buonasera. Scrivo qui perché sono molto confusa, ma anche molto motivata. Sto facendo la triennal
5
risposte
buonasera. Scrivo qui perché sono molto confusa, ma anche molto motivata.
Sto facendo la triennale in Filosofia alla Federico II di Napoli e, una volta laureata, sto prendendo in considerazione l’idea di fare un’altra triennale: **Dietistica** oppure **Scienze dell’Alimentazione**. Questa idea nasce anche dal fatto che ho sofferto di disturbi del comportamento alimentare (in particolare alimentazione incontrollata) e ho affrontato un intervento bariatrico. Per forza di cose ho maturato una certa “confidenza” con il tema dell’alimentazione. Allo stesso tempo mi interessano anche psicologia, filosofia, antropologia: capire l’agire umano, i meccanismi mentali, il rapporto tra corpo e mente. Sono passioni che si intrecciano.
Vi racconto però una cosa che mi ha delusa e mi ha fatto dubitare, in un certo senso, delle mie capacità.
Prima di Filosofia ero iscritta a Lettere Moderne. Ho fatto una rinuncia agli studi, poi mi sono riscritta e poi ho rinunciato di nuovo. A Lettere davo pochissimi esami: **tre esami in tre anni**. Era un periodo molto difficile. A un certo punto mi sono guardata dentro e ho capito che dovevo cambiare percorso. Così ho scelto Filosofia.
E qui, finalmente, sta andando **molto meglio**: sto dando gli esami, ho preso anche un voto alto a Filosofia Critica e, in generale, sento che sto costruendo qualcosa.
Il problema è che io, nel tempo, ho cambiato spesso idea. Anche quando mi sono trasferita a Filosofia mi è capitato di pensare: “forse mollo e faccio qualcosa di più medico”, tipo Medicina, Psicologia, Nutrizione… idee un po’ vaghe, lo so. Poi però mi sono detta: **no, devo restare a Filosofia**. Ho iniziato questo percorso e non voglio fallire anche questo. Anche perché i miei studi li pagano i miei genitori e, inoltre, ho ricevuto una borsa di studio.
Oggi ho parlato con mia madre di questa possibilità, cioè fare Nutrizione/Dietistica dopo Filosofia. E lei, in modo brusco (diciamo così), mi ha detto che dico “scemenze”, che cambio sempre idea, che non va bene. Non è stata una vera e propria offesa, ma mi sono sentita sottovalutata. Forse c’è stato anche un fraintendimento: a volte non sono chiara quando parlo e non riesco a spiegarmi bene.
Da un lato capisco che, visto il mio passato, questa critica abbia una base: **è vero, ho cambiato tante volte direzione**, anche per instabilità personale. Dall’altro lato, però, non capisco fino in fondo perché io debba essere sempre letta attraverso quello che ero prima, senza considerare il lavoro che sto facendo adesso.
I miei genitori, in realtà, non mi hanno mai abbandonata. Sono stati presenti, sempre, anche quando ho affrontato il bypass gastrico e ho perso 30 chili. E io riconosco tutto questo. Però sento anche di avere una grande consapevolezza di me stessa, e penso che la fiducia sia una cosa che **si costruisce e si dimostra**: se una persona per anni si è comportata in un certo modo, è normale che gli altri si abituino a vederla così. Ma se inizia a cambiare davvero — e cambiare è difficile, richiede fatica e continuità — allora, col tempo, anche gli altri possono cambiare sguardo.
In questi anni ho cercato tantissimo l’approvazione dei miei genitori. Ho una dipendenza affettiva da loro: sono stati sempre presenti, forse fin troppo, e io mi ritrovo a 25 anni a fare ancora molto affidamento su di loro. Dentro di me convivono tante cose: immaturità, consapevolezza, impulsività.
Un esempio: ho ricevuto circa 2.300 euro della borsa di studio e, invece di conservarli, li ho spesi per un computer Apple e un tapis roulant. Per me non erano “stronzate”: dietro c’erano delle necessità (anche legate all’attività fisica post intervento). Però capisco che, da fuori, queste scelte possano essere viste come impulsive e che possano alimentare la loro preoccupazione. Non è tanto il tapis roulant o il computer in sé: sono **i miei comportamenti** nel complesso.
Un’altra cosa che riconosco è questa: io penso sempre al “dopo”. Al futuro. A cosa farò dopo. E rischio di non vivere mai il presente. Per esempio, ora sono a Filosofia, ma non ho mai frequentato davvero in modo continuativo: magari uno, due, tre giorni e poi smetto. Anche questo dice qualcosa di me e dei meccanismi che ci sono dietro. Quando ne parlo mi rendo conto di tante cose; quando tengo tutto dentro, faccio più fatica, perché ci sono parti di me che lottano tra loro.
E qui arrivo al punto più importante: io sento che ho bisogno di un percorso psicoterapico. Però economicamente non è semplice, e anche se lo fosse, so che i miei genitori hanno paura che io non lo porti a termine, perché in passato non sono riuscita a essere costante neanche con i percorsi psicologici.
Scrivo tutto questo perché vorrei capire come fare a costruirmi una direzione senza ricadere nei miei vecchi schemi, e come smettere di dipendere così tanto dall’approvazione degli altri (soprattutto dei miei genitori). Grazie.
Sto facendo la triennale in Filosofia alla Federico II di Napoli e, una volta laureata, sto prendendo in considerazione l’idea di fare un’altra triennale: **Dietistica** oppure **Scienze dell’Alimentazione**. Questa idea nasce anche dal fatto che ho sofferto di disturbi del comportamento alimentare (in particolare alimentazione incontrollata) e ho affrontato un intervento bariatrico. Per forza di cose ho maturato una certa “confidenza” con il tema dell’alimentazione. Allo stesso tempo mi interessano anche psicologia, filosofia, antropologia: capire l’agire umano, i meccanismi mentali, il rapporto tra corpo e mente. Sono passioni che si intrecciano.
Vi racconto però una cosa che mi ha delusa e mi ha fatto dubitare, in un certo senso, delle mie capacità.
Prima di Filosofia ero iscritta a Lettere Moderne. Ho fatto una rinuncia agli studi, poi mi sono riscritta e poi ho rinunciato di nuovo. A Lettere davo pochissimi esami: **tre esami in tre anni**. Era un periodo molto difficile. A un certo punto mi sono guardata dentro e ho capito che dovevo cambiare percorso. Così ho scelto Filosofia.
E qui, finalmente, sta andando **molto meglio**: sto dando gli esami, ho preso anche un voto alto a Filosofia Critica e, in generale, sento che sto costruendo qualcosa.
Il problema è che io, nel tempo, ho cambiato spesso idea. Anche quando mi sono trasferita a Filosofia mi è capitato di pensare: “forse mollo e faccio qualcosa di più medico”, tipo Medicina, Psicologia, Nutrizione… idee un po’ vaghe, lo so. Poi però mi sono detta: **no, devo restare a Filosofia**. Ho iniziato questo percorso e non voglio fallire anche questo. Anche perché i miei studi li pagano i miei genitori e, inoltre, ho ricevuto una borsa di studio.
Oggi ho parlato con mia madre di questa possibilità, cioè fare Nutrizione/Dietistica dopo Filosofia. E lei, in modo brusco (diciamo così), mi ha detto che dico “scemenze”, che cambio sempre idea, che non va bene. Non è stata una vera e propria offesa, ma mi sono sentita sottovalutata. Forse c’è stato anche un fraintendimento: a volte non sono chiara quando parlo e non riesco a spiegarmi bene.
Da un lato capisco che, visto il mio passato, questa critica abbia una base: **è vero, ho cambiato tante volte direzione**, anche per instabilità personale. Dall’altro lato, però, non capisco fino in fondo perché io debba essere sempre letta attraverso quello che ero prima, senza considerare il lavoro che sto facendo adesso.
I miei genitori, in realtà, non mi hanno mai abbandonata. Sono stati presenti, sempre, anche quando ho affrontato il bypass gastrico e ho perso 30 chili. E io riconosco tutto questo. Però sento anche di avere una grande consapevolezza di me stessa, e penso che la fiducia sia una cosa che **si costruisce e si dimostra**: se una persona per anni si è comportata in un certo modo, è normale che gli altri si abituino a vederla così. Ma se inizia a cambiare davvero — e cambiare è difficile, richiede fatica e continuità — allora, col tempo, anche gli altri possono cambiare sguardo.
In questi anni ho cercato tantissimo l’approvazione dei miei genitori. Ho una dipendenza affettiva da loro: sono stati sempre presenti, forse fin troppo, e io mi ritrovo a 25 anni a fare ancora molto affidamento su di loro. Dentro di me convivono tante cose: immaturità, consapevolezza, impulsività.
Un esempio: ho ricevuto circa 2.300 euro della borsa di studio e, invece di conservarli, li ho spesi per un computer Apple e un tapis roulant. Per me non erano “stronzate”: dietro c’erano delle necessità (anche legate all’attività fisica post intervento). Però capisco che, da fuori, queste scelte possano essere viste come impulsive e che possano alimentare la loro preoccupazione. Non è tanto il tapis roulant o il computer in sé: sono **i miei comportamenti** nel complesso.
Un’altra cosa che riconosco è questa: io penso sempre al “dopo”. Al futuro. A cosa farò dopo. E rischio di non vivere mai il presente. Per esempio, ora sono a Filosofia, ma non ho mai frequentato davvero in modo continuativo: magari uno, due, tre giorni e poi smetto. Anche questo dice qualcosa di me e dei meccanismi che ci sono dietro. Quando ne parlo mi rendo conto di tante cose; quando tengo tutto dentro, faccio più fatica, perché ci sono parti di me che lottano tra loro.
E qui arrivo al punto più importante: io sento che ho bisogno di un percorso psicoterapico. Però economicamente non è semplice, e anche se lo fosse, so che i miei genitori hanno paura che io non lo porti a termine, perché in passato non sono riuscita a essere costante neanche con i percorsi psicologici.
Scrivo tutto questo perché vorrei capire come fare a costruirmi una direzione senza ricadere nei miei vecchi schemi, e come smettere di dipendere così tanto dall’approvazione degli altri (soprattutto dei miei genitori). Grazie.
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso una parte così delicata e autentica della sua storia. Dalle sue parole emerge molta consapevolezza, ma anche una fatica reale nel tenere insieme parti diverse di sé: il desiderio di costruire una direzione, il timore di “ricadere” nei vecchi schemi, il bisogno di approvazione e, allo stesso tempo, la spinta verso l’autonomia.
È importante riconoscere un primo dato: oggi lei non è la stessa persona di qualche anno fa. Il fatto che il percorso in Filosofia stia andando meglio, che stia sostenendo gli esami e che riesca a riflettere in modo così lucido sui propri funzionamenti indica un cambiamento già in atto. Spesso, però, chi ci è vicino continua a guardarci attraverso il filtro del passato, non per mancanza di affetto, ma per paura che la sofferenza possa ripresentarsi. Questo può far sentire profondamente svalutati, come è successo a lei.
Il tema che attraversa tutto il suo racconto non è tanto “quale facoltà scegliere”, quanto come costruire una direzione senza che ogni scelta diventi una prova definitiva del proprio valore. Quando il futuro pesa troppo, il presente diventa difficile da abitare; quando l’approvazione degli altri diventa centrale, ogni decisione rischia di trasformarsi in un giudizio su di sé.
Il fatto che lei riconosca la propria impulsività, la dipendenza affettiva dai genitori e la difficoltà nella continuità non è un limite: è un punto di partenza clinicamente molto significativo. Non si tratta di “forzarsi a essere costanti”, ma di comprendere cosa rende la costanza così faticosa e cosa, invece, la aiuta a sentirsi più stabile e fiduciosa.
Il bisogno che esprime di un percorso psicoterapeutico è, a mio avviso, molto coerente con il momento che sta vivendo. Un lavoro terapeutico non serve a “mettere ordine una volta per tutte”, ma a costruire gradualmente un senso di direzione interno, meno dipendente dallo sguardo degli altri e più radicato in ciò che per lei ha valore. Anche le difficoltà economiche e il timore di non riuscire a essere costante possono essere affrontati e pensati insieme, senza giudizio.
Se lo desidera, può essere utile valutare uno spazio di confronto professionale in cui dare voce a queste parti in conflitto e trasformare la sua consapevolezza in scelte più sostenibili nel tempo.
Resto disponibile per un primo colloquio conoscitivo, qualora sentisse il bisogno di approfondire.
Un caro saluto.
la ringrazio per aver condiviso una parte così delicata e autentica della sua storia. Dalle sue parole emerge molta consapevolezza, ma anche una fatica reale nel tenere insieme parti diverse di sé: il desiderio di costruire una direzione, il timore di “ricadere” nei vecchi schemi, il bisogno di approvazione e, allo stesso tempo, la spinta verso l’autonomia.
È importante riconoscere un primo dato: oggi lei non è la stessa persona di qualche anno fa. Il fatto che il percorso in Filosofia stia andando meglio, che stia sostenendo gli esami e che riesca a riflettere in modo così lucido sui propri funzionamenti indica un cambiamento già in atto. Spesso, però, chi ci è vicino continua a guardarci attraverso il filtro del passato, non per mancanza di affetto, ma per paura che la sofferenza possa ripresentarsi. Questo può far sentire profondamente svalutati, come è successo a lei.
Il tema che attraversa tutto il suo racconto non è tanto “quale facoltà scegliere”, quanto come costruire una direzione senza che ogni scelta diventi una prova definitiva del proprio valore. Quando il futuro pesa troppo, il presente diventa difficile da abitare; quando l’approvazione degli altri diventa centrale, ogni decisione rischia di trasformarsi in un giudizio su di sé.
Il fatto che lei riconosca la propria impulsività, la dipendenza affettiva dai genitori e la difficoltà nella continuità non è un limite: è un punto di partenza clinicamente molto significativo. Non si tratta di “forzarsi a essere costanti”, ma di comprendere cosa rende la costanza così faticosa e cosa, invece, la aiuta a sentirsi più stabile e fiduciosa.
Il bisogno che esprime di un percorso psicoterapeutico è, a mio avviso, molto coerente con il momento che sta vivendo. Un lavoro terapeutico non serve a “mettere ordine una volta per tutte”, ma a costruire gradualmente un senso di direzione interno, meno dipendente dallo sguardo degli altri e più radicato in ciò che per lei ha valore. Anche le difficoltà economiche e il timore di non riuscire a essere costante possono essere affrontati e pensati insieme, senza giudizio.
Se lo desidera, può essere utile valutare uno spazio di confronto professionale in cui dare voce a queste parti in conflitto e trasformare la sua consapevolezza in scelte più sostenibili nel tempo.
Resto disponibile per un primo colloquio conoscitivo, qualora sentisse il bisogno di approfondire.
Un caro saluto.
Risolvi i tuoi dubbi grazie alla consulenza online
Se hai bisogno del consiglio di uno specialista, prenota una consulenza online. Otterrai risposte senza muoverti da casa.
Mostra risultati Come funziona?
Buonasera. Quello che emerge con molta chiarezza dal tuo racconto non è confusione, ma un conflitto interno ben strutturato: da una parte una parte di te che oggi sta funzionando, che studia, porta esami, riflette, costruisce; dall’altra una parte più fragile e impulsiva, che in passato ha fatto fatica a reggere continuità, frustrazione e attesa. Il problema non è che “cambi idea”, ma che ogni scelta viene letta, da te e dagli altri, come una prova definitiva del tuo valore, e questo aumenta enormemente la pressione.
Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, sei molto orientata al futuro e al controllo del “dopo”, probabilmente per ridurre l’ansia e il timore di fallire. Ma questo ti allontana dal presente, che è l’unico luogo in cui puoi davvero dimostrare a te stessa (e poi agli altri) che qualcosa è cambiato. Restare a Filosofia oggi non significa rinunciare per sempre a Nutrizione o Dietistica: significa allenare una competenza che per te è centrale, cioè la continuità. La direzione non si costruisce decidendo tutto subito, ma mantenendo comportamenti coerenti nel tempo.
La reazione di tua madre è comprensibile alla luce della tua storia, ma questo non la rende una verità su di te. Lei guarda ai pattern passati; tu stai cercando di costruirne di nuovi. È normale che lo sguardo degli altri arrivi in ritardo rispetto al cambiamento reale. Il punto cruciale, però, è che tu stessa sembri oscillare tra fidarti di ciò che stai diventando e tornare a definirti attraverso ciò che sei stata. Questa oscillazione alimenta la dipendenza dall’approvazione.
Anche gli esempi che fai sul denaro o sulla frequenza universitaria non parlano di “immaturità”, ma di difficoltà nella regolazione: fatica a tollerare l’attesa, bisogno di sollievo immediato, alternanza tra controllo e impulsività. Tutti aspetti che non si risolvono con la forza di volontà, ma con un lavoro terapeutico mirato.
Il fatto che tu riconosca il bisogno di una psicoterapia è un segnale di grande lucidità. Il timore dei tuoi genitori che tu non sia costante è coerente con il passato, ma non deve diventare una profezia che si autoavvera. Anche qui, il cambiamento passa dal fare un passo realistico e sostenibile, non dal dimostrare tutto subito.
Se dovessi sintetizzare il lavoro da fare, non è “scegliere la facoltà giusta”, ma costruire fiducia attraverso piccoli comportamenti ripetuti: presenza, continuità, confini più chiari tra ciò che desideri e ciò che senti di dover dimostrare. La direzione si chiarisce camminando, non anticipando ogni bivio. E il fatto che oggi tu riesca a raccontarti così, con questa profondità, è già parte del cambiamento che stai cercando.
Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, sei molto orientata al futuro e al controllo del “dopo”, probabilmente per ridurre l’ansia e il timore di fallire. Ma questo ti allontana dal presente, che è l’unico luogo in cui puoi davvero dimostrare a te stessa (e poi agli altri) che qualcosa è cambiato. Restare a Filosofia oggi non significa rinunciare per sempre a Nutrizione o Dietistica: significa allenare una competenza che per te è centrale, cioè la continuità. La direzione non si costruisce decidendo tutto subito, ma mantenendo comportamenti coerenti nel tempo.
La reazione di tua madre è comprensibile alla luce della tua storia, ma questo non la rende una verità su di te. Lei guarda ai pattern passati; tu stai cercando di costruirne di nuovi. È normale che lo sguardo degli altri arrivi in ritardo rispetto al cambiamento reale. Il punto cruciale, però, è che tu stessa sembri oscillare tra fidarti di ciò che stai diventando e tornare a definirti attraverso ciò che sei stata. Questa oscillazione alimenta la dipendenza dall’approvazione.
Anche gli esempi che fai sul denaro o sulla frequenza universitaria non parlano di “immaturità”, ma di difficoltà nella regolazione: fatica a tollerare l’attesa, bisogno di sollievo immediato, alternanza tra controllo e impulsività. Tutti aspetti che non si risolvono con la forza di volontà, ma con un lavoro terapeutico mirato.
Il fatto che tu riconosca il bisogno di una psicoterapia è un segnale di grande lucidità. Il timore dei tuoi genitori che tu non sia costante è coerente con il passato, ma non deve diventare una profezia che si autoavvera. Anche qui, il cambiamento passa dal fare un passo realistico e sostenibile, non dal dimostrare tutto subito.
Se dovessi sintetizzare il lavoro da fare, non è “scegliere la facoltà giusta”, ma costruire fiducia attraverso piccoli comportamenti ripetuti: presenza, continuità, confini più chiari tra ciò che desideri e ciò che senti di dover dimostrare. La direzione si chiarisce camminando, non anticipando ogni bivio. E il fatto che oggi tu riesca a raccontarti così, con questa profondità, è già parte del cambiamento che stai cercando.
Ciao, ti ringrazio per aver condiviso questa riflessione così densa e sincera. Leggendo le tue parole, emerge un quadro molto chiaro: non sei solo "confusa", sei in una fase di transizione profonda. I tuoi genitori forse faticano a vedere la "nuova te", tuttavia i cambiamenti interni richiedono tempo per diventare visibili all'esterno. Hai affrontato un bypass gastrico e hai perso 30 chili: questa è una prova di forza di volontà enorme. Hai già dimostrato di poter cambiare radicalmente il tuo corpo. Ora si tratta di allineare la tua mente e la tua routine a quel cambiamento.
Buonasera,
la ringrazio per la condivisione così sincera e articolata. Dal suo racconto emerge meno confusione di quanto lei stessa tema e molta più consapevolezza di quella che forse riesce a riconoscersi.
È vero che nel suo passato ci sono stati cambi di direzione e momenti di discontinuità, ma è altrettanto vero che oggi il suo funzionamento è diverso. Il percorso in Filosofia sta procedendo, lei sostiene gli esami e ottiene buoni risultati: questo è un dato concreto, che indica un cambiamento reale. Il rischio è che il suo passato continui a essere usato, come chiave unica di lettura, rendendo difficile vedere ciò che oggi sta costruendo.
Prima ancora di scegliere quale percorso intraprendere in futuro, potrebbe essere utile lavorare sul modo in cui sta nel presente: sulla continuità, sulla capacità di restare nelle cose anche quando l’entusiasmo iniziale cala, e sulla tolleranza delle inevitabili frustrazioni.
Il riconoscimento del bisogno di un percorso psicoterapico è un segnale importante di maturità. La terapia non richiede perfezione, ma offre proprio uno spazio per lavorare su impulsività, discontinuità e bisogno di approvazione.
Un caro saluto.
la ringrazio per la condivisione così sincera e articolata. Dal suo racconto emerge meno confusione di quanto lei stessa tema e molta più consapevolezza di quella che forse riesce a riconoscersi.
È vero che nel suo passato ci sono stati cambi di direzione e momenti di discontinuità, ma è altrettanto vero che oggi il suo funzionamento è diverso. Il percorso in Filosofia sta procedendo, lei sostiene gli esami e ottiene buoni risultati: questo è un dato concreto, che indica un cambiamento reale. Il rischio è che il suo passato continui a essere usato, come chiave unica di lettura, rendendo difficile vedere ciò che oggi sta costruendo.
Prima ancora di scegliere quale percorso intraprendere in futuro, potrebbe essere utile lavorare sul modo in cui sta nel presente: sulla continuità, sulla capacità di restare nelle cose anche quando l’entusiasmo iniziale cala, e sulla tolleranza delle inevitabili frustrazioni.
Il riconoscimento del bisogno di un percorso psicoterapico è un segnale importante di maturità. La terapia non richiede perfezione, ma offre proprio uno spazio per lavorare su impulsività, discontinuità e bisogno di approvazione.
Un caro saluto.
Buonasera,
la ringrazio per aver condiviso una riflessione così articolata e autentica. Dal suo racconto emergono diversi aspetti importanti, che meritano di essere tenuti distinti per non creare ulteriore confusione.
Prima di tutto, è fondamentale riconoscere il lavoro che sta già facendo: il passaggio a Filosofia non è stato un “ennesimo cambio”, ma una scelta più consapevole in un momento di maggiore contatto con sé stessa. Il fatto che oggi stia sostenendo esami, ottenendo buoni risultati e percependo una maggiore continuità indica un cambiamento reale rispetto al passato. Questo non cancella le difficoltà precedenti, ma le contestualizza: in periodi di forte sofferenza psicologica (DCA, intervento bariatrico, instabilità emotiva) la fatica nello studio non è segno di incapacità, bensì di un carico interno molto elevato.
Il suo interesse per Dietistica o Scienze dell’Alimentazione, inoltre, non appare affatto “campato in aria”: nasce da un’esperienza personale intensa e da un interesse autentico per il rapporto mente–corpo, che si intreccia coerentemente con filosofia, psicologia e antropologia. Il punto critico, però, non è cosa scegliere dopo, ma quando e da quale posizione interna farlo. In questo momento sembra che il pensiero sul “dopo” funzioni anche come una via di fuga dall’ansia del presente e dalla paura di “non farcela fino in fondo”.
Il tema centrale che lei stessa coglie molto bene è la dipendenza dall’approvazione genitoriale. I suoi genitori appaiono presenti e protettivi, ma questo ha probabilmente reso più difficile costruire una fiducia interna stabile. È comprensibile che, dopo anni di comportamenti discontinui, facciano fatica a cambiare sguardo rapidamente; allo stesso tempo, è altrettanto comprensibile il suo bisogno di essere vista per ciò che sta diventando, non solo per ciò che è stata. La fiducia, come dice giustamente lei, si costruisce nel tempo attraverso la coerenza, non attraverso spiegazioni o giustificazioni continue.
Anche gli episodi che lei definisce impulsivi (come l’uso della borsa di studio) non vanno letti solo come “errori”, ma come segnali di un funzionamento interno che oscilla tra bisogno di controllo, gratificazione immediata e difficoltà a tollerare l’attesa. Sono dinamiche che non si risolvono con la forza di volontà, ma con una comprensione più profonda di sé.
In questo senso, la sua intuizione è molto lucida: un percorso psicoterapico appare indicato. Non come ulteriore prova da superare o da “portare a termine perfettamente”, ma come spazio stabile in cui lavorare su continuità, identità, autonomia emotiva e rapporto con il futuro. Esistono anche possibilità economicamente più accessibili (servizi universitari, consultori, scuole di specializzazione con tariffe agevolate), che uno specialista può aiutarla a valutare.
In sintesi: prima di prendere decisioni definitive sul percorso accademico successivo, sarebbe utile consolidare il presente, lavorare sui meccanismi che lei stessa riconosce e costruire una direzione che non nasca dall’ansia o dal bisogno di approvazione, ma da una base interna più solida. Approfondire tutto questo con uno specialista può davvero fare la differenza.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la ringrazio per aver condiviso una riflessione così articolata e autentica. Dal suo racconto emergono diversi aspetti importanti, che meritano di essere tenuti distinti per non creare ulteriore confusione.
Prima di tutto, è fondamentale riconoscere il lavoro che sta già facendo: il passaggio a Filosofia non è stato un “ennesimo cambio”, ma una scelta più consapevole in un momento di maggiore contatto con sé stessa. Il fatto che oggi stia sostenendo esami, ottenendo buoni risultati e percependo una maggiore continuità indica un cambiamento reale rispetto al passato. Questo non cancella le difficoltà precedenti, ma le contestualizza: in periodi di forte sofferenza psicologica (DCA, intervento bariatrico, instabilità emotiva) la fatica nello studio non è segno di incapacità, bensì di un carico interno molto elevato.
Il suo interesse per Dietistica o Scienze dell’Alimentazione, inoltre, non appare affatto “campato in aria”: nasce da un’esperienza personale intensa e da un interesse autentico per il rapporto mente–corpo, che si intreccia coerentemente con filosofia, psicologia e antropologia. Il punto critico, però, non è cosa scegliere dopo, ma quando e da quale posizione interna farlo. In questo momento sembra che il pensiero sul “dopo” funzioni anche come una via di fuga dall’ansia del presente e dalla paura di “non farcela fino in fondo”.
Il tema centrale che lei stessa coglie molto bene è la dipendenza dall’approvazione genitoriale. I suoi genitori appaiono presenti e protettivi, ma questo ha probabilmente reso più difficile costruire una fiducia interna stabile. È comprensibile che, dopo anni di comportamenti discontinui, facciano fatica a cambiare sguardo rapidamente; allo stesso tempo, è altrettanto comprensibile il suo bisogno di essere vista per ciò che sta diventando, non solo per ciò che è stata. La fiducia, come dice giustamente lei, si costruisce nel tempo attraverso la coerenza, non attraverso spiegazioni o giustificazioni continue.
Anche gli episodi che lei definisce impulsivi (come l’uso della borsa di studio) non vanno letti solo come “errori”, ma come segnali di un funzionamento interno che oscilla tra bisogno di controllo, gratificazione immediata e difficoltà a tollerare l’attesa. Sono dinamiche che non si risolvono con la forza di volontà, ma con una comprensione più profonda di sé.
In questo senso, la sua intuizione è molto lucida: un percorso psicoterapico appare indicato. Non come ulteriore prova da superare o da “portare a termine perfettamente”, ma come spazio stabile in cui lavorare su continuità, identità, autonomia emotiva e rapporto con il futuro. Esistono anche possibilità economicamente più accessibili (servizi universitari, consultori, scuole di specializzazione con tariffe agevolate), che uno specialista può aiutarla a valutare.
In sintesi: prima di prendere decisioni definitive sul percorso accademico successivo, sarebbe utile consolidare il presente, lavorare sui meccanismi che lei stessa riconosce e costruire una direzione che non nasca dall’ansia o dal bisogno di approvazione, ma da una base interna più solida. Approfondire tutto questo con uno specialista può davvero fare la differenza.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Stai ancora cercando una risposta? Poni un'altra domanda
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.