Buongiorno Gentilissimi Dottori, Vorrei chiederVi come superare il senso di vergogna e di inadeguate

20 risposte
Buongiorno Gentilissimi Dottori, Vorrei chiederVi come superare il senso di vergogna e di inadeguatezza..ho 35 anni e studio ancora all'università..ho lasciato per un periodo gli studi in seguito a dei lutti dei miei nonni e di mia madre e poi per depressione e durante questo periodo la mia famiglia mi fece sentire incapace in quanto mi veniva detto proprio dalla mia stessa famiglia che ormai ero fuori dal giro dell'universita', che vanno avanti nella vita solo quelli laureati a 23- 24 anni perché hanno modo di sperimentare e di fare più cose e poi, pur avendo io buoni voti, mi sono state dette frasi che ritengo cattive "i voti te li tieni per la gloria" "chi ti calcola piu' ormai" "ti prendi la pensione all' università " "dopo i 30 anni non ti prendono a lavorare, non puoi fare neanche i concorsi" "neanche un ragazzo ti può volere perché non sei indipendente".Quando ero in corso un docente mi disse che mi vedeva partecipe a lezione, rispondevo alle domande di lezione, e, nonostante non avessi ancora sostenuto il suo esame, mi chiese di fare la tesi nella sua materia ( anche se io ho pensato di non essere all'altezza, di non essere abbastanza preparata capace per una tesi sperimentale in laboratorio) ma poi dati gli eventi che mi sono successi, sono sparita dall'università..ora, siccome vorrei riseguire il corso di questo docente, provo molto vergogna (penso che sia anche perché sono stata sempre timida, introversa, scarsa autostima nonostante i buoni risultati)in quanto penso che il docente si sia offeso non avendomi più vista per la tesi o temo che vedendomi a lezione possa pensare "questa ancora qua sta"..o che non si ricordi più di me, nemmeno di avermi chiesto la tesi..inoltre temo che quando sosterrò l'esame, chiamando l'appello, dato che sono del vecchio ordinamento, si renda conto della mia vera età e che quindi mi dica che ormai data la mia età non vorrà più che io faccia la tesi con lui e neanche un eventuale dottorato di ricerca (il dottorato credo proprio che sarà impossibile farlo per la mia età ). Vi ringrazio tanto per i vostri consigli e Vi auguro una Buona Giornata.
Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,

la vergogna e il senso di inadeguatezza che descrive non nascono dalla sua età o dal suo percorso, ma dalle ferite lasciate da perdite importanti e da messaggi svalutanti ricevuti nel tempo. Luttti, depressione e interruzioni non sono fallimenti: sono eventi che segnano una vita e che meritano rispetto, non giudizio.

Il percorso universitario non è una gara a tempo. La sua storia, i buoni risultati ottenuti, il riconoscimento ricevuto da un docente parlano di competenze reali, non di incapacità. Molte delle paure che oggi la bloccano (il giudizio del docente, l’età, il “cosa penseranno”) sono comprensibili, ma spesso non corrispondono alla realtà, bensì a un dialogo interno molto severo.

Lavorare sul senso di vergogna, sull’autostima e sul peso delle aspettative familiari può essere fondamentale per permetterle di riappropriarsi del suo percorso e delle sue scelte, senza sentirsi costantemente “in difetto”.

Un percorso di psicoterapia potrebbe aiutarla proprio in questo: ricostruire fiducia in sé, separare la sua identità dai giudizi ricevuti e affrontare le situazioni temute con maggiore serenità.

Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio

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Dott.ssa Flavia Aronica
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Lido Di Ostia
Buonasera,
leggendo il suo messaggio emerge una sofferenza che non riguarda solo il percorso universitario, ma anche le perdite importanti che ha vissuto e il clima emotivo in cui si è trovata negli anni successivi. Esperienze di lutto, depressione e messaggi svalutanti ricevuti dalle persone più vicine possono lasciare segni duraturi e influenzare il modo in cui una persona guarda a sé stessa e al proprio valore.
In situazioni come la sua, un percorso psicologico potrebbe essere di aiuto per esplorare con maggiore calma e profondità alcuni aspetti della sua storia che oggi sembrano renderla molto concentrata sul giudizio esterno e su un senso di inadeguatezza. Spesso, quando si è stati a lungo esposti a critiche o confronti, lo sguardo degli altri diventa il principale punto di riferimento, a discapito di ciò che sentiamo davvero per noi stessi. Un lavoro terapeutico può aiutare gradualmente a spostare l’attenzione dall’esterno verso l’interno, chiarendo quali siano i suoi bisogni, i suoi desideri e i suoi obiettivi.
È importante anche ricordare che non esiste un’unica traiettoria “giusta” di vita. Moltissime persone interrompono e riprendono gli studi dopo anni, per motivi personali, di salute o familiari. Ognuno ha tempi diversi e affronta difficoltà diverse; questo non rende un percorso meno valido né una persona meno capace. Ci sono persone che iniziano o ricominciano cammini importanti anche più avanti negli anni, con esiti significativi e soddisfacenti.
Al di là delle paure legate a come potrebbe essere vista dagli altri, ciò che conta davvero è ciò che per Lei oggi ha senso e gli obiettivi che desidera raggiungere. Un caro saluto.
Dott.ssa Simona Ciaccio
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Robbiate
Buonasera, è difficile dare "consigli" non conoscendoti. Sicuramente un percorso di psicoterapia potrebbe aiutarti a comprendere l'origine profonda delle emozioni e delle sensazioni che stai vivendo in questo periodo della tua vita, al di là ovviamente degli eventi esterni che non dipendono da noi. Di conseguenza, avresti la possibilità di capire come gestire al meglio questo tipo di situazioni. L'unica cosa che mi sento di dirti è che a volte, anche se è difficile, parlare e spiegare la situazione è la via più "semplice", perchè come capita a tutti, a volte proiettiamo negli altri nostre paure mentre, in realtà, poi le cose vanno bene e non si prospettano gli scenari che avevamo immaginato.
Dott.ssa Rosa Russiello
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Arzano
Gentile utente,
non deve essere stato facile avere condiviso una parte di sé nello scrivere.
Lei si porta un bel carico che definisce senso di 'vergogna e inadeguatezza" che la blocca nel passato e non le consente di andare avanti e scoprire chi è e dove vuole andare nella sua vita. Non è mai troppo tardi per questo.
Un percorso di psicoterapia potrebbe essere utile per sostenerla nel lavoro di questi importanti aspetti di sé.
Resto a disposizione per eventuali chiarimenti

Distinti saluti
Dott.ssa Orianna Miculian
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Trieste
Gentile utente, mi spiace immensamente apprendere che la tua famiglia non ti sia stata di aiuto in un periodo difficile della tua vita e che, al posto di sostenerti, abbia reso il tutto più difficile. Non dare per scontato che anche il 'tuo' professore la pensi allo stesso modo, se gli spieghi le difficoltà che hai avuto potrebbe non aver problemi a farti riprendere il lavoro proposto oppure a proportene uno nuovo se nel frattempo il primo l'ha fatto fare a qualcun altro. E' comprensibile che tu ti senta inadeguata ma prova a dirti 'anche se ho dovuto affrontare dei lutti e un periodo di depressione' pian piano mi avvicino alla laurea. E' sui tuoi pensieri che bisogna lavorare, magari con l'aiuto di un professionista che accolga tutte le tue fatiche e ti aiuti a individuare i pensieri che stanno dietro al tuo malessere, trovando assieme le strategie più adatte per poterli rendere funzionali al tuo benessere,
I miei migliori auguri
dott.ssa Miculian
Dott.ssa Lucrezia Lovisato
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Dalle sue parole emerge un carico emotivo molto importante: i lutti familiari, la depressione, e il dolore di sentirsi svalutata proprio da chi avrebbe dovuto sostenerla.
Da ciò che ha scritto sembra che il suo percorso universitario più che parlare di incapacità, parli di fattori ed eventi che hanno richiesto un tempo per fermarsi per affrontare perdite e sofferenze profonde.
È importante ricordare che i percorsi di studio e di vita non sono tutti uguali e che le interruzioni non cancellano le competenze né l’impegno dimostrato. Le preoccupazioni rispetto al giudizio dei docenti e all’età sono comprensibili, ma spesso si basano su timori che non trovano un riscontro diretto nella realtà dei fatti.
Se sente che questi vissuti la stanno limitando, potrebbe essere utile affrontarli in uno spazio di confronto psicologico, dove lavorare con calma sul rapporto con se stessa e con le proprie scelte, senza fretta né giudizio.
Dott. Dario Martelli
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Buongiorno, dalla breve descrizione che lei fa sembra che la sua difficoltà sia da ricondurre ad una autostima carente che si è sviluppata in un contesto familiare che non la sta aiutando. Lei è ancora in tempo per riprendere la sua vita, forse deve prendersi cura della sua vita. Mi viene solo da consigliarle un percorso terapeutico che la può aiutare a riprendere una rotta più efficace. Se ritiene posso essere disponibile anche online. Buona Giornata. Dario Martelli
Dott. Fabio Romano
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Argenta
Buongiorno! Quanta rabbia, quanta tristezza, quanta solitudine nelle sue poche righe. Considerato i limiti del contesto e dello strumento, mi limiterò ad offrire un piccolo contributo di pensiero. Prima di ogni altra cosa, le porgo le mie più sincere condoglianze per i suoi nonni e per la mamma. Immagino sia stato difficile fare i conti con il dolore della perdita, con il senso di colpa, con l’impotenza; ricostruire la quotidianità; prendersi cura gli uni degli altri. Non dice molto di sé e della sua storia, ma trasmette una forte paura di non essere all’altezza, di non essere desiderabile, di non essere degna di amore. Come se qualunque cosa faccia, non sarà abbastanza. Come se qualunque cosa faccia, potrà riceverne solo un giudizio severo e svalutante. Questo potrebbe aiutare a dare senso ai sentimenti di vergogna, di inferiorità, di indegnità che così dolorosamente descrive. Avvicinarsi all’altro (i genitori, gli amici, il/la partner, il professore all’università), sembra farla sentire esposta, fragile, in balia del giudizio e del rischio di essere ferita, rifiutata, abbandonata. Nessuno che la vede, la accetta, la desidera e la ama per quella che è. Una trama che, per motivi che non conosciamo, è stata scritta “allora” e registrata in profondità; sempre attiva e pronta ad essere messa in scena nelle relazioni (di ieri, di oggi, di domani). Forse, mantenere una certa distanza dall’altro può attenuare i penosi vissuti che prova, ma a che prezzo. Non abbia vergogna, non si senta in colpa. Ha fatto il meglio che poteva e ha trovato una soluzione (la sua) che non deve essere demonizzata, ma compresa, accolta, analizzata. Non può farlo da sola. Mi lasci avere fiducia in lei e sperare che si affidi presto ad una seconda mente con cui ri-pensare le esperienze più significative, i pensieri più dolorosi, le emozioni più forti e con cui sentirsi finalmente legittimata ad essere null'altro che quella che è. È giovane, merita una vita piena e serena. Farà male, ci vorrà tempo, ma è possibile. In bocca al lupo per tutto
Dott.ssa Chiara Tenconi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Rho
Grazie per aver condiviso una storia così personale: farlo richiede già molto coraggio.

La vergogna che descrive è un’emozione complessa e profonda, che nasce spesso quando il nostro valore viene messo in discussione da sguardi o parole significative, soprattutto familiari. In questi casi la vergogna non riguarda ciò che siamo, ma ciò che abbiamo interiorizzato su di noi. A volte, inoltre, la vergogna può funzionare anche come una difesa psichica: ci spinge a ritirarci, a non esporci, nel tentativo di proteggerci da un possibile nuovo giudizio o da un’ulteriore ferita. È una difesa comprensibile, ma che nel tempo rischia di bloccare le nostre possibilità.

È importante distinguere alcuni piani:
1) il tempo della vita non è lineare né uguale per tutti;
2) il dolore dei lutti e della depressione che ha attraversato ha richiesto risorse ed energie, e questo non è un fallimento;
3) il fatto che un docente abbia riconosciuto le sue capacità parla di competenze reali, non di un’illusione.

Rispetto ai timori legati all’università e al docente, tenga presente che molto spesso ciò che immaginiamo come giudizio dell’altro è in realtà l’eco delle voci critiche interiorizzate. Non abbiamo prove che quel professore pensi ciò che teme; abbiamo però molte prove del peso che il giudizio familiare ha avuto su di lei.

Una strategia semplice e concreta. Può esserle utile lavorare su questo piccolo passaggio interno: quando emerge il pensiero “c’è qualcosa che non va in me”, provi a sostituirlo con una frase più aderente alla realtà, ad esempio: “Ho avuto una storia difficile, ma sto riprendendo il mio percorso.”
Non è autoillusione, è riportare il giudizio su un piano critico costruttivo. Ripeterlo non serve a “convincersi”, ma a creare uno spazio interno meno dominato dalla vergogna, in cui potersi muovere un passo alla volta.

Infine, rispetto all’età: non esiste un’età “giusta” per studiare, né per riprendere un progetto. Esiste la sua età, con la sua storia. E questo non la rende meno degna, meno capace o meno desiderabile.
Se sente che la vergogna continua a bloccarla, un percorso psicologico può aiutarla proprio a distinguere ciò che le appartiene da ciò che si porta dietro dal passato e a recuperare uno sguardo più amorevole verso se stessa.

Le auguro di cuore di poter fare questo passo con gentilezza verso di sé.
Dott.ssa Rossella Ianniello
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Settimo Milanese
Buongiorno,
Sarebbe davvero importante e utile lavorare su questi aspetti, che lei ben riconosce e sa collegare ad alcune dinamiche relazionali e familiari, attraverso una psicoterapia che le permetta di "irrobustire" la sua autostima, così da poter affrontare le sfide universitarie e poi lavorative con maggior fiducia.
Un grosso in bocca al lupo per il suo futuro
Dott.ssa Arianna Broglia
Psicologo, Psicoterapeuta
Parma
Buongiorno carissima, ti ringrazio per aver scritto con tanta apertura e onestà. Leggendo le tue parole si percepisce chiaramente quanto dolore, vergogna e senso di inadeguatezza ti siano stati caricati addosso in anni già molto duri, segnati da lutti importanti e da una depressione che, da sola, sarebbe stata più che sufficiente a rallentare qualunque percorso di vita. È comprensibile che oggi ti senta così: non c’è nulla di “sbagliato” in te, c’è piuttosto una ferita profonda prodotta da perdite, fatica e da messaggi svalutanti ricevuti proprio dalle persone che avrebbero dovuto sostenerti.
Vorrei dirti con chiarezza una cosa: l’idea che dopo una certa età “non si valga più”, che si sia “fuori tempo massimo” o che il valore di una persona coincida con la rapidità del suo percorso universitario non è una verità, ma un’idea rigida e limitante. È, appunto, un’idea. Un’idea che sembra appartenere molto alla tua famiglia, e che varrebbe la pena chiedersi da dove nasce: forse da paure loro, da una visione molto prestazionale della vita, dal timore del fallimento o del giudizio sociale. Ma resta un’idea loro, non un dato oggettivo sulla tua persona o sul tuo futuro. Hai 35 anni e sei nel pieno della tua vita adulta, con un bagaglio umano ed emotivo che spesso chi si laurea a 23 anni non ha ancora avuto modo di costruire. Il tuo percorso non è “in ritardo”: è stato interrotto da eventi dolorosi e poi ripreso, e questo parla di resilienza, non di incapacità.
Rispetto al docente, mi sembra importante sottolineare un fatto molto concreto:
un professore universitario che nota la tua partecipazione, la tua competenza e ti propone una tesi prima ancora che sostieni l’esame difficilmente lo fa per caso. Questo è un riconoscimento del tuo valore intellettuale e umano. Il timore che oggi senti (“penserà che sono ancora qui”, “si sarà offeso”, “non si ricorderà di me”) ha molto più a che fare con la vergogna interiorizzata e con la bassa autostima che con la realtà del mondo accademico.
I docenti sono abituati a percorsi non lineari, a studenti che spariscono e poi tornano, a vite che si intrecciano con lo studio. Nella stragrande maggioranza dei casi non c’è giudizio morale, né offesa personale. E anche se non si ricordasse di te nei dettagli, questo non direbbe nulla sul tuo valore, ma solo sulla normalità del contesto universitario.
Quanto alla paura legata all’età, anche qui è importante ridimensionare:
– fare una tesi a 35 anni è assolutamente possibile;
– l’idea che “dopo i 30 non si possa più fare nulla” è falsa;
– il dottorato non è precluso per principio dall’età (ci sono percorsi e variabili, ma non è l’età anagrafica in sé il criterio decisivo).
Mi sembra che quello che oggi ti blocca non è tanto la realtà, quanto la voce interna critica che hai assorbito negli anni: quella che ti dice che non vali, che sei in ritardo, che sei fuori posto. Superare la vergogna non significa “convincersi” razionalmente che non dovresti provarla, ma iniziare, passo dopo passo, a distinguere ciò che è tuo da ciò che ti è stato messo addosso.
In questo senso, un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarti molto a lavorare sull'autostima, il senso di vergogna, il lutto non solo per le persone perse, ma anche per l’immagine di sé che ti è stata tolta e la possibilità di costruire una narrazione della tua vita più giusta e rispettosa.
Tu non sei “in ritardo”, non sei “sbagliata” e non sei “meno” degli altri. Sei una persona che ha attraversato molto e che, nonostante tutto, stai provando a rimetterti in cammino. Questo, di per sé, dice già moltissimo su chi sei.
Se lo desideri, io ci sono e sarei contenta di accompagnarti nel tuo percorso per rimettere al centro te stessa e il tuo benessere.
Un caro saluto, dott.ssa Arianna Broglia
Dr. Lorenzo Cella
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Il senso di vergogna che descrive non riguarda tanto ciò che lei è o ciò che sa fare, quanto il timore di essere vista, smascherata, giudicata come “fuori posto”. La sua mente sembra muoversi costantemente in una direzione di confronto sociale, dove il valore personale viene misurato attraverso tappe, tempi e ruoli considerati “giusti”, e dove ogni deviazione viene vissuta come una colpa o una prova di incapacità. In questo quadro, l’esperienza dei lutti e della depressione non viene riconosciuta come un evento umano e traumatico che ha richiesto tempo e risorse, ma come una sorta di fallimento personale. Questo modo di interpretare la propria storia è molto frequente in chi ha imparato presto a legare l’autostima alla prestazione e all’approvazione esterna.
È importante notare come, accanto a questa narrazione severa, emerga però un’altra realtà: lei descrive buoni risultati accademici, riconoscimenti espliciti da parte di un docente, una partecipazione attiva e competente. Il fatto che quel professore abbia intravisto in lei le qualità per una tesi sperimentale non è casuale, né frutto di una distrazione. Tuttavia, quando l’immagine interna di sé è fragile, ogni segnale positivo viene facilmente squalificato, mentre quelli negativi – o anche solo temuti – diventano prove schiaccianti. Così la timidezza e l’insicurezza non solo accompagnano la sua esperienza, ma finiscono per guidare le interpretazioni, alimentando pensieri di discredito e di esclusione che, al momento, non hanno un reale riscontro nei fatti.
Superare questo vissuto non significa convincersi forzatamente che “andrà tutto bene”, ma iniziare a distinguere ciò che appartiene alla sua storia emotiva da ciò che sta realmente accadendo nel presente. Lei non è una persona che ha “perso tempo”, ma una donna che ha attraversato lutti importanti e una sofferenza depressiva, e che ora sta cercando di riprendere un percorso interrotto. Questa distinzione è fondamentale, perché restituisce dignità alla sua esperienza e riduce la colpa che oggi sente addosso. Anche il desiderio di riprendere contatto con l’università e con quel docente può essere letto come un segnale di vitalità e di fiducia residua nelle sue capacità, non come una pretesa fuori luogo.
Buongiorno, io credo che ciascuno di noi segua un suo personalissimo percorso, il confronto con gli altri o con dei numeri (come l'età) non serve a molto, se non a farci sentire (quasi sempre) inadeguati. Nelle sue parole ci sono tanti giudizi, espressi da qualcuno o solo immaginati nella mente degli altri, della famiglia, del professore, del mondo del lavoro..., ma spesso il giudice peggiore siamo proprio noi. Per evitare di sentire parole che ci farebbero soffrire, evitiamo di metterci in gioco, esporci e provare a realizzare i nostri sogni. Perché c'è il rischio di dirsi "ho fallito". Chissà cosa potrebbe accadere, però, se imparassimo a prendere per mano le nostre paure e i nostri pensieri negativi e andassimo nella direzione che i sogni hanno tracciato? In bocca al lupo!
Buongiorno e grazie per aver raccontato la sua storia; mi dispiace tanto per i lutti che ha dovuto affrontare; sono eventi che condizionano ed influenzano in modo importante la vita di una persona. Dalla sua narrazione emerge la sua determinazione nel portare avanti il suo progetto di studio, nonostante percepisca poco supporto familiare, e che ora l'ansia possa mettere a rischio questo suo progetto, a questo proposito potrebbe essere utile intraprendere un percorso volto ad affrontare questo tema anche in relazione ad un'interazione con il suo professore.
Un caro saluto
Dr. Richard Eugen Unterrichter
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Trento
Buongiorno, la vita, purtroppo per alcuni versi e per fortuna per altri, non sempre dipende da noi, per questo i tempi di autorealizzazione possono essere diversi, tutavia abbiamo molto potere personale nel raggiungimento dei nostri obiettivi, come?
La nostra autorealizzazione, per essere espressa, ha bisogno di strumenti che ci dobbiamo e possiamo costruire nel corso della vita. Questi sono necessari per far fluire la nostra tendenza attualizzante ( la forza che ci permette di autorealizzarci).

Da quanto leggo sopra, mi sembra di trovare, purtroppo nella Sua storia personale, che l'immagine di sè non sia stata molto ben nutrita anzi, delle volte sembra essere svalutata, danneggiando così la possibilità di avere aspettative positive e investire in progetti, annichilendo la motivazione che ci sostiene nelle difficoltà oggettive nel raggiungimento dei Suoi obiettivi.
Dovrebbe riuscire a costruire degli strumenti che invece la sostegnano nella Sua immagine pesonale.
Come?
Lavorando insieme ad uno specialista in psicoterapia per sciogliere i lacci di un'immagine di sè trofica, orientarsi poi verso un modo di funzionare che io definisco "arrangiato" alla Sua esistenza, allora sì riuscirà a trovare la motivazione per sostenere tutti i passaggi necessari per raggiungere i Suoi risultati (lo riuscirà a fare con un'incredibile facilità).
Se vuoLe credo possa aiutarLa molto anche il libro con la copertina gialla che ho scritto e che trova in libreria o su Amazon.
Sperando di esserLe stato d'aiuto Le faccio i miei migliori auguri : )
Dott. Luca Liccardo
Psicologo, Psicoterapeuta
Marano di Napoli
Grazie per aver condiviso una storia così personale e dolorosa. Da quello che racconta emerge chiaramente quanto il senso di vergogna e di inadeguatezza non nascano “dal nulla”, ma siano il risultato di lutti importanti, di una depressione attraversata e soprattutto di messaggi ripetuti nel tempo che hanno minato la sua fiducia in se stessa.
In una prospettiva sistemico-relazionale, è importante distinguere ciò che le è accaduto da ciò che le è stato attribuito. Lei ha interrotto e ripreso gli studi in un contesto segnato da perdite significative e sofferenza psicologica; parallelamente, ha interiorizzato sguardi e giudizi familiari molto svalutanti, che oggi sembrano essersi trasformati in una voce interna critica. Questa voce tende a leggere ogni situazione attuale, nei diversi contesti di vita, come una possibile conferma di inadeguatezza. Questo processo alimenta vergogna e ritiro.
I timori che descrive rispetto al docente appaiono comprensibili, ma sono ipotesi costruite a partire da questa lente critica. I dati concreti che porta raccontano anche altro: buoni risultati, partecipazione attiva e il riconoscimento esplicito di un docente che le aveva proposto una tesi.
L’università, inoltre, è uno spazio in cui i percorsi non sono tutti lineari, e l’età anagrafica non è di per sé un indicatore di valore, capacità o possibilità future.
Per quanto riguarda il dottorato o la tesi, è importante ricordare che queste decisioni non si basano sull’età, ma su motivazione, progetto e competenze. Molti docenti sono abituati a storie accademiche non continue e difficilmente interpretano un’assenza come un’offesa personale.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a lavorare su più livelli: da un lato riconoscere e ridimensionare i giudizi interiorizzati che oggi la bloccano, dall’altro recuperare uno sguardo più realistico e gentile verso il suo percorso, favorendo scelte basate su ciò che desidera e sente possibile ora, non su ciò che “avrebbe dovuto” essere secondo altri.
Il senso di vergogna tende a isolare e a farci sentire fuori tempo massimo; lavorarci significa restituirle il diritto di avere un percorso personale, con i suoi tempi e la sua dignità. Le auguro di poter trovare uno spazio in cui queste ferite possano essere accolte e trasformate, permettendole di riavvicinarsi ai suoi obiettivi con maggiore serenità e fiducia.
Dott.ssa Annalisa Covri
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Gentile utente, grazie per aver condiviso la sua esperienza, costellata da importanti vissuti emotivi.
Può essere doloroso portare dentro di sé frasi svalutanti, soprattutto quando arrivano dalla propria famiglia e in un periodo segnato da grandi difficoltà. In quei momenti la vulnerabilità è alta e i messaggi ricevuti possono trasformarsi in convinzioni profonde di inadeguatezza.
La vergogna che sente oggi sembra legata più a queste voci interiorizzate che a una reale valutazione delle sue capacità. I dati oggettivi che riporta, come buoni risultati, partecipazione attiva alle lezioni e la proposta di tesi da parte di un docente, sembrano parlare di competenza e riconoscimento. Vale forse la pena fare tesoro di ciò?
E' comunque comprensibile la paura di riavvicinarsi al contesto universitario, ma la significherei proprio come paura: un'emozione che si può indagare, comprendere e che può diventare non bloccante. Riprendere l'università segnerebbe il continuo di un percorso che ha dovuto e voluto interrompere per ragioni personali su cui nessun docente può esprimersi o indagare. In ambito accademico non è di certo importante l'età anagrafica, quanto la voglia di mettersi in gioco e la curiosità di imparare, elementi che i suoi docenti sembrano aver apprezzato in lei.
Le auguro un buon percorso e resto a disposizione, dott.ssa Covri Annalisa.
Dott.ssa Gabriella Elmo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Cara Lei è proprio giovane!!!! Non si faccia condizionare dai pensieri deprimenti della Sua famiglia. Ha tutte le carte in regola per continuare i Suo studi , ma credo sia utile per Lei affrontare il senso di vergogna che La blocca anche con la Sua professoressa. Il contesto intorno a Lei mi sembra oppositivo e sconfermante ma Lei deve ricordarsi che è ancora in tempo a costruire la Sua vita, ci mancherebbe! Una psicoterapia potrebbe rafforzare il suo Sè e darle maggiore fiducia in se stessa, lasciando indietro i condizionamenti famigliari e consentendole di costruire la Sua professionalità e la Sua felicità. Le auguro ogni Bene Cordiali Saluti dott.ssa G.Elmo
Dott.ssa Giulia Antonacci
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente, le esperienze che ha attraversato sono state importanti e dolorose, e interrompere gli studi in seguito a lutti e a un periodo depressivo non è un segno di incapacità, ma il riflesso di un momento di grande fatica. Le parole che ha ricevuto in famiglia sembrano aver inciso profondamente sulla sua autostima, alimentando vergogna e senso di inadeguatezza. La vergogna spesso nasce proprio dallo sguardo che immaginiamo negli altri. Oggi lei teme il giudizio del docente, ma ciò che riporta di lui parla di una persona che aveva colto il suo interesse e le sue capacità. È possibile che il timore che lui la giudichi sia più legato alle ferite ricevute che a elementi concreti. Riprendere il corso e presentarsi all’esame potrebbe essere un passo importante non solo accademico, ma personale: un modo per rimettersi in gioco nonostante la paura. L’età non cancella il valore, la motivazione e la competenza, e i percorsi non devono essere tutti uguali per essere validi. Se sente che la vergogna la blocca, potrebbe esserle utile uno spazio psicologico in cui lavorare proprio su questi vissuti di inadeguatezza e sul rapporto con il giudizio, così da poter scegliere in base ai suoi desideri e non solo alla paura. Un caro saluto
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

lei qui porta temi importanti che potrebbero meglio esser esplorati all'interno di uno spazio di ascolto più ampio che solo una psicoterapia potrebbe fornirle. Valuti la possibilità di confrontarsi con uno specialista, questo col tempo le darebbe maggior respiro tra le tante cose da cui ad oggi si sente schiacciata.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara

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