Salve a tutti e tutte. Mi farebbe piacere avere un parere esperto. La mia psicoterapeuta ha avuto u

24 risposte
Salve a tutti e tutte. Mi farebbe piacere avere un parere esperto.
La mia psicoterapeuta ha avuto un lutto e adesso mi sento un po' a disagio. Non me lo ha detto esplicitamente, ma l'ho dedotto perché ha annullato il nostro ultimo appuntamento a causa di un'emergenza familiare (ero già a conoscenza di una situazione molto precaria). Il suo silenzio prolungato sulla ricalendarizzazione mi ha fatto intendere il seguito.
Al momento sono in silenziosa attesa del prossimo incontro con lei (che non so ancora quando sarà), ma non riesco a non provare un forte senso di dissonanza al pensare che, lato professionale, lei sarà lì ad ascoltare i miei problemi un po' futili, mentre sta plausibilmente ancora affrontando il suo lutto. Avevo pensato di parlargliene, ovvero di esplicitare con lei il disagio che sento nel ritrovarmi 'forzatamente' (data l'aspettativa del nostro rapporto di professionista-paziente) a parlare delle mie cose spiacevoli a una persona che è emotivamente provata, ma alcuni miei amici mi hanno detto che sarebbe indelicato, e in qualche modo io concordo con loro, perché il lutto è un fatto personale e non voglio privarla né della sua privacy, né dell'intimità dei suoi sentimenti. Al contempo, non me la sento di far finta di niente, perché mi sembrerebbe di invalidare il suo vissuto e di deumanizzarla.
Posso avere qualche consiglio su come approcciarmi quando ci rivedremo? Agli psicologi e/o psicoterapeuti che eventualmente mi risponderanno chiedo in che modo preferirebbero che un loro paziente si comportasse in una situazione simile?
Ringrazio in anticipo e, sperando che questa questione non sia ritenuta inopportuna, mando un saluto.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
È molto comprensibile il disagio che descrivi: ti trovi in una situazione in cui il confine tra il tuo ruolo di paziente e l’umanità della tua terapeuta si fa più evidente. Quando una persona a cui affidiamo parti delicate di noi attraversa un momento difficile, è naturale provare empatia e al tempo stesso confusione su come comportarsi.

Nella relazione terapeutica, anche se il terapeuta vive un lutto, il setting professionale rimane un contenitore sicuro: spetta a lui o lei valutare quando e come riprendere il lavoro clinico. Tuttavia, il tuo vissuto è importante e può essere condiviso — non come domanda o curiosità sulla vita privata della terapeuta, ma come espressione autentica del tuo sentire. Ad esempio, potresti dirle qualcosa come:

“In questo periodo ho provato un po’ di disagio e confusione nel non sapere come stare rispetto alla sua assenza. Mi sono chiesto come affrontare questi pensieri e ho pensato che potesse essere utile parlarne insieme.”

In questo modo, non invadi la sua sfera personale ma porti nel percorso qualcosa che riguarda te, la tua esperienza, e il modo in cui gestisci l’empatia, l’incertezza e i limiti relazionali — temi che, anzi, possono diventare parte significativa del lavoro terapeutico.

È normale voler essere rispettosi e delicati, ma anche il tuo bisogno di chiarezza e autenticità merita spazio. Se però il disagio dovesse persistere o diventare fonte di blocco nella terapia, può essere utile parlarne apertamente o valutare, anche solo temporaneamente, un confronto con un altro professionista.

Per approfondire la situazione e ricevere un supporto mirato, è sempre consigliato rivolgersi direttamente a uno specialista.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

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Dott.ssa Dafne Zikos
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente, grazie per aver riportato questo suo disagio e per averlo condiviso. E'un argomento sicuramente molto delicato e complesso. Le posso dire da psicoterapeuta che se avessi di fronte a me una paziente che con delicatezza mi ponesse delle domande che mi facessero capire che è interessata a me in quanto essere umano e non solo come professionista, personalmente mi farebbe piacere.
Un saluto
Dafne Zikos
Dott.ssa Maria Betteghella
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Napoli
Cara paziente, se c'è una regola, in terapia e nelle relazioni in generale, è questa: mai rimuovere il dialogo, ma parlare e mettere in campo ciò che si sente.
Se la sua terapeuta sarà in grado di apprezzare la sua sincerità non lo so, ma io lo apprezzerei molto, e trovo sempre utilissimo per il paziente che mi dica ciò che pensa o senta di me (anche quando questo non è proprio piacevole da sentire).
Purtroppo questo non è un mestiere semplice, né credo che siano in tanti a saperlo fare purtroppo.
Non so nel suo caso, ma credo che comunque per la sua terapia non può che essere un bene parlare.
Quanto ai suoi amici, si ricordi che lo spazio terapeutico è uno spazio extra-ordinario: ciò che avviene lì difficilmente è comprensibile al di fuori della stanza di terapia. Per questo consiglio di non parlare di ciò che avviene in seduta (o si vorrebbe che avvenisse).
E' un mistero che va tenuto, e il tenerlo è un allenamento alla crescita, per lei e per tutti i pazienti.
Esiste inoltre la possibilità che la sua terapeuta non se la senta ancora di iniziare a lavorare. In questo caso, la scelta è sua: aspettare, o meno, che lei torni. E quando torna, regolarsi nella seduta sul cosa dire. Sarà passato del tempo anche per lei, e magari sono cambiate delle cose. Bisogna vivere senza aspettative e senza paura.
In bocca al lupo
Dott.ssa Alessandra Morosinotto
Psicologo, Psicologo clinico
Alessandria
Buonasera, personalmente le posso dire che vorrei che i miei pazienti fossero sempre autentici con me, nel bene e nel male. Condivida con la collega come si sente! Questo potrà essere utile alla vostra relazione, così che non ci siano non detti in sottofondo tali da inficiare il trattamento, ma anche a lei. Sarà infatti un buon punto di partenza per indagare come normalmente vive il dolore e il lutto, come si relaziona con le persone in momenti così delicati, cosa teme dell'emozioni dell'altro (in questo caso della reazione della sua terapeuta). L'unico modo "giusto" è essere sinceri ed autentici, poi vedrà che la collega saprà tenere le giuste distanze e confini nella vostra relazione.
Buongiorno, mi dispiace per la sua situazione, non deve essere facile provare dissonanza soprattutto in una relazione così significativa come quella con la propria Psicoterapeuta e credo sia sensibile da parte sua preoccuparsi per una persona che la stia aiutando in modo professionale. Iniziando a leggere le sue parole mi colpisce che ha utilizzato termini come "dedotto" e "mi ha fatto tendere implicitamente": penso che dietro a "un'emergenza familiare" e a "un silenzio prolungato" ci possano essere molti motivi. Volevo farLa riflettere sul fatto che deduzioni e ipotesi non sempre possono corrispondere a ciò che sta effettivamente accadendo nell'esperienza, nel vissuto e nelle emozioni di un'altra persona. Inoltre, come può sapere a priori e senza averne parlato apertamente se la sua Psicoterapeuta stia affronatndo il suo lutto e sia emotivamente provata? Mi colpisce che etichetta i suoi proplemi come "futili": Le è capito anche in altre relazioni di cura avere questo tipo di vissuto? Credo che ogni difficoltà o sofferenza abbia un suo valore e penso che Lei abbia avuto il coraggio e la seggezza di chiedere aiuto a un professionista per prendersi cura di sè. Inoltre, non ho ben chiaro come mai sente di ritrovarsi "forzatamente" a parlare delle sue "cose spiacevoli". Credo che possa portare a colloquio tutto ciò che scritto qua, in modo da parlarne apertamente con la sua Psicoterapeuta, professionista formata per accompagnarla in un percorso nella direzione del suo benessere e in contatto anche con le proprie emozioni. Spero di esserLe stata utile, Le auguro una buona giornata!
Dott.ssa Claudia Lotti
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
gentile utente,
è comprensibile e apprezzabile che si senta a disagio in una situazione come questa: mostra sensibilità e rispetto umano. Tenga però presente che, nel suo lavoro, la psicoterapeuta è formata per mantenere il proprio vissuto personale separato dallo spazio terapeutico, così da offrire sempre al paziente un ambiente sicuro e protetto.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, quello che descrive è un pensiero molto delicato e umano, che rivela la sua sensibilità e la sua capacità di empatia. È comprensibile che si senta in una posizione di incertezza, perché in questa situazione i confini del rapporto terapeutico sembrano in parte sovrapporsi a quelli dell’affetto e del rispetto personale che può provare per la sua terapeuta. In un percorso psicologico, infatti, si crea spesso un legame profondo, fatto non solo di ascolto e competenza, ma anche di fiducia e umanità reciproca. Ed è naturale che, sapendo di una perdita così importante, lei non riesca semplicemente a “ignorare” la cosa e a riprendere come se nulla fosse. Allo stesso tempo, è altrettanto comprensibile che si chieda quale sia il modo più rispettoso di comportarsi. Il lutto, come ogni evento personale, appartiene a una sfera privata e ogni professionista sceglie con quale misura e in quali tempi condividerlo con i propri pazienti. Per questo, può darsi che la sua terapeuta scelga di non parlarne affatto o di farlo solo brevemente, cercando di mantenere la cornice professionale che tutela entrambi. È un modo, anche questo, di proteggere lo spazio terapeutico e di permettere che resti un luogo centrato sui suoi bisogni e sul suo percorso. Quando vi rivedrete, potrà essere utile affidarsi alla spontaneità, con tatto e semplicità. Può accennare, se lo sentirà, al fatto che ha percepito la difficoltà del momento e che si è trovata in una posizione di imbarazzo, perché non voleva mancare di rispetto al suo dolore ma neppure fingere che nulla fosse accaduto. Una frase breve, sincera, priva di curiosità o dettagli, può essere sufficiente per riconoscere la situazione e lasciare poi che sia lei, come professionista, a decidere quanto spazio darle o meno. In questo modo, non si oltrepassano i confini, ma si mantiene intatta quella dimensione di autenticità che fa parte del vostro legame terapeutico. È importante anche ricordare che, se la sua terapeuta ha scelto di tornare al lavoro, probabilmente lo fa sentendosi in grado di farlo e consapevole della propria capacità di esserle presente come sempre. I terapeuti sono formati per gestire le proprie emozioni in modo che non interferiscano con la relazione terapeutica, e in questo senso non deve sentirsi colpevole o in imbarazzo nel parlare dei suoi problemi. Anzi, il fatto che lei provi questo tipo di riflessione può essere un segnale di quanto il percorso stia funzionando, perché la terapia aiuta proprio a sviluppare una maggiore consapevolezza delle proprie emozioni e delle dinamiche relazionali. Se in seduta dovesse ancora sentirsi in difficoltà, può portare apertamente questo vissuto. Non come un giudizio o una preoccupazione per lei, ma come un suo sentire: ciò che le provoca essere in quella situazione. La terapia è anche questo, uno spazio dove poter esplorare i propri stati interni, anche quando riguardano la relazione terapeutica stessa. Potrebbe scoprire che parlarne la aiuta a sentirsi più libera e a rafforzare ulteriormente la fiducia nel percorso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Alessandra Motta
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Buongiorno,
la sua sensibilità è rara e molto preziosa. In situazioni come questa, la cosa più rispettosa non è “fare finta di nulla” né invadere, ma riconoscere senza insistere. Quando la vedrà, potrà semplicemente dirle qualcosa come: “Ho intuito che sta attraversando un momento difficile, mi dispiace molto”. Poi si fermi lì: sarà lei, se vorrà, a decidere se dire qualcosa o tornare al lavoro terapeutico.

Mostrare umanità non significa rompere il ruolo, ma ricordare che la relazione terapeutica è fatta anche di rispetto reciproco. E il suo rispetto, in questo caso, è già parte della cura.

Un caro saluto,
Dott.ssa Alessandra Motta – Psicologa Strategica
Buongiorno,
la sua domanda sottende grande empatia ed è molto interessante. Cosa succede quando lo psicologo mostra la sua umanità (vive dei lutti, commette degli errori...)? E cosa accade al paziente quando ciò accade?
Questo è un tema importantissimo perché pone l'accento sulla relazione psicologo-paziente, relazione che è effettivamente lo strumento di cura più potente. Proprio per questa ragione credo che il suo primo pensiero sia molto positivo e funzionale: "avevo pensato di parlargliene, ovvero di esplicitare con lei il disagio che sento...". Poter esprimere il suo disagio e i suoi pensieri autentico nella relazione con la sua psicoterapeuta è fondamentale, significa darsi la possibilità di fare spazio a quello che conta davvero per lei e poter sperimentare l'accoglienza dei suoi stati emotivi. La collega sono certa che saprà cogliere l'importanza del suo movimento di apertura e lo utilizzerà nel modo a lei (paziente) più utile. Il timore di risultare indelicato è comprensibile, ma dalla scelta delle sue parole emerge tanta delicatezza e tanta attenzione verso la vostra relazione terapeutica, non credo corra questo rischio. E seppure dovesse risultare indelicato (dubito fortemente) sarà nuovamente un'occasione per lavorarci.
Le auguro una buona giornata,
un caro saluto
Dott. Dario Martelli
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Buongiorno, come lei ha chiesto le dò il mio parere. Io preferirei assolutamente che il mio paziente/cliente mi parlasse dei suoi sentimenti riguardo alla situazione mi sembrerebbe umano da una parte, dall'altra reale rispetto al mio lavoro e all'obiettivo della relazione che stiamo vivendo. Anche terapeuticamente utile perchè mi parla di come la persona che ho davanti esprime i suoi sentimenti e cosa dice di lei. Inoltre se la sua terapeuta ha deciso di riprendere il lavoro dopo un'interruzione penso possa mettere in conto aspettative e dubbi dei pazienti. Inoltre il non detto rischierebbe di creare un blocco nel Processo terapeutico. Buona Giornata!
Dott.ssa Chiara Calamida
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Como
Buongiorno,
penso sia importante condividere i suoi pensieri e sensazioni in merito alla questione con la sua terapeuta; trovo sia un buon modo per fare pulizia nella relazione terapeutica che ha una parte importante all'interno del percorso. Potrebbe risultare anche un ottimo spunto di lavoro e di riflessione su sè stessa in relazione a questi episodi e come li gestisce all'interno di una relazione, qualunque essa sia.

Dott.ssa Chiara Calamida
Dott.ssa Lavinia Sestito
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Salve,
molto carina la sua preoccupazione.
Le posso rispondere con la sicurezza che la collega sa ciò che fa.
I vostri problemi non sono mai e ripeto mai cose futili. Sono faccende serie, affetti importanti e che vanno protetti per questo motivo. Siamo terapeuti e sappiamo bene di essere umani, forse a volte sono i pazienti che ci vedono come "indistruttibili".
Se vorrà parlare con la sua terapeuta delle sue emozioni e preoccupazioni, circa questo lutto, la collega sarà felice di darle parole affettive di terapia e di cura.
Un caro saluto
Lavinia
Gentile utente,
il rapporto terapeuta-paziente è fatto prima di tutto di relazione tra esseri umani.
Nella stanza di terapia il professionista è presente per il cliente, ed i suoi vissuti elaborati (o in processo di elaborazione) in altra sede devono rimanere tali. Nonostante questo può condividere con la sua terapeuta ciò che sente, può dirle che l'ha pensata e come il ritorno in terapia la fa stare attualmente.
Oltre che essere una condivisione di vissuti può essere anche un tema che dice qualcosa di noi, di come sentiamo e di come questo è allineato alla nostra storia di vita nonché ai motivi che ci portano in terapia.
Buon lavoro,
dott.ssa SZ
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologo, Psicologo clinico, Professional counselor
Forlì
Buongiorno cara, quello che stai provando è assolutamente legittimo e merita di essere accolto, non messo da parte. Ma partiamo da un punto fondamentale: la relazione terapeutica è sì asimmetrica (lei è la professionista, tu la paziente), ma è anche profondamente umana. Non sei una macchina che deposita problemi e lei non è un contenitore indistruttibile, ma siete due persone che si incontrano in uno spazio particolare, e in questo spazio la presenza autentica conta moltissimo. Ora, veniamo alla domanda che ti poni: è giusto parlarne con lei? La mia risposta, chiara e decisa, è sì. E ti spiego perché.

In terapia, tutto ciò che senti in relazione allo spazio terapeutico e alla figura del terapeuta è materiale prezioso da portare, se tu tacessi questo disagio, lo porteresti comunque con te nella stanza, solo in forma silenziosa e questo silenzio creerebbe una distanza, un non detto che inquinerebbe la relazione. Parlarne, al contrario, è un atto di rispetto verso entrambe: verso di lei, perché riconosci implicitamente la sua umanità senza invaderla, e verso te stessa, perché onori ciò che senti.

Non si tratta di "privarla della sua privacy" o di "essere indelicati". Si tratta di portare in modo semplice e autentico quello che sta accadendo dentro di te in relazione a questa situazione. Puoi dire qualcosa di molto simile a ciò che hai scritto qui: "Mi sento un po' a disagio, ho percepito che probabilmente sta attraversando un momento difficile, e mi chiedo come sia per me parlarle delle mie cose mentre lei potrebbe star affrontando qualcosa di doloroso. Non voglio invadere la sua privacy, ma sento che questo pensiero mi accompagna e preferisco condividerlo piuttosto che tenerlo per me."

Questa modalità è perfetta perché:
- Non fai domande dirette sul lutto (rispetti la sua privacy)
- Porti la tua esperienza emotiva (che è il materiale della terapia)
- Le dai la possibilità di rispondere come ritiene opportuno
- Non la obblighi a nulla, ma apri uno spazio di autenticità

Posso dirti che apprezzerei moltissimo un paziente che si comportasse così, mi darebbe la possibilità di riconoscere implicitamente la situazione senza doverla necessariamente esplicitare nei dettagli, di rassicurarla sul fatto che sono in grado di accogliere le sue difficoltà anche in questo momento, o eventualmente di dire con franchezza se ho bisogno di più tempo prima di riprendere. Sarebbe un momento di autenticità relazionale che, lungi dall'essere indelicato, rafforzerebbe la fiducia reciproca.

Inoltre, considera questo: anche se lei non ti parlerà direttamente del suo lutto (ed è giusto che non lo faccia, perché lo spazio terapeutico è tuo), il fatto che tu abbia portato il tuo disagio le permetterà di sapere che tu la vedi come persona, non solo come funzione. E questo, in un momento di dolore, può essere incredibilmente importante.

Vorrei anche dirti un'altra cosa: i tuoi problemi non sono "futili". L'ansia, le difficoltà relazionali, i dubbi esistenziali, qualunque cosa tu stia portando in terapia, hanno dignità e importanza. Il fatto che esista il dolore nel mondo, o che la tua terapeuta stia soffrendo, non rende le tue fatiche meno reali o meno meritevoli di attenzione. Non c'è una gerarchia del dolore. Se lei ha scelto di riprendere a lavorare, significa che si sente in grado di farlo, e tu hai tutto il diritto di occupare quello spazio con le tue questioni.

Quindi, riassumendo: quando la rivedrai, ascolta prima come ti senti in quel momento e se il disagio è ancora presente, portalo con parole semplici, non fare domande dirette sul lutto, ma esprimi ciò che senti.. Lascia che sia lei a decidere quanto e come rispondere.

Ti auguro che questo momento, pur delicato, possa trasformarsi in un'occasione di maggiore autenticità e profondità nella vostra relazione terapeutica.

Un cordiale saluto,

Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamwork
Dott.ssa Chiara Visalli
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Buon pomeriggio, La ringrazio per la sua bellissima domanda che permette di affrontare la questione dei confini e dell'eventuale "self-disclosure" da parte del/lla psicoterapeuta con i propri pazienti. Se maneggiata con delicatezza, questa potrebbe essere una bellissima occasione per esplicitare il suo affetto e la sua gratitudine, seppure dentro una relazione professionale, verso la sua psicoterapeuta e per poter affrontare alcuni temi che, magari, altrimenti non sarebbero venuti fuori. Il tema del lutto potrebbe avvicinarvi, diventare uno strumento di comunicazione o un nuovo tema, che permette di rispecchiarvi o di conoscervi più autenticamente, di rendere la relazione terapeutica e di conseguenza l'alleanza più solida e sicura.
Non credo che nessun terapeuta vivrebbe il suo tentativo di vicinanza e di empatia come una "violazione della privacy", ma penso sarebbe piuttosto un modo per svelarsi un po' di più e per scoprire che anche queste situazioni possono essere dette ed affrontate all'interno dello spazio terapeutico (rappresentando, magari, un momento di svolta).
Le consiglio semplicemente di esplicitare le sue preoccupazioni, dire alla sua terapeuta che l'ha molto pensata e che era dispiaciuta, può anche farle in maniera esplicita le condoglianze... aggiungendo anche che non era sicura fosse il caso di tirare fuori l'argomento, ma che altrimenti si sarebbe sentita a disagio... E così via. Sono certa che questo aprirà uno spazio di condivisione e confronto profondo.
In bocca a lupo,
Chiara Visalli - Psicologa Clinico Dinamica
Dott.ssa Elena Sonsino
Psicologo clinico, Psicologo
Milano
Cara, gliene parli. Metta in parole questo suo sentire, così avrete la possibilità di vederlo insieme. Un caro saluto
Dott.ssa Eleonora Bergami
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Bologna
Gent.ma,

la questione che pone, se decidesse di portarla effettivamente alla sua terapeuta, potrebbe rappresentare una preziosissima occasione per esplorare diverse immagini e vissuti importanti per lei. Si è messa molto nei panni dell’Altro, immaginando soluzioni per non essere “inopportuna” in questo delicato momento. Eppure, lo spazio di terapia e la relazione sviluppata nel tempo con la sua terapeuta potranno rappresentare proprio il terreno all’interno del quale esplorare anche queste dinamiche. Al colloquio, se e quando vorrà, potrà portare Sè stessa, con i suoi timori e desideri riguardanti la questione, condividendo così elementi ricchissimi per il vostro lavoro insieme.


Care cose

Dott.ssa E.B.
Dott.ssa Laura Zanella
Psicologo
Venezia
Buongiorno gentile utente, grazie per la sua domanda, poichè potrebbe essere utile anche ad altri nella sua situazione.
Con il proprio psicologo si è in una relazione con un essere umano, per cui ritengo che la sua preoccupazione "di pesare" su qualcuno di provato sia del tutto comprensibile. Sul dubbio se parlargliene o meno, mi verrebbe da dire che in uno spazio a lei dedicato dovrebbe poter sentire la libertà di parlare, soprattutto di ciò che la mette in difficoltà, se questo rischia di limitarla nel lavoro che sta affrontando. Si ricordi infatti che in quello spazio è lei la persona che riceve supporto da una professionista.
Spero che la mia risposta possa averla aiutata con i suoi dubbi
Un caro saluto
Dott.ssa Ida Daniele
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Quarto
Questo è un argomento molto interessante, a mio parere esistono molti tabù in psicoterapia, forse anche troppi ed alcuni inutili. Io da terapeuta ti direi che è importante esprimere ciò che hai detto soprattutto se poi il vissuto della collega limiterebbe il tuo percorso o l'espressione dei tuoi vissuti e delle tue emozioni. Naturalmente è un parere personale.
Gentile pz, a mio parere una buona relazione terapeutica significa per il pz potersi permettere di essere autentico e se stesso in terapia. Questa condizione è anche un po' il "termometro" di una buona terapia che sta funzionando. Non so a che punto è del suo percorso, da quanto tempo sta andando dalla collega? Però prenderei questa occasione come spunto per Lei per riflettere sul perché non si sente di potersi esprimere liberamente e ne parlerei in terapia perché potrebbe essere anche questo un argomento interessante. Un caro saluto
Buondì, e grazie per aver posto una domanda così profonda e rispettosa.
È assolutamente comprensibile che tu stia vivendo un senso di dissonanza in questa situazione. In terapia, anche se il focus resta su di te, il terapeuta è comunque una presenza umana con cui si costruisce una relazione significativa.
Sentire empatia verso di lei, e chiedersi come affrontare il suo possibile dolore, è segno della tua sensibilità, non una mancanza di rispetto.
Detto questo, voglio rassicurarti su un punto: una terapeuta che decide di riprendere il lavoro è – nella maggior parte dei casi – in grado di esserci per te. Fa parte della sua professionalità sapere quando può essere presente in modo autentico, e quando invece ha bisogno di fermarsi. Se ha scelto di incontrarti, è perché sente di poterlo fare.
Quanto al tuo disagio: puoi condividerlo, con delicatezza, proprio come lo hai espresso qui.
Non per chiedere conferme sul suo vissuto privato, né per “curarla”, ma per essere onesta su come ti senti nel ruolo di paziente in questa situazione.
Puoi dirle, ad esempio:
"Non so esattamente cosa sia successo e rispetto pienamente la tua privacy, ma ho avvertito qualcosa che mi ha fatto riflettere. Volevo solo condividere che, nel pensare al nostro prossimo incontro, ho sentito un po’ di disagio e non riuscivo a ignorarlo. Mi chiedevo se fosse giusto parlarne, perché non voglio far finta di niente, ma al tempo stesso rispetto profondamente i tuoi confini."
Questo tipo di apertura non è invadente: è una forma di rispetto reciproco.
E, in realtà, può diventare parte del vostro lavoro terapeutico.
Perché ciò che stai vivendo – il tema del confine, della reciprocità, del “sentirsi di troppo” – potrebbe avere anche risonanze più ampie nella tua vita.
Dott.ssa Cecilia Calamita
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Buongiorno,
la sua domanda è molto umana e denota una grande sensibilità. Probabilmente la sua preoccupazione verso il vissuto di lutto della sua terapeuta dice molto di lei, di com'è fatta, del suo sentire, del suo modo di relazionarsi con gli altri e delle sue paure. Pertanto è materiale prezioso, autentico e importante per la terapia. Essendo lei la paziente, non si preoccupi di ciò che è opportuno o non opportuno a livello di privacy, sarà la terapeuta in caso a decidere cosa condividere. Può invece essere occasione di grandi riflessioni e condivisione autentica. La invito a parlarne con la sua terapeuta, esprimendo ciò che sente proprio come lo ha scritto qui, con la complessità e l'ambivalenza che c'è dietro. Le auguro il meglio.
Dott.ssa Melania Lattuada
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buongiorno, la ringrazio per la sua condivisione. La relazione terapeuta - paziente, così come tutte le relazioni tra esseri umani, può crescere e diventare sempre più solida quando ci sono comunicazione e autenticità da entrambe le parti. Provi a raccontare alla sua terapeuta quali sono stati i suoi pensieri e le sue sensazioni, così da poterne dialogare insieme. Non abbia paura di essere indelicata o fuori luogo, la collega saprà come approcciarsi alla situazione. Resto a disposizione, Dott.ssa Melania Lattuada
Dott.ssa Martina Eterno
Psicologo, Psicologo clinico
Alcamo
Salve,
quello che descrive è un vissuto comprensibile. Quando conosciamo, anche solo indirettamente, una difficoltà personale del terapeuta può emergere un senso di disagio o di attenzione verso l’altra persona, perché il terapeuta non è solo un professionista ma anche un essere umano.
Allo stesso tempo, è importante ricordare che fa parte della responsabilità del professionista valutare se è nelle condizioni di riprendere il lavoro clinico. Se la sua terapeuta tornerà a fissare un appuntamento, è probabile che abbia ritenuto di poter essere nuovamente presente nello spazio terapeutico.
Detto questo, portare in seduta il disagio che sta provando non è affatto indelicato. In terapia anche ciò che accade nella relazione terapeutica può diventare un tema di lavoro importante. Può semplicemente condividere che ha percepito la sua assenza e che si è interrogato su come comportarsi, sentendosi un po’ a disagio nel parlare delle proprie difficoltà.
Questo tipo di condivisione, se espressa con rispetto come sembra nelle sue parole, non invade la privacy del terapeuta, ma permette di dare spazio a ciò che sta vivendo e di chiarire insieme la situazione.

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