Salve solo una domanda a titolo informativo, sono 3 anni che vado da una psicologa in terapia 2 volt

24 risposte
Salve solo una domanda a titolo informativo, sono 3 anni che vado da una psicologa in terapia 2 volte al mese. Devo dire che con lei mi trovo molto bene, ti capisce, ti segue ti aiuta. All inizio della terapia ero un po' insicuri, ora ho acquistato fiducia. Tant è che ogni volta quando finivo L terapia, le scrivevo su wapp ringraziandola, dicendokeche ero stato bene con lei. A volte mi rispondeva, a volte no, creando i dei dispiaceri. Parlandone In seduta lei mi disse che nn poteva rispondere a tutti i miei messaggi, x via Della deontologia professionale, e che era la mia psicologa.,quindj nn poteva rispondere, ma ero io che stavo sconfinando. Ci sono rimasto un po' male, xche io la vedevo e la vedo ancora, come un amica, una nanna, una compagna, insomma x me ha tanti ruoli. Sarache il mio. Matrimonio sta andando a rotoli, sarà che nn ho tanti amici, xo nn riesco a nn pensarla. Cosa devo fare? Le ho detto che spesso la rivedo nei miei sogni notturni. La penso sempre, e anche ieri dopo la seduta, le ho mandato un messaggio di ringraziamento, ele ponevo una domanda, chiedendole se mi avesse dato un abbraccio a fine seduta, se glielo avessi chies5, xche mi sentivo giù in quel momento, ma nn mi ha risposto. Creando in me un è orme dispiacere. Secondo voi sto davvero sconfinando troppo? Sto cercando in lei, qualcosa che nn mi può dare realmente? Tipo l amicizia o un po' di affetto? Grazie x le vostre risposte anticipatamente.
Dott.ssa Aurora Quaranta
Psicologo, Psicologo clinico
Vimodrone
Capisco quanto possa essere doloroso e confondente quello che stai vivendo. Quello che descrivi è molto comune in terapia e si chiama transfert: non è sbagliato né strano, nasce proprio dal bisogno di vicinanza, sicurezza e affetto in un momento di fragilità.

La tua psicologa, mettendo dei confini, non ti sta rifiutando come persona: sta proteggendo lo spazio terapeutico, che è proprio ciò che permette alla terapia di aiutarti davvero. Sì, probabilmente stai cercando in lei qualcosa che oggi ti manca fuori (affetto, presenza, contenimento), ma questo non è una colpa: è un segnale importante di ciò di cui hai bisogno.

Il passo più utile ora è portare tutto questo in seduta, senza vergogna: i messaggi, il dispiacere, il desiderio di un abbraccio, la paura di perderla. È lì che può essere accolto e compreso, senza sconfinare. Da qui può nascere una crescita profonda, anche se fa male. Non sei “troppo”: sei una persona che sta chiedendo aiuto.

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Dott. Fabian Gabriel Beneitez
Psicologo, Professional counselor
Fermo
la ringrazio per aver condiviso una riflessione così personale e delicata. Cercherò di risponderle in modo chiaro, rispettoso e approfondito.
Da ciò che descrive emerge innanzitutto un aspetto molto importante: la terapia sta funzionando. Lei stesso riferisce che, rispetto all’inizio, si sente meno insicuro, ha acquisito maggiore fiducia e percepisce la sua psicologa come una figura che la comprende e la sostiene. Questo indica che si è costruita un’alleanza terapeutica significativa, elemento fondamentale in ogni percorso psicologico efficace.
Tuttavia, proprio quando l’alleanza è forte, può accadere che si sviluppino dinamiche emotive complesse. Quello che lei sta vivendo non è raro né “sbagliato” in sé.
Nel suo racconto emergono chiaramente bisogni di vicinanza, rassicurazione, affetto e contenimento emotivo, che lei stesso collega a un matrimonio in difficoltà e a una rete sociale limitata.
Il punto centrale, però, è distinguere tra comprendere ciò che accade emotivamente e agire su questi sentimenti. La sua psicologa, quando le ha parlato di “sconfinamento” e di deontologia professionale, non stava sminuendo il suo vissuto, ma stava proteggendo il setting terapeutico. Il rapporto terapeutico, per essere davvero curativo, deve rimanere asimmetrico e definito: lo psicologo non può essere un’amica, una compagna, una figura materna o una fonte di affetto diretto, perché questo confonderebbe i ruoli e, nel lungo periodo, potrebbe danneggiarla anziché aiutarla.
I messaggi su WhatsApp, i ringraziamenti continui, le domande su un possibile abbraccio e il dispiacere intenso per le mancate risposte indicano che lei sta cercando nella terapeuta qualcosa che va oltre il lavoro clinico: una conferma affettiva, una presenza costante, una reciprocità emotiva. Non è una colpa, ma è un segnale importante. Sì, con molta probabilità sta cercando in lei un tipo di legame che, per sua natura, la terapia non può offrire.
Anche il fatto che lei la sogni spesso e la pensi continuamente rafforza l’idea che questo legame stia assumendo un peso centrale nella sua vita emotiva. Questo non significa che la terapia debba interrompersi, ma che questo tema dovrebbe diventare oggetto esplicito del lavoro terapeutico. È proprio parlando apertamente di questi sentimenti – senza agire fuori dalla seduta – che si può capire cosa rappresenta per lei questa figura e quali bisogni profondi stanno emergendo.
Il dolore che prova quando non riceve risposta ai messaggi non riguarda realmente il silenzio della psicologa, ma tocca ferite più profonde: il sentirsi non visto, non scelto, non accolto. Ed è su queste ferite che il lavoro terapeutico può essere estremamente utile, se rimane entro confini chiari e sicuri.
i sentimenti che prova sono comprensibili e umanamente legittimi, sì, c’è uno sconfinamento comportamentale, non emotivo,
la sua psicologa sta agendo correttamente nel mantenere dei limiti,
ciò che sta cercando (amicizia, affetto, contatto fisico) non può essere fornito all’interno di una relazione terapeutica, ma può essere compreso, elaborato e trasformato proprio grazie alla terapia.
Il mio invito è quello di portare tutto questo apertamente in seduta, senza vergogna né timore di essere giudicato. Se dovesse sentire che questa dinamica diventa troppo dolorosa o confusiva, potrebbe essere utile valutare, insieme alla sua terapeuta o con un altro professionista, come proseguire il percorso nel modo più tutelante per lei.
Per affrontare in modo adeguato questi vissuti profondi e per trovare risposte concrete ai suoi bisogni affettivi, le consiglio di continuare o eventualmente riformulare il suo percorso rivolgendosi a uno psicologo o psicoterapeuta qualificato, che possa accompagnarla con competenza e nel rispetto dei confini necessari al suo benessere.
Le faccio i migliori auguri per che possa risolvere il suo problema
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso una parte così intima e delicata della sua esperienza. Quello che descrive è profondamente umano e merita rispetto, non giudizio.
Provo a risponderle con chiarezza, empatia e cornice professionale.
Prima di tutto: no, lei non è “sbagliato”. Le emozioni che prova verso la sua psicologa non indicano debolezza né mancanza di maturità, ma raccontano qualcosa di molto importante della sua storia, dei suoi bisogni affettivi e del momento di vita che sta attraversando.
Cosa sta succedendo, dal punto di vista psicologico
Quello che descrive è un fenomeno noto e frequente in terapia, chiamato transfert. In parole semplici:
la relazione terapeutica, quando è profonda, accogliente e riparativa, può attivare bisogni antichi di cura, protezione, vicinanza emotiva, affetto.
Lei stesso usa parole molto significative: amica, mamma, compagna.
Questo ci dice che la psicologa è diventata per lei una figura di riferimento affettivo, soprattutto in un momento in cui:
• il matrimonio è in crisi
• si sente solo
• ha poche altre relazioni di sostegno
In queste condizioni è comprensibile che la mente e il cuore “si aggrappino” a chi offre ascolto, continuità e accoglienza.
Il punto cruciale: i confini
La sua psicologa non sta sbagliando nel porre dei limiti, così come lei non sta sbagliando nel desiderare vicinanza.
Sono due piani diversi.
Il limite (non rispondere ai messaggi, non offrire abbracci se non valutati in seduta) non è rifiuto affettivo, ma tutela della relazione terapeutica.
Se la relazione diventasse amicizia, consolazione extra-seduta o fonte principale di affetto, perderebbe la sua funzione curativa e rischierebbe di farle ancora più male.
In altre parole:
lei sta cercando qualcosa di legittimo (affetto, presenza, calore)
ma lo sta cercando in un luogo che non può offrirglielo in quel modo
Ed è qui che nasce il dolore.
Sta sconfinando?
Più che di “sconfinamento”, parlerei di segnale clinico importante.
Il suo bisogno non va represso né colpevolizzato, ma compreso e lavorato in terapia.
Il fatto che:
• lei la pensi spesso
• la sogni
• soffra molto quando non riceve risposta
• desideri un abbraccio
ci dice che il centro del lavoro terapeutico ora è proprio questo legame, non da evitare, ma da esplorare.
Cosa può fare concretamente
1. Porti tutto in seduta, senza filtri: il desiderio, la delusione, la rabbia, la nostalgia, il bisogno di affetto. È materiale terapeutico preziosissimo.
2. Provi a chiedersi (e a lavorarci insieme):
“Di chi è davvero questo bisogno? Da dove viene? Dove posso imparare a soddisfarlo anche fuori da qui?”
3. Accolga il limite non come una perdita, ma come una struttura che la protegge, anche se oggi fa male.
4. Se il dolore diventasse ingestibile, è legittimo valutare insieme alla terapeuta come rendere più sostenibile la relazione terapeutica, senza romperla ma nemmeno idealizzarla.
Un messaggio importante per lei
Il fatto che lei senta tutto questo non significa che la terapia stia fallendo.
Spesso significa esattamente il contrario:
sta toccando nodi profondi di attaccamento, solitudine e bisogno di amore.
Il compito della terapia non è sostituirsi alle relazioni della vita, ma aiutarla a costruirle.
La incoraggio a non chiudersi per vergogna e a non punirsi per ciò che prova.
Le emozioni non sono il problema: la direzione che diamo loro è il lavoro terapeutico.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Dott. Marco Squarcini
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentilissimo, da quello che scrive si capisce quanto questa relazione terapeutica per lei sia importante e quanto le abbia dato in un momento di grande solitudine e difficoltà. È normale, soprattutto quando una terapia funziona e ci si sente finalmente capiti e accolti, sviluppare sentimenti forti verso la propria psicologa. Non c’è nulla di “sbagliato” in ciò che prova.
Allo stesso tempo, è importante chiarire un punto fondamentale: la psicologa non può essere un’amica, una compagna o una figura affettiva nel senso quotidiano del termine. Il suo ruolo è proprio quello di offrire ascolto, comprensione e vicinanza dentro uno spazio protetto e con dei confini chiari. I limiti sui messaggi, sugli abbracci o sui contatti fuori dalla seduta non servono a rifiutarla, ma a tutelare il lavoro terapeutico e anche lei.
Sì, probabilmente sta cercando in lei un affetto e una presenza che in questo momento le mancano molto nella vita, soprattutto visto il momento difficile del matrimonio e la sensazione di solitudine. Questo non significa che stia “facendo qualcosa di male”, ma che c’è un bisogno profondo che chiede attenzione.
La cosa più utile che può fare non è trattenere questi sentimenti o viverli con vergogna, ma continuare a parlarne apertamente in terapia, come ha già iniziato a fare. Proprio il dolore che prova quando non riceve risposta, o il desiderio di un abbraccio, sono materiali molto importanti su cui lavorare insieme alla sua psicologa. È lì, in quello spazio, che questi bisogni possono essere capiti e trasformati, senza che lei resti solo o si senta rifiutato.
In sintesi, i suoi sentimenti sono comprensibili, ma sì, quello che cerca non può essere soddisfatto fuori dal setting terapeutico. La terapia può però aiutarla a capire da dove nasce questo bisogno e a trovare, col tempo, relazioni più nutrite e reciproche anche fuori da lì. Continui a portare tutto questo in seduta, è parte del percorso, non un errore.
Cordialmente, Dott. Marco Squarcini
Dott.ssa Isabella Maria Burinato
Psicologo, Professional counselor, Psicologo clinico
Desio
Buongiorno, purtroppo mantenere una relazione di tipo esclusivamente professionale può, talvolta, risultare difficile ma è assolutamente necessario. La collega agisce secondo etica professionale nel mettere una distanza al suo bisogno di "relazione" che, andrebbe analizzato più approfonditamente per trovare le sue risorse interiori e la sua capacità di fare fronte alla situazione difficile che sta affrontando. Intrattenere relazioni di tipo affettivo-sentimentale è una GRAVE VIOLAZIONE del Codice Deontologico al quale siamo attenuti. Dovrebbe guardare la sua psicologa solo come una fonte di aiuto per trovare le sue soluzioni dentro di sè. Se proprio non riuscirete a creare il distacco dovuto sarà preferibile, per entrambi, cambiare professionista.
Dott.ssa Jessica Ceccherini
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Gentile Utente,
da ciò che scrive emerge un legame terapeutico per Lei molto significativo, che negli anni Le ha permesso di sentirsi compreso, sostenuto e più sicuro di sé. È comprensibile che, in un momento della Sua vita caratterizzato da solitudine e da difficoltà importanti nel rapporto di coppia, questa relazione abbia assunto un valore affettivo molto forte.
È però importante distinguere tra il valore profondo della relazione terapeutica e i confini che la rendono possibile e tutelante. Il fatto che Lei senta la Sua psicologa come una figura che racchiude ruoli diversi – amica, figura accudente, compagna – non è di per sé “sbagliato”: questi vissuti rientrano spesso in ciò che in terapia viene chiamato transfert, ovvero il trasferimento sul terapeuta di bisogni affettivi, di vicinanza e di sicurezza che hanno radici profonde nella storia personale. Proprio per questo, tali sentimenti non vanno agiti fuori dalla seduta, ma riconosciuti e pensati all’interno dello spazio terapeutico.
Le risposte intermittenti ai messaggi e la scelta della terapeuta di non rispondere non indicano disinteresse o rifiuto, ma il tentativo di mantenere un setting chiaro e protettivo. I confini – come il non rispondere ai messaggi di ringraziamento o alle richieste di contatto fisico fuori dalla seduta – servono a preservare la funzione della terapia e a evitare che il rapporto diventi confusivo o doloroso, come sembra stia accadendo per Lei.

La sofferenza che prova quando non riceve risposta, il pensiero costante, i sogni e il desiderio di un abbraccio indicano bisogni affettivi molto intensi, che meritano ascolto e rispetto, ma che difficilmente possono essere soddisfatti nel modo in cui Lei li sta cercando all’interno della relazione terapeutica. In questo senso, sì: è possibile che Lei stia cercando nella Sua psicologa una forma di amicizia, accudimento o affetto che, per deontologia e per funzione, non può offrirLe concretamente.

Il passo più importante ora non è trattenere questi vissuti né vergognarsene, ma portarli apertamente in seduta: parlare del dispiacere, della frustrazione, della paura di perderla o di non essere considerato. È proprio lì che questi sentimenti possono diventare materiale di lavoro e aiutarLa a comprendere meglio i Suoi bisogni relazionali, la Sua solitudine e ciò che sta mancando nella Sua vita affettiva attuale.

Cordiali Saluti
Dr.ssa Jessica Ceccherini
Dott.ssa Francesca Casolari
Psicologo, Psicologo clinico
Modena
salve, la psicologa ha ragione non si può rispondere a nessuna domanda di questo tipo tranne se è per una questione importante di vita. e va tutto trattato all'interno della seduta.
grazie
Dott.ssa Lucrezia Lovisato
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Quello che racconta è qualcosa che accade più spesso di quanto si pensi in terapia. La relazione terapeutica, quando funziona davvero, può diventare molto intensa, soprattutto nei momenti in cui nella vita ci si sente soli, fragili o in difficoltà, come nel suo caso con il matrimonio e con la mancanza di altre relazioni significative.
È però importante tenere a mente il setting terapeutico cioè i confini della terapia come: il tempo della seduta, il luogo, il ruolo dello psicologo, il fatto che non ci siano scambi continui fuori dall’incontro. Tali confini non servono a creare distanza o a negare l’umanità della relazione, ma a proteggerla. Se la psicologa rispondesse ai messaggi come farebbe un’amica, o se iniziasse a offrire contatti affettivi, la relazione diventerebbe confusa e, paradossalmente, meno utile per il suo percorso.
Il dispiacere che prova quando non riceve risposta è comprensibile, ma non va letto come un rifiuto personale. È piuttosto il segnale che sta vivendo un forte coinvolgimento emotivo, che in psicoterapia viene chiamato transfert. In pratica, nella figura della terapeuta si concentrano bisogni profondi di accudimento, vicinanza, comprensione, forse anche di affetto e sicurezza, che non riguardano lei come persona, ma la funzione che rappresenta per lei in questo momento della sua vita.
Quando dice che la vede come un’amica, una mamma, una compagna, sta dando una descrizione molto chiara di questo processo.
Dott.ssa Laura Bova
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Quartu Sant'Elena
buongiorno.
La psicologa è alernativamente mamma, figlia, sorella amica e tutti i ruoli che lei vuole darle , l'importante è che questi ruoli si manifestino solo ed esclusivamente all'interno del setting terapeutico.
A quanto ho capito lei ha portato questo meccanismo, peraltro molto noto e chiamato tranfert , al di fuori di tale contesto, e giustamente la sua teraputa che è a conoscenza di questo sta cercando di contenere questa sua tendenza.
Potrebbe essere utile analizzare assieme questo meccanismo e prendere spunto e occasione per farne l'inizio di un processo di cambiamento.
Distitnti saluti
Dott.ssa Laura Bova
Dott.ssa Alessandra Motta
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Sì, ciò che Lei sta vivendo è comprensibile, ma indica uno sconfinamento affettivo. Non perché Lei stia sbagliando, bensì perché nella relazione terapeutica sta cercando anche ciò che in questo momento manca nella Sua vita: vicinanza, contenimento, affetto.

Il fatto che la terapeuta non risponda ai messaggi non è un rifiuto, ma una tutela del confine professionale, che serve anche a Lei. Cercare di colmare quel vuoto fuori dalla seduta tende ad alimentarlo; portarlo invece in seduta permette di trasformarlo.

Il consiglio è di non agire nulla fuori dalla terapia e di parlare apertamente di questi vissuti durante gli incontri. Il dispiacere che prova non va evitato né compensato: è materiale terapeutico prezioso su cui lavorare.
Dr. Domenico Samele
Psicologo, Psicologo clinico
Albino
Salve,
come professionisti ci sono dei confini che deontologicamente non possiamo superare.

Fa parte della terapia, una volta che la fiducia cresce, poter sentire vissuti intensi nei confronti del/della terapeuta: questa è un'occasione per poterne parlare, per poterli esplorare, per conoscere se stessi più profondamente e approfondire come si vivono o si sono vissute le relazioni nella nostra storia.
Continui a parlare dei suoi vissuti con la sua terapeuta e chieda a lei come mai sta vivendo queste emozioni così intense.

Le auguro il meglio
Dott. Domenico Samele
Dott.ssa Arianna Amatruda
Psicologo, Psicologo clinico
Nocera Inferiore
La terapeuta deve mantenere confini chiari per tutelare il tuo percorso. Stai probabilmente cercando in lei ruoli che non può offrire. Il lavoro ora è portare questi bisogni dentro la stanza di terapia, non agirli fuori. È proprio da qui che può nascere un passaggio terapeutico importante.
Dott.ssa Paola di Tota
Psicoterapeuta, Psicologo
Brescia
Trovo sia normale in un certo senso provare un'affezione particolare per il/la propria terapeuta, è una persona che la sa ascoltare con empatia. Però non confonda il ruolo con la persona, sono entrambe presenti durante la seduta, ma hanno funzioni distinte. Il vissuto della persona è "lo strumento" da utilizzare per una buona terapia, il ruolo è quello di aiutare il paziente, non di confonderlo.
Dott. Pietro Pignatelli
Psicologo, Psicologo clinico
Bari
Gentilissimo, ciò che sta vivendo nel rapporto con la sua psicologa è un movimento emotivo di grande rilievo e, con ogni probabilità, un passaggio centrale del suo percorso. Il fatto che lei si senta compreso, sostenuto e più fiducioso rispetto all’inizio ci dice che lei e la sua psicologa avete costruito un legame terapeutico significativo; ed è proprio quando questo legame diventa importante che possono emergere bisogni intensi di vicinanza, continuità, conferma e calore, soprattutto se, come accenna, in questo periodo si sente solo, il matrimonio è in crisi e le mancano punti di appoggio affettivo/sociali nella vita quotidiana.

È utile chiarire un aspetto: in psicologia esiste un “setting”, cioè un insieme di confini che definiscono come si lavora, dentro e fuori la seduta. Questi confini possono variare in base all’orientamento e allo stile della terapeuta, ma hanno quasi sempre la funzione di proteggere la cura e di mantenere la relazione terapeutica diversa da un rapporto amicale, sentimentale o familiare. Per questo molti professionisti limitano i contatti extra-seduta ai soli aspetti organizzativi, e non rispondono sistematicamente a messaggi emotivi, ringraziamenti o richieste di rassicurazione. Non si tratta di freddezza, né di disinteresse: spesso è una scelta clinica e deontologica per evitare che la relazione diventi ambigua, dipendente o confusa nei ruoli, e per preservare quello spazio specifico in cui lei può portare tutto ciò che sente, anche la delusione e la mancanza di risposta.
Da quello che descrive, sembra che lei stia investendo la sua terapeuta di funzioni che vanno oltre la terapia: amica, figura di accudimento, compagna, presenza “che c’è” anche quando la seduta finisce. Questo non è raro e non è, di per sé, “sbagliato” o “eccessivo”: in una prospettiva psicodinamica lo si leggerebbe come un’espressione di transfert, cioè la tendenza a far vivere nella relazione terapeutica bisogni, aspettative e modalità affettive profonde che appartengono alla propria storia relazionale e al proprio modo di legarsi. Il punto fondamentale, però, è che riconoscere quanto sia reale e intenso ciò che lei prova non significa che la terapeuta debba (o possa) soddisfare quei bisogni con le stesse modalità di un’amica o di una partner. Anzi, se la relazione terapeutica si spostasse stabilmente su quel piano, rischierebbe di perdere chiarezza e potenza trasformativa: diventerebbe più “relazione” nel senso comune, ma meno “cura” nel senso clinico.

Anche il tema dell’abbraccio rientra in questo: il contatto fisico in terapia, salvo contesti molto specifici e con cornici chiare, è generalmente gestito con estrema cautela proprio perché può avere un impatto emotivo molto forte, aumentare la dipendenza, alimentare fantasie e aspettative, o generare confusione sui ruoli. Il fatto che lei desideri un abbraccio, soprattutto quando si sente giù, non va giudicato: è un bisogno umano comprensibile. Ciò che conta è portare quel bisogno in seduta, nominarlo con precisione e esplorarlo insieme: che cosa significherebbe per lei quell’abbraccio, cosa le darebbe, cosa teme quando non lo riceve, cosa sente nel corpo e nella mente quando non arriva una risposta ai messaggi.

Lei chiede se sta “sconfinando” e se sta cercando in lei qualcosa che non può darle. Più che valutare in termini morali, le direi che sta cercando, con molta chiarezza, una forma di continuità affettiva e di conferma fuori dal setting, e questo merita di essere trattato come materiale clinico prezioso. In altre parole: non è tanto il “mandare un messaggio” il punto, quanto ciò che accade dentro di lei quando lo manda, cosa spera che succeda, cosa prova quando non riceve risposta, e come questa esperienza si intreccia con la sua storia di legami, con il timore dell’abbandono, con la solitudine, con il bisogno di essere visto e accolto.

Il suggerimento più importante, quindi, è di riportare tutto in seduta in modo diretto e completo: il dispiacere per le mancate risposte, la fantasia che lei possa essere “di più” di una terapeuta, i sogni, il desiderio di un abbraccio, e anche l’eventuale vergogna o paura di essere giudicato per questi sentimenti. È lì che può diventare comprensione e cambiamento. Se necessario, potreste anche discutere di come ridefinire insieme, in modo esplicito, quali contatti extra-seduta siano possibili e con quali regole, così che lei non resti sospeso tra speranza e delusione ogni volta.
In sintesi, ciò che lei prova è significativo, autentico e clinicamente molto rilevante. Non va negato né colpevolizzato. Va però collocato nel luogo giusto: la seduta e la relazione terapeutica, con i suoi confini, proprio perché quei confini non servono a respingerla, ma a permettere che questo bisogno diventi pensabile, dicibile e trasformabile, invece di essere agito e di lasciarla, ogni volta, in balia di un “enorme dispiacere” quando l’altro non risponde come lei spera.
Dott.ssa Giada Casumaro
Psicologo, Terapeuta, Professional counselor
Rovereto sulla Secchia
Buonasera, è bello sentire parlare anche di questo grande tema a cui è difficile dare una risposta.
Ogni terapeuta ha una sua modalità di gestire i rapporti con le persone. L affetto sicuramente c'è perché siamo esseri umani ma sappiamo che il nostro ruolo è di accompagnare per un tempo definito e dopo c'è quasi inevitabilmente il distacco. È naturale che sia così.
Proverei di nuovo a parlarne con lei in seduta per aiutarti piano piano a riprenderti il tuo spazio e il fatto che non hai bisogno di lei ma ti sta accompagnando per un pezzo di strada. Darti quello che cerchi come un abbraccio o altro non sarebbe corretto nei tuoi confronti e creerebbe una dipendenza e non una libertà consapevole che stai costruendo.
Buon percorso
Dott.ssa Casumaro Giada
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, si, "sta sconfinando". La sua psicologa non può essere né la sua amica né la sua compagna. Cordiali saluti.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Salve, la ringrazio per aver posto una domanda così sincera e delicata. Da quello che racconta emerge con chiarezza quanto questo percorso terapeutico sia stato importante per lei e quanto la relazione con la sua psicologa abbia rappresentato, e rappresenti ancora, un punto di riferimento profondo, soprattutto in un momento della vita in cui si sente solo, fragile e con un matrimonio in difficoltà. È molto comprensibile che, quando una persona si sente accolta, capita e sostenuta, nascano sentimenti intensi di gratitudine, vicinanza e affetto. La terapia è uno spazio particolare, protetto, in cui ci si sente ascoltati senza giudizio e questo può attivare bisogni emotivi molto profondi, soprattutto se nella vita quotidiana mancano relazioni che diano lo stesso senso di sicurezza. Non c’è nulla di sbagliato nel fatto che lei provi tutto questo, né nel fatto che la sua psicologa abbia assunto ai suoi occhi significati così importanti, quasi familiari. Allo stesso tempo, il dolore che prova quando lei non risponde ai messaggi o pone dei limiti è un segnale prezioso. Non parla di freddezza o rifiuto da parte sua, ma del fatto che lei sta cercando, forse senza rendersene conto, qualcosa che va oltre ciò che una relazione terapeutica può offrire. Non perché non ci sia cura o attenzione, ma perché proprio per proteggere il lavoro che state facendo e anche il suo benessere, quella relazione deve restare entro confini chiari. I limiti non servono a creare distanza emotiva, ma a evitare che la terapia si trasformi in qualcosa che rischierebbe di farla soffrire ancora di più. Quando lei dice di vederla come un’amica, una mamma, una compagna, sta dando voce a bisogni di affetto, vicinanza e riconoscimento che in questo momento della sua vita sono molto forti. Il punto non è reprimere questi sentimenti, ma riconoscere che stanno parlando di lei, della sua storia, delle sue mancanze e della sua solitudine, più che della persona reale che ha davanti. Cercare conferme continue, risposte ai messaggi o gesti come un abbraccio rischia di alimentare un’aspettativa che non potrà essere soddisfatta e questo spiega il dispiacere intenso che prova quando non riceve risposta. Il fatto che lei abbia portato questi vissuti in seduta e che la psicologa li abbia accolti, spiegandole i limiti, è in realtà un segno che il percorso sta toccando nodi molto importanti. Forse il lavoro ora potrebbe essere proprio quello di esplorare insieme cosa rappresenta per lei questa figura, cosa sta cercando attraverso di lei e come questi bisogni possano trovare spazio e risposta anche fuori dalla terapia, in modo più sano e meno doloroso. Non si tratta di smettere di provare affetto o di vergognarsi di ciò che sente, ma di trasformare questa esperienza in un’occasione per conoscersi più a fondo. Se continuerà a parlarne apertamente in seduta, senza agire questi bisogni all’esterno con messaggi o richieste che la fanno stare male, potrà usare proprio questo dolore come una chiave di crescita personale. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Alessandra Barcella
Psicologo, Psicologo clinico
Gorlago
Buongiorno,
Capisco quanto questo vissuto sia intenso e quanto il silenzio della Sua terapeuta possa averLe provocato dolore e smarrimento. Quello che descrive non è raro in terapia: quando una relazione è significativa, soprattutto in un momento di solitudine affettiva o di crisi personale, possono emergere sentimenti di forte attaccamento, bisogno di vicinanza, desiderio di affetto.
Allo stesso tempo, la Sua psicologa ha il dovere di mantenere confini chiari: non per freddezza, ma per tutelare Lei e il lavoro terapeutico. Quei limiti servono proprio a non trasformare la relazione di cura in un rapporto di amicizia o accudimento reale, che finirebbe per confondere e far soffrire ancora di più.

Sì, probabilmente sta cercando in lei qualcosa che oggi Le manca molto (affetto, presenza, sicurezza), ma questo non è una colpa: è un bisogno umano. La cosa più importante ora è portare tutto questo apertamente in seduta, senza vergogna: i messaggi, il dispiacere, il desiderio di un abbraccio, la paura di perdere quel legame. È lì che può diventare materiale prezioso di lavoro e crescita.

Un caro saluto
Dott.ssa Barcella
Dott. Luca Vocino
Psicologo clinico, Psicologo
Trezzano Rosa
Buongiorno gentile Utente, la sua domanda è molto importante e merita una risposta attenta e rispettosa, perché tocca uno dei nodi più delicati e profondi del lavoro terapeutico: il legame che si crea tra paziente e terapeuta. Da ciò che scrive emerge con chiarezza quanto questo rapporto sia per lei significativo e quanto, in una fase di fragilità personale e relazionale, abbia rappresentato un punto di riferimento emotivo fondamentale.

È comprensibile che, dopo tre anni di terapia, in un percorso che l’ha aiutata a sentirsi più sicuro, più visto e più compreso, lei provi gratitudine, affetto e un senso di vicinanza verso la sua psicologa. Questo tipo di vissuti è molto frequente e prende il nome di transfert: una dinamica naturale e centrale nel lavoro psicoterapeutico, attraverso la quale emozioni, bisogni e aspettative importanti della propria storia vengono vissuti nella relazione terapeutica. Il fatto che lei la percepisca come un’amica, una figura accudente, una compagna o una “mamma” non è un errore né qualcosa di cui vergognarsi, ma un segnale prezioso di ciò che dentro di lei ha bisogno di essere riconosciuto e compreso.

Allo stesso tempo, è altrettanto importante comprendere il ruolo e i limiti della terapeuta. Il fatto che lei non risponda ai messaggi o che mantenga una certa distanza fuori dalla seduta non è un rifiuto della sua persona né una mancanza di cura. È, al contrario, una forma di tutela del setting terapeutico e della relazione stessa. I confini professionali servono proprio a evitare che il legame si trasformi in qualcosa che, sul piano emotivo, potrebbe diventare confusivo o persino doloroso, come sembra stia accadendo ora. Quando il bisogno di contatto, di rassicurazione o di affetto viene cercato principalmente al di fuori della seduta, il rischio è che la terapia smetta di essere uno spazio di elaborazione e diventi un sostituto di relazioni che, invece, andrebbero costruite o riparate nella vita reale.

Il dispiacere intenso che prova quando non riceve risposta, il pensiero ricorrente, i sogni, il desiderio di un abbraccio e la sofferenza legata alla percezione di distanza indicano che sì, probabilmente sta cercando in lei qualcosa che va oltre ciò che una relazione terapeutica può offrire concretamente. Ma questo non significa che lei stia “sbagliando” o che sia fuori luogo come persona. Significa che dentro di lei c’è un forte bisogno di vicinanza, contenimento e affetto, probabilmente amplificato dalla crisi matrimoniale e da una rete sociale povera in questo momento della sua vita.

Il punto centrale non è smettere di provare queste emozioni, ma portarle pienamente e apertamente in terapia. Non solo accennarle, ma lavorarci in modo profondo. Parlare del dolore che prova quando non riceve risposta, del senso di vuoto, del desiderio di essere visto anche fuori dalla seduta, del significato che per lei avrebbe un abbraccio. Questo è materiale terapeutico preziosissimo, che può aiutarla a comprendere meglio i suoi schemi relazionali, i suoi bisogni affettivi e le ferite che oggi cercano un appoggio così intenso.

La sua terapeuta, mantenendo i confini, non la sta respingendo, ma le sta offrendo la possibilità di trasformare questo attaccamento in consapevolezza e crescita. Se il rapporto restasse su un piano di amicizia o di accudimento diretto, questo lavoro profondo non sarebbe possibile. È normale che questo faccia male, perché tocca mancanze antiche e attuali, ma è proprio attraversando questo dolore, accompagnato e pensato insieme, che la terapia può continuare ad essere davvero utile.

In sintesi, sì, probabilmente sta cercando in lei qualcosa che non può ricevere nel modo in cui lo desidera, ma il bisogno che sente è reale e legittimo. La strada non è reprimerlo né colpevolizzarsi, bensì esplorarlo con onestà all’interno della relazione terapeutica, senza aspettarsi risposte o gesti fuori dal setting, ma utilizzando ciò che accade tra voi come chiave di comprensione di sé.

Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
Dott. Luca Vocino
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Salve, grazie per aver condiviso la sua esperienza. Da quanto racconta, sembra che nella relazione con la sua psicologa si stiano mescolando due livelli: da un lato c’è il percorso terapeutico, che lei descrive molto positivo e utile; dall’altro emergono sentimenti di attaccamento emotivo che vanno oltre il contesto professionale, come il desiderio di affetto, vicinanza o amicizia.

È normale, durante una terapia, sviluppare una certa stima e fiducia nel professionista: questo può far emergere sentimenti di attaccamento, soprattutto se nella vita quotidiana ci sono carenze relazionali o momenti difficili, come quelli che lei descrive legati al matrimonio o alla rete di amicizie. Tuttavia, la psicologa ha ragione nel ricordare che i confini professionali vanno rispettati: il supporto emotivo che lei riceve deve rimanere dentro la cornice terapeutica, perché la relazione terapeutica non può sostituire amicizie o rapporti affettivi esterni.

Il fatto che continui a pensare a lei e a scriverle messaggi anche dopo la seduta indica che i suoi bisogni affettivi rimangono forti e non del tutto soddisfatti. Questo non significa “sbagliare”, ma segnala che potrebbe essere utile esplorare questi sentimenti insieme a uno specialista, per comprendere meglio da dove nascono e come gestirli senza sentirsi frustrati o in colpa.

In sintesi: non sta facendo nulla di “pericoloso”, ma sembra che stia cercando nella psicologa qualcosa che appartiene al mondo delle amicizie o dell’intimità emotiva, che non può ricevere all’interno della terapia. Approfondire con uno specialista può aiutarla a capire i suoi bisogni e trovare strategie più funzionali per affrontarli.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Donatella Costanzo
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Salve,
quello che Lei descrive è una cosa che può succedere spesso nella relazione terapeutica tra paziente e terapeuta. La sua psicologa le ha risposto bene e quando lo dice non la sta disprezzando ma la sta proteggendo, deve tutelare la vostra relazione ed il setting terapeutico. Da quello che lei descrive lei si trova bene con la sua terapeuta ed ha fiducia verso di lei e questo è molto positivo. Col cuore le consiglio di parlarne in seduta con la sua terapeuta e di non spaventarsi o intristirsi per questo. E' una cosa che succede, è una fase possibile che un paziente può vivere nel percorso terapeutico, non si preoccupi. Parli in seduta con la sua terapeuta di questo e vedrà che riuscirà a fare questo salto, questo passaggio interno. Il posto ed il luogo migliore dove poter parlare di questo è proprio il suo spazio terapeutico, dia fiducia alla sua psicologa perchè da quello che lei riporta ha avuto un comportamento giusto, deontologicamente etico e soprattutto protettivo verso di lei paziente.

Caro utente,
il rapporto paziente e terapeuta è particolare e bisogna prendersene cura e rispettarlo per salvaguardare entrambi e la terapia. Le consiglio dunque di continuare a parlare con la sua psicologa, anche di quest'ultimo messaggio, e prendervi del tempo per capire come mai questa dinamica prende vita nella vostra relazione terapeutica.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Dott.ssa Tania Zedda
Psicologo, Psicologo clinico
Quartu Sant'Elena
Salve, grazie per aver posto una domanda così sincera.
Sì, da ciò che descrive sembra che lei stia cercando nella sua terapeuta bisogni affettivi profondi – comprensibili, vista la solitudine e la crisi che sta vivendo – ma che non possono essere soddisfatti all’interno della relazione terapeutica. Questo non è un errore “grave”, bensì un fenomeno noto in terapia, chiamato transfert. La sua psicologa ha fatto bene a mantenere dei confini chiari: non per mancanza di affetto, ma proprio per proteggerla e rendere il percorso efficace. Il punto cruciale ora è portare apertamente in seduta questi vissuti di attaccamento, idealizzazione e delusione. È lì che possono essere compresi e trasformati. La ringrazio per la fiducia e le auguro il meglio nel suo percorso.
Salve,
grazie per aver condiviso la sua esperienza, intima e consapevole. È evidente che sta attraversando un periodo di vulnerabilità emotiva, e la sua relazione con la psicologa è diventata significativa a tal punto da far emergere in lei oltre un forte legame affettivo, anche i suoi bisogni più profondi di accettazione, riconscimento, vicinanza e affetto. Naturalmente la sua psicologa è lì per lavorare con lei su ciò che può significare questa dinamica e portarla nel tempo a dare significato ai suoi bisogni emersi. La sua psicologa ha il dovere di mantenere i confini professionali per proteggere sia lei che se stessa. Questo significa che non può assumere ruoli che vanno oltre quello di terapeuta, se non dando significato e senso a ciò che succede con lei in seduta e aiutarla attraverso una buona alleanza e obiettivi chiari.
Spero di essere stat utile per lei.
Buona fortuna
Dott.ssa Pazzola Annalisa

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