Buongiorno. Mia suocera, che per due anni é stata cordiale e apparentemente discreta, é diventata
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Buongiorno.
Mia suocera, che per due anni é stata cordiale e apparentemente discreta, é diventata sempre piu’ controllante verso il figlio e la nostra vita.
Sono una donna divorziata con bambino, la nostra storia é nata da un amore « clandestino », ho lasciato mio marito per lui.
Mia suocera, molto religiosa, sembrava avere accettato le cose. Tre settimane fa, quando ha saputo che il mio compagno in futuro lascerebbe i suoi averi a mio figlio, si é adirata, perché la colpa sarebbe mia che non voglio dargli un figlio di sangue, perché mio figlio non é della famiglia e lei punta il dito contro di me, che a suo dire condizionerei suo figlio.
(Non ho mai invece chiesto nulla al mio compagno dei suoi averi, mai.)
Da quel momento mi sono chiusa. Non riesco nemmeno a salutarli. Mia suocera -come fa ogni volta - adesso fa come se nulla fosse successo. Io provo distacco. Il mio compagno -che non vuole averci a che fare- riesce a rispondere se gli parla ma con freddo distacco e senza dimostrare affetto. Dice che gli é indifferente a quel punto. La mia psicologa mi dice che dovrei pure io sapere distinguere su cosa non parlare ma dovrei riuscire con freddezza a salutarla o rispondere su altre domande. Secondo lei é controllante ma fragile, non sopporta la disgregazione della sua famiglia originaria e ha scarsa stima nelle capacità dei figli se vuole comandarli. Ma che le sue parole cattive parlano di lei, e io posso provare a essere « superiore » senza dare confidenza ma evitando un ambiente tossico (viviamo davvero vicini l’un l’altro). Non so davvero come comportami e come riuscire a sforzarmi. Lei sara’ fragile, ma ai miei occhi é anche controllante e « cattiva » verso noi nuore (anche l’altra nuora viene costantemente attaccata).
Mi aiutate a riflettere?
Mia suocera, che per due anni é stata cordiale e apparentemente discreta, é diventata sempre piu’ controllante verso il figlio e la nostra vita.
Sono una donna divorziata con bambino, la nostra storia é nata da un amore « clandestino », ho lasciato mio marito per lui.
Mia suocera, molto religiosa, sembrava avere accettato le cose. Tre settimane fa, quando ha saputo che il mio compagno in futuro lascerebbe i suoi averi a mio figlio, si é adirata, perché la colpa sarebbe mia che non voglio dargli un figlio di sangue, perché mio figlio non é della famiglia e lei punta il dito contro di me, che a suo dire condizionerei suo figlio.
(Non ho mai invece chiesto nulla al mio compagno dei suoi averi, mai.)
Da quel momento mi sono chiusa. Non riesco nemmeno a salutarli. Mia suocera -come fa ogni volta - adesso fa come se nulla fosse successo. Io provo distacco. Il mio compagno -che non vuole averci a che fare- riesce a rispondere se gli parla ma con freddo distacco e senza dimostrare affetto. Dice che gli é indifferente a quel punto. La mia psicologa mi dice che dovrei pure io sapere distinguere su cosa non parlare ma dovrei riuscire con freddezza a salutarla o rispondere su altre domande. Secondo lei é controllante ma fragile, non sopporta la disgregazione della sua famiglia originaria e ha scarsa stima nelle capacità dei figli se vuole comandarli. Ma che le sue parole cattive parlano di lei, e io posso provare a essere « superiore » senza dare confidenza ma evitando un ambiente tossico (viviamo davvero vicini l’un l’altro). Non so davvero come comportami e come riuscire a sforzarmi. Lei sara’ fragile, ma ai miei occhi é anche controllante e « cattiva » verso noi nuore (anche l’altra nuora viene costantemente attaccata).
Mi aiutate a riflettere?
Gentilissima, grazie per aver condiviso la sua riflessione.
Dal suo racconto emerge una dinamica relazionale fortemente intrusiva, in cui sua suocera sembra reagire con controllo e aggressività alla perdita di centralità e al timore di esclusione simbolica.
Il suo ritiro emotivo è comprensibile, si tratta di una risposta di protezione dopo un attacco identitario, che tocca lei come donna, madre e partner. Tuttavia, il rischio è che il silenzio totale cristallizzi la frattura e la lasci sola a portarne il peso.
Il comportamento del suo compagno, freddo ma presente, segnala un tentativo di separarsi senza rompere, che può essere una risorsa se condivisa e pensata insieme.
La difficoltà sta soprattutto nel riuscire a creare confini chiari in un contesto di vicinanza fisica ed emotiva forzata.
Potrebbe essere utile distinguere ciò che le appartiene da ciò che è proiezione dell’altro, senza sentirsi obbligata a “riparare” una fragilità che non è sua responsabilità.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Dal suo racconto emerge una dinamica relazionale fortemente intrusiva, in cui sua suocera sembra reagire con controllo e aggressività alla perdita di centralità e al timore di esclusione simbolica.
Il suo ritiro emotivo è comprensibile, si tratta di una risposta di protezione dopo un attacco identitario, che tocca lei come donna, madre e partner. Tuttavia, il rischio è che il silenzio totale cristallizzi la frattura e la lasci sola a portarne il peso.
Il comportamento del suo compagno, freddo ma presente, segnala un tentativo di separarsi senza rompere, che può essere una risorsa se condivisa e pensata insieme.
La difficoltà sta soprattutto nel riuscire a creare confini chiari in un contesto di vicinanza fisica ed emotiva forzata.
Potrebbe essere utile distinguere ciò che le appartiene da ciò che è proiezione dell’altro, senza sentirsi obbligata a “riparare” una fragilità che non è sua responsabilità.
Le auguro il meglio,
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Buongiorno,
la situazione che descrive è emotivamente molto faticosa e il suo ritiro non è un segno di debolezza, ma una reazione comprensibile a parole vissute come svalutanti e ingiuste. Quando una figura significativa mette in discussione il valore di un legame, di un figlio e implicitamente della propria identità, è normale che si attivi una forma di protezione come il distacco.
Da un lato, è vero – come le ha detto la sua psicologa – che le parole di sua suocera parlano soprattutto di lei: delle sue fragilità, del bisogno di controllo, della difficoltà ad accettare cambiamenti che mettono in crisi l’idea di “famiglia” che ha interiorizzato. Questo però non significa che lei debba minimizzare l’impatto che tali atteggiamenti hanno su di sé. Comprendere l’origine del comportamento altrui non equivale a doverlo tollerare senza conseguenze emotive.
Il punto centrale sembra essere il confine. Non tanto “essere superiori”, quanto trovare una modalità che le permetta di tutelarsi senza alimentare un clima ancora più tossico, soprattutto considerando la vicinanza fisica. Saluti formali, risposte neutrali e la scelta consapevole di non entrare in certi temi possono essere strumenti di autoprotezione, non atti di ipocrisia. Allo stesso tempo, è importante rispettare i suoi tempi: forzarsi quando la ferita è ancora aperta può risultare controproducente.
Anche la posizione del suo compagno merita attenzione: il suo distacco emotivo può essere una difesa, ma il rischio è che lei si senta sola nel reggere il peso della situazione. L’alleanza di coppia, chiara e condivisa, è fondamentale per non sentirsi “inermi” di fronte a dinamiche familiari invasive.
Sta già facendo un lavoro importante interrogandosi su di sé e affidandosi a un percorso psicologico. Proprio per la complessità emotiva e relazionale di questa vicenda, è consigliabile continuare ad approfondire con uno specialista, per costruire confini sostenibili e strategie che rispettino il suo benessere senza negare ciò che prova.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la situazione che descrive è emotivamente molto faticosa e il suo ritiro non è un segno di debolezza, ma una reazione comprensibile a parole vissute come svalutanti e ingiuste. Quando una figura significativa mette in discussione il valore di un legame, di un figlio e implicitamente della propria identità, è normale che si attivi una forma di protezione come il distacco.
Da un lato, è vero – come le ha detto la sua psicologa – che le parole di sua suocera parlano soprattutto di lei: delle sue fragilità, del bisogno di controllo, della difficoltà ad accettare cambiamenti che mettono in crisi l’idea di “famiglia” che ha interiorizzato. Questo però non significa che lei debba minimizzare l’impatto che tali atteggiamenti hanno su di sé. Comprendere l’origine del comportamento altrui non equivale a doverlo tollerare senza conseguenze emotive.
Il punto centrale sembra essere il confine. Non tanto “essere superiori”, quanto trovare una modalità che le permetta di tutelarsi senza alimentare un clima ancora più tossico, soprattutto considerando la vicinanza fisica. Saluti formali, risposte neutrali e la scelta consapevole di non entrare in certi temi possono essere strumenti di autoprotezione, non atti di ipocrisia. Allo stesso tempo, è importante rispettare i suoi tempi: forzarsi quando la ferita è ancora aperta può risultare controproducente.
Anche la posizione del suo compagno merita attenzione: il suo distacco emotivo può essere una difesa, ma il rischio è che lei si senta sola nel reggere il peso della situazione. L’alleanza di coppia, chiara e condivisa, è fondamentale per non sentirsi “inermi” di fronte a dinamiche familiari invasive.
Sta già facendo un lavoro importante interrogandosi su di sé e affidandosi a un percorso psicologico. Proprio per la complessità emotiva e relazionale di questa vicenda, è consigliabile continuare ad approfondire con uno specialista, per costruire confini sostenibili e strategie che rispettino il suo benessere senza negare ciò che prova.
Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Immagino che la situazione in cui si trova sia difficile e spiacevole.
Sarebbe importante per lei riuscire ad avere un minimo di rapporto con sua suocera? Cosa significherebbe per lei riuscire a parlare con la suocera? Che immagine di se stessa avrebbe?
Sarebbe importante per lei riuscire ad avere un minimo di rapporto con sua suocera? Cosa significherebbe per lei riuscire a parlare con la suocera? Che immagine di se stessa avrebbe?
Gentile amica,
la sua chiusura e il senso di distacco che prova non sono errori da correggere, ma risposte naturali del suo sistema emotivo che sta cercando di proteggere la propria integrità. Quando qualcuno punta il dito contro la nostra storia, le nostre scelte o, peggio ancora, l'appartenenza di un figlio, colpisce le nostre radici più profonde.
Sua suocera sembra agire mossa da un "patto di fedeltà" verso un'idea di famiglia biologica e religiosa molto rigida, dove il patrimonio deve seguire il sangue e non l'amore o la scelta. Il fatto che lei sia diventata ostile solo davanti alla questione dell'eredità suggerisce che il suo controllo sia una difesa contro la "disgregazione" dei beni e dei ruoli che lei stessa ha faticato a costruire. Come giustamente osserva la sua psicologa, le sue parole cattive parlano della sua fragilità e del suo bisogno di ordine, ma questo non rende le sue azioni meno tossiche per chi le subisce.
Il punto su cui riflettere è il concetto di "superiorità". Essere superiori non significa subire con un sorriso, ma raggiungere una postura interiore in cui il giudizio dell'altro smette di definire chi siamo. Quando lei non riesce a salutarla, sta dando a sua suocera un potere enorme: il potere di alterare il suo stato emotivo e il suo comportamento. Il silenzio punitivo, sebbene comprensibile, la mantiene ancora legata a lei in un conflitto aperto.
Il "freddo distacco" di cui parla il suo compagno è una forma di confine molto adulta. Significa esserci fisicamente, rispondere alle necessità formali, ma non permettere a quella persona di entrare nella propria "stanza del tesoro" emotiva. Per riuscire a tornare a un saluto formale, potrebbe aiutarla guardare sua suocera come a una persona rimasta intrappolata nei suoi stessi schemi mentali, una donna che non sa gestire l'imprevedibilità dell'amore autentico.
La vicinanza fisica rende tutto più difficile, ma può costruire un "confine invisibile". Salutarla non significa perdonarla o darle confidenza; significa semplicemente dire: "Io sono qui, la mia vita è solida e le tue parole non hanno la forza di spostarmi". Il suo valore come donna, e il posto di suo figlio in questa nuova famiglia, non dipendono dal riconoscimento di sua suocera, ma dalla forza del legame che lei e il suo compagno state costruendo ogni giorno.
Protegga la sua pace, non come atto di forza, ma come atto di amore verso la vita che ha scelto di abitare.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad orientamento Umanista-Bioenergetico
(Disponibile anche per consulenze online)
la sua chiusura e il senso di distacco che prova non sono errori da correggere, ma risposte naturali del suo sistema emotivo che sta cercando di proteggere la propria integrità. Quando qualcuno punta il dito contro la nostra storia, le nostre scelte o, peggio ancora, l'appartenenza di un figlio, colpisce le nostre radici più profonde.
Sua suocera sembra agire mossa da un "patto di fedeltà" verso un'idea di famiglia biologica e religiosa molto rigida, dove il patrimonio deve seguire il sangue e non l'amore o la scelta. Il fatto che lei sia diventata ostile solo davanti alla questione dell'eredità suggerisce che il suo controllo sia una difesa contro la "disgregazione" dei beni e dei ruoli che lei stessa ha faticato a costruire. Come giustamente osserva la sua psicologa, le sue parole cattive parlano della sua fragilità e del suo bisogno di ordine, ma questo non rende le sue azioni meno tossiche per chi le subisce.
Il punto su cui riflettere è il concetto di "superiorità". Essere superiori non significa subire con un sorriso, ma raggiungere una postura interiore in cui il giudizio dell'altro smette di definire chi siamo. Quando lei non riesce a salutarla, sta dando a sua suocera un potere enorme: il potere di alterare il suo stato emotivo e il suo comportamento. Il silenzio punitivo, sebbene comprensibile, la mantiene ancora legata a lei in un conflitto aperto.
Il "freddo distacco" di cui parla il suo compagno è una forma di confine molto adulta. Significa esserci fisicamente, rispondere alle necessità formali, ma non permettere a quella persona di entrare nella propria "stanza del tesoro" emotiva. Per riuscire a tornare a un saluto formale, potrebbe aiutarla guardare sua suocera come a una persona rimasta intrappolata nei suoi stessi schemi mentali, una donna che non sa gestire l'imprevedibilità dell'amore autentico.
La vicinanza fisica rende tutto più difficile, ma può costruire un "confine invisibile". Salutarla non significa perdonarla o darle confidenza; significa semplicemente dire: "Io sono qui, la mia vita è solida e le tue parole non hanno la forza di spostarmi". Il suo valore come donna, e il posto di suo figlio in questa nuova famiglia, non dipendono dal riconoscimento di sua suocera, ma dalla forza del legame che lei e il suo compagno state costruendo ogni giorno.
Protegga la sua pace, non come atto di forza, ma come atto di amore verso la vita che ha scelto di abitare.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad orientamento Umanista-Bioenergetico
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Buongiorno, comprendo il suo disappunto nei confronti di sua suocera, ma la invito a riflettere che questo comportamento parla della paura di perdere il controllo sul figlio di sua suocera, di perdere il potere di madre sul figlio, di perdere quel legame di lealtà e obbedienza che un figlio può avere nei confronti una madre, perciò questo mostra tutta la fragilità di sua suocera che per sentirsi più forte sente il bisogno di tenere tutto e tutti sotto controllo. Ma il suo sguardo deve essere nei confronti di suo marito e la sua famiglia, in quanto suo marito è dalla sua parte e non quello della madre, questa è l'unica cosa che conta tutto il resto può essere lasciato andare.
Buongiorno, grazie per aver condiviso una situazione che appare emotivamente molto delicata e comprensibilmente faticosa da gestire. Dalle sue parole emerge quanto questo cambiamento nel comportamento di sua suocera l’abbia ferita e fatta sentire giudicata, soprattutto perché sembra aver toccato aspetti profondi della sua storia personale, della sua relazione e del ruolo di madre. È naturale che davanti ad accuse percepite come ingiuste e svalutanti si attivi un bisogno di protezione che può portare al distacco e alla chiusura emotiva. Quando si vivono dinamiche familiari conflittuali, spesso si crea una forte tensione tra il desiderio di difendere se stessi e quello di mantenere un equilibrio relazionale, soprattutto quando le famiglie sono molto vicine nella vita quotidiana. Il distacco che sta sperimentando può rappresentare una reazione comprensibile al dolore e al senso di attacco, perché permette di evitare ulteriori ferite. Allo stesso tempo, però, nel lungo periodo può diventare difficile da sostenere se la relazione è inevitabile e se ogni incontro rischia di essere carico di tensione o rigidità emotiva. Può essere utile provare a distinguere tra ciò che riguarda il giudizio che sua suocera esprime e il significato che questo giudizio assume per lei. Quando una persona cara o comunque significativa esprime accuse o svalutazioni, è molto facile che queste vengano vissute come una definizione del proprio valore o della legittimità delle proprie scelte. Tuttavia, spesso queste reazioni parlano maggiormente dei timori, delle convinzioni e delle difficoltà dell’altra persona nel tollerare i cambiamenti. Questo non rende le sue parole meno dolorose, ma può aiutare a ridurre il rischio di interiorizzarle come se descrivessero chi lei è o il tipo di madre e compagna che è diventata. Un altro aspetto importante riguarda il concetto di confine personale. Stabilire un confine non significa essere freddi o distaccati, ma individuare quali temi, atteggiamenti o modalità relazionali risultano per lei non accettabili e imparare a proteggersi da essi. A volte questo comporta scegliere consapevolmente di mantenere un livello di interazione più superficiale e limitato ad aspetti pratici o neutri. Questo tipo di posizione non rappresenta una sottomissione né una dimostrazione di superiorità, ma può essere una forma di tutela emotiva che permette di ridurre il conflitto senza rinunciare alla propria dignità. La difficoltà che esprime nel riuscire a salutare o interagire appare collegata al fatto che la ferita è ancora molto viva. Quando ci si sente profondamente colpiti, il corpo e la mente tendono a reagire con chiusura o evitamento perché percepiscono la relazione come potenzialmente pericolosa. Forzarsi troppo rapidamente a mostrarsi distaccati o neutrali può risultare innaturale e aumentare il disagio. Talvolta può essere più utile lavorare gradualmente sulla capacità di tollerare il contatto, partendo da interazioni brevi e contenute, permettendosi allo stesso tempo di riconoscere internamente la propria rabbia e il proprio dolore senza giudicarli. Può essere significativo anche riflettere sul ruolo del suo compagno in questa dinamica. Le relazioni con le famiglie di origine spesso coinvolgono equilibri affettivi molto profondi e complessi. Il fatto che il suo compagno sembri reagire con distacco potrebbe essere il suo modo di proteggersi o di evitare il conflitto, ma è importante che tra voi ci sia uno spazio di confronto in cui possiate definire insieme come affrontare queste situazioni, in modo che lei non si senta sola o esposta. Il modo in cui descrive sua suocera come fragile e allo stesso tempo controllante mette in luce una percezione molto realistica della complessità delle persone. È possibile che entrambe le caratteristiche coesistano. Riconoscere questa ambivalenza può aiutare a ridurre l’aspettativa che lei cambi o comprenda pienamente il suo punto di vista, aspettativa che, se disattesa, rischia di generare ulteriore frustrazione. In alcune situazioni la serenità passa più dalla possibilità di modificare il proprio modo di stare nella relazione che dal tentativo di trasformare l’altro. Il fatto che lei si interroghi su come comportarsi mostra un forte desiderio di trovare una posizione equilibrata che le permetta di proteggere se stessa, la sua relazione e suo figlio. Questo è un passaggio molto importante perché indica una ricerca attiva di soluzioni e non una semplice reazione impulsiva al conflitto. Lavorare sul riconoscere i propri limiti, legittimare le proprie emozioni e scegliere consapevolmente quanto spazio concedere a questa relazione può aiutarla a sentirsi più centrata e meno in balia degli eventi. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile, capisco quanto questa situazione possa essere faticosa. Quando in una famiglia entrano nuovi equilibri – una nuova relazione, un figlio non biologico, scelte di vita diverse da quelle attese – è abbastanza comune che alcune persone reagiscano con rigidità o con tentativi di controllo. Non parla necessariamente di voi come coppia, ma delle difficoltà di chi fatica a tollerare il cambiamento.
Le parole che ha ricevuto sono state dolorose, ed è comprensibile che oggi provi distacco o chiusura. Allo stesso tempo, vivere molto vicini rende necessario trovare una forma di convivenza che non la esponga continuamente a tensione o conflitto.
In questi casi può essere utile distinguere due piani: il piano emotivo, dove lei ha tutto il diritto di proteggersi e di riconoscere ciò che le fa male; il piano pratico, dove può scegliere una modalità di contatto minima, educata ma non confidenziale, che le permetta di non alimentare ulteriori tensioni.
Essere “cordiali senza vicinanza” non significa approvare ciò che è accaduto, ma tutelare il proprio spazio. È una forma di confine: semplice, chiaro, sostenibile.
Il percorso psicologico che sta seguendo può aiutarla a capire quali limiti vuole mettere, come comunicarli e come gestire le reazioni degli altri senza sentirsi sopraffatta. Non si tratta di cambiare sua suocera, ma di trovare una posizione che le permetta di stare meglio dentro questa situazione complessa
Cara utente,
da ciò che ha scritto mi sembra di capire che abbia già una psicologa che la segue e con la quale ha parlato di tale problematica che ora le pensa. Rispetto a ciò, la invito a riaffrontare l'argomento con la sua psicologa poichè sembra non essere realmente chiuso come tema e dunque sarebbe utile parlarne nuovamente con lei che già conosce le dinamiche in atto. Qualora ci fosse il bisogno di sentire un altro parere esterno, sarebbe utile indagare tale desiderio e capire come mai c'è e come mai quello della sua terapeuta non sia abbastanza: tale è un lavoro sulla relazione paziente-terapeuta, fondamentale per poter trovare insieme le soluzioni di benessere.
Spero di aver aperto una riflessione utile
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
da ciò che ha scritto mi sembra di capire che abbia già una psicologa che la segue e con la quale ha parlato di tale problematica che ora le pensa. Rispetto a ciò, la invito a riaffrontare l'argomento con la sua psicologa poichè sembra non essere realmente chiuso come tema e dunque sarebbe utile parlarne nuovamente con lei che già conosce le dinamiche in atto. Qualora ci fosse il bisogno di sentire un altro parere esterno, sarebbe utile indagare tale desiderio e capire come mai c'è e come mai quello della sua terapeuta non sia abbastanza: tale è un lavoro sulla relazione paziente-terapeuta, fondamentale per poter trovare insieme le soluzioni di benessere.
Spero di aver aperto una riflessione utile
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Buongiorno,
da ciò che descrive emerge una situazione emotivamente faticosa, in cui si intrecciano vissuti di ferita, senso di ingiustizia e bisogno di tutela dei propri confini. Quando nelle relazioni familiari entrano temi delicati come appartenenza, valori, eredità o riconoscimento, è frequente che emergano dinamiche di controllo o reazioni difensive che possono generare forte disagio.
Può essere utile distinguere due piani: da un lato comprendere che i comportamenti di sua suocera parlano soprattutto dei suoi vissuti, delle sue paure e dei suoi bisogni; dall’altro riconoscere il suo diritto a proteggersi emotivamente e a definire confini relazionali chiari e rispettosi. Mantenere una comunicazione formale e civile, senza entrare in temi conflittuali, non significa giustificare o accettare ciò che ferisce, ma scegliere consapevolmente il modo più funzionale per tutelare il proprio equilibrio e ridurre l’escalation.
Il “distacco” che sente può essere una reazione comprensibile, ma nel tempo può essere utile trasformarlo in una posizione più consapevole: né chiusura totale né coinvolgimento emotivo intenso, bensì una distanza relazionale equilibrata. In questo percorso, il lavoro che sta già svolgendo con la sua psicologa può aiutarla a rafforzare le sue risorse personali e a individuare modalità comunicative coerenti con i suoi valori.
Riflettere su ciò che è sotto il suo controllo (le sue reazioni, i suoi limiti, il modo di stare nella relazione) più che sul cambiamento dell’altro può rappresentare un passo importante verso maggiore serenità.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
da ciò che descrive emerge una situazione emotivamente faticosa, in cui si intrecciano vissuti di ferita, senso di ingiustizia e bisogno di tutela dei propri confini. Quando nelle relazioni familiari entrano temi delicati come appartenenza, valori, eredità o riconoscimento, è frequente che emergano dinamiche di controllo o reazioni difensive che possono generare forte disagio.
Può essere utile distinguere due piani: da un lato comprendere che i comportamenti di sua suocera parlano soprattutto dei suoi vissuti, delle sue paure e dei suoi bisogni; dall’altro riconoscere il suo diritto a proteggersi emotivamente e a definire confini relazionali chiari e rispettosi. Mantenere una comunicazione formale e civile, senza entrare in temi conflittuali, non significa giustificare o accettare ciò che ferisce, ma scegliere consapevolmente il modo più funzionale per tutelare il proprio equilibrio e ridurre l’escalation.
Il “distacco” che sente può essere una reazione comprensibile, ma nel tempo può essere utile trasformarlo in una posizione più consapevole: né chiusura totale né coinvolgimento emotivo intenso, bensì una distanza relazionale equilibrata. In questo percorso, il lavoro che sta già svolgendo con la sua psicologa può aiutarla a rafforzare le sue risorse personali e a individuare modalità comunicative coerenti con i suoi valori.
Riflettere su ciò che è sotto il suo controllo (le sue reazioni, i suoi limiti, il modo di stare nella relazione) più che sul cambiamento dell’altro può rappresentare un passo importante verso maggiore serenità.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione emotivamente molto carica, perché non riguarda solo un conflitto con una suocera, ma tocca contemporaneamente la sua storia personale, il senso di legittimità della vostra coppia, la protezione verso suo figlio e anche il bisogno di essere riconosciuta come parte della famiglia del suo compagno. Quando le parole arrivano su questi piani, non feriscono solo per ciò che viene detto: feriscono per ciò che sembrano significare.
Il punto delicato è proprio questo. Lei non si è chiusa semplicemente per un litigio, ma perché ha percepito un attacco identitario: essere accusata di manipolare il suo compagno, di “non appartenere” e soprattutto di rendere estraneo suo figlio, tocca la sua dignità come donna e come madre. È una reazione comprensibile che si sia ritirata. Il distacco che sente non è capriccio né orgoglio: è una forma di protezione psicologica.
Allo stesso tempo, però, la dinamica che descrive della suocera non è rara. Non significa giustificare le parole che restano inappropriate, ma aiuta a comprenderne la funzione psicologica. Alcuni genitori vivono la costruzione della famiglia dei figli non come un’evoluzione naturale, bensì come una perdita. Se poi la relazione nasce in modo “non tradizionale” e c’è un nipote non biologico, la mente di una persona molto rigida o molto ansiosa può attivare un bisogno di controllo. Non è tanto il patrimonio in sé a muovere la reazione: è la paura di essere sostituita e di perdere il ruolo centrale nella vita del figlio. Il tema dell’eredità diventa simbolico, quasi una prova di appartenenza. In queste situazioni si attacca la nuora perché è la figura più vicina su cui proiettare la perdita.
Capisco però anche la sua difficoltà: comprendere non significa riuscire spontaneamente a comportarsi come se nulla fosse. Infatti la richiesta che lei sente “salutarla normalmente” ,le appare come un piccolo gesto, ma dentro di lei equivale quasi a negare la ferita. È qui che si crea il blocco. Non è incapacità: è che sta vivendo l’incoerenza tra ciò che prova e ciò che dovrebbe fare.
La proposta della sua psicologa non va intesa come “essere superiore” nel senso morale, né come subire. Piuttosto riguarda i confini emotivi. Oggi lei sta facendo una cosa molto umana ma psicologicamente costosa: sta trattando la suocera come una persona con cui dovrebbe esserci un rapporto autentico. Ma probabilmente non è quello il tipo di relazione possibile. Alcune persone non possono occupare uno spazio intimo nella nostra vita, pur restando presenti nella realtà quotidiana.
Quando si parla di confini, non si parla di perdono forzato né di fingere affetto. Si parla di ridurre il significato emotivo di ogni interazione. Salutare non è riconciliarsi, è semplicemente smettere di esporsi continuamente alla scena del conflitto. In questo momento, ogni incontro per lei riattiva il dolore e la rabbia; evitare il saluto mantiene il conflitto acceso dentro di lei anche quando lei non parla. Paradossalmente, l’indifferenza reale non è il silenzio teso, ma la neutralità.
La sua difficoltà nasce anche da un altro punto: lei sente di dover difendere la verità (“non ho mai chiesto nulla”, “non condiziono suo figlio”). Ma è importante comprendere una cosa psicologica molto concreta: non sta discutendo su fatti. Sta discutendo con una rappresentazione mentale che la suocera ha costruito. E le rappresentazioni non si correggono con spiegazioni. Più prova a chiarire, più resta dentro la dinamica.
Per questo la neutralità è utile: non perché lei debba accettare ciò che è accaduto, ma perché smette di partecipare al ruolo che le viene attribuito. La relazione può diventare formale, educata, corta. Non confidenza, non giustificazioni, non discussioni su famiglia, figli o eredità. Un buongiorno, una risposta essenziale e poi ritorno alla sua vita. Questo non è essere fredda: è togliere alla relazione il potere di definirla.
Anche il comportamento del suo compagno è comprensibile ma rischia un effetto collaterale. Il suo distacco totale la lascia psicologicamente sola nella gestione quotidiana. Lei non ha bisogno che litighi con la madre, ma ha bisogno che riconosca apertamente anche davanti a lei che la vostra è la sua famiglia attuale. Non per convincere la madre, ma per darle sicurezza. Quando questo non avviene in modo esplicito, lei resta in una posizione di esposizione.
Infine c’è un passaggio importante: lei oggi è ancora molto arrabbiata. E ha diritto a esserlo. Però la rabbia prolungata lega a chi ci ha ferito più della serenità. Continuare a evitare lo sguardo, a rimuginare sulle accuse, mantiene la suocera nella sua mente ogni giorno. Il lavoro psicologico, prima ancora di cambiare comportamento esterno, è spostare il significato interno: non è una giudice della sua vita, non è un’autorità morale sulla sua maternità e non decide l’appartenenza di suo figlio.
Non deve riuscire a “sforzarsi”. Deve riuscire a ridimensionare il peso che questa persona ha nella sua identità.
Se sente che questa situazione continua a consumarle molte energie, parlarne ancora con la sua psicologa, magari focalizzandovi proprio su come costruire confini pratici e condivisi con il suo compagno, può aiutarla a ritrovare una posizione più stabile, in cui la vicinanza fisica non diventi vicinanza emotiva. Con il tempo, quando la ferita smette di essere riaperta ogni giorno, anche il saluto smette di sembrare una resa e diventa semplicemente un gesto civile che non la tocca più dentro.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello
quello che descrive è una situazione emotivamente molto carica, perché non riguarda solo un conflitto con una suocera, ma tocca contemporaneamente la sua storia personale, il senso di legittimità della vostra coppia, la protezione verso suo figlio e anche il bisogno di essere riconosciuta come parte della famiglia del suo compagno. Quando le parole arrivano su questi piani, non feriscono solo per ciò che viene detto: feriscono per ciò che sembrano significare.
Il punto delicato è proprio questo. Lei non si è chiusa semplicemente per un litigio, ma perché ha percepito un attacco identitario: essere accusata di manipolare il suo compagno, di “non appartenere” e soprattutto di rendere estraneo suo figlio, tocca la sua dignità come donna e come madre. È una reazione comprensibile che si sia ritirata. Il distacco che sente non è capriccio né orgoglio: è una forma di protezione psicologica.
Allo stesso tempo, però, la dinamica che descrive della suocera non è rara. Non significa giustificare le parole che restano inappropriate, ma aiuta a comprenderne la funzione psicologica. Alcuni genitori vivono la costruzione della famiglia dei figli non come un’evoluzione naturale, bensì come una perdita. Se poi la relazione nasce in modo “non tradizionale” e c’è un nipote non biologico, la mente di una persona molto rigida o molto ansiosa può attivare un bisogno di controllo. Non è tanto il patrimonio in sé a muovere la reazione: è la paura di essere sostituita e di perdere il ruolo centrale nella vita del figlio. Il tema dell’eredità diventa simbolico, quasi una prova di appartenenza. In queste situazioni si attacca la nuora perché è la figura più vicina su cui proiettare la perdita.
Capisco però anche la sua difficoltà: comprendere non significa riuscire spontaneamente a comportarsi come se nulla fosse. Infatti la richiesta che lei sente “salutarla normalmente” ,le appare come un piccolo gesto, ma dentro di lei equivale quasi a negare la ferita. È qui che si crea il blocco. Non è incapacità: è che sta vivendo l’incoerenza tra ciò che prova e ciò che dovrebbe fare.
La proposta della sua psicologa non va intesa come “essere superiore” nel senso morale, né come subire. Piuttosto riguarda i confini emotivi. Oggi lei sta facendo una cosa molto umana ma psicologicamente costosa: sta trattando la suocera come una persona con cui dovrebbe esserci un rapporto autentico. Ma probabilmente non è quello il tipo di relazione possibile. Alcune persone non possono occupare uno spazio intimo nella nostra vita, pur restando presenti nella realtà quotidiana.
Quando si parla di confini, non si parla di perdono forzato né di fingere affetto. Si parla di ridurre il significato emotivo di ogni interazione. Salutare non è riconciliarsi, è semplicemente smettere di esporsi continuamente alla scena del conflitto. In questo momento, ogni incontro per lei riattiva il dolore e la rabbia; evitare il saluto mantiene il conflitto acceso dentro di lei anche quando lei non parla. Paradossalmente, l’indifferenza reale non è il silenzio teso, ma la neutralità.
La sua difficoltà nasce anche da un altro punto: lei sente di dover difendere la verità (“non ho mai chiesto nulla”, “non condiziono suo figlio”). Ma è importante comprendere una cosa psicologica molto concreta: non sta discutendo su fatti. Sta discutendo con una rappresentazione mentale che la suocera ha costruito. E le rappresentazioni non si correggono con spiegazioni. Più prova a chiarire, più resta dentro la dinamica.
Per questo la neutralità è utile: non perché lei debba accettare ciò che è accaduto, ma perché smette di partecipare al ruolo che le viene attribuito. La relazione può diventare formale, educata, corta. Non confidenza, non giustificazioni, non discussioni su famiglia, figli o eredità. Un buongiorno, una risposta essenziale e poi ritorno alla sua vita. Questo non è essere fredda: è togliere alla relazione il potere di definirla.
Anche il comportamento del suo compagno è comprensibile ma rischia un effetto collaterale. Il suo distacco totale la lascia psicologicamente sola nella gestione quotidiana. Lei non ha bisogno che litighi con la madre, ma ha bisogno che riconosca apertamente anche davanti a lei che la vostra è la sua famiglia attuale. Non per convincere la madre, ma per darle sicurezza. Quando questo non avviene in modo esplicito, lei resta in una posizione di esposizione.
Infine c’è un passaggio importante: lei oggi è ancora molto arrabbiata. E ha diritto a esserlo. Però la rabbia prolungata lega a chi ci ha ferito più della serenità. Continuare a evitare lo sguardo, a rimuginare sulle accuse, mantiene la suocera nella sua mente ogni giorno. Il lavoro psicologico, prima ancora di cambiare comportamento esterno, è spostare il significato interno: non è una giudice della sua vita, non è un’autorità morale sulla sua maternità e non decide l’appartenenza di suo figlio.
Non deve riuscire a “sforzarsi”. Deve riuscire a ridimensionare il peso che questa persona ha nella sua identità.
Se sente che questa situazione continua a consumarle molte energie, parlarne ancora con la sua psicologa, magari focalizzandovi proprio su come costruire confini pratici e condivisi con il suo compagno, può aiutarla a ritrovare una posizione più stabile, in cui la vicinanza fisica non diventi vicinanza emotiva. Con il tempo, quando la ferita smette di essere riaperta ogni giorno, anche il saluto smette di sembrare una resa e diventa semplicemente un gesto civile che non la tocca più dentro.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello
Quello che stai vivendo è emotivamente complesso e merita di essere guardato con delicatezza ma anche con lucidità. Quando una persona che per due anni si è mostrata cordiale cambia atteggiamento e diventa giudicante e controllante, è naturale sentirsi ferite e spiazzate. Nel tuo caso non si tratta solo di una suocera invadente, ma di parole che hanno toccato punti profondi: la tua storia nata in modo non semplice, il fatto di essere una donna divorziata con un figlio, il tema dell’eredità e soprattutto l’idea che tuo figlio non sia “della famiglia”. È comprensibile che tu ti sia chiusa, perché la chiusura è una forma di protezione quando ci sentiamo attaccate nella nostra dignità o nel nostro ruolo di madre, ma è utile chiederti se questo distacco ti sta davvero proteggendo oppure se sta irrigidendo ancora di più il clima e anche il tuo stato interiore.
È possibile che tua suocera sia una donna fragile che fatica a tollerare la trasformazione della famiglia e la perdita di controllo sul figlio e che reagisca con rigidità morale e bisogno di comandare. Fragilità e controllo possono convivere nella stessa persona. Capire questo non significa giustificare le sue parole, ma evitare di leggerle solo come cattiveria personale. La questione però ora non è cambiare lei, perché questo non è sotto il tuo controllo, ma decidere che tipo di donna vuoi essere dentro questa dinamica. Rispondere con freddezza educata non è sottomissione ma autoregolazione, è scegliere un comportamento che ti permetta di restare padrona di te stessa.
Un punto centrale è il ruolo del tuo compagno. Se la decisione sugli averi è sua ed è una scelta autonoma, allora non è una battaglia che devi combattere tu ma una dinamica tra madre e figlio adulto, e lui ha la responsabilità di reggere il confronto. Tu puoi mantenere confini chiari, evitare discussioni su temi sensibili e rispondere in modo breve e neutro senza concedere confidenza dove non ti senti rispettata. La domanda più importante è questa: se lei non cambiasse mai, come vorresti comportarti per sentirti coerente con i tuoi valori. La vera forza qui non è vincere uno scontro, ma non lasciare che le sue parole definiscano il tuo equilibrio.
Se vuoi puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo e cercheremo insieme di capirci di più.
Un caro saluto
Dott.ssa Bacchi
È possibile che tua suocera sia una donna fragile che fatica a tollerare la trasformazione della famiglia e la perdita di controllo sul figlio e che reagisca con rigidità morale e bisogno di comandare. Fragilità e controllo possono convivere nella stessa persona. Capire questo non significa giustificare le sue parole, ma evitare di leggerle solo come cattiveria personale. La questione però ora non è cambiare lei, perché questo non è sotto il tuo controllo, ma decidere che tipo di donna vuoi essere dentro questa dinamica. Rispondere con freddezza educata non è sottomissione ma autoregolazione, è scegliere un comportamento che ti permetta di restare padrona di te stessa.
Un punto centrale è il ruolo del tuo compagno. Se la decisione sugli averi è sua ed è una scelta autonoma, allora non è una battaglia che devi combattere tu ma una dinamica tra madre e figlio adulto, e lui ha la responsabilità di reggere il confronto. Tu puoi mantenere confini chiari, evitare discussioni su temi sensibili e rispondere in modo breve e neutro senza concedere confidenza dove non ti senti rispettata. La domanda più importante è questa: se lei non cambiasse mai, come vorresti comportarti per sentirti coerente con i tuoi valori. La vera forza qui non è vincere uno scontro, ma non lasciare che le sue parole definiscano il tuo equilibrio.
Se vuoi puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo e cercheremo insieme di capirci di più.
Un caro saluto
Dott.ssa Bacchi
Gentile Utente, la situazione che descrive è comprensibilmente dolorosa e complessa. Quando si intrecciano legami affettivi, senso di appartenenza e questioni ereditarie, si toccano corde molto profonde, spesso legate all’identità e al bisogno di continuità familiare.
In questo contesto, colpisce quanto si sia sentita accusata e messa sotto giudizio, soprattutto su un tema delicatissimo come l’appartenenza e il “sangue”. È naturale che, di fronte a parole percepite come ingiuste o svalutanti, il primo movimento sia quello di chiudersi e prendere distanza, è una forma di protezione emotiva.
Da ciò che racconta, sembra che sua suocera fatichi a tollerare alcuni cambiamenti quali la nuova configurazione familiare, l’autonomia del figlio, forse anche l’idea che qualcosa della “famiglia originaria” non sia più sotto il suo controllo. In alcune persone, il controllo è un modo, spesso inconsapevole, per gestire ansie profonde di perdita o disgregazione. Questo però non toglie il peso delle sue parole, né l’effetto che hanno avuto su di lei.
Ciò detto, mi sembra importante distinguere due piani:
- da una parte comprendere che certi atteggiamenti parlano più delle fragilità di chi li mette in atto che del suo valore personale;
- dall’altra riconoscere che lei ha diritto a sentirsi ferita e a non voler normalizzare qualcosa che l’ha toccata così profondamente.
Forse la domanda non è tanto “come sforzarmi?”, ma “che tipo di posizione voglio avere io dentro questa relazione?”.
A volte una cordialità formale, essenziale, può non essere un atto di sottomissione ma un modo per non lasciare che sia l’altro a determinare il nostro stato emotivo. Non significa negare ciò che è accaduto, né far finta di nulla, ma scegliere consapevolmente quanto spazio concedere.
Potrebbe essere utile inoltre chiedersi “cosa mi ferisce di più di questa vicenda? L’accusa? Il tema dell’appartenenza? Il sentirsi vista come manipolatrice? Cosa temo accadrebbe se mi mostrassi semplicemente educata e distaccata? Che modello relazionale desidero offrire a mio figlio in questa situazione?”.
Il suo compagno, da quanto scrive, sembra aver scelto un distacco emotivo. Lei forse è ancora in una fase più “calda”, in cui la ferita è viva. Darsi tempo è importante poiché non sempre si riesce subito a trovare la posizione più equilibrata.
Non si tratta di essere “superiore”, ma di essere centrata. E la centratura spesso nasce dal lavoro interno di separazione (riconoscere che l’ansia e il bisogno di controllo dell’altro non devono diventare il nostro).
Le ricordo infine che le dinamiche familiari, soprattutto tra generazioni, sono complesse e cariche di significati inconsci. E il fatto che lei stia riflettendo e non reagendo impulsivamente è già un segnale di consapevolezza.
Resto disponibile per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
In questo contesto, colpisce quanto si sia sentita accusata e messa sotto giudizio, soprattutto su un tema delicatissimo come l’appartenenza e il “sangue”. È naturale che, di fronte a parole percepite come ingiuste o svalutanti, il primo movimento sia quello di chiudersi e prendere distanza, è una forma di protezione emotiva.
Da ciò che racconta, sembra che sua suocera fatichi a tollerare alcuni cambiamenti quali la nuova configurazione familiare, l’autonomia del figlio, forse anche l’idea che qualcosa della “famiglia originaria” non sia più sotto il suo controllo. In alcune persone, il controllo è un modo, spesso inconsapevole, per gestire ansie profonde di perdita o disgregazione. Questo però non toglie il peso delle sue parole, né l’effetto che hanno avuto su di lei.
Ciò detto, mi sembra importante distinguere due piani:
- da una parte comprendere che certi atteggiamenti parlano più delle fragilità di chi li mette in atto che del suo valore personale;
- dall’altra riconoscere che lei ha diritto a sentirsi ferita e a non voler normalizzare qualcosa che l’ha toccata così profondamente.
Forse la domanda non è tanto “come sforzarmi?”, ma “che tipo di posizione voglio avere io dentro questa relazione?”.
A volte una cordialità formale, essenziale, può non essere un atto di sottomissione ma un modo per non lasciare che sia l’altro a determinare il nostro stato emotivo. Non significa negare ciò che è accaduto, né far finta di nulla, ma scegliere consapevolmente quanto spazio concedere.
Potrebbe essere utile inoltre chiedersi “cosa mi ferisce di più di questa vicenda? L’accusa? Il tema dell’appartenenza? Il sentirsi vista come manipolatrice? Cosa temo accadrebbe se mi mostrassi semplicemente educata e distaccata? Che modello relazionale desidero offrire a mio figlio in questa situazione?”.
Il suo compagno, da quanto scrive, sembra aver scelto un distacco emotivo. Lei forse è ancora in una fase più “calda”, in cui la ferita è viva. Darsi tempo è importante poiché non sempre si riesce subito a trovare la posizione più equilibrata.
Non si tratta di essere “superiore”, ma di essere centrata. E la centratura spesso nasce dal lavoro interno di separazione (riconoscere che l’ansia e il bisogno di controllo dell’altro non devono diventare il nostro).
Le ricordo infine che le dinamiche familiari, soprattutto tra generazioni, sono complesse e cariche di significati inconsci. E il fatto che lei stia riflettendo e non reagendo impulsivamente è già un segnale di consapevolezza.
Resto disponibile per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Salve, da quanto descrive, mi trova d'accordo con la sua psicologa!
Se però il comportamento di sua suocera la fa soffrire, io suggerirei di porre, come si fa con i bambini o i prepotenti, pochi limiti/regole molto chiare che se infrante producono reazioni equilibrate ma altrettanto chiare e preventivamente dichiarate.
Es. inventato: entri in camera senza bussare e abbiamo definito che devi sempre bussare prima, ti ricordo che dovresti farlo e la volta successiva che capiterà, chiuderò a chiave la porta per far passare in modo ancora più chiaro il messaggio e obbligarti a rispettare il limite posto.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Se però il comportamento di sua suocera la fa soffrire, io suggerirei di porre, come si fa con i bambini o i prepotenti, pochi limiti/regole molto chiare che se infrante producono reazioni equilibrate ma altrettanto chiare e preventivamente dichiarate.
Es. inventato: entri in camera senza bussare e abbiamo definito che devi sempre bussare prima, ti ricordo che dovresti farlo e la volta successiva che capiterà, chiuderò a chiave la porta per far passare in modo ancora più chiaro il messaggio e obbligarti a rispettare il limite posto.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Comprendo profondamente il senso di intrusione e l'amarezza che sta provando; trovarsi bersaglio di giudizi morali così netti, specialmente quando colpiscono la tutela e l'identità di un figlio, genera una naturale reazione di chiusura che è, a tutti gli effetti, una necessaria risposta di autoprotezione. Da una prospettiva clinica, è fondamentale ribaltare l'ottica con cui osserva queste offese:
le parole e le pretese di sua suocera non sono descrizioni oggettive della sua persona o della sua condotta, ma sono proiezioni dei limiti cognitivi della signora stessa. In psicologia cognitiva, sappiamo che quando una persona esprime giudizi così rigidi e aggressivi, non sta fornendo informazioni sull'interlocutore, ma sta mettendo a nudo i propri schemi mentali disfunzionali e la propria incapacità di elaborare la realtà.
Il fatto che la signora attacchi sistematicamente lei, l'altra nuora e metta in discussione persino i legami affettivi "di sangue", indica una struttura di pensiero basata sul controllo ansioso e sulla paura della perdita di potere all'interno della famiglia. Quando sua suocera punta il dito contro di lei, sta in realtà parlando della propria fragilità, della propria visione del mondo inflessibile e della propria incapacità di accettare l'autonomia dei figli. La "cattiveria" che lei percepisce è il sintomo di una mente che non riesce a integrare il cambiamento e che usa il conflitto come unico strumento di affermazione. Riconoscere che queste parole appartengono esclusivamente al mondo interno di sua suocera — e che non hanno alcun potere di definire chi è lei o quale sia il valore di suo figlio — è la chiave per de-potenziare l'offesa.
Per gestire la convivenza ravvicinata, l'obiettivo non è sforzarsi di essere "buona" o superiore in senso morale, ma adottare una distanza assertiva e funzionale. Il distacco mostrato dal suo compagno è una risorsa preziosa: rispondere in modo neutro, breve e puramente informativo permette di non alimentare i circoli viziosi di provocazione. Mantenere un'interazione formale non significa perdonare o subire, ma decidere consapevolmente di non investire alcuna risorsa emotiva in una persona che ha dimostrato di non avere gli strumenti per un confronto sano. In questo modo, lei protegge il suo spazio mentale e garantisce a se stessa e a suo figlio un ambiente domestico in cui le distorsioni cognitive altrui restano confinate fuori dalla porta di casa.
resto a disposizione,
saluti
le parole e le pretese di sua suocera non sono descrizioni oggettive della sua persona o della sua condotta, ma sono proiezioni dei limiti cognitivi della signora stessa. In psicologia cognitiva, sappiamo che quando una persona esprime giudizi così rigidi e aggressivi, non sta fornendo informazioni sull'interlocutore, ma sta mettendo a nudo i propri schemi mentali disfunzionali e la propria incapacità di elaborare la realtà.
Il fatto che la signora attacchi sistematicamente lei, l'altra nuora e metta in discussione persino i legami affettivi "di sangue", indica una struttura di pensiero basata sul controllo ansioso e sulla paura della perdita di potere all'interno della famiglia. Quando sua suocera punta il dito contro di lei, sta in realtà parlando della propria fragilità, della propria visione del mondo inflessibile e della propria incapacità di accettare l'autonomia dei figli. La "cattiveria" che lei percepisce è il sintomo di una mente che non riesce a integrare il cambiamento e che usa il conflitto come unico strumento di affermazione. Riconoscere che queste parole appartengono esclusivamente al mondo interno di sua suocera — e che non hanno alcun potere di definire chi è lei o quale sia il valore di suo figlio — è la chiave per de-potenziare l'offesa.
Per gestire la convivenza ravvicinata, l'obiettivo non è sforzarsi di essere "buona" o superiore in senso morale, ma adottare una distanza assertiva e funzionale. Il distacco mostrato dal suo compagno è una risorsa preziosa: rispondere in modo neutro, breve e puramente informativo permette di non alimentare i circoli viziosi di provocazione. Mantenere un'interazione formale non significa perdonare o subire, ma decidere consapevolmente di non investire alcuna risorsa emotiva in una persona che ha dimostrato di non avere gli strumenti per un confronto sano. In questo modo, lei protegge il suo spazio mentale e garantisce a se stessa e a suo figlio un ambiente domestico in cui le distorsioni cognitive altrui restano confinate fuori dalla porta di casa.
resto a disposizione,
saluti
Buongiorno, comprendo la sua difficoltà in questa dinamica complessa, un contesto familiare in cui, con tutta probabilità i confini tra le generazioni sono fragili e l’autonomia dei figli viene vissuta come una minaccia alla stabilità del gruppo d'origine.
L'essere in un percorso psicologico orientato all'analisi delle dinamiche relazionali potrà sicuramente aiutarla a costruire confini più solidi, permettendole di mantenere quella "distanza emotiva" necessaria per non farsi invadere dalle tensioni esterne e vivere con più serenità il suo nucleo familiare. Un caro saluto
L'essere in un percorso psicologico orientato all'analisi delle dinamiche relazionali potrà sicuramente aiutarla a costruire confini più solidi, permettendole di mantenere quella "distanza emotiva" necessaria per non farsi invadere dalle tensioni esterne e vivere con più serenità il suo nucleo familiare. Un caro saluto
Buongiorno,
quello che sta vivendo è molto più delicato di quanto possa sembrare dall’esterno. Non si tratta solo di un conflitto con una suocera, ma di sentirsi messa in discussione come donna, come compagna e come madre. Quando qualcuno insinua che il suo bambino “non sia della famiglia” o che lei stia condizionando il figlio, tocca corde profonde. È normale che si sia chiusa e che oggi provi distacco.
Dal suo racconto emergono due aspetti diversi che però si intrecciano. Da una parte c’è una donna probabilmente controllante, rigida, con difficoltà ad accettare cambiamenti che non ha scelto lei. Dall’altra c’è il suo dolore, che nasce da parole percepite come ingiuste e svalutanti. Anche se sua suocera può essere fragile, questo non cancella l’impatto delle sue parole. Lei non è “sbagliata” perché si è sentita ferita.
La posizione che le ha suggerito la sua psicologa non è quella di negare ciò che è accaduto, ma di spostarsi su un piano più funzionale. Non si tratta di essere superiore in senso morale, ma di non lasciarle il potere di destabilizzarla. Vivendo vicini, la strategia del muro totale rischia di creare un clima ancora più teso e logorante per tutti, anche per il suo compagno.
La domanda forse più utile da farsi non è “com’è lei davvero”, ma “cosa mi tutela di più?”. A volte mantenere una cordialità formale, limitata ai saluti e alle comunicazioni essenziali, non significa giustificare l’altro, ma proteggere se stessi. Il distacco emotivo può restare interno, senza trasformarsi in guerra aperta. Non deve forzarsi a provare simpatia o comprensione, ma può scegliere un comportamento che la metta al riparo dall’escalation.
Un altro punto importante riguarda il suo compagno. È lui il ponte tra voi. Il fatto che mantenga un atteggiamento freddo e distaccato è un segnale, ma forse andrebbe chiarito meglio quale confine intende mettere e come intende proteggere la vostra coppia da dinamiche invasive. La serenità non dipende solo da come lei reagisce, ma anche da quanto il suo partner assume una posizione chiara.
Se sente che questa situazione le sta togliendo energie e serenità, può essere utile uno spazio di confronto per rafforzare i confini, gestire la rabbia e trovare un modo di stare in questa vicinanza senza logorarsi. Un primo colloquio può aiutarla a fare ordine e a costruire una strategia più serena e stabile.
Se lo desidera, può prenotare una visita per approfondire la situazione.
Sono la Dott.ssa Alina Mustatea, psicologa clinica, giuridica, psicodiagnosta e coordinatore genitoriale.
Un caro saluto
quello che sta vivendo è molto più delicato di quanto possa sembrare dall’esterno. Non si tratta solo di un conflitto con una suocera, ma di sentirsi messa in discussione come donna, come compagna e come madre. Quando qualcuno insinua che il suo bambino “non sia della famiglia” o che lei stia condizionando il figlio, tocca corde profonde. È normale che si sia chiusa e che oggi provi distacco.
Dal suo racconto emergono due aspetti diversi che però si intrecciano. Da una parte c’è una donna probabilmente controllante, rigida, con difficoltà ad accettare cambiamenti che non ha scelto lei. Dall’altra c’è il suo dolore, che nasce da parole percepite come ingiuste e svalutanti. Anche se sua suocera può essere fragile, questo non cancella l’impatto delle sue parole. Lei non è “sbagliata” perché si è sentita ferita.
La posizione che le ha suggerito la sua psicologa non è quella di negare ciò che è accaduto, ma di spostarsi su un piano più funzionale. Non si tratta di essere superiore in senso morale, ma di non lasciarle il potere di destabilizzarla. Vivendo vicini, la strategia del muro totale rischia di creare un clima ancora più teso e logorante per tutti, anche per il suo compagno.
La domanda forse più utile da farsi non è “com’è lei davvero”, ma “cosa mi tutela di più?”. A volte mantenere una cordialità formale, limitata ai saluti e alle comunicazioni essenziali, non significa giustificare l’altro, ma proteggere se stessi. Il distacco emotivo può restare interno, senza trasformarsi in guerra aperta. Non deve forzarsi a provare simpatia o comprensione, ma può scegliere un comportamento che la metta al riparo dall’escalation.
Un altro punto importante riguarda il suo compagno. È lui il ponte tra voi. Il fatto che mantenga un atteggiamento freddo e distaccato è un segnale, ma forse andrebbe chiarito meglio quale confine intende mettere e come intende proteggere la vostra coppia da dinamiche invasive. La serenità non dipende solo da come lei reagisce, ma anche da quanto il suo partner assume una posizione chiara.
Se sente che questa situazione le sta togliendo energie e serenità, può essere utile uno spazio di confronto per rafforzare i confini, gestire la rabbia e trovare un modo di stare in questa vicinanza senza logorarsi. Un primo colloquio può aiutarla a fare ordine e a costruire una strategia più serena e stabile.
Se lo desidera, può prenotare una visita per approfondire la situazione.
Sono la Dott.ssa Alina Mustatea, psicologa clinica, giuridica, psicodiagnosta e coordinatore genitoriale.
Un caro saluto
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata e complessa.
Si percepisce quanto le parole di sua suocera abbiano avuto un impatto emotivo forte, soprattutto perché toccano aspetti profondi della sua storia personale, del suo ruolo di madre e del legame con il suo compagno. È comprensibile che, dopo quanto accaduto, lei abbia sentito il bisogno di chiudersi e prendere distanza.
Quando ci si sente giudicati o messi in discussione su temi così intimi, il distacco può diventare una forma di protezione. Allo stesso tempo, la vicinanza quotidiana rende difficile mantenere questa distanza senza che si crei un clima pesante.
Forse il punto non è fare finta che nulla sia successo, ma trovare una modalità relazionale più contenuta: una cortesia formale, la scelta di non entrare in argomenti sensibili, il mantenere confini chiari su ciò che la riguarda.
Può essere utile chiedersi quale sia il livello di rapporto minimo che desidera mantenere per il suo equilibrio e per quello della sua famiglia. A volte una posizione ferma ma educata consente di non alimentare dinamiche che rischiano di diventare logoranti, soprattutto quando certe modalità si ripetono nel tempo.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata e complessa.
Si percepisce quanto le parole di sua suocera abbiano avuto un impatto emotivo forte, soprattutto perché toccano aspetti profondi della sua storia personale, del suo ruolo di madre e del legame con il suo compagno. È comprensibile che, dopo quanto accaduto, lei abbia sentito il bisogno di chiudersi e prendere distanza.
Quando ci si sente giudicati o messi in discussione su temi così intimi, il distacco può diventare una forma di protezione. Allo stesso tempo, la vicinanza quotidiana rende difficile mantenere questa distanza senza che si crei un clima pesante.
Forse il punto non è fare finta che nulla sia successo, ma trovare una modalità relazionale più contenuta: una cortesia formale, la scelta di non entrare in argomenti sensibili, il mantenere confini chiari su ciò che la riguarda.
Può essere utile chiedersi quale sia il livello di rapporto minimo che desidera mantenere per il suo equilibrio e per quello della sua famiglia. A volte una posizione ferma ma educata consente di non alimentare dinamiche che rischiano di diventare logoranti, soprattutto quando certe modalità si ripetono nel tempo.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Mi rendo conto che la situazione sia davvero angosciante, e quello che lei riporta è un normale disagio dovuto dalle discussioni effettuate.
La invito a riflettere sul fatto che per quanto cattiva, sua suocera, fa ciò che può con gli strumenti che ha.
Lei, dopotutto, nonostante la grandissima difficoltà che giustamente porta una situazione simile, provi a “lasciare a lei, ciò che è suo” e fare della sua esperienza una forza.
Ha il suo compagno accanto, e questo è un gran punto di forza.
Trovate un dialogo, e lei trovi un dialogo interno con se stessa.
Quando permettiamo agli altri di usare parole che ci feriscono, il problema è il nostro, non degli altri.
Saluti!
La invito a riflettere sul fatto che per quanto cattiva, sua suocera, fa ciò che può con gli strumenti che ha.
Lei, dopotutto, nonostante la grandissima difficoltà che giustamente porta una situazione simile, provi a “lasciare a lei, ciò che è suo” e fare della sua esperienza una forza.
Ha il suo compagno accanto, e questo è un gran punto di forza.
Trovate un dialogo, e lei trovi un dialogo interno con se stessa.
Quando permettiamo agli altri di usare parole che ci feriscono, il problema è il nostro, non degli altri.
Saluti!
Gentile utente. Grazie per aver condiviso la tua situazione.
Quello che racconti è molto comprensibile. Non stai reagendo “troppo”: stai reagendo a un attacco su qualcosa di molto delicato: il tuo valore come donna, come compagna e come madre, e persino il posto di tuo figlio nella famiglia. È un punto profondissimo. Quello che è successo non riguarda davvero l’eredità. L’eredità è stato solo il detonatore. Il tema vero sembra essere: perdita di controllo sul figlio; paura della disgregazione della famiglia originaria; ferita narcisistica legata alla religione e alla “clandestinità” iniziale; esclusione del sangue come criterio di appartenenza.
Quando ha saputo che gli averi potrebbero andare a tuo figlio, probabilmente ha vissuto:
“Mio figlio non è più mio. La sua linea si interrompe. Questa donna ha preso tutto.”
Questo non significa che tu abbia fatto qualcosa di sbagliato. Significa che lei sta vivendo una minaccia simbolica.
Non puoi cambiarla. Puoi solo scegliere il tuo posizionamento. La cosa che potrebbe funzionare di più è la "cortesia formale" (quello che suggerisce la tua psicologa): saluto neutro, risposte brevi, zero confidenze.
Non è sottomissione. È gestione adulta del conflitto e ti fa mantenere potere.
Non devi volerle bene. Non devi capirla. Non devi giustificarla. Cortesia fredda non è debolezza. È controllo emotivo.
Spero di esserti stato d'aiuto. Resto a disposizione. Un caro saluto.
Dott. Stefano Recchia
Quello che racconti è molto comprensibile. Non stai reagendo “troppo”: stai reagendo a un attacco su qualcosa di molto delicato: il tuo valore come donna, come compagna e come madre, e persino il posto di tuo figlio nella famiglia. È un punto profondissimo. Quello che è successo non riguarda davvero l’eredità. L’eredità è stato solo il detonatore. Il tema vero sembra essere: perdita di controllo sul figlio; paura della disgregazione della famiglia originaria; ferita narcisistica legata alla religione e alla “clandestinità” iniziale; esclusione del sangue come criterio di appartenenza.
Quando ha saputo che gli averi potrebbero andare a tuo figlio, probabilmente ha vissuto:
“Mio figlio non è più mio. La sua linea si interrompe. Questa donna ha preso tutto.”
Questo non significa che tu abbia fatto qualcosa di sbagliato. Significa che lei sta vivendo una minaccia simbolica.
Non puoi cambiarla. Puoi solo scegliere il tuo posizionamento. La cosa che potrebbe funzionare di più è la "cortesia formale" (quello che suggerisce la tua psicologa): saluto neutro, risposte brevi, zero confidenze.
Non è sottomissione. È gestione adulta del conflitto e ti fa mantenere potere.
Non devi volerle bene. Non devi capirla. Non devi giustificarla. Cortesia fredda non è debolezza. È controllo emotivo.
Spero di esserti stato d'aiuto. Resto a disposizione. Un caro saluto.
Dott. Stefano Recchia
Gentile utente,
quello che descrive è molto delicato e comprensibilmente doloroso. Non stiamo parlando solo di una suocera “difficile”, ma di un attacco che ha toccato qualcosa di profondissimo: il valore del suo bambino, la legittimità della sua relazione, la sua posizione dentro quella famiglia. È naturale che dopo parole così lei senta chiusura e distacco. Il suo non salutare non è capriccio: è una forma di protezione.
Provo ad aiutarla a leggere questa dinamica da una prospettiva sistemico-relazionale.
Quando una famiglia vive un cambiamento importante – un nuovo legame, un figlio non biologico, una ridefinizione degli “averi”, quindi dell’eredità simbolica oltre che materiale – il sistema si riorganizza. Se una persona ha bisogno di controllo per sentirsi stabile, può reagire irrigidendosi, attaccando, tentando di ripristinare un ordine precedente.
Le parole di sua suocera sembrano muoversi proprio lì:
non tanto contro di lei come persona, ma contro ciò che lei rappresenta nel sistema familiare — il cambiamento, la rottura dell’assetto originario, la perdita del controllo sul figlio.
Questo non giustifica l’aggressività. Ma la rende comprensibile nel suo significato relazionale.
Lei oggi si trova in mezzo a tre piani emotivi:
1. La sua ferita personale (essere accusata, sentirsi giudicata, vedere messo in discussione suo figlio).
2. La dinamica madre-figlio (una madre che fatica a tollerare l’autonomia del figlio).
3. La costruzione della vostra nuova famiglia, che ha bisogno di confini chiari.
Il rischio, quando il dolore è forte, è che il conflitto si sposti sul piano della dignità personale (“è cattiva”, “non la saluto più”) e si irrigidisca.
Il vantaggio, invece, è poter lavorare sui confini.
La differenza è sottile ma importante.
Lei non deve diventare “superiore” nel senso di negare quello che prova.
Può però diventare adulta nel sistema:
distinguere ciò che la riguarda da ciò che appartiene alla fragilità dell’altra;
non entrare nel contenuto provocatorio (eredità, figlio di sangue, giudizi morali);
mantenere una forma minima di civiltà relazionale, che non è sottomissione ma confine.
Un saluto formale, una risposta neutra, sono strumenti di regolazione, non di resa.
Sono modi per dire: “Io non entro nel conflitto, ma non mi faccio nemmeno trascinare”.
La cosa fondamentale, però, è che il confine principale lo tenga il suo compagno.
Se lui è chiaro, coerente e non ambivalente nel difendere la vostra scelta di coppia, il sistema piano piano si riequilibra.
Se invece lui resta in una posizione di indifferenza fredda ma non definisce i limiti, il sistema continuerà a cercare di tirarlo dentro.
Le faccio una domanda su cui riflettere:
lei oggi non la saluta per rabbia, per protezione o per paura di esplodere?
Capire questo cambia la strategia.
Un altro punto importante: suo figlio.
Quando qualcuno mette in discussione la sua appartenenza, lei tocca una zona materna potentissima. È naturale che reagisca. Forse la chiusura è anche un modo per difendere simbolicamente lui.
Non è debolezza la sua. È lealtà.
Il lavoro che può fare ora non è “sforzarsi”, ma scegliere consapevolmente la posizione che vuole occupare:
• Non nuora in competizione.
• Non vittima ferita.
• Ma donna che ha scelto un uomo e costruisce una famiglia con confini chiari.
E questo significa poter dire interiormente:
“Non mi piaci. Non condivido quello che dici. Ma non permetto che tu definisca il mio valore né quello di mio figlio.”
A volte la vera forza è nella compostezza.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
quello che descrive è molto delicato e comprensibilmente doloroso. Non stiamo parlando solo di una suocera “difficile”, ma di un attacco che ha toccato qualcosa di profondissimo: il valore del suo bambino, la legittimità della sua relazione, la sua posizione dentro quella famiglia. È naturale che dopo parole così lei senta chiusura e distacco. Il suo non salutare non è capriccio: è una forma di protezione.
Provo ad aiutarla a leggere questa dinamica da una prospettiva sistemico-relazionale.
Quando una famiglia vive un cambiamento importante – un nuovo legame, un figlio non biologico, una ridefinizione degli “averi”, quindi dell’eredità simbolica oltre che materiale – il sistema si riorganizza. Se una persona ha bisogno di controllo per sentirsi stabile, può reagire irrigidendosi, attaccando, tentando di ripristinare un ordine precedente.
Le parole di sua suocera sembrano muoversi proprio lì:
non tanto contro di lei come persona, ma contro ciò che lei rappresenta nel sistema familiare — il cambiamento, la rottura dell’assetto originario, la perdita del controllo sul figlio.
Questo non giustifica l’aggressività. Ma la rende comprensibile nel suo significato relazionale.
Lei oggi si trova in mezzo a tre piani emotivi:
1. La sua ferita personale (essere accusata, sentirsi giudicata, vedere messo in discussione suo figlio).
2. La dinamica madre-figlio (una madre che fatica a tollerare l’autonomia del figlio).
3. La costruzione della vostra nuova famiglia, che ha bisogno di confini chiari.
Il rischio, quando il dolore è forte, è che il conflitto si sposti sul piano della dignità personale (“è cattiva”, “non la saluto più”) e si irrigidisca.
Il vantaggio, invece, è poter lavorare sui confini.
La differenza è sottile ma importante.
Lei non deve diventare “superiore” nel senso di negare quello che prova.
Può però diventare adulta nel sistema:
distinguere ciò che la riguarda da ciò che appartiene alla fragilità dell’altra;
non entrare nel contenuto provocatorio (eredità, figlio di sangue, giudizi morali);
mantenere una forma minima di civiltà relazionale, che non è sottomissione ma confine.
Un saluto formale, una risposta neutra, sono strumenti di regolazione, non di resa.
Sono modi per dire: “Io non entro nel conflitto, ma non mi faccio nemmeno trascinare”.
La cosa fondamentale, però, è che il confine principale lo tenga il suo compagno.
Se lui è chiaro, coerente e non ambivalente nel difendere la vostra scelta di coppia, il sistema piano piano si riequilibra.
Se invece lui resta in una posizione di indifferenza fredda ma non definisce i limiti, il sistema continuerà a cercare di tirarlo dentro.
Le faccio una domanda su cui riflettere:
lei oggi non la saluta per rabbia, per protezione o per paura di esplodere?
Capire questo cambia la strategia.
Un altro punto importante: suo figlio.
Quando qualcuno mette in discussione la sua appartenenza, lei tocca una zona materna potentissima. È naturale che reagisca. Forse la chiusura è anche un modo per difendere simbolicamente lui.
Non è debolezza la sua. È lealtà.
Il lavoro che può fare ora non è “sforzarsi”, ma scegliere consapevolmente la posizione che vuole occupare:
• Non nuora in competizione.
• Non vittima ferita.
• Ma donna che ha scelto un uomo e costruisce una famiglia con confini chiari.
E questo significa poter dire interiormente:
“Non mi piaci. Non condivido quello che dici. Ma non permetto che tu definisca il mio valore né quello di mio figlio.”
A volte la vera forza è nella compostezza.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Bungiorno,
mi dispiace per il modo in cui stai vivendo questo momento...credo che la fiducia nella tua psicologa sia importante e il camminare insieme verso un modo di leggere in maniera trasformativa i comportamenti altrui sia importante .
Contestualmente lo è lavorare sul "TUO" modo di rapportarti a questi lo sia altrettanto...ci sono parti di te che fanno molta fatica perchè fragili o ferite.
Rimango a disposizione Dott.ssa Serena M.
mi dispiace per il modo in cui stai vivendo questo momento...credo che la fiducia nella tua psicologa sia importante e il camminare insieme verso un modo di leggere in maniera trasformativa i comportamenti altrui sia importante .
Contestualmente lo è lavorare sul "TUO" modo di rapportarti a questi lo sia altrettanto...ci sono parti di te che fanno molta fatica perchè fragili o ferite.
Rimango a disposizione Dott.ssa Serena M.
Buongiorno, la situazione che lei ha descritto è molto complessa e sono rimasto molto colpito dalla sua frase finale: lei in questo momento sente il bisogno di uno spazio in cui riflettere, mettendo un attimo in pausa lo sforzo e il tentativo di capire come comportarsi. Condivido il fatto che sia importante focalizzarsi sul suo mondo interno se in questo momento lei fa fatica a capire come agire su quello esterno.
Rimango a disposizione
Dott. Federico Bartoli
Rimango a disposizione
Dott. Federico Bartoli
Da come descrivi la situazione è comprensibile che tu ti senta ferita e chiusa dopo le frasi di tua suocera su tuo figlio, sull’eredità e sul “figlio di sangue”.
Le sue reazioni uniscono religiosità, bisogno di controllo e paura di perdere centralità, e dicono molto di lei e dei suoi limiti, non del valore tuo né di tuo figlio.
Vivendo così vicini è realistico pensare non a un rapporto “buono”, ma a una convivenza gestibile: contatto minimo, educato, senza confidenza.
L’idea è distinguere: su certi temi (scelte di coppia, eredità, genitorialità) non si entra; su altri ci si limita a saluti e risposte neutre.
Puoi lavorare su confini chiari: cosa non sei più disposta ad ascoltare, quando allontanarti, quando chiedere al tuo compagno di intervenire.
Piccoli passi possibili: un semplice saluto, poche parole neutre, la libertà di chiudere con un “su questo preferisco non parlare”.
È importante anche non lasciare che il suo giudizio definisca la “legittimità” della tua famiglia, ma appoggiarti al legame con il tuo compagno.
Un percorso psicologico può aiutarti a gestire senso di colpa, rabbia, bisogno di protezione e strategie concrete di convivenza.
Se lo desideri, possiamo approfondire questi aspetti in un colloquio online, per costruire insieme modalità più tutelanti per te e per tuo figlio.
Le sue reazioni uniscono religiosità, bisogno di controllo e paura di perdere centralità, e dicono molto di lei e dei suoi limiti, non del valore tuo né di tuo figlio.
Vivendo così vicini è realistico pensare non a un rapporto “buono”, ma a una convivenza gestibile: contatto minimo, educato, senza confidenza.
L’idea è distinguere: su certi temi (scelte di coppia, eredità, genitorialità) non si entra; su altri ci si limita a saluti e risposte neutre.
Puoi lavorare su confini chiari: cosa non sei più disposta ad ascoltare, quando allontanarti, quando chiedere al tuo compagno di intervenire.
Piccoli passi possibili: un semplice saluto, poche parole neutre, la libertà di chiudere con un “su questo preferisco non parlare”.
È importante anche non lasciare che il suo giudizio definisca la “legittimità” della tua famiglia, ma appoggiarti al legame con il tuo compagno.
Un percorso psicologico può aiutarti a gestire senso di colpa, rabbia, bisogno di protezione e strategie concrete di convivenza.
Se lo desideri, possiamo approfondire questi aspetti in un colloquio online, per costruire insieme modalità più tutelanti per te e per tuo figlio.
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