Domande del paziente (72)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gelosia, invidia rappresentano sfumature di una stessa emozione: timore di essere esclusa, di perdere, di smettere di esistere nella mente dell'altro.
Per lasciar andare bisogna aver fiducia di poter...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Che bello potersi interrogare in modo così costruttivo sulla Fiducia.
Lo si impara fin da piccolissimi cosa si prova a fidarsi di qualcuno: piango e la mamma mi nutre. Bellissimo, comunicazione efficace,...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, capisco il suo disagio: nei disturbi d’ansia, ossessivi e alimentari è frequente che i familiari vengano coinvolti in rituali di rassicurazione. All’inizio sembrano aiutare, ma nel tempo mantengono... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo profondamente il suo smarrimento: ciò che descrive non è raro in chi ha vissuto ansia intensa e attacchi di panico. Anche dopo un buon recupero, alcune paure “legate al trauma” possono... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
grazie per aver descritto così chiaramente ciò che sta vivendo: nel DOC è molto comune che un episodio del tutto innocuo dal punto di vista medico diventi il “punto di aggancio” di un’ossessione....
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso una storia così personale: farlo richiede già molto coraggio.
La vergogna che descrive è un’emozione complessa e profonda, che nasce spesso quando il nostro valore viene messo...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che racconti è molto comprensibile. Quando emerge un problema di gioco d’azzardo non riguarda solo chi gioca, ma anche chi gli sta accanto. È normale sentirsi scossi, arrabbiati, delusi,...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è molto più comune di quanto si pensi e capisco bene quanto possa diventare logorante quando un sintomo è continuo, fastidioso e apparentemente “inspiegabile”. Rispondo... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
la situazione che descrive è comprensibilmente molto faticosa. Entrare nell’azienda di famiglia non è solo un passaggio professionale: è anche un passaggio emotivo, identitario e relazionale....
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Utente, quello che descrive è un conflitto molto comune nelle coppie, ma raramente riguarda solo l’organizzazione domestica. Spesso dietro discussioni ripetitive su “chi fa cosa” ci sono bisogni... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
nella situazione che descrive il rischio di gravidanza è molto basso. Gli spermatozoi sopravvivono poco tempo fuori dal corpo e perdono rapidamente vitalità quando il liquido seminale si asciuga...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, i sintomi che descrive – dita che diventano bianche e fredde, sensazione di bruciore ai piedi, dolore alle mani – possono avere diverse possibili spiegazioni. In alcuni casi queste manifestazioni... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente, dal suo racconto emerge una situazione molto faticosa, che dura ormai da diverso tempo e che sembra aver creato una sorta di blocco relazionale nella coppia. Quando un evento di rottura... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dal racconto che fa emerge una storia molto complessa e dolorosa, caratterizzata da traumi relazionali ripetuti nel tempo, dinamiche familiari disfunzionali e un’esperienza di relazione abusante.... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è molto più comune di quanto si pensi, soprattutto nei percorsi di PMA (procreazione medicalmente assistita). Anche persone che non hanno mai avuto particolari difficoltà... Altro
Il mio ragazzo fuma e lo facevamo anche insieme e io sono incinta di 26 settimane quindi dalla scoperta cambio vita lui diceva di volere il bambino e che era contento ma poi ha cominciato a vivere per strada e io sono stata con lui a causa di vari litigi con nostre famiglie fin che ho potuto poi sono tornata da mio padre e mi ha accusata di averlo lasciato solo e che se non fossi andata con lui mi avrebbe lasciata.. non si fa sentire per settimane e mi ha contattata dopo 15 giorni per chiedere della gravidanza alla mia risposta "stiamo bene" non ha risposto ed è scomparso di nuovo.. senza lui soffro ma dovrà capire in qualche modo gli errori che sta commettendo è che è lui a lasciarmi sola e a non aiutarmi su nulla.. l' unica cosa che ha fatto mi ha accompagnato una volta a una visita e poi si è messo anche ad urlare per poi andare via però poi dice che non vede l'ora di vedere il figlio e che ci ama e poi di nuovo scappa..mi confonde
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, prima di tutto voglio dirle una cosa importante: ha già fatto il primo passo più difficile, cioè riconoscere che c’è un problema e dare un nome a ciò che sta vivendo. Questo è un segnale di consapevolezza e di forza, non di debolezza.
Dal suo racconto emerge una situazione molto confusiva e dolorosa, fatta di presenze e assenze, promesse e comportamenti incoerenti. È comprensibile che questo la faccia stare male e la lasci in uno stato di incertezza. Allo stesso tempo, è importante partire da un dato concreto: oggi lei si trova spesso sola e non supportata in un momento della vita molto delicato.
Mi sembra di cogliere che sia una persona giovane, e in questa fase della vita sta accadendo qualcosa di molto grande: le priorità stanno cambiando. Non ci sono più solo i suoi bisogni, i dubbi o le emozioni legate alla relazione, ma anche la responsabilità e la cura di un bambino che sta arrivando. Questo non significa dimenticare se stessa, ma anzi proteggere entrambe le vostre esigenze.
Il comportamento del suo compagno, per come lo descrive, è altalenante e poco affidabile. Più che aspettare che lui “capisca”, può essere utile chiedersi:
di cosa ho bisogno io oggi per stare meglio e per prendermi cura di me e del mio bambino?
In questo momento è fondamentale non restare sola. Le suggerisco di rivolgersi ai servizi gratuiti del territorio, come il consultorio familiare:
1) può trovare supporto psicologico
2) confrontarsi con ostetriche
3) partecipare a corsi di accompagnamento alla nascita
4) avere uno spazio sicuro dove essere ascoltata senza giudizio
Questi servizi sono pensati proprio per accompagnare donne in gravidanza, soprattutto quando la situazione è complessa.
Dal suo messaggio emerge anche una risorsa molto importante:
è riuscita a tornare a casa di suo padre quando la situazione non era più sostenibile, fosse anche solo per il bisogno sacrosanto di un tetto dove stare
è consapevole di ciò che non le fa bene
Queste sono basi fondamentali per uscire da un possibile loop relazionale disfunzionale.
Con il giusto supporto, può davvero costruire un contesto più stabile e sicuro per sé e per il suo bambino. Non è semplice, ma è possibile.
Un caro saluto.
Gentile Terapeuta,
Ho 67 anni e sono un uomo laureato, separato con una figlia, pensionato.
Sono stato diagnosticato con ipotiroidismo, ipertensione e leucemia linfatica cronica.
Inoltre, sono stato diagnosticato con AuDHD (ADHD e Autismo di livello 1), nonché con un Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso (C-PTSD).
La mia infanzia è stata segnata da un ambiente difficile, con un padre con schizofrenia residuale e una madre con narcisismo patologico. Questo ha portato a un trauma indotto che ha avuto conseguenze profonde sulla mia vita.
Il meccanismo del trauma ha coinvolto il rifiuto e l'anaffettività da parte dei genitori, aggressioni fisiche e psicologiche, violenze fisiche e verbali, isolamento autoindotto come difesa e isolamento subito come punizione, svalutazione subita.
Le conseguenze del trauma sono state numerose, tra cui un bisogno impulsivo di valutazione e accettazione esterna, disforia sensibile al rifiuto, costante sensazione di pericolo, stato persistente di iperallerta, stress elevato, disgrafia reattiva, isolamento sociale e difficoltà a gestire ed esprimere le emozioni.
Ho studiato a fondo il mio caso e le mie conclusioni nascono da diagnosi specialistiche oltre che da un'analisi logica dei fatti.
Non cerco un terapeuta che metta in dubbio la mia diagnosi, ma qualcuno che parta da queste basi per aiutarmi a gestire il corpo e le emozioni. Io porto la conoscenza di me, il terapeuta porta gli strumenti tecnici per la regolazione del mio sistema nervoso.
Ho già affrontato anni di terapia della parola che hanno portato solo a re-traumatizzazione e svalutazione intellettuale.
Non voglio raccontare storie o ricevere consigli morali, ma vorrei lavorare sulla neurobiologia del trauma.
Cerco un lavoro puramente bottom-up basato sulla titolazione delle sensazioni fisiche.
Mi chiedo se Lei sia in grado di guidarmi in una sessione di desensibilizzazione somatica senza che io debba esporre la narrazione dei miei traumi e riaprire ancora una volta il Vaso di Pandora.
La mia anamnesi è contenuta nelle diagnosi ricevute (ADHD, PTSD).
Per ogni dettaglio tecnico ulteriore, posso fornire documentazione clinica, ma non intendo procedere con un resoconto verbale degli eventi traumatici, poiché il mio sistema nervoso reagisce con re-traumatizzazione e shutdown.
Spero di trovare un terapeuta che possa aiutarmi a lavorare sulla mia neurobiologia del trauma e a gestire il mio sistema nervoso in modo più efficace.
Grazie.
Cordiali saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
la ringrazio per la chiarezza con cui descrive il suo funzionamento e i suoi bisogni: emerge una consapevolezza molto solida, soprattutto rispetto alla necessità di un lavoro centrato sul corpo e sulla regolazione del sistema nervoso.
In relazione alla sua domanda, è importante sottolineare che l’EMDR è oggi uno dei trattamenti con maggiore evidenza scientifica per il trauma, incluse le forme più complesse come il C-PTSD. Tuttavia, nel trauma complesso l’EMDR non è semplicemente una tecnica di “desensibilizzazione”, ma un modello strutturato e graduale, che parte proprio da ciò che lei sta cercando: il lavoro bottom-up.
In particolare: le prime fasi del protocollo EMDR sono dedicate a stabilizzazione, regolazione e sviluppo di risorse (grounding, orientamento corporeo, sicurezza interna).
È possibile lavorare inizialmente senza entrare nella narrazione dettagliata dei traumi, utilizzando il corpo come via di accesso (sensazioni, attivazione, segnali somatici).
Si utilizzano tecniche di titolazione e pendolazione, cioè piccoli passaggi tra attivazione e risorsa, per evitare il rischio di sopraffazione o shutdown.
Solo quando il sistema nervoso è sufficientemente regolato, si può eventualmente accedere alla rielaborazione, sempre in modo controllato e rispettoso dei limiti della persona.
Nei quadri complessi come il suo, l’obiettivo iniziale non è “riaprire il passato”, ma ampliare la finestra di tolleranza, ridurre l’iperallerta e costruire una maggiore capacità di autoregolazione. In questo senso, l’EMDR integra in modo naturale un lavoro bottom-up e top-down, senza richiedere necessariamente un’esposizione narrativa diretta.
È anche importante dire che, nel trauma complesso, il fattore di efficacia non è solo la tecnica, ma la possibilità di costruire una relazione terapeutica stabile e sintonizzata, che permetta al sistema nervoso di sperimentare sicurezza mentre si lavora sulle attivazioni.
La direzione che sta cercando – un lavoro sul corpo, titolato e non retraumatizzante – è quindi assolutamente compatibile con un approccio EMDR, se condotto da un professionista formato sul trauma complesso.
Le auguro di trovare uno spazio terapeutico che possa rispettare pienamente questi aspetti e accompagnarla in modo sicuro nel lavoro di regolazione.
Un cordiale saluto.
ho perso 40 kg con il by pass gastrico fatto il 14 ottobre 2025 .
però ovviamente ci tengo a sottolineare che a livello gastrico la fame è contenuta perchè la capienza di cibo nello stomaco è decisamente minore rispetto a prima .
sono molto felice di aver perso peso ok.. ma comunque la fame emotiva è ancora viva e le emozioni sono ancora intense talmente tanto che delle volte mangio un pochettino in più , non come prima ma ci sono ovviamente quei momenti .
allora io oggi scrivo qui 1 perchè penso che tutto si può risolvere nella vita . Questi disturbi purtroppo sono dei disturbi dell animo più che della mente .. dell animo perchè dal mio punto di vista chi mangia tanto , chi si abbuffa nasconde dentro di sè un mondo molto caotico , pieno di incomprensioni , a volte a mio parere anche strano perchè non viene capito da nessuno .
pensate che io che per anni ho combattuto contro il mostro dell obesità , io che per tanto tempo mi sono odiata allo specchio e disprezzata ... mi sento certe volte ancora quella di prima .
ho una famiglia molto malsana che nonostante ciò mi vuole bene ok ma è letteralmente malsana e disfunzionale .
mia mamma non accetta il mio cambiamento fisico , a primo impatto penso che sia gelosa .
ATTENZIONE , NON DICO CHE È GELOSA PERCHÈ È CATTIVA .. CI MANCHEREBBE , È MIA MADRE , ma secondo me dato che è stata per molto tempo abituata a vedermi in un certo modo con una coperta di grasso metaforicamente parlando che nascondeva la mia vera personalità , ora mi vede diversa , solare , energica , positiva etc... e quindi lei riflettendoci bene non è che non mi accetta ma ancora non deve abituarsi a questa nuova immagine di me cambiata , diversa ma non del tutto perchè nonostante il mio dimagrimento io sono sempre silvana .. silvana che ha delle passioni , silvana che ha degli interessi , degli obiettivi di vita importanti che vuole raggiungere .
Il rapporto tra me e mia madre non è mai stato dei migliori , tra me e lei è stato presente sempre un grande conflitto . Ricordo ancora che quando ero molto piccola lei mi diceva di non mangiare troppo , di stare attenta alla linea , parlava sempre del fisico magro e asciutto perchè anche lei è stata sempre fissata con la linea ... sempre .
mio padre è diversi da mamma , è più positivo , prende la vita più con il sorriso ma secondo me si lascia influenzare parecchio dalla negatività di mamma ...
mamma purtroppo non cambierà mai , questo lo devo accettare .
però quello che voglio dire è che non posso cambiare io chi non vuole cambiare , ognuno deve assumersi la propria responsabilità al cambiamento ma prima ancora deve avere consapevolezza di avere un Problema e mia mamma non ha questa consapevolezza e a me non frega perchè io voglio godermi la mia rinascita e pensare a me stessa , alla mia vita e ai miei obiettivi
via le persone negative ....
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno Silvana, dal suo racconto emerge un passaggio molto importante: ha intrapreso un cambiamento concreto e significativo, e questo merita di essere riconosciuto. Perdere 40 kg, affrontare un intervento e iniziare a prendersi cura di sé in modo diverso è un risultato importante, che parla di determinazione e risorse.
Allo stesso tempo, ciò che descrive è altrettanto vero: il tema dell’alimentazione non è solo fisico.
Fin dalle prime fasi della vita – già in epoca intrauterina e nei primi legami di accudimento – il nutrimento è profondamente legato alla relazione. Mangiare non è solo introdurre cibo, ma è anche essere nutriti, visti, riconosciuti.
Le relazioni costruiscono nel tempo quelle che possiamo immaginare come delle “lenti”: attraverso di esse interpretiamo noi stessi, il nostro valore e il mondo. Se il legame è stato ambivalente, critico o conflittuale, è possibile che anche il rapporto con il cibo si carichi di significati emotivi complessi.
È molto interessante anche la riflessione che fa su sua madre. Spesso, per poter mantenere un legame importante, la mente tende a mettere in primo piano gli aspetti più accettabili dell’altro, attenuando il disagio o il “fastidio” che alcune dinamiche possono generare. Questo avviene per proteggersi da costi emotivi percepiti come troppo alti, come:
1) il rischio di allontanamento
2) i silenzi vissuti come punitivi
3) il senso di colpa
Per questo il comportamento alimentare è così complesso: coinvolge corpo, emozioni, storia relazionale e funzionamento psicologico.
Il fatto che oggi lei riesca a dire: “voglio godermi la mia rinascita e pensare a me stessa” è un passaggio fondamentale. Non significa escludere gli altri, ma iniziare a dare spazio ai propri bisogni e al proprio benessere.
Per sostenere questo percorso, può essere utile lavorare su piccoli strumenti quotidiani:
1) Rinforzare le scelte sane, senza cercare la perfezione: ogni scelta consapevole è un passo nella direzione giusta
2) Distinguere fame fisica e fame emotiva, imparando a fermarsi un attimo prima di mangiare e chiedersi “di cosa ho davvero bisogno in questo momento?”
3) Introdurre movimento regolare, soprattutto in questa stagione: camminate all’aperto, anche brevi, aiutano non solo il corpo ma anche a “schiarire” i pensieri e ridurre la tensione emotiva
4) Mantenere il focus su obiettivi piccoli e raggiungibili, giorno per giorno, senza sovraccaricarsi.
Sta facendo un lavoro importante, che non riguarda solo il peso ma la costruzione di un nuovo modo di stare con sé stessa. È un percorso che richiede tempo, ma la direzione che ha intrapreso è significativa.
Un caro saluto.
Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.
Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.
Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.
Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.
La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
(scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, dal suo racconto emerge un legame emotivamente molto intenso, costruito nel tempo attraverso presenza quotidiana, condivisione profonda, ascolto reciproco e senso di riconoscimento. È comprensibile che oggi lei si senta spaesata: non sta vivendo solo la fine di una relazione affettiva, ma anche la perdita di una figura che era diventata un riferimento importante nella sua quotidianità.
C’è un passaggio molto significativo nelle sue parole:
“Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero.”
Spesso ciò che rende così forte un legame non è soltanto l’aspetto romantico o sessuale, ma il fatto che l’altro riesca a toccare bisogni profondi: sentirsi riconosciuti, compresi, scelti, emotivamente “a casa”. Quando questo accade, il distacco può attivare una sofferenza molto intensa e una sensazione di vuoto.
Allo stesso tempo, è importante osservare anche la complessità della situazione. Quest’uomo sembra aver vissuto un conflitto interno reale: da una parte il forte coinvolgimento con lei, dall’altra il mantenimento di una relazione precedente e la difficoltà ad assumersi fino in fondo il rischio di un cambiamento. Questo tipo di ambivalenza può creare rapporti molto intensi ma anche molto faticosi, perché si vive costantemente in un equilibrio instabile.
Lei scrive una cosa molto matura: “Una scelta del genere deve partire da lui.”
Ed è vero. Non possiamo costruire una relazione piena solo sulla profondità del legame emotivo se l’altra persona, pur coinvolta, non riesce o non vuole fare un passaggio concreto verso una reale reciprocità progettuale.
In questo momento probabilmente il dolore più grande non riguarda solo “lui”, ma anche ciò che questa esperienza ha rappresentato: la possibilità di sentirsi profondamente connessa, la speranza di essere scelta e l’idea che potesse esistere uno spazio relazionale autentico e raro.
Per questo è importante non svalutare ciò che ha vissuto (“era solo una situazione complicata”), ma nemmeno perdere di vista un aspetto fondamentale: un legame può essere autentico e significativo anche se non riesce a trasformarsi in una relazione possibile.
Adesso il rischio maggiore è restare intrappolata nelle domande (“e se…?”, “cosa sarebbe successo?”). Fa parte dell’elaborazione, ma sarà importante, pian piano, riportare l’attenzione anche su di sé: su ciò che questa relazione ha acceso, sui bisogni profondi che ha fatto emergere e su cosa desidera davvero per il suo futuro affettivo.
Da come scrive emerge una persona riflessiva, capace di legami profondi e con una buona consapevolezza emotiva. Queste sono risorse importanti anche per attraversare questa fase dolorosa senza perdere il valore dell’esperienza vissuta.
Un caro saluto.
Soffro da più di 35 anni di anginofobia. ultimamente molto peggiorata per problemi gravi di salute di mia moglie, ipocondria e stress, emetofobia, problemi personali e lavorativi, inoltre ho una figlia di 7 anni. praticamente quando capitano quei momenti, io porto il cibo in fondo alla gola, non effettuo il riflesso della deglutizione e sento il bolo che per inerzia incomincia a scivolare giù nella tracha, al ché vado in panico e bevo dell acqua sperando che riattivi il riflesso, perché se non riparte e il cibo va giù va in soffocamento (penso), altra modalità io vado per ingoiare e stringo la gola e la lingua emettendo quasi un rantolo per non lasciare andare il cibo verso il suo naturale percorso.
Oggi non è siccesso, solo verso la fine, leggerissimamente percepivo che potesse accadere ma ho tenuto duro, ho detto a mia moglie di non alzarsi da tavola senza di me, ma così al momento non è vita
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da ciò che descrive emerge una sofferenza molto intensa e, soprattutto, estremamente limitante nella vita quotidiana. Dopo oltre 35 anni di convivenza con questa paura, e con un recente aumento di stress legato a eventi importanti (salute di sua moglie, preoccupazioni personali e lavorative, responsabilità familiari), è comprensibile che il sistema sia entrato in uno stato di maggiore allerta.
Nel suo racconto colpisce un aspetto molto importante: sembra essersi creato un circolo tra paura, ipercontrollo e sintomo fisico. Quando arriva il timore di soffocare, l’attenzione si concentra in modo totale sulla deglutizione: il cervello inizia a monitorare ogni movimento della gola, della lingua e del cibo. Ma la deglutizione è un processo che normalmente avviene in modo automatico; quando cerchiamo di controllarlo volontariamente in ogni passaggio, può diventare meno fluido e aumentare ulteriormente l’ansia.
È un po’ come quando improvvisamente ci chiediamo: “Sto respirando bene?” e iniziamo a controllare ogni respiro. Più controlliamo, più il gesto naturale si altera.
Un altro passaggio molto significativo è questo: oggi scrive che, pur avendo percepito la paura arrivare, ha tenuto duro ed è riuscito a restare a tavola. Può sembrare piccolo, ma clinicamente è un elemento importante: ci racconta che esiste una parte di lei che, nonostante l’angoscia, riesce ancora a restare nella situazione.
Accanto alla paura del soffocamento, spesso possono intrecciarsi altri temi: il bisogno di sicurezza, la paura di perdere il controllo, l’angoscia legata alla salute propria o delle persone care. E nei momenti di forte stress questi sistemi tendono ad amplificarsi.
Vista la durata e l’impatto sulla qualità di vita, potrebbe essere utile un percorso psicologico mirato ai meccanismi dell’ansia e delle fobie, lavorando non solo sul sintomo alimentare ma anche sui processi di iperallerta, evitamento e controllo. Approcci focalizzati sul trauma e sull’ansia, come ad esempio l’EMDR o interventi specifici sulle risposte corporee, possono risultare utili in alcuni casi.
Intanto una domanda che potrebbe accompagnarla è questa:
“In quel momento sto davvero soffocando oppure il mio sistema sta entrando in modalità allarme?”
Perché spesso ciò che fa più soffrire non è solo la sensazione fisica, ma il terrore del significato che le attribuiamo.
Un caro saluto.
Autore
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