Domande del paziente (16)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
quella che descrive sembra essere una modalità specifica di masturbazione che associa allo stimolo genitale anche quello della pressione vescicale per amplificare o favorire la sensazione...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera,
da ciò che descrive emerge un elemento importante: quando si attiva uno stato emotivo intenso – agitazione, ansia, rabbia – compare in modo quasi automatico il riso. Lei stessa ha già colto...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente, quanto racconta è un fenomeno che accade più spesso di quanto si pensi: proprio quando un legame d'amore diventa più stretto, profondo e 'sano', la paura di perdere l'altro può aumentare... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, capisco il disagio della situazione.
Sarebbe da approfondire se anche durante il giorno nota degli episodi particolari legati alla continenza.
L'ideale sarebbe fare una visita urologica così...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
è assolutamente comprensibile che, in autonomia, risulti difficile discernere la natura di ciò che lei avverte come una profonda stanchezza. Per poter fare chiarezza, sarebbe necessario...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Utente,
Premesso che ogni comportamento, in condizioni di piena capacità di intendere e di volere, è frutto di una scelta consapevole, desidero sottoporre alla Sua attenzione due aspetti che ritengo...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
dal punto di vista puramente clinico, il rischio di una gravidanza nelle modalità descritte è considerato estremamente basso, quasi nullo.
Infatti, gli spermatozoi sono cellule molto...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
comprendo profondamente come il dolore di questa situazione e i sentimenti contrastanti che sta vivendo creino una 'tempesta emotiva' in cui può essere difficile orientarsi.
Per provare a...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
la fine di una relazione durata sei anni rappresenta un cambiamento profondo ed è comprensibile che questo sia per lei un momento di grande difficoltà. Elaborare un distacco, dopo aver...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera Daniele,
Le tue parole trasmettono un peso enorme: il dolore per la perdita di tuo padre, la fatica di aver lottato per un nuovo lavoro e lo stress di esserti spostato così lontano da casa....
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente, è un segnale molto positivo che il suo umore sia migliorato e che gli attacchi di panico siano rientrati; questo indica che il lavoro che sta svolgendo sta già portando i primi frutti.
Rispetto...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso la sua situazione in modo così dettagliato. La sessualità umana è il risultato di un’interazione complessa tra diversi fattori e questo vale in particolare...
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Ho 29 anni e mi sento una fallita. Nessun aspetto della mia vita sta andando come speravo. Non sono riuscita ancora a laurearmi perché ogni qualvolta io debba preparare un esame e mi trovi a dover approcciare lo studio vengo letteralmente assalita da un'ansia micidiale e inarrestabile. Avrei dovuto avere il coraggio di rinunciare agli studi già da qualche anno ma al tempo stesso, se avessi preso questa decisione, avrei pensato di aver perso sia tempo che soldi e la paura di deludere i miei genitori è stata più forte, anche se per loro non avrebbe importato niente, solo la mia felicità. Non ho ancora un lavoro stabile perché da una parte ho procrastinato a causa dello studio e poi perché ho paura di dovermi accontentare di un lavoro che non mi appaghi o che non mi faccia sentire all’altezza e, ciliegina sulla torta, il mio ragazzo mi ha lasciata dopo 10 anni perché già da qualche anno sarebbe voluto andare a convivere per “scappare” da una situazione familiare complicata (premetto che lui sarebbe potuto andare intanto a vivere da solo avendo un lavoro a tempo indeterminato e ben retribuito) ma non lavorando non avrei potuto ancora assecondarlo in questo passo e sostiene che non abbia fatto abbastanza per cambiare questa situazione e in qualche modo a “salvarlo” facendomi sentire sbagliata e la causa della nostra rottura, anche se gli ho espresso più volte che anch’io sentivo questo desiderio, tanto che stavo mandando curriculum su curriculum per trovare un qualsiasi lavoro… forse avrei dovuto farlo prima per fargli capire che era davvero la persona con cui immaginavo il mio futuro, ma avrei voluto da parte sua un po’ più di comprensione e di sostenimento. Non ho mai avuto un briciolo di autostima, anzi, ho sempre denigrato me stessa e le mie capacità, e mi sento costantemente inadeguata e frustrata, non riesco a capire cosa fare per prendere davvero in mano la mia vita. Sono davvero stanca di tutto questo perché, non avendo mai avuto il coraggio di andare da un* psicolog*, non so cosa mi stia succedendo, qualcuno potrebbe aiutarmi a vederci più chiaro? Grazie mille!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Cara utente, dalle sue parole traspare con chiarezza la profondità della sofferenza e del senso di stallo che sta vivendo in questo momento.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla molto a fare luce su ciò che sta agendo come blocco all'interno della sua vita. In molte situazioni, infatti, una forte autocritica e il costante denigrare le proprie capacità alimentano un circuito d'ansia che rende quasi impossibile l'approccio allo studio e l'azione nel presente.
A 29 anni c'è ancora moltissimo spazio per costruire e ridisegnare il proprio futuro, ma per farlo è necessario provare a uscire da quella demoralizzazione legata a standard sociali stereotipati, che spesso non tengono conto della complessità e delle unicità dei percorsi individuali. È importante anche poter distinguere le sue responsabilità da quelle che il suo partner le ha attribuito: lei non aveva il compito di 'salvare' nessuno, se non se stessa.
Per iniziare a prendersi cura di questo suo malessere, può valutare diverse strade:
Il servizio pubblico: può verificare se nel suo territorio è presente la figura dello Psicologo di Base o rivolgersi al Consultorio Familiare della sua zona, a cui si può accedere per problematiche personali e relazionali. Questi servizi solitamente non offrono una psicoterapia di lungo periodo, ma sono preziosi per mettere a fuoco i primi punti su cui lavorare per sbloccare la situazione.
Il percorso privato: in alternativa, può valutare di iniziare direttamente un percorso di psicoterapia, che le permetterebbe uno spazio di approfondimento più continuativo e specifico.
Il fatto stesso che lei abbia scritto qui e stia cercando di 'vederci chiaro' è già il primo, fondamentale passo per smettere di sentirsi ferma e iniziare a riprendere in mano la sua vita.
Un cordiale saluto,
C.G.
Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.
Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.
Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.
Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.
Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.
La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.
Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.
Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.
Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.
Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.
L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.
Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.
Vorrei capire:
- Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
- Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.
Grazie a chi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
dal suo racconto emerge in modo molto chiaro il profondo senso di oppressione e di paralisi che le aspettative e le pressioni familiari le stanno creando.
La situazione che descrive evidenzia una complessa ambivalenza: questa donazione, più che un dono disinteressato, si configura come un vero e proprio vincolo. Se da un lato essa intercetta un suo reale bisogno di sicurezza economica (offrendole una casa di proprietà in un momento di stabilità precaria), dall'altro le richiede un prezzo emotivo altissimo: quello di costruire e vincolare la sua vita intorno a uno spazio geografico e relazionale predeterminato, privandola della possibilità di cambiamento. I sintomi fisici che riporta (nausea, soffocamento) sono il segnale con cui il suo corpo sta ribellando a questa forma di incastro. A questo proposito, è importante fare una precisione su un meccanismo centrale nella sua situazione: il senso di colpa non è qualcosa che gli altri possono 'farci provare' dall'esterno, ma è la nostra reazione a ciò che ci viene detto. Anche quando un comportamento o una frase vengono utilizzati intenzionalmente 'per farci sentire in colpa', nessuno ha davvero il potere di determinare i nostri stati d'animo. Il senso di colpa si attiva quando, dentro di noi, risuona l'idea di aver sbagliato o tradito un’aspettativa.
Nella sua domanda, quindi, è già presente un’intuizione clinica fondamentale: la necessità di lavorare sul rafforzamento del senso di legittimità dei suoi bisogni. Questo passaggio è essenziale per poter disinnescare e diminuire quel senso di colpa che lei ha ormai interiorizzato. Solo così potrà arrivare a vivere le sue scelte come espressione della sua volontà e non come un adattamento alle aspettative altrui. Di fatto, il modo in cui lei sceglie di costruire la sua esistenza e di abitare i suoi spazi non ha nulla a che vedere con la vita degli altri, né la rende responsabile della loro serenità emotiva.
Per attuare questo cambiamento, è di fondamentale importanza intraprendere un lavoro su di sé all'interno di un percorso terapeutico. Lo spazio della terapia le permetterà di esplorare questi vissuti, di tracciare confini sani e di costruire un modo di 'sentire' nuovo, che la sostenga nel processo di legittimazione della sua autonomia e dei suoi desideri.
Un cordiale saluto,
C.G.
Sento il mio io diviso, come due persone, io e un io più interno. Sono sempre io, ma se parlo a voce alta parlo per parlare con lui, mi vedo allo specchio e lo saluto, mi fa le battute e rido. Si potrebbero vedere più semplicemente come io come pensiero dialogato e io come pensiero spontaneo. So la differenza, ma comunque sento una divisione radicale in me stesso. Mi sento depersonalizzato quando non sto pensando a me stesso o parlando con me stesso, come quando sto facendo qualcosa di spontaneo o sono fuori con altri e soprattutto se parlo con altri. Mentre invece ritrovo il pensiero molto più potente e profondo se penso considerando anche me stesso, se penso e allo stesso tempo penso che io sono io. Se lo faccio, mi sento più partecipe o attivo. È difficile da spiegare e da intendere. È come se, ad esempio, mentre sto parlando con qualcuno, se allo stesso tempo oltre a pensare a quello che dico a quella persona, che è un pensiero spontaneo, penso anche all'altro me che è più interno, io sia più presente o mi senta più identificato. Ma questa cosa è molto radicalizzata. Quell'io che parla con gli altri non sono io. Questo che scrive sono io. Sono io solo quando sono con me stesso. Oppure se penso a me stesso mentre sto con altri. Anche se parlo con uno ma penso a me stesso e penso a una risposta suggerita dal me stesso e non dal me, allora quella risposta è più presente e più autentica. Come se dovessi ogni volta ricordarmi chi sono.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
la condizione e i vissuti che descrive con così tanta precisione sembrano configurarsi come qualcosa di importante rispetto alla percezione della sua identità e al suo modo di stare nel mondo.
Data la sua spiccata capacità di auto-osservazione e l'accuratezza con cui riesce a descrivere queste dinamiche interne, sarebbe di grande utilità per lei poter approfondire tutto questo all'interno di un colloquio clinico con uno specialista. Mettere a fuoco questi vissuti di divisione e di estraniamento con un professionista è il passo fondamentale per fare chiarezza e trovare risposte precise sulla sua condizione.
A tal proposito, le figure indicate a cui rivolgersi sono lo psicologo clinico, lo psicoterapeuta o lo psichiatra.
Può accedere a questo tipo di supporto attraverso diverse vie:
In ambito privato: selezionando un professionista nella sua zona (anche tramite portali dedicati) o chiedendo un consiglio al suo medico di medicina generale.
Tramite il Servizio Sanitario Nazionale: rivolgendosi direttamente al CSM (Centro di Salute Mentale) del suo territorio, che è la struttura pubblica specificamente dedicata alla consultazione e alla cura del benessere psichico, oppure a un Consultorio Familiare.
Poter condividere questo carico con uno specialista le permetterà di non dover gestire da solo una dinamica così complessa e faticosa.
Un cordiale saluto,
C.G
Buonasera, sono una donna di 40 anni che deve essere operata per rimuovere un fibroma all'utero di 13 cm che non dà sintomi ma date le dimensioni è bene togliere.
Ebbene: il mio problema è il terrore dell'anestesia totale a cui devo sottopormi. Ho paura di addormentarmi e non svegliarmi più. Il problema non è il fibroma ma la mia paura, ci penso sempre tutti i giorni. Non faccio altro che ripetere: "ho paura, ho paura, ho paura". Il risultato è che mi rovino la vita... Per favore, come posso uscire da questo inferno?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
la paura è un'emozione del tutto naturale, soprattutto quando si è chiamati ad affrontare ciò che non si conosce. L'anestesia totale si configura come una situazione in cui si sperimenta una momentanea perdita di controllo, un momento in cui ci si affida completamente a qualcun altro; pertanto, provare timore in questa circostanza è assolutamente normale.
Questa emozione ha bisogno di rassicurazione e non di giudizio. Per iniziare a gestirla, il primo passo fondamentale è accoglierla e accettare che essa esista, senza colpevolizzarsi.
A livello pratico, può essere di grande aiuto condividere apertamente questo stato d'animo con l'anestesista durante il colloquio pre-operatorio. Esplicitare le proprie preoccupazioni le permetterà di ricevere informazioni precise sulle procedure e sui livelli di sicurezza costanti, aiutando la mente a trovare punti di ancoraggio più sereni per affrontare l'intervento.
Un cordiale saluto,
C.G.
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Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…