Domande del paziente (68)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Leggo la sua frase finale,"mi sento colpevole e un fallimento di madre", e sono convinto che lei non se la merita.Lei sta facendo quello che una madre può fare:cerca tutte le strade possibili per aiutare... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile....( non so il suo nome), lei ha già seguito più di un percorso di psicoterapia, e quindi avrà già una certa conoscenza della sua storia personale,e di come vi si può inserire il disturbo ossessivo.... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Un test dovrebbe fornire una conoscenza utile per la nostra vita; dobbiamo fare in mpdp che non diventi una fonte di influenza negativa. V.Lingiardi, uno dei più importanti psicologi e psicoterpeuti oggi... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Nella tua lunga lettera ( mi permetto di darti del tu, che semplifica molto la comunicazione) emergono bene gli elementi del tuo conflitto. E' significativo che proprio durante terapia "sia emersa la decisione... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Per poterle dire qualcosa di utile bisognerebbe sapere qualcosa di più. Le do' qualche spunto, sperando che possa esserle utile per vedere meglio i diversi aspetti della situazione."Litighiamo su tutto":... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Un percorso di uscita da un disturbo ansioso, come quello che lei sta vivendo,può andare incontro sicuramente a momentanee ricadute,ritorni a esperienze e comportamenti che sembravano superati.Lei ha individuato... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo il suo bisogno di "capire"di fronte a un cambiamento nel comportamento di sua moglie così significativo e così rapido. Solo che questo desiderio di "capire" attraverso il parere di un professionista... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Come anche tu dici, la tua lunga lettera manifesta una buona consapevolezza di te, delle tue risorse e delle tue difficoltà. Si tratta di tradurre in pratica questa consapevolezza! " La fiducia si costruisce... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Leggo nella sua lettera delle affermazioni che mi sembrano in contrasto tra loro: cosa che sicuramente può avvenire, ma che offre uno spunto su cui pensare." Se io non ho una persona con cui uscire sto... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Mi sembra che il tema fondamentale della tua lettera sia la paura. E' vero che la paura è una delle emozioni fondamentali: bisogna però imparare a gestirla.Sembra anche che l'origine prima di questa para... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, nella sua lettera lei non chiede esplicitamente nulla, e fa riferimento a un percorso con una terapeuta al momento interrotto ma, mi sembra di capire, non chiuso. Quindi mi limito a qualche... Altro
salve dottori, sono in una situazione in cui non capisco e non so cosa fare nel concreto..sono una ragazza di 25 anni, mi sono lasciata con il mio fidanzato (lui più grande di 20 anni), per vari motivi, tra cui non riuscivamo a comunicare, perché lui non voleva le discussioni, vuole stare tranquillo nella relazione, quando io invece voglio avere il confronto, discutere ecc, dall'altra parte avevo riniziato a sentirmi con un amico con cui mi ero frequentata a distanza qualche anno prima, siamo sempre rimasti in buoni rapporti, ci sono semrpe stata per lui e lui mi ha sempre ascoltato e capito ecco..ci siamo rivisti in amicizia un pò di giorni fa, diciamo che ho avuto un senso di colpa nei confronti dell'ex perché comunque ci vedevamo ancora e qualcosa ancora c'è tra me e lui, però vedendo questo amico diciamo che c'è stato qualche bacio, mi sento in colpa perché il mio ex mi ha detto che se fosse successo qualcosa l'avrei perso per sempre ecc..il punto è che sto seguendo un percorso con un professionista, solo che non lo so, non trovo le risposte, mi ha fatto fare un esercizio diciamo di rappresentare la relazione con il mio ex, e comunque si è capito che non mi sento in una relazione e neanche con il mio amico, diciamo che questo mi ha un pò lasciato cosi cosi..non me lo aspettavo ecco, in più mi dice sempre di vedere me, e ciò che provo e sento io, perché parlo sempre delle due parti e dell'esterno, mai di me e di come sto io..però è difficile e quello che vorrei sono cose concrete e non so come fare, vorrei più consigli, ad esempio anche come rapportarmi con il mio ex se lui vuole ancora stare con me, ma io non lo so..se magari voglio ancora vedere questo amico e anche se succede qualcosa..cioè non so come comportarmi e cosa sento non lo so..come posso avere consigli o qualcosa di concreto in modo da capire di più?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile "ragazza di 25 anni", lei ha fatto bene a rivolgersi a un professionista, ma è bene anche distinguere tra la richiesta di consigli il progetto di cambiamento.Quando lei scrive:"Cosa sento non lo so", fa capire che proprio di un cambiamento ha bisogno.Sono i suoi sentimenti ( certo, non dimenticando la riflessione) che le possono dire "come rapportarmi col mio e se vuole ancora stare con me." Come può saperlo un professionista, che, per quanto esperto, non vive la sua vita? E' semplice, ma vero, dire che tutti noi, uomini e donne, siamo dotati di questa capacità di rispondere alle situazioni della vita con le emozioini, o i sentimenti. Se non sa quello che sente, vuol dire che inconsapevolmente de lo impedisce. Però, a dire il vero, di un sentimento lei parla:il senso di colpa. Che a mio parere, e sulla base soltanto di una lettera, mi sembra un po' troppo presente e anche invadente.In conclusione: non si contenti della richiesta di consigli, ma coltivi il progetto di quella "lei stessa" che vuole essere!
Buongiorno Gent.mi Dottori, vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti.. una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole) .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile signorina, leggendo la sua lettera penso proprio che la persona "sempre impreparata" sia piuttosto il suo ex, e non lei! Un uomo che ha deciso di non salutrala nemmeno quando la incontra perchè lavorate in una stessa struttura, che non le lascia spazio quando vi incrociate in corridoio, che "la sfugge come una peste", è veramente molto "impreparato" nel mondo degli affetti! Io non credo molto ai consigli per lettera, ma sinceramente penso che se lei lo saluta molto semplicemente dimostra di essere molto più libera di lui! Lei,come scrive, è consapevole che la vostra relazione è davvero finita,ma c'è stato evidentemente un forte coinvolgimennto affettivo, e questo si traduce nell'agitazione e nel tremore che sente quando le capita di vederlo.Le emozioni si muovono con una certa indipendenza rispetto al nostro ragionamento. Abbia pazienza con i suoi sentimenti e, soprttutto, coltivi la stima di se stessa.
Vado da uno psicoterapeuta (anche psichiatra) da quando ho 19 anni, ora ne ho 33. All'inizio non uscivo di casa e mi coricavo alle 4 per poi alzarmi tardi, avevo molti pensieri e impiegavo tanto tempo per vestirmi perché pensavo.
Ora continuo a non vedermi sciolto, certo non è come prima, ma le difficoltà nelle relazioni sono evidenti, la rigidità si vede anche quando mi muovo: cerco sempre di non far spostare i vestiti specialmente quando mi abbasso per esempio per prendere qualcosa.
Anche il rimuginio si è ridotto, ma continua a non farmi stare sereno.
All'ultimo appuntamento ho chiesto esplicitamente un piano operativo, degli esercizi pratici tra una seduta e l'altra.
Il terapeuta dice che per la rigidità non c'è un esercizio ma una volontà di lasciar andare determinati pensieri.
Poi ha fatto questo discorso: da un lato devo rispettare chi sono (di essere in un certo modo). La rigidità non la devo cambiare ma modellare perché non è sbagliata, mi aiuta a raggiungere degli obiettivi che le persone che non sono così rigide non riescono ad ottenere.
Poi ha detto che molte volte ho perso occasioni per la mia rigidità e ha fatto un esempio: se esco con gli amici e vanno a ballare in discoteca e fanno le 3 di notte, ovviamente ho replicato che poi mi rovinerei il giorno dopo e dunque uscirei e me ne tornerei prima. Secondo lui potrei anche tornare all'una a casa, come se non riuscisse a rendersi conto che se mi corico tardi, anche solo una volta, il giorno dopo non riesco a fare niente, nemmeno andare in palestra.
Non ho mai capito perché omologarmi possa farmi risolvere i miei problemi che mi hanno portato dallo psicoterapeuta.
Ho come la sensazione che continuare con l'attuale terapeuta non potrà mai portarmi ad un cambiamento perché mi viene chiesto ciò che è impossibile.
Non capisco cosa devo fare per cambiare quella che definisco rigidità.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Lei comprenderà che è difficile, e richiede molta attenzione, interferire nell'opera di un collega che la conosce da anni, mentre io la conosco solo in base alla sua lettera. Cercherò di proporle una riflessione su quello che lei scrive, e su quello che, secondo il suo racconto, le dice il collega.E' vero che la sua rigidità non è nei suoi muscoli,ma è comandata dalla sua mente, e quindi lei potrà liberarsene quando avrà decifrato i pensieri che la convincono che "deve" essere rigido. Esercizi ben calibrati sul suo caso potrebbero anche essere utili ( non risolutivi! ), ma non tutti gli orientamenti terapeutici li usano. Il suo tearpeuta le propone di guardare anche agli aspetti positivi della sua rigidità: ciò non toglie che in qualche caso possa anche rappresentare un limite. E qui veniamo alla discoteca fino alle 3 di notte.Lei ha ragione ha sottolineare il suo diritto a scegliere lo stile di vita che trova più rispondente per lei.Non penso che il suo terapeuta voglia che lei si "omologhi" ai comportamenti più abituali.Immagino che pensi che per un uomo di 33 anni andare in discoteca sia una possibilità utile di socializzazione. Ma naturalmente non è una legge assoluta, è una prospettiva da confrontare con quello che lei vive. Se su questo punto, o su altri, lei non è d'accordo col suo terapeuta, è utile un confronto esplicito, piuttosto che concludere che quel terapeuta non la può aiutare. Anche la terapia è uno spazio di comunicazione, e in ogni comunicazione è possibile non comprendersi, e chiarirsi poi..
Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.
Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
Ne parlammo già io e il terapeuta.
Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
Grazie per le risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Anche se il bisogno di dormire è biologico, e quindi universale,i modi in cui ciascuno lo vive sono molto legati alle caratteristiche personali.Questo per rispondere ( in modo inevitabilmente generico) alla sua ultima domanda.
Quanto ai temi che tocca nella sua lettera,"non sono sciolto, ho difficoltà nelle relazioni interpersonali", sono evidentemente quelli fondamentali. Accettare o no di andare a letto tardi per passare la serata in compagnia, è un'applicazione pratica di qualcosa che viene prima.Un itinerario di psicoterapia è un impegno a due, lei e il terapeuta. Penso che, per quelle che riguarda lei, sia utile mettere le sue energie sull'obiettivo di "essere sciolto, e avere buone relazioni sociali", e solo dopo occuparsi dell'ora in cui andare a dormire ( magari accettando qualche volta di faree tardi, e altre volte no.
Gentile Terapeuta,
Ho 67 anni e sono un uomo laureato, separato con una figlia, pensionato.
Sono stato diagnosticato con ipotiroidismo, ipertensione e leucemia linfatica cronica.
Inoltre, sono stato diagnosticato con AuDHD (ADHD e Autismo di livello 1), nonché con un Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso (C-PTSD).
La mia infanzia è stata segnata da un ambiente difficile, con un padre con schizofrenia residuale e una madre con narcisismo patologico. Questo ha portato a un trauma indotto che ha avuto conseguenze profonde sulla mia vita.
Il meccanismo del trauma ha coinvolto il rifiuto e l'anaffettività da parte dei genitori, aggressioni fisiche e psicologiche, violenze fisiche e verbali, isolamento autoindotto come difesa e isolamento subito come punizione, svalutazione subita.
Le conseguenze del trauma sono state numerose, tra cui un bisogno impulsivo di valutazione e accettazione esterna, disforia sensibile al rifiuto, costante sensazione di pericolo, stato persistente di iperallerta, stress elevato, disgrafia reattiva, isolamento sociale e difficoltà a gestire ed esprimere le emozioni.
Ho studiato a fondo il mio caso e le mie conclusioni nascono da diagnosi specialistiche oltre che da un'analisi logica dei fatti.
Non cerco un terapeuta che metta in dubbio la mia diagnosi, ma qualcuno che parta da queste basi per aiutarmi a gestire il corpo e le emozioni. Io porto la conoscenza di me, il terapeuta porta gli strumenti tecnici per la regolazione del mio sistema nervoso.
Ho già affrontato anni di terapia della parola che hanno portato solo a re-traumatizzazione e svalutazione intellettuale.
Non voglio raccontare storie o ricevere consigli morali, ma vorrei lavorare sulla neurobiologia del trauma.
Cerco un lavoro puramente bottom-up basato sulla titolazione delle sensazioni fisiche.
Mi chiedo se Lei sia in grado di guidarmi in una sessione di desensibilizzazione somatica senza che io debba esporre la narrazione dei miei traumi e riaprire ancora una volta il Vaso di Pandora.
La mia anamnesi è contenuta nelle diagnosi ricevute (ADHD, PTSD).
Per ogni dettaglio tecnico ulteriore, posso fornire documentazione clinica, ma non intendo procedere con un resoconto verbale degli eventi traumatici, poiché il mio sistema nervoso reagisce con re-traumatizzazione e shutdown.
Spero di trovare un terapeuta che possa aiutarmi a lavorare sulla mia neurobiologia del trauma e a gestire il mio sistema nervoso in modo più efficace.
Grazie.
Cordiali saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Da quel chr capisco, vedo che lei cerca una terapia strettamente comportamentale, e che ha ormai elaborato una conoscenza altamente tecnica dei problemi che ha incontrato nella sua vita.Rimane un paradosso: lei vuole laovrare solo sulla "titolazione delle sensazioni fisiche"e sulla "desensibiliizzazione somatica". Ma per noi esseri umani le sensazioni e il soma richiamano, e sono connessi con, il mondo delle emozioni.
Per rispondere alla sua domanda: penso che sia possibile lavorare a partire da ciò che lei sente ( nel senso fisico ), contattando per questa via le emozioni e le fantasie.Senza che sia necessario riportarsi ancora sulla sua biografia, che lei conosce anche troppo bene. Penso che un itinerario di questo tipo possa esserle utile. Ma indubbiamente ha da valutare lei!
Non so più cosa fare....
Sono una donna di 30 anni e sono stanca....
Voi penserete che mi stia riferendo ad un determinato periodo della mia vita, ebbene qui si parla di anni. Dall'età di 14 anni soffro d'ansia che si manifesta nel corpo con sudorazioni fredde, nausea, borborigmi, meteorismo, tremori e forte senso di vergogna. Nel corso del tempo ho fatto 4 anni di psicoterapia di tipo psicodinamico, 2 anni di psicoterapia sistemico-relazionale, 3 anni di psicoterapia della gestalt, 1 anno di psicoterapia cognitivo comportamentale. Ho provato la mindfullness, ho provato a scrivere un diario, ho provato infiniti psicofarmaci (si, di mia spontanea volontà mi sono rivolta ad uno psichiatra), ho provato a stare a contatto con le mie paure ma sono finita per ammalarmi ancora di più. Sono seguiti pensieri suicidi (da quando avevo 14 anni), nel 2025 ingerisco un bel po di pillole, volevo solo spegnere il cervello, al mio risveglio sento scosse in tutto il corpo e spasmi muscolari, lo riferisco a mia madre, la corsa in ospedale e il primo ricovero (in sicilia), il secondo a distanza di qualche mese (Milano). Infinite diagnosi ricevute ed io che ho sempre più voglia di sparire, mollare tutto e stare da sola.
Il mio corpo e la mia mente si rifiutano di sopportare altro dolore, sono satura, avete presente quando si fa un trapianto e il corpo lo rigetta?
Ecco, io credo di essere diventata intollerante e allergica ad ogni forma di dolore, la solitudine è il mio rifugio ma anche la mia condanna.
Credevo che l'amore potesse curarmi ma mi sbagliavo, da mesi ho intrapreso una relazione con il ragazzo più buono di questo mondo ma ho commesso un grosso errore, per la prima volta mi sono lasciata andare all'amore e adesso ne pago le conseguenze......
Non ho i soldi a sufficienza per permettermi un altro percorso di psicoterapia, ma devo assolutamente andare dallo psichiatra e aiutarmi con i farmaci, l'unica mia vera salvezza, lo so che è triste dirlo, ma solo così riconosco di poter andare avanti.
Vi chiederete come mai tutti questi anni di psicoterapia non hanno sortito alcun effetto positivo su di me? Ho preso consapevolezza che io non voglio cambiare (mi è stato detto più volte in terapia), è questa trappola mentale che mi porta ad avere pensieri suicidi: Non vuoi cambiare, ti piace soffrire, tanto vale morire e cancellare tutto, porre fine a tutto questo schifo.
La cosa che più di tutte mi fa male è che in 30 anni di vita non sono mai riuscita a fidarmi davvero di nessuno, e non lo dico tanto per ma è la verità.
Non ce la faccio a ri-raccontarmi da capo, fa troppo male.....per questo non ce la faccio più ad andare avanti.
Sono davvero stanca.....non ce la faccio....è tutto così pesante e difficile nella mia testa. Non me la sento di continuare ad andare avanti, io non riesco a reagire, ad essere costante, ad avere forza di volontà, quello in cui sono brava è riuscire ad annientarmi, a fare la vittima come tutti mi hanno sempre detto.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile signora,
il fatto che lei scriva una lettera a un professionista di "mio dottore"è già un parziale, felice contrasto alla sua affermazione "non mi sono mai fidata veramente di nessuno."Se si chiede, vuol dire che si ha almeno una iniziale fiducia nella persona a cui si chiede. Provo a mettere in luce, nella sua lettera, qualche altra "felice cotraddizione" che può essere lo spunto per un cambiamento in meglio." Quello in cui sono brava è annientarmi, fare la vittima": quindi è consapevole di questa strategia involontaria che le lascia l'illusione di non soffrire, ma in realtà genera sofferenza.Lei ha avuto un'esperienza di un tentato suicidio, e quindi sa quanta sofferenza ci sia.E d'altra parte, dice di essere "diventata allergica a ogni forma di dolore".Certo, tutti noi cechiamo di evitare il dolore, specie quello su cui possiamo agire.E questa vale anche per il dolore di tipo mentale o affettivo. Questo non vuol dire essere "allergici al dolore".
Quando ha ingerito un set di pillole, l'ha fatto "solo per spegnere il cervello".C'era dunque, e penso ci sia ancora, un'eccesso di lavorio mentale.Quando entriamo in un lavorio mentale, lo facciamo per difenderci da qualche emozione sgradita ( che in realtà va accolta ed, eventualmente, trasformata). Ha provato a mettere a fuoco quale sia quest'emozione temuta? Anche se, come dice, non ha adesso i soldi per riprendere una psicoterapia, vale la pena di dedicare a questo punto una certa attenzione. Infine, gli psicofarmaci. Sicuramente possono essere efficaci, anche se, come mi sembra le sia chiaro, vanno presi sotto la guida di uno psichiatra.Mi permetto due indicazioni. Anzitutto: il farmaco permette di respirare un po', e questa è una buona occasione per lavorare su se stessi e capire qualcosa di più sulle origine delle nostre difficoltà. Secondo punto: ogni psichiatra attento sa che oltre ai farmaci conta molto la relazione col paziente. Per lei è una buona occasione per sperimentare che può fidarsi di un'altra persona!
buongiorno, MI STO SEPARANDO DAL MIO COMPAGNO. aBBIAMO UNA CONVIVENZA DI FATTO DALLA QUALE è NATOUN BAMBINO CHE PGG HA QUASI 4 ANNI. IL MIO EX COMPAGNO ANCORA NON VA VIA DA CASA MIA, SOSTIENE DI AVERE UNA SITUAZIONE PRECARIA E NON RIUSCIRE A TROVARE SOLUZIONI IN AFFITTO.
iO MI SENTO AVVILITA PERCHè NON SO COME GESTIRE LA SITUAZIONE SENZA CREARE DANNI ULTERIORI A MIO FIGLIO E ASENZA DOVER RICORRERE AD AVVOCATI E TRIBUNALI. ABBIAMO CONTATTATO GIà UN MEDIATORE PER CERCARE DI STABILIRE ACCORDI CHIARI ALMENO PER IL BAMBINO. SIAMO IN ATTESA CHE ARRIVI L'ACCORDO SCRITTO.
D'ALTRO CANTO LA MIA FAMIGLIA DI ORIGINE NON HA DI BUON OCCHIO IL MIO EX COMPAGNO E STO SUBENDO PRESSIONI AFFINCHè ESCA DALLA MIA CASA ANCHE CON GUERRE INFINITE E SOPRATUTTO MI SENTO COSTANTEMENTE CONTROLLATA DA MIA MADRE CHE NON ACCETTA COME MI STO MUOVENDO PER CERCARE DI LIMITARE I DANNI.
MI SENTO SOPRAFFATTA DA TUTTA QUESTA SITUAZIONE, NELLA QUALE TUTTI SONO VITTIME TRANNE IO E MIO FIGLIO.
NON RIESCO ATROVARE ACCORDI RAGIONEVOLI CHE NESSUNO DEI DUE.
cOSA DEVO FARE?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Penso che lei stia facendo tutto il possibile per gestire la situazione e arrivare a una soluzione ragionevole. E' giusto che lei lo riconosca a se stessa, per evitare di snetrisi "avvilita". Vedo che avete fatto ricorso a un mediatore, che mi sembra per ora la situazione migliore, evitando il ricorso a una sentenza di tribunale. Che sarebbe auspicabile nel caso ci fosse un matrimonio, che comporta obblighi legali, da ridefinire ne momento in cui ci si separa. Ma questo non è il vostro caso. Lei sta cercando di tenere un equilibrio tra l'evitare litigi e "guerre infinite", e la indiscutibili difficoltà di vivere insieme quando ormai si è deciso di separare le proprie vite; e indubbiamente è un equilibrio delicato, che però credo sia giusto perseguire.E' giusto anche che lei ponga dei limiti alle ingerenze di sua madre. Capisco che una madre voglia fare il possibile per la felicità della figlia, ma qui si tratta della sua vita, e nessuno può decidere al posto suo. Abbia quindi fiducia in quello che sta facendo. Le auguro che questo periodo,in qualche modo provvisorio, possa finire presto.
Buongiorno,
a mia figlia di 20 anni sono stati diagnosticati il disturbo di personalità e BES a seguito di un ricovero in ospedale.
E' in cura farmacologica presso uno stimato psichiatra privatamente, segue sedute di psicoterapia privata settimanalmente ed anche presso il CPS di competenza.
A livello di autolesionismo è da mesi che è tranquilla, ma vedo peggioramenti sotto il profilo comportamentale: dipendente dal cellulare, apatica, impulsiva, relazioni instabili e allontanamento da noi genitori.
Essendo maggiorenne non posso comunicare con chi la segue a livello terapeutico, e non so come comportarmi, soprattutto come relazionarmi a lei: se sono dura si chiude ulteriormente, se sono accondiscendente mi tiene in pugno.
Sto male, temo anche per la mia salute, se crollo è finita! Come posso aiutarla? Chi mi può aiutare? Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Signora, posso immaginare la sua inquietudine.Vedo che sua figlia è molto seguita, e questo può dare almeno qualche sicurezza, ma certo non risolve tutto.Lei si chiede come comportarsi, e propone due estremi: "se sono dura...se sono accondiscendente".Direi che la linea giusta sia un equilibrio tra i due estremi, puntando soprattutto alla possibilità di ragionare con sua figlia; ma senza dubbio è un equilibrio facile a dirsi, e molto meno a realizzarsi. Comunque bisogna insistere con grande pazienza , accettando anche di sbagliare, e di correggere il nostro comportamento utilizzando l'eventuale errore. Lei dice giustamente che essendo sua figlia maggiorenne, lei non può intervenire sul piano terapeutico con chi l'ha in cura. D'altra parte sua figlia vive ancora con i genitori, e quindi questa relazione è molto importante in una prospettiva di guarigione. Non conosco l'orientamento del terapeuta di sua figlia, ma mi sembra che sia lecito chiedergli, da parte sua, come minimo una consulenza o eventualmente anche qualche incontro di terapia del vostro gruppo familiare.
Salve, volevo chiedere cosa ne pensate del Doc da relazione, esiste? ultimamente vivo un loop in cui ogni giorno sono tormentata costantemente da dubbi riguardanti il mio fidanzato, dubbi nati un po’ a caso che mi tartassano tutto il giorno e mi provocano una forte ansia e angoscia incontrollabile perché non voglio sia così e non riesco più a capire se siano veri o meno..continuo ad analizzarmi a controllare cosa sento ogni piccolo dettaglio lo prendo come un potenziale dubbio e non sto più vivendo bene, non riesco a controllare questi pensieri giorno e notte devo pensarli per forza..il mio ragazzo è bravissimo mi tratta benissimo e gli ho parlato di questi dubbi tanto mi sentivo in colpa a provarli…non so cosa pensare preciso sia la mia prima relazione seria. Grazie a chi mi darà un parere.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Non mi risulta un Doc da relazione nella terminologia psichiatrica, ma lei spiega beissimola sua elosia ossessiva.Lei è consapevoli che i suoidubbi sonoesagerati, non attendibili,e questo è importante perchè, essendone consapevole,evita che la gelosia distrugga la relazione col suo tragazzo. Lei fa molta attenzione ai suoi sentimenti. "continuo ad analizzarmi e a controllare cosa sento".Come mai? I suoi sentimenti non sono infallibili,anzi, come lei sa, tendono a immaginare situazioni negative per lei. Non esistono formule contro i pensieri ossessivi. Quello che si può fare,oltre a chiedere un aiuto professionale, se i pensieri diventano davvero insopportabili, è chiedersi se possiamo darcene qualche spiegazione. Il farsi dei dubbi è qualcosa che lei ha sperimentato anche in altre situazioni? Lei dice che quella che sta vivendo è la prima relazione seria. Che involontariamente la stia sovraccaricando di significato, tanto da renderla alla fine inpossibile? I suoi pensieri ossessivi sarebbero in questa prospettiva un involontario autosabotaggio.
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…