Buongiorno. Combatto con ansia e ipocondria da oramai 30 anni e sono sul punto di arrendermi. Prem
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Buongiorno.
Combatto con ansia e ipocondria da oramai 30 anni e sono sul punto di arrendermi.
Premetto che ho perso mio padre a 11 anni per un infarto e da allora mi hanno sempre detto di essere forte e che da quel momento avrei dovuto io occuparmi della famiglia, e io ho diciamo "ubbidito" facendo da genitore a mia madre e a mio fratello.
L'ultimo episodio 1 anno e mezzo fa, in 4/5 mesi sono passato da un melanoma all'infarto, a neoplasie del colon e dello stomaco perché notavo perdita di peso con continuo controllo del grasso addominale.
Quindi mappatura nei, visita cardiologica, ecoaddome, gastroscopia e colonscopia, emocromo (ho una leggera sindrome di Gilbert).
Visita endocrinologia con alcuni noduli molto piccoli di quelli molto comuni secondo lo specialista non meritevoli di approfondimenti (funzionalità tiroide dagli esami regolare) solo da controllare negli anni.
Preciso che prima di questo ultimo episodio avevo vissuto un forte periodo di stress causa problema di salute di mia figlia poi risolto con un intervento andato tutto bene (era una ciste e non altro grazie a Dio...)
Nemmeno il tempo di riprendermi un po' e a mia madre è stato diagnosticato un Alzheimer in fase iniziale e ho scoperto la tossicodipendenza di mio fratello ancora convivente con mia madre.
Quindi dopo 1 anno mezzo dall'ultimo episodio mi ritrovo di nuovo nel baratro...noto perdita di peso, feci malformate, ricerca su internet e diagnosi...per me insufficienza pancreatica...
Sono nuovamente bloccato, non riesco a lavorare (sono un avvocato), non dormo, effettuo continui controlli sul grasso addominale e sulle feci e sicuramente a breve contatterò nuovamente il gastroenterologo...
Il fatto è che adesso a differenza delle altre volte mi sento molto più vicino alla depressione, nel senso che sto quasi per arrendermi a questa condizione che evidentemente devo accettare come irrisolvibile...mi sento mancare quelle forze nervose che per questi 30 anni e passa sentivo di avere e mi davano un po' di coraggio e speranza per risalire la china...
Il pensiero che mi spaventa di più questa volta e che non mi è mani venuto prima, è quello di mettermi a letto e non alzarmi più...sono esausto...
Sto pensando alla psicoterapia...potrebbe essere l'ultima spiaggia?
Grazie per la lettura
Combatto con ansia e ipocondria da oramai 30 anni e sono sul punto di arrendermi.
Premetto che ho perso mio padre a 11 anni per un infarto e da allora mi hanno sempre detto di essere forte e che da quel momento avrei dovuto io occuparmi della famiglia, e io ho diciamo "ubbidito" facendo da genitore a mia madre e a mio fratello.
L'ultimo episodio 1 anno e mezzo fa, in 4/5 mesi sono passato da un melanoma all'infarto, a neoplasie del colon e dello stomaco perché notavo perdita di peso con continuo controllo del grasso addominale.
Quindi mappatura nei, visita cardiologica, ecoaddome, gastroscopia e colonscopia, emocromo (ho una leggera sindrome di Gilbert).
Visita endocrinologia con alcuni noduli molto piccoli di quelli molto comuni secondo lo specialista non meritevoli di approfondimenti (funzionalità tiroide dagli esami regolare) solo da controllare negli anni.
Preciso che prima di questo ultimo episodio avevo vissuto un forte periodo di stress causa problema di salute di mia figlia poi risolto con un intervento andato tutto bene (era una ciste e non altro grazie a Dio...)
Nemmeno il tempo di riprendermi un po' e a mia madre è stato diagnosticato un Alzheimer in fase iniziale e ho scoperto la tossicodipendenza di mio fratello ancora convivente con mia madre.
Quindi dopo 1 anno mezzo dall'ultimo episodio mi ritrovo di nuovo nel baratro...noto perdita di peso, feci malformate, ricerca su internet e diagnosi...per me insufficienza pancreatica...
Sono nuovamente bloccato, non riesco a lavorare (sono un avvocato), non dormo, effettuo continui controlli sul grasso addominale e sulle feci e sicuramente a breve contatterò nuovamente il gastroenterologo...
Il fatto è che adesso a differenza delle altre volte mi sento molto più vicino alla depressione, nel senso che sto quasi per arrendermi a questa condizione che evidentemente devo accettare come irrisolvibile...mi sento mancare quelle forze nervose che per questi 30 anni e passa sentivo di avere e mi davano un po' di coraggio e speranza per risalire la china...
Il pensiero che mi spaventa di più questa volta e che non mi è mani venuto prima, è quello di mettermi a letto e non alzarmi più...sono esausto...
Sto pensando alla psicoterapia...potrebbe essere l'ultima spiaggia?
Grazie per la lettura
uongiorno,
quello che descrive è molto intenso e, prima di tutto, merita di essere riconosciuto: da tanti anni sta affrontando non solo ansia e ipocondria, ma anche un carico di responsabilità e di eventi di vita molto pesanti. La perdita di suo padre in età così precoce e il ruolo che si è trovato a ricoprire (“dover essere forte” e prendersi cura degli altri) sono esperienze che spesso lasciano un segno profondo, soprattutto sul modo in cui si percepisce il pericolo e la propria sicurezza.
L’ipocondria (oggi definita più correttamente ansia per la salute) funziona proprio così: il corpo diventa il “luogo” in cui si esprime un’ansia più profonda. I controlli continui, le visite, le rassicurazioni mediche purtroppo danno sollievo solo momentaneo, perché il dubbio torna rapidamente, spesso spostandosi su un’altra possibile malattia. Non è un problema di “razionalità” o di informazioni mediche: è un meccanismo emotivo molto radicato.
Nel suo racconto emerge chiaramente anche un altro aspetto importante: nei momenti di forte stress (la malattia di sua figlia, la diagnosi di sua madre, la situazione di suo fratello) i sintomi si riacutizzano. Questo ci dice che il suo sistema interno è sotto una pressione continua da molto tempo, e che ora sta arrivando a un livello di esaurimento. La sensazione di “non avere più le forze” e il pensiero di lasciarsi andare sono segnali da prendere molto seriamente, non come una resa, ma come un campanello d’allarme del fatto che ha bisogno di aiuto, davvero.
La psicoterapia non è affatto “l’ultima spiaggia”: è, in realtà, lo strumento più indicato per lavorare su questo tipo di difficoltà. In particolare, un percorso cognitivo-comportamentale può aiutarla a:
interrompere il circolo dei controlli e delle rassicurazioni
gestire i pensieri catastrofici legati alla salute
ridurre l’attenzione ossessiva sui segnali corporei
elaborare i vissuti emotivi legati alla perdita precoce e al ruolo di “dover essere forte”
recuperare gradualmente energie, sonno e funzionamento lavorativo
In alcuni casi, può essere utile affiancare anche una valutazione psichiatrica per un eventuale supporto farmacologico, soprattutto quando ansia e umore sono così compromessi.
Un punto importante: non deve affrontare tutto questo da solo, come ha fatto per tanti anni. Il fatto stesso che stia pensando alla psicoterapia indica che una parte di lei non si è arresa, ma sta cercando una via d’uscita diversa.
Le consiglio davvero di non rimandare e di iniziare un percorso con uno specialista, così da poter lavorare in modo mirato sia sull’ansia per la salute sia sul carico emotivo che porta con sé da molto tempo.
Resto a disposizione e le suggerisco di approfondire quanto prima con un professionista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrive è molto intenso e, prima di tutto, merita di essere riconosciuto: da tanti anni sta affrontando non solo ansia e ipocondria, ma anche un carico di responsabilità e di eventi di vita molto pesanti. La perdita di suo padre in età così precoce e il ruolo che si è trovato a ricoprire (“dover essere forte” e prendersi cura degli altri) sono esperienze che spesso lasciano un segno profondo, soprattutto sul modo in cui si percepisce il pericolo e la propria sicurezza.
L’ipocondria (oggi definita più correttamente ansia per la salute) funziona proprio così: il corpo diventa il “luogo” in cui si esprime un’ansia più profonda. I controlli continui, le visite, le rassicurazioni mediche purtroppo danno sollievo solo momentaneo, perché il dubbio torna rapidamente, spesso spostandosi su un’altra possibile malattia. Non è un problema di “razionalità” o di informazioni mediche: è un meccanismo emotivo molto radicato.
Nel suo racconto emerge chiaramente anche un altro aspetto importante: nei momenti di forte stress (la malattia di sua figlia, la diagnosi di sua madre, la situazione di suo fratello) i sintomi si riacutizzano. Questo ci dice che il suo sistema interno è sotto una pressione continua da molto tempo, e che ora sta arrivando a un livello di esaurimento. La sensazione di “non avere più le forze” e il pensiero di lasciarsi andare sono segnali da prendere molto seriamente, non come una resa, ma come un campanello d’allarme del fatto che ha bisogno di aiuto, davvero.
La psicoterapia non è affatto “l’ultima spiaggia”: è, in realtà, lo strumento più indicato per lavorare su questo tipo di difficoltà. In particolare, un percorso cognitivo-comportamentale può aiutarla a:
interrompere il circolo dei controlli e delle rassicurazioni
gestire i pensieri catastrofici legati alla salute
ridurre l’attenzione ossessiva sui segnali corporei
elaborare i vissuti emotivi legati alla perdita precoce e al ruolo di “dover essere forte”
recuperare gradualmente energie, sonno e funzionamento lavorativo
In alcuni casi, può essere utile affiancare anche una valutazione psichiatrica per un eventuale supporto farmacologico, soprattutto quando ansia e umore sono così compromessi.
Un punto importante: non deve affrontare tutto questo da solo, come ha fatto per tanti anni. Il fatto stesso che stia pensando alla psicoterapia indica che una parte di lei non si è arresa, ma sta cercando una via d’uscita diversa.
Le consiglio davvero di non rimandare e di iniziare un percorso con uno specialista, così da poter lavorare in modo mirato sia sull’ansia per la salute sia sul carico emotivo che porta con sé da molto tempo.
Resto a disposizione e le suggerisco di approfondire quanto prima con un professionista.
Dottoressa Silvia Parisi
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Bhe affrontare un problema di ipocondria non si risolve facendo esami e accertamenti a tappeto, è pur vero però che non bisogna sottovalutare anche, diciamo, coloro i quali fanno " Al lupo"
Buona sera, date le dimensioni traumatiche della sua storia di vita è comprensibile come il suo malessere sia sfociato in queste ansie generali ed in particolare rivolte sul suo corpo. Tutte le vicende che lei ha riportato sono eventi che destabilizzerebbero quinque. In quei casi a volte è necessario avere il coraggio di farsi aiutare e comprendere che non possiamo controllare tutto. Lei è anche un avvocato, quindi un professionista che ha molte risorse sul piano cognitivo ma in questo caso come può constatare c'è tutta una parte di sè "emotiva" che chiede di essere ascoltata. Dare voce a questi suoi vissuti passati per darle la possibilità di riorganizzarsi emotivamente nel presente può essere la strada che può percorrere come un percorso psicoterapeutico per riprendere quel senso di potere ed efficacia personale che sente di aver perso. Pertanto può esserle utile avere il coraggio di affidarsi ad una persona competente per poter recuperare una qualità di vita personale. Cordiali saluti.
Buonasera, se lei ha queste sensazioni di stanchezza profonda che descrive alla fine è necessario che se ne prenda cura sal punto di vista emotivo e psicologico. Può essere importante che lei abbia uno spazio tutto suo dove poter aprire uno spazio di riflessione con se stesso. Potrebbe essere necessario oltre ad una psicoterapia un consulto anche con uno psichiatra per avvare un percorso parallelo (in ogni caso chiedere un parere). Se ritiene per la parte psico terapeutica sono a disposizione anche online. Saluti Dario Martelli
Gentile signore, sarebbe senz'altro auspicabile una consulenza per eventualmente intraprendere una psicoterapia che potrebbe essere un nuovo inizio e non l'ultima spiaggia. Il fatto che lo stia pensando indica da parte sua un desiderio che va senz'altro perseguito per ritrovare nuove risorse e motivi verso soluzioni di una situazione senz'altro problematica.
Buongiorno,
da quello che racconti si sente tutta la fatica di tanti anni passati a convivere con l’ansia e con la paura per la salute. Hai attraversato eventi molto impegnativi fin da giovanissimo, assumendoti responsabilità grandi e continuando a “tenere duro” anche nelle difficoltà più recenti. È comprensibile che oggi tu ti senta esausto e più fragile.
Quello che descrivi non è un segno di debolezza né qualcosa di “irrisolvibile”: è il segnale di un sistema che per molto tempo ha funzionato sotto pressione e che ora chiede uno spazio diverso, più accogliente e protetto. Anche il pensiero di “fermarsi e non alzarsi più” va preso sul serio, come un campanello importante, non come una condanna.
La psicoterapia non è un’ultima spiaggia, ma può essere un luogo in cui finalmente non devi più affrontare tutto da solo. Un percorso può aiutarti a comprendere e modulare l’ansia, a lavorare sull’ipocondria e, soprattutto, a dare un senso più profondo a ciò che stai vivendo, restituendoti gradualmente energie e possibilità di scelta.
Nel frattempo, se questi pensieri dovessero diventare più intensi, ti invito a non restare solo e a rivolgerti anche al tuo medico o a un servizio del territorio: chiedere aiuto è già un primo passo importante.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
da quello che racconti si sente tutta la fatica di tanti anni passati a convivere con l’ansia e con la paura per la salute. Hai attraversato eventi molto impegnativi fin da giovanissimo, assumendoti responsabilità grandi e continuando a “tenere duro” anche nelle difficoltà più recenti. È comprensibile che oggi tu ti senta esausto e più fragile.
Quello che descrivi non è un segno di debolezza né qualcosa di “irrisolvibile”: è il segnale di un sistema che per molto tempo ha funzionato sotto pressione e che ora chiede uno spazio diverso, più accogliente e protetto. Anche il pensiero di “fermarsi e non alzarsi più” va preso sul serio, come un campanello importante, non come una condanna.
La psicoterapia non è un’ultima spiaggia, ma può essere un luogo in cui finalmente non devi più affrontare tutto da solo. Un percorso può aiutarti a comprendere e modulare l’ansia, a lavorare sull’ipocondria e, soprattutto, a dare un senso più profondo a ciò che stai vivendo, restituendoti gradualmente energie e possibilità di scelta.
Nel frattempo, se questi pensieri dovessero diventare più intensi, ti invito a non restare solo e a rivolgerti anche al tuo medico o a un servizio del territorio: chiedere aiuto è già un primo passo importante.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Gentile Utente, lei ha descritto una situazione di grave prostrazione iniziata in tenera età con responsabilità e traumi per la morte improvvisa del padre, oltre a traumi fisici (tumore, infarto, la salute della figlia, ecc).
È pensabile che il pensiero di mettersi a letto ‘per sempre’ sia una seria richiesta di aiuto del suo corpo e di tutto il suo essere dopo anni di combattimento. L’ansia e l’ipocondria sono sintomi curabili nel contesto di una psicoterapia che vada anche a ridimensionare la sua iperattivazione, lo stato di allerta per i traumi accumulati che descrive.
La psicoterapia più che ‘l’ultima spiaggia’, è una spiaggia. Vi sono degli strumenti psicoterapici che potrebbero aiutarla e spesso, è proprio quando perdiamo le speranze che siamo disposti senza aspettative ad accogliere qualcosa che non avremmo mai accolto. Il mio augurio per la sua cura è di lasciarsi la possibilità di fare qualche passo sulla spiaggia.. ‘all’inatteso qualcosa apre sempre la via’.
È pensabile che il pensiero di mettersi a letto ‘per sempre’ sia una seria richiesta di aiuto del suo corpo e di tutto il suo essere dopo anni di combattimento. L’ansia e l’ipocondria sono sintomi curabili nel contesto di una psicoterapia che vada anche a ridimensionare la sua iperattivazione, lo stato di allerta per i traumi accumulati che descrive.
La psicoterapia più che ‘l’ultima spiaggia’, è una spiaggia. Vi sono degli strumenti psicoterapici che potrebbero aiutarla e spesso, è proprio quando perdiamo le speranze che siamo disposti senza aspettative ad accogliere qualcosa che non avremmo mai accolto. Il mio augurio per la sua cura è di lasciarsi la possibilità di fare qualche passo sulla spiaggia.. ‘all’inatteso qualcosa apre sempre la via’.
Buongiorno,
ciò che viene descritto non pare un segno di una condizione irrisolvibile, quanto più un segnale di quanto a lungo lei abbia retto un carico emotivo molto intenso (spesso da solo?).
La sua storia parte da un punto che pare cruciale: a 11 anni le è stato "imposto" di diventare forte e di prendersi cura degli altri. In altre parole, sembrerebbe aver messo da parte i suoi bisogni per assumere una funzione di responsabilità. Questa configurazione, che probabilmente è stato fondamentale per andare avanti in quel momento, nel tempo può trasformarsi in una modalità estremamente rigida; il corpo e la salute, nel suo caso, diventano il luogo in cui si esprime ciò che non pare trovar spazio altrove.
Gli episodi che descrive (pensieri rispetto a malattie, controlli, visite, etc...) sembrano i tentativi di gestire e controllare un’angoscia molto intensa. Verosimilmente, però, più lei cerca controllo sul corpo più l’ansia aumenta, creando un circolo che si autoalimenta.
Non sottovaluti anche la sequenza degli eventi (e dei conseguenti pensieri) recenti: il problema di salute di sua figlia, la diagnosi di sua madre e la problematica di suo fratello. È come se, ancora una volta, lei si trovasse al centro di una richiesta implicita di tenere insieme tutto. In queste condizioni, il senso di esaurimento che descrive (sono esausto, mi sento vicino alla depressione) non è un segno di debolezza, ma il segnale che le risorse stanno arrivando al limite.
Il pensiero di mettersi a letto e non alzarsi più pare un campanello importante, che non va ignorato poiché indica un livello di sofferenza che merita attenzione ed uno spazio di cura adeguato.
Vengo alla sua domanda; la psicoterapia non è l’ultima spiaggia ma probabilmente il primo spazio in cui questa storia può essere finalmente pensata insieme a qualcuno. Non si tratterebbe solo di gestire queste attivazioni, ma di lavorare su quel modo di funzionare che la porta (da sempre) a dover essere pronto e forte. Resto a disposizione per eventuali chiarimenti
ciò che viene descritto non pare un segno di una condizione irrisolvibile, quanto più un segnale di quanto a lungo lei abbia retto un carico emotivo molto intenso (spesso da solo?).
La sua storia parte da un punto che pare cruciale: a 11 anni le è stato "imposto" di diventare forte e di prendersi cura degli altri. In altre parole, sembrerebbe aver messo da parte i suoi bisogni per assumere una funzione di responsabilità. Questa configurazione, che probabilmente è stato fondamentale per andare avanti in quel momento, nel tempo può trasformarsi in una modalità estremamente rigida; il corpo e la salute, nel suo caso, diventano il luogo in cui si esprime ciò che non pare trovar spazio altrove.
Gli episodi che descrive (pensieri rispetto a malattie, controlli, visite, etc...) sembrano i tentativi di gestire e controllare un’angoscia molto intensa. Verosimilmente, però, più lei cerca controllo sul corpo più l’ansia aumenta, creando un circolo che si autoalimenta.
Non sottovaluti anche la sequenza degli eventi (e dei conseguenti pensieri) recenti: il problema di salute di sua figlia, la diagnosi di sua madre e la problematica di suo fratello. È come se, ancora una volta, lei si trovasse al centro di una richiesta implicita di tenere insieme tutto. In queste condizioni, il senso di esaurimento che descrive (sono esausto, mi sento vicino alla depressione) non è un segno di debolezza, ma il segnale che le risorse stanno arrivando al limite.
Il pensiero di mettersi a letto e non alzarsi più pare un campanello importante, che non va ignorato poiché indica un livello di sofferenza che merita attenzione ed uno spazio di cura adeguato.
Vengo alla sua domanda; la psicoterapia non è l’ultima spiaggia ma probabilmente il primo spazio in cui questa storia può essere finalmente pensata insieme a qualcuno. Non si tratterebbe solo di gestire queste attivazioni, ma di lavorare su quel modo di funzionare che la porta (da sempre) a dover essere pronto e forte. Resto a disposizione per eventuali chiarimenti
Buongiorno, sicuramente il suo percorso di vita non è stato facile. Si è sempre preso cura degli altri. Sicuramente è arrivato il momento di incominciare a pensare ai segnali che Le sta inviando il suo corpo. La psicoterapia non è l'ultima spiaggia. Il percorso psicoterapico potrebbe sicuramente aiutarla ad entrare in contatto con quelli che sono i suoi bisogni e le sue paure.
Dott.ssa Di Donato Maria Ilaria
Dott.ssa Di Donato Maria Ilaria
Buongiorno, grazie per aver condiviso. Il suo malessere può essere letto non come un destino irrisolvibile, ma il risultato di un sistema di credenze e comportamenti che si è consolidato in trent'anni. Il trauma precoce della perdita di suo padre ha generato uno schema di iper-responsabilità ("devo essere forte", "devo accudire tutti"), che la porta a interpretare ogni segnale fisico come una minaccia catastrofica che non può permettersi di ignorare.
In questa prospettiva, l'ipocondria si autoalimenta attraverso un ciclo preciso: lo stress (la malattia di sua madre, i problemi di suo fratello) alza il livello di ansia, che si manifesta con sintomi fisici reali; lei monitora questi sintomi con estrema attenzione , interpreta i risultati in modo catastrofico e cerca rassicurazione attraverso continui esami medici. Questa rassicurazione, però, fornisce solo un sollievo momentaneo, rinforzando l'idea che l'unico modo per essere al sicuro sia controllare tutto ossessivamente.
Può essere utile provare a interrompere il monitoraggio costante, imparare a ridurre i controlli fisici e le ricerche su internet che alimentano il panico , mettere in discussione l'idea di dover essere l'unico pilastro della famiglia e imparare a tollerare l'incertezza senza che diventi terrore e trovare strategie per affrontare lo stress familiare attuale senza che questo si traduca in sintomi somatici.
Il senso di sfinimento che prova è il segnale che il vecchio modo di "essere forte" non funziona più ed è necessario sostituirlo con nuove strategie di adattamento più sostenibili.
Resto a disposizione.
Cordiali saluti,
Dott. Matteo Acquati
In questa prospettiva, l'ipocondria si autoalimenta attraverso un ciclo preciso: lo stress (la malattia di sua madre, i problemi di suo fratello) alza il livello di ansia, che si manifesta con sintomi fisici reali; lei monitora questi sintomi con estrema attenzione , interpreta i risultati in modo catastrofico e cerca rassicurazione attraverso continui esami medici. Questa rassicurazione, però, fornisce solo un sollievo momentaneo, rinforzando l'idea che l'unico modo per essere al sicuro sia controllare tutto ossessivamente.
Può essere utile provare a interrompere il monitoraggio costante, imparare a ridurre i controlli fisici e le ricerche su internet che alimentano il panico , mettere in discussione l'idea di dover essere l'unico pilastro della famiglia e imparare a tollerare l'incertezza senza che diventi terrore e trovare strategie per affrontare lo stress familiare attuale senza che questo si traduca in sintomi somatici.
Il senso di sfinimento che prova è il segnale che il vecchio modo di "essere forte" non funziona più ed è necessario sostituirlo con nuove strategie di adattamento più sostenibili.
Resto a disposizione.
Cordiali saluti,
Dott. Matteo Acquati
Mi piacerebbe poterla ascoltare anche on line. Per farle comprendere che si è soli solo se si decide di esserlo.
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso con così tanta profondità quello che sta vivendo. Dalle sue parole si percepisce chiaramente quanto sia stanco, provato e quanto abbia portato sulle spalle per tanti anni.
Quello che descrive ha una storia lunga: non è solo ansia o ipocondria, ma anche un carico emotivo importante iniziato molto presto, quando ha dovuto essere “forte” e prendersi cura degli altri in un momento in cui, in realtà, avrebbe avuto bisogno di essere sostenuto lei stesso.
Nel tempo, questo tipo di funzionamento può portare proprio a quello che sta vivendo oggi: una mente sempre in allerta sul corpo e sulla salute, soprattutto nei momenti di stress intenso come quelli che ha attraversato recentemente.
Il fatto che oggi si senta più vicino alla depressione, più stanco e con meno forze, è un segnale importante: non di “resa”, ma del fatto che ha bisogno di aiuto, dopo aver retto da solo per così tanto tempo.
Il fatto che le sembri irrisolvibile è parte della condizione in cui si trova ora, ma non significa che lo sia davvero.
La psicoterapia non è un’ultima spiaggia, ma può essere un passaggio fondamentale per uscire da questo ciclo. Può aiutarla a lavorare sia sull’ansia legata alla salute, sia su quel senso di responsabilità e di peso che si porta da anni.
In questo momento, più che cercare nuove conferme mediche, potrebbe essere utile affiancare un supporto psicologico, proprio perché il problema non sembra essere nel corpo, ma nel modo in cui la sua mente è costretta a stare continuamente in allerta.
Il fatto che lei stia pensando di farsi aiutare è già un passo molto importante. Non è tardi, e non è senza uscita.
Se sente di essere molto affaticato o con pensieri di “lasciarsi andare”, è importante non restare solo.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
la ringrazio per aver condiviso con così tanta profondità quello che sta vivendo. Dalle sue parole si percepisce chiaramente quanto sia stanco, provato e quanto abbia portato sulle spalle per tanti anni.
Quello che descrive ha una storia lunga: non è solo ansia o ipocondria, ma anche un carico emotivo importante iniziato molto presto, quando ha dovuto essere “forte” e prendersi cura degli altri in un momento in cui, in realtà, avrebbe avuto bisogno di essere sostenuto lei stesso.
Nel tempo, questo tipo di funzionamento può portare proprio a quello che sta vivendo oggi: una mente sempre in allerta sul corpo e sulla salute, soprattutto nei momenti di stress intenso come quelli che ha attraversato recentemente.
Il fatto che oggi si senta più vicino alla depressione, più stanco e con meno forze, è un segnale importante: non di “resa”, ma del fatto che ha bisogno di aiuto, dopo aver retto da solo per così tanto tempo.
Il fatto che le sembri irrisolvibile è parte della condizione in cui si trova ora, ma non significa che lo sia davvero.
La psicoterapia non è un’ultima spiaggia, ma può essere un passaggio fondamentale per uscire da questo ciclo. Può aiutarla a lavorare sia sull’ansia legata alla salute, sia su quel senso di responsabilità e di peso che si porta da anni.
In questo momento, più che cercare nuove conferme mediche, potrebbe essere utile affiancare un supporto psicologico, proprio perché il problema non sembra essere nel corpo, ma nel modo in cui la sua mente è costretta a stare continuamente in allerta.
Il fatto che lei stia pensando di farsi aiutare è già un passo molto importante. Non è tardi, e non è senza uscita.
Se sente di essere molto affaticato o con pensieri di “lasciarsi andare”, è importante non restare solo.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Gentile utente, le sue parole trasmettono tutta la fatica di chi, per trent’anni, è stato il pilastro della famiglia rinunciando alla propria fragilità. Quella che lei avverte come una resa imminente è in realtà un segnale importante che il suo corpo le sta mandando.
In questo scenario, la psicoterapia non rappresenta l'ultima spiaggia, ma un’opportunità preziosa. Un percorso psicologico potrebbe sostenerla nel dare finalmente un senso profondo a tutto quello che ha vissuto e che sta affrontando oggi, aiutandola a trasformare quel peso incomprensibile in una narrazione che le permetta di respirare. Potrebbe concedersi la possibilità di essere ascoltato e sostenuto, proprio come lei ha fatto con gli altri per una vita intera?
In questo scenario, la psicoterapia non rappresenta l'ultima spiaggia, ma un’opportunità preziosa. Un percorso psicologico potrebbe sostenerla nel dare finalmente un senso profondo a tutto quello che ha vissuto e che sta affrontando oggi, aiutandola a trasformare quel peso incomprensibile in una narrazione che le permetta di respirare. Potrebbe concedersi la possibilità di essere ascoltato e sostenuto, proprio come lei ha fatto con gli altri per una vita intera?
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