grazie a tutti per il tempo da voi dedicatomi. i primi due anni seguivo una cura farmacologica , fe
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grazie a tutti per il tempo da voi dedicatomi.
i primi due anni seguivo una cura farmacologica , fevarin tutti i giorni e tavor oro in caso di emergenza.
da ormai due anni il fevarin l'ho piano piano diminuito ( come d accordi con la psichiatra ) mentre il tavor ce l'ho sempre dietro per ogni evenienza.
per quanto riguardo la mia psicoterapeuta le ho detto quali sono le mie preoccupazioni sul percorso e martedi avendo il colloquio ne parleremo di persona.
ma gli incontri con lei erano molto tranquilli con domande del tipo " questa settimana comè andata?" io però se non ho una persona con cui uscire sto bene.
certo l'ansia mi arriva ma so gestirla perchè non va su persone ma su cose materiali che possono essere il lavoro ad esempio.
di certo non vedo buttati questi anni , ho capito che io ho letteralmente TERRORE delle relazioni perchè sono cresciuto con i miei genitori che litigavano sempre in maniera molto pesante e con i film in cui tutto è perfetto.
quindi per me non esiste la sfumatura nelle relazioni ma bensì bianco o nero.
quando sono da solo invece sono tranquillo e raramente mi viene da pensare di voler una relazione , ma anzi mi fa venire ansia il pensiero di essere da solo per sempre e penso che anche questo possa essere un sintomo del DOC.
ringrazio ancora per le vostre risposte
i primi due anni seguivo una cura farmacologica , fevarin tutti i giorni e tavor oro in caso di emergenza.
da ormai due anni il fevarin l'ho piano piano diminuito ( come d accordi con la psichiatra ) mentre il tavor ce l'ho sempre dietro per ogni evenienza.
per quanto riguardo la mia psicoterapeuta le ho detto quali sono le mie preoccupazioni sul percorso e martedi avendo il colloquio ne parleremo di persona.
ma gli incontri con lei erano molto tranquilli con domande del tipo " questa settimana comè andata?" io però se non ho una persona con cui uscire sto bene.
certo l'ansia mi arriva ma so gestirla perchè non va su persone ma su cose materiali che possono essere il lavoro ad esempio.
di certo non vedo buttati questi anni , ho capito che io ho letteralmente TERRORE delle relazioni perchè sono cresciuto con i miei genitori che litigavano sempre in maniera molto pesante e con i film in cui tutto è perfetto.
quindi per me non esiste la sfumatura nelle relazioni ma bensì bianco o nero.
quando sono da solo invece sono tranquillo e raramente mi viene da pensare di voler una relazione , ma anzi mi fa venire ansia il pensiero di essere da solo per sempre e penso che anche questo possa essere un sintomo del DOC.
ringrazio ancora per le vostre risposte
Gentile Utente,
Il terrore che descrive, così come la tendenza a vivere i legami in termini estremi, appare comprensibile alla luce della sua storia familiare e dei modelli interiorizzati: crescere in un contesto di forte conflittualità può rendere difficile sviluppare un’idea di relazione che includa le sfumature, le imperfezioni e la possibilità di stare nel “mezzo”. In questo senso, il fatto che la solitudine sia per Lei uno spazio di maggiore tranquillità non va letto come un fallimento, ma come una modalità di protezione che in passato ha avuto una sua funzione.
Allo stesso tempo, l’ansia legata al pensiero di “restare solo per sempre” sembra aprire un altro livello di lettura, che potrà essere esplorato con calma: sarà importante comprendere se questo timore sia collegato ai meccanismi del DOC, a vissuti più profondi di perdita e insicurezza, o a entrambi. Portare questi interrogativi nel colloquio con la sua psicoterapeuta, come sta già facendo, è un passaggio fondamentale.
Il percorso che ha svolto finora non è affatto da considerarsi inutile: al contrario, le ha permesso di acquisire strumenti, maggiore consapevolezza e una lettura più articolata di sé. Questo momento può rappresentare non una battuta d’arresto, ma una fase di riorientamento del lavoro terapeutico, in cui mettere a fuoco obiettivi più aderenti ai suoi bisogni attuali.
Cordiali Saluti
Dr.ssa Jessica Ceccherini
Il terrore che descrive, così come la tendenza a vivere i legami in termini estremi, appare comprensibile alla luce della sua storia familiare e dei modelli interiorizzati: crescere in un contesto di forte conflittualità può rendere difficile sviluppare un’idea di relazione che includa le sfumature, le imperfezioni e la possibilità di stare nel “mezzo”. In questo senso, il fatto che la solitudine sia per Lei uno spazio di maggiore tranquillità non va letto come un fallimento, ma come una modalità di protezione che in passato ha avuto una sua funzione.
Allo stesso tempo, l’ansia legata al pensiero di “restare solo per sempre” sembra aprire un altro livello di lettura, che potrà essere esplorato con calma: sarà importante comprendere se questo timore sia collegato ai meccanismi del DOC, a vissuti più profondi di perdita e insicurezza, o a entrambi. Portare questi interrogativi nel colloquio con la sua psicoterapeuta, come sta già facendo, è un passaggio fondamentale.
Il percorso che ha svolto finora non è affatto da considerarsi inutile: al contrario, le ha permesso di acquisire strumenti, maggiore consapevolezza e una lettura più articolata di sé. Questo momento può rappresentare non una battuta d’arresto, ma una fase di riorientamento del lavoro terapeutico, in cui mettere a fuoco obiettivi più aderenti ai suoi bisogni attuali.
Cordiali Saluti
Dr.ssa Jessica Ceccherini
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Da quanto scrive emergono alcuni temi centrali: il percorso terapeutico e farmacologico che ha seguito, la gestione dell’ansia, le difficoltà relazionali legate a esperienze familiari precoci e l’influenza di modelli ideali di relazione, nonché la presenza di schemi di pensiero rigidi e di ansia anticipatoria che sembrano manifestarsi anche in contesti di possibile intimità o legame affettivo.
Esperienze precoci di conflitto e instabilità possano portare a schemi di protezione: nel suo caso, evitare il coinvolgimento affettivo può essere stato un modo per gestire il senso di pericolo e mantenere il controllo. Allo stesso tempo, l’ansia anticipatoria e il pensiero “tutto o nulla” nelle relazioni sono strategie cognitive che cercano di prevedere e prevenire il dolore emotivo, ma finiscono per limitare le possibilità di esperienza positiva.
Parlare apertamente con la sua psicoterapeuta delle preoccupazioni sul percorso è un gesto importante. Potrebbe essere utile discutere strategie più strutturate per affrontare l’ansia nelle relazioni, esplorare gradualmente la tolleranza all’incertezza emotiva e mettere in pratica esperimenti comportamentali che la espongano in modo sicuro a situazioni relazionali, così da vedere che non tutto è bianco o nero e che può esistere una zona grigia di esperienze gestibili e positive.
Esperienze precoci di conflitto e instabilità possano portare a schemi di protezione: nel suo caso, evitare il coinvolgimento affettivo può essere stato un modo per gestire il senso di pericolo e mantenere il controllo. Allo stesso tempo, l’ansia anticipatoria e il pensiero “tutto o nulla” nelle relazioni sono strategie cognitive che cercano di prevedere e prevenire il dolore emotivo, ma finiscono per limitare le possibilità di esperienza positiva.
Parlare apertamente con la sua psicoterapeuta delle preoccupazioni sul percorso è un gesto importante. Potrebbe essere utile discutere strategie più strutturate per affrontare l’ansia nelle relazioni, esplorare gradualmente la tolleranza all’incertezza emotiva e mettere in pratica esperimenti comportamentali che la espongano in modo sicuro a situazioni relazionali, così da vedere che non tutto è bianco o nero e che può esistere una zona grigia di esperienze gestibili e positive.
Buongiorno, riesco a vedere che c’è della preoccupazione e un bisogno di comprendere, ma onestamente non ho capito precisamente quale sia la sua domanda. Lei mi dirà “Se non ha capito poteva anche non rispondere”. Ma ho voluto rispondere lo stesso perché credo che partire da una domanda chiara sia un passo necessario per offrirle una risposta realmente utile.
Un caro saluto,
Umberto
Un caro saluto,
Umberto
Buongiorno, grazie a Lei per condividere. Dal suo racconto emerge un buon livello di consapevolezza e una capacità di riflessione che sono elementi centrali in un percorso psicoterapeutico. Nel lavoro fatto finora ha imparato a gestire l’ansia, a riconoscere i suoi meccanismi e a collegarli alla sua storia familiare e relazionale.
La paura intensa delle relazioni e il pensiero di restare solo possono trovare spazio sia nella sua esperienza emotiva sia in dinamiche ossessive e può affrontarle con la sua terapeuta. La terapia non serve a forzare il desiderio di una relazione, ma a ridurre la paura e a costruire una visione meno rigida dei legami affettivi. Il fatto che lei stia bene da solo non è un sintomo negativo, ma una risorsa. Il percorso ora può orientarsi a comprendere se e come integrare la dimensione relazionale senza che diventi fonte di terrore e forte ansia. Cordialmente, AM
La paura intensa delle relazioni e il pensiero di restare solo possono trovare spazio sia nella sua esperienza emotiva sia in dinamiche ossessive e può affrontarle con la sua terapeuta. La terapia non serve a forzare il desiderio di una relazione, ma a ridurre la paura e a costruire una visione meno rigida dei legami affettivi. Il fatto che lei stia bene da solo non è un sintomo negativo, ma una risorsa. Il percorso ora può orientarsi a comprendere se e come integrare la dimensione relazionale senza che diventi fonte di terrore e forte ansia. Cordialmente, AM
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso in modo così chiaro e riflessivo la sua esperienza.
Da ciò che descrive emerge un percorso importante, sia farmacologico sia psicoterapeutico, che non appare affatto “buttato”: al contrario, ha acquisito una buona consapevolezza del funzionamento della sua ansia e delle sue paure. Il fatto che oggi riesca a gestire l’ansia, a riconoscerne i trigger e a distinguere quando è legata a temi relazionali e quando a aspetti più concreti (come il lavoro) è già un risultato significativo.
Il timore intenso delle relazioni che descrive è comprensibile alla luce della sua storia familiare: crescere in un clima di conflittualità può portare a interiorizzare una visione “tutto o nulla” dei legami, senza spazio per le sfumature. Anche l’ideale di relazione veicolato da alcuni modelli cinematografici può rinforzare questa polarizzazione, rendendo le relazioni reali fonte di forte ansia o evitamento. In questo senso, il fatto che da solo lei si senta più tranquillo non è raro e non va letto necessariamente come un problema, ma come una strategia di protezione che in passato ha avuto una sua funzione.
Il pensiero di “restare solo per sempre”, invece, sembra assumere caratteristiche più intrusive e ansiogene, e potrebbe effettivamente collegarsi a una modalità ossessiva di pensiero, soprattutto se percepito come ripetitivo, incontrollabile e fonte di disagio più che come un desiderio reale. Sarà molto utile affrontare questi aspetti nel colloquio con la sua psicoterapeuta, chiarendo insieme obiettivi, modalità del lavoro e il significato di questi pensieri nel suo funzionamento attuale.
Proprio per integrare al meglio i vissuti legati all’ansia, alle relazioni e alla possibile componente ossessiva, è consigliabile approfondire ulteriormente la situazione con uno specialista, così da costruire un percorso sempre più mirato e coerente con i suoi bisogni.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la ringrazio per aver condiviso in modo così chiaro e riflessivo la sua esperienza.
Da ciò che descrive emerge un percorso importante, sia farmacologico sia psicoterapeutico, che non appare affatto “buttato”: al contrario, ha acquisito una buona consapevolezza del funzionamento della sua ansia e delle sue paure. Il fatto che oggi riesca a gestire l’ansia, a riconoscerne i trigger e a distinguere quando è legata a temi relazionali e quando a aspetti più concreti (come il lavoro) è già un risultato significativo.
Il timore intenso delle relazioni che descrive è comprensibile alla luce della sua storia familiare: crescere in un clima di conflittualità può portare a interiorizzare una visione “tutto o nulla” dei legami, senza spazio per le sfumature. Anche l’ideale di relazione veicolato da alcuni modelli cinematografici può rinforzare questa polarizzazione, rendendo le relazioni reali fonte di forte ansia o evitamento. In questo senso, il fatto che da solo lei si senta più tranquillo non è raro e non va letto necessariamente come un problema, ma come una strategia di protezione che in passato ha avuto una sua funzione.
Il pensiero di “restare solo per sempre”, invece, sembra assumere caratteristiche più intrusive e ansiogene, e potrebbe effettivamente collegarsi a una modalità ossessiva di pensiero, soprattutto se percepito come ripetitivo, incontrollabile e fonte di disagio più che come un desiderio reale. Sarà molto utile affrontare questi aspetti nel colloquio con la sua psicoterapeuta, chiarendo insieme obiettivi, modalità del lavoro e il significato di questi pensieri nel suo funzionamento attuale.
Proprio per integrare al meglio i vissuti legati all’ansia, alle relazioni e alla possibile componente ossessiva, è consigliabile approfondire ulteriormente la situazione con uno specialista, così da costruire un percorso sempre più mirato e coerente con i suoi bisogni.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
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