Domande del paziente (2431)

    Non so come iniziare, non so se tutto questo mi farà bene o se mi porterà solo a crollare in un abisso il cui fondo non mi farà più risalire, sono tante cose in questo periodo, sono stanca, stanca di non sapere se avrò un futuro e come sarà il mio futuro, stanca di non accettarmi, stanca di non sapere affrontare nulla di tutto questo.
    Sono al limite, non c’è un giorno in cui io non pensi che sparire sia l’unica soluzione.
    Non so lottare, non so credere nelle cose fino in fondo, non so fare nulla, non so cosa provo la maggior parte delle volte.. sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente.
    Voglio un amore, di quelli che ti strvolge, o forse no, forse voglio solo amore perché non ne ho mai avuto, o l’ho avuto?
    Quello con mio padre era un rapporto vero? Si comportava veramente da padre con me? Me ne pentirò di non parlagli quando morirà? Che fine farò io quando l’unico modo per parlargli sarà sotto 3 metri di terra?
    Perché non riesco a essere quella di prima? Perché non riesco a rialzarmi? Perché non riesco più a studiare e a concentrarmi? Non ho mai fatto il massimo e me lo riconosco ma perché ora non riesco a fare neanche quel minimo? Cosa sta succedendo? Perché non ho più il controllo del mio dolore? Perché gli sto permettendo di bloccarmi in questo loop continuo?
    Perché continuo a dormire quando in realtà è l’ultima cosa che vorrei fare?
    Perché continua a farmi domande a cui non avrò risposte?
    Perché continua a venirmi in mente il suicidio? Perché non riesco a vedere un futuro per me?
    Perché non ho un hobby?
    Pecche non so cosa mi piace?
    mi piace tutto o non mi piace nulla?
    Perche penso a aron ma solo se nello stesso pensiero c’è Emanuele?
    La storia di Simone che significa?
    Perché ogni menzogna che mi racconto poi finisco per reagire come se fosse vera.
    Perché quando provo a esternare cosa penso non faccio altro che farmi domande senza darmi risposte a esse?
    Perché lo sto facendo adesso?
    Che colpa ne ho io?
    Che senso ha la mia vita adesso?
    Sono stanca di dormire e svegliarmi l’indomani e sentirmi come adesso. Ma dormire è l’unico modo per non sentire il caos che provo adesso
    Lo provo sempre in realtà
    Che lezione devo imparare ancora?
    Perché l’amore non arriva?
    Cosa devo capire prima che arrivi?
    È questo no?
    Il motivo.
    Devo imparare ad amare prima di amare realmente se no finisco per ferire le persone
    E chi pensa a me?
    Tutte le volte che mi hanno ferito, che mi hanno usato.
    Non ho più voglia
    Tutto questo male
    Mi porta solo più confusione
    E scriverlo è stato peggio
    Mi sta ricordando tutte le cose brutte che provo e continuerò a provare perché non cambierò
    Sono questa da anni
    Sento che non cambierò. Grazie per qualunque punto di vista riusciate a fornirmi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrivi è un vissuto di sofferenza molto intenso, caratterizzato da stanchezza emotiva, confusione, perdita di senso, difficoltà di concentrazione, senso di vuoto e pensieri ricorrenti legati alla morte e al “scomparire”. È importante dirti subito che non sei “sbagliata” o “incapace”: questi vissuti, quando diventano così pervasivi, sono spesso il segnale di un carico emotivo che ha superato la soglia di tollerabilità della mente in quel momento.
    Quando la sofferenza diventa continua e si accompagna a pensieri come il desiderio di sparire o il suicidio, non si tratta solo di “riflessioni”, ma di un segnale di allarme psicologico che merita attenzione e cura immediata. In questi stati è molto comune sentirsi confusi, contraddittori, scollegati da ciò che si prova (a volte “troppo”, a volte “niente”), e perdere anche il senso di sé, dei propri interessi e del futuro. Anche la difficoltà a studiare, a concentrarsi e a trovare motivazione rientra spesso in questo quadro di esaurimento emotivo e mentale.
    Le domande che ti fai — sull’amore, sul rapporto con tuo padre, sul tuo valore, sulle scelte, sul futuro — non sono “senza risposta”, ma nascono da una mente che sta cercando disperatamente un ordine dentro un momento di caos interno. Quando si è in questo stato, però, cercare risposte da soli spesso aumenta solo la confusione e il dolore, perché manca uno spazio stabile e guidante in cui poterle elaborare con sicurezza.
    È importante sottolineare che questi vissuti possono essere affrontati e modificati con un adeguato supporto psicologico. Non sei definita da questo momento, anche se ora può sembrarti impossibile immaginare un cambiamento. La sensazione di “non cambierò mai” è tipica degli stati depressivi o di forte disregolazione emotiva, ma non rappresenta una previsione reale del futuro.
    Vista l’intensità dei pensieri riportati, è fortemente consigliabile non rimanere sola in questo stato e approfondire quanto prima con uno specialista (psicologo/psicoterapeuta e, se necessario, anche uno psichiatra). Un percorso può aiutarti a dare senso a ciò che stai vivendo, ridurre il dolore e soprattutto ricostruire gradualmente uno spazio interno più stabile e sicuro.
    Se in alcuni momenti i pensieri dovessero diventare più pressanti o difficili da gestire, è importante chiedere aiuto immediato (ad esempio contattando il 112 o un servizio di emergenza, oppure rivolgendosi a una persona di fiducia).
    Un sostegno professionale può fare la differenza proprio quando tutto appare confuso e senza uscita.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Io stasera avverto formicolio al braccio sinistro, tremore in tutto il corpo....ho preso levopraid e una camomilla con melatonina, una prima di andare a letto e una camomilla con melatonina dopo perché nn riuscivo a prendere sonno. Da cosa potrebbe dipendere, ansia? Grazi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    I sintomi che descrive – formicolio al braccio sinistro, tremore diffuso e difficoltà ad addormentarsi – possono avere diverse possibili spiegazioni, ed è importante non attribuirli automaticamente solo all’ansia senza una valutazione più completa.
    Da un lato, stati ansiosi o attacchi di ansia possono effettivamente provocare manifestazioni fisiche anche intense: il formicolio (spesso legato a iperventilazione o tensione muscolare), il tremore, la sensazione di agitazione interna e l’insonnia sono sintomi piuttosto comuni. Anche il fatto di concentrarsi su ciò che si sta provando può amplificare ulteriormente le sensazioni corporee.
    Dall’altro lato, è importante considerare anche altri fattori:


    Il Levopraid (levosulpiride) può avere effetti collaterali, tra cui agitazione, tremori o alterazioni del ritmo sonno-veglia in alcune persone.


    L’assunzione di più sostanze con effetto sul sistema nervoso (come melatonina e farmaci) può talvolta interferire con il normale equilibrio dell’organismo.


    Il formicolio al braccio sinistro, in particolare, va sempre valutato con attenzione per escludere cause di natura medica (neurologica o, più raramente, cardiovascolare), soprattutto se è un sintomo nuovo, intenso o persistente.


    Quindi sì, l’ansia potrebbe essere una possibile spiegazione, ma non è l’unica e non è corretto fare una diagnosi a distanza. Se i sintomi dovessero ripresentarsi, intensificarsi o associarsi ad altri segnali (come dolore al petto, affanno, debolezza marcata), è importante rivolgersi tempestivamente al medico.
    In ogni caso, se dovesse emergere una componente ansiosa, un percorso psicologico può aiutarla a comprendere meglio cosa sta accadendo e a gestire i sintomi in modo efficace.
    Le consiglio quindi di approfondire la situazione sia con il medico curante per escludere cause organiche, sia con uno specialista della salute mentale.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno Dottori, racconto brevemente la mia ultima esperienza con una persona conosciuta da poco. Ci incontriamo, ci piacciamo, decidiamo che la nostra relazione debba essere solo di natura fisica. Ci vediamo, proviamo ad avere un rapporto ma durante quest'ultimo mi rendo conto di avere molto dolore ( è un qualcosa che mi capita quando mi sento tesa ma poi si risolve) per cui gli chiedo di fermarsi. Lui lo fa ma la reazione che ne segue è del tutto inaspettata: Si innervosisce, si arrabbia, mi dice che l'ho messo in una situazione di disagio e imbarazzo che non sa come gestire perchè essendo il nostro rapporto di natura sessuale,non avrebbe saputo cosa fare con una donna in casa tutta la serata ( cito testualmente). Inoltre mi dice che sono stata egoista e scorretta a non dichiarare prima di avere talvolta dei dolori nei rapporti, perche sapendolo, lui avrebbe potuto decidere se fosse il caso di vedersi o meno.. Decisamente agghiacciata, chiamo un taxi per andar via e nel mentre lui stava gia organizzando il resto della serata con un amico..mi chiede quando ci vuole perche il taxi arrivi, gli dico una decina di minuti.. mi chiede di dargli il telefono cosi che lui potesse controllare in quanto sarebbe arrivato. Ovviamente glielo nego e lui mi dice " me lo neghi perche secondo me non hai mai chiamato il taxi"... Vado via.. non mi sono mai sentita cosi umiliata, in imbarazzo e in preda alla vergogna in tutta la mia vita. Cosa può spingere una persona a comportarsi in questo modo? Grazie per i vostri pareri.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che descrivi è un’esperienza emotivamente molto intensa e, comprensibilmente, dolorosa da rielaborare.
    Provo a rispondere distinguendo alcuni livelli.
    1. Il tuo comportamento nella situazione
    Tu hai fatto una cosa fondamentale: hai ascoltato il tuo corpo e ti sei fermata quando hai sentito dolore. Questo è un punto centrale nella salute sessuale e relazionale: il consenso non è solo “dire sì”, ma può e deve essere ritirato in qualsiasi momento. Il dolore, tra l’altro, merita sempre attenzione e non va mai ignorato o forzato.
    2. La reazione dell’altro
    La sua risposta appare problematica su più livelli:


    mancanza di rispetto del tuo limite (la tua interruzione del rapporto)


    spostamento della responsabilità su di te (“sei stata egoista”, “avresti dovuto dirlo prima”)


    svalutazione e accusa in un momento di vulnerabilità


    controllo e sospetto (es. dubitare del taxi, richiesta del telefono)


    Questi elementi possono rientrare in dinamiche di scarsa regolazione emotiva, immaturità relazionale o bisogno di controllo. In alcuni casi possono assumere anche la forma di comportamenti manipolativi o di “ribaltamento della colpa”, dove l’altro viene fatto sentire responsabile di ciò che ha invece legittimamente espresso o scelto.
    3. La tua reazione emotiva
    Sentirti umiliata, in imbarazzo e in preda alla vergogna è una risposta molto comune quando:


    il proprio limite non viene rispettato


    si viene accusati mentre si è in una posizione vulnerabile


    si sperimenta un’invalidazione emotiva improvvisa


    È importante però sottolineare un punto: non hai fatto nulla di sbagliato nel fermarti.
    4. Il nodo del “dolore nei rapporti”
    Hai accennato a un dolore che si presenta in alcune condizioni. Questo è un aspetto che merita attenzione clinica, non giudizio. Può essere legato a fattori fisici, muscolari, emotivi o di tensione. Il fatto che tu lo riconosca è già un elemento di consapevolezza importante.
    5. “Che mi succede?”
    Da ciò che scrivi, non emerge qualcosa “che non va in te”, ma piuttosto:


    una situazione relazionale poco rispettosa dei tuoi confini


    una forte attivazione emotiva legata a vergogna e vulnerabilità


    una possibile riattivazione del tema del giudizio e della colpa


    La “presenza costante nella tua vita” che citi potrebbe indicare che l’episodio ha lasciato una traccia emotiva significativa, che tende a ripresentarsi nei pensieri o nelle emozioni.
    In sintesi
    Il punto centrale non è trovare una giustificazione al suo comportamento, ma osservare l’effetto che ha avuto su di te e cosa ti ha fatto sentire: non rispettata, colpevolizzata e messa in discussione proprio mentre stavi esprimendo un limite legittimo.
    Quando esperienze di questo tipo lasciano confusione, vergogna o rimuginio persistente, è utile non affrontarle da soli.
    È consigliabile approfondire con uno specialista, sia per comprendere meglio la dinamica vissuta, sia per lavorare sulla gestione del dolore nei rapporti e sulle ricadute emotive di episodi di questo tipo.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno.dottore scrivo per 1 consiglio,mio figlio affetto da schizzofrenia da anni. Non ha molta cognizione del tempo e del cmportamento verso altri...io vivo con mio compagno. E mio figlio con la moglie...io collaboro molto con loro sia per le cure che per altro..il problema che mio compagno non vuole capire la mia situazione...e non accetta che mio figlio venga spesso da me.. senza avvertire.dice che io l'ho abituato male..e si arrabbia anche con lui...non capisce cosa vuol dire combattere con un paziente con questa patologia.. cosa posso fare? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    la situazione che descrive è complessa e comprensibilmente faticosa, perché la pone in mezzo a due bisogni importanti: da una parte il supporto a suo figlio, che convive con una patologia impegnativa come la schizofrenia, e dall’altra la relazione con il suo compagno, che fatica a comprendere fino in fondo questa realtà.
    È importante partire da un punto: suo figlio non mette in atto certi comportamenti “per scelta” o per mancanza di educazione, ma perché la malattia può compromettere aspetti fondamentali come la percezione del tempo, il rispetto delle regole sociali e la capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Questo significa che, in molti casi, ha bisogno di un ambiente comprensivo, stabile e prevedibile.
    Allo stesso tempo, però, è comprensibile anche il disagio del suo compagno, che può sentirsi invaso nei propri spazi o non preparato a gestire situazioni che non conosce. Spesso dietro queste reazioni c’è più difficoltà e paura che mancanza di volontà.
    Cosa può fare concretamente:


    Favorire un dialogo chiaro e calmo con il suo compagno, spiegando meglio cosa comporta la patologia di suo figlio e quali sono i limiti oggettivi dei suoi comportamenti.


    Stabilire alcune regole condivise, per esempio concordare quando e come suo figlio può venire a trovarla, cercando un equilibrio tra le esigenze di tutti.


    Coinvolgere il compagno in un momento informativo, se possibile (anche con uno specialista), per aiutarlo a comprendere meglio la schizofrenia e ridurre incomprensioni e tensioni.


    Non colpevolizzarsi: il supporto che offre a suo figlio è prezioso, ma non deve annullare gli altri equilibri della sua vita.


    Situazioni come questa spesso richiedono un lavoro di mediazione emotiva e relazionale, oltre che una corretta informazione sulla patologia. Per questo motivo, può essere molto utile confrontarsi con uno specialista, anche insieme al suo compagno, per trovare strategie più funzionali per tutti.
    Resto a disposizione e le consiglio di approfondire la situazione con un professionista.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve ho iniziato da poco una terapia di tipo schema therapy con l'obiettivo di uscire dai miei schemi psicologici radicali dopo aver affrontato CCT, soffro di umore tendente al basso con stati depressivi ed ansia generalizzata, difficolta a socializzare,autostima bassa, mancanza di motivazione, procrastinazione, ecc. Vorrei però provare ad iniziare un percorso
    parallelo di trattamento di adhd con un altro/a terapeuta, perchè la mancanza di motivazione mi sta creando gravi ripercussioni. La mia attuale terapeuta non si occupa di adhd. Ma non so neanche, se i miei gravi problemi motivazionali siano legati al disturbo adhd o come conseguenza di anni ed anni di montagne russe di stati emotivi. Ho effettuato già in passato un test adhd, ma non ho potuto avere la conferma di disturbo, perché né io né i miei parenti hanno ricordi precisi sulla mia prima infanzia, perciò il test(ufficiale) è risultato poter corrispondere alla diagnosi di adhd senza però conferma definitiva. Non mi interessa nenache avere conferma, ma curare il sintomo, vorrei che qualcuno mi aiutasse a migliorare la motivazione e intraprendere un percorso di costanza. È possibile che il disturbo motivazionale sia solo conseguenza di stati depressivi e quindi riuscirei ad uscirne anche solo con la schema therapy oppure avrei bisogno di un trattamento specifico? E se si, al trattamento di adhd specifico, potrei fare due psicoterapie contemporaneamente e che tipo di psicoterapia per adhd? Grazie per la vostra risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve, la sua domanda è molto pertinente e riflette una buona consapevolezza del suo funzionamento e dei suoi bisogni.
    La difficoltà motivazionale che descrive può effettivamente avere origini diverse. Da un lato, sintomi come procrastinazione, bassa motivazione e difficoltà nella costanza possono essere compatibili con un funzionamento riconducibile all’ADHD nell’adulto. Dall’altro lato, gli stessi aspetti sono molto frequenti anche in quadri di tipo ansioso-depressivo: quando l’umore è basso, l’energia mentale si riduce, aumenta il senso di fatica e diventa più difficile attivarsi, portando spesso a rimandare o evitare.
    In molti casi, queste due dimensioni possono anche sovrapporsi: una difficoltà attentiva o esecutiva di base può, nel tempo, generare frustrazione, senso di inefficacia e quindi contribuire allo sviluppo di bassa autostima e umore depresso. Viceversa, uno stato depressivo prolungato può “simulare” difficoltà attentive e motivazionali.
    Per quanto riguarda la Schema Therapy che ha iniziato, è un approccio molto utile per lavorare sugli schemi profondi (ad esempio senso di inadeguatezza, fallimento, autocritica), che spesso sono alla base sia della bassa autostima sia della difficoltà a mantenere la motivazione. Questo tipo di lavoro, nel medio-lungo termine, può portare anche a un miglioramento della capacità di attivarsi.
    Detto questo, se il nucleo principale della sua sofferenza attuale è la difficoltà organizzativa, la procrastinazione e la gestione della motivazione, può essere utile integrare un lavoro più specifico sulle funzioni esecutive. Per l’ADHD nell’adulto (anche in assenza di una diagnosi pienamente confermata), gli interventi più utilizzati sono:


    approcci cognitivo-comportamentali focalizzati su organizzazione, pianificazione e gestione del tempo


    training sulle abilità esecutive


    strategie pratiche e comportamentali per aumentare la costanza


    Rispetto alla possibilità di fare due percorsi contemporaneamente: in linea generale è possibile, ma va gestito con attenzione. È importante che i professionisti siano informati e, idealmente, che ci sia un minimo di coordinamento, per evitare sovrapposizioni o indicazioni contrastanti. In alcuni casi si può anche valutare di integrare il lavoro con un unico terapeuta che abbia competenze su entrambi gli aspetti, oppure affiancare alla psicoterapia un percorso più “psicoeducativo” o di coaching specifico.
    Un altro elemento importante è che, anche se non è fondamentale avere un’etichetta diagnostica, una valutazione più approfondita (eventualmente anche multidisciplinare) potrebbe aiutarla a capire meglio l’origine delle sue difficoltà e quindi a scegliere l’intervento più mirato.
    In sintesi: sì, la sua difficoltà motivazionale potrebbe essere legata sia agli stati depressivi sia a caratteristiche compatibili con ADHD; la Schema Therapy può aiutarla, ma in alcuni casi è utile integrare con un lavoro più specifico sulle abilità di organizzazione e attivazione.
    Le consiglio di approfondire questi aspetti con uno specialista, così da costruire un percorso il più possibile mirato e coordinato sui suoi bisogni.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve , ho un grosso problema (per me ovviamente). Da qualche giorno a questa parte all’improvviso sento di provare qualcosa in più per il mio migliore amico, siamo amici da quasi 10 anni circa, appena conosciuto lo vedevo in maniera diversa, forse mi piaceva ma poi questa cosa subito è cambiata perché lui si era lasciato da poco dopo una lunga storia io anche in quel momento ho avuto dei problemi abbastanza seri con il ragazzo con cui stavo a quel tempo e quindi siamo diventati molto amici lui mi è sempre stato vicino. Lui ha iniziato a divertirsi e andare a letto con tante ragazze perché voleva dimenticare la sua storia e stare bene, nel frattempo io mi sono fidanzata , lui ha iniziato una frequentazione con una ragazza che tutt’oggi sta con lui. Lui è sempre stato presente nella mia vita, magari capitava che non lo sentivo per settimane e poi stavamo ore al telefono per parlare oppure passava a trovarmi a lavoro ,fatto sta che non ci siamo mai staccati . Poi io mi sono lasciata dopo 3 anni e lui mi é stato vicinissimo , ci sentivamo tutti i giorni . É capitato in questi anni che ci siamo baciati e siamo andati a letto insieme , l’anno scorso é venuto a dormire a casa mia perché i miei non c’erano e mi ha tenuta stretta tutta la notte, nonostante ci fosse sempre questa sua fidanzata ma che lui in realtà ha voluto tenere solo perché dopo anni che andavano a letto insieme era arrivato il momento di fare un passo in più ma che non avrebbe dovuto fare a mio parere perché comunque lui l’ha tradita sia con me e anche in altre situazioni. Ad oggi la situazione è questa: lui convive con questa ragazza ma vuole andare via da quella casa ma non ha il coraggio di chiudere quella porta e farla soffrire ma lui sa che è l’unica cosa giusta da fare. Io ultimamente ho smesso di prendere un contraccettivo e avevo gli ormoni a palla allora mi è venuta di fare l’amore con lui e gliel’ho fatto capire, lui ovviamente ha detto subito vediamoci ma poi tra una cosa e l’altra non siamo riusciti e al momento non ne abbiamo più parlato, però in tutto ciò in questi anni lui mi ha sempre chiamata tutti giorni , appena esce da lavoro lui mi chiama , non credo sia normale avendo una fidanzata lui vuole sempre sapere tutto di me. Però io da qualche giorno a questa parte mi sento strana ed è come se mi stessi svegliando da un sonno, forse provo qualcosa per lui, ma poi penso che per come è fatto non potrei mai stare con lui, c’è chi pensa che lui sia innamorato di me ma che non ha il coraggio di dirlo, io quando sento questa cosa rido perché penso a tutte le cavolate che mi racconta e che fa con altre ragazze quindi penso che sia impossibile che sia innamorato di me. Ora io spero che sia solo un momento questo per me e che mi passi , anche perché non voglio perderlo, però mi chiedo come può essere che da un momento all’altro mi sta succedendo questa cosa??? Io ero convinta che lui non piacesse come fidanzato. C’è una mia amica che mi dice sempre fatela finita e sposatevi e basta perché è evidente che lui sia innamorato di te e anche gli estranei spesso mi hanno chiesto perché evidentemente hanno notato dall’esterno qualcosa di più ma io ci ho sempre riso su perché per me era impensabile dicevo con affetto ovviamente ma che è uno particolare figurati, ma lui obiettivamente è una presenza costante nella mia vita sempre . Che faccio ? Che mi succede?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Quello che stai vivendo, per come lo racconti, è una situazione emotivamente molto intensa ma anche piuttosto comprensibile dal punto di vista psicologico.

    Quando una persona entra nella nostra vita per molti anni in modo costante, affettivo, presente nei momenti difficili, e allo stesso tempo ci sono stati anche episodi di intimità fisica e momenti “di confine” tra amicizia e relazione, il legame tende a diventare profondamente ambivalente: non è più solo amicizia, ma non è mai diventato stabilmente una coppia. Questa zona grigia può creare confusione emotiva e riattivarsi nel tempo.

    In questi casi possono entrare in gioco diversi fattori:

    Attaccamento e familiarità: una persona presente per anni diventa una figura emotivamente centrale, anche quando razionalmente la si considera “non adatta” come partner.
    Rinforzo intermittente: contatti intensi alternati a distanze, confidenze profonde alternate a silenzi, creano un legame molto “attivante” a livello emotivo.
    Confusione tra affetto, desiderio e bisogno di sicurezza emotiva: soprattutto nei momenti di cambiamento personale (come una rottura o modifiche ormonali), è possibile percepire più intensamente ciò che prima era sullo sfondo.
    Dissonanza cognitiva: da una parte lo vedi come “non affidabile o non adatto”, dall’altra lo vivi come presenza centrale e speciale nella tua vita. Il cervello cerca di dare un senso a questa contraddizione e può far emergere dubbi sul sentimento.

    Il fatto che tu ti stia “risvegliando da un sonno”, come dici, può indicare non necessariamente un amore improvviso, ma piuttosto una riattivazione emotiva di un legame già molto carico, che in certi momenti della vita si fa sentire con più forza.

    È importante anche non trascurare un punto: la sua situazione attuale (relazione stabile, ambiguità, contatti paralleli, difficoltà a chiudere) contribuisce a mantenere un legame che resta sospeso e quindi psicologicamente più difficile da decifrare.

    Per questo motivo, più che chiederti “se è amore vero o no”, potrebbe essere utile chiederti:

    che posto occupa lui nella tua vita oggi?
    che tipo di relazione desideri davvero per te?
    questa dinamica ti fa stare serena o ti tiene in uno stato di continua incertezza?

    Quando un legame genera confusione costante, spesso non è tanto il sentimento a essere “nuovo”, ma la struttura della relazione a essere poco chiara e quindi emotivamente attivante.

    Detto questo, solo un approfondimento più personale e guidato può aiutarti a distinguere meglio ciò che stai vivendo e a capire come orientarti senza sofferenza o confusione.

    È quindi consigliabile approfondire la situazione con uno specialista.

    Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera dottore, le volevo parlare di una cosa: questo mese ho iniziato ad allenarmi ,nella mia camera, tramite un app e da quando mi alleno mi fisso molto. Se mangio qualcosa fuori dal solito mi sembra di aver rovinato tutto, mi parte l’ansia e mi chiedo se sto sbagliando tutto, se vanifico l’allenamento. Inoltre, quando mangio dolci mi viene la nausea. Questi pensieri sul cibo e sull’allenamento mi vengono ogni giorno e mi pesano. Non so se è normale o se mi sto fissando troppo. Mi date un parere? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    da ciò che descrive emerge un cambiamento recente legato all’introduzione dell’allenamento che, invece di essere vissuto come un’attività positiva e flessibile, sta iniziando ad assumere un significato molto rigido e carico di ansia.
    Il fatto che dopo aver iniziato ad allenarsi compaiano pensieri ricorrenti del tipo “sto rovinando tutto se mangio qualcosa fuori schema”, oppure la sensazione di aver vanificato gli sforzi con il cibo, indica una tendenza a interpretare alimentazione e attività fisica in modo molto “rigido e controllante”. Questo tipo di pensieri può generare un circolo vizioso: più si cerca di controllare, più aumenta l’ansia, e più l’ansia rende difficile vivere il rapporto con il cibo in modo sereno.
    Anche la nausea in risposta ai dolci può essere una manifestazione fisica dell’ansia o della forte attivazione emotiva associata al cibo “vietato”, più che una vera e propria intolleranza.
    In generale, non è raro che, quando si inizia un’attività fisica con molta motivazione, si sviluppi un’attenzione eccessiva al corpo, all’alimentazione e alla performance. Tuttavia, quando questi pensieri diventano quotidiani, intrusivi e fonte di disagio, è importante considerarli come un segnale da ascoltare.
    Non significa necessariamente che “ci sia qualcosa di grave”, ma che il rapporto con il cibo, l’allenamento e il controllo del corpo sta assumendo una connotazione che merita attenzione, per evitare che si strutturi in modo più rigido nel tempo.
    Sarebbe utile lavorare su una maggiore flessibilità cognitiva e su un rapporto più equilibrato con alimentazione e attività fisica, in modo che restino strumenti di benessere e non diventino fonte di ansia.
    Per questo motivo, è consigliabile approfondire la situazione con uno specialista (psicologo o psicoterapeuta), così da comprendere meglio l’origine di questi pensieri e intervenire precocemente, se necessario.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, sto attraversando un periodo molto complicato con il mio compagno io ho quasi 36 anni lui quasi 33
    Il problema è che tra
    Me e lui c’è un grosso ostacolo il suo lavoro
    Fa il cuoco ma ora si è preso come responsabile troppe responsabilità troppe pressioni e mancanza di presenza con me nella sua relazione,io non lo vedo quasi mai parla sempre di lavoro secondo me ha una dipendenza di lavoro pensa troppo a soldi lavoro anche con me pensa sempre al lavoro non si svaga mai io sinceramente sto davvero male negli ultimi mesi ho iniziato a essere nervosa piangere non avere appetito non ho fame in 4 mesi ho perso 8 chili …. Io gliel’ho parlato ma lui mi dice non può fare altrimenti perché è responsabile ed ha più impegni e impicci … lui l’anno scorso mi fece capire che sarebbe andata bene la nostra relazione che ci sarebbe stato ma non c è più presenza solo una volta a settimana se non cambiano un po’ le cose…. Io non ce la fo più …. Lui mi dice son periodi ma sti periodi son mesi non giorni…. Ma poi anche quando è con me lo chiamano sempre al telefono per problemi mi lascia sola ha da chattare col telefono É davvero diventata pesante la cosa…. Ma la cosa più assurda che quel giorno che stiamo insieme non prende mai iniziative di nulla dice É sempre stanco morto massimo due volte al mese mi porta a mangiare fuori e basta…. Io sono molto confusa non so cosa fare ho bisogno di un consiglio grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve, grazie per aver condiviso una situazione così faticosa e carica di sofferenza.
    Da ciò che racconta emerge un quadro in cui la relazione sembra essersi sbilanciata in modo significativo: il suo compagno è completamente assorbito dal lavoro e dalle responsabilità, mentre lo spazio per la coppia è diventato sempre più ridotto, frammentato e poco qualitativo. In questi casi, può accadere che il lavoro diventi una sorta di “centrale unica” attorno a cui ruota tutto il resto della vita, con conseguente trascuratezza degli aspetti affettivi e relazionali. Non è possibile parlare di diagnosi o etichette, ma sicuramente si può ipotizzare una condizione di forte stress lavorativo o di difficoltà nel mantenere un equilibrio tra vita professionale e privata.
    Dall’altra parte, è importante dare grande attenzione a ciò che sta vivendo lei: nervosismo, pianto, riduzione dell’appetito e perdita di peso significativa in pochi mesi sono segnali che indicano un livello di sofferenza emotiva importante. Quando il corpo inizia a “parlare” in questo modo, è fondamentale non sottovalutare il disagio.
    Il nodo centrale che emerge è la mancanza di presenza emotiva e relazionale all’interno della coppia: non solo il poco tempo, ma anche la scarsa qualità del tempo condiviso, con continue interruzioni, distrazioni e assenza di iniziativa da parte del partner. Questo può generare un vissuto di solitudine anche all’interno della relazione stessa.
    In situazioni come questa, può essere utile provare a chiarire in modo molto concreto i bisogni reciproci: non solo “stare più insieme”, ma definire tempi protetti, modalità di contatto e spazi in cui il lavoro non entri (ad esempio telefonate e chat). È altrettanto importante osservare non solo le intenzioni dichiarate, ma anche la reale disponibilità al cambiamento nei comportamenti.
    Se, nonostante il confronto, la situazione rimane invariata, può diventare necessario interrogarsi sulla compatibilità dei bisogni all’interno della coppia.
    Un supporto psicologico individuale, e in alcuni casi anche un percorso di coppia, può essere molto utile per fare chiarezza e ritrovare un equilibrio, oppure per comprendere con maggiore lucidità la direzione della relazione.
    In ogni caso, visto il livello di sofferenza che descrive, le consiglierei di approfondire la situazione con uno specialista.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve, sono un ragazzo di 27 anni che circa un anno fa gli hanno diagnosticato "una possibile ADHD prevalentemente sulla sfera attentiva". Il centro è nella lista consigliati dall'AIFA quindi sono piuttosto certo che sia un buon centro. Il fatto è che la mia storia clinica è molto complessa e quindi credo che non se la sono sentiti di sbilanciarsi troppo. Ho rifiutato la terapia medica perchè per la mia situazione clinica complessa gli effetti collaterali del farmaco potrebbero portare a problemi grossi. Il mio grosso problema da anni è che non riesco ad essere costante nello studio per l'università. A Settembre 2025 ho rinunciato agli studi ma ho intenzione di riprenderli. Negli anni ho provato tantissimi approcci psicoterapeutici diversi come cognitivo comportamentale, strategica integrata, breve strategica, post razionalista, cognitivo costruttivista, breve focale integrata senza grossi risultati per il problema citato in precedenza. Sono una persona molto consapevole di come funziono grazie anche a tutte le terapie provate negli anni ma gli insight non sono bastati per portare un vero e proprio cambiamento in me. Il problema credo che sia stratificato su più livelli:
    1) ADHD
    2) l'attrito dell'iniziare l'attività dello studiare è veramente grosso
    3) se nella cosa che sto studiando non ci trovo una utilità subito il mio cervello inizia a fumare
    4) Spesso provo tanta frustrazione mentre studio e per non provare più questa sensazione smetto di studiare
    5) ho sviluppato negli anni meccanismi di difesa molto raffinati
    6) Essere costante nello studio e cioè studiare con una certa continuità è molto difficile per me

    Ho bisogno del vostro aiuto per capire quale possa essere il miglior percorso per me per risolvere questo problema che sento perchè sono molto in difficoltà.

    grazie

    G.T.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve G.T.,
    da ciò che descrive emerge un quadro articolato e, soprattutto, una grande consapevolezza di sé. Questo è un punto di partenza importante, ma – come ha già sperimentato – la sola comprensione (“insight”) spesso non è sufficiente a produrre un cambiamento concreto, soprattutto quando entrano in gioco difficoltà di tipo attentivo e motivazionale.
    Provo a restituirle alcune chiavi di lettura utili.
    Nel caso di un possibile ADHD, soprattutto nella forma prevalentemente inattentiva, il problema non è solo “capire cosa fare”, ma riuscire ad attivarsi e mantenere l’azione nel tempo. Quello che lei chiama “attrito nell’iniziare” è molto tipico: il cervello fatica ad avviare compiti percepiti come poco stimolanti o con una gratificazione non immediata. Questo non è mancanza di volontà, ma una difficoltà nei meccanismi di regolazione dell’attenzione e della motivazione.
    Inoltre, i punti che elenca (frustrazione, abbandono dell’attività, ricerca di utilità immediata) suggeriscono che si sia creata nel tempo una sorta di circolo vizioso:


    difficoltà ad iniziare → aumento della tensione/frustrazione


    frustrazione → evitamento (smettere di studiare)


    evitamento → senso di inefficacia → ulteriore difficoltà ad iniziare


    Le diverse terapie che ha fatto probabilmente le hanno dato strumenti di comprensione, ma forse è mancato un lavoro più mirato su:


    strategie pratiche e adattate al funzionamento ADHD


    allenamento comportamentale graduale e concreto


    gestione della frustrazione in tempo reale (non solo a livello teorico)


    In questi casi, più che cambiare continuamente approccio terapeutico, può essere utile un percorso molto focalizzato su alcuni aspetti specifici:
    1. Lavoro sull’attivazione (iniziare)
    Non puntare a “studiare tanto”, ma a iniziare in modo estremamente piccolo e sostenibile (anche 5-10 minuti reali). L’obiettivo è ridurre l’attrito iniziale.
    2. Strutturazione esterna
    Chi ha difficoltà attentive beneficia molto di elementi esterni:


    orari fissi e realistici


    ambiente di studio definito


    eventuale studio in presenza di altri (body doubling)


    3. Gratificazione immediata
    Il cervello ADHD ha bisogno di rinforzi più frequenti:


    suddividere lo studio in micro-obiettivi


    inserire piccole ricompense concrete e ravvicinate


    4. Gestione della frustrazione
    Qui è centrale imparare a restare nella sensazione senza interrompere subito il compito, anche solo per pochi minuti in più. È un vero e proprio allenamento.
    5. Lavoro sui meccanismi di difesa
    I “meccanismi raffinati” che cita spesso proteggono dalla fatica emotiva, ma allo stesso tempo mantengono il blocco. Questo è un punto importante da esplorare in terapia, con delicatezza.
    6. Inquadramento diagnostico più chiaro
    Vista la complessità della sua storia clinica, potrebbe essere utile approfondire ulteriormente la diagnosi: capire quanto pesa realmente l’ADHD rispetto ad altri fattori (emotivi, motivazionali, eventuale ansia da prestazione, ecc.).
    Infine, rispetto alla terapia farmacologica: la sua scelta è comprensibile, ma tenga presente che, in alcuni casi selezionati e ben monitorati, può rappresentare un supporto utile. Questo va valutato con specialisti esperti nel suo specifico quadro clinico.
    In sintesi, più che “un nuovo approccio teorico”, potrebbe esserle utile un percorso molto pratico, personalizzato e centrato sul funzionamento ADHD, che integri aspetti comportamentali ed emotivi.
    Le consiglio quindi di approfondire con uno specialista esperto in ADHD nell’adulto e difficoltà di regolazione attentiva, così da costruire un percorso davvero su misura per lei.
    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno sono in una relazione da oltre 20 anni tra fidanzamento, convivenza e matrimonio con la nascita di un figlio ormai grande...la nostra storia è come quella di tanti, alti e bassi, caratterizzata ad intermittenza da assenze più o meno lunghe (fino a oltre 4 anni) di intimità e quasi totale assenza di dialogo, ma andiamo avanti...
    Tempo addietro scopro dalle sue ricerche Google che ha guardato molto materiale su come riconoscere l'interesse di una donna, cose da dire ad una donna, segnali per capire se piaci ad una donna...ci sono state ricerche per regali da fare ad una collega di lavoro, ci sono state molte ricerche su alberghi e motel nella città vicino alla nostra, quello che mi ha scioccato sono molte informazioni prese su vari tipi di preservativi che noi non usiamo da almeno un decennio...(Alla mia richiesta di chiarimento mi è stato detto fossero per un collega, il regalo e l' albergo mentre sulle altre ricerche dice che c' è stato un momento in cui pensava che una collega stesse flirtando con lui e voleva capire e poi si sono chiariti) Ora io ovviamente non gli credo, anche soprattutto dopo aver trovato una chat nascosta da impronta digitale, chat che mi ha fatto leggere e fino a quel punto assolutamente innocua a meno che non siano stati cancellati dei messaggi...ma se innocua perché nascondere?????
    Pochi giorni dopo aver effettuato le ricerche per gli alberghi e motel mi dice che probabilmente faranno una cena tra colleghi proprio in quella città...
    Non sono più riuscita a trattenermi e ho detto che sapevo di tutte le sue ricerche e ha liquidato tutto appunto come ho spiegato poco sopra, che alcune erano ricerche per un collega e altre per potersi chiarire con questa donna presumibilmente interessata a lui ... ripeto io non riesco a credergli, non mi ha tradita e di questo sono certa, se non cose di poco conto, ma quello che mi fa male è pensare che stesse pianificando di poterlo fare, che l' interesse non fosse di una donna verso di lui ma di lui verso questa donna che poi alla fine deve avergli dato il benservito...oppure tutto non è andato avanti perché io ho scoperto....ora io vorrei superare questa cosa, mi sento una pazza a volte per dare così tanto peso a qualcosa che poi in fine non è successo ma più ci penso più lo sento comunque un tradimento...in cosa sbaglio? Riuscirò mai a superare? Ci sono molti altri dettagli meno importanti in questa storia che però sommati al tutto mi fanno sentire ancora più male, lui mi fa sentire spesso sbagliata, sottolineando talvolta dei miei comportamenti io non so che fare, non vorrei buttare alle ortiche una storia che comunque fa parte di me da più di metà della mia vita, ma con questo logorio sento di non poter andare avanti per molto, ho bisogno di superare questa cosa, sarà possibile con una persona che non comunica ed evita l'argomento?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive è una situazione emotivamente molto complessa, in cui non è tanto “ciò che è accaduto oggettivamente”, ma l’impatto che queste scoperte hanno avuto sulla fiducia e sulla sicurezza all’interno della relazione.
    È comprensibile che lei si senta profondamente ferita e confusa: le ricerche online, la chat nascosta e le giustificazioni fornite hanno attivato in lei un forte dubbio sul significato di quei comportamenti. Anche se non c’è la certezza di un tradimento fisico, ciò che emerge è una rottura della fiducia e una percezione di ambiguità e segretezza che, nella coppia, può essere vissuta come una forma di “tradimento emotivo” o comunque come una minaccia al legame.
    In questi casi è importante distinguere due livelli:


    i fatti (ciò che è dimostrabile con certezza)


    il vissuto emotivo (paura, sfiducia, rabbia, senso di esclusione, perdita di sicurezza)


    Il secondo livello è spesso quello più doloroso e quello che continua a “lavorare dentro”, anche quando il primo non è chiarissimo o non conferma un tradimento conclamato.
    Un altro aspetto rilevante è la dinamica di coppia che descrive: lunghi periodi di distanza emotiva e sessuale, difficoltà di dialogo e una comunicazione che sembra spesso evitante o difensiva. In questo contesto, è facile che anche segnali ambigui vengano vissuti in modo amplificato, perché si inseriscono in una base relazionale già fragile.
    Il fatto che lei senta di non essere ascoltata o che i suoi dubbi vengano “liquidati” può aumentare ulteriormente il dolore e la ruminazione mentale, alimentando il bisogno di trovare una spiegazione definitiva.
    Rispetto alla sua domanda centrale (“riuscirò a superare?”), la risposta è che è possibile superare questa ferita, ma non tanto cancellando il dubbio, quanto lavorando su:


    la ricostruzione (o meno) della fiducia


    la possibilità di una comunicazione autentica nella coppia


    l’elaborazione del senso di insicurezza e svalutazione che lei sta vivendo


    la chiarezza su ciò che per lei è tollerabile o non più accettabile in una relazione


    Se il partner continua a evitare il confronto o a non entrare realmente nel merito del vissuto emotivo, la difficoltà nel superamento aumenta, perché la fiducia non si ricostruisce da soli: richiede uno spazio condiviso di ascolto e responsabilità reciproca.
    Per questo, in situazioni come questa, può essere molto utile un percorso di terapia individuale o di coppia, che aiuti a sciogliere la confusione, dare senso a ciò che è accaduto e capire se e come la relazione può essere rigenerata in modo sano, oppure quali limiti emotivi siano stati superati.
    Rimane consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, per comprendere meglio la dinamica di coppia e trovare una direzione che le permetta di ritrovare equilibrio e serenità.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    salve a tutti gentili psicologi ..
    domani ho un esame all università di storia medievale ma non riesco a ripetere oggi e mi sento molto bloccata ... il blocco mi paralizza. Come posso superare queste situazioni? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Salve, grazie per aver condiviso questa difficoltà.
    Quello che descrive è molto comune nelle situazioni di forte pressione, come un esame imminente. Il “blocco” che sente non è mancanza di capacità, ma spesso una risposta d’ansia: quando la mente percepisce troppa tensione, entra in una sorta di “modalità di allarme” e diventa difficile recuperare le informazioni o concentrarsi.
    In questi momenti può essere utile agire su due livelli: uno immediato e uno più strategico.
    Nel breve termine (oggi, prima dell’esame):


    Eviti di forzarsi a studiare in modo rigido: più si insiste nel “devo riuscire”, più aumenta il blocco.


    Provi a ridurre la pressione con sessioni molto brevi (10–15 minuti), magari rileggendo schemi o punti chiave, senza pretendere di ripetere tutto perfettamente.


    Usi tecniche di regolazione dell’ansia: respirazione lenta (per esempio inspirare 4 secondi, espirare 6–7 secondi per alcuni minuti) aiuta a calmare l’attivazione fisiologica.


    Si conceda pause reali, senza sensi di colpa.


    Sul piano mentale:


    È importante ricordare che non serve “sentirsi pronti” per andare bene: spesso la memoria funziona meglio quando l’ansia si abbassa, anche solo leggermente.


    Il blocco tende a diminuire quando si interrompe il circolo “ansia → pressione → blocco → ulteriore ansia”.


    Per il futuro:
    Se queste situazioni si ripetono, può essere utile lavorare su strategie più strutturate per la gestione dell’ansia da prestazione, la preparazione agli esami e le eventuali credenze che aumentano la pressione (ad esempio “devo ricordare tutto perfettamente”).
    In ogni caso, quando il blocco diventa frequente o molto intenso, è consigliabile approfondire con uno specialista, così da comprendere meglio le dinamiche personali e trovare strumenti mirati ed efficaci.
    Un caro saluto e in bocca al lupo per il suo esame.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno dottori ,ho 48 anni,volevo chiedere un parere riguardo a problemi che ho da novembre 2024.Ho iniziato con a dimenticare ogni tanto i nomi o comunque non mi arrivano nell immediato, inoltre ho sempre un po' di confusione,gli eventi mi sembrano sempre più lontani rispetto alla realtà,la memoria è peggiorata.Ho vissuto il 2024 con forte stress,e arrivo da 5 anni con problemi di insonnia ,ora migliorata con l assunzione di sertralina e olanzapina,A febbraio 2025 mi hanno fatto fare una risonanza e test neuropsicologici entrambi con esito negativo,a settembre ho rifatto i test neuropsicologici sempre con esito negativo e a febbraio 2026 ho effettuato una PET anche questa negativa.Mi sento la mente confusa.volevo chiedere un vostro parere,io ci penso tutti i giorni da mattina a sera,non so più cosa pensare.grazie a chiunque può aiutarmi

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    capisco quanto possa essere preoccupante e faticoso convivere con queste sensazioni, soprattutto quando diventano un pensiero costante durante la giornata.
    Da ciò che descrive emergono alcuni elementi importanti. I disturbi di memoria (come difficoltà a recuperare i nomi), la sensazione di “mente confusa” e la percezione che gli eventi siano più lontani nel tempo possono essere molto spesso collegati a condizioni di stress prolungato, ansia e insonnia cronica. Lei stesso riporta un periodo di forte stress nel 2024 e diversi anni di sonno disturbato: questi fattori, soprattutto se protratti, possono incidere significativamente sulle funzioni cognitive, in particolare su attenzione, concentrazione e memoria.
    Un aspetto rassicurante, che va sottolineato, è che gli accertamenti che ha effettuato (risonanza magnetica, test neuropsicologici ripetuti e PET) risultano tutti negativi. Questo dato è molto importante perché rende poco probabile la presenza di patologie neurologiche degenerative o strutturali.
    Quello che spesso accade in situazioni simili è un circolo vizioso:


    lo stress e la stanchezza mentale riducono l’efficienza cognitiva


    le difficoltà di memoria vengono percepite con preoccupazione


    il pensiero costante (“ci penso tutti i giorni da mattina a sera”) aumenta l’ansia


    l’ansia peggiora ulteriormente concentrazione e memoria


    Inoltre, alcuni farmaci psicotropi, pur essendo utili e talvolta necessari, possono dare come effetto collaterale una certa sensazione di rallentamento o “annebbiamento” mentale, che andrebbe eventualmente valutata con il medico curante o lo psichiatra.
    La sensazione che gli eventi siano “lontani” o poco nitidi può anche rientrare in esperienze di derealizzazione o distacco, che spesso si associano a stati ansiosi o a periodi di sovraccarico emotivo.
    Alla luce di tutto questo, il quadro che descrive appare più compatibile con una condizione funzionale legata a stress, ansia e storia di insonnia, piuttosto che con una patologia neurologica, anche considerando gli esami effettuati.
    Detto ciò, il fatto che il pensiero sia diventato così pervasivo e fonte di preoccupazione merita attenzione: lavorare su questi aspetti può aiutarla a interrompere il circolo vizioso e recuperare una maggiore chiarezza mentale.
    Per questo motivo le consiglio di approfondire con uno specialista, in particolare uno psicologo o psicoterapeuta, che possa aiutarla a:


    gestire l’ansia legata ai sintomi


    ridurre il rimuginio costante


    migliorare le strategie attentive e di memoria


    lavorare sul benessere generale e sul sonno


    Resto a disposizione e le auguro di ritrovare presto maggiore serenità.
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno, sono una studentessa universitaria di 20 anni e vorrei chiedervi se un mio sospetto è fondato. Sto cercando di capire se ciò che sperimento possa rientrare in un profilo di neurodivergenza (come l'ADHD) o se sia riconducibile a una disregolazione emotiva e ansiosa. Ho provato a fare una lista di ciò che provo/che ho passato:

    —Talvolta soffro di insonnia causata da pensieri stupidi che non riesco a fermare. Riesco ad addormentarmi solo se sono veramente esausta.
    —In merito ai pensieri che non riesco a fermare, mi sento come se avessi una sottospecie di disco rotto nel cervello che non smette mai di suonare.
    —Mi capita molte volte di sentirmi 'fuori luogo' e di ripensare a ciò che dico/faccio. Se commetto un errore ci rimurgino sopra per ore.
    —Ho sempre avuto difficoltà a seguire le lezioni sia scolastiche che universitarie. Dopo un po' il mio cervello si disconnette, e perdo il filo. A tal proposito, mi capita di dimenticare le cose sul momento e di interrompere una conversazione prima che mi scordo qualcosa.
    —Sotto forte stress tendo a dissociarmi.
    —A causa di molti di questi punti mi è capitato di avere episodi depressivi.

    Vorrei solo sapere se sia opportuno intraprendere un percorso diagnostico specifico o meno. Vi ringrazio per la disponibilità.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    la descrizione che porta è molto chiara e mostra una buona capacità di osservazione di sé, che è già un primo passo importante.
    I vissuti che riporta — pensieri ripetitivi difficili da interrompere, insonnia legata al rimuginio, difficoltà di concentrazione, sensazione di “disconnessione”, tendenza a ripensare a ciò che si è detto o fatto, fino ad arrivare a momenti di dissociazione sotto stress ed episodi depressivi — possono avere più possibili spiegazioni, e non sono riconducibili automaticamente a un unico quadro.
    Alcuni aspetti, come:


    la difficoltà a mantenere l’attenzione e il “perdere il filo”


    la dimenticanza e il bisogno di dire subito le cose per non scordarle


    la sensazione di mente sempre attiva


    possono essere presenti in un profilo di ADHD nell’adulto, soprattutto nella forma con prevalente disattenzione.
    Allo stesso tempo, però, altri elementi che descrive — come:


    il rimuginio costante (il “disco rotto”)


    il ripensare a errori o situazioni sociali


    l’insonnia legata ai pensieri


    la sensazione di essere “fuori luogo”


    sono molto tipici anche dei disturbi d’ansia e della disregolazione emotiva. In particolare, il rimuginio è un meccanismo centrale nell’ansia e può interferire molto con attenzione, memoria e sonno, dando l’impressione di un problema attentivo primario.
    La dissociazione sotto stress, inoltre, è una risposta che può comparire quando il sistema emotivo è sovraccarico, e non è specifica dell’ADHD.
    Un punto importante da considerare è che:
    difficoltà attentive, agitazione mentale e stanchezza possono essere secondarie all’ansia o all’umore, e non necessariamente indice di una neurodivergenza.
    allo stesso modo, ADHD e ansia possono anche coesistere.
    Per questo motivo, la sua domanda è assolutamente sensata: ha senso intraprendere un approfondimento diagnostico, ma non tanto per “darsi un’etichetta”, quanto per capire l’origine e il funzionamento di ciò che sta vivendo.
    Un percorso adeguato dovrebbe prevedere:


    una valutazione clinica approfondita (storia personale, scolastica ed emotiva)


    eventualmente test specifici per l’attenzione e l’ADHD


    un’analisi del funzionamento ansioso ed emotivo


    Questo permetterà di distinguere se si tratta di:


    un profilo ADHD


    una difficoltà principalmente ansiosa/emotiva


    oppure una combinazione di più fattori


    e soprattutto di individuare il percorso più utile per stare meglio (che può includere psicoterapia e, se necessario, altri interventi mirati).
    In sintesi: i suoi dubbi sono fondati, ma i sintomi che descrive sono trasversali e richiedono una valutazione accurata per essere compresi correttamente.
    Le consiglio quindi di approfondire con uno specialista, così da ottenere una lettura chiara e personalizzata della sua situazione.
    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Salve dottori,ero in una relazione con una ragazza per 4 mesi,dopo di che lei ha deciso di pinto in bianco di lasciarmi senza motivo e senza dirmelo,la incontro per strada il pomeriggio stesso e lei vedendomi cambia strada perché io volevo delucidazioni in merito,lei mi dice che non ho fatto niente di male ma non si trova più bene con me e mi ribadisce di non volere stare più con me.Da allora è iniziato il mio periodo nero ,piangevo di continuo mi mancava il respiro non riuscivo più a dormire oppure se riuscivo mi alzavo molto presto,allora ho fatto una visita psichiatrica e ho preso antidepressivi e antipsicotico e sono stato molto meglio,ora li ho sospesi perché ce la volevo fare da solo senza essere dipendente da quei farmaci ,ma ecco che dopo 6 mesi che non la vedevo la incontro nuovamente per strada e mi rifiuta ancora e ora io sto peggio,mi sento schiacciato non riesco a vivere la mia vita a pieno e la penso sempre e sto male perché non so come faccia a ignorare che io sto male dopo tanto amore che le ho dato perché fa così,sto pensando di riprendere i farmaci o fare di nuovo psicoterapia non so più che fare ditemi voi... inoltre il periodo che ci siamo lasciati quando la incontrarvo per strada inisitevo sempre nel tornare insieme e chiedere spiegazioni tanto che lei dava su tutte le furie e mi urlava tra i passanti di cui alcune persone si sono anche fermate in aiuto pensando chissà cosa volessi farle,io non capisco questo suo atteggiamento di rifiuto e mai lo capirò e fin quando non chiarisco con lei io starò sempre male e con 1000 dubbi,cosa posso fare farmaci e psicoterapia o deve passare da solo?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive è un vissuto molto intenso e doloroso, che può comparire dopo una rottura sentimentale soprattutto quando avviene in modo improvviso, senza spiegazioni e senza possibilità di “chiudere” emotivamente la relazione. Il suo corpo e la sua mente stanno reagendo a una perdita percepita come incomprensibile, e i sintomi che riporta (pianto frequente, insonnia, senso di oppressione, pensieri ricorrenti) sono coerenti con uno stato di forte sofferenza emotiva e ansiosa.
    Un punto importante da chiarire è questo: il bisogno di spiegazioni è assolutamente umano, ma purtroppo non sempre può essere soddisfatto. La sua ex partner le ha comunicato, seppur in modo poco empatico, che non desidera proseguire la relazione. Il suo comportamento di evitamento e rifiuto, per quanto difficile da accettare, è coerente con questa decisione. Continuare a cercarla o a ottenere risposte rischia di mantenere e amplificare il suo stato di sofferenza, perché la espone ripetutamente a nuovi rifiuti.
    Il fatto che lei pensi “starò male finché non chiarisco con lei” è comprensibile, ma può diventare un pensiero bloccante: la chiusura emotiva, in molti casi, non dipende dall’altro ma da un processo interno di elaborazione del distacco. In altre parole, stare meglio non passa necessariamente dal ricevere spiegazioni da lei, ma dal costruire dentro di sé un senso a ciò che è accaduto e accettare che alcune domande possano restare senza risposta.
    Rispetto ai farmaci: il miglioramento che ha avuto durante la terapia farmacologica indica che in quel momento erano utili. La sospensione autonoma, però, può favorire una ricaduta dei sintomi, come sembra stia accadendo. La scelta di assumere o meno farmaci non dovrebbe essere basata sull’idea di “farcela da soli” o di “dipendenza”, ma valutata insieme a uno psichiatra, considerando benefici, tempi e modalità di sospensione.
    La psicoterapia, invece, in una situazione come la sua è particolarmente indicata. Può aiutarla a:


    elaborare la fine della relazione (un vero e proprio lutto affettivo),


    gestire i pensieri ossessivi su di lei,


    comprendere i meccanismi che la portano a cercare spiegazioni insistendo,


    ritrovare un equilibrio emotivo e un senso di sé indipendente dalla relazione.


    In sintesi, non è necessario “aspettare che passi da solo”, soprattutto se la sofferenza è così intensa e persistente. Un supporto professionale può fare una grande differenza e aiutarla a uscire da questo circolo.
    Le consiglio quindi di rivolgersi nuovamente a uno specialista (psicoterapeuta e, se necessario, psichiatra) per una valutazione approfondita e un percorso mirato.
    Un caro saluto
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno dottori. Vi scrivo per richiedere un parere su un evento che mi ha confusa recentemente. Ho 23 anni, sto passando un periodo in cui mi sto preparando per la laurea e successivamente già per cercare lavoro. Sono una che ha bisogno di farsi piani per ogni minima cosa perché altrimenti sento di non avere controllo. Recentemente, è successa una cosa strana, praticamente vi dico già che io sono attratta sia da ragazzi che da ragazze, lo so da 7 anni e non è assolutamente un problema per me, lo accetto e lo vivo come una verità dentro me, anche se preferirei innamorarmi di un uomo perché vorrei avere dei figli e sinceramente preferirei averli nella situazione più classica possibile. Vi dico questo perché è da mesi che so dell’esistenza di una determinata ragazza di circa la mia età, non ci conosciamo davvero, ma è capitato di guardarla da lontano, vederla interagire con i suoi amici e cose così. Appunto per mesi la mia percezione verso di lei è stata neutro-positiva, la trovo bella, solare e simpatica, e sembra anche genuina. L’altra notte però, mi è capitato a caso di fare un sogno in cui lei mi abbracciava, e io sentivo conforto in quell’abbraccio, e mi sentivo come se fossi cotta di lei, soprattutto perché dopo sempre nel sogno siamo sedute in un tavolo vicine e parliamo, ma poi un ragazzo attira la sua attenzione e inizia a parlare con lei, a quel punto sento una sensazione di gelosia, che ricordo ancora ora, e che quando il sogno è finito ho sentito letteralmente la sua mancanza, mi è dispiaciuto che fosse un sogno, dove forse eravamo amiche o comunque avevamo un legame. Ho continuato la mia vita normalmente, ma da quel giorno ogni volta che la vedo sento un’attrazione travolgente. Dire che mi sento attratta da lei fisicamente sarebbe riduttivo, perché non è che io sento attrazione per lei perché mi piace il suo corpo o la trovo “sexy” seppur sia bella, ma sento una sorta di desiderio verso di lei, in generale. È come se io amassi lei, non il suo corpo, ma lei. Infatti, la cosa che più mi accende è il pensiero di baciarla, e se devo essere sincera la bacerei anche molto appassionatamente, cosa molto strana per me, perché io non sento praticamente mai così tanta attrazione per qualcuno per cui non ho nemmeno sentimenti di cotta come minimo, cosa che quando c’è la sento in modo molto più intenso e euforico di qualsiasi attrazione fisica, cosa che appunto come ho detto con lei tecnicamente non c’è stata. Eppure sento un desiderio per lei così forte e anche di lasciarmi andare e perdere il controllo con lei che onestamente mi confonde, non capisco cosa sia successo, ma è tutto nato da quel sogno. Sottolineo che non ci siamo mai nemmeno sfiorate né guardate. Inoltre, voglio precisare che io sono sempre stata più aperta emotivamente nei confronti delle ragazze non per scelta ma per istinto, perché sono molto intuitiva e sento quasi sempre le intenzioni delle persone, e quando ho rapporti con i ragazzi non sento mai quella sincerità e purezza di intenzioni che io tanto amo e che con le ragazze sento di più. I maschi purtroppo soprattutto alla mia età spesso cercano altro, mentre io cerco una grande integrità, maturità, presenza, passione e connessione, cosa che non riesco mai ad associare ai maschi, anche perché o sono sempre con quel fondo di voglia di competizione e arroganza/ricerca di sesso che si percepisce da miglia, oppure sono troppo remissivi e dolci, cosa che purtroppo se eccessiva non mi accende negli uomini, perché anche se la dolcezza è fondamentale per me, io vorrei una via di mezzo fra ragazzo che sa essere forte e farmi sentire protetta ma allo stesso tempo saper essere dolce senza vergognarsene, con un cuore pieno di valori e un vero rispetto non solo per me ma per tutti. Quindi è una cosa rara, e istintivamente connetto meglio con le ragazze, infatti non ho mai avuto cotte emotive per maschi, se non alle elementari per un compagno, quando però appunto quella purezza di intenzioni era ancora presente e non “inquinata” dal testosterone, che a quanto pare li fa andare fuori di testa non lo so, peccato che il testosterone che molti di loro usano spesso per dominare o sentirsi migliore dovrebbe servire a proteggere e non a schiacciare, ma ci vuole un’alta maturità per integrarlo e lo capisco. Però appunto per questo connetto meglio con le ragazze oggi, e collegandomi con il sogno che ho fatto verso quella ragazza, perché secondo voi è esplosa questa attrazione così forte? Secondo voi cosa dovrei fare? Vi ringrazio per il tempo che mi dedicherete per rispondermi, accetto ogni visione e consiglio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive, per quanto intenso e spiazzante, è molto più comprensibile e frequente di quanto possa sembrare.

    Partirei da un punto importante: lei ha già una buona consapevolezza del suo orientamento e delle sue modalità affettive. Sa di poter provare attrazione sia per uomini che per donne e riconosce anche che, per lei, la componente emotiva e di connessione è centrale. Questo è un elemento di chiarezza, non di confusione.

    Il sogno, in questo contesto, può aver avuto una funzione “attivante”. I sogni spesso non creano dal nulla, ma amplificano, collegano o rendono più accessibili vissuti già presenti a livello più implicito. È possibile che quella ragazza, che lei osservava da tempo con curiosità e una percezione positiva, rappresentasse già qualcosa per lei (un’idea di autenticità, spontaneità, connessione). Il sogno ha dato forma emotiva a tutto questo, rendendolo improvvisamente vivido e corporeo (abbraccio, gelosia, mancanza).

    Dopo il sogno, il suo sistema emotivo ha “riconosciuto” quella persona come potenzialmente significativa, ed è per questo che ora prova un’attrazione così intensa. Non è tanto un’attrazione solo fisica, quanto un desiderio relazionale, di contatto e di esperienza emotiva. Questo spiega anche perché lei lo descriva come qualcosa di più profondo rispetto alla semplice attrazione estetica.

    Un altro aspetto rilevante è il suo bisogno di controllo e di pianificazione. Quando qualcosa nasce in modo spontaneo, improvviso e non programmato (come questa attrazione), può risultare ancora più destabilizzante, proprio perché sfugge ai suoi schemi abituali. Ma le emozioni e l’attrazione, per loro natura, non sono pianificabili.

    Rispetto alla sua domanda “cosa dovrei fare?”, non esiste una risposta unica, ma alcune riflessioni utili sì:

    Non è necessario dare subito un’etichetta o prendere decisioni definitive. Può semplicemente osservare ciò che prova, senza forzarsi a concludere cosa “significhi”.
    L’intensità non implica automaticamente amore o un bisogno di agire subito: a volte è una fase iniziale molto carica che poi si stabilizza.
    Può chiedersi cosa rappresenta questa ragazza per lei: quali qualità, quali emozioni, quali bisogni attiva.
    Il fatto che lei senta maggiore connessione emotiva con le ragazze rispetto ai ragazzi merita una riflessione più ampia, ma senza trasformarsi in un giudizio rigido verso un genere o l’altro: spesso dipende anche dalle esperienze fatte finora.

    Infine, un punto delicato: il suo desiderio di una relazione “più classica” con un uomo per costruire una famiglia è legittimo, ma è importante che non entri in conflitto con ciò che sente emotivamente. Forzarsi in una direzione che non risuona davvero può, nel tempo, creare frustrazione.

    In sintesi, non è successo nulla di “strano”: è emersa in modo improvviso e intenso una possibilità affettiva già latente, resa più vivida da un sogno e dal momento di vita che sta attraversando.

    Se questa situazione continua a confonderla o a creare disagio, può essere molto utile approfondirla in uno spazio protetto, per comprendere meglio i suoi bisogni affettivi e relazionali.

    Le consiglio quindi di valutare un confronto con uno specialista.

    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno dottori ho una domanda da farvi faccio una terapia da molto tempo per ansia e disturbo dell umore però non riesco a prendere tutta la terapia perché sento che quando prendo tutti i farmaci il corpo mi cambia molto sento questa calma addosso molta sedazione che è benefica ma che mi porta a toglierli sistematicamente aggravano magari gli impulsi ogni tanto del gioco non so come fare per risolvere una volta per tutte questa situazione voi cosa ne pensate grazie per l aiuto

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrive è piuttosto frequente nelle persone che seguono una terapia farmacologica per ansia e disturbi dell’umore: da un lato si riconosce il beneficio (maggiore calma, riduzione dei sintomi), dall’altro si percepisce una sensazione di “cambiamento” o eccessiva sedazione che porta spontaneamente a sospendere o ridurre i farmaci.
    Ci sono alcuni aspetti importanti da considerare:
    1. La sensazione di “non essere sé stessi”
    La sedazione o il senso di rallentamento possono essere effetti collaterali di alcuni farmaci o di dosaggi non ottimali. Non è qualcosa da accettare passivamente: spesso è possibile trovare un equilibrio migliore modificando tipo di farmaco, dosaggio o orari di assunzione.
    2. La sospensione autonoma della terapia
    Interrompere o assumere in modo discontinuo i farmaci può creare oscillazioni nei sintomi, che talvolta peggiorano (come nel caso degli impulsi legati al gioco). Questo avviene perché il sistema nervoso non riesce a stabilizzarsi.
    3. Il legame con gli impulsi (es. gioco)
    Quando l’ansia e l’umore non sono ben regolati, è più facile cercare modalità di compensazione o sfogo, come il gioco. Se la terapia farmacologica viene interrotta, questi impulsi possono aumentare proprio perché manca una stabilizzazione di base.
    4. Il ruolo della psicoterapia
    Accanto ai farmaci, è fondamentale lavorare anche sugli aspetti psicologici: gestione degli impulsi, regolazione emotiva, consapevolezza dei propri stati interni. Questo aiuta a non dipendere esclusivamente dal farmaco e a sentirsi più “in controllo”.
    Cosa può fare concretamente:


    Parlare apertamente con lo psichiatra degli effetti che sente, senza sospendere da solo la terapia


    Valutare insieme eventuali aggiustamenti (farmaco o dosaggio)


    Affiancare o proseguire un percorso psicoterapeutico mirato anche alla gestione degli impulsi


    Monitorare quando nasce il bisogno di interrompere i farmaci: spesso ha anche un significato emotivo (es. bisogno di sentirsi più attivi, più “sé stessi”)


    L’obiettivo non è “sedarsi”, ma trovare un equilibrio in cui lei si senta stabile e presente a sé stesso.
    Per risolvere davvero la situazione è importante un lavoro integrato e personalizzato: le consiglio quindi di approfondire con uno specialista, così da rivedere insieme la terapia e adattarla meglio alle sue esigenze.
    Un caro saluto
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno, vorrei un parere.
    Mio figlio ha 7 anni e da circa due settimane presenta un comportamento che mi sta preoccupando.
    Prima delle vacanze di Pasqua entrava a scuola tranquillamente: lo accompagnavo fino alla classe, ci salutavamo con un abbraccio e un bacio, e poi entrava senza problemi. Sorridente e contento di andarci. (fa la prima elementare).
    Dopo le vacanze (quindi inizio aprile), al rientro il primo giorno mi ha detto di non stare bene e l’ho tenuto a casa. Nei giorni successivi ho capito che probabilmente non era un malessere reale, quindi ho ripreso a portarlo regolarmente a scuola.
    Da quel momento, ogni mattina davanti alla porta della classe inizia a piangere in modo intenso, dicendo che vuole stare con me. Le maestre devono intervenire per prenderlo e portarlo dentro, mentre io vado via. Questo momento è emotivamente molto forte, anche se so di star facendo la cosa giusta.
    Tuttavia, dopo circa 20–30 minuti le insegnanti mi confermano sempre che si è calmato, è sereno, lavora normalmente ed è tranquillo durante tutta la mattinata.
    Invece, in occasioni diverse (ad esempio una gita) è stato capace di salutarmi senza problemi e andare verso i compagni.
    Quando gli chiedo il motivo del pianto, risponde semplicemente “non lo so”.
    Le insegnanti mi riferiscono inoltre che questo comportamento si verifica solo quando lo accompagno io, mentre con la madre non succede. (Siamo una coppia separata e nostro figlio è prevalente a me).
    Non presenta febbre, dolori o altri sintomi fisici evidenti, se non occasionali lamentele al mattino che però non sembrano avere una base reale.
    Il tragitto verso la scuola è calmo, ascoltiamo la musica, parliamo di giochi e di vita quotidiana. La salita delle scale è tranquilla, ma come arriva davanti la porta della classe scatta questo meccanismo.

    Vorrei capire se questo comportamento può avere una componente legata all’ansia o al distacco e se è qualcosa di fisiologico oppure se è il caso di approfondire con uno specialista.
    Grazie mille.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    da ciò che descrive il comportamento di suo figlio appare coerente con una possibile difficoltà legata al momento del distacco, che può emergere anche in modo improvviso dopo un periodo di pausa come le vacanze. A questa età non è raro osservare manifestazioni di ansia da separazione, soprattutto quando ci sono stati cambiamenti (anche solo nella routine) o quando il bambino vive un momento evolutivo in cui sente maggiore bisogno di sicurezza.
    Alcuni elementi che riporta sono rassicuranti: il fatto che il bambino si calmi entro 20–30 minuti, partecipi serenamente alle attività e non mostri difficoltà durante la giornata scolastica indica che la fatica è circoscritta al momento del distacco e non riguarda la scuola in sé. Anche il fatto che in altre situazioni (come la gita) riesca a separarsi senza difficoltà suggerisce che non si tratti di un rifiuto generalizzato.
    È interessante invece la differenza tra lei e la madre: il fatto che il comportamento si attivi solo quando è lei ad accompagnarlo potrebbe indicare una dinamica relazionale specifica, non necessariamente problematica, ma che merita attenzione. I bambini sono molto sensibili alle sfumature emotive e alle modalità di separazione, e talvolta possono “esprimere” maggiormente il bisogno di vicinanza con una figura rispetto all’altra.
    Il “non lo so” che le risponde è assolutamente tipico: a 7 anni spesso non hanno ancora gli strumenti per riconoscere e verbalizzare ciò che provano, quindi l’emozione si manifesta più attraverso il comportamento che attraverso una spiegazione consapevole.
    In questi casi può essere utile:


    mantenere una routine di separazione prevedibile e breve (saluto sempre uguale, senza prolungarlo troppo)


    trasmettere sicurezza e fiducia, evitando di mostrare eccessiva preoccupazione


    rinforzare positivamente i momenti in cui riesce a separarsi con più facilità


    eventualmente anticipare insieme la giornata scolastica, aiutandolo a sentirla come qualcosa di familiare e gestibile


    Se il comportamento dovesse persistere nel tempo, intensificarsi o estendersi ad altri contesti (ad esempio difficoltà a separarsi anche in altre situazioni o segnali di disagio più ampi), potrebbe essere utile un approfondimento per comprendere meglio il vissuto emotivo del bambino e supportarlo in modo mirato.
    Resto dell’idea che, per una valutazione più precisa e per indicazioni personalizzate, sia consigliabile confrontarsi direttamente con uno specialista.
    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buongiorno, sono una ragazza di 27 anni e sono fidanzata con un ragazzo di 25 anni da ormai quasi 3 anni.
    Vi scrivo in seguito a un episodio avvenuto ieri sera che mi ha mandata abbastanza in crisi.
    Eravamo a letto, io ero buttata sopra di lui e stavo guardando il cellulare, ho fatto una battuta davvero di cattivo gusto sul fatto di andare a letto con un altro ragazzo, me ne stavo pentendo già mentre la facevo ma non so spiegarvi perchè ma mi piace stuzzicarlo e infastidirlo per ottenere attenzioni (questo da sempre).
    Lui, che era sotto di me sul letto, ha reagito dandomi uno schiaffetto sul viso in segno di rimprovero. Non era forte però l'ho sentito e il gesto in se mi ha fatta infuriare.
    So per certo che non era sua intenzione farmi del male, quando litighiamo non ha mai nemmeno accennato a segni di violenza anzi, solitamente sono io quella che sbrocca di più (mai fisicamente).
    Però lui ha sempre avuto questo vizio di dare queste schiaffette sul viso per rimprovero, non lo fa sempre ma ogni tanto capita.
    Mi sento ancora più stupida perchè sono io la prima a farlo.. nel senso che anch'io per scherzo o per rimprovero a volte gli do questi buffetti sul viso.
    Però ieri, siccome l'ho sentito, mi sono preoccupata.
    E' secondo voi un campanello allarmante?
    Quando gli ho fatto notare che non mi piace, per l'ennesima volta, che mi aveva fatto male e dicendogli più volte che è scemo, lui ha detto che io sono scema a fare battute del genere, che gli schiaffetti li do anch'io e che era uno schiaffetto e non uno schiaffo.
    Ho tenuto il muso per tutta le sera e tutta la notte, lui è molto affettuoso e ha cercato più volte le coccole che io non gli ho fatto.
    Questa mattina gli ho detto che avrebbe dovuto chiedermi scusa e lui l'ha fatto ma ha ribadito nuovamente che non era uno schiaffo e mi ha chiesto di chiedergli scusa per la battuta che ho fatto.
    Scusatemi se mi sono dilungata ma ci penso da tutto il giorno e non so come analizzare la situazione.
    Sto esagerando io?
    Grazie mille sin da ora

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buongiorno,
    quello che descrivi merita attenzione, ma può essere compreso meglio senza andare subito verso conclusioni estreme.

    Ci sono alcuni aspetti importanti da considerare.

    Da una parte, tu riconosci un tuo comportamento: il “provocare” o stuzzicare per ottenere attenzione. È qualcosa che spesso ha una funzione relazionale (cercare contatto, rassicurazione), ma può generare tensione e reazioni nell’altro, soprattutto se tocca temi sensibili come la gelosia o il tradimento.

    Dall’altra parte, il gesto del tuo partner. Anche se definito “schiaffetto” e non intenzionato a fare male, resta comunque un contatto fisico sul viso usato come rimprovero. Il fatto che sia reciproco (anche tu dici di farlo) è un elemento importante: nella vostra dinamica sembra esserci una sorta di “normalizzazione” di questi gesti, che però nel momento in cui diventano più intensi o vengono percepiti diversamente (come è successo a te) fanno scattare un campanello interno.

    La domanda quindi non è tanto se “stai esagerando”, ma: come ti sei sentita e cosa questo episodio ti segnala. Ti sei arrabbiata, ferita e preoccupata: queste emozioni sono valide e vanno ascoltate.

    Non è necessariamente un segnale di violenza in senso clinico, soprattutto perché:

    non descrivi escalation o aggressività abituale
    il gesto non sembra inserito in un clima di controllo o intimidazione
    c’è stata poi una riapertura al dialogo (anche se con difese da entrambe le parti)

    Tuttavia, è un segnale relazionale da non ignorare, perché indica:

    difficoltà a gestire il conflitto in modo rispettoso
    una comunicazione che passa attraverso provocazioni e reazioni fisiche (anche se leggere)
    confini fisici non del tutto chiari o condivisi

    Un punto centrale è questo: anche uno “schiaffetto”, se ti fa stare male, è legittimo che venga riconosciuto e rispettato come limite. Allo stesso modo, anche per lui la tua battuta può essere stata vissuta come ferente.

    Potrebbe esservi utile uscire da questa dinamica “tu hai sbagliato / io ho sbagliato” e spostarvi su:

    “Cosa ci succede quando litighiamo?”
    “Come possiamo esprimere fastidio o rabbia senza ferirci, né verbalmente né fisicamente?”

    Stabilire insieme regole chiare (ad esempio: niente contatto fisico nei momenti di tensione, niente provocazioni su temi delicati) può essere un passo molto concreto.

    In sintesi: non sembra un episodio da interpretare automaticamente come pericoloso, ma è un campanello relazionale importante che segnala il bisogno di rivedere le modalità con cui vi cercate e vi scontrate.

    Se senti che questo episodio ti ha colpita più in profondità o che queste dinamiche si ripetono, può essere molto utile approfondire con uno specialista, anche per lavorare sulle modalità comunicative e sui bisogni affettivi sottostanti.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera dottore, le scrivo perché vorrei parlarle di una situazione che mi sta creando molta ansia. Da mesi sto cercando di convincere mia madre a farmi studiare scienze umane, ma lei è contraria perché ritiene il percorso troppo difficile per me e che non sarei in grado di affrontarlo. Questa situazione mi sta pesando molto, soprattutto perché ora sono iscritta a un indirizzo che non mi interessa minimamente e nemmeno la classe mi piace. Mi sento bloccata e non so come andare avanti. Nonostante la mia psicologa ne ha parlato già con mia madre, ma lei non vuole sentire ragioni. Ho paura per il mio futuro, di non trovare lavoro e di rimanere senza soldi. Il mio sogno è diventare psicologa e acculturarmi, e questa situazione mi deprime tantissimo. Sono sicura che verrò bocciata, e mia madre continua a ripetermi che mi boccerebbero anche a scienze umane. Inoltre, quando sono triste ho pensieri negativi come: pensieri di suicidio o farmi del male.
    Come posso affrontare questa situazione? Quali alternative ho per il mio futuro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    grazie per aver condiviso una situazione così delicata: da quello che racconta emergono sia una forte motivazione verso ciò che desidera fare, sia un livello di sofferenza emotiva che merita attenzione e cura.

    Da un lato, è comprensibile il suo bisogno di sentirsi ascoltata e di poter scegliere un percorso che sente più vicino ai suoi interessi e ai suoi obiettivi (come il desiderio di diventare psicologa). Quando si è inseriti in un contesto scolastico percepito come “non proprio”, è facile sentirsi demotivati, bloccati e anche sfiduciati rispetto al futuro. Dall’altro lato, sua madre sembra agire sulla base di una preoccupazione: probabilmente teme che lei possa trovarsi in difficoltà e cerca, a modo suo, di proteggerla, anche se questo atteggiamento rischia di farla sentire non compresa e svalutata.

    In queste situazioni, può essere utile lavorare su due livelli:

    1. La comunicazione con sua madre
    A volte, quando il dialogo si irrigidisce, è difficile farsi ascoltare. Potrebbe essere utile provare a esprimere non solo “cosa vuole fare”, ma soprattutto come si sente (“mi sento demotivata”, “ho paura di fallire perché non mi interessa quello che studio”) e perché quel percorso è importante per lei. Il coinvolgimento della sua psicologa è già un passo molto importante: forse si potrebbe riprendere il confronto con sua madre in uno spazio mediato, dove entrambe possiate essere ascoltate.

    2. Il suo vissuto emotivo
    Quello che riferisce sui pensieri negativi e autolesivi è un segnale molto importante da non sottovalutare. Non sono semplicemente “effetti della situazione”, ma indicano un livello di sofferenza che merita attenzione immediata. È fondamentale che continui a parlarne apertamente con la sua psicologa: non deve affrontare tutto questo da sola.

    Rispetto al futuro, è importante sapere che il percorso scolastico non è mai una strada “senza ritorno”. Anche qualora non riuscisse a cambiare indirizzo ora, esistono comunque diverse possibilità per avvicinarsi in seguito al suo obiettivo (ad esempio attraverso cambi di percorso, recuperi, o scelte universitarie coerenti). Questo non significa che la sua richiesta non sia valida, ma che il suo futuro non è determinato in modo rigido dalla situazione attuale.

    Infine, vorrei dirle una cosa importante: il fatto che lei abbia un sogno, delle aspirazioni e il desiderio di “acculturarsi” è una risorsa preziosa. Allo stesso tempo, però, è fondamentale prendersi cura del suo benessere emotivo nel presente, perché è la base per costruire qualsiasi progetto futuro.

    Le consiglio quindi di continuare a lavorare su questi aspetti insieme alla sua psicologa e, se possibile, di coinvolgere ancora sua madre in un confronto guidato. Approfondire con uno specialista è il passo più utile per aiutarla a trovare strategie concrete e sostenibili.

    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


    Buonasera, da 25 anni soffro di Sindrome di Menière in modo importante, dopo 3 anni ho dovuto fare un'intervento di infiltrazione di gentamicina per annullare la funzione del labirinto sx, nel corso degli anni la situazione si è stabilizzata ma il filo conduttore è l'incertezza perché ogni santo giorno mi alzo e verifico se sto in piedi oppure no, ma nonostante questa situazione ho sempre cercato di vivere abbastanza nella normalità. Da alcuni anni mi succede che ho paura ad allontanarmi da casa per serate con amici o simili, negli ultimi mesi si è accentuata in modo significativo e il solo pensiero mi crea disturbi intestinali, palpitazioni, febbre, credo che questi siano gli effetti e non la causa, penso che 26 anni di insicurezza quotidiana a causa della Menière, da 5 anni una bruttissima psoriasi e da alcuni mesi anche un'angina possano "giustificare" il fatto che si sia creata questa mancanza di coraggio per uscire... grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvia Parisi

    Buonasera,
    quello che descrive è molto comprensibile se si considera la lunga storia di malattia che ha vissuto. Convivere per anni con una condizione come la Sindrome di Ménière, caratterizzata da imprevedibilità e perdita di controllo, può portare nel tempo a sviluppare una forte sensibilità all’incertezza e una costante “allerta” verso il proprio corpo. Il fatto che ogni giorno inizi con una sorta di “verifica” del proprio equilibrio è già di per sé un segnale di quanto questa esperienza abbia inciso sulla sua sicurezza interna.
    Quello che sta emergendo negli ultimi anni, e in modo più intenso negli ultimi mesi, sembra avere le caratteristiche di una risposta ansiosa che si è strutturata nel tempo. La paura di allontanarsi da casa, i sintomi fisici come disturbi intestinali, palpitazioni e sensazione di febbre sono molto tipici degli stati d’ansia. Non sono “solo effetti secondari”: corpo e mente funzionano insieme, e spesso il corpo diventa il canale principale attraverso cui l’ansia si esprime.
    È importante sottolineare che non si tratta di una mancanza di coraggio. Piuttosto, è come se il suo sistema interno fosse diventato iperprotettivo dopo anni di incertezza, cercando di evitare situazioni percepite (anche inconsciamente) come potenzialmente rischiose o difficili da gestire. Le altre condizioni che cita, come la psoriasi e i problemi recenti di salute, possono aver ulteriormente aumentato il carico di stress, contribuendo a rendere più fragile questo equilibrio.
    Questa difficoltà ad uscire e ad allontanarsi da luoghi “sicuri” può ricordare dinamiche simili all’ansia anticipatoria o, in alcuni casi, a forme di evitamento che nel tempo rischiano di restringere sempre di più gli spazi di vita. Proprio per questo è importante intervenire, perché si tratta di situazioni che possono migliorare significativamente con un supporto adeguato.
    Un percorso psicologico, in particolare ad orientamento cognitivo-comportamentale, può aiutarla a:


    comprendere meglio i meccanismi che alimentano questa ansia


    ridurre i sintomi fisici


    recuperare gradualmente fiducia e libertà nei movimenti e nelle uscite


    lavorare sul senso di controllo e sicurezza personale


    Dopo tanti anni di gestione della malattia, il fatto che stia emergendo questa difficoltà non è un fallimento, ma piuttosto un segnale che il suo sistema ha bisogno di nuove risorse e strumenti.
    Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, così da poter costruire insieme un percorso mirato e adatto alla sua storia.
    Un caro saluto,
    Dottoressa Silvia Parisi
    Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


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