Domande del paziente (24)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Capisco quanto possa essere faticoso e spaventoso vivere quello che lei descrive. La derealizzazione e la depersonalizzazione possono dare proprio quella sensazione di “essere scollegati” da sé e dalla... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentile Cesare, più che alla “pigrizia”, cercherei d’inquadrare le difficoltà che descrive nell’ambito della motivazione, dell’autostima e di come una persona si rappresenta le proprie capacità nel tempo.... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Quello che descrivi non è il segno che “sei sbagliata”, ma il segnale che qualcosa dentro di te sta vivendo una forte difficoltà nel confrontarsi con ciò che, alla tua età, viene percepito come “normale... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentile ragazzo,
    nelle sue parole si sente molta sofferenza, ma anche una cosa molto importante: una forte capacità di osservare sé stesso e il desiderio autentico di stare meglio. E questo non è un dettaglio... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentilissima, capisco la vergogna e la confusione che sta provando, ma il fatto che lei sia riuscita a parlarne è già un passo importante. Quello che descrive non va banalizzato, ma nemmeno interpretato... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentilissima, nelle sue parole si sente molta sofferenza, ma anche una grande lucidità. Non sta scrivendo per negare ciò che succede o per trovare scuse: sta cercando di capire. E questa differenza è molto... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentilissima, quello che lei scrive può accadere nel corso di una psicoterapia ed è una situazione delicata perché tocca un punto molto sensibile della psiche umana: il timore di abbandono e della perdita... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentilissima, grazie per aver raccontato una cosa così personale. Da quello che descrive non sembra “pazza” né “immatura”: sta parlando di un modo di vivere l’affettività e la fantasia che per lei è diventato... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentilissima, grazie per aver condiviso una parte così intensa della sua esperienza. Si sente quanta paura e quanta fatica ci siano state in quest’ultimo anno, e quanto sia destabilizzante avere la sensazione... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Capisco che Lei viva una situazione di forte insoddisfazione e difficoltà relazionale sia in famiglia sia con gli amici sia, soprattutto, nella sua vita sentimentale. Ed è probabile che proprio a causa... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentilissimo,
    da ciò che racconta emerge una sofferenza molto intensa, che va avanti da molti anni e che oggi sembra aver raggiunto un livello di esaurimento emotivo davvero pesante. Non sta “impazzendo”... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    E’ comprensibile domandarsi se sia il caso di cambiare terapeuta quando non si è riusciti ad ottenere i risultati desiderati. Tuttavia, la chiusura di una psicoterapia è un momento delicato che richiederebbe... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentilissimo, quello che racconta è molto comprensibile, anche se per lei risulta faticoso e confusivo. Provo a restituirle alcuni punti in modo chiaro e utile.
    L’esperienza che ha vissuto a 15/16 anni... Altro


    Salve, sono una ragazza di meno di trent'anni e sto facendo un percorso di psicoterapia da molti anni ormai.
    Soffro di ansia, DOC e ipocondria.
    Sono in un periodo in cui nonostante conosca i meccanismi che mi portano a sviluppare i sintomi e i pensieri ossessivi mi sento bloccata e spesso sono in balia delle mie paranoie. Mi viene istintivo chiedere rassicurazioni mediche perché ho troppa paura di morire o di poter far male agli altri senza volerlo.
    Queste paranoie mi stanno cambiando la vita e non so come affrontarle. Avete dei consigli da darmi? So che non è facile con un consulto a distanza, ma qualsiasi spunto potrebbe essermi utile.
    Come posso fare per uscire dal circolo vizioso delle rassicurazioni mediche? Questa è la cosa che mi sta dando più problemi in assoluto. Spesso penso che delle abitudini normali che ho o cose che ho fatto in passato possano mettere a rischio la mia salute attuale (ad esempio aver usato prodotti chimici anni fa senza protezioni, oppure la muffa in casa), solo che il pensiero non si risolve rassicurandomi con l'assenza di sintomi, ho sempre bisogno di cercare spiegazioni sempre più cavillose per potermi preoccupare di qualcosa che in quel momento fa più presa su di me. Quando analizzo un pensiero ossessivo e mi tranquillizzo questo passa, ma poi me ne viene un altro poco dopo. Non sono mai veramente tranquilla e ho paura che questo possa davvero farmi ammalare.
    Avreste dei consigli da darmi? Io davvero non so più cosa fare. Le persone intorno a me cercano di rassicurarmi ma ovviamente non basta, non basta nemmeno farmi esami e vedere che non ho nulla di evidente perché ho paura di qualcosa di nascosto. Secondo voi ha senso ricercare danni nascosti in assenza di sintomi o è del tutto inutile? Una delle cose che più mi terrorizzano sono i danni silenti a lungo termine.
    Scusate se posso sembrare paranoica ma spero di aver reso l'idea di quale sia la mia situazione psicologica. Aggiungo che non sono in terapia farmacologica.
    Grazie per il vostro tempo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    La ringrazio per aver condiviso con tanta lucidità ciò che sta vivendo. Da quello che descrive, emerge chiaramente quanto non siano solo certi pensieri a creare sofferenza, ma soprattutto il modo in cui si sente spinta a rispondere ad essi: il bisogno di rassicurazioni, di controlli, di spiegazioni sempre più precise. Questo tentativo di arrivare a una certezza definitiva può dare un sollievo momentaneo, ma tende purtroppo a mantenere un circolo vizioso nel tempo.
    Nel disturbo ossessivo-compulsivo, infatti, il problema non è tanto il contenuto del pensiero (che può cambiare continuamente, come lei stessa osserva), quanto il rapporto che si costruisce con il dubbio e con l’incertezza. Più si cerca di eliminare completamente il dubbio, più questo tende a ripresentarsi sotto nuove forme.
    Per questo motivo, molti percorsi terapeutici non cercano tanto di dimostrare in modo definitivo che ciò che si teme — ad esempio ammalarsi, aver provocato un danno a sé o agli altri, oppure avere una malattia nascosta — non accadrà, ma aiutano la persona a cambiare, passo dopo passo, il modo in cui reagisce ai pensieri ossessivi.
    Da un lato si lavora su quei comportamenti che tengono in vita il problema, come il bisogno di rassicurazioni, i controlli o il continuo cercare conferme. Dall’altro, un lavoro psicoterapeutico basato anche su un approccio interpersonale e psicoanalitico può essere molto utile per comprendere il significato più profondo dell’ansia e del bisogno di controllo.
    In questa prospettiva, il sintomo non viene visto solo come qualcosa da eliminare, ma come un segnale che si inserisce in un equilibrio più ampio: spesso il bisogno di certezza, di protezione o il timore di poter fare del male agli altri si collegano a modalità relazionali che si sono sviluppate precocemente e nel tempo, e che appartengono alla propria storia e ai propri vissuti.
    Integrare questi livelli — lavorare sia sui meccanismi che mantengono il circolo ossessivo, sia sul significato personale e relazionale dell’esperienza — può rendere il percorso più completo ed efficace.
    Le suggerirei quindi di focalizzare con il suo terapeuta proprio questo nodo centrale: il bisogno di rassicurazione e la difficoltà a tollerare il dubbio. Spesso è nella comprensione delle radici che indirizzano i nostri atteggiamenti che si apre uno spazio di lavoro molto importante e risolutivo.
    Se i sintomi risultano particolarmente intensi o invalidanti, può essere utile anche una valutazione psichiatrica, da intendere solo come possibile e temporaneo supporto al percorso psicoterapeutico.
    Quello che sta vivendo è molto faticoso, ma non è senza via d’uscita: il fatto che lei sia già in terapia e riesca a osservare con questa chiarezza i suoi meccanismi è un punto di partenza importante su cui lavorare.
    P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.


    Non so come iniziare, non so se tutto questo mi farà bene o se mi porterà solo a crollare in un abisso il cui fondo non mi farà più risalire, sono tante cose in questo periodo, sono stanca, stanca di non sapere se avrò un futuro e come sarà il mio futuro, stanca di non accettarmi, stanca di non sapere affrontare nulla di tutto questo.
    Sono al limite, non c’è un giorno in cui io non pensi che sparire sia l’unica soluzione.
    Non so lottare, non so credere nelle cose fino in fondo, non so fare nulla, non so cosa provo la maggior parte delle volte.. sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente.
    Voglio un amore, di quelli che ti strvolge, o forse no, forse voglio solo amore perché non ne ho mai avuto, o l’ho avuto?
    Quello con mio padre era un rapporto vero? Si comportava veramente da padre con me? Me ne pentirò di non parlagli quando morirà? Che fine farò io quando l’unico modo per parlargli sarà sotto 3 metri di terra?
    Perché non riesco a essere quella di prima? Perché non riesco a rialzarmi? Perché non riesco più a studiare e a concentrarmi? Non ho mai fatto il massimo e me lo riconosco ma perché ora non riesco a fare neanche quel minimo? Cosa sta succedendo? Perché non ho più il controllo del mio dolore? Perché gli sto permettendo di bloccarmi in questo loop continuo?
    Perché continuo a dormire quando in realtà è l’ultima cosa che vorrei fare?
    Perché continua a farmi domande a cui non avrò risposte?
    Perché continua a venirmi in mente il suicidio? Perché non riesco a vedere un futuro per me?
    Perché non ho un hobby?
    Pecche non so cosa mi piace?
    mi piace tutto o non mi piace nulla?
    Perche penso a aron ma solo se nello stesso pensiero c’è Emanuele?
    La storia di Simone che significa?
    Perché ogni menzogna che mi racconto poi finisco per reagire come se fosse vera.
    Perché quando provo a esternare cosa penso non faccio altro che farmi domande senza darmi risposte a esse?
    Perché lo sto facendo adesso?
    Che colpa ne ho io?
    Che senso ha la mia vita adesso?
    Sono stanca di dormire e svegliarmi l’indomani e sentirmi come adesso. Ma dormire è l’unico modo per non sentire il caos che provo adesso
    Lo provo sempre in realtà
    Che lezione devo imparare ancora?
    Perché l’amore non arriva?
    Cosa devo capire prima che arrivi?
    È questo no?
    Il motivo.
    Devo imparare ad amare prima di amare realmente se no finisco per ferire le persone
    E chi pensa a me?
    Tutte le volte che mi hanno ferito, che mi hanno usato.
    Non ho più voglia
    Tutto questo male
    Mi porta solo più confusione
    E scriverlo è stato peggio
    Mi sta ricordando tutte le cose brutte che provo e continuerò a provare perché non cambierò
    Sono questa da anni
    Sento che non cambierò. Grazie per qualunque punto di vista riusciate a fornirmi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Quello che esprimi è molto intenso e, soprattutto, molto doloroso. Non è solo “confusione”: è una condizione in cui pensieri, emozioni e domande si accavallano senza trovare un punto di appoggio, fino a farti sentire stanca, svuotata e senza direzione.
    Il nucleo più importante, però, va detto chiaramente: quando scrivi che “non c’è un giorno in cui non pensi che sparire sia l’unica soluzione”, sei in una situazione di grande sofferenza che merita attenzione immediata. Non è un pensiero da sottovalutare o da affrontare da sola.
    Dal punto di vista psicologico, quello che emerge è un quadro compatibile con una depressione significativa, accompagnata da elementi di disregolazione emotiva: da una parte senti troppo (dolore, confusione, bisogno d’amore), dall’altra riferisci una sorta di anestesia (“sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente”). Questa oscillazione è molto tipica quando il sistema emotivo è sovraccarico.
    Le tante domande che ti fai — sul futuro, sull’amore, su tuo padre, su chi sei — non sono il problema in sé, ma il segnale di una mente che cerca disperatamente un senso e non riesce a trovarlo. Quando non arrivano risposte, il pensiero si trasforma in un “loop” che aumenta la sensazione di perdita di controllo.
    Anche i comportamenti che descrivi, come dormire molto, non riuscire a concentrarti, non trovare motivazione, sono coerenti con uno stato depressivo: non è mancanza di volontà, ma una riduzione reale dell’energia psichica. Allo stesso modo, il sentirti “sempre così” e il pensare che non cambierai mai è un effetto tipico della depressione: tende a farti percepire il presente come definitivo, senza via d’uscita.
    Il tema dell’amore e del rapporto con tuo padre è molto significativo. Sembra esserci un bisogno profondo di riconoscimento, di sentirti vista e amata in modo autentico, ma anche una ferita o un dubbio rispetto a ciò che hai ricevuto. Questo può rendere difficile sia accettarti, sia immaginare relazioni che non facciano male.
    È importante dirti una cosa con chiarezza: non stai “facendo questo a te stessa” per scelta. Non è una colpa. È una condizione in cui ti trovi, e proprio per questo non può essere risolta solo con lo sforzo personale o con il “capire tutto da sola”.
    Un percorso psicoterapeutico, in questi casi, è fondamentale. Non solo per comprendere l’origine di questo dolore, ma soprattutto per stabilizzare quello che stai vivendo adesso, ridurre l’intensità dei pensieri suicidari e aiutarti a ritrovare un minimo di orientamento. A volte, quando la sofferenza è così alta, può essere utile anche una valutazione psichiatrica per avere un supporto ulteriore.
    Nel frattempo, c’è un aspetto molto concreto e urgente: non restare sola con questi pensieri. Se senti che il rischio aumenta, è importante parlare con qualcuno subito — una persona di fiducia, un familiare, oppure un servizio di emergenza o una linea di supporto. Anche se può sembrare difficile o inutile, condividere questo peso è un primo passo per ridurlo.
    Non devi rispondere a tutte le domande che ti fai. In questo momento, l’obiettivo non è trovare il senso della tua vita o capire tutto del tuo passato. L’obiettivo è aiutarti a stare un po’ meno male, un passo alla volta.
    Il fatto che tu abbia scritto tutto questo, anche se dici che è stato peggio, è comunque un segnale importante: una parte di te non vuole sparire, ma vuole essere ascoltata. Ed è da lì che si può iniziare a lavorare.
    P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.


    Salve ho iniziato da poco una terapia di tipo schema therapy con l'obiettivo di uscire dai miei schemi psicologici radicali dopo aver affrontato CCT, soffro di umore tendente al basso con stati depressivi ed ansia generalizzata, difficolta a socializzare,autostima bassa, mancanza di motivazione, procrastinazione, ecc. Vorrei però provare ad iniziare un percorso
    parallelo di trattamento di adhd con un altro/a terapeuta, perchè la mancanza di motivazione mi sta creando gravi ripercussioni. La mia attuale terapeuta non si occupa di adhd. Ma non so neanche, se i miei gravi problemi motivazionali siano legati al disturbo adhd o come conseguenza di anni ed anni di montagne russe di stati emotivi. Ho effettuato già in passato un test adhd, ma non ho potuto avere la conferma di disturbo, perché né io né i miei parenti hanno ricordi precisi sulla mia prima infanzia, perciò il test(ufficiale) è risultato poter corrispondere alla diagnosi di adhd senza però conferma definitiva. Non mi interessa nenache avere conferma, ma curare il sintomo, vorrei che qualcuno mi aiutasse a migliorare la motivazione e intraprendere un percorso di costanza. È possibile che il disturbo motivazionale sia solo conseguenza di stati depressivi e quindi riuscirei ad uscirne anche solo con la schema therapy oppure avrei bisogno di un trattamento specifico? E se si, al trattamento di adhd specifico, potrei fare due psicoterapie contemporaneamente e che tipo di psicoterapia per adhd? Grazie per la vostra risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentilissimo, quello che descrive è un quadro complesso ma molto comune nella pratica clinica: quando si intrecciano umore basso, ansia, difficoltà motivazionali e il dubbio su un possibile ADHD, è normale fare fatica a capire “da dove viene cosa” e quale strada scegliere.
    Un punto importante da tenere presente è che la mancanza di motivazione non è un sintomo specifico di una sola condizione. Può essere legata a stati depressivi (dove energia, iniziativa e piacere si riducono), ad ansia (che blocca e porta evitamento), a schemi profondi (come senso di fallimento, autocritica, paura del giudizio), oppure a difficoltà attentive e di regolazione tipiche dell’ADHD. Spesso non è “o questo o quello”, ma una combinazione.
    La Schema Therapy che ha iniziato è proprio pensata per lavorare su schemi radicati (autostima, blocchi, procrastinazione, vissuti emotivi profondi). Se il cuore del problema è lì, questo percorso può avere un impatto significativo anche sulla motivazione. Tuttavia, è un lavoro che richiede tempo, perché va in profondità.
    Rispetto all’ ADHD, ha senso voler chiarire meglio questo aspetto, soprattutto se sente che concentrazione, organizzazione e costanza sono un nodo centrale. Anche senza una diagnosi “perfetta”, una valutazione fatta bene può aiutare a distinguere se le difficoltà sono più legate a un funzionamento attentivo oppure secondarie all’umore.
    Fare due psicoterapie contemporaneamente non è in generale la scelta migliore. Non perché sia vietato, ma perché rischia di creare sovrapposizioni o messaggi diversi, può aumentare la confusione (che già sente) e, a volte diventa un modo – comprensibile – per cercare una soluzione più rapida senza però approfondire davvero un percorso.
    Una strada più solida potrebbe, invece, continuare con la sua terapeuta attuale impegnandosi a condividere apertamente con lei il dubbio sull’ADHD e il bisogno di lavorare sulla motivazione. Potrebbe anche affiancare eventualmente una valutazione specialistica ADHD (che può includere anche uno psichiatra, se necessario). Se emergesse un ADHD, gli interventi più utili di solito comprendono percorsi psicoeducativi e pratici (organizzazione, gestione del tempo, strategie concrete), approcci come la Terapia Cognitivo Comportamentale adattata all’ADHD, e in alcuni casi una valutazione farmacologica (da discutere con uno specialista medico).
    Un altro punto chiave del suo messaggio è questo: “non mi interessa la diagnosi, ma curare il sintomo”. È un’intenzione comprensibile, ma attenzione: capire meglio la natura del problema non è solo “dare un’etichetta”, serve proprio a scegliere l’intervento più efficace.
    Infine, una riflessione importante: la forte focalizzazione sulla motivazione può diventare un po’ una trappola. In molti casi, la motivazione non arriva prima dell’azione, ma cresce mentre si costruiscono piccole abitudini sostenibili. Questo è qualcosa che può iniziare a lavorare già dentro il percorso che ha iniziato.
    Un caro saluto
    P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.


    Buongiorno a tutti, e grazie in anticipo per le vostre opinioni.
    Sono in cura con una psicoterapeuta da circa 13 anni, con una frequenza di un incontro ogni tre settimane. Per me è stata una figura fondamentale nell’affrontare temi molto complessi legati sopratutto alla mia infanzia.
    Oggi, però, dopo tanto tempo, avverto una sensazione diversa: è come se la mia vita fosse in qualche modo scandita dagli appuntamenti terapeutici, e mi accorgo di portare il “ragionamento terapeutico” anche nella quotidianità, con una sensazione di sovraccarico mentale.
    In questo momento sento anche una certa resistenza interna al confronto terapeutico e il desiderio di vivere le mie decisioni con maggiore naturalezza e spontaneità.
    Sto quindi pensando di proporre alla mia terapeuta una pausa oppure una diversa dilazione degli incontri.
    So che ogni percorso e ogni professionista sono diversi, ma mi farebbe piacere conoscere il vostro punto di vista: come affrontereste una richiesta di questo tipo? Cosa consigliereste?
    Grazie a tutti per l’ascolto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentilissimo, trovo la sua riflessione molto lucida e, direi, anche preziosa: non arriva “contro” la terapia, ma dentro un processo che evidentemente ha funzionato a lungo e che ora sta cambiando forma.
    Dopo 13 anni di percorso è del tutto comprensibile che il rapporto con la terapia si trasformi. Quello che descrive — il senso di “scansione” della vita attorno agli incontri e il portare il pensiero terapeutico in modo un po’ pervasivo nella quotidianità — può essere letto non solo come un segnale di affaticamento, ma anche come un passaggio evolutivo: qualcosa che è stato molto utile forse oggi ha bisogno di essere ricalibrato.
    Il desiderio di maggiore spontaneità, di prendere decisioni senza sentirle sempre “filtrate”, è spesso un indicatore di crescita, non di regressione. Per questo, la cosa più importante che può fare è esattamente quella che sta pensando: portare apertamente questi vissuti in seduta. Dire apertamente che sente una forma di saturazione, che avverte una resistenza, che desidera sperimentarsi più liberamente fuori dal setting. Non tanto come una “richiesta tecnica” (ridurre, sospendere), ma come contenuto clinico.
    Un terapeuta esperto non dovrebbe vivere questa richiesta come un problema, ma come materiale centrale su cui lavorare. Anzi, spesso sono proprio questi momenti a permettere un salto di qualità nel percorso della propria elaborazione.
    Potrete decidere se diradare, fare una pausa o chiudere: non esiste una risposta giusta in assoluto. Dipende molto dal significato che questa “distanza” ha per lei e per la relazione terapeutica e che può permettere di lavorare esplicitamente sul tema della separazione\autonomia, spesso un nodo importante dopo percorsi così lunghi. Anche la sensazione di “resistenza” non va vista automaticamente come un ostacolo da superare, ma come un segnale da comprendere. A volte indica un bisogno di cambiamento, altre volte tocca dinamiche relazionali profonde (anche rispetto alla terapeuta stessa).
    Perciò il consiglio che mi sento di darle è di non trasformare subito la sua intuizione, che reputo sensata e matura, in una decisione operativa, ma di usarla come punto di lavoro condiviso. Da lì, insieme alla terapeuta, potrete capire quale forma dare a questa nuova fase del percorso.
    I miei migliori auguri.
    P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.


    Buongiorno, sono una ragazza di quasi 18 anni e scrivo perché vivo una situazione che non riesco a controllare. Premessa: il tutto è iniziato a 12 anni, poi a dai 14/15 ai 16 sembrava essere migliorata la situazione, ma adesso è peggio di prima.
    A 12 anni ho iniziato ad avere l'impulso di strapparmi ciglia e sopracciglia, mentre adesso si sono aggiunti anche i capelli e il gesto è diventato molto più frequente e sistematico.
    Inoltre, è dai 12 anni che penso di non avere un rapporto sano con il cibo: i primi anni era stata una cosa anche più o meno sopportabile, che si è risolta da sola (periodi di restrizione col cibo), invece nell'ultimo anno non fa che peggiorare (per farla breve abbuffate/restrizioni).
    Non voglio dire che i due problemi siano collegati l'uno con l'altro perchè sono la prima che non riesce a darsi una risposta o controllarsi da sola, il che mi fa sentire come se non fossi cresciuta affatto, anzi avevo più autocontrollo a 12 anni.

    Non so bene quale sia il mio obiettivo scrivendo tutto questo e non vorrei nemmeno essermi esposta troppo, ma lo considero un passo avanti piuttosto che continuare a parlare dei miei problemi con una AI.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentile ragazza di 18 anni, grazie per aver trovato il coraggio di raccontare qualcosa di così delicato, scrivendone. Non è “esporsi troppo”, anzi è un passo importante, soprattutto dopo anni in cui lei ha cercato di gestire tutto da sola.
    Da quello che descrive, sembra che stia vivendo una sofferenza che dura da molto tempo e che negli ultimi mesi si sia intensificata. Lo strapparsi ciglia, sopracciglia e capelli non è un “vizio” o una mancanza di volontà: spesso questi comportamenti diventano modi automatici per scaricare tensione, ansia, agitazione o emozioni difficili da gestire. Anche il rapporto altalenante con il cibo, tra restrizioni e abbuffate, può essere il segnale che sta cercando di affrontare qualcosa che in questo momento le pesa molto più di quanto forse lascia vedere agli altri.
    Il fatto che oggi lei senta meno controllo rispetto ai suoi 12 anni non significa che sia “cresciuta male” o che sia più debole. A volte, quando certi meccanismi restano sotto traccia per anni, con il tempo diventano più radicati e faticosi da contenere da soli. Questo però non vuol dire che non si possa stare meglio.
    Ha scritto una frase molto significativa: “lo considero un passo avanti piuttosto che continuare a parlare dei miei problemi con una AI”. Credo che questa parte di lei abbia già capito che merita uno spazio umano, reale e non giudicante in cui poter essere ascoltata davvero. La incoraggerei quindi a chiedere un supporto psicologico, anche perché lei è ancora molto giovane e intervenire adesso può aiutarla tantissimo prima che questi comportamenti occupino ancora più spazio nella sua vita.
    Non serve arrivare a “stare malissimo” per chiedere aiuto. Anzi, il fatto che lei riesca a osservarsi con questa lucidità è una risorsa importante. Potrebbe parlarne con uno psicologo/psicoterapeuta, con il medico di base, oppure con un adulto di fiducia, se sente di non voler affrontare tutto da sola.
    Nel frattempo, provi anche ad osservare, senza giudicarsi, i momenti in cui parte l’impulso: succede quando è in ansia? annoiata? sotto pressione? triste? Non per controllarsi subito, ma per iniziare a capire cosa sta cercando di comunicare il suo corpo.
    E soprattutto: lei non è “strana” e non è sola a sperimentare questo tipo di difficoltà. Ha già fatto qualcosa di importante scrivendo questo messaggio. Chieda un aiuto professionale: può farcela.
    Un caro saluto. P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.


    Salve, volevo chiedere un consiglio a voi dottori che siete sicuramente più esperti di me. Voglio iniziare un percorso di psicoterapia e per questo è da giorni che cerco di informarmi sui professionisti presenti nella mia zona o in zone comunque facilmente raggiungibili, cercando di capire dalle recensioni e dai loro profili chi possa essere più adatto a me e alle mie esigenze. Alcuni profili che ho trovato sono di psicologi che stanno finendo la scuola di psicoterapia, alcuni infatti si presentano come "psicologo e psicoterapeuta in formazione". Tra i vari profili, devo ammettere che mi hanno un po' convinta due in particolare che si definiscono in questo modo. Il problema però è che ho appunto il dubbio che, non essendo ancora psicoterapeuti a tutti gli effetti, non possano essere di aiuto per me. Secondo voi, fare delle sedute con psicologi specializzandi in psicoterapia può essere utile/andar bene oppure no? Voi cosa ne pensate? Perché sono davvero indecisa se provare lo stesso a fare delle sedute con professionisti ancora in formazione oppure lasciar perdere e cercare psicologi che siano psicoterapeuti già formati. Ringrazio in anticipo per le risposte!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Gentilissima, il suo dubbio è legittimo e merita attenzione.
    Uno psicologo “in formazione in psicoterapia” è certamente un professionista abilitato come psicologo, ma non ha ancora completato il percorso di specializzazione che consente di acquisire il titolo di psicoterapeuta. Questo è un elemento importante da considerare, soprattutto se si desidera intraprendere un percorso psicoterapeutico vero e proprio.
    La formazione specialistica in psicoterapia dura diversi anni e serve proprio a sviluppare competenze cliniche approfondite, esperienza sul trattamento delle diverse problematiche e capacità di gestione della relazione terapeutica. Per questo motivo, quando possibile, orientarsi verso uno psicoterapeuta già specializzato può offrire maggiori garanzie in termini di esperienza e percorso formativo completato.
    Detto questo, non significa che uno psicologo in formazione non possa essere preparato o utile: alcuni lavorano con serietà e sotto supervisione. Tuttavia, se lei sente il bisogno di affidarsi a una figura già pienamente formata, è importante ascoltare questa sua esigenza e non sentirsi “obbligata” a scegliere diversamente. La fiducia nel professionista è un aspetto fondamentale dell’efficacia del percorso.
    Aggiungerei anche un altro aspetto importante: fare affidamento sulle recensioni online, soprattutto in un ambito delicato come la psicoterapia, può essere fuorviante. Le recensioni raccontano esperienze molto soggettive e spesso non permettono di capire davvero la competenza clinica di un professionista né la qualità del lavoro terapeutico. Una persona può trovarsi molto bene con un terapeuta e un’altra sentirlo completamente inadatto alle proprie esigenze.
    Per questo motivo, più che le recensioni, conta il colloquio diretto, la chiarezza del professionista, il suo percorso formativo, l’esperienza maturata e soprattutto la sensazione di potersi sentire ascoltati e compresi in uno spazio serio e affidabile. Le consiglierei di seguire il suo intuito nella scelta e fare almeno 2 colloqui in modo da valutare se sente una sintonia con il\la terapeuta e se trova convincente il tipo di psicoterapia che le verrà proposto. Un caro saluto. P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.


    Buongiorno dottori,
    scrivo per chiedere il vostro aiuto. Sono una persona, timida introversa e paurosa. Ho sempre avuto difficoltà a interagire con gli altri, ma poi pian piano ho migliorato la mia autostima, ho imparato a volermi bene, accogliere pregi e difetti e correggere ove possibile qualche difetto. Mi è sempre stato difficile esternare sentimenti ed opinioni, ma poi ho imparato a nominare i miei sentimenti e adottare tecniche per abbassare la tensione emotiva e quindi esprimere sempre meglio me stessa. Ho imparato l'importanza del dialogo costruttivo per la mia persona e quindi ho imparato ad esprimere sempre meglio la mia opinione ed accogliere il confronto e l'errore come elementi per crescere. Ultimamente, però, trovo difficoltà nel riconoscere una indipendenza personale del mio giudizio, cioè faccio fatica a dire che il mio giudizio è valido perchè personale, nasce dalla mia esperienza e da come mi relaziono col mondo e le persone a me care. Riconosco che nel muovermi nella realtà, faccio quello che mi rende serena e in equilibrio con quello che sono: esempio se voglio mangiare il gelato scelgo di andare in un certo luogo con un certo metodo che mi far stare bene, serena. A volte però mi scontro col rifiuto di questo mio giudizio e questo mi fa male, soprattutto se viene da persone di cui ho fiducia o affetto. Come posso interrompere questo malessere e ritenermi ugualmente valida e non dettata dal giudizio degli altri? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rita Terranova

    Cara utente, da ciò che racconta emerge una cosa importante: haa già fatto un percorso di crescita molto significativo. Ha imparato a riconoscere le emozioni, ad ascoltarsi, a comunicare meglio e a costruire una maggiore autostima. Non è poco, anzi. Spesso chi è stato timido o molto sensibile tende a sottovalutare i propri progressi, perché continua a percepire soprattutto le proprie fragilità.
    Quello che descrive adesso sembra riguardare un passaggio ancora più profondo: non solo “esprimere” un giudizio personale, ma riuscire a sentirlo legittimo anche quando qualcuno non lo condivide.
    È una difficoltà molto comune nelle persone empatiche, attente alle relazioni e sensibili all’approvazione degli altri. Quando attribuiamo grande valore ai legami affettivi, il disaccordo può essere vissuto quasi come una messa in discussione del nostro valore personale. Ma il punto centrale è questo: un giudizio diverso dal suo non equivale automaticamente a una svalutazione di sè.
    A volte, senza accorgercene, confondiamo: “non sono d’accordo con te” con “tu sbagli” o addirittura “tu vali meno”.
    In realtà le persone possono amare, stimare e rispettare qualcuno pur avendo idee, gusti o modi diversi di vedere le cose.
    Lei stessa fa un esempio molto sano: sceglie un luogo o un modo che la fa stare bene e la fa sentire serena. Questo è già un criterio interiore valido. Non serve che venga approvato da tutti per avere dignità. La validità di una scelta personale non dipende dal consenso esterno, ma dal fatto che sia coerente con i propri bisogni, valori e benessere.
    Probabilmente ora sta affrontando il passaggio dall’autostima “relazionale” all’autostima “interna”.
    La prima si costruisce molto sul riscontro degli altri (“mi sento valida se vengo capita o approvata”).
    La seconda invece permette di pensare: “capisco che l’altro la veda diversamente, ma questo non cancella la mia esperienza né il mio diritto di sentirla autentica”.
    Questo non significa diventare rigidi o chiusi al confronto. Lei ha già sviluppato una capacità preziosa: ascoltare, mettersi in discussione e crescere. Il rischio, però, è che il confronto diventi una continua ricerca di conferma, invece che uno scambio tra due soggettività diverse.
    Potrebbe aiutarls iniziare a distinguere alcune domande:
    “L’altro non è d’accordo con me” oppure “mi sta svalutando davvero”?
    “Sto cercando un confronto” oppure “sto cercando il permesso di sentirmi valida”?
    “Posso tollerare che qualcuno non condivida la mia visione senza perdere fiducia in me stessa?”
    Imparare a tollerare il disaccordo è una parte importante della maturazione emotiva. Fa male, soprattutto con le persone a cui teniamo, ma non perché lei sia “sbagliata”: probabilmente perché una parte di lei teme ancora che l’amore o l’accettazione dipendano dall’essere approvata.
    Un piccolo esercizio utile può essere questo: quando sente il dolore del rifiuto, provi a fermarsi e a dirsi mentalmente:
    “Il fatto che l’altro abbia un’opinione diversa non cancella la mia esperienza. Posso ascoltare il suo punto di vista senza rinunciare al mio.”
    All’inizio può sembrare artificiale, ma nel tempo aiuta a costruire un senso di identità più stabile.
    Infine, mi colpisce una cosa positiva del suo messaggio: non parla con aggressività, né con chiusura, ma con desiderio di comprensione e crescita. Questo indica già una buona consapevolezza emotiva. Forse il passo successivo non è imparare a cambiare ancora se stessa, ma imparare a restare dalla sua parte anche quando qualcuno non la conferma.
    Se questo malessere dovesse diventare molto intenso o ricorrente nelle relazioni importanti, parlarne con uno psicologo potrebbe aiutarla ad approfondire il legame tra autostima, approvazione e paura del rifiuto. Ma dalle sue parole emerge già una buona capacità di osservarsi e mettersi in cammino.
    P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.


Domande più frequenti

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