Buongiorno, scrivo per avere un parere tecnico e un consiglio su cosa fare perché non mi trovo in un

16 risposte
Buongiorno, scrivo per avere un parere tecnico e un consiglio su cosa fare perché non mi trovo in una situazione facile. Cercherò di spiegarla in maniera sisntetica.
Sono una ragazza di trent’anni e circa due anni fa ho iniziato una psicoterapia per una rotttura di una relazione finita male e per cercare di risolvere problemi che ho di trauma da abbandono e dipendenza difettiva che mi portano ad essere molto gelosa e insicura nelle relazioni (avevo già fatto una terapia anni fa).
Nei 2 anni la terapia non é stata continuativa perchè per lavoro/ studio avevo dovuto interrompere per alcuni mesi. Comunque all’inizio non mi trovavo con la terapeuta, la sentivo fredda e poco accogliente e lei non capiva come aiutarmi e costruire fiducia, parlavo poco. Da circa 5 mesi la terapeuta é molto cambiata e la relazione va molto bene; lei é cambiata diventando molto accogliente e vicina a me e ho sentito un grande appoggio. Le sedute (on line) durano molto circa un’ora e mezza/due, scherza con me, sorride, parliamo molto (ha cercato di darmi molte conferme quando le chiedevo dico la verità). Mi ha detto che si trova a parlare con me, che mi stima come persona (anche per la mia professione), mi ha detto che apprezza molto la mia profondità e il fatto che anticipo spesso quello che vuole dirmi; parliamo anche di cose più personali che condividiamo come la palestra, interessi artistici in comune, mi ha consigliato qualche mostra, parliamo di libri le mi ha detto qualche cosa della sua vita. Mi ha detto che con me è diversa e flessibile. Una volta al termine di una seduta lunga mi ha detto che il tempo era volato e settimane fa mi ha detto scherzosamente che ero stata la prima a riuscire a farle prolungare le sedute. Poi alle mie richieste se ci tenesse (professionalmente) mi ha detto che ci tiene molto e una volta mi ha risposto “più di quanto pensa”. Tutto ciò devo dire stava funzionando, riuscivo a gestire lo stacco della settimana con sicurezza ed ero profondamente certa del legame professionale, non mi sentivo dipendente ma piuttosto sicura ed ero molto felice di questo. Una volta in una seduta dove abbiamo affrontato tematiche complesse mi ha detto “lei non é persa perché ci sono io” e si è leggermente commossa. Devo dire che il rapporto era comunque professionale e non ho mai sentito nulla di diverso . Dopo questa seduta però dove mi aveva profondamente appoggiato, è arrivata a quella dopo rigida e piuttosto chiusa. E da lì é a tratti aperta e a tratti no. Questo mi ha gettato nello sconforto e ha riattivato le mie sensazioni di abbandono con angoscia ecc. Inoltre in questo momento ho dei grossi problemi a lavoro (per dinamiche interne di conflitti del luogo dove sono che coinvolgono anche dinamiche familiari perché alcuni soci sono mia mamma e mio zio e hanno chiuso i rapporti). Quel luogo é dove sono cresciuta anche professionalmente e mi tocca trovare un’altra strada e provare un concorso e rimettermi sui libri come avevo fatto mesi fa. Cambiare vita in sostanza. La terapeuta sa tutto. Abbiamo fatto una seduta di riparazione a fronte dell’abbandono che avevo sentito e che le ho espresso e la seduta è durata tre ore fino alle 22.15. Solo che appena mi riavvicino lei diventa fredda; poi si scusa dicendo che sbaglia, ma la sento persa. Dice che le dispiace non aiutarmi. Non mi sento più contenuta ed era il mio appoggio, mi serviva parlare con lei ma non sto più bene in terapia mi sento abbandonata. Per esempio, il giorno dopo la seduta di tre ore mi ha cercato tre volte per sapere come mi sentissi (messaggi e chiamate), io ho risposto la sera che le avrei risposto il giorno dopo perché non avevo potuto rispondere. Il giorno dopo le ho inviato un messaggio esprimendole bene come mi smetivo, ma lei mi ha liquidato in due parole (mi aveva appena chiesto di contattarla se stavo male e sapeva che non l’avevo mai fatto fin’ora per paura di freddezza). Non capisco questi cambi e queste scuse che mi fa, dicendomi anche che è un problema suo che non trova un canale per farmi sentire accolta (in realtà io mi sentivo accolta quindi non capisco).
Cosa dovrei fare? La situazione non si sblocca e io soffro molto. Ho bisogno di un appoggio in questa fase delicata della mia vita. (Addirittura mi aveva detto “va bene, allora studieremo” quando le ho detto che mi toccava rimettermi a studiare). Ma é vicina a momenti alterni
Dott.ssa Elisa Oliveri
Psicoterapeuta, Psicologo
Torino
Credo che l'aspetto più significativo di quanto lei ha raccontato sia la confusione nei confini professionali (sedute che durano anche 4 ore, messaggi, confidenze sulla vita privata della terapeuta),
Credo che la collega mossa da buone intenzioni volesse aiutarla ma ha creato in lei una forma di dipendenza e l'ha confusa sui ruoli da mantenere nel setting terapeutico.
Le consiglierei i valutare se questa terapeuta può effettivamente aiutarla o se la relazione con lei possa essere diventato un ulteriore problema.
In questo momento di forti cambiamenti in molti ambiti della sua vita forse avrebbe bisogno di qualcuno che la possa seguire con maggiore stabilità. Non deve trascurare quanto lei sta attualmente sentendo in terapia e che la sta mettendo in difficoltà. Le auguro il meglio.

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Dr. Stefano Pischiutta
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Dal suo racconto emerge con evidenza che i confini tra lei e la sua terapeuta non sono chiari. Vi sono tematiche transferali (movimenti affettivi, cioè colorati emotivamente, da parte sua) e controtransferali (movimenti affettivi da parte della terapeuta). Di tutto questo dovrebbe avere la forza di parlare in terapia, altrimenti la stessa fallirà nel suo obiettivo, che è la sua crescita e il suo benessere psicologico.
Dott.ssa Eleonora Pupo
Psicoterapeuta, Psicologo
Orvieto Scalo
Buonasera,
Capisco perfettamente il senso di smarrimento e il dolore profondo che sta provando in questo momento. È una situazione davvero delicata: da un lato ha trovato quel calore e quella vicinanza che desiderava da tempo, ma dall'altro l'oscillazione tra momenti di grande apertura e momenti di chiusura la sta facendo sentire priva di quel terreno solido di cui ha bisogno, specialmente in questo momento della sua vita.

È importante che lei sappia che la sua confusione è legittima. Quando in una terapia si sperimenta una vicinanza così intensa e coinvolgente, può capitare che l'equilibrio della relazione diventi più complesso da gestire per entrambe le parti. Probabilmente la sua terapeuta, nel tentativo di starle molto vicino e mostrarle stima e affetto professionale, si è trovata coinvolta in una dinamica emotiva molto forte che ora sta cercando faticosamente di ricalibrare. Questi "cambi di rotta" e le scuse che lei riferisce non sono un segnale di un suo errore, ma riflettono la fatica che la professionista sta incontrando nel trovare il giusto canale per aiutarla senza farla sentire sopraffatta o, al contrario, abbandonata.
Quando la terapia stessa diventa fonte di ansia anziché di sollievo, è fondamentale fermarsi un istante. Che ne pensa di portare questi vissuti in seduta? Potrebbe essere utile provare, spiegando quanto queste fluttuazioni la facciano soffrire, un passo fondamentale che le permetterebbe di mettere al primo posto il proprio bisogno di protezione. Potrebbe essere utile darsi del tempo per osservare come si sente insieme alla sua terapeuta.
Dott.ssa Fortunata La Mura
Psicoterapeuta, Psicologo
Pompei
Buongiorno,
leggendo le sue parole arriva con chiarezza quanto questo momento sia delicato e quanto il legame terapeutico abbia rappresentato per lei un punto di appoggio reale, vivo, sentito nel corpo e nelle emozioni. Quando una relazione che ha iniziato a dare sicurezza cambia ritmo e qualità, soprattutto per chi porta una ferita di abbandono, l’esperienza interna può diventare molto dolorosa e destabilizzante, e questo merita rispetto e ascolto.
Da una prospettiva gestaltica, ciò che descrive appare come un campo relazionale molto intenso, in cui il contatto tra lei e la terapeuta ha avuto momenti di grande sintonizzazione e momenti di ritiro improvviso. Queste oscillazioni sembrano avere un forte impatto sul suo sistema emotivo, riattivando vissuti antichi proprio mentre la sua vita le chiede cambiamenti importanti e faticosi. In Gestalt il modo in cui una relazione si muove, si avvicina, si allontana, diventa parte centrale del lavoro, perché parla direttamente dei bisogni di sicurezza, di continuità e di affidamento.
La terapeuta, da ciò che racconta, sembra essersi molto coinvolta e allo stesso tempo attraversare una difficoltà nel mantenere una presenza stabile e coerente. Questo crea confusione, perché il messaggio che arriva è alterno: vicinanza profonda, poi distanza improvvisa, poi tentativi di riparazione che però lasciano ancora sospesa la sensazione di essere tenuta. In una fase di vulnerabilità come la sua, il bisogno primario è sentire una base affidabile, capace di reggere anche le sue emozioni più intense senza oscillare troppo.
In un’ottica gestaltica, può diventare centrale portare nel qui e ora della seduta non solo il contenuto di ciò che vive, ma l’effetto concreto che questi cambiamenti hanno su di lei: cosa sente nel corpo quando percepisce freddezza, cosa accade quando si riavvicina, che significato assume per lei una risposta breve dopo una richiesta di contatto. Dare forma a questo vissuto, insieme, permette di capire se la relazione terapeutica in questo momento sostiene davvero il suo processo oppure aggiunge un ulteriore carico emotivo.
Il lavoro terapeutico dovrebbe offrirle un’esperienza di continuità, soprattutto mentre sta attraversando una trasformazione personale e professionale così profonda. Se il campo relazionale resta instabile e lei si sente sempre più sola nel dolore, questo è un segnale importante da ascoltare con serietà e rispetto verso se stessa. Merita un appoggio che possa restare presente, chiaro e affidabile mentre lei prova a riorganizzare la sua vita.
La ringrazio per la fiducia con cui ha condiviso una parte così sensibile della sua esperienza e le auguro di poter trovare uno spazio terapeutico che continui a sostenerla con stabilità e cura in questo passaggio così significativo.
Dr. Lorenzo Cella
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
È comprensibile che, avendo vissuto legami caratterizzati da discontinuità e paura della perdita, lei sia particolarmente sensibile ai segnali di vicinanza e di distanza nelle relazioni significative. In questo senso, ciò che lei descrive non è una “dipendenza patologica”, ma il bisogno umano e legittimo di affidarsi a qualcuno quando il contesto esterno è instabile e quando si è chiamati a ridefinire parti importanti della propria vita. Il fatto che, per un periodo, lei si sia sentita più sicura, meno angosciata e capace di tollerare lo stacco tra una seduta e l’altra indica che quella relazione, così come veniva vissuta da lei, aveva una funzione regolativa e protettiva.
Un elemento centrale, che emerge con chiarezza, è che la relazione terapeutica sembra aver assunto tratti poco prevedibili e difficili da decifrare per lei. Le comunicazioni fuori seduta, le sedute molto prolungate, le espressioni di forte coinvolgimento seguite da ritiri improvvisi possono aver creato un clima emotivo intenso ma instabile. Anche se l’intenzione della terapeuta può essere stata quella di sostenerla, l’effetto su di lei oggi è quello di sentirsi meno contenuta e più esposta, proprio quando avrebbe bisogno di continuità, chiarezza e affidabilità.
Può essere utile chiedersi, e magari portare apertamente in seduta, se questo spazio terapeutico, così com’è ora, riesce ancora a offrirle una cornice sufficientemente stabile in una fase di vita così delicata. Non si tratta di accusare o di “giudicare” la terapeuta, ma di valutare insieme se le modalità attuali la aiutano o, al contrario, riattivano in modo eccessivo le sue ferite più profonde senza darle strumenti per integrarle. In alcuni casi, quando la relazione stessa diventa il principale fattore di sofferenza e non riesce a trovare una riorganizzazione chiara e rassicurante, può essere necessario fermarsi, fare chiarezza, o anche considerare un cambiamento, per tutelare prima di tutto il benessere del paziente.
 Gabriele Lungarella
Psicologo, Psicoterapeuta
Roma
Gentile utente,
da quello che racconta si capisce quanto la terapia sia diventata, per un periodo, un’esperienza di grande sostegno e quanto oggi la stia facendo soffrire proprio perché quel sostegno sembra “a intermittenza”. In una storia con temi di abbandono e dipendenza affettiva, questa alternanza può riattivare in modo molto intenso angoscia, iper-lettura dei segnali, bisogno di conferme, poi caduta, sconforto, urgenza di riparazione.
Qui ci sono due livelli da tenere insieme.
Il primo è clinico: quando l’alleanza terapeutica migliora molto in poco tempo, con molta vicinanza, sedute molto lunghe, momenti emotivi forti e un contatto extra-seduta più frequente, il legame può diventare molto “carico”. In certe fasi questo dà sollievo e stabilità. In altre fasi può diventare instabile, perché basta una variazione del tono o della disponibilità per far crollare la sicurezza. Lei lo descrive bene: finché la presenza è coerente lei si regola, quando percepisce chiusura si riapre la ferita.
Il secondo è di setting: la cornice sembra essersi ampliata molto (durata delle sedute, flessibilità, auto-rivelazioni, messaggi e chiamate dopo una seduta lunga). Quando la cornice cambia spesso, anche con intenzioni buone, crea confusione su “cosa aspettarsi”. E la prevedibilità, in questo momento, per lei è cura.
Quindi il punto non è “lei è troppo sensibile” o “la terapeuta è sbagliata”. Il punto è ristabilire una cornice chiara e costante e vedere se questo rende la terapia nuovamente contenitiva.
Cosa può fare, in modo concreto, nella prossima seduta?
Provi a portare il tema in termini osservabili e condivisibili: “quando la seduta dura molto e poi la settimana dopo la percepisco più distante, dentro di me parte un allarme. Mi serve capire quale cornice possiamo tenere stabile.” Chieda un accordo esplicito su durata, frequenza, possibilità di contatto tra le sedute, tempi di risposta, obiettivo del contatto (supporto, gestione crisi, solo logistica). In parallelo, chieda che la “riparazione” diventi un lavoro strutturato e non una maratona emotiva: meglio un percorso costante che una seduta da tre ore seguita da un vuoto percepito.
In una fase di vita così complessa (crisi lavorativa, famiglia, concorso) la priorità è avere un appoggio affidabile e coerente.
Una nota finale: è comprensibile che in questo momento lei desideri molto “appoggio”. Un buon appoggio terapeutico ha tuttavia una qualità specifica: è caldo e insieme stabile, empatico e insieme prevedibile. È questa stabilità che le permette di studiare, reggere lo stress, attraversare il cambiamento senza sentirsi in caduta libera.

Un caro saluto
Gabriele
Dott. Giuseppe Ricapito
Psicoterapeuta, Psicologo
Bari
Buongiorno, la ringrazio per questa lunga e dettagliata condivisione.
Dalla sua richiesta lei mi sembra molto consapevole della situazione è che c'è qualcosa che sta funzionando con la sua terapeuta.
Il funzionamento e l'efficacia di una psicoterapia dipendono dall'efficacia della relazione terapeutica che si instaura fra terapeuta e paziente e, da ciò che dice, sembra che la vostra relazione terapeutica sia instabile e fuori controllo tanto da farle rivivere una situazione analoga a quella per cui ha chiesto supporto inizialmente invece che risolverla.
Credo che il tutto si possa riassumere nella sua frase "Non mi sento più contenuta."
Nessuno può dirle cosa deve fare ma è importante che faccia ciò che sente, e da questa richiesta di supporto qui mi sembra che abbia già iniziato a farlo.
Le auguro il meglio
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,
la situazione che descrive è complessa e comprensibilmente molto dolorosa, soprattutto considerando la sua storia di trauma da abbandono e il momento di forte instabilità personale e lavorativa che sta attraversando.

Da ciò che racconta emergono alcuni elementi clinicamente rilevanti. La relazione terapeutica, che inizialmente faticava a decollare, sembra aver avuto una fase di forte intensificazione emotiva, con un coinvolgimento molto marcato da parte della terapeuta: sedute molto lunghe, numerose rassicurazioni, condivisioni personali, messaggi e contatti extra-seduta, frasi di forte valenza affettiva. Tutto questo può averle dato – comprensibilmente – un senso di grande sicurezza e sostegno, ma allo stesso tempo ha probabilmente attivato dinamiche di dipendenza e di attaccamento molto profonde.

Le oscillazioni che ora avverte (vicinanza improvvisa seguita da freddezza, scuse, confusione, difficoltà a mantenere una continuità emotiva) possono indicare una difficoltà della terapeuta nel gestire il confine professionale e il controtransfert. Questo, al di là delle intenzioni, rischia di riattivare in modo intenso proprio le ferite di abbandono che lei sta cercando di curare, facendola sentire non contenuta e instabile all’interno della terapia.

È importante chiarire che una psicoterapia efficace deve offrire continuità, prevedibilità e contenimento, soprattutto quando il paziente è in una fase fragile. La vicinanza emotiva non è sbagliata in sé, ma deve essere stabile, pensata e regolata all’interno di un setting chiaro. Quando il terapeuta appare “perso”, alternante o eccessivamente coinvolto, il rischio è che il paziente si trovi a dover reggere anche le difficoltà dell’altro, cosa che non dovrebbe accadere.

Il mio consiglio è di portare apertamente questi vissuti in seduta, non solo come emozioni di abbandono, ma come riflessione sul funzionamento della relazione terapeutica stessa e su ciò di cui lei ha bisogno per sentirsi al sicuro. Allo stesso tempo, vista la sofferenza che descrive e la fase delicata della sua vita, è assolutamente legittimo valutare un confronto con un altro specialista (anche solo per un parere esterno), per capire se questo percorso sia attualmente sostenibile e davvero tutelante per lei.

Merita un appoggio solido, chiaro e affidabile, soprattutto ora. Approfondire la situazione con uno specialista può aiutarla a fare chiarezza e a scegliere ciò che è più sano per il suo benessere psicologico.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Gabriella Elmo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera Lei racconta una situazione piuttosto delicata nella quale a volte si è sentita accolta talora respinta dalla sua terapeuta. Credo ciò dipenda più dalla psicoterapeuta che non da Lei. Mi stupisce che le sedute a volte si siano prolungate oltre i tempi previsti ed ho pensato più ad un rapporto di amicizia che di psicoterapia. grazie cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso una situazione così complessa e delicata: dal modo in cui scrive emerge chiaramente quanto lei stia vivendo un momento di forte vulnerabilità, attraversato da cambiamenti importanti, perdite reali e riattivazioni profonde di ferite legate all’abbandono. È comprensibile che in una fase simile il bisogno di un appoggio stabile e affidabile diventi centrale.

Da ciò che descrive, la relazione terapeutica ha assunto negli ultimi mesi un valore molto significativo e, per certi aspetti, intensamente riparativo. Questo ha probabilmente favorito un senso di sicurezza, fiducia e continuità che per lei è stato nuovo e prezioso. Proprio per questo, i cambiamenti improvvisi nella postura della terapeuta – la percezione di vicinanza alternata a freddezza o ritiro – risultano oggi particolarmente dolorosi e destabilizzanti, riattivando le sue tematiche di abbandono.

È importante sottolineare che le oscillazioni nella relazione terapeutica, soprattutto quando il legame diventa molto intenso, non sono di per sé patologiche, ma vanno comprese e trattate con grande attenzione. Tuttavia, quando la cornice (durata delle sedute, contatti extra-seduta, confini, linguaggio emotivo) diventa poco chiara o fluttuante, il rischio è che la relazione, invece di contenere, finisca per aumentare la confusione e la sofferenza, soprattutto in persone sensibili al tema della dipendenza affettiva.

Il punto centrale, a mio avviso, non è “di chi sia la colpa”, ma che oggi lei non si sente più contenuta né sufficientemente al sicuro nello spazio terapeutico, e questo è un segnale da prendere molto sul serio. Una terapia dovrebbe essere il luogo in cui poter portare anche – e soprattutto – questi vissuti, ma all’interno di una cornice stabile, prevedibile e sostenibile per entrambi.

Il mio consiglio è di provare, se possibile, a dedicare una o più sedute esclusivamente a questo tema, ponendo l’attenzione su: come lei vive queste oscillazioni, cosa le accade emotivamente quando sente la terapeuta avvicinarsi e poi allontanarsi, quali limiti e confini oggi le servirebbero per sentirsi più al sicuro, se la terapeuta si sente effettivamente in grado di offrire quella continuità e quel contenimento di cui lei ha bisogno in questa fase.

Qualora questo confronto non portasse a una maggiore chiarezza e stabilità, valutare un passaggio di testimone ad un altro professionista non sarebbe un fallimento, ma una scelta di tutela per lei. A volte, anche relazioni terapeutiche significative possono arrivare a un punto in cui non riescono più a sostenere il processo di cura nel modo necessario.

Lei ha diritto, soprattutto in un momento di cambiamento così profondo della sua vita, a uno spazio terapeutico che la faccia sentire accolta, contenuta e non costantemente in allerta rispetto alla possibilità di perdere il legame. Questo non significa rinunciare alla profondità del lavoro, ma renderlo possibile senza che diventi fonte di ulteriore sofferenza.

Resto fiducioso che, con il giusto supporto, lei possa attraversare questa fase trovando nuove basi di sicurezza, sia dentro che fuori dalla relazione terapeutica.
Un caro saluto.

Fabio
Dott.ssa Sara Magliocca
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Seregno
Buonasera, grazie per aver scritto con tanta chiarezza. Si sente che per lei questa fase è molto delicata e quindi il bisogno di un appoggio stabile è comprensibile e legittimo.
Quando nella storia di una persona il tema dell’abbandono è così sensibile, può succedere che anche nella relazione terapeutica si attivino con forza vissuti di vicinanza e distanza: momenti in cui ci si sente finalmente al sicuro, e altri in cui basta poco per sentirsi di nuovo sole e non viste. Non è un fallimento, è spesso proprio un punto centrale del lavoro.
Per questo, più che restare sola a interpretare questi cambiamenti, può essere importante portarli in modo molto esplicito in seduta: cosa succede dentro di lei quando percepisce un cambio di tono, che significato assume, quali paure si riaccendono e soprattutto di cosa avrebbe bisogno in questa fase per sentirsi contenuta e accompagnata con continuità.
Se questo tema viene tenuto al centro e attraversato insieme, può diventare un passaggio molto curativo. Allo stesso tempo, è importante che la terapia resti un luogo sufficientemente sicuro: se nel tempo si accorge che la destabilizza sempre di più, può avere senso fermarsi e riflettere con la terapeuta su come procedere e su quale modalità di lavoro possa essere più adatta per lei oggi.
Un caro saluto,
Dott.ssa Sara Magliocca
Dott. Francesco Paolo Coppola
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Napoli
Quando la terapia diventa una "relazione ordinaria"
Gentile ragazza, quello che descrivi è un caso manuale di collasso della cornice terapeutica. Nonostante le buone intenzioni iniziali, la tua terapia è scivolata in una dinamica che, invece di curare la tua dipendenza affettiva, la sta nutrendo. Vediamo tecnicamente perché ti senti così male e cosa sta succedendo.
1. Il fallimento della Funzione Specchio
Il terapeuta ha un compito fondamentale: fungere da specchio. Deve riflettere i tuoi vissuti affinché tu possa vederli e capirli. Per farlo, deve usare il controtransfert (ciò che prova per te) come una bussola interna, non come un motore d'azione. Nella tua situazione, lo specchio si è sporcato: la terapeuta ha iniziato a occupare lo spazio con i suoi interessi (la palestra, le mostre) e i suoi sentimenti ("ci tengo più di quanto pensa"). Invece di riflettere la tua forza, ha iniziato a proiettare il proprio bisogno di essere una "salvatrice". Quando ti dice "lei non è persa perché ci sono io", ha smesso di essere uno specchio ed è diventata un ingombro.
2. La trappola della "Relazione Ordinaria"
Qui sta il punto più critico: la tua terapeuta è entrata in una relazione ordinaria (fatta di confidenze, commozione, tempo illimitato) pur mantenendo la forma di una terapia. Questo crea una confusione distruttiva.
L’ambiguità: La cornice dice che sei in cura, ma la sostanza dice che sei in una relazione privata.
L’effetto "Gaslighting": Tu senti che qualcosa non va, ma lei si scusa dicendo che "è un problema suo". Questo ti destabilizza perché toglie autorevolezza alla figura che dovrebbe guidarti.
Molto meglio sarebbe se un terapeuta dichiarasse apertamente il proprio coinvolgimento e decidesse di cambiare registro o interrompere. Continuare così significa solo creare nuove storie di dipendenza che la terapia dovrebbe invece risolvere.
3. La "Seduta-Fiume" e la replica del trauma
Allungare le sedute a due o tre ore e cercarti continuamente con messaggi non è accoglienza: è un errore tecnico. La terapia ha bisogno di confini certi per essere una Base Sicura. Senza un limite di tempo, il tuo sistema nervoso non impara a regolarsi, ma diventa dipendente dalla presenza dell'altro. Le sue oscillazioni — un giorno accogliente, l'altro fredda e rigida — sono la replica esatta del tuo trauma da abbandono. Lei sta agendo il trauma insieme a te, invece di aiutarti a guardarlo dal di fuori.
Cosa fare concretamente?
In questa fase della tua vita, tra concorsi e cambiamenti professionali, hai bisogno di un tecnico saldo, non di un naufrago che affoga con te. Prendi le distanze: Riconosci che la tua sofferenza attuale è causata dal malfunzionamento della terapia, non da una tua mancanza.
Scegli l'autonomia: Se una relazione terapeutica diventa ambivalente e ti toglie energia per studiare e vivere, hai il diritto (e forse il dovere verso te stessa) di interromperla.
Cercare un nuovo professionista che sappia mantenere il giusto distacco non è un fallimento, ma il tuo primo vero atto di guarigione dalla dipendenza. Hai bisogno di uno specchio pulito per vedere finalmente chi sei tu, oltre il bisogno di essere accudita.
Dott.ssa Ornella Prete
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Gentile signora,
Esperire una relazione sana all' interno della relazione con la sua psicoterapeuta sarebbe stata un' esperienza utilissima per un apprendimento utile, ma penso che questo rapporto soprattutto negli ultimi periodi assuma le caratteristiche di un attaccamento insicuro. Probabilmente la sua psicoterapeuta è in supervisione e mi auguro sia aiutata nel bilanciare meglio il rapporto di vicinanza e distanza, ma potrebbe dipendere anche da lei che in un momento di forte difficoltà relazionale con familiari/ colleghi, proietti inconsciamente le sue frustrazioni e dolore sulla sua terapeuta che non sente più o a tratti contenitiva e riparativa dei rapporti di abbandono che vive. In ogni caso lavorare bene sulla relazione psicoterapeuta sarebbe importante per comprendere dinamiche nascoste che è meglio elaborare.
Dott.ssa Maria Giorsa
Psicoterapeuta, Psicologo
Sirolo
Buongiorno, leggendo il suo racconto emerge una situazione di disagio a seguito di una gestione della terapia da lei avvertita come altalenante e incoerente. Il senso di una terapia è di essere di sostegno alle persone in difficoltà mantenendo dei criteri che siano motlo chiari. Questo, sebbene possa sembrare rigido, in realtà crea un senso di sicurezza all'interno del quale è possibile esplorare le proprie difficoltà senza sentirsi persi poichè quelle regole ci sono e sono certe. Il mio suggerimento è quello di cercare questo spazio sicuro in cui esprimersi e sentirsi meglio
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

è sempre molto difficile valutare cosa accade all'interno di una terapia. Ad ogni modo, quella del professionista da lei citato, mi sembra un modo poco ortodosso di seguire un paziente. Solitamente il setting terapeutico dovrebbe esser abbastanza stabile e poco flessibile, inoltre le comunicazioni al di fuori delle sedute non dovrebbero avvenire. Potrebbe sempre valutare la possibilità di cambiare terapista, soprattutto se da tale relazione terapeutica sente di non trarne più alcun beneficio.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott. Luca Liccardo
Psicologo, Psicoterapeuta
Marano di Napoli
buonasera, la situazione che descrive è comprensibilmente molto dolorosa, soprattutto perché si inserisce in una fase della sua vita già carica di cambiamenti e incertezze. Ciò che sta accadendo in terapia può essere letto non solo come una difficoltà del rapporto con la sua terapeuta, ma anche come l’emergere, dentro la relazione terapeutica, di quei modelli relazionali legati all’abbandono e alla sicurezza affettiva che lei stessa dice di voler comprendere e trasformare.
La relazione terapeutica è uno spazio in cui questi schemi tendono a riattivarsi proprio perché è una relazione significativa. I momenti di maggiore vicinanza e quelli di distanza che lei percepisce possono aver toccato corde profonde legate al timore di perdere l’appoggio dell’altro. In ottica sistemica, questo “movimento” tra avvicinamento e allontanamento non è necessariamente un fallimento della terapia, ma può diventare un materiale di lavoro molto prezioso se viene portato esplicitamente dentro le sedute.
Un aspetto importante riguarda i confini e la chiarezza del setting. Sedute molto lunghe, contatti frequenti fuori dallo spazio terapeutico e una forte condivisione personale possono aver creato una sensazione di grande vicinanza che inizialmente l’ha fatta sentire sostenuta, ma che può anche aver reso più difficile tollerare eventuali cambiamenti di atteggiamento. Non si tratta di stabilire chi abbia “ragione”, bensì di interrogarsi insieme su quali modalità la aiutino davvero a sentirsi contenuta e a costruire una sicurezza che non dipenda solo dalla disponibilità dell’altro.

Potrebbe essere utile proporre alla sua terapeuta una conversazione franca e strutturata proprio su questo: condividere non solo il dolore che prova, ma anche il bisogno di maggiore stabilità nel modo di stare in relazione in terapia (durata delle sedute, gestione dei contatti tra un incontro e l’altro, aspettative reciproche). In un percorso sistemico-relazionale, la meta-comunicazione sulla relazione terapeutica è parte integrante del lavoro.
Se, nonostante un confronto aperto e continuativo, lei dovesse continuare a sentirsi poco contenuta o confusa, può essere legittimo valutare anche la possibilità di un consulto esterno o di un eventuale cambio di terapeuta. Non sarebbe un fallimento, ma una scelta orientata alla sua tutela e al suo percorso di cura.
In questa fase delicata, il suo bisogno di appoggio è assolutamente comprensibile. L’obiettivo della terapia, però, è aiutarla a costruire progressivamente una base di sicurezza interna e relazionale che le permetta di affrontare i cambiamenti, non a dipendere esclusivamente da una singola figura. Portare in terapia proprio la sofferenza che sta vivendo ora può diventare un passaggio cruciale del suo percorso.
Le auguro di riuscire a trovare, insieme alla sua terapeuta o attraverso altre risorse, uno spazio stabile e affidabile in cui sentirsi sostenuta.

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