Buongiorno. Combatto con ansia e ipocondria da oramai 30 anni e sono sul punto di arrendermi. Prem

20 risposte
Buongiorno.
Combatto con ansia e ipocondria da oramai 30 anni e sono sul punto di arrendermi.
Premetto che ho perso mio padre a 11 anni per un infarto e da allora mi hanno sempre detto di essere forte e che da quel momento avrei dovuto io occuparmi della famiglia, e io ho diciamo "ubbidito" facendo da genitore a mia madre e a mio fratello.
L'ultimo episodio 1 anno e mezzo fa, in 4/5 mesi sono passato da un melanoma all'infarto, a neoplasie del colon e dello stomaco perché notavo perdita di peso con continuo controllo del grasso addominale.
Quindi mappatura nei, visita cardiologica, ecoaddome, gastroscopia e colonscopia, emocromo (ho una leggera sindrome di Gilbert).
Visita endocrinologia con alcuni noduli molto piccoli di quelli molto comuni secondo lo specialista non meritevoli di approfondimenti (funzionalità tiroide dagli esami regolare) solo da controllare negli anni.
Preciso che prima di questo ultimo episodio avevo vissuto un forte periodo di stress causa problema di salute di mia figlia poi risolto con un intervento andato tutto bene (era una ciste e non altro grazie a Dio...)
Nemmeno il tempo di riprendermi un po' e a mia madre è stato diagnosticato un Alzheimer in fase iniziale e ho scoperto la tossicodipendenza di mio fratello ancora convivente con mia madre.
Quindi dopo 1 anno mezzo dall'ultimo episodio mi ritrovo di nuovo nel baratro...noto perdita di peso, feci malformate, ricerca su internet e diagnosi...per me insufficienza pancreatica...
Sono nuovamente bloccato, non riesco a lavorare (sono un avvocato), non dormo, effettuo continui controlli sul grasso addominale e sulle feci e sicuramente a breve contatterò nuovamente il gastroenterologo...
Il fatto è che adesso a differenza delle altre volte mi sento molto più vicino alla depressione, nel senso che sto quasi per arrendermi a questa condizione che evidentemente devo accettare come irrisolvibile...mi sento mancare quelle forze nervose che per questi 30 anni e passa sentivo di avere e mi davano un po' di coraggio e speranza per risalire la china...
Il pensiero che mi spaventa di più questa volta e che non mi è mani venuto prima, è quello di mettermi a letto e non alzarmi più...sono esausto...
Sto pensando alla psicoterapia...potrebbe essere l'ultima spiaggia?
Grazie per la lettura
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
uongiorno,
quello che descrive è molto intenso e, prima di tutto, merita di essere riconosciuto: da tanti anni sta affrontando non solo ansia e ipocondria, ma anche un carico di responsabilità e di eventi di vita molto pesanti. La perdita di suo padre in età così precoce e il ruolo che si è trovato a ricoprire (“dover essere forte” e prendersi cura degli altri) sono esperienze che spesso lasciano un segno profondo, soprattutto sul modo in cui si percepisce il pericolo e la propria sicurezza.

L’ipocondria (oggi definita più correttamente ansia per la salute) funziona proprio così: il corpo diventa il “luogo” in cui si esprime un’ansia più profonda. I controlli continui, le visite, le rassicurazioni mediche purtroppo danno sollievo solo momentaneo, perché il dubbio torna rapidamente, spesso spostandosi su un’altra possibile malattia. Non è un problema di “razionalità” o di informazioni mediche: è un meccanismo emotivo molto radicato.

Nel suo racconto emerge chiaramente anche un altro aspetto importante: nei momenti di forte stress (la malattia di sua figlia, la diagnosi di sua madre, la situazione di suo fratello) i sintomi si riacutizzano. Questo ci dice che il suo sistema interno è sotto una pressione continua da molto tempo, e che ora sta arrivando a un livello di esaurimento. La sensazione di “non avere più le forze” e il pensiero di lasciarsi andare sono segnali da prendere molto seriamente, non come una resa, ma come un campanello d’allarme del fatto che ha bisogno di aiuto, davvero.

La psicoterapia non è affatto “l’ultima spiaggia”: è, in realtà, lo strumento più indicato per lavorare su questo tipo di difficoltà. In particolare, un percorso cognitivo-comportamentale può aiutarla a:

interrompere il circolo dei controlli e delle rassicurazioni

gestire i pensieri catastrofici legati alla salute

ridurre l’attenzione ossessiva sui segnali corporei

elaborare i vissuti emotivi legati alla perdita precoce e al ruolo di “dover essere forte”

recuperare gradualmente energie, sonno e funzionamento lavorativo

In alcuni casi, può essere utile affiancare anche una valutazione psichiatrica per un eventuale supporto farmacologico, soprattutto quando ansia e umore sono così compromessi.

Un punto importante: non deve affrontare tutto questo da solo, come ha fatto per tanti anni. Il fatto stesso che stia pensando alla psicoterapia indica che una parte di lei non si è arresa, ma sta cercando una via d’uscita diversa.

Le consiglio davvero di non rimandare e di iniziare un percorso con uno specialista, così da poter lavorare in modo mirato sia sull’ansia per la salute sia sul carico emotivo che porta con sé da molto tempo.

Resto a disposizione e le suggerisco di approfondire quanto prima con un professionista.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

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Dr. Francesco Botti
Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico di medicina generale
Milano
Bhe affrontare un problema di ipocondria non si risolve facendo esami e accertamenti a tappeto, è pur vero però che non bisogna sottovalutare anche, diciamo, coloro i quali fanno " Al lupo"
Dott. Francesco Ricci
Psicoterapeuta, Psicologo
Albano Laziale
Buona sera, date le dimensioni traumatiche della sua storia di vita è comprensibile come il suo malessere sia sfociato in queste ansie generali ed in particolare rivolte sul suo corpo. Tutte le vicende che lei ha riportato sono eventi che destabilizzerebbero quinque. In quei casi a volte è necessario avere il coraggio di farsi aiutare e comprendere che non possiamo controllare tutto. Lei è anche un avvocato, quindi un professionista che ha molte risorse sul piano cognitivo ma in questo caso come può constatare c'è tutta una parte di sè "emotiva" che chiede di essere ascoltata. Dare voce a questi suoi vissuti passati per darle la possibilità di riorganizzarsi emotivamente nel presente può essere la strada che può percorrere come un percorso psicoterapeutico per riprendere quel senso di potere ed efficacia personale che sente di aver perso. Pertanto può esserle utile avere il coraggio di affidarsi ad una persona competente per poter recuperare una qualità di vita personale. Cordiali saluti.
Dott. Dario Martelli
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Buonasera, se lei ha queste sensazioni di stanchezza profonda che descrive alla fine è necessario che se ne prenda cura sal punto di vista emotivo e psicologico. Può essere importante che lei abbia uno spazio tutto suo dove poter aprire uno spazio di riflessione con se stesso. Potrebbe essere necessario oltre ad una psicoterapia un consulto anche con uno psichiatra per avvare un percorso parallelo (in ogni caso chiedere un parere). Se ritiene per la parte psico terapeutica sono a disposizione anche online. Saluti Dario Martelli
Dott.ssa Ana Carolina Cisneros
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Napoli
Gentile signore, sarebbe senz'altro auspicabile una consulenza per eventualmente intraprendere una psicoterapia che potrebbe essere un nuovo inizio e non l'ultima spiaggia. Il fatto che lo stia pensando indica da parte sua un desiderio che va senz'altro perseguito per ritrovare nuove risorse e motivi verso soluzioni di una situazione senz'altro problematica.
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
da quello che racconti si sente tutta la fatica di tanti anni passati a convivere con l’ansia e con la paura per la salute. Hai attraversato eventi molto impegnativi fin da giovanissimo, assumendoti responsabilità grandi e continuando a “tenere duro” anche nelle difficoltà più recenti. È comprensibile che oggi tu ti senta esausto e più fragile.

Quello che descrivi non è un segno di debolezza né qualcosa di “irrisolvibile”: è il segnale di un sistema che per molto tempo ha funzionato sotto pressione e che ora chiede uno spazio diverso, più accogliente e protetto. Anche il pensiero di “fermarsi e non alzarsi più” va preso sul serio, come un campanello importante, non come una condanna.

La psicoterapia non è un’ultima spiaggia, ma può essere un luogo in cui finalmente non devi più affrontare tutto da solo. Un percorso può aiutarti a comprendere e modulare l’ansia, a lavorare sull’ipocondria e, soprattutto, a dare un senso più profondo a ciò che stai vivendo, restituendoti gradualmente energie e possibilità di scelta.

Nel frattempo, se questi pensieri dovessero diventare più intensi, ti invito a non restare solo e a rivolgerti anche al tuo medico o a un servizio del territorio: chiedere aiuto è già un primo passo importante.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott.ssa Anna Periz
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Verona
Gentile Utente, lei ha descritto una situazione di grave prostrazione iniziata in tenera età con responsabilità e traumi per la morte improvvisa del padre, oltre a traumi fisici (tumore, infarto, la salute della figlia, ecc).
È pensabile che il pensiero di mettersi a letto ‘per sempre’ sia una seria richiesta di aiuto del suo corpo e di tutto il suo essere dopo anni di combattimento. L’ansia e l’ipocondria sono sintomi curabili nel contesto di una psicoterapia che vada anche a ridimensionare la sua iperattivazione, lo stato di allerta per i traumi accumulati che descrive.
La psicoterapia più che ‘l’ultima spiaggia’, è una spiaggia. Vi sono degli strumenti psicoterapici che potrebbero aiutarla e spesso, è proprio quando perdiamo le speranze che siamo disposti senza aspettative ad accogliere qualcosa che non avremmo mai accolto. Il mio augurio per la sua cura è di lasciarsi la possibilità di fare qualche passo sulla spiaggia.. ‘all’inatteso qualcosa apre sempre la via’.
Dott. Giacomo Muci
Psicologo, Psicoterapeuta
Nardò
Buongiorno,
ciò che viene descritto non pare un segno di una condizione irrisolvibile, quanto più un segnale di quanto a lungo lei abbia retto un carico emotivo molto intenso (spesso da solo?).
La sua storia parte da un punto che pare cruciale: a 11 anni le è stato "imposto" di diventare forte e di prendersi cura degli altri. In altre parole, sembrerebbe aver messo da parte i suoi bisogni per assumere una funzione di responsabilità. Questa configurazione, che probabilmente è stato fondamentale per andare avanti in quel momento, nel tempo può trasformarsi in una modalità estremamente rigida; il corpo e la salute, nel suo caso, diventano il luogo in cui si esprime ciò che non pare trovar spazio altrove.
Gli episodi che descrive (pensieri rispetto a malattie, controlli, visite, etc...) sembrano i tentativi di gestire e controllare un’angoscia molto intensa. Verosimilmente, però, più lei cerca controllo sul corpo più l’ansia aumenta, creando un circolo che si autoalimenta.
Non sottovaluti anche la sequenza degli eventi (e dei conseguenti pensieri) recenti: il problema di salute di sua figlia, la diagnosi di sua madre e la problematica di suo fratello. È come se, ancora una volta, lei si trovasse al centro di una richiesta implicita di tenere insieme tutto. In queste condizioni, il senso di esaurimento che descrive (sono esausto, mi sento vicino alla depressione) non è un segno di debolezza, ma il segnale che le risorse stanno arrivando al limite.
Il pensiero di mettersi a letto e non alzarsi più pare un campanello importante, che non va ignorato poiché indica un livello di sofferenza che merita attenzione ed uno spazio di cura adeguato.
Vengo alla sua domanda; la psicoterapia non è l’ultima spiaggia ma probabilmente il primo spazio in cui questa storia può essere finalmente pensata insieme a qualcuno. Non si tratterebbe solo di gestire queste attivazioni, ma di lavorare su quel modo di funzionare che la porta (da sempre) a dover essere pronto e forte. Resto a disposizione per eventuali chiarimenti
Dott.ssa Maria Ilaria Di Donato
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Canosa di Puglia
Buongiorno, sicuramente il suo percorso di vita non è stato facile. Si è sempre preso cura degli altri. Sicuramente è arrivato il momento di incominciare a pensare ai segnali che Le sta inviando il suo corpo. La psicoterapia non è l'ultima spiaggia. Il percorso psicoterapico potrebbe sicuramente aiutarla ad entrare in contatto con quelli che sono i suoi bisogni e le sue paure.
Dott.ssa Di Donato Maria Ilaria
Dott. Matteo Acquati
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Monza
Buongiorno, grazie per aver condiviso. Il suo malessere può essere letto non come un destino irrisolvibile, ma il risultato di un sistema di credenze e comportamenti che si è consolidato in trent'anni. Il trauma precoce della perdita di suo padre ha generato uno schema di iper-responsabilità ("devo essere forte", "devo accudire tutti"), che la porta a interpretare ogni segnale fisico come una minaccia catastrofica che non può permettersi di ignorare.
In questa prospettiva, l'ipocondria si autoalimenta attraverso un ciclo preciso: lo stress (la malattia di sua madre, i problemi di suo fratello) alza il livello di ansia, che si manifesta con sintomi fisici reali; lei monitora questi sintomi con estrema attenzione , interpreta i risultati in modo catastrofico e cerca rassicurazione attraverso continui esami medici. Questa rassicurazione, però, fornisce solo un sollievo momentaneo, rinforzando l'idea che l'unico modo per essere al sicuro sia controllare tutto ossessivamente.
Può essere utile provare a interrompere il monitoraggio costante, imparare a ridurre i controlli fisici e le ricerche su internet che alimentano il panico , mettere in discussione l'idea di dover essere l'unico pilastro della famiglia e imparare a tollerare l'incertezza senza che diventi terrore e trovare strategie per affrontare lo stress familiare attuale senza che questo si traduca in sintomi somatici.
Il senso di sfinimento che prova è il segnale che il vecchio modo di "essere forte" non funziona più ed è necessario sostituirlo con nuove strategie di adattamento più sostenibili.
Resto a disposizione.
Cordiali saluti,
Dott. Matteo Acquati
Dott.ssa Paola di Tota
Psicoterapeuta, Psicologo
Brescia
Mi piacerebbe poterla ascoltare anche on line. Per farle comprendere che si è soli solo se si decide di esserlo.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso con così tanta profondità quello che sta vivendo. Dalle sue parole si percepisce chiaramente quanto sia stanco, provato e quanto abbia portato sulle spalle per tanti anni.
Quello che descrive ha una storia lunga: non è solo ansia o ipocondria, ma anche un carico emotivo importante iniziato molto presto, quando ha dovuto essere “forte” e prendersi cura degli altri in un momento in cui, in realtà, avrebbe avuto bisogno di essere sostenuto lei stesso.
Nel tempo, questo tipo di funzionamento può portare proprio a quello che sta vivendo oggi: una mente sempre in allerta sul corpo e sulla salute, soprattutto nei momenti di stress intenso come quelli che ha attraversato recentemente.
Il fatto che oggi si senta più vicino alla depressione, più stanco e con meno forze, è un segnale importante: non di “resa”, ma del fatto che ha bisogno di aiuto, dopo aver retto da solo per così tanto tempo.
Il fatto che le sembri irrisolvibile è parte della condizione in cui si trova ora, ma non significa che lo sia davvero.
La psicoterapia non è un’ultima spiaggia, ma può essere un passaggio fondamentale per uscire da questo ciclo. Può aiutarla a lavorare sia sull’ansia legata alla salute, sia su quel senso di responsabilità e di peso che si porta da anni.
In questo momento, più che cercare nuove conferme mediche, potrebbe essere utile affiancare un supporto psicologico, proprio perché il problema non sembra essere nel corpo, ma nel modo in cui la sua mente è costretta a stare continuamente in allerta.
Il fatto che lei stia pensando di farsi aiutare è già un passo molto importante. Non è tardi, e non è senza uscita.
Se sente di essere molto affaticato o con pensieri di “lasciarsi andare”, è importante non restare solo.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dott.ssa Eleonora Pupo
Psicoterapeuta, Psicologo
Orvieto Scalo
Gentile utente, le sue parole trasmettono tutta la fatica di chi, per trent’anni, è stato il pilastro della famiglia rinunciando alla propria fragilità. Quella che lei avverte come una resa imminente è in realtà un segnale importante che il suo corpo le sta mandando.
In questo scenario, la psicoterapia non rappresenta l'ultima spiaggia, ma un’opportunità preziosa. Un percorso psicologico potrebbe sostenerla nel dare finalmente un senso profondo a tutto quello che ha vissuto e che sta affrontando oggi, aiutandola a trasformare quel peso incomprensibile in una narrazione che le permetta di respirare. Potrebbe concedersi la possibilità di essere ascoltato e sostenuto, proprio come lei ha fatto con gli altri per una vita intera?
Salve.
Quello che descrivi non è “una malattia irrisolvibile”, ma una struttura di sofferenza che ha una logica precisa. La perdita di tuo padre in età precoce ti ha collocato in una posizione: essere forte, occuparti degli altri, tenere insieme ciò che rischiava di cadere. Hai risposto a questa domanda dell’Altro senza poterti sottrarre. L’ansia e l’ipocondria, in questa prospettiva, non sono il problema “in sé”, ma una modalità attraverso cui qualcosa del tuo desiderio e della tua angoscia trova espressione. Il corpo diventa il luogo dove si iscrive ciò che non ha trovato parola. Non a caso le crisi emergono nei momenti di forte carico (malattia di tua figlia, situazione di tua madre e tuo fratello): quando la posizione di “dover reggere tutto” torna a imporsi. Il punto critico che segnali ora è importante: non è solo l’ansia, ma un cedimento delle difese, una stanchezza soggettiva profonda, con il pensiero di lasciarsi andare. Questo merita attenzione seria e non va affrontato da solo.
La psicoterapia non è “l’ultima spiaggia”: è il luogo in cui, per la prima volta, non devi essere forte per nessuno. In un orientamento lacaniano, il lavoro non è rassicurarti sui sintomi, ma permetterti di dire davvero ciò che da anni sostieni senza poterlo mettere in parola. È lì che qualcosa può spostarsi.
E aggiungo, con chiarezza: il pensiero di “mettersi a letto e non alzarsi più” è un segnale da non sottovalutare. Se diventa più presente o concreto, è importante parlarne subito con un professionista.
Non sei senza risorse: sei esausto per averle usate tutte da solo, troppo a lungo.
Qui il lavoro è smettere di farlo da solo.
Io sono qui
Dott. Valerio Romano
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Buongiorno,
da quello che scrive si sente una stanchezza enorme, e non solo per l’ansia: lei ha portato per decenni un carico emotivo e di responsabilità che “non era da bambino”. Perdere suo padre a 11 anni, sentirsi dire che doveva essere forte e prendersi cura degli altri, diventare in pratica un genitore per sua madre e suo fratello: questa è una forma di adultizzazione precoce che spesso lascia un’impronta profonda. L’ipocondria, in molte storie simili, non è “follia” né capriccio: è un modo con cui la mente prova a tenere sotto controllo l’idea che la vita possa colpire all’improvviso, come è successo con l’infarto di suo padre. E quando arrivano nuovi stress importanti (salute di sua figlia, Alzheimer di sua madre, tossicodipendenza di suo fratello), il sistema va in sovraccarico e il controllo sul corpo diventa l’unico posto in cui sembra possibile “fare qualcosa”.
Il fatto che lei abbia fatto tanti accertamenti e che l’ansia riparta non è segno che “è irrisolvibile”: è segno che il meccanismo si è cronicizzato e che le rassicurazioni mediche, da sole, non riescono a spegnerlo perché l’ansia non sta cercando davvero una diagnosi, sta cercando certezza e sicurezza assolute. E quando lei controlla grasso addominale, feci, cerca su internet, il sollievo può arrivare per poco, ma poi riparte: è il classico circuito che si autoalimenta.
Lei dice una cosa però molto importante: questa volta sente di essere vicino alla depressione, si sente esausto, e compare il pensiero di “mettersi a letto e non alzarsi più”. Non lo leggo come un desiderio “di farla finita” necessariamente, ma come un segnale di esaurimento profondo e di bisogno di fermarsi. Proprio per questo non la chiamerei “ultima spiaggia”: la psicoterapia non è l’ultima speranza, è il tipo di aiuto più adatto quando il problema non è una singola paura, ma un sistema di controllo e un carico emotivo che dura da 30 anni.
Sì, può aiutarla molto, soprattutto se impostata in modo mirato sull’ansia di malattia e sui comportamenti di controllo (ricerche, checking, visite ripetute), ma anche sul tema più profondo che attraversa tutta la sua storia: l’obbligo di essere forte, la responsabilità precoce, la paura improvvisa della perdita, e oggi la solitudine nel reggere ancora. E visto che lei già assume una terapia farmacologica prescritta da uno psichiatra (o comunque è seguito), in un momento di riacutizzazione così intensa può essere utile anche un confronto con il medico per valutare se la terapia vada aggiustata temporaneamente: non per “spegnere i pensieri”, ma per darle un po’ di respiro mentre fa un lavoro psicologico più strutturato.
Una cosa che mi sento di dirle con chiarezza: lei non deve affrontare questa fase da solo e non deve aspettare di “toccare il fondo” per chiedere aiuto. Il fatto che sia arrivato a sentirsi senza forze non è una condanna, è un segnale che per anni ha retto oltre misura. Con il sostegno giusto, questa spirale si può ridurre e la vita può tornare praticabile, anche se oggi le sembra impossibile.
Il suo messaggio è già chiaro, è il momento di un aiuto più continuo e mirato. La psicoterapia non è una resa: è un modo concreto di riprendersi la sua vita.

Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Dott.ssa Gabriella Elmo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno credo sia opportuno intraprendere una psicoterapia che Le consenta di ricostruire un proprio senso della S storia personale e che alleggerisca i vissuti di cui parla nel Suo messaggio. Non sono accaduti solo mali fisici, ma penso purtroppo anche psichici che fino ad oggi non sono stati affrontati. Sono psicoterapeuta del Se' e relazionale. Se vuole può trovare i miei estremi sulla piattaforma il miodottore. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Dott.ssa Teresa Luzzi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Buonasera, leggere la sua storia restituisce tutta la fatica, il peso e la solitudine che sta vivendo da molto tempo. Da anni vive uno stato di allerta con la sensazione di dover controllare continuamente il suo corpo, con responsabilità emotive già dalla tenera età, credo sia comprensibile sentirsi stanchi, sconfortati e con pensieri di resa. Nel suo caso l'ansia per la salute si è intrecciata a lutti importanti e periodi di stress prolungato. La psicoterapia è fondamentale in questi casi perchè non lavora solo sul sintomo attuale ma anche sulle radici profonde di allarme, controllo e peso emotivo accumulati negli anni. Ci tengo però a sottolineare che con pensieri come i suoi, è bene chiedere un aiuto diretto e tempestivo; la psicoterapia può certamente rappresentare una strada concreta ma sarebbe molto utile rivolgersi anche ad uno psichiatra che può aiutarla a contenere l'urgenza del malessere in corso. Sarebbe molto importante poter giovare di un approccio il più possibile integrato. Chiedere aiuto non è mai un fallimento ma passo importante di tutela verso di sè. Ha fatto bene a scrivere.
Certamente! La psicoterapia la aiuterebbe tantissimo a rielaborare tutto quello che ha passato e a tollerare la sofferenza e lo stress aiutandola a sviluppare abilità di coping e resilienza. Resto a disposizione. Cordialità!
Dott. Ferdinando Suvini
Psicologo, Psicoterapeuta
Firenze
Il carico che sta portando è molto pesante. Quello che descrive non è certamente pazzia e nemmeno una condanna definitiva, ma una richiesta di una persona che per trent'anni non ha mai potuto abbassare la guardia.
A causa della perdita del padre e l'investitura immediata a "capofamiglia" le è stato chiesto di essere forte quando avrebbe dovuto essere protetto. L'ipocondria può essere il tentativo disperato di controllare l'incontrollabile (la vita e la morte) attraverso il corpo, l'unica cosa che sente di poter monitorare ossessivamente.
Nell'ultimo periodo ha dovuto occuparsi di tutti senza trovare spazio per se stesso.
Il fatto che voglia mettersi a letto e la diagnosi che si è fatto sono segnali che il suo corpo le sta dicendo: "non ce la faccio più".
La psicoterapia non è da considerare come ultima spiaggia ma può essere una porta verso se stesso e verso una vita più sua e quindi anche più soddisfacente.
Dott.ssa Roberta Portelli
Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Botticino sera
Buongiorno e grazie per avere descritto la sua situazione. La psicoterapia individuale a orientamento psicodinamico è un trattamento che può aiutarla a rielaborare il vissuto relativo a situazioni difficili, offrendole la possibilità di punti di vista diversi rispetto al suo, che tende a essere centrato sul corpo e sulla malattia. Dott.ssa Roberta Portelli

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