Dott.
Andrea Tamburrini
Psicoterapeuta
·
Psicologo
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Esperienze
Dopo cinquantamila ore di esperienza clinica accumulate in oltre venti anni di esperienza, ho imparato che tutte le problematiche psicologiche, gravi o leggere che siano, sono risolvibili con la giusta alleanza terapeutica. Se io sono l'esperto della soluzione, il paziente è l'esperto del problema, e collaborando possiamo trovare la strada migliore per raggiungere un benessere stabile.
Sono stato formato nella psicoterapia cognitivo-comportamentale, ma da tempo ne ho superato i limiti concettuali e metodologici per aprirmi a un approccio al contempo più umanistico e pragmatico, dove vengono presi in considerazione sia il contesto di vita reale in cui il paziente vive, sia gli aspetti interiori più profondi dello stesso, come le sue convinzioni esistenziali e spirituali, verso le quali non ho alcuna preclusione.
La mia visione del problema è sempre olistica, quindi tengo in considerazione tanto gli aspetti medici e biologici (anche quelli "sottili", per le persone aperte a questo discorso) quanto le dinamiche nei rapporti di convivenza del paziente, il suo contesto abitativo e lavorativo, nonché la sua provenienza etnica e socio-culturale per formulare il quadro diagnostico. Sono abituato anche a lavorare con situazioni che implicano criminalità e devianza di ogni tipo, con le questioni legali che spesso vi si associano, verso le quali mi pongo senza alcun pregiudizio.
Il mio metodo prevede di stabilire fin dalla prima seduta un rapporto cordiale e dialogico, se il paziente lo accetta anche dandoci del tu, evitando i formalismi inutili per andare direttamente al cuore della situazione; sono una persona d'azione e considero il tempo una risorsa preziosa. Per valutare la durata di una terapia tengo conto della complessità della situazione di partenza come degli obiettivi del paziente, ma il mio scopo è il cambiamento stabile della persona e del suo mondo di relazioni, non il raggiungimento di uno stato di benessere effimero; per questo motivo, se mi viene richiesto, quando possibile cerco di venire incontro alle disponibilità economiche e di tempo della persona che chiede il mio aiuto.
Aree di competenza principali:
- Psicotraumatologia
- Psicologia transpersonale
- Psicoterapia di coppia
- Psicoterapia cognitivo comportamentale
- Ipnoterapia
- Psicodiagnostica
- Psicobiologia e neuroscienze cognitive
- Criminologia clinica
- Psicosomatica
- Psiconeuroimmunologia
- Psicologia dell'età evolutiva
- Istruttore e specialista clinico mindfulness
Principali patologie trattate
- Disturbi della personalità
- Crisi di coppia
- Attacco di panico
- Disturbi psicosomatici
- Dipendenza affettiva
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Via Franco Sacchetti, 135, Scala sinistra secondo piano, Roma 00137
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Recensioni
1 recensione
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V
V.B.
Andrea è un professionista molto serio e di altissima competenza. Ciò che percepisci fin da subito sono la sua bontà e la sua acuta intelligenza, che permettono di avere già dalle prime sedute un quadro chiaro sulle questioni da trattare. Altri aspetti molto positivi sono la sua comunicazione diretta e franca, e l'ambiente di lavoro: uno studio pieno di cimeli storici, libri e quadri che richiamano all’introspezione. Lo consiglio vivamente a chiunque cerchi un percorso concreto e profondo.
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Dott. Andrea Tamburrini
Grazie di cuore per questa recensione
Risposte ai pazienti
ha risposto a 2 domande da parte di pazienti di MioDottore
Buongiorno, ho una persona vicina che soffre di dipendenze gravi da alcool e sostanze, ma rifiuta di
Buongiorno, ho una persona vicina che soffre di dipendenze gravi da alcool e sostanze, ma rifiuta di ammetterlo e si allontana da chiunque cechi di aiutarla. Il problema sta ormai influendo sulla sua vita e salute fisica, come posso aiutarla senza venire allontanata a mia volta ?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissima,
A parer mio deve solo accettare che la probabilità che lei non possa fare assolutamente nulla è altissima, diciamo una certezza. La dipendenza da alcool e sostanze (tipicamente alcool, cocaina e/o cannabis) assorbe chi ne soffre in uno stato mentale dove tutti gli altri, compresa lei, sono solo strumenti per passare il tempo in modo socialmente accettabile fra una dose e l'altra alleggerendo il senso di colpa e ottenendo vantaggi concreti (come soldi o supporto sociale e lavorativo), manipolandoli e mentendogli in ogni modo per tenerli a disposizione e al contempo impotenti. Se lei avesse davvero il potere di intervenire sulla dipendenza di questa persona, per difendere la dipendenza questa persona farebbe di tutto per allontanarla. Capisco quanto sia difficile accettare tutto questo; per le persone "normali" non tossicodipendenti non è possibile comprendere la trasformazione in senso opportunistico che subiscono i loro cari quando divengono schiavi delle sostanze; nulla e nessuno sono più importanti della dose, e se promettono qualcosa di diverso è solo a fini manipolatori. Un tossicodipendente inizia il suo recupero solo quando rende pubblico a tutti i suoi conoscenti la sua condizione, inizia la frequentazione di gruppi e comunità dedicati al problema e accetta di coinvolgere i cari conviventi nel percorso terapeutico, oltre a seguirne uno esclusivamente dedicato a lui, spesso comprensivo di supporto psichiatrico. Come comprenderà, tutto questo è altamente improbabile che accada... La invito invece a chiedersi se lei stessa non soffra in qualche grado di dipendenza affettiva, al punto da perdere di vista il suo proprio bene, la sua autostima e le possibilità di una vita felice. Il mondo è pieno di gente e la nostra vita è fatta di esperienze di crescita veicolate dal rapporto con gli altri; ogni cosa inizia e finisce, e al termine di un ciclo noi diventiamo più forti e consapevoli, più capaci di aiutare gli altri con quello che abbiamo imparato. Trascinarci dietro gli altri che si rendono zavorra non ha senso; c'è sempre la possibilità di rivolgere il nostro amore a chi può ricambiarlo e il tempo è l'unica nostra risorsa che non può essere rigenerata; vale dunque la pena sprecarlo?
Le auguro ogni bene, Andrea Tamburrini
Gentile specialista,vi scrivo per chiedere un orientamento terapeutico. Fin dall'infanzia e durante
Gentile specialista,vi scrivo per chiedere un orientamento terapeutico. Fin dall'infanzia e durante l'adolescenza ho subìto gravi traumi in ambito medico, legati a manovre pediatriche forzate e brusche (sul prepuzio), comportamenti inadeguati e vissuti come molestie da parte di professionisti, e totale mancanza di empatia. Questo quadro è stato aggravato dal mancato supporto della mia famiglia, che ha normalizzato e ironizzato sull'accaduto.
A causa di queste esperienze ho sviluppato:
Iatrofobia severa (angoscia per le visite mediche, che riesco ad affrontare solo con professioniste donne). Sintomi da PTSD (attacchi di ira intensi legati al passato e flashback).
Fetish in ambito medico, nati come meccanismo di difesa psicologico.Ho già tentato un percorso con la terapia EMDR, che purtroppo si è rivelata del tutto inefficace nel mio caso.
Vorrei chiedervi un parere clinico su come il trauma abbia modellato queste reazioni (ira, fobia e fetish) e, soprattutto, quali approcci terapeutici alternativi all'EMDR (es. psicoterapia psicodinamica, cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma o altri orientamenti) ritenete più efficaci per elaborare traumi relazionali e medici così profondi. Vi ringrazio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentilissimo,
Il suo quesito è interessante da un punto di vista accademico e la sofferenza che sottende meritevole di una risposta, speriamo, capace di darle degli spiragli di speranza.
In ognuno di noi un'esperienza viene vissuta come traumatica non tanto per il danno personale che comporta, ma per l'impatto che opera sul nostro sistema di relazioni, soprattutto affettive. Un trauma propriamente detto comporta sempre al suo interno vissuti di tradimento, abbandono e solitudine, e ci trasmette in modo solitamente implicito la nostra debolezza e impotenza di fronte alle situazioni soverchianti (fisicamente, affettivamente o socialmente) che stiamo vivendo. L'esperienza da lei descritta parla di un doppio tradimento; in primo luogo da parte dei medici che l'hanno visitata, in secondo luogo da parte dei suoi cari, che in pratica hanno empatizzato con i medici e non con lei. Può comprendere però da solo che l'esperienza traumatica ha fatto emergere una criticità latente già presente nel suo rapporto con gli uomini e l'autorità, con l'autostima relativa al suo corpo e con la sessualità; direi perciò che è più probabile che le sue difficoltà relazionali, soprattutto in ambito affettivo, abbiano reso traumatica un'esperienza di dolore e umiliazione, che non il contrario, ovvero che l'evento traumatico abbia compromesso la sua stabilità relazionale. Infatti, correttamente, lei parla di un vissuto profondo, che episodi occasionali relativi al corpo, per quanto orribili, non possono evocare, mentre le dinamiche relazionali sì, essendo afferenti all'autostima e all'immagine dell'Io; coerentemente, l'EMDR, che di solito aiuta a sciogliere l'eccesso tensivo di episodi di tal fatta, non ha avuto risultato, proprio perché il dolore è generato dalle dinamiche relazionali disfunzionali che sono represse nel subcosciente. D'altronde è così per tutti noi; la coscienza ci manda una rappresentazione di noi e della nostra vita che tende a "razionalizzare" le dinamiche interiori e a nascondere le fragilità profonde, che non si riescono o non si vogliono vedere. Andando al sodo, essendo io un terapeuta di formazione cognitivo-comportamentale (anche se il discorso appena fatto può sembrare psicoanalitico), ritengo che lei potrebbe utilmente lavorare sul comprendere attraverso quali dinamiche la sua storia relazionale familiare e in generale affettiva abbia plasmato questa immagine di sé così vulnerabile e questa visione ostile degli altri, verso i quali non riesce a esprimere il proprio bisogno di essere accolto e la complessità dei suoi vissuti interiori. Successivamente, una volta chiarita la sua rappresentazione di sé, quella che ha degli altri e delle relazioni affettive, esaminerei con attenzione le sue memorie traumatiche, così da farle comprendere come lei sia tormentato prevalentemente da un senso di inadeguatezza relazionale (l'impotenza di fronte alla violenza subita) piuttosto che da memorie di dolore fisico che grida vendetta (gli stati d'ira che lei riferisce) e dunque esaminare in che modo questa inadeguatezza, vera o percepita che sia, si mantenga ancora oggi. In sostanza, sposterei il focus della terapia dall'esperienza traumatica alla personalità; provi questa impostazione terapeutica (quando sceglierà il collega, le consiglio un maschio proprio per evocare le difficoltà relazionali di cui parlare in seduta fin dal primo momento) e vedrà che risolverà il suo problema. Un caro saluto, Andrea Tamburrini
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