Salve, sono un ragazzo di 17 anni quasi 18 e da un anno a questa parte penso di aver sviluppato una

24 risposte
Salve, sono un ragazzo di 17 anni quasi 18 e da un anno a questa parte penso di aver sviluppato una dipendenza verso le droghe leggere e l'alcool. Vivo in angoscia e in malo modo la mia vita da più o meno quando ho 13 anni e non saprei neanche il perché effettivo. Ho pensieri suicidari e sporadicamente ho anche praticato autolesionismo. Non riesco a parlarne con i miei genitori visto che il mio rapporto con loro è alquanto complicato e la mia domanda è: se mi rivolgo ad uno specialista c'è una qualche probabilità che mi mandino in comunità o che qualsiasi cosa del genere sopra elencato venga detta ai miei genitori? grazie in anticipo per la risposta
Dott.ssa Paola Grasso
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Salve. Anche se il rapporto con i suoi genitori è complicato è importante che ne parli con loro. Tra l'altro, è probabile che il suo disagio nasca proprio in famiglia e quindi potrebbe essere utile una terapia familiare.
Dott.ssa Paola Grasso

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Dott. Alessandro Rigutti
Psicologo clinico, Psicologo
Torino
Gentile Utente, grazie per questa sua condivisione.
Mi colpisce molto quello che racconta, dev'essere stato davvero difficile vivere questi anni tenendosi dentro tutta questa sofferenza. Capisco le sue preoccupazioni, ma proprio in questi casi credo sia importante cercare un aiuto esterno di un professionista, qualcuno da cui possiamo sentirci compresi, ascoltati e non giudicati per ciò che portiamo. Le domande che pone, poi, sono sicuro le potrà affrontare in maniera trasparente col proprio terapeuta, tenendo in ogni caso a mente che un professionista è sempre tenuto al segreto professionale.
Sento che la cosa più importante, però, è che oggi lei possa sentirsi ascoltato, riconosciuto e libero di portare questi suoi vissuti, seguendo i suoi tempi e le sue modalità. Non è solo, fuori c'è sempre qualcuno che è disposto ad aiutarla.
Le auguro tutto il meglio,

Dott. Alessandro Rigutti
Buongiorno,
la presa di coscienza che in questa situazione c'è qualcosa della propria vita che non gli permetta di vivere uno stato di benessere è un primo passo importante.
Con i minorenni, noi professionisti siamo obbligati a far firmare un consenso ai genitori prima di iniziare qualunque tipo di percorso, quindi se volessi iniziare un percorso psicologico, i tuoi genitori devono saperlo e devono dare il consenso.
Riguardo quanto viene detto a loro, dobbiamo ricordare che c'è un segreto professionale, quindi tutto quello che viene detto in seduta deve rimanere in quel contesto ma ci sono delle eccezioni, se infatti la situazione può provocare rischio per la vita della persona o per altri, bisogna affrontare questi aspetti anche con la famiglia, magari anche con l'aiuto del professionista se da solo pensi di non riuscire a dirlo.
Resto a disposizione,
Cordiali saluti, Dott.ssa Angelica Venanzetti
Dr. Fabio Lodico
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buonasera,
grazie per la tua domanda e per la tua condivisione! Se lo/la specialista è un* psicolog* o psicoterapeuta la risposta è no, la priorità sarà stabilire un rapporto di fiducia con te e mantenere un rapporto di riservatezza professionale, tanto più quando raggiungerai la maggiore età.
Spero di esserti stato utile e ti faccio i miei migliori auguri,
Fabio
Dott.ssa Nicole Pisciali
Psicologo, Psicologo clinico
Teolo
Buonasera,
prima di tutto ritengo sia importante dire che il fatto di riuscire a riconoscere il tuo disagio e chiedere informazioni è già un passo molto importante.
Quanto descrivi (uso di sostanze, angoscia persistente, pensieri suicidari e comportamenti autolesivi) merita attenzione e supporto professionale, proprio perché stai attraversando qualcosa di molto faticoso che non è necessario affrontare da solo.

Per quanto riguarda la tua domanda: lo psicologo è tenuto al segreto professionale. Questo significa che ciò che racconti in seduta resta riservato. Essendo però minorenne, anche se ancora per poco, in genere è previsto un coinvolgimento dei genitori, almeno a livello generale sul percorso (non necessariamente sui contenuti specifici delle sedute).
L’unica eccezione riguarda le situazioni in cui ci sia un rischio concreto per la tua sicurezza o per quella di altri: in questi casi il professionista ha il dovere di attivare una rete di protezione.
Questo non equivale automaticamente a essere “mandati in comunità”: nella stragrande maggioranza dei casi si cerca prima di tutto di costruire un supporto intorno a te (famiglia, servizi territoriali, eventuale neuropsichiatria), con l’obiettivo di aiutarti a stare meglio nel tuo contesto di vita.
Rivolgersi a uno specialista non significa essere puniti o allontanati, ma trovare uno spazio sicuro in cui poter parlare liberamente e dare un senso a quello che stai vivendo.
Se parlare con i tuoi genitori ti sembra troppo difficile, puoi iniziare anche tramite il medico di base, il consultorio familiare o uno sportello giovani: spesso sono canali più accessibili per un primo contatto.
Vista la presenza di pensieri suicidari e autolesionismo, ti incoraggio davvero a chiedere aiuto quanto prima. Se in qualche momento il peso dovesse diventare troppo forte, è importante rivolgerti subito a un adulto di fiducia o ai servizi di emergenza (112).
Dott.ssa Michela Lazzaro
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Ciao, grazie per il tuo messaggio. È molto importante e coraggioso che tu abbia scritto.

Se ti rivolgi a uno psicologo o a un medico, il loro compito è aiutarti, non giudicarti né “mandarti in comunità” automaticamente. La comunità è solo una possibilità estremamente rara e solo in casi gravi, e comunque avverrebbe solo se tu fossi d’accordo, tranne in situazioni molto critiche dove ci sia rischio serio e immediato per la tua sicurezza. Ma non è quello che accade di norma.

Per quanto riguarda la riservatezza, sappi che fino ai 18 anni i genitori hanno in genere il diritto di essere informati su alcune questioni mediche o psicologiche, ma non su tutto, e molti professionisti trovano un modo per proteggere la tua privacy e creare uno spazio sicuro per te. Molto dipende da come viene costruita la relazione con lo specialista.

Il passo più importante ora è chiedere aiuto, magari iniziando da un consultorio giovani (gratuito e riservato), un servizio di psicologia scolastica se c’è, o il medico di base. Anche un colloquio con un operatore del SerD (Servizio Dipendenze) può essere un buon inizio.
Dott.ssa Nunzia Sasso
Psicologo, Psicologo clinico
Taranto
Buonasera, sono la dottoressa Nunzia Sasso, psicologa.
La ringrazio per aver condiviso con me questo peso così profondo. Mi colpisce molto la lucidità con cui lei descrive il suo malessere, nonostante l'angoscia che la accompagna da ormai molti anni. Il fatto che lei stia cercando informazioni è un segnale molto importante: indica che una parte di lei desidera proteggersi e trovare una via d'uscita da questo labirinto di sofferenza. Voglio rispondere subito ai suoi dubbi tecnici, poiché la paura delle conseguenze o del coinvolgimento dei genitori spesso blocca chi sta soffrendo.
Essendo lei ancora minorenne, seppur per poco tempo, la legge italiana prevede che i genitori debbano firmare il consenso informato per permetterle di iniziare un percorso psicologico. Tuttavia, una volta stabilita la relazione terapeutica, vige il segreto professionale. Lo psicologo non è un informatore della famiglia: ciò che lei dirà in seduta resta protetto dalla massima riservatezza. L'unica deroga al segreto professionale avviene qualora il professionista ravvisi un grave e imminente pericolo per la vita del paziente o di terzi. In quel caso, la nostra priorità assoluta diventa la sua tutela. Questo non significa affatto tradire la sua fiducia, ma attivare una rete di protezione. Se lei ha pensieri suicidari o pratica autolesionismo, l'obiettivo del terapeuta non è punirla, ma aiutarla a gestire quel dolore emotivo che lei cerca, comprensibilmente, di silenziare attraverso questi atti.
In merito alla sua domanda sulla comunità, è importante chiarire che l'inserimento in una struttura terapeutica non è mai una misura automatica né punitiva. È un percorso che si prende in considerazione solo quando il contesto familiare è talmente deteriorato o la dipendenza così severa da non permettere una cura efficace restando nel proprio ambiente. È una decisione che solitamente si matura insieme, all'interno di un percorso di cura, e non un provvedimento imposto improvvisamente.
Dalle sue parole emerge che l'alcol e le sostanze potrebbero non essere il problema originario, ma la sua soluzione — purtroppo disfunzionale — a un dolore che lei porta dentro dai 13 anni. Quando l'angoscia diventa intollerabile, la mente cerca un anestetico per sopravvivere. L'autolesionismo e l'uso di sostanze servono spesso a trasformare un dolore psichico invisibile in qualcosa di fisico, o a spegnere il rumore assordante dei pensieri. Il fatto che lei non individui un perché effettivo è comprensibile: spesso le ferite più profonde sono legate a dinamiche relazionali o a bisogni che non hanno ricevuto ascolto, e che non è facile decifrare senza un supporto specialistico.
Data la sua vicinanza alla maggiore età, lei potrebbe recarsi presso un Consultorio Familiare o un SerD (Servizio per le Dipendenze) della sua città. Sono servizi pubblici e gratuiti. Potrebbe richiedere un primo colloquio informativo anche da solo per capire come quel specifico centro gestisca la privacy dei quasi-diciottenni. Molti professionisti sanno essere estremamente cauti nel proteggere lo spazio del ragazzo durante questa transizione legale.
Dott.ssa Annalisa Pazzola
Psicologo, Psicologo clinico
Cagliari
Gentililissimo,
il fatto che si renda conto della condizione che sta vivendo è già un punto di partenza per chiedere aiuto. Essendo ancora minorenne deve passare per i suoi genitori per avere il concenso ed accedere ad un supporto psicologico e ad un consulto medico. Non conosco la sua situazione nel dettaglio e la gravità dei sintomi e del malessere che riporta, la comunità solitamente viene valutata attentamente in base alla situazione. Le consiglio di parlare con i suoi genitori, nonostamnte le difficoltà relazionali con loro è fondamentale, potranno aiutarla in qualche modo.
Le auguro buona fortuna.
La dott.ssa Pazzola Annalisa
Dott.ssa Elena Arca
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Gentilissimo, l'autolesionismo è un sintomo che già di per sé potrebbe essere visibile agli occhi dei tuoi genitori come anche il consumo di droghe leggere e alcool. Ti consiglio di rivolgerti a un consultorio della tua zona- lì potrai essere accolto con riservatezza e confrontarti con gli psicologi del centro chiedendo loro come poter essere aiutato (scrivimi pure se vuoi una mano a trovarne uno). Mi permetto però di specificare che potrebbe essere utile rendere consapevoli i tuoi genitori di quanto tu stia male e chiedere loro come mai, nonostante i segnali, non siano intervenuti.
Un percorso di psicoterapia per i minorenni prevede l'autorizzazione dei genitori ma loro non saprebbero nulla sui temi trattati senza il tuo consenso. Aggiungo i miei più sentiti complimenti per aver scritto e per aver chiesto aiuto
Dott.ssa Laura Bova
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Quartu Sant'Elena
Buongiorno.
Rivolgersi ad uno specialista per essere aiutato a prendere consapevolezze del malessere e quindi a mitigare i sintomi, non avvia in automatico il percorso terapeutico in comunità.
per essere costretto ad andare in una comunità o al serd devi per forza infrangere le normali regole sociali , cioè fare qualcosa proibito dalla legge come avere quantitativi eccessivi di droga, guidar esotto effetto di stupefacenti o alcool etc.
Io da parte mia consiglio, proima che la situazione degeneri di rivolgersi immediatamente ad uno specialista, vedrai che ne vedrai immediatamente i benefici.
In bocca al lupo
Dott.ssa Laura Bova
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologo, Psicologo clinico
Pomezia
Gentile ragazzo,quello che racconti indica una sofferenza importante, che dura da tempo e che oggi si manifesta attraverso l’uso di sostanze, l’angoscia costante e pensieri molto pesanti verso te stesso. Non è strano che tu non riesca a individuarne una causa precisa, spesso, quando il disagio inizia presto, diventa uno stato emotivo di fondo che accompagna la crescita e si esprime in modi diversi nel tempo.
Provo a rispondere in modo chiaro alla tua domanda, perché è centrale. Rivolgersi a uno psicologo o a uno specialista non significa automaticamente essere mandati in comunità. L’invio in comunità è una misura eccezionale, che viene presa solo in situazioni di grave e immediato pericolo, quando non ci sono alternative di tutela. Nella grande maggioranza dei casi il lavoro è ambulatoriale, graduale e costruito insieme alla persona, con l’obiettivo di capire cosa sta succedendo e come aiutarti a stare meglio.
Per quanto riguarda i genitori, la questione è delicata ma importante da chiarire. In quanto minorenne, lo specialista ha il dovere di tutelare la tua sicurezza, ma questo non significa che tutto ciò che dici venga automaticamente riferito ai tuoi genitori. Le informazioni vengono condivise solo se c’è un rischio concreto e immediato per la tua vita o per quella di altri. Anche in quei casi, l’obiettivo non è punirti o toglierti il controllo, ma proteggerti. Molto spesso si lavora proprio per trovare il modo meno traumatico e più rispettoso possibile di coinvolgere gli adulti di riferimento, quando e se necessario.
I pensieri suicidari e l’autolesionismo che descrivi non vanno minimizzati, ma neppure vissuti come una condanna. Sono segnali di un dolore che non trova altre vie per esprimersi. Il fatto che tu stia cercando aiuto, facendo domande e ponendoti il problema, è già un passo importante verso la cura di te stesso. Non devi affrontare tutto da solo, né avere paura che chiedere aiuto significhi perdere la tua libertà.
Un percorso psicologico può offrirti uno spazio protetto, in cui parlare senza giudizio, comprendere il legame tra il tuo malessere, le sostanze e ciò che provi da anni, e costruire gradualmente alternative più sane per affrontare quello che senti. È un lavoro che si fa insieme, con rispetto dei tuoi tempi e della tua storia.
Se lo desideri, puoi prenotare una visita per approfondire la tua situazione e valutare quale tipo di supporto sia più adatto per te in questo momento.
Sono psicologa clinica, giuridica, psicodiagnosta
Un caro saluto
Dott.ssa Ester Negrola
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Ciao, grazie per aver trovato il coraggio di scrivere: non è affatto scontato e dice molto di quanto tu stia cercando di prenderti cura di te. Provo a rispondere con ordine ai tuoi dubbi: innanzitutto rivolgersi a uno psicologo/psicoterapeuta non comporta il rischio di essere mandati in comunità, in quanto si tratta di una misura rara ed estrema, adottata solo in situazioni di pericolo immediato, non quando una persona chiede aiuto. I professionisti della salute mentale sono tenuti al segreto professionale e ciò che racconti in seduta non viene riferito automaticamente ai genitori; i limiti alla riservatezza riguardano solo la tutela della tua sicurezza. È comprensibile che tu faccia fatica a parlarne con i tuoi genitori, ma potresti anche dire semplicemente di voler iniziare una psicoterapia per stare meglio, senza entrare nei dettagli. È importante non affrontare da solo questo periodo. Puoi rivolgerti a uno specialista privatamente oppure al CSM (Centro di Salute Mentale), un servizio pubblico gratuito del Servizio Sanitario Nazionale a cui si accede tramite medico di base oppure chiamando direttamente il SCM più vicino a casa tua. Per concludere vorrei dirti una cosa importante: il fatto che tu riesca a riconoscere la dipendenza, il dolore e a chiedere informazioni dimostra che una parte di te vuole stare meglio e quella parte merita di essere sostenuta! Chiedere aiuto non peggiora la situazione, molto spesso è il primo passo per farla finalmente cambiare. Ti auguro davvero di non restare solo in questo passaggio delicato della tua vita, un caro saluto, Dott.ssa Ester Negrola - Psicologa Clinica
Ciao,
la situazione che descrive è senza dubbio da considerare, ha fatto molto bene a chiedere, è il primo passo ed uno dei più difficili.

La situazione di dipendenza è da accertare, anche se non da dare per certa, alla sua età è comune utilizzare spesso droghe leggere o alcool per alterare l'esperienza percepita per qualche ragione, è un sintomo, non una causa del malessere.
Lavorandoci adeguatamente si può lavorare per capire i significati sottostanti e provare a stare meglio. La sua sofferenza mi sembra importante e va attenzionata adeguatamente.

Infine ricordi sempre che, uno specialista, psicologo psicoterapeuta o medico è legato al segreto professionale ,anche se lei è minore ci sono chiari confini di quello che si comunica o meno a loro, che di solito, da codice deontologico è l'immediato e attendibile pericolo per l'incolumità del paziente o chi gli sta vicino, in ogni caso sempre nella massima trasparenza verso di lei.
Eventualmente però può sempre aspettare di compiere 18 anni, in quel caso sarà legalmente e deontologicamente vietato il divulgare informazioni a terzi senza che lei lo voglia, anche se i suoi genitori pagano la sua seduta.

Spero di averla aiutata almeno un poco, rimango a disposizione
Dott. Marco Scaramuzzino
Dott. Stefano Recchia
Psicologo, Psicologo clinico, Professional counselor
Roma
Gentile utente grazie per aver condiviso la tua situazione. Quello che racconti è serio e doloroso e il fatto che tu stia cercando informazioni prima di fare un passo importante dice quanto tu tenga a te stesso.
Uno psicologo o uno psichiatra è tenuto al segreto professionale. Questo significa che non racconta ai genitori quello che dici in seduta. Ci sono però dei limiti, soprattutto quando una persona è minorenne. Se non c’è un pericolo immediato per la tua vita o quella di altri, quello che dici resta tra te e lo specialista. Se, invece, emergesse un rischio concreto e attuale (per esempio un piano suicidario imminente), allora lo specialista ha il dovere di attivarsi per proteggerti, e questo può includere il coinvolgimento dei genitori o dei servizi sanitari.
Uno specialista non ha come obiettivo “dire tutto ai genitori”, ma aiutarti e proteggerti.
Parla con te, spiegandoti cosa è necessario fare e coinvolgendoti nelle decisioni, non agendo all’improvviso.
Riguardo al rischio di essere mandato in comunità è una paura molto comune, ma nella realtà non si manda qualcuno in comunità “per quello che dice”. La comunità o il ricovero sono l’ultima opzione, usata solo se c’è un rischio molto alto e immediato
oppure una situazione che non può essere gestita in altro modo. Nella stragrande maggioranza dei casi, il percorso è: colloqui; supporto psicologico; eventualmente coinvolgimento graduale della famiglia; cure ambulatoriali. Non comunità.
Una cosa importante: i pensieri suicidari e l’autolesionismo non ti rendono “sbagliato” o “pericoloso”. Sono segnali di sofferenza, e uno specialista li legge così. Il tuo dolore merita ascolto, non punizioni o allontanamenti forzati.
Cerca uno psicologo che lavori attivamente con adolescenti e famiglie e all’inizio puoi anche dire apertamente: “Ho paura che quello che dirò venga riferito ai miei genitori. Vorrei capire prima come funziona la riservatezza”. È una domanda legittima e un buon professionista te lo spiegherà con chiarezza.
Spero di esserti stato d'aiuto. Resto a disposizione. Un caro saluto.
Dott. Stefano Recchia

Dott.ssa FRANCESCA GIUGNO
Psicologo clinico, Psicologo
Brescia
Buongiorno, per rivolgersi autonomamente a un terapeuta e medico psichiatra senza il coinvolgere i genitori è necessario aver compiuto i 18 anni. divenuto maggiorenne e avviato il percorso qualora gli specialisti lo ritengano opportuno possono proporre diverse progettualità o supporti ma sarà poi Lei a decidere. Buona giornata
ciao, grazie per la tua domanda.
Sono dispiaciuta per ciò che provi, deve essere davvero difficile riuscire a gestire tutto questo. Dal momento che è minorenne, i suoi genitori devono essere a conoscenza di un suo percorso psicoterapeutico. Andare in comunità è qualcosa che si concorda, ci si lavora con il paziente, non si obbliga nessuno e prima di arrivare a questo, si cerca di riparare alle ferite ed arginare i comportamenti che potrebbero essere deleteri per la sua salute. Ci tengo a specificare che La comunità è un luogo che aiuta i pazienti ad uscire dal buio che attraversa.
Il fatto che lei ha avuto la preoccupazione di avere una dipendenza e che vuole risolverla è sicuramente un aspetto più che positivo e un primo passo verso la guarigione!

un saluto
Dott.ssa Federica Giudice
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Ciao, grazie per aver scritto: quello che descrivi è serio e merita ascolto.
Rivolgersi a uno psicologo non comporta automaticamente il coinvolgimento dei genitori né l’invio in comunità. Anche se sei minorenne, vale la riservatezza: i genitori vengono informati solo se c’è un rischio grave e immediato per la tua sicurezza. L’obiettivo dello specialista è aiutarti, non punirti.

Ti incoraggio davvero a iniziare un percorso psicologico: può offrirti uno spazio protetto per capire cosa stai vivendo e trovare alternative al dolore. Puoi rivolgerti al consultorio o al servizio di salute mentale della tua ASL.
Se in questo momento i pensieri suicidari diventano urgenti, chiedi aiuto subito: 112 o Numero Verde. Non sei solo, e chiedere aiuto è un atto di forza. Se ti va puoi contattarmi privatamente
Dott.ssa Monica Venanzi
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Non appena farai 18 anni, lo specialista in questione dovrà chiedere a te se sei d'accordo che i tuoi genitori vengano a conoscenza di tutto quello che vi dite in terapia. La comunità può essere presa in considerazione in situazioni molto gravi, bisognerebbe comunque valutare meglio la tua situazione.
Visto che vorresti un aiuto ti consiglio di ascoltare questo bisogno che hai; un sostegno psicologico ti aiuterà anche ad affrontare tutte queste paure e valuterai insieme allo specialista se parlarne con i tuoi genitori o se è necessario ricorrere all'aiuto di una comunità. Vedrai che già dai primi incontri potrai trovare uno spazio sicuro dove esprimere le tue preoccupazioni.
Dott.ssa Laura Bergamini
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente, essendo lei quasi maggiorenne, uno specialista non è obbligato a comunicare ai suoi genitori quanto elencato senza il suo consenso. Quello che descrive è sicuramente un momento complesso che perdura da qualche anno e che la sta portando a sviluppare comportamenti disfunzionali. Sicuramente un percorso con uno specialista può aiutarla a comprendere il motivo dell'inizio di tali comportamenti, oltre ad aiutarla nell'allontanarsi da questa strada, che lei stesso definisce angosciosa e non corretta.
Inoltre, nel caso in cui volesse parlarne con i suoi genitori, si ricordi che può essere aiutato anche in questo dallo specialista con il quale svolgerà un percorso.
Sono a sua disposizione.
Un saluto
Dott.ssa Laura Bergamini
Psicologa clinica e forense
Psicodiagnosta
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Salve, le sue parole arrivano forti e chiare e meritano di essere accolte con molta attenzione. A diciassette anni portare dentro da così tanto tempo angoscia, senso di vuoto, l’uso di sostanze come tentativo di stare meglio e pensieri di farsi del male è un peso enorme, soprattutto se vissuto in solitudine. Il fatto che lei riesca a raccontarlo qui indica che una parte di lei sta cercando aiuto e protezione, anche se magari è stanca e spaventata. Voglio dirle innanzitutto una cosa importante: ciò che sta vivendo non la definisce come una persona sbagliata o irrecuperabile. Quando l’angoscia è presente da anni, spesso si cercano modi rapidi per spegnerla o anestetizzarla, e alcool o droghe leggere diventano una sorta di tentativo di sopravvivenza emotiva, non una scelta di debolezza. Allo stesso modo, i pensieri suicidari e l’autolesionismo non sono un desiderio di morire, ma il segnale di un dolore che non trova altre strade per esprimersi. Capisco molto bene la sua paura rispetto al chiedere aiuto. Il timore di essere “mandato in comunità” o che tutto venga riferito ai genitori è una preoccupazione frequente e legittima, soprattutto quando il rapporto con loro è complicato. In generale, parlare con uno specialista significa entrare in uno spazio pensato per la riservatezza e per l’ascolto, non per punire o allontanare. Il compito di chi lavora con ragazzi della sua età non è togliere libertà, ma aiutare a stare meglio e a rimettere insieme i pezzi. È importante però essere chiari su un punto, senza spaventarla. Quando una persona è minorenne, la riservatezza esiste, ma ha dei limiti legati alla sicurezza. Se emergesse un pericolo immediato e concreto per la sua vita o per quella di qualcun altro, lo specialista ha il dovere di attivare delle protezioni, che possono includere il coinvolgimento degli adulti di riferimento. Questo non avviene automaticamente per il fatto di avere pensieri brutti o di aver fatto del male a se stessi in passato, ma riguarda le situazioni in cui il rischio è attuale e serio. L’obiettivo, anche in quei casi, non è punire né “spedire via”, ma proteggere. Spesso, quando si inizia un percorso, questi aspetti vengono spiegati con calma fin dall’inizio, proprio per creare fiducia e chiarezza. Lei avrebbe il diritto di fare domande, di capire cosa può essere condiviso e come, e di esprimere le sue paure. Un bravo professionista non minimizza queste preoccupazioni, ma le prende sul serio. Mi colpisce anche il fatto che lei dica di vivere male da quando aveva tredici anni senza riuscire a capire il perché. A volte il dolore non nasce da un singolo evento evidente, ma da un accumulo di solitudini, incomprensioni, pressioni, sensazioni di non essere visti o capiti. Dare un senso a tutto questo è possibile, ma difficilmente da soli. Tenere tutto dentro, soprattutto alla sua età, rischia di far crescere ancora di più l’angoscia. Se in questo momento i pensieri di farsi del male diventano più intensi o sente di non riuscire a controllarli, è fondamentale non restare solo. Anche se parlare con i genitori le sembra impossibile, potrebbe esserci almeno un adulto di cui si fida un parente, un insegnante, il medico di base, qualcuno che possa aiutarla a fare il primo passo. Chiedere aiuto non è tradire se stessi, è prendersi sul serio. Lei non è il suo problema, né la sua dipendenza, né i suoi pensieri più bui. È una persona giovane che sta soffrendo e che merita ascolto, rispetto e sostegno. Il fatto che si ponga queste domande dimostra che dentro di lei c’è ancora una forte spinta a vivere diversamente da come sta vivendo ora. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Aurora Scutti
Psicologo clinico, Psicologo
San Benedetto del Tronto
Buongiorno,
Grazie per aver condiviso la sua situazione. È molto importante che lei stia pensando di rivolgersi a uno specialista: chiedere aiuto in una fase come questa è un passo fondamentale.
Lo psicologo è tenuto al segreto professionale: ciò che viene condiviso in colloquio non viene automaticamente riferito ai genitori. Tuttavia, quando emergono situazioni di rischio significativo per la salute o la vita della persona (come pensieri suicidari o comportamenti autolesivi), il professionista ha il dovere di attivarsi per tutelarla. Questo non avviene in modo punitivo né “alle sue spalle”, ma viene generalmente condiviso e spiegato durante il percorso.
Rivolgersi a uno psicologo o ai servizi per le dipendenze non comporta automaticamente l’invio in comunità: tale eventualità riguarda solo situazioni gravi e non gestibili diversamente. Nella maggior parte dei casi si procede con un supporto psicologico e, se necessario, medico.
Data la sofferenza che descrive, è importante che non resti solo: un aiuto professionale può offrirle uno spazio sicuro per comprendere e affrontare ciò che sta vivendo.
Resto a disposizione qualora desiderasse approfondire questi aspetti in uno spazio dedicato.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Aurora Scutti
Dott. Fabio Nenci
Psicologo clinico, Psicologo
San Maurizio Canavese
Buongiorno,
un minore non può cominciare un percorso di terapia psicologica senza il consenso dei genitori o di chi ne fa le veci.
Salvo delle rare eccezioni che valuta il professionista nei casi di situazioni urgenti o critiche , dove lo psicologo ritenga indispensabile e necessario un intervento immediato, a quel punto punto può avviare un rapporto informativo con il minore ma deve avvisare le autorità competenti (es. Giudice tutelare), ma si tratta di eccezioni motivate e non della regola ordinaria.
Spero di essere stato esaustivo.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Ciao, grazie per aver scritto: quello che racconti è importante e merita di essere preso molto sul serio.
L’angoscia che descrivi, l’uso di sostanze, i pensieri suicidari e gli episodi di autolesionismo sono segnali di una sofferenza profonda che non significa “essere sbagliati”, ma avere bisogno di aiuto.

Rispondo alle tue domande in modo chiaro.

Rivolgersi a uno specialista non significa automaticamente essere mandati in comunità.
Il primo obiettivo di uno psicologo o psicoterapeuta è capire cosa stai vivendo e aiutarti a stare meglio, costruendo insieme un percorso di supporto. L’inserimento in comunità è una possibilità rara e viene presa in considerazione solo in situazioni di grave e imminente pericolo, quando non ci sono alternative più tutelanti.

Per quanto riguarda i genitori:
anche se sei minorenne, lo specialista è tenuto al segreto professionale. Tuttavia, questo segreto ha dei limiti: se emerge un rischio concreto e attuale per la tua vita o per quella di altri, il professionista ha il dovere di attivare le figure adulte di riferimento per proteggerti. Questo non avviene “all’improvviso” o senza spiegazioni: di solito si cerca, quando possibile, di condividerlo con te e accompagnarti nel modo meno traumatico possibile.

Il fatto che tu faccia fatica a parlare con i tuoi genitori è comprensibile, soprattutto se il rapporto è complesso. Proprio per questo, uno spazio con uno specialista può aiutarti anche a trovare le parole giuste e capire come non restare solo con tutto questo peso.

Il passo più importante lo stai già facendo: chiedere informazioni e aiuto. Ti consiglio davvero di approfondire con uno specialista, perché non devi affrontare tutto questo da solo e perché esistono percorsi di cura rispettosi, graduali e pensati per proteggerti.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Donatella Costanzo
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Ciao,
grazie per aver scritto e per la fiducia. Quello che racconti parla di una sofferenza profonda che va avanti da tempo, e il fatto che tu stia cercando chiarimenti e aiuto è un segnale importante di consapevolezza e forza.
Rispondo con chiarezza alla tua domanda. Rivolgersi a uno specialista non comporta automaticamente l’invio in comunità. Psicologi e professionisti della salute mentale sono tenuti al segreto professionale anche con i minorenni. Le informazioni vengono condivise con i genitori solo in situazioni di grave e imminente pericolo, con l’obiettivo di tutelarti. La comunità è una misura estrema e non è una conseguenza automatica del chiedere aiuto.
Un primo passo può essere lo psicologo dello sportello d’ascolto della tua scuola, se presente, oppure i servizi territoriali della ASL o i consultori per adolescenti. Sono spazi pensati per ascoltare senza giudicare e con riservatezza. Un professionista può aiutarti anche a capire se e come coinvolgere i tuoi genitori, rispettando i tuoi tempi.
I pensieri suicidari e l’autolesionismo sono segnali che meritano attenzione. Se senti il bisogno di parlare con qualcuno subito, puoi contattare Telefono Amico Italia, un servizio di ascolto anonimo e gratuito.
Non devi avere tutte le risposte ora né capire subito il perché di ciò che stai vivendo. Meriti aiuto e non sei solo. Chiedere supporto è un passo concreto verso il stare meglio.
Un caro saluto e un sincero augurio di trovare presto un sostegno che ti faccia sentire accolto.

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