Domande del paziente (1068)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, capisco bene il suo stato di agitazione e la paura che sta vivendo. La situazione che descrive tocca un punto molto sensibile in ogni relazione: la fiducia. Quando nella storia... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, le sue parole trasmettono con grande chiarezza un dolore profondo, ma anche una straordinaria lucidità. Lei ha descritto una condizione di vita complessa, in cui si intrecciano... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità e profondità il suo vissuto. Le sue parole trasmettono bene il senso di smarrimento che sta provando, ma anche la lucidità... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, quello che descrive è un quadro di forte sofferenza relazionale, che merita di essere ascoltato con attenzione e rispetto. Dalle sue parole emerge chiaramente come lei stia vivendo... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, dalle sue parole emerge un profondo stato di confusione e di fatica interiore che la sta mettendo a dura prova. Quello che descrive (l’alternarsi di momenti di intensa euforia,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Sara, la ringrazio perchè comprendo non sia facile descrivere con sincerità una situazione che immagino la faccia sentire confusa e, a tratti, anche un po’ ferita. Noto dalle sue parole... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Barbara, la ringrazio per aver condiviso una parte così sensibile e dolorosa della sua storia familiare. Le sue parole raccontano quanto lei sia una madre attenta, preoccupata e profondamente... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, comprendo molto bene il suo stato d’animo e quanto questa esperienza l’abbia scossa. Quando si è nuovi in un ambiente lavorativo, con procedure complesse e ritmi veloci, è facile... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, quello che descrive è un vissuto molto più comune di quanto si possa immaginare e, prima di tutto, vorrei dirle che non c’è nulla di strano nel porsi la domanda che si sta ponendo.... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità un momento così doloroso e complesso. Si percepisce chiaramente quanto lei stia soffrendo, e quanto questa rottura improvvisa... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, da ciò che descrive emerge con grande chiarezza quanto questo nuovo legame per lei rappresenti sia un’esperienza piacevole e spontanea, sia un territorio che attiva timori profondi,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, la situazione che descrive è comprensibilmente fonte di frustrazione, dolore e senso di solitudine, e mi sembra importante partire dal riconoscere che i sentimenti che prova... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, la sua domanda è molto importante e merita una risposta attenta e rispettosa, perché tocca uno dei nodi più delicati e profondi del lavoro terapeutico: il legame che si crea... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, la domanda che pone è molto importante e, a mio avviso, va accolta con rispetto perché nasce da un sincero desiderio di bene verso le persone che ama. Allo stesso tempo contiene... Altro


    Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
    Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
    Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, dal racconto riportato traspare una sofferenza intensa e prolungata, su più livelli intrecciati tra loro: la fatica nel percorso universitario e lavorativo, i lutti recenti, il clima familiare difficile e, soprattutto, il modo in cui viene trattata e definita all’interno della sua famiglia. È comprensibile che, in una situazione così complessa, lei si senta svuotata, impotente e progressivamente meno capace di vedere una via d’uscita.

    Le parole che ha ricevuto da suo padre sono molto pesanti e, nel tempo, possono incidere profondamente sull’autostima e sull’immagine di sé. Quando una figura significativa utilizza etichette come “fallimento”, queste rischiano di essere interiorizzate, fino a diventare una voce interna che continua a giudicare e svalutare, anche quando la persona non è più direttamente esposta a quelle critiche. Il fatto che lei si senta la “pecora nera” e non all’altezza sembra andare proprio in questa direzione, e non è un segno di debolezza, ma l’effetto di un contesto relazionale che non sta offrendo sostegno, bensì pressione e confronto.

    A questo si aggiunge il dolore dei lutti ravvicinati, che spesso non lascia spazio per essere elaborato quando la persona è già impegnata a reggere altre tensioni. Chiudersi in sé stessi, sentirsi vuoti o distaccati, vivere ansia e attacchi di panico sono reazioni che possono emergere quando il carico emotivo supera le risorse disponibili in quel momento. Non indicano che lei “non ce la fa”, ma che sta cercando di far fronte a troppo, da sola.

    Il senso di inutilità e impotenza che descrive è uno degli aspetti più delicati, perché tende a bloccare l’azione e a togliere energia proprio quando servirebbe un minimo movimento per uscire dalla situazione. In questi momenti è importante fare una distinzione fondamentale: ciò che suo padre dice di lei non è una verità su chi lei è, ma una rappresentazione che appartiene a lui e al modo in cui gestisce le proprie aspettative e frustrazioni. Il rischio, però, è che questa rappresentazione diventi il filtro attraverso cui lei guarda sé stessa.

    Più che cercare di convincere suo padre o ottenere il suo riconoscimento, che al momento sembra difficile, potrebbe essere utile iniziare a costruire uno spazio interno ed esterno in cui la sua esperienza venga riconosciuta e legittimata. Questo può avvenire attraverso relazioni più supportive, ma soprattutto attraverso un percorso psicologico che le permetta di rielaborare i vissuti di svalutazione, il dolore dei lutti e i sintomi d’ansia che oggi la stanno sopraffacendo.

    L’ansia e il panico costante che descrive meritano attenzione specifica, perché sono segnali di un sistema emotivo in iperattivazione. Esistono strumenti efficaci, validati scientificamente, che aiutano a regolare queste reazioni e a restituire un senso di controllo. Ma per essere davvero efficaci, hanno bisogno di essere inseriti in un lavoro più ampio sulla sua storia, sul suo senso di sé e sulle dinamiche relazionali che la stanno ferendo.

    In questo momento lei non è ferma perché è incapace, ma perché è sovraccarica. E quando il carico è troppo alto, fermarsi è spesso una forma di protezione, non un fallimento. Il punto, però, è non restare sola dentro questo blocco.

    Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
    Dott. Luca Vocino


    Salve, volevo chiedere un consiglio a voi dottori che siete sicuramente più esperti di me. Voglio iniziare un percorso di psicoterapia e per questo è da giorni che cerco di informarmi sui professionisti presenti nella mia zona o in zone comunque facilmente raggiungibili, cercando di capire dalle recensioni e dai loro profili chi possa essere più adatto a me e alle mie esigenze. Alcuni profili che ho trovato sono di psicologi che stanno finendo la scuola di psicoterapia, alcuni infatti si presentano come "psicologo e psicoterapeuta in formazione". Tra i vari profili, devo ammettere che mi hanno un po' convinta due in particolare che si definiscono in questo modo. Il problema però è che ho appunto il dubbio che, non essendo ancora psicoterapeuti a tutti gli effetti, non possano essere di aiuto per me. Secondo voi, fare delle sedute con psicologi specializzandi in psicoterapia può essere utile/andar bene oppure no? Voi cosa ne pensate? Perché sono davvero indecisa se provare lo stesso a fare delle sedute con professionisti ancora in formazione oppure lasciar perdere e cercare psicologi che siano psicoterapeuti già formati. Ringrazio in anticipo per le risposte!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, il dubbio che sta portando è molto comprensibile e, anzi, mostra un atteggiamento attento e responsabile verso la scelta di un percorso terapeutico che possa realmente aiutarla. Quando si decide di iniziare una psicoterapia è naturale interrogarsi sulla preparazione, sull’esperienza e sull’affidabilità del professionista a cui affidarsi, soprattutto perché la relazione terapeutica è uno degli elementi più importanti dell’intero percorso.

    Uno psicologo che si definisce “psicoterapeuta in formazione” è un professionista già laureato, abilitato ed iscritto all’albo degli psicologi, che sta completando una scuola di specializzazione quadriennale in psicoterapia. Questo significa che non si tratta di una persona inesperta o priva di competenze cliniche, ma di un professionista che sta approfondendo ulteriormente la propria formazione specialistica. Durante questo periodo, generalmente, gli specializzandi seguono supervisioni cliniche, confronti continui con docenti esperti e un aggiornamento molto intenso. In alcuni casi possono anche avere un approccio molto motivato, accurato e attento proprio perché stanno costruendo la propria identità professionale con grande investimento personale.

    Naturalmente, esiste anche un valore legato all’esperienza maturata negli anni. Uno psicoterapeuta con lunga esperienza clinica può avere sviluppato maggiore sicurezza nella gestione di situazioni complesse, una più ampia casistica e una capacità più immediata di orientarsi all’interno di certe dinamiche psicologiche. Tuttavia, questo non significa automaticamente che un professionista in formazione non possa essere efficace o utile. La qualità di un percorso non dipende esclusivamente dal “titolo finale”, ma da diversi fattori: la qualità della relazione terapeutica, il sentirsi accolti e compresi, la capacità del professionista di creare uno spazio sicuro, il metodo di lavoro e anche la sua serietà professionale.

    Spesso il primo colloquio può essere molto più indicativo del curriculum letto online. Le suggerirei di ascoltare anche le sue sensazioni durante l’incontro: si sente capita? Si sente libera di esprimersi? Percepisce attenzione autentica, chiarezza e professionalità? Riesce a costruirsi un senso di fiducia? Questi aspetti hanno un peso enorme nell’efficacia della terapia e la ricerca scientifica conferma da tempo quanto l’alleanza terapeutica sia uno dei principali fattori di cambiamento, indipendentemente dall’orientamento teorico.

    Potrebbe anche essere utile chiedere direttamente al professionista qualcosa sul suo modo di lavorare, sulla supervisione clinica che svolge e sulle problematiche di cui si occupa maggiormente. Un terapeuta serio non vivrà queste domande come un problema, ma come parte legittima della scelta consapevole del paziente.

    Quindi, in sintesi, sì: intraprendere un percorso con uno psicologo specializzando in psicoterapia può assolutamente essere utile e valido. Non è necessariamente una scelta “inferiore” rispetto a quella di uno psicoterapeuta già formato. L’aspetto più importante è che lei possa trovare una persona con cui sentirsi a proprio agio e con cui possa costruire una relazione terapeutica autentica e collaborativa.

    Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
    Dott. Luca Vocino


    Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
    Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, quello che descrive è un’esperienza molto umana e spesso più comune di quanto si pensi. Alcune persone, soprattutto quelle che hanno rappresentato qualcosa di emotivamente significativo per noi, possono continuare ad abitare il nostro mondo interno anche dopo molti anni e anche quando, concretamente, non fanno più parte della nostra vita quotidiana.

    Nei sogni, però, raramente compare soltanto “la persona reale”. Molto spesso quella figura finisce per rappresentare anche emozioni, bisogni, possibilità non vissute, momenti della nostra vita o parti di noi stessi che associamo a quel periodo. Per questo motivo i suoi sogni sembrano avere tonalità emotive differenti: felicità, nostalgia, conforto, rimpianto, desiderio di essere accolto o compreso. È come se quella persona diventasse il contenitore simbolico di qualcosa che dentro di lei è ancora vivo sul piano emotivo.

    Il fatto che al risveglio provi vuoto o malinconia non significa necessariamente che sia ancora “innamorato” di quella persona nel senso concreto del termine. A volte il dolore nasce più dal contatto con ciò che quella relazione avrebbe potuto rappresentare: un’occasione mancata, una fase della vita idealizzata, un bisogno affettivo rimasto aperto oppure il desiderio di sentirsi visto, accolto o emotivamente vicino a qualcuno.

    In alcuni momenti della vita, soprattutto quando ci sentiamo più vulnerabili, stanchi emotivamente o poco soddisfatti nel presente, la mente tende spontaneamente a riattivare ricordi o figure del passato che erano collegate a sensazioni di autenticità, leggerezza, sicurezza o possibilità. Non sempre è nostalgia della persona in sé; a volte è nostalgia di una versione di noi stessi o di un’emozione che oggi percepiamo distante.

    Mi colpisce anche il fatto che nei sogni ci sia spesso il tema del conforto e dell’affetto. Questo potrebbe suggerire che in questo periodo lei abbia bisogno di vicinanza emotiva, comprensione o connessione affettiva, bisogni che durante il sonno trovano una forma narrativa attraverso questa figura del passato.

    Non credo sia utile interpretare questi sogni in modo rigido o letterale, ad esempio pensando che “dovevate stare insieme” oppure che abbia necessariamente commesso un errore irreparabile. La mente tende a costruire scenari alternativi soprattutto quando qualcosa è rimasto incompiuto o non del tutto elaborato sul piano emotivo. Ed è proprio il fatto che non ci sia stata una vera relazione a lasciare spazio, negli anni, ad una dimensione immaginativa più aperta e idealizzata.

    Potrebbe esserle utile chiedersi non tanto “perché sogno quella persona?”, ma piuttosto “quale emozione o bisogno quella persona rappresenta per me oggi?”. Spesso la risposta più importante non riguarda il passato, ma il presente emotivo della persona che sogna.

    Se questi sogni dovessero diventare particolarmente frequenti o dolorosi, oppure se sentisse che toccano aspetti più profondi della sua vita affettiva attuale, potrebbe essere interessante esplorarli in un percorso psicologico, non tanto per “interpretarli”, ma per comprendere meglio cosa stanno comunicando del suo mondo emotivo.

    Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
    Dott. Luca Vocino


    quali sono i disturbi della personalità, me ne diagnostico tanti?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, capita abbastanza spesso, quando si iniziano a leggere informazioni psicologiche online o ci si riconosce in alcune descrizioni, di avere la sensazione di “ritrovarsi” in molti disturbi della personalità contemporaneamente. Questo succede perché alcuni tratti psicologici sono in realtà molto comuni e possono comparire, in forma più lieve, in moltissime persone senza costituire necessariamente un disturbo clinico.

    I disturbi della personalità sono modalità profonde e persistenti di percepire sé stessi, gli altri e le relazioni, che tendono a essere rigide, stabili nel tempo e causa di sofferenza significativa o difficoltà importanti nella vita affettiva, lavorativa e sociale. Non si tratta quindi semplicemente di avere qualche caratteristica caratteriale, di essere più sensibili, ansiosi, diffidenti o impulsivi in certi momenti della vita.

    Generalmente vengono raggruppati in tre grandi aree. Ci sono disturbi caratterizzati da eccentricità o forte diffidenza, come il paranoide, lo schizoide e lo schizotipico. Ci sono poi quelli maggiormente associati a impulsività, instabilità emotiva o difficoltà relazionali intense, come il borderline, il narcisistico, l’antisociale e l’istrionico. Infine vi sono disturbi più legati all’ansia, all’insicurezza e al bisogno di controllo, come l’evitante, il dipendente e l’ossessivo-compulsivo di personalità.

    Tuttavia è importante fare molta attenzione all’autodiagnosi. Leggere una descrizione online può facilmente portare a riconoscersi in alcuni aspetti, soprattutto se si sta attraversando un periodo emotivamente difficile, si è molto autocritici o si tende ad analizzarsi continuamente. Ad esempio, una persona ansiosa può pensare di avere un disturbo evitante, una persona che teme l’abbandono può spaventarsi leggendo del borderline, oppure chi desidera essere apprezzato può temere di essere narcisista. Ma avere alcuni tratti non equivale automaticamente ad avere un disturbo strutturato di personalità.

    Inoltre, i disturbi della personalità non vengono diagnosticati “a checklist” sulla base di pochi comportamenti isolati. Una valutazione seria richiede tempo, colloqui approfonditi, osservazione clinica e comprensione della storia personale, delle relazioni, delle modalità emotive e dei pattern che si ripetono nel corso degli anni. Molte condizioni possono somigliarsi tra loro oppure essere temporaneamente accentuate da stress, ansia, depressione, esperienze traumatiche o momenti di vita particolarmente complessi.

    Un altro aspetto importante è che la personalità non è fatta di categorie rigide. Oggi sempre più approcci clinici considerano i tratti di personalità lungo uno spettro. Questo significa che ciascuno di noi può avere alcune caratteristiche più marcate senza che questo definisca interamente chi è o significhi necessariamente avere una patologia.

    Il fatto stesso che lei dica “me ne diagnostico tanti” potrebbe indicare una certa tendenza ad osservarsi con preoccupazione o severità, forse cercando una spiegazione unitaria a difficoltà, emozioni o modi di sentirsi che la confondono. Ma spesso dietro questa ricerca non c’è davvero “avere tanti disturbi”, quanto piuttosto il bisogno di comprendersi meglio con maggiore profondità e meno giudizio.

    Se sente che alcuni aspetti del suo funzionamento le creano sofferenza significativa o difficoltà nelle relazioni, un confronto con un professionista potrebbe aiutarla molto più dell’autodiagnosi online, proprio perché permetterebbe di distinguere tra tratti caratteriali, fatiche emotive e reali quadri clinici.

    Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
    Dott. Luca Vocino


    Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, quello che sta vivendo è molto comprensibile. Da una parte sente il desiderio naturale di vivere la sua affettività e la sua intimità in modo più sereno e consapevole, dall’altra percepisce il peso di un contesto familiare in cui questi temi sembrano difficili da affrontare apertamente. Quando in una famiglia l’argomento sessualità è stato poco trattato o vissuto con imbarazzo, anche una comunicazione semplice può trasformarsi emotivamente in qualcosa di molto carico.

    Mi sembra importante sottolineare prima di tutto un aspetto: il fatto che lei stia pensando alla contraccezione prima di avere rapporti completi non è un segnale di superficialità, ma al contrario di responsabilità e maturità. Sta cercando di proteggersi, di fare una scelta consapevole e di vivere questa esperienza con maggiore tranquillità emotiva. È un atteggiamento sano.

    Dal suo racconto emerge anche che sua madre, pur facendo forse domande che la fanno sentire giudicata o a disagio, probabilmente reagisce più con preoccupazione e fatica emotiva che con reale ostilità. A volte alcuni genitori, soprattutto se non abituati a parlare di sessualità, spostano subito il discorso su “le intenzioni serie”, “il fidanzamento”, “cosa farete”, perché quello è il loro modo di gestire l’ansia legata alla crescita del figlio o della figlia. Non necessariamente significa che non possano accettare la situazione.

    Potrebbe aiutarla provare ad impostare il discorso in modo molto semplice, diretto e adulto, senza entrare troppo nei dettagli della sua intimità, che giustamente sente come privata. Non è necessario raccontare tutto o giustificarsi. Può restare sul tema della prevenzione e della cura di sé. Ad esempio, potrebbe dirle qualcosa come: “Sto frequentando una persona e vorrei informarmi meglio sulla contraccezione per sentirmi più tranquilla e responsabile”. Questo sposta il focus dalla sessualità “da spiegare” alla salute e alla consapevolezza personale.

    È possibile che sua madre reagisca inizialmente con domande, imbarazzo o tentativi di controllo. In questi casi può essere utile ricordarsi che non deve convincerla della legittimità delle sue emozioni o della sua crescita. A 23 anni lei sta facendo una scelta che riguarda il suo corpo, la sua salute e la sua vita affettiva. Cercare un confronto con sua madre può essere bello e importante, ma non significa dover ottenere necessariamente approvazione totale o assenza di disagio.

    Rispetto alla sua paura di affidarsi soltanto al preservativo, è comprensibile voler aumentare il senso di sicurezza. In generale, il preservativo se usato correttamente è un metodo efficace, oltre ad essere fondamentale per la protezione dalle infezioni sessualmente trasmissibili. Molte persone scelgono comunque di associarlo alla pillola proprio per sentirsi più tranquille rispetto al rischio di gravidanza. Un consultorio o un ginecologo potrebbero aiutarla a valutare insieme quale soluzione sia più adatta a lei, anche semplicemente per ricevere informazioni corrette e serene senza giudizio.

    Mi sembra anche importante dirle che il suo imbarazzo non indica immaturità. Spesso il disagio nel parlare di sessualità con i genitori resta presente anche in età adulta, soprattutto quando si cresce in famiglie dove questi temi sono stati percepiti come delicati o “proibiti”. Non deve forzarsi ad avere una conversazione perfetta. Può bastare un piccolo passo autentico.

    Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
    Dott. Luca Vocino


    Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio? visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento. A volte sembra che blocco la deglutizione e sento il cibo che va quasi giù verso il fondo della gola e lì mi sale l amsia e la tachicardia e bevo immediatamente sperando do riuscire a ingoiare mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso (come se mamdassi il cibo nella oarte sbagliatq) . Ho rischiato la polmonite ab ingesti? sento fastodiot vago al petto, non è che qualcosa sarà passato do là? come me ne accorgo della polmonite? morirò?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Luca Vocino

    Buongiorno gentile Utente, è chiara, da ciò che descrive, una condizione di forte sofferenza emotiva che sembra essersi intensificata in concomitanza con un periodo estremamente stressante e destabilizzante della sua vita. La malattia di sua moglie, la tensione relazionale accumulata negli anni, la responsabilità familiare e la presenza di una lunga storia di ansia ipocondriaca e anginofobia possono creare un livello di allerta costante tale da influenzare profondamente anche funzioni corporee automatiche come la deglutizione.

    Leggendo il suo racconto colpisce molto il circolo che sembra essersi instaurato: maggiore è la paura di soffocare o di “mandare qualcosa nel buco sbagliato”, maggiore diventa il controllo volontario sulla deglutizione; più cerca di controllarla, più il gesto perde naturalezza e fluidità, aumentando ulteriormente la percezione di pericolo. Questo è un meccanismo molto frequente nei disturbi d’ansia legati al corpo e alle funzioni fisiologiche automatiche. La deglutizione, normalmente automatica, quando viene monitorata in modo ossessivo può diventare improvvisamente faticosa, innaturale e piena di sensazioni strane o allarmanti.

    Il fatto che lei abbia già effettuato una visita otorinolaringoiatrica con fibroscopia e che non siano emerse problematiche neurologiche o ostruttive importanti è un elemento rassicurante. Anche il reflusso gastroesofageo può contribuire a dare sensazioni di bruciore, fastidio retrofaringeo, nodo alla gola, irritazione e percezioni anomale durante la deglutizione, soprattutto nei periodi di forte stress e iperattivazione ansiosa.

    Rispetto alla sua paura specifica della polmonite ab ingestis o del morire soffocato bevendo acqua o ingerendo piccoli pezzi di cibo, è importante distinguere tra la sensazione soggettiva di pericolo e ciò che realisticamente accade dal punto di vista medico. Piccoli episodi di “andare di traverso”, tosse durante la deglutizione o microaspirazioni occasionali possono capitare a molte persone senza provocare automaticamente una polmonite. La polmonite ab ingestis è una condizione che generalmente si osserva in quadri clinici differenti, spesso associati a gravi deficit neurologici, importanti disturbi della deglutizione, ridotto stato di coscienza o patologie debilitanti. Non sembra questo il quadro che emerge dal suo racconto.

    Inoltre, quando qualcosa entra realmente nelle vie respiratorie, il corpo possiede riflessi di protezione molto efficaci, come la tosse immediata e intensa. Il fatto che lei descriva soprattutto un’iperattenzione alle sensazioni della gola, il tentativo di “bloccare” volontariamente la deglutizione, il controllo muscolare e l’immediata comparsa di tachicardia e panico fa pensare molto più ad un meccanismo ansioso-fobico che ad una grave compromissione organica della funzione deglutitoria.

    Anche il fastidio al petto che riferisce potrebbe essere compatibile con tensione muscolare, reflusso, stato d’ansia protratto o ipervigilanza corporea. Quando si entra in una spirale ipocondriaca, ogni minima sensazione viene monitorata e interpretata in chiave catastrofica, e questo aumenta ulteriormente la paura.

    Questo però non significa che la sua sofferenza sia “immaginaria”. Al contrario, quello che sta vivendo appare molto reale e invalidante. La vergogna nel mangiare in pubblico, i rituali di controllo, la paura costante, l’evitamento e il livello di allarme che descrive suggeriscono che sarebbe importante affrontare la situazione non solo dal punto di vista medico, ma soprattutto psicologico e psicoterapeutico.

    Più che continuare a rincorrere rassicurazioni sanitarie o esami sempre nuovi, che rischiano di alimentare temporaneamente il ciclo dell’ansia senza risolverlo, potrebbe esserle molto utile intraprendere un percorso focalizzato proprio sull’ansia di malattia, sulle fobie corporee e sulla gestione dell’ipercontrollo. Approcci integrati e basati sulle evidenze lavorano molto bene su questi meccanismi, aiutando gradualmente la persona a recuperare fiducia nel proprio corpo e nelle proprie funzioni automatiche.

    Naturalmente, se dovessero comparire sintomi medici importanti e persistenti come febbre elevata, tosse produttiva significativa, difficoltà respiratoria marcata o peggioramenti evidenti, allora sarebbe opportuno confrontarsi nuovamente con il medico curante. Ma nel suo racconto, il nucleo centrale sembra essere soprattutto l’escalation ansiosa e fobica in un momento di forte vulnerabilità emotiva.

    Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
    Dott. Luca Vocino


Domande più frequenti

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