi come me e provare a vedere se nel frattempo questo sentimento si evolve o regredisce, perché comunque un sentimento c’è, stiamo insieme da poco ma ci conosciamo da molto tempo. Al pensiero del piano “B” mi sento però scorretta mi dico che le cose si affrontano di petto e basta, del resto la verità è verità. Mi sento un pochino ad un bivio. Secondo voi sto soffrendo di depressione per questo? Sono affettivamente dipendente? È un problema di natura sessuale oppure come dentro di me penso dovrei mandarlo a camminare nelle ortiche e non pensarci più? Perché in realtà è ciò che vorrei fare ma non capisco perché a differenza di tutte le altre volte ora ho dubbi. Grazie a tutti in anticipo

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile Signora,

    da ciò che descrive non emerge necessariamente un quadro di depressione, né è possibile parlare di dipendenza affettiva sulla base delle informazioni fornite. Piuttosto, sembra che lei stia vivendo una sofferenza legata al sentirsi non accolta e non riconosciuta in un aspetto molto significativo della sua identità sessuale.

    La fuoriuscita di liquidi durante l'orgasmo, comunemente definita "squirting", rappresenta per lei non solo una risposta fisiologica, ma anche un elemento simbolico importante, associato al piacere, alla femminilità, all'autostima e alla libertà di esprimersi sessualmente. È quindi comprensibile che le osservazioni del suo partner abbiano avuto un impatto emotivo più profondo di quanto inizialmente immaginasse.

    Il punto centrale non sembra essere lo squirting in sé, che non costituisce un problema sessuale quando vissuto con serenità dalla persona che lo sperimenta, ma il modo in cui questa caratteristica viene accolta all'interno della relazione. Nelle coppie può accadere che esistano sensibilità, limiti o preferenze differenti rispetto alla sessualità; ciò che fa la differenza è la possibilità di parlarne apertamente, senza giudizio reciproco, cercando soluzioni pratiche che non diventino però motivo di svalutazione o rifiuto.

    Mi colpisce il fatto che lei riferisca di non essersi sentita più "accolta come donna". Questa frase suggerisce che la ferita non riguardi soltanto l'aspetto sessuale, ma anche il bisogno di sentirsi vista, desiderata e accettata nella sua autenticità. Quando una relazione è significativa, il timore di perderla può rendere più difficile prendere decisioni che in altre circostanze sembrerebbero immediate e semplici. Per questo motivo i dubbi che oggi avverte non sono necessariamente un segno di debolezza o dipendenza, ma potrebbero riflettere il valore affettivo che attribuisce a questo legame.

    Prima di assumere decisioni drastiche, potrebbe essere utile chiedersi se il suo compagno stia esprimendo soltanto un disagio pratico e gestibile oppure se dietro le sue parole vi sia un atteggiamento più ampio di giudizio, scarsa accettazione o mancanza di rispetto verso la sua persona. La risposta a questa domanda può aiutarla a comprendere meglio quale sia il vero nodo della questione.

    Considerata la sofferenza che sta sperimentando e il significato che questa esperienza sembra avere nella sua vita relazionale e sessuale, ritengo che sarebbe consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, che possa aiutarla a esplorare i vissuti emotivi coinvolti e a comprendere quale scelta sia maggiormente coerente con i suoi bisogni e valori.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Sono una mamma di un ragazzo borderline della classe b, (dicono tratti antisociali). È seguito da uno psicoterapeuta. Cosa posso fare per facilitare il suo percorso di guarigione? Puó guarire? È lungo il percorso? Un giorno sembra stare bene, l'altro si sente vuoto.
    Fuma, beve, torna tardi la sera e non ha limiti. Grazie in anticipo per le risposte!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile Signora,

    comprendo la sua preoccupazione. Avere un figlio con una diagnosi di disturbo borderline di personalità, soprattutto in presenza di tratti antisociali, può essere molto impegnativo e generare sentimenti di impotenza, confusione e paura per il futuro.

    La prima cosa importante da sapere è che il fatto che suo figlio sia già seguito da uno psicoterapeuta rappresenta un elemento molto positivo. I disturbi di personalità non sono condizioni immutabili: con un trattamento adeguato molte persone riescono a ottenere miglioramenti significativi nella regolazione delle emozioni, nelle relazioni interpersonali, nel controllo degli impulsi e nella qualità della vita.

    Per quanto riguarda la "guarigione", oggi si tende a parlare più correttamente di percorso di miglioramento e stabilizzazione. Molti pazienti, soprattutto se motivati e adeguatamente supportati, vedono ridursi nel tempo i sintomi più invalidanti. Tuttavia, si tratta generalmente di un percorso che richiede tempo, costanza e pazienza. Non esiste una durata uguale per tutti: possono essere necessari mesi o anni, a seconda della gravità del quadro clinico, dell'età, della motivazione personale e della presenza di eventuali problematiche associate.

    Le oscillazioni che descrive ("un giorno sembra stare bene e il giorno dopo si sente vuoto") sono piuttosto frequenti nel disturbo borderline. Il senso di vuoto interiore, l'instabilità emotiva e la difficoltà nel gestire le emozioni intense sono aspetti caratteristici di questa sofferenza psicologica.

    Come madre, può facilitare il percorso terapeutico in diversi modi:

    cercando di mantenere una comunicazione il più possibile calma, evitando scontri eccessivamente accesi;
    validando le sue emozioni senza necessariamente approvare tutti i suoi comportamenti;
    mantenendo regole e limiti chiari, coerenti e realistici;
    evitando di assumersi completamente la responsabilità del suo cambiamento, che deve rimanere un obiettivo personale del ragazzo;
    incoraggiandolo a proseguire il percorso terapeutico con costanza;
    prendendosi cura anche del proprio benessere psicologico, perché convivere con queste difficoltà può essere molto stressante per i familiari.

    Per quanto riguarda il consumo di alcol, il fumo, le uscite notturne e la difficoltà ad accettare limiti, questi comportamenti possono essere collegati all'impulsività e alla ricerca di modalità rapide per gestire il disagio emotivo. È importante che tali aspetti siano affrontati all'interno del percorso terapeutico.

    Anche i familiari possono beneficiare di uno spazio di sostegno psicologico o di incontri di psicoeducazione, che aiutano a comprendere meglio il funzionamento del disturbo e a individuare strategie relazionali più efficaci.

    Le consiglio pertanto di approfondire questi aspetti con lo specialista che segue suo figlio, valutando eventualmente anche un supporto dedicato alla famiglia.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    BUONGIORNO MI SONO INNAMORATA DELLA MIA AMICA. ABBIAMO FATTO IL PASSO DI DICHIARARLO ALLE NOSTRE FAMIGLIE E CI SIAMO MESSE INSIEME. DOPO MESI HO SCOPERTE FOTO FATTE CON L'EX MARITO AD EVENTI FORMALI DI CUI IO ERO AL CORRENTE ME CHE LEI HA PRONTAMENTE OMESSO DI FARMI VEDERE.
    ALLE MIE RICHIESTE DI CHIARIMENTI LEI SI DIFENDE DICENDO CHE PER LEI NON AVEVANO VALORE AFFETTIVO, FATTE PER RICHESTE DI ALTRI E QUINDI NON INDISPENSABILI DA FARMI VEDERE.
    SOSTIENE INOLTRE CHE MI PONGO TROPPI PROBLEMI PER QUESTE COSE E CHE DOVREI SORVOLARE PERCHE LEI HA FATTO LA SCELTA DI STARE CON ME.
    ADESSO FACCIO FATICA A RIACQUISTARE LA PIENA FIDUCIA IN LEI PERCHE CREDO SEMPRE CHE MI NASCONDA QUALCOSA.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,

    da ciò che racconta emerge una situazione molto delicata, in cui si intrecciano emozioni di amore, fiducia e insicurezza.

    Il punto centrale non riguarda tanto le fotografie in sé, quanto il significato che hanno assunto per lei: il fatto che la sua partner abbia omesso di mostrarle alcune immagini legate al passato ha attivato un vissuto di esclusione e di possibile mancanza di trasparenza. È comprensibile che questo possa aver incrinato la fiducia, soprattutto se per lei la condivisione è un elemento importante nella relazione.

    Dall’altra parte, la sua compagna sembra dare a quelle immagini un valore “neutro” o poco rilevante, mentre lei attribuisce alla scelta di non condividerle un significato emotivo più profondo. Qui nasce spesso il conflitto: due persone possono vivere lo stesso evento con pesi emotivi molto diversi, senza che necessariamente vi sia l’intenzione di ingannare o nascondere.

    Tuttavia, il punto critico è come si gestisce questa differenza. Se da un lato è importante poter rassicurare il partner, dall’altro non è utile né sano minimizzare le emozioni dell’altro o invalidarne le preoccupazioni con frasi come “ti fai troppi problemi”. In una relazione, infatti, la fiducia si costruisce anche attraverso la validazione reciproca delle emozioni, non solo attraverso i fatti.

    Il fatto che oggi lei si senta portata a sospettare che ci siano altri segreti indica che la ferita non riguarda solo l’episodio specifico, ma una fragilità nella sicurezza relazionale che andrebbe ascoltata e compresa meglio. A volte, dopo un evento di questo tipo, la mente tende ad “allargare” il dubbio anche ad altri ambiti, generando ipervigilanza e ansia relazionale.

    Sarebbe utile, in questo momento, provare a distinguere tra:

    ciò che è accaduto realmente (le foto non mostrate),
    l’interpretazione che ne sta dando,
    e la paura più profonda sottostante (ad esempio: “posso fidarmi davvero?”, “sono importante per lei?”).

    Per ricostruire la fiducia, è fondamentale poter aprire un dialogo in cui entrambe le parti si sentano ascoltate senza svalutazione, lavorando sulla comunicazione e sulla trasparenza reciproca, piuttosto che sul “chi ha ragione”.

    Quando la fiducia viene scossa, non sempre il problema è l’episodio in sé, ma la difficoltà nel riparare emotivamente la rottura.

    Per questo motivo, sarebbe consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, così da comprendere meglio le dinamiche relazionali e lavorare sulla gestione della fiducia e dell’ansia che ne deriva.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Sto da circa 10-11 mesi con la mia ragazza. Lei ha avuto varie relazioni; per me, invece, questa è la prima relazione seria, sicuramente la più duratura.

    Attualmente sto vivendo un momento di crisi, perché mi interrogo su quello che provo per lei. Da un lato non so codificare bene le mie emozioni; dall’altro, da circa due o tre mesi, ho iniziato a rivendicare maggiormente i miei spazi rispetto all’inizio. Ho preso un po’ più le distanze, cosa che consideravo anche positiva, perché mi ha consentito di trovare un equilibrio maggiore e di vivere la coppia in modo più sereno.

    Oggi però, e questo pensiero torna ciclicamente, è come se quella richiesta di equilibrio si fosse tradotta, a volte, anche in una distanza emotiva. Spesso, quando sto con lei, non è più come prima: avverto di aver perso entusiasmo e molte volte sono pervaso da una tristezza generale. Lei è molto più presa di me e, fosse per lei, andremmo anche a convivere, mentre per me non è affatto detto che questa possibilità esista.

    Sempre più spesso, ultimamente, mi vengono pulsioni - che però non si traducono in nulla, o quasi nulla - verso altre ragazze. È come se avessi dei bisogni, non so se semplicemente sessuali o meno, insoddisfatti. Io e la mia ragazza ormai ci vediamo una o due volte a settimana, pur sentendoci tutti i giorni.

    C’è poi una cosa che mi fa riflettere. Molte volte, anche all’inizio della relazione, nella mia testa c’era l’idea che, una volta trovata una relazione stabile, avrei potuto concentrarmi anche sul resto della mia vita. Mi rendeva tranquillo sapere di avere accanto una persona con cui stavo bene, dentro una relazione appagante sotto molti punti di vista. Ancora oggi, in parte, questo meccanismo si ripete: da un lato mi rassicura avere una persona vicino, dall’altro vorrei avere più voglia di vederla, condividere più cose con lei, sentire che riesce ad alleviare la mia tristezza. Invece faccio fatica a farla entrare davvero nella mia intimità e non so se questo dipenda da una mia chiusura o dal fatto che lei, in qualche modo, non riesca davvero a entrarci.

    Non mi aspettavo un calo di questo tipo dopo così poco tempo. Pensavo che, eventualmente, sarebbe arrivato più avanti. E soprattutto il punto non è soltanto la questione degli spazi o dell’equilibrio personale: è il fatto che questa distanza, a volte, la percepisco come una distanza emotiva. Ed è questo che mi preoccupa di più. Non sono sicuro di sentire quello che sente lei. Sicuramente sento meno cose, o le sento in modo diverso. Ma non sono neanche sicuro di quale sia la soluzione.

    Sono dispiaciuto perché non so cosa fare. Lei mi ha anche proposto di prenderci una pausa, ma non so se sia la scelta più giusta, perché io sono molto legato a lei. Non so se riesco a immaginarmi, almeno nell’immediato, dei momenti senza di lei, e ho anche paura di questa cosa. Le voglio un mondo di bene e non avverto che il nostro legame si sia concluso, però non riesco a esprimermi come prima. Vorrei essere rapito dall’amore e non lo sono, evidentemente, oppure non so riconoscerlo.

    È come se avessi smesso di investire nella nostra relazione. In passato ci sono state alcune complicazioni: lei magari mi riprendeva perché mi voleva più presente, e forse questo ha influito. Sta di fatto che non so come uscire da questa situazione. A volte, scherzando, le ho anche proposto una relazione aperta, ma non so se fosse un modo per tenere tutto insieme nella mia testa: il suo affetto e, allo stesso tempo, la possibilità di provare altre esperienze. Oppure se fosse davvero una necessità.

    Il motivo per cui, per ora, sto dicendo di no alla pausa è anche che molte volte, nella mia vita, tendo a funzionare così: faccio una cosa, poi a un certo punto mi finiscono gli stimoli e cerco subito altro. So che non è una dinamica sana, e infatti vorrei cambiarla. Però ho paura di non riuscirci. Non so se anche in questa relazione io stia ripetendo gli stessi schemi. E, se così fosse, non è detto che lasciarsi sia davvero la soluzione: rischierei forse di portarmi dietro le stesse dinamiche in un’altra relazione o in altre situazioni della mia vita.

    Sta di fatto che questa situazione mi sta logorando. Provo un grande attaccamento nei suoi confronti, quasi naturalizzato nella mia quotidianità, e per me è importante avere dei riferimenti “certi”. Allo stesso tempo, però, mi rendo conto di aver smesso di investire nella nostra relazione. Non capisco perché. E non so se fino a ora ho trovato degli equilibri funzionali o se, semplicemente, fossero equilibri che mi permettevano di andare avanti.

    Le domande che mi pongo sono: è normale o no? Il fatto che non immagini, al momento, progettualità con lei o che faccia fatica, è un limite? Quanto posso reggere questo peso? Come mai continuo ad avvertire dei bisogni che la relazione non ha coperto? Non mi riferisco solo alle pulsioni che citavo, ma anche, talvolta, alla necessità stessa di una ragazza. Non penso infatti che, se mi lasciassi, mi chiuderei ad un’altra relazione. Mi sto auto-sabotando e sto correndo troppo? Dovrei provare a concentrarmi di più sulla mia relazione?

    Concludo dicendo che non abbiamo problemi sessuali e che non siamo in una fase in cui non riesco a vederla. Molte volte mi capita di annoiarmi, ma non provo fastidio né insofferenza nel vederla. Ne ho parlato varie volte con lei: sa tutto. Il motivo per cui continuo a dire di no alla pausa non è solo la paura di perderla o l’attaccamento che provo, ma anche il dubbio che allontanarmi possa essere una scorciatoia. Quello che dovrei capire è se sto attraversando una crisi della relazione oppure una crisi che riguarda il mio modo di vivere le relazioni e gli investimenti affettivi in generale.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,

    dal suo racconto emerge una riflessione molto profonda e consapevole, che mostra quanto stia cercando di comprendere ciò che sta vivendo senza fermarsi a spiegazioni semplicistiche. Proprio per questo motivo, credo sia importante distinguere alcuni aspetti.

    Innanzitutto, è abbastanza normale che dopo i primi mesi di una relazione l'intensità emotiva e l'entusiasmo iniziali si trasformino. La fase dell'innamoramento, caratterizzata da forte coinvolgimento, idealizzazione e desiderio costante di stare insieme, lascia spesso spazio a un legame più stabile e realistico. Questo passaggio, però, può essere vissuto con disorientamento, soprattutto quando si tratta della prima relazione significativa.

    Ciò che sembra preoccuparla maggiormente non è tanto la necessità di avere spazi personali, che rappresenta un bisogno sano e legittimo, quanto la sensazione di una distanza emotiva crescente e il dubbio di non provare ciò che la sua compagna prova per lei. Tuttavia, dalle sue parole emerge anche un forte attaccamento affettivo, il desiderio di non perderla e la consapevolezza che il problema potrebbe non riguardare esclusivamente questa relazione.

    Mi colpisce infatti quando descrive una tendenza a perdere interesse una volta raggiunta una certa stabilità e a cercare nuovi stimoli. Questa dinamica non necessariamente significa che non ama la sua compagna o che la relazione sia destinata a terminare; potrebbe invece rappresentare una modalità più generale di rapportarsi agli investimenti affettivi, ai progetti e alla continuità nel tempo. In questi casi, il rischio è quello di attribuire automaticamente il disagio alla relazione, quando invece potrebbe essere utile interrogarsi sul significato che hanno per lei la stabilità, l'impegno e la vicinanza emotiva.

    Anche il fatto che emergano fantasie o attrazioni verso altre persone non è, di per sé, un indicatore certo della fine di un rapporto. Può accadere anche all'interno di relazioni soddisfacenti. Ciò che conta è comprendere che funzione abbiano queste fantasie: rappresentano un bisogno di novità? Un desiderio di conferme? Una difficoltà a tollerare la routine? Oppure segnalano bisogni specifici che nella relazione non trovano spazio?

    Per quanto riguarda la pausa, non esiste una scelta universalmente giusta o sbagliata. Una pausa può essere utile quando serve a fare chiarezza, ma può anche trasformarsi in un tentativo di ridurre temporaneamente l'ansia senza affrontare realmente i nodi di fondo. Per questo motivo è importante capire cosa si aspetterebbe concretamente da quella distanza.

    Alla sua domanda "sto vivendo una crisi della relazione o una crisi del mio modo di vivere le relazioni?", credo che questa sia probabilmente la questione centrale. Dalle informazioni che fornisce non sembra emergere una chiara incompatibilità con la sua compagna, né la presenza di conflitti gravi o di una perdita totale di interesse. Sembra invece esserci una forte difficoltà nel comprendere i propri bisogni emotivi, nel dare un significato ai cambiamenti naturali della relazione e nel distinguere tra ciò che appartiene al rapporto e ciò che appartiene alla sua storia personale e relazionale.

    Per questo motivo, prima di prendere decisioni importanti sul futuro della coppia, potrebbe essere molto utile approfondire questi aspetti con uno specialista. Uno spazio psicologico le permetterebbe di comprendere meglio le sue emozioni, i suoi modelli relazionali e il significato di questa crisi, aiutandola a fare scelte più consapevoli e meno guidate dalla paura, dall'urgenza o dal senso di confusione che sta vivendo in questo momento.

    Un caro saluto,

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera a tutti,
    Da un paio di mesi ho preso la decisione di resettare la mia vita, tabula rasa, zero spaccato, poiché non più in linea con la persona che sono oggi né con i miei desideri attuali. Sono molto contenta di questa scelta, mi fa sentire sollevata, e l'obiettivo finale sarà il trasferimento all'estero. Ho così iniziato ad appuntare le azioni necessarie per raggiungere l'obiettivo in questione ma non sto facendo molti progressi. Anzi, mi blocco con estrema facilità. Ho notato, infatti, che aggiungo compiti, quasi dei doveri, inutili o comunque di poco valore per la realizzazione del mio desiderio. Mi sto allontanando da ciò che voglio. Le azioni necessarie rimangono lì, su carta, in attesa, mentre io m'invento che prima devo fare quella determinata cosa altrimenti mi sembra di non poter procedere. Ma quella determinata cosa, se vista con discernimento, è irrilevante. Eppure se non la sbrigo è come se stessi "perdendo" chissà quale esperienza che poi secondo le mie paturnie, è un pilastro importante per il mio futuro all'estero. E una volta portata a compimento me ne viene in mente un'altra, sempre di poco conto, sempre irrilevante. E ancora i passi che contano non vengono fatti. Un circolo vizioso insomma. Sento come un timore silente ma pesante dentro di me che mi impone di chiudere per "bene" questo capitolo della mia vita. Di rallentare l'avvenimento in sé (il trasferimento) perché famiglia e lavoro avranno delle reazioni poco piacevoli. Sento come se avessi il dovere di non scuoterli troppo dalla mia decisione che inevitabilmente porterà cambiamenti anche nelle loro vite.
    Qualche consiglio? Come esco da questa empasse?
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,

    da ciò che descrive emerge una situazione molto frequente quando si è di fronte a un cambiamento importante e profondamente significativo per la propria vita. Da una parte sente entusiasmo, sollievo e coerenza rispetto alla decisione presa; dall'altra, sembra esserci una componente emotiva che rallenta il passaggio dall'idea all'azione.

    Il fatto che continui ad aggiungere compiti secondari o poco rilevanti potrebbe non essere una questione di mancanza di volontà o organizzazione, bensì una forma di evitamento. Talvolta la mente ci porta a concentrarci su attività accessorie perché sono meno cariche emotivamente rispetto ai passi davvero decisivi. In questo modo si mantiene una sensazione di movimento e produttività, ma si rimanda ciò che genera maggiore ansia o conflitto.

    Nelle sue parole colpisce molto il riferimento al bisogno di "chiudere bene" il capitolo attuale e alla preoccupazione per le reazioni di familiari e colleghi. È possibile che una parte di lei desideri procedere, mentre un'altra senta il peso della responsabilità verso le persone coinvolte. Quando convivono bisogni diversi – affermare sé stessi e, contemporaneamente, proteggere gli altri dal cambiamento – può nascere una sorta di stallo.

    Potrebbe essere utile chiedersi:

    Qual è il timore concreto che si nasconde dietro il rinvio?
    Cosa accadrebbe se iniziasse subito a compiere i passi più importanti verso il trasferimento?
    Di cosa si sente responsabile rispetto alle reazioni degli altri?
    Esiste davvero un modo perfetto e indolore per comunicare una decisione che inevitabilmente comporterà cambiamenti?

    Spesso attendiamo di sentirci completamente pronti o di aver sistemato ogni dettaglio prima di agire, ma nelle grandi transizioni questa condizione raramente arriva. Talvolta è proprio l'azione graduale a ridurre l'incertezza, non il contrario.

    Un altro esercizio utile potrebbe essere distinguere, nero su bianco, tra attività "necessarie per il trasferimento" e attività "che mi fanno sentire più tranquilla ma che non sono indispensabili". Questa distinzione aiuta a riconoscere quando si sta seguendo il progetto e quando invece si sta cercando di gestire l'ansia legata al cambiamento.

    Consideri inoltre che trasferirsi all'estero non significa necessariamente chiudere tutto in modo perfetto. Può essere sufficiente chiudere in modo sufficientemente buono, accettando che qualche aspetto rimanga incompleto o che alcune persone possano non condividere la sua scelta.

    Poiché questa difficoltà sembra essere collegata non tanto all'organizzazione pratica quanto ai vissuti emotivi che accompagnano il cambiamento, potrebbe essere utile approfondire la situazione con uno specialista, per comprendere meglio le paure, i sensi di responsabilità e i conflitti interiori che stanno alimentando questo blocco.

    Un cordiale saluto,

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve ho bisogno di un vostro consiglio in che riguarda il mio problema, ho beccato il mio ex futuro marito con una donna più vecchia di me in macchina (io pesci 44 anni ,l'amante cancro 49 ,e il mio cancro ex 51) il 25 luglio avevamo il matrimonio lui mi aveva chiesto un periodo di riflessione fine marzo poi e tornato dopo 3 giorni non ne avevamo parlato e abbiamo continuato per altre 2 settimane come nulla e successo il 14 aprile mia chiesto un altra pausa di questa volta a detto più lunga che io l'io concesso solo una settimana e poi lo beccato con lei che stava in macchina, lei molto offensiva nei miei confronti lui non mia difeso minimamente anzi alimentava la sua ira ,io l'io detto ai suoi figli ( ne ha due27 e 17 ) e da allora lui mia tratto molto male mia fatto tanti dispetti, era come 3 anni di felicità non sono mai esistiti,sie dimenticato totalmente di noi e delle sue promesse fatte in chiesa a me ,io l'io detto che lo perdonato senza chiedere il perdono l'io detto che lo amavo nonostante tutto e che il nostro legame e forte e nessuna donna lo può rompere, premetto che lei e molto differente caratterialmente rispetto a me e alla sua ex moglie lui lo definisce matta ed e sicuro che non avrà nessun futuro con lei ma lui continua stare con lei addirittura sono andati a convivere lo chiama comodità e che lei non pretende nulla da lui e a lei li va bene cosi come e ,dopo che io ho postato una foto di me che partivo con l'aereo e lo bloccato per 7 giorni dai social e lui dopo un giorno ha cambiato le nostre foto sui social con lui solo e dopo 7 giorni di silenzio mia bloccata su Instagram e ha fatto finta di bloccarmi sul whattsup ed io l'io mandato un messaggio di vedere se ero veramente bloccata ed non lo ero ovviamente ho cancellato il messaggio, ed ho visto che ha cancellato solo il mio numero dalla rubrica cosi lui non vede il mio stato WhatsApp...non capisco perché sie comportato cosi male con me nonostante non avevo fatto nulla era come io lo tradito e lui mi punisce mia lasciato nel momento peggiore a me quando avevo subito un intervento alla colecisti, non ha mai chiesto alla mia figlia e ne tanto meno a me come sto e ne se ho bisogno di qualcosa..vorrei capire come può cambiare una persona in arco di un mese cosi tanto? Mia confessato che lei e la donna che era andato a togliere il malocchio e che era una sua cliente e lo ha trovato in un momento che lui era debole e si stava frequentato da inizio febbraio 2026. Ora non abbiamo nessun contatto e non parliamo più, io vorrei riconquistare il mio rapporto che avevo prima che lui mi tradisce, secondo voi e possibile?
    Grazie per chi mi risponderà

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Gentile Signora,

    da ciò che racconta emerge una situazione molto dolorosa, soprattutto perché la rottura non è avvenuta soltanto a livello affettivo, ma anche attraverso comportamenti che lei ha vissuto come umilianti, improvvisi e privi di rispetto. È comprensibile che oggi si stia chiedendo come sia possibile che una persona con cui aveva condiviso progetti importanti, compreso un matrimonio ormai imminente, sembri essere cambiata così rapidamente.

    In realtà, spesso il cambiamento non avviene in un solo mese. Più frequentemente, ciò che vediamo all'improvviso è il risultato di un processo interiore che l'altra persona stava vivendo da tempo e che non aveva condiviso apertamente. Il fatto che il suo ex compagno abbia ammesso di frequentare questa donna già da febbraio suggerisce che probabilmente la crisi della relazione fosse iniziata prima di quanto lei potesse immaginare.

    Per quanto riguarda il suo comportamento ostile nei suoi confronti, può accadere che una persona che si sente in colpa o che vuole giustificare le proprie scelte finisca, anche inconsapevolmente, per svalutare il partner lasciato o per prendere le distanze in modo brusco. Questo, tuttavia, non giustifica la mancanza di rispetto, l'assenza di supporto durante il suo intervento chirurgico o il modo in cui ha gestito la situazione.

    Riguardo alla possibilità di recuperare il rapporto, nessuno può escluderla con certezza. Tuttavia, è importante distinguere tra il desiderio di recuperare la relazione che aveva prima e la realtà attuale. La relazione che descriveva come felice appartiene a una fase precedente; oggi le condizioni sono cambiate: lui ha scelto di interrompere il rapporto, ha iniziato una nuova convivenza e al momento non mantiene contatti con lei. Per una riconciliazione autentica sarebbe necessario che entrambi desideraste lavorare sul rapporto, assumendovi responsabilità reciproche. L'amore di una sola persona, per quanto profondo, purtroppo non basta a ricostruire una coppia.

    In questo momento potrebbe essere utile chiedersi non solo se lui tornerà, ma anche se il modo in cui è stata trattata negli ultimi mesi corrisponde a ciò che desidera e merita all'interno di una relazione affettiva. A volte il dolore della perdita ci porta a concentrarci sui ricordi positivi, mentre facciamo più fatica a considerare gli aspetti che ci hanno ferito.

    Le suggerisco di dedicare attenzione prima di tutto a sé stessa, al lutto per questa separazione e alle emozioni di delusione, rabbia e tristezza che sta vivendo. È una ferita importante che merita ascolto e cura.

    Per comprendere meglio le dinamiche della relazione e aiutarla a elaborare quanto accaduto, sarebbe comunque consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, che possa offrirle uno spazio di sostegno personalizzato.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno a tutti,
    scrivo perché da tempo vivo un forte conflitto interiore nella mia relazione che mi rende la vita impossibile e sto cercando di capirlo meglio.
    Sono in una relazione da molti anni e stiamo costruendo una famiglia. Vivo però ambivalenza: da una parte affetto e senso di casa, dall’altra difficoltà nell’attrazione fisica, con vergogna, confronto con gli altri e sensazione di non autenticità.
    Ho provato a parlarne, ma spesso mi sono sentito non ascoltato, con distanza e frustrazione. Ci sono stati anche momenti di rottura e altre frequentazioni, e non sono mai riuscito a chiudere definitivamente la relazione. Nonostante mille motivi, oltre l'aspetto fisico che inizialmente non era un problema, non capisco perché non sono mai riuscito a chiudere. Tornavo da lei anche con la consapevolezza interiore che non era davvero quello che volevo.
    Mi chiedo se le mie scelte siano libere o guidate da paura, senso di colpa o abitudine.
    Collego tutto questo anche alla mia storia personale, segnata dalla perdita precoce di mia madre e dalla sensazione di dover meritare continuamente il mio valore.
    Come si può fare chiarezza quando si è divisi tra paura, senso di colpa e desiderio di autenticità?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,

    da ciò che descrive emerge una sofferenza che sembra accompagnarla da molto tempo e che non riguarda soltanto la scelta di restare o meno nella relazione, ma un conflitto più profondo tra bisogni affettivi, desideri personali, senso di responsabilità e immagine di sé.

    È importante sottolineare che nelle relazioni di lunga durata possono coesistere sentimenti apparentemente contraddittori: affetto, stima, senso di appartenenza e, allo stesso tempo, dubbi sull'attrazione, sulla compatibilità o sul proprio livello di soddisfazione. La presenza di questa ambivalenza non significa necessariamente che una scelta sia giusta e l'altra sbagliata, ma indica che esistono parti di sé che stanno esprimendo bisogni diversi.

    Un elemento che colpisce nel suo racconto è il fatto che, nonostante le crisi, le separazioni e la consapevolezza di alcuni aspetti che la facevano soffrire, non sia mai riuscito a interrompere definitivamente il legame. Questo può accadere per molte ragioni che vanno oltre l'amore romantico: il bisogno di sicurezza emotiva, la paura della solitudine, il timore di ferire l'altro, il senso di responsabilità, il valore attribuito alla famiglia o anche dinamiche relazionali radicate nella propria storia personale.

    Lei stesso collega questo vissuto alla perdita precoce di sua madre e alla sensazione di dover continuamente meritare il proprio valore. Senza trarre conclusioni affrettate, è possibile che esperienze di perdita o carenze affettive precoci influenzino il modo in cui ci si lega agli altri, rendendo particolarmente difficile tollerare la separazione, l'incertezza o il rischio di perdere un legame significativo, anche quando questo genera sofferenza.

    Un altro aspetto da considerare riguarda il concetto di autenticità. Talvolta le persone cercano una risposta immediata alla domanda: "La amo davvero oppure resto per paura?". Nella realtà psicologica, però, le motivazioni raramente sono pure o univoche. È possibile che convivano contemporaneamente affetto autentico, paura della perdita, abitudine, senso di colpa e bisogno di sicurezza. Il lavoro di chiarificazione consiste proprio nel comprendere il peso che ciascuno di questi elementi ha nelle proprie scelte.

    Per fare maggiore chiarezza può essere utile chiedersi non soltanto cosa perderebbe lasciando la relazione, ma anche cosa perderebbe restando nella situazione attuale. Allo stesso modo, può essere importante distinguere ciò che sente realmente da ciò che ritiene di dover sentire o fare per essere una "brava persona", un buon partner o un buon genitore.

    La difficoltà che descrive non sembra quindi limitarsi all'attrazione fisica, ma coinvolge aspetti identitari, emotivi e relazionali molto profondi. Per questo motivo ritengo che sarebbe utile approfondire questi temi in un percorso psicologico, che possa aiutarla a comprendere meglio le sue motivazioni, i suoi bisogni affettivi e il significato che questa relazione ha assunto nella sua vita.

    Le consiglio pertanto di confrontarsi con uno specialista, che possa accompagnarla in un'esplorazione più approfondita e personalizzata della sua storia e delle dinamiche che sta vivendo.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


Domande più frequenti

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