buonasera. Scrivo qui perché sono molto confusa, ma anche molto motivata. Sto facendo la triennal

20 risposte
buonasera. Scrivo qui perché sono molto confusa, ma anche molto motivata.

Sto facendo la triennale in Filosofia alla Federico II di Napoli e, una volta laureata, sto prendendo in considerazione l’idea di fare un’altra triennale: **Dietistica** oppure **Scienze dell’Alimentazione**. Questa idea nasce anche dal fatto che ho sofferto di disturbi del comportamento alimentare (in particolare alimentazione incontrollata) e ho affrontato un intervento bariatrico. Per forza di cose ho maturato una certa “confidenza” con il tema dell’alimentazione. Allo stesso tempo mi interessano anche psicologia, filosofia, antropologia: capire l’agire umano, i meccanismi mentali, il rapporto tra corpo e mente. Sono passioni che si intrecciano.
Vi racconto però una cosa che mi ha delusa e mi ha fatto dubitare, in un certo senso, delle mie capacità.
Prima di Filosofia ero iscritta a Lettere Moderne. Ho fatto una rinuncia agli studi, poi mi sono riscritta e poi ho rinunciato di nuovo. A Lettere davo pochissimi esami: **tre esami in tre anni**. Era un periodo molto difficile. A un certo punto mi sono guardata dentro e ho capito che dovevo cambiare percorso. Così ho scelto Filosofia.
E qui, finalmente, sta andando **molto meglio**: sto dando gli esami, ho preso anche un voto alto a Filosofia Critica e, in generale, sento che sto costruendo qualcosa.
Il problema è che io, nel tempo, ho cambiato spesso idea. Anche quando mi sono trasferita a Filosofia mi è capitato di pensare: “forse mollo e faccio qualcosa di più medico”, tipo Medicina, Psicologia, Nutrizione… idee un po’ vaghe, lo so. Poi però mi sono detta: **no, devo restare a Filosofia**. Ho iniziato questo percorso e non voglio fallire anche questo. Anche perché i miei studi li pagano i miei genitori e, inoltre, ho ricevuto una borsa di studio.
Oggi ho parlato con mia madre di questa possibilità, cioè fare Nutrizione/Dietistica dopo Filosofia. E lei, in modo brusco (diciamo così), mi ha detto che dico “scemenze”, che cambio sempre idea, che non va bene. Non è stata una vera e propria offesa, ma mi sono sentita sottovalutata. Forse c’è stato anche un fraintendimento: a volte non sono chiara quando parlo e non riesco a spiegarmi bene.
Da un lato capisco che, visto il mio passato, questa critica abbia una base: **è vero, ho cambiato tante volte direzione**, anche per instabilità personale. Dall’altro lato, però, non capisco fino in fondo perché io debba essere sempre letta attraverso quello che ero prima, senza considerare il lavoro che sto facendo adesso.
I miei genitori, in realtà, non mi hanno mai abbandonata. Sono stati presenti, sempre, anche quando ho affrontato il bypass gastrico e ho perso 30 chili. E io riconosco tutto questo. Però sento anche di avere una grande consapevolezza di me stessa, e penso che la fiducia sia una cosa che **si costruisce e si dimostra**: se una persona per anni si è comportata in un certo modo, è normale che gli altri si abituino a vederla così. Ma se inizia a cambiare davvero — e cambiare è difficile, richiede fatica e continuità — allora, col tempo, anche gli altri possono cambiare sguardo.
In questi anni ho cercato tantissimo l’approvazione dei miei genitori. Ho una dipendenza affettiva da loro: sono stati sempre presenti, forse fin troppo, e io mi ritrovo a 25 anni a fare ancora molto affidamento su di loro. Dentro di me convivono tante cose: immaturità, consapevolezza, impulsività.
Un esempio: ho ricevuto circa 2.300 euro della borsa di studio e, invece di conservarli, li ho spesi per un computer Apple e un tapis roulant. Per me non erano “stronzate”: dietro c’erano delle necessità (anche legate all’attività fisica post intervento). Però capisco che, da fuori, queste scelte possano essere viste come impulsive e che possano alimentare la loro preoccupazione. Non è tanto il tapis roulant o il computer in sé: sono **i miei comportamenti** nel complesso.
Un’altra cosa che riconosco è questa: io penso sempre al “dopo”. Al futuro. A cosa farò dopo. E rischio di non vivere mai il presente. Per esempio, ora sono a Filosofia, ma non ho mai frequentato davvero in modo continuativo: magari uno, due, tre giorni e poi smetto. Anche questo dice qualcosa di me e dei meccanismi che ci sono dietro. Quando ne parlo mi rendo conto di tante cose; quando tengo tutto dentro, faccio più fatica, perché ci sono parti di me che lottano tra loro.
E qui arrivo al punto più importante: io sento che ho bisogno di un percorso psicoterapico. Però economicamente non è semplice, e anche se lo fosse, so che i miei genitori hanno paura che io non lo porti a termine, perché in passato non sono riuscita a essere costante neanche con i percorsi psicologici.
Scrivo tutto questo perché vorrei capire come fare a costruirmi una direzione senza ricadere nei miei vecchi schemi, e come smettere di dipendere così tanto dall’approvazione degli altri (soprattutto dei miei genitori). Grazie.
Dott.ssa Anna De Martino
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Salerno
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso una parte così delicata e autentica della sua storia. Dalle sue parole emerge molta consapevolezza, ma anche una fatica reale nel tenere insieme parti diverse di sé: il desiderio di costruire una direzione, il timore di “ricadere” nei vecchi schemi, il bisogno di approvazione e, allo stesso tempo, la spinta verso l’autonomia.
È importante riconoscere un primo dato: oggi lei non è la stessa persona di qualche anno fa. Il fatto che il percorso in Filosofia stia andando meglio, che stia sostenendo gli esami e che riesca a riflettere in modo così lucido sui propri funzionamenti indica un cambiamento già in atto. Spesso, però, chi ci è vicino continua a guardarci attraverso il filtro del passato, non per mancanza di affetto, ma per paura che la sofferenza possa ripresentarsi. Questo può far sentire profondamente svalutati, come è successo a lei.
Il tema che attraversa tutto il suo racconto non è tanto “quale facoltà scegliere”, quanto come costruire una direzione senza che ogni scelta diventi una prova definitiva del proprio valore. Quando il futuro pesa troppo, il presente diventa difficile da abitare; quando l’approvazione degli altri diventa centrale, ogni decisione rischia di trasformarsi in un giudizio su di sé.
Il fatto che lei riconosca la propria impulsività, la dipendenza affettiva dai genitori e la difficoltà nella continuità non è un limite: è un punto di partenza clinicamente molto significativo. Non si tratta di “forzarsi a essere costanti”, ma di comprendere cosa rende la costanza così faticosa e cosa, invece, la aiuta a sentirsi più stabile e fiduciosa.
Il bisogno che esprime di un percorso psicoterapeutico è, a mio avviso, molto coerente con il momento che sta vivendo. Un lavoro terapeutico non serve a “mettere ordine una volta per tutte”, ma a costruire gradualmente un senso di direzione interno, meno dipendente dallo sguardo degli altri e più radicato in ciò che per lei ha valore. Anche le difficoltà economiche e il timore di non riuscire a essere costante possono essere affrontati e pensati insieme, senza giudizio.
Se lo desidera, può essere utile valutare uno spazio di confronto professionale in cui dare voce a queste parti in conflitto e trasformare la sua consapevolezza in scelte più sostenibili nel tempo.
Resto disponibile per un primo colloquio conoscitivo, qualora sentisse il bisogno di approfondire.

Un caro saluto.

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Dott.ssa Jessica Sesti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Buonasera. Quello che emerge con molta chiarezza dal tuo racconto non è confusione, ma un conflitto interno ben strutturato: da una parte una parte di te che oggi sta funzionando, che studia, porta esami, riflette, costruisce; dall’altra una parte più fragile e impulsiva, che in passato ha fatto fatica a reggere continuità, frustrazione e attesa. Il problema non è che “cambi idea”, ma che ogni scelta viene letta, da te e dagli altri, come una prova definitiva del tuo valore, e questo aumenta enormemente la pressione.

Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, sei molto orientata al futuro e al controllo del “dopo”, probabilmente per ridurre l’ansia e il timore di fallire. Ma questo ti allontana dal presente, che è l’unico luogo in cui puoi davvero dimostrare a te stessa (e poi agli altri) che qualcosa è cambiato. Restare a Filosofia oggi non significa rinunciare per sempre a Nutrizione o Dietistica: significa allenare una competenza che per te è centrale, cioè la continuità. La direzione non si costruisce decidendo tutto subito, ma mantenendo comportamenti coerenti nel tempo.

La reazione di tua madre è comprensibile alla luce della tua storia, ma questo non la rende una verità su di te. Lei guarda ai pattern passati; tu stai cercando di costruirne di nuovi. È normale che lo sguardo degli altri arrivi in ritardo rispetto al cambiamento reale. Il punto cruciale, però, è che tu stessa sembri oscillare tra fidarti di ciò che stai diventando e tornare a definirti attraverso ciò che sei stata. Questa oscillazione alimenta la dipendenza dall’approvazione.

Anche gli esempi che fai sul denaro o sulla frequenza universitaria non parlano di “immaturità”, ma di difficoltà nella regolazione: fatica a tollerare l’attesa, bisogno di sollievo immediato, alternanza tra controllo e impulsività. Tutti aspetti che non si risolvono con la forza di volontà, ma con un lavoro terapeutico mirato.

Il fatto che tu riconosca il bisogno di una psicoterapia è un segnale di grande lucidità. Il timore dei tuoi genitori che tu non sia costante è coerente con il passato, ma non deve diventare una profezia che si autoavvera. Anche qui, il cambiamento passa dal fare un passo realistico e sostenibile, non dal dimostrare tutto subito.

Se dovessi sintetizzare il lavoro da fare, non è “scegliere la facoltà giusta”, ma costruire fiducia attraverso piccoli comportamenti ripetuti: presenza, continuità, confini più chiari tra ciò che desideri e ciò che senti di dover dimostrare. La direzione si chiarisce camminando, non anticipando ogni bivio. E il fatto che oggi tu riesca a raccontarti così, con questa profondità, è già parte del cambiamento che stai cercando.
Dott.ssa Giulia Bassi
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Sacrofano
Ciao, ti ringrazio per aver condiviso questa riflessione così densa e sincera. Leggendo le tue parole, emerge un quadro molto chiaro: non sei solo "confusa", sei in una fase di transizione profonda. I tuoi genitori forse faticano a vedere la "nuova te", tuttavia i cambiamenti interni richiedono tempo per diventare visibili all'esterno. Hai affrontato un bypass gastrico e hai perso 30 chili: questa è una prova di forza di volontà enorme. Hai già dimostrato di poter cambiare radicalmente il tuo corpo. Ora si tratta di allineare la tua mente e la tua routine a quel cambiamento.
Dott. Matteo Bianchimano
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Modena
Buonasera,
la ringrazio per la condivisione così sincera e articolata. Dal suo racconto emerge meno confusione di quanto lei stessa tema e molta più consapevolezza di quella che forse riesce a riconoscersi.
È vero che nel suo passato ci sono stati cambi di direzione e momenti di discontinuità, ma è altrettanto vero che oggi il suo funzionamento è diverso. Il percorso in Filosofia sta procedendo, lei sostiene gli esami e ottiene buoni risultati: questo è un dato concreto, che indica un cambiamento reale. Il rischio è che il suo passato continui a essere usato, come chiave unica di lettura, rendendo difficile vedere ciò che oggi sta costruendo.
Prima ancora di scegliere quale percorso intraprendere in futuro, potrebbe essere utile lavorare sul modo in cui sta nel presente: sulla continuità, sulla capacità di restare nelle cose anche quando l’entusiasmo iniziale cala, e sulla tolleranza delle inevitabili frustrazioni.
Il riconoscimento del bisogno di un percorso psicoterapico è un segnale importante di maturità. La terapia non richiede perfezione, ma offre proprio uno spazio per lavorare su impulsività, discontinuità e bisogno di approvazione.
Un caro saluto.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buonasera,
la ringrazio per aver condiviso una riflessione così articolata e autentica. Dal suo racconto emergono diversi aspetti importanti, che meritano di essere tenuti distinti per non creare ulteriore confusione.

Prima di tutto, è fondamentale riconoscere il lavoro che sta già facendo: il passaggio a Filosofia non è stato un “ennesimo cambio”, ma una scelta più consapevole in un momento di maggiore contatto con sé stessa. Il fatto che oggi stia sostenendo esami, ottenendo buoni risultati e percependo una maggiore continuità indica un cambiamento reale rispetto al passato. Questo non cancella le difficoltà precedenti, ma le contestualizza: in periodi di forte sofferenza psicologica (DCA, intervento bariatrico, instabilità emotiva) la fatica nello studio non è segno di incapacità, bensì di un carico interno molto elevato.

Il suo interesse per Dietistica o Scienze dell’Alimentazione, inoltre, non appare affatto “campato in aria”: nasce da un’esperienza personale intensa e da un interesse autentico per il rapporto mente–corpo, che si intreccia coerentemente con filosofia, psicologia e antropologia. Il punto critico, però, non è cosa scegliere dopo, ma quando e da quale posizione interna farlo. In questo momento sembra che il pensiero sul “dopo” funzioni anche come una via di fuga dall’ansia del presente e dalla paura di “non farcela fino in fondo”.

Il tema centrale che lei stessa coglie molto bene è la dipendenza dall’approvazione genitoriale. I suoi genitori appaiono presenti e protettivi, ma questo ha probabilmente reso più difficile costruire una fiducia interna stabile. È comprensibile che, dopo anni di comportamenti discontinui, facciano fatica a cambiare sguardo rapidamente; allo stesso tempo, è altrettanto comprensibile il suo bisogno di essere vista per ciò che sta diventando, non solo per ciò che è stata. La fiducia, come dice giustamente lei, si costruisce nel tempo attraverso la coerenza, non attraverso spiegazioni o giustificazioni continue.

Anche gli episodi che lei definisce impulsivi (come l’uso della borsa di studio) non vanno letti solo come “errori”, ma come segnali di un funzionamento interno che oscilla tra bisogno di controllo, gratificazione immediata e difficoltà a tollerare l’attesa. Sono dinamiche che non si risolvono con la forza di volontà, ma con una comprensione più profonda di sé.

In questo senso, la sua intuizione è molto lucida: un percorso psicoterapico appare indicato. Non come ulteriore prova da superare o da “portare a termine perfettamente”, ma come spazio stabile in cui lavorare su continuità, identità, autonomia emotiva e rapporto con il futuro. Esistono anche possibilità economicamente più accessibili (servizi universitari, consultori, scuole di specializzazione con tariffe agevolate), che uno specialista può aiutarla a valutare.

In sintesi: prima di prendere decisioni definitive sul percorso accademico successivo, sarebbe utile consolidare il presente, lavorare sui meccanismi che lei stessa riconosce e costruire una direzione che non nasca dall’ansia o dal bisogno di approvazione, ma da una base interna più solida. Approfondire tutto questo con uno specialista può davvero fare la differenza.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Gabriella Elmo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno ho letto la Sua email e sono rimasta colpita dalla profonda consapevolezza che ha di se stessa e delle proprie difficoltà. Credo sia opportuno iniziare un percorso terapeutico centrato sulle emozioni che la portano spesso a confliggere con se stessa, ovvero ad esaminare più da vicino ciò che prova nei momenti che inizia un percorso e poi non riesce più a continuare. Un caro saluto dot.ssa Gabriella Elmo
Dott.ssa Giuliana Galise
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Napoli
Ciao mi sembra che hai bisogno di chiarire le idee di tanti aspetti , L università , le tue scelte, il rapporto con i tuoi genitori , il crescere , diventando “grande” e responsabilizzandoti …. Tutto questo oppure parte di questo può diventare l’obiettivo di un buon percorso , cosa che ti sorto a prendere in considerazione. In bocca al lupo.
Dott.ssa Elisa Oliveri
Psicoterapeuta, Psicologo
Torino
Cara ragazza,
per risponderti partirei dal fondo del tuo scritto. Fare terapia non deve diventare un altro task o obiettivo da portare a termine ma uno spazio tutto tuo in cui poterti esprimere e prendere consapevolezze.
Talvolta può accadere di non avere chiara una via inizialmente ma l'importante è non stare fermi e procedere e mi sembra che tu l'abbia fatto anche se con qualche battuta di arresto. Hai scoperto che Lettere non faceva per te mentre con Filosofia le cose sono procedute in modo più spedito. Segui i tuoi interessi e pur nel rispetto e gratitudine verso i tuoi genitori, fai ciò che senti più giusto per te. Potresti lavorare in terapia sulla tua insicurezza e autostima che ti porta talvolta ad essere discontinua. Ti auguro il meglio per il tuo futuro.
Dr. Fabio Ricardi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Come anche tu dici, la tua lunga lettera manifesta una buona consapevolezza di te, delle tue risorse e delle tue difficoltà. Si tratta di tradurre in pratica questa consapevolezza! " La fiducia si costruisce e si dimostra" Giusto, vale anche, e prima di tutto, per la fiducia in te stessa.La fiducia in te la puoi costruire sperimentando che sei capace di fare cose in cui credi, anche se non è detto che rappresenteranno la tua strada per tutta la vita. E' importante quello che tu dici,riguardo alla tua facoltà di filosofia,"sento che sto costruendo qualcosa". Quando avrai completato il tuo triennio potrai dire: ho fatto qualcosa che mi interessava, e l'ho conclusa! Sarà una bella terapia nei confronti della tua più forte tentazione, quella di lasciare le cose a metà. Quanto ai tuoi genitori, devi distinguere tra l'affetto, che è giusto e può durare per tutta la vita, e la dipendenza, che sicuramente va superata perchè non è affatto utile.I tuoi genitori ti possono dare dei consigli anche utili, ma non possono sapere veramente i tuoi interessi e le tue passioni.E poi la vita è tua! Se ho capito bene,hai iniziato già dei percorsi terapeutici per risolvere i tuoi problemi ( e questo e stato giusto), ma sei stata incostante.Naturalmente è lecito csmbiare, ma tieni conti che il terapeuta perfetto non esiste, l'importante è impegnarsi davvero con quella persona concreta con cui hai scelto di lavorare!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Buongiorno,
la ringrazio per aver scritto in modo così aperto e approfondito. Da ciò che racconta emerge una buona capacità di riflessione su di sé, sui propri cambiamenti e sulle difficoltà incontrate, insieme a una motivazione autentica a costruire qualcosa di più stabile e coerente per il futuro.
È comprensibile sentirsi confuse quando convivono bisogni diversi: il desiderio di autonomia, la ricerca di sicurezza, la paura di ripetere schemi passati e, allo stesso tempo, la spinta verso un cambiamento. Il fatto che oggi stia portando avanti il percorso in Filosofia con maggiore continuità e soddisfazione è un elemento significativo, che indica un processo di trasformazione già in atto, anche se non sempre riconosciuto dall’esterno.
I temi che tocca — la difficoltà a separare le proprie scelte dal giudizio e dall’approvazione dei genitori, insieme alla tendenza a proiettarsi costantemente nel “dopo” — meritano uno spazio dedicato e protetto, in cui poter essere esplorati con calma, senza la pressione di dover prendere decisioni definitive nell’immediato.
Un percorso psicoterapico non serve a stabilire cosa fare, ma ad aiutare a comprendere come si costruiscono le scelte, cosa sostiene la continuità e cosa, invece, riattiva vecchi schemi. Anche il timore di non riuscire a essere costante può diventare parte del lavoro, senza giudizio.
Resto a disposizione. per qualsiasi chiarimento.
Un saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dott.ssa federica pomente
Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Roma
Buongiorno, ho letto con interesse quello che scrivi. Rispetto all'esigenza che avverti di fare un percorso di psicoterapia, puoi cercare delle soluzioni economicamente accessibili (es. sportello universitario, pubblico o colleghi che offrano prestazioni a prezzi calmierati). Credo che sia importante, se deciderai di iniziare un percorso psicoterapeutico, che tu faccia un accordo con la persona che ti seguirà di non lasciare la terapia nei primi momenti di difficoltà. Mi sembra da ciò che scrivi la tua difficoltà non sia tanto scegliere, quanto piuttosto restare nelle scelte che fai anche quando vivi momenti di incertezza, confusione, dubbio, delusione o frustrazione. Il fatto che tu abbia portato a termine con successo il post intervento indica che hai forza di volontà e determinazione e che sei in grado di raggiungere ciò che desideri. La terapia può essere per te un luogo dove imparare a restare anche quando non stai bene e non solo un luogo per capire, hai già un'ottima capacità di riflettere su di te e consapevolezza delle tue difficoltà.
Dott.ssa Jessica Ceccherini
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Gentile Utente,
la confusione che descrive non è in contrasto con la motivazione che sente: spesso le due cose convivono, soprattutto quando una persona sta cercando davvero di capire chi è e che direzione dare alla propria vita. Dal suo messaggio emerge una grande capacità di riflessione, di autocritica e anche di riconoscimento dei propri limiti, insieme però al desiderio molto forte di non restare bloccata nei “vecchi schemi”.

Nel suo racconto si intrecciano molti livelli: il tema della scelta e della stabilità, il rapporto con il corpo e con l’alimentazione, il bisogno di approvazione, la dipendenza affettiva dai genitori, l’impulsività e, insieme, una forte consapevolezza di sé. Non c’è qualcosa di “sbagliato” in questa coesistenza: sono parti che stanno cercando un modo per dialogare tra loro, e quando questo dialogo manca, il rischio è che una parte prenda il sopravvento sull’altra, soprattutto nei momenti decisionali.

Il punto che lei coglie molto bene è quello del tempo: essere spesso proiettata sul “dopo” può rendere difficile abitare davvero il “qui e ora”, anche nello studio, nella frequenza, nelle scelte quotidiane. Questo non è un difetto morale, ma un funzionamento che può essere compreso e, nel tempo, trasformato.

Rispetto alla psicoterapia, il fatto che lei senta il bisogno di un percorso è già un segnale di responsabilità verso se stessa. La paura, sua e dei suoi genitori, legata alla continuità non va negata né combattuta, ma portata dentro il lavoro stesso: anche la difficoltà a mantenere costanza, la tendenza a interrompere o a spostarsi, possono diventare oggetto del percorso, non un ostacolo che lo esclude a priori.
La terapia non richiede di “essere già pronti”, ma di essere disponibili a osservare ciò che accade, anche quando si fa fatica.

Un percorso psicoterapico potrebbe offrirle uno spazio stabile in cui lavorare proprio su questi nodi: come costruire una direzione senza che ogni scelta diventi definitiva o schiacciante; come differenziare il suo desiderio da quello dei genitori senza sentirsi in colpa; come rafforzare un senso di fiducia interna che non dipenda esclusivamente dallo sguardo dell’altro. Anche il tema economico e quello della sostenibilità possono essere affrontati insieme, valutando possibilità realistiche e compatibili con la sua situazione.

Cordiali Saluti
Dr.ssa Jessica Ceccherini
Dott.ssa Maria Carla del Vaglio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Napoli
Buonasera,
la ringrazio per aver condiviso una riflessione così articolata e onesta. Dalle sue parole emerge una persona che sta lavorando seriamente su di sé e che, pur nella fatica, sta costruendo una maggiore consapevolezza del proprio funzionamento.

È importante distinguere due piani che nella sua esperienza tendono a sovrapporsi. Da un lato c’è il tema delle scelte di studio e professionali, dall’altro c’è il tema più profondo della stabilità interna, del rapporto con l’approvazione dei genitori e della continuità nel tempo. Spesso il rischio è di leggere il primo come causa del secondo, quando in realtà accade il contrario: non è tanto l’indecisione sugli studi a creare instabilità, quanto una difficoltà più generale nel tollerare l’incertezza, nel restare nel presente e nel fidarsi dei propri processi di crescita.

Il fatto che a Filosofia oggi le cose stiano andando meglio non è un dettaglio secondario. Indica che qualcosa è cambiato, non solo nelle condizioni esterne ma nel suo modo di stare in un percorso. Tuttavia è comprensibile che chi le è accanto continui a guardarla attraverso la lente del passato. La fiducia, come lei stessa intuisce, non si chiede né si spiega, ma si costruisce nel tempo attraverso comportamenti coerenti e ripetuti. Questo richiede pazienza, soprattutto quando i cambiamenti sono reali ma ancora giovani.

Per quanto riguarda l’interesse verso ambiti come dietistica, nutrizione o psicologia, non c’è nulla di patologico nel sentire attrazione per aree che intrecciano corpo, mente e significato. Il punto non è decidere ora cosa farà “dopo”, ma riuscire a restare in ciò che sta facendo adesso, portandolo avanti con continuità. Pensare costantemente al futuro può diventare una strategia per non stare nel presente, soprattutto quando il presente attiva ansia o timore di fallire.

Lei riconosce bene alcuni suoi meccanismi, come l’impulsività, la difficoltà nella costanza, la dipendenza affettiva dai genitori. Questa capacità di auto-osservazione è una risorsa importante, ma da sola non basta. È proprio qui che un percorso psicoterapico può avere senso, non come risposta a un’emergenza, ma come spazio stabile in cui lavorare sulla costruzione di una direzione interna, sull’autonomia emotiva e sulla capacità di portare avanti scelte nel tempo.

La preoccupazione dei suoi genitori rispetto alla continuità è comprensibile, ma non dovrebbe diventare un motivo per rinunciare a prendersi cura di sé. Esistono percorsi sostenibili anche dal punto di vista economico, e la costanza non è un prerequisito da dimostrare prima, ma qualcosa che si costruisce all’interno della relazione terapeutica.

In sintesi, più che chiedersi quale sarà la scelta giusta per il futuro, potrebbe essere utile concentrarsi su come restare, oggi, in ciò che ha scelto, e su come diventare progressivamente meno dipendente dallo sguardo altrui per sentirsi legittimata. Questo lavoro non si fa da soli, e il fatto che lei ne senta il bisogno è già un segnale di maturazione, non di fallimento.

Resto a disposizione per qualunque confronto o necessità.
Un caro saluto!
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buonasera,
la ringrazio per aver condiviso una riflessione così profonda e sincera. Dalle sue parole emerge una buona capacità di auto-osservazione e una maggiore consapevolezza rispetto al passato.

Il fatto che oggi il percorso in Filosofia stia procedendo meglio non è secondario: indica che qualcosa è cambiato e che sta sperimentando una continuità possibile. È comprensibile che i suoi genitori, conoscendo la sua storia, fatichino a cogliere subito questo cambiamento; spesso le famiglie restano ancorate all’immagine della persona nel momento di maggiore fragilità.

Il nodo centrale del suo racconto sembra riguardare meno la scelta del percorso di studi e più il rapporto tra bisogno di approvazione, paura di fallire, impulsività e difficoltà a restare nel presente. Pensare continuamente al “dopo” può essere un modo per gestire l’ansia, ma rischia di indebolire l’investimento su ciò che sta costruendo ora.

L’interesse per alimentazione, corpo e mente è comprensibile, soprattutto alla luce della sua storia personale; tuttavia, sarebbe importante che eventuali scelte future nascessero da un desiderio più stabile e non da un’urgenza o da una pressione interna.

Il fatto che lei riconosca il bisogno di un percorso psicoterapico è un segnale di maturazione. La continuità non è un prerequisito, ma qualcosa che si costruisce all’interno della relazione terapeutica. Anche iniziare con modalità più sostenibili può essere un primo passo utile.

Un lavoro psicologico potrebbe aiutarla a consolidare ciò che sta funzionando, ridurre la dipendenza dall’approvazione esterna e dare spazio a una direzione più chiara e sentita.

Un saluto.

Fabio
Dott.ssa Denise Spalice
Psicoterapeuta, Psicologo
Giugliano in Campania
Mi verrebbe da dire che tu non sei “quella che cambia sempre idea”, ma una persona che sta imparando, forse per la prima volta, a restare.
Probabilmente restare ora a Filosofia è una scelta sana. Non perché “devi finirla a tutti i costi”, ma perché stai sperimentando continuità, stai avendo riconoscimenti e stai costruendo la tua identità.
Pensare dopo ad altri percorsi di studi non è incoerenza, ma una possibile integrazione futura, a patto che:
non diventi una fuga dal presente;
non sia vissuta come “la vera me” contrapposta a quella attuale.
Una domanda interessante potrebbe essere non è “cosa farai dopo?”, ma: “riesci a restare dove sei senza autosabotarti?"
Dott.ssa Giulia Antonacci
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente, dalle sue parole emerge una persona molto riflessiva, capace di osservare se stessa con lucidità, ma anche attraversata da conflitti interni comprensibili, soprattutto alla luce delle difficoltà affrontate negli anni e del forte legame con i suoi genitori. Il fatto che oggi il percorso in Filosofia stia procedendo meglio non è un dettaglio secondario: indica che qualcosa è cambiato nel suo modo di stare nello studio e nelle scelte. È naturale che il passato continui a influenzare lo sguardo dei suoi genitori, così come è naturale che lei senta il bisogno di essere vista per ciò che sta costruendo ora. La fiducia, come dice giustamente, non si chiede: si costruisce nel tempo, attraverso la continuità dei comportamenti, più che attraverso le spiegazioni. Il suo interesse per l’alimentazione, il corpo, la mente e l’agire umano non appare come una contraddizione rispetto alla Filosofia, ma come un intreccio coerente di domande che la riguardano anche sul piano personale. Il punto centrale, forse, non è decidere subito “cosa fare dopo”, ma imparare a restare nel percorso attuale, dandogli tempo e struttura, senza che il futuro diventi una fuga dal presente. Rispetto alla dipendenza dall’approvazione dei genitori, il passaggio verso una maggiore autonomia non è un atto improvviso, ma un processo graduale: riguarda anche il tollerare che gli altri possano dubitare mentre lei, passo dopo passo, prova a essere costante. In questo senso, un percorso psicoterapico potrebbe rappresentare uno spazio protetto per lavorare proprio su questi schemi ricorrenti, sulla difficoltà di mantenere continuità e sul rapporto tra impulsività e consapevolezza. Le difficoltà avute in passato non escludono la possibilità che oggi l’esperienza possa essere diversa. Si prenda sul serio, ma con gentilezza: costruire una direzione non significa avere tutto chiaro subito, bensì imparare a stare nelle scelte fatte abbastanza a lungo da capire se sono davvero sue. Un caro saluto.
Dott. Emiliano Perulli
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Lecce
Gentile,
Quello che descrive è un percorso personale ricco, complesso e in evoluzione, in cui desideri, interessi e bisogni diversi convivono e a volte si sovrappongono. È comprensibile che questo generi confusione, soprattutto quando si sente di aver cambiato spesso direzione e quando il giudizio degli altri — in particolare dei genitori — pesa molto sul modo in cui guarda a sé stessa.
Dalle sue parole emerge però anche un elemento importante: negli ultimi anni sta costruendo maggiore consapevolezza, sta portando avanti gli studi con continuità e sta iniziando a riconoscere i meccanismi che la fanno oscillare tra entusiasmo e dubbio. Questo è già un segnale di cambiamento, anche se non sempre viene riconosciuto da chi le è vicino.
In situazioni come questa non si tratta tanto di scegliere subito ‘la strada giusta’, quanto di comprendere meglio cosa la muove, quali parti di sé chiedono spazio, quali faticano a restare costanti e come il bisogno di approvazione influenzi le sue decisioni. Un percorso psicologico può aiutarla a dare forma a tutto questo, a distinguere ciò che nasce da un reale desiderio da ciò che invece è una risposta a insicurezze o aspettative esterne, e a costruire una direzione più stabile senza sentirsi definita dal passato
Dott.ssa Valeria Baldi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Napoli
Le questioni che porta sono indubbiamente complesse, ma possono essere esplorate all'interno di un percorso sistemico relazionale, che ci permetterebbe di comprendere più a fondo quali dinamiche si attivano nella relazione con i nostri genitori, con i nostri familiari, con noi stessi. Cosa mi ferisce e/o mi spaventa nelle risposte di mia madre? Mi è capitato di sentirmi in questo modo in passato, anche quando ero più piccola?
Gentile utente,
grazie per aver condiviso il tuo percorso e la tua esperienza. Sei una ragazza giovane e in gamba, nonostante i cambi, i dubbi (leciti) che puoi aver avuto durante la tua strada. Quello che chiedi ("come fare a non ricadere nei vecchi schemi e a non dipendere così tanto dall'approvazione degli altri") riguarda proprio un lavoro psicoterapeutico importante, complesso e delicato che non può essere racchiuso in poche righe.
Se hai difficoltà dal punto di vista economico, si può trovare un accordo col professionista (es pagare ogni due sedute), fare sedute più distanziate, ma è molto importante che tu possa trovare il tuo spazio di ascolto e condivisione per lavorare su questi temi.

Io sono disponibile anche con colloqui online.

Buona ricerca!

dr.ssa Andreina Piscitelli
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

potrebbe pensare di intraprendere un percorso di psicoterapia magari trovando un lavoretto che le consenta di pagarselo da se. Darebbe a se stessa la possibilità di fare ciò che desidera assumendo cosi su di se la responsabilità di poter portare avanti sino in fondo qualcosa come la psicoterapia. Una piccola autonomia finanziaria sarebbe un primo punto di partenza verso una svolta per la autonomia.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara

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