Buonasera dottori, vivo con mia mamma e mio fratello che é affetto da psicosi (diagnosticata dagli p
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Buonasera dottori, vivo con mia mamma e mio fratello che é affetto da psicosi (diagnosticata dagli psichiatri del csm di zona), ma lui rifiuta qualsiasi tipo di terapia in quanto pensa di non avere alcun problema, tant’é che per portarlo a visita ho dovuto convincerlo inventando mille storie. A breve io andrò a vivere da sola e il che non mi preoccupa in quanto ha sì questa patologia, ma la maggior parte del tempo é gestibile e si riesce a convivere in casa senza alcun problema. Mi affligge il fatto che mia mamma (ha avuto una vita alquanto triste) dovrà comunque sopportato i suoi scatti d’ira quando gli verranno, certamente io le staró vicina, ma il mio cuore soffre molto per questa cosa Non ho soluzione al problema. Mia mamma la amo tanto e farei di tutto per vederla felice quindi il fatto che mio fratello possa farla stare male mi rattrista molto. Ammetto che negli anni (ne ho 30) sono arrivata al punto da dire con certezza che non voglio bene da sorella a mio fratello, non lo odio, ma non posso nemmeno dire di amarlo come dovrebbe una sorella… anzi molte volte penso che se lui non esistesse la mia vita ad oggi sarebbe veramente normale, ma lui rovina la mia (e quella di mia madre) tranquillità mentale. In Italia PURTROPPO il malato di mente, ma sopratutto le famiglie, non sono tutelate in nessun modo e in nessun contesto. Mi viene detto che mio fratello deve decidere autonomamente se farsi curare o meno il che mi sembra veramente un’eresia in quanta una persona malata (non tutte) nella maggior parte delle volte, non pensano assolutamente di avere un problema quindi non sono nemmeno in grado di decidere autonomamente se farsi curare o meno. Mi rattristata molto questa situazione perché siamo costretti a vivere in questa situazione senza avere soluzioni alternative. Perdonatelo gli errori, ma sono a lavoro e ho voluto giusto sfogarmi un attimo. Buona serata.
Buonasera. Ha proprio ragione; queste situazioni sono piuttosto difficili e lasciano un senso di impotenza e ingiustizia. Per caso, suo fratello ha un* psichiatra di riferimento? Solitamente, avere qualcun* a cui riferirsi e che possa cucire su di suo fratello la giusta cura farmacologica, aiuta. Inoltre, se compensato farmacologicamente, diventa più semplice ragionare insieme sulla necessità di fare un percorso psicologico anche di gruppo o di trovare un'associazione presso la quale impegnarsi in un'attività lavorativa e/o altro. In alternativa, purtroppo, qualora suo fratello dovesse diventare aggressivo e pericoloso verso sè stesso o altr*, diventa necessario attivare percorsi di trattamento obbligatori, in equipe con il suo medico di base. In bocca al lupo
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Cara utente,
comprendo l'enorme difficoltà della sua situazione e le sono vicina. Dev'essere davvero logorante portare questo enorme peso addosso. Il primo passo è certamente condividerlo, perciò ha fatto bene a sfogarsi. In merito al trattamento, da codice deontologico nessun trattamento psicologico sanitario può essere obbligatorio senza il libero e informato consenso dell'utente.
Mi sembra un passo evolutivo enorme andare a vivere da sola e proseguire la propria vita. La vorrei sollevare dalla responsabilità che sente verso sua madre: certamente lei sarà orgogliosa di vederla andare avanti con coraggio come sta facendo.
Se sente che tutto questo è troppo, può pensare di rivolgersi ad uno psicologo e/o psicoterapeuta. Non esiti a contattarmi.
Un caro saluto
comprendo l'enorme difficoltà della sua situazione e le sono vicina. Dev'essere davvero logorante portare questo enorme peso addosso. Il primo passo è certamente condividerlo, perciò ha fatto bene a sfogarsi. In merito al trattamento, da codice deontologico nessun trattamento psicologico sanitario può essere obbligatorio senza il libero e informato consenso dell'utente.
Mi sembra un passo evolutivo enorme andare a vivere da sola e proseguire la propria vita. La vorrei sollevare dalla responsabilità che sente verso sua madre: certamente lei sarà orgogliosa di vederla andare avanti con coraggio come sta facendo.
Se sente che tutto questo è troppo, può pensare di rivolgersi ad uno psicologo e/o psicoterapeuta. Non esiti a contattarmi.
Un caro saluto
Buona sera.
Capisco quanto questa situazione sia dolorosa per lei, soprattutto pensando a sua madre. È normale provare affetto ma anche rabbia o distanza verso un familiare con una psicosi non trattata: non significa essere una ‘cattiva sorella’, ma reagire a una grande fatica emotiva.
Purtroppo, quando una persona rifiuta le cure, le possibilità della famiglia sono limitate, e questo può far sentire impotenti. Possiamo lavorare insieme per capire come proteggere il suo equilibrio, come sostenere sua madre senza caricarsi tutto addosso e come gestire meglio ciò che è sotto il suo controllo.”
Capisco quanto questa situazione sia dolorosa per lei, soprattutto pensando a sua madre. È normale provare affetto ma anche rabbia o distanza verso un familiare con una psicosi non trattata: non significa essere una ‘cattiva sorella’, ma reagire a una grande fatica emotiva.
Purtroppo, quando una persona rifiuta le cure, le possibilità della famiglia sono limitate, e questo può far sentire impotenti. Possiamo lavorare insieme per capire come proteggere il suo equilibrio, come sostenere sua madre senza caricarsi tutto addosso e come gestire meglio ciò che è sotto il suo controllo.”
Il carico di dolore e frustrazione che traspare dalle sue parole è comprensibilissimo, e le porgo un ringraziamento per aver condiviso una situazione familiare tanto complessa. È del tutto naturale e umano provare risentimento verso la malattia di suo fratello e verso il fardello che questa ha posto sulla vostra famiglia; il suo sentimento di non provare affetto fraterno non è una sua colpa morale, ma una reazione protettiva a un sistema che l'ha esposta a stress cronico e alla perdita della sua serenità. La sensazione che la sua vita e quella di sua madre siano state "rovinate" dalla malattia è un'espressione onesta del "lutto" per la normalità perduta, un sentimento comune tra i familiari di persone affette da psicosi, specialmente in presenza di anosognosia, ovvero l'incapacità del malato di riconoscere la propria condizione. Poiché lei sta per intraprendere un percorso di vita autonomo, il suo focus deve ora spostarsi sulla cura di sé e sul supporto strategico a sua madre: non può eliminare la malattia o gli scatti d'ira, ma può aiutare sua madre a rafforzare i suoi confini emotivi e la sua rete di supporto. La sua grande preoccupazione per la felicità di sua madre è lodevole, ma deve accettare il limite del suo potere; la accompagnerà meglio se la incoraggerà a cercare un supporto psicologico o gruppi di auto-aiuto mirati per i caregiver, in modo che possa elaborare il suo passato e gestire meglio il presente, senza caricarsi eccessivamente delle sue "vite tristi" precedenti. Continui a mantenere il contatto con il CSM di zona, ribadendo la necessità di un monitoraggio o di un sostegno domiciliare, e soprattutto, si conceda di vivere la sua nuova vita senza il senso di colpa: lei ha il diritto di cercare la sua tranquillità.
le porgo i miei saluti,
le porgo i miei saluti,
Buongiorno, rispondo al suo sfogo con esitazione, perché, a volte, uno sfogo non vuole risposte. Allo stesso tempo, sapendo che la lettura della mia risposta da parte sua è facoltativa, mi sento libero dal peso di poterla far sentire, in qualche modo, vittima della mia risposta. A lei, la libertà di leggerla.
Questo preambolo, di cautela, mi serve anche per un'altra ragione, che ha a che vedere con il farsi responsabili di sé e il non sentirsi vittime, carnefici o salvatori (Karpman, 1968). Si, perché sentirsi vittime non è piacevole e neanche sentirsi carnefici. Sentirsi salvatori, invece, è già più piacevole, anche se è una posizione esistenziale impegnativa, faticosa, non sempre comoda e che può trasformarsi rapidamente in vittima, della persona che viene presumibilmente salvata, o carnefice, quando smette di salvarla.
Affrontare queste dinamiche è il pane quotidiano della psicologia e per questo è consigliabile affrontare il tema in più passaggi. Cercherò di essere breve, consigliandole, da subito, di invitare sua madre o lei stessa ad affrontare un percorso di aiuto, anche breve ed orientativo, di cui mi rendo disponibile.
Quando c'è una persona che sta male in famiglia, luogo di cura primario, non è facile non farci caso e/o non prendersene cura. Per una mamma, poi, non aiutare i figli può essere impensabile. Anche per un papà, seppur in modo diverso, che comunque nella sua storia non appare (…). La mamma, dicevo, è l'archetipo della cura della prole e della cura in generale. Una mamma che non si occupa della prole è un'immagine non tollerata socialmente. A pensarci bene anche una sorella che non si occupa di un fratello in difficoltà, non è un’immagine socialmente apprezzata (chiaramente anche viceversa o tra fratelli e tra sorelle). Tuttavia, potrebbe anche esserci un equivoco di fondo... Già, perché anche il giudizio sociale sbaglia. L'equivoco potrebbe essere l'attribuzione del problema e della difficoltà. Chi è in difficoltà?
Nel suo caso, ad esempio, suo fratello non sembra avere problemi. Per quello che capisco, non ne riconosce l'esistenza o, comunque, non la attribuisce a sé. Forse, riconosce di avere dei problemi di cui, però, è convinto di sapersene occupare, senza problema o comunque senza bisogno di ricevere aiuto. Il problema, visto così, non è suo. Di chi è il problema, allora?
Il problema sembrerebbe essere di sua madre che, come dice lei, già ha avuto una vita alquanto triste e ben presto si troverà a prendersi cura di un figlio psicotico da sola, in quanto sua figlia trentenne andrà a vivere per conto suo. Se il problema è di sua mamma, allora, potrebbe essere lei ad aver bisogno di aiuto. Potrebbe consigliare, a sua mamma, di rivolgersi ai servizi sociali o a gruppi di autoaiuto di genitori con figli psicotici o a un professionista della relazione di aiuto: ma per lei, non per suo figlio. Fin quando suo fratello non riconoscerà di avere un problema si potrà fare ben poco con lui. Nel caso in cui si rendesse ingestibile o pericoloso, non esitate a rivolgervi ai servizi sociali di zona e, in un caso estremo, ad attivare un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Diversamente, è possibile fare molto con chi riconosce di avere un problema con lui, ossia con sua mamma o con lei stessa. Non esitati a invitare sua mamma a farsi sostenere, soprattutto in questo passaggio in cui lei non le sarà più di supporto come prima. Lo stesso dico anche a lei, nel caso in cui sentisse di aver bisogno di aiuto a gestire il suo ruolo di figlia e sorella. Può sembrare paradossale che siate voi a ricevere aiuto quando il problema è lui ma questa modalità è quella più rispettosa dell’individuo. Sarebbe pericoloso lasciare all’altro la possibilità di curare chi non pensa di essere malato, proprio perché fin troppe volte sono state trattate persone sane rinchiuse in strutture psichiatriche o detentive da persone malate che pensavano di essere nel giusto.
Capisco che lei è in pena per sua mamma e che le sarebbe risultato più sereno allontanarsi da casa sapendo di lasciarla in un posto tranquillo. Capisco anche quando dice di non amarlo "da sorella". Allo stesso tempo, credo che le forme dell’amore dipendono dalla relazione che c’è tra le persone. Amare suo fratello, nonostante la sua psicosi, significa anche saper trovare e apprezzare la giusta distanza che permette all’amore per sé stessi di unirsi all’amore per l’altro. Sarebbe impossibile amarlo come se non fosse lui. Lui è lui e lei e lei, e questo è il vostro amore, fuori dagli standard, perché un amore vero è sempre personale.
L’amore si costruisce, l’amore si impara e si coltiva, anche venendo in terapia. Spero di esserle stato di aiuto. Resto a sua disposizione. Buona vita.
Questo preambolo, di cautela, mi serve anche per un'altra ragione, che ha a che vedere con il farsi responsabili di sé e il non sentirsi vittime, carnefici o salvatori (Karpman, 1968). Si, perché sentirsi vittime non è piacevole e neanche sentirsi carnefici. Sentirsi salvatori, invece, è già più piacevole, anche se è una posizione esistenziale impegnativa, faticosa, non sempre comoda e che può trasformarsi rapidamente in vittima, della persona che viene presumibilmente salvata, o carnefice, quando smette di salvarla.
Affrontare queste dinamiche è il pane quotidiano della psicologia e per questo è consigliabile affrontare il tema in più passaggi. Cercherò di essere breve, consigliandole, da subito, di invitare sua madre o lei stessa ad affrontare un percorso di aiuto, anche breve ed orientativo, di cui mi rendo disponibile.
Quando c'è una persona che sta male in famiglia, luogo di cura primario, non è facile non farci caso e/o non prendersene cura. Per una mamma, poi, non aiutare i figli può essere impensabile. Anche per un papà, seppur in modo diverso, che comunque nella sua storia non appare (…). La mamma, dicevo, è l'archetipo della cura della prole e della cura in generale. Una mamma che non si occupa della prole è un'immagine non tollerata socialmente. A pensarci bene anche una sorella che non si occupa di un fratello in difficoltà, non è un’immagine socialmente apprezzata (chiaramente anche viceversa o tra fratelli e tra sorelle). Tuttavia, potrebbe anche esserci un equivoco di fondo... Già, perché anche il giudizio sociale sbaglia. L'equivoco potrebbe essere l'attribuzione del problema e della difficoltà. Chi è in difficoltà?
Nel suo caso, ad esempio, suo fratello non sembra avere problemi. Per quello che capisco, non ne riconosce l'esistenza o, comunque, non la attribuisce a sé. Forse, riconosce di avere dei problemi di cui, però, è convinto di sapersene occupare, senza problema o comunque senza bisogno di ricevere aiuto. Il problema, visto così, non è suo. Di chi è il problema, allora?
Il problema sembrerebbe essere di sua madre che, come dice lei, già ha avuto una vita alquanto triste e ben presto si troverà a prendersi cura di un figlio psicotico da sola, in quanto sua figlia trentenne andrà a vivere per conto suo. Se il problema è di sua mamma, allora, potrebbe essere lei ad aver bisogno di aiuto. Potrebbe consigliare, a sua mamma, di rivolgersi ai servizi sociali o a gruppi di autoaiuto di genitori con figli psicotici o a un professionista della relazione di aiuto: ma per lei, non per suo figlio. Fin quando suo fratello non riconoscerà di avere un problema si potrà fare ben poco con lui. Nel caso in cui si rendesse ingestibile o pericoloso, non esitate a rivolgervi ai servizi sociali di zona e, in un caso estremo, ad attivare un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Diversamente, è possibile fare molto con chi riconosce di avere un problema con lui, ossia con sua mamma o con lei stessa. Non esitati a invitare sua mamma a farsi sostenere, soprattutto in questo passaggio in cui lei non le sarà più di supporto come prima. Lo stesso dico anche a lei, nel caso in cui sentisse di aver bisogno di aiuto a gestire il suo ruolo di figlia e sorella. Può sembrare paradossale che siate voi a ricevere aiuto quando il problema è lui ma questa modalità è quella più rispettosa dell’individuo. Sarebbe pericoloso lasciare all’altro la possibilità di curare chi non pensa di essere malato, proprio perché fin troppe volte sono state trattate persone sane rinchiuse in strutture psichiatriche o detentive da persone malate che pensavano di essere nel giusto.
Capisco che lei è in pena per sua mamma e che le sarebbe risultato più sereno allontanarsi da casa sapendo di lasciarla in un posto tranquillo. Capisco anche quando dice di non amarlo "da sorella". Allo stesso tempo, credo che le forme dell’amore dipendono dalla relazione che c’è tra le persone. Amare suo fratello, nonostante la sua psicosi, significa anche saper trovare e apprezzare la giusta distanza che permette all’amore per sé stessi di unirsi all’amore per l’altro. Sarebbe impossibile amarlo come se non fosse lui. Lui è lui e lei e lei, e questo è il vostro amore, fuori dagli standard, perché un amore vero è sempre personale.
L’amore si costruisce, l’amore si impara e si coltiva, anche venendo in terapia. Spero di esserle stato di aiuto. Resto a sua disposizione. Buona vita.
Buonasera — grazie per aver condiviso con tanta sincerità una situazione così dolorosa. Provo a risponderle in modo pratico e concreto, senza essere prolissa.
Lei non è responsabile per la malattia del fratello, e i suoi sentimenti (rabbia, tristezza, senso di perdita) sono del tutto comprensibili e legittimi. Ammettere che non prova affetto come “dovrebbe” non la rende cattiva: è un segnale che la situazione l’ha consumata.
Sulla mancata consapevolezza del fratello (anosognosia): è comune nelle psicosi non riconoscere la malattia; questo rende difficile convincerlo a curarsi. Non è una scelta morale ma un sintomo.
Cosa può fare praticamente, a casa
Mettere confini chiari e prevedibili (es. cosa è accettabile in casa, cosa no) e condividerli con sua madre se possibile.
Preparare un piano di sicurezza per gli scatti d’ira: sapere dove andare, chi chiamare (familiari, vicini, numeri di emergenza), avere il telefono carico, documentare episodi gravi.
Usare tecniche di de-escalation: voce calma, frasi brevi, non contraddire direttamente le convinzioni deliranti se questo rischia di provocare escalation.
Evitare di gestire da sola situazioni pericolose: se c’è rischio immediato rivolgersi ai servizi di emergenza.
Supporto per sua madre
Cercare un sostegno psicologico per lei (terapia o gruppi di supporto per caregiver): aiuta a elaborare collera, senso di impotenza e a trovare strategie pratiche.
Valutare, insieme a uno specialista, interventi che possano alleggerire il carico (assistenza domiciliare, servizi sociali locali).
Coinvolgere i servizi sanitari
Provare a contattare lo psichiatra/CSM che ha in carico il fratello oppure il medico di famiglia per chiedere una valutazione e un possibile percorso di presa in carico familiare o domiciliare.
Se la situazione degenera o c’è pericolo per sé o altri, è fondamentale attivare i servizi di emergenza o il pronto soccorso psichiatrico.
Prendersi cura di sé
Non sottovaluti la sua salute mentale: riposo, limiti al coinvolgimento, parlare con un professionista, e mantenere relazioni di supporto sono fondamentali.
Consideri la possibilità di terapia individuale per elaborare collera, tristezza e per imparare strategie pratiche di gestione del conflitto.
Aspetti emotivi e relazionali
È normale che l’affetto familiare cambi: si può amare una persona e al tempo stesso avvertire distanza o risentimento per i suoi comportamenti. Accettare questa ambivalenza può alleggerire il senso di colpa.
Capisco quanto sia doloroso trovarsi in questa situazione, e non esistono soluzioni facili né rapide. Per questo è consigliabile approfondire con uno specialista che possa valutare il caso concreto, proporre un percorso per il fratello e sostegno concreto per lei e sua madre.
Cordiali saluti,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Lei non è responsabile per la malattia del fratello, e i suoi sentimenti (rabbia, tristezza, senso di perdita) sono del tutto comprensibili e legittimi. Ammettere che non prova affetto come “dovrebbe” non la rende cattiva: è un segnale che la situazione l’ha consumata.
Sulla mancata consapevolezza del fratello (anosognosia): è comune nelle psicosi non riconoscere la malattia; questo rende difficile convincerlo a curarsi. Non è una scelta morale ma un sintomo.
Cosa può fare praticamente, a casa
Mettere confini chiari e prevedibili (es. cosa è accettabile in casa, cosa no) e condividerli con sua madre se possibile.
Preparare un piano di sicurezza per gli scatti d’ira: sapere dove andare, chi chiamare (familiari, vicini, numeri di emergenza), avere il telefono carico, documentare episodi gravi.
Usare tecniche di de-escalation: voce calma, frasi brevi, non contraddire direttamente le convinzioni deliranti se questo rischia di provocare escalation.
Evitare di gestire da sola situazioni pericolose: se c’è rischio immediato rivolgersi ai servizi di emergenza.
Supporto per sua madre
Cercare un sostegno psicologico per lei (terapia o gruppi di supporto per caregiver): aiuta a elaborare collera, senso di impotenza e a trovare strategie pratiche.
Valutare, insieme a uno specialista, interventi che possano alleggerire il carico (assistenza domiciliare, servizi sociali locali).
Coinvolgere i servizi sanitari
Provare a contattare lo psichiatra/CSM che ha in carico il fratello oppure il medico di famiglia per chiedere una valutazione e un possibile percorso di presa in carico familiare o domiciliare.
Se la situazione degenera o c’è pericolo per sé o altri, è fondamentale attivare i servizi di emergenza o il pronto soccorso psichiatrico.
Prendersi cura di sé
Non sottovaluti la sua salute mentale: riposo, limiti al coinvolgimento, parlare con un professionista, e mantenere relazioni di supporto sono fondamentali.
Consideri la possibilità di terapia individuale per elaborare collera, tristezza e per imparare strategie pratiche di gestione del conflitto.
Aspetti emotivi e relazionali
È normale che l’affetto familiare cambi: si può amare una persona e al tempo stesso avvertire distanza o risentimento per i suoi comportamenti. Accettare questa ambivalenza può alleggerire il senso di colpa.
Capisco quanto sia doloroso trovarsi in questa situazione, e non esistono soluzioni facili né rapide. Per questo è consigliabile approfondire con uno specialista che possa valutare il caso concreto, proporre un percorso per il fratello e sostegno concreto per lei e sua madre.
Cordiali saluti,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, la ringrazio per aver condiviso una parte così delicata della sua vita. Si percepisce chiaramente quanto amore provi per sua madre e quanto peso emotivo porti da anni nel tentativo di proteggere entrambi. Non è semplice convivere con una situazione che coinvolge una sofferenza importante, rifiuto delle cure e reazioni imprevedibili, soprattutto quando ci si ritrova a essere la persona che cerca di tenere insieme tutto, spesso senza essere vista nella propria fatica. Le sue parole non parlano di freddezza verso suo fratello, ma di un limite umano comprensibile. Crescere in un contesto dove il comportamento di un familiare condiziona l’atmosfera della casa può logorare profondamente. Quando racconta che non riesce a provare quel tipo di affetto che ci si aspetterebbe tra fratelli, non sta dicendo qualcosa di sbagliato: sta semplicemente descrivendo il risultato di anni in cui ha dovuto sopportare tensioni, timori, responsabilità e rinunce. È naturale che nascano sentimenti ambivalenti, come anche il pensiero che la vita potrebbe essere più semplice senza tutto questo. Sono emozioni che arrivano quando ci si sente sopraffatti e senza strumenti, non riflettono il suo valore come persona né il suo affetto per la sua famiglia. Si sente anche tutta la preoccupazione per sua madre. Quando una figlia vede la propria mamma soffrire, è inevitabile provare una forma di dolore che si intreccia con senso di colpa, impotenza e responsabilità. Lei sta già facendo molto, forse persino più di quanto dovrebbe essere richiesto a una sola persona. L’idea di andare a vivere da sola porta con sé sentimenti contrastanti: il diritto di costruirsi una vita propria e allo stesso tempo la paura di lasciare sua madre più esposta. È un conflitto emotivo comprensibile, che spesso nasce quando per anni si è ricoperto un ruolo di sostegno senza mai avere davvero il tempo di prendersi cura delle proprie esigenze. Riguardo alla gestione di suo fratello, so quanto possa essere frustrante vedere che una persona che soffre non riconosce la propria difficoltà e rifiuta ogni forma di aiuto. Non è una mancanza di volontà da parte sua, ma un aspetto della stessa condizione che sta vivendo. Ed è vero che questo crea un grande vuoto a livello di sostegno familiare: manca un punto di equilibrio tra tutela della persona e tutela di chi gli vive accanto, e la sensazione di essere lasciati soli è purtroppo molto comune. Questo però non significa che lei debba caricarsi sulle spalle la responsabilità di ciò che non può controllare. Non può decidere al posto di suo fratello, e non può impedire che ci siano momenti difficili, ma può costruire confini più chiari per proteggere se stessa e continuare a essere presente per sua madre senza annullarsi. A volte le situazioni che non possono essere risolte richiedono un modo diverso di essere gestite, un modo in cui non si pretende da se stessi di aggiustare tutto, ma si riconosce che anche il proprio benessere conta. Il fatto che lei si permetta di sfogarsi è già un segno di consapevolezza importante: sta iniziando a vedere che il dolore che porta non è un obbligo, ma qualcosa che merita ascolto, rispetto e uno spazio di cura. È significativo che abbia sentito il bisogno di scriverlo proprio mentre era a lavoro. Significa che questa fatica non è più qualcosa che resta confinata a casa, ma che la accompagna ovunque. Questo la dice lunga su quanto a lungo abbia trattenuto tutto dentro di sé. La sua situazione non è semplice, e non esistono scorciatoie, ma esiste la possibilità di iniziare a prendersi cura di se stessa, di costruire un equilibrio più sostenibile, di riconoscere che non può essere lei a risolvere ciò che supera le sue possibilità. E anche di accettare che i sentimenti che prova, anche quelli più difficili da ammettere, non la rendono una cattiva sorella o una cattiva figlia. La rendono umana, stanca, ma ancora profondamente legata alle persone che ama. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Capisco il suo sfogo e mi dispiace per la situazione complicata che sta vivendo ma da psicoterapeuta le posso dire che la felicità altrui non può dipendere da altri specie quella di un genitore.
Fossi in lei mi porrei una domanda relativa ai sentimenti che nutre per suo fratello i quali hanno radici profonde.
Fossi in lei mi porrei una domanda relativa ai sentimenti che nutre per suo fratello i quali hanno radici profonde.
Buonasera,
grazie per aver condiviso una situazione così complessa e dolorosa.
Quello che prova è comprensibile: convivere per anni con una persona affetta da psicosi, soprattutto se rifiuta le cure, logora profondamente i familiari. Il senso di impotenza, la rabbia, il distacco emotivo e perfino il pensiero di “come sarebbe stata la vita senza di lui” non la rendono una cattiva sorella: sono reazioni umane a uno stress cronico.
È importante distinguere tra affetto e responsabilità. Lei non è obbligata a provare amore, né a sacrificare la propria vita per suo fratello. Il fatto che stia andando a vivere da sola è una scelta sana e legittima. Prendersi cura di sé non significa abbandonare sua madre.
Purtroppo è vero: quando una persona non riconosce la propria malattia, l’accesso alle cure diventa molto difficile. I servizi possono intervenire solo in presenza di criteri precisi di pericolo o grave compromissione, e questo lascia spesso le famiglie sole. Non è un fallimento vostro, né una mancanza di impegno.
Il suo dolore per sua madre mostra quanto lei le voglia bene, ma è importante ricordare che non può sostituirsi alle istituzioni né salvare tutti da sola. Restarle emotivamente vicina, senza annullarsi, è già molto.
Se possibile, sarebbe utile che lei o sua madre abbiate uno spazio di supporto psicologico: non per “risolvere” suo fratello, ma per reggere meglio il peso emotivo della situazione.
Il suo sfogo è legittimo. In contesti come questo, non esistono soluzioni perfette, ma esiste il diritto di proteggere la propria salute mentale.
grazie per aver condiviso una situazione così complessa e dolorosa.
Quello che prova è comprensibile: convivere per anni con una persona affetta da psicosi, soprattutto se rifiuta le cure, logora profondamente i familiari. Il senso di impotenza, la rabbia, il distacco emotivo e perfino il pensiero di “come sarebbe stata la vita senza di lui” non la rendono una cattiva sorella: sono reazioni umane a uno stress cronico.
È importante distinguere tra affetto e responsabilità. Lei non è obbligata a provare amore, né a sacrificare la propria vita per suo fratello. Il fatto che stia andando a vivere da sola è una scelta sana e legittima. Prendersi cura di sé non significa abbandonare sua madre.
Purtroppo è vero: quando una persona non riconosce la propria malattia, l’accesso alle cure diventa molto difficile. I servizi possono intervenire solo in presenza di criteri precisi di pericolo o grave compromissione, e questo lascia spesso le famiglie sole. Non è un fallimento vostro, né una mancanza di impegno.
Il suo dolore per sua madre mostra quanto lei le voglia bene, ma è importante ricordare che non può sostituirsi alle istituzioni né salvare tutti da sola. Restarle emotivamente vicina, senza annullarsi, è già molto.
Se possibile, sarebbe utile che lei o sua madre abbiate uno spazio di supporto psicologico: non per “risolvere” suo fratello, ma per reggere meglio il peso emotivo della situazione.
Il suo sfogo è legittimo. In contesti come questo, non esistono soluzioni perfette, ma esiste il diritto di proteggere la propria salute mentale.
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità un pezzo così doloroso della sua vita familiare. Le sue parole esprimono un carico emotivo che ha portato per anni, spesso in silenzio, e che merita di essere visto, riconosciuto e accolto con profondo rispetto.
Lei si trova in una posizione molto complessa: da una parte la responsabilità emotiva nei confronti di sua madre, che sente fragile e che vorrebbe proteggere da tutto; dall’altra la presenza di un fratello affetto da una patologia psichiatrica importante, che incide sulla quotidianità, sulla serenità e sulla sensazione di sicurezza domestica. La sua sofferenza non nasce da mancanza di amore, ma da un eccesso di responsabilità, da anni in cui ha dovuto essere forte, spesso più di quanto una figlia e una sorella dovrebbe essere chiamata ad esserlo.
Quando mi dice di “non volergli bene come una sorella dovrebbe”, le assicuro che questa frase non la definisce come persona cattiva o insensibile; riflette piuttosto una stanchezza accumulata, il peso di una convivenza segnata da tensioni, paure, rinunce e da un ruolo che, suo malgrado, ha dovuto assumere fin troppo presto. È fisiologico che l’amore familiare, quando è costantemente messo alla prova da una malattia psichiatrica non trattata, assuma forme più complesse, più ambivalenti, talvolta persino conflittuali. Non c’è nulla di innaturale in questo.
Comprendo anche la sua rabbia, o meglio la sua frustrazione, verso un sistema che spesso non offre alle famiglie un vero sostegno: quando un malato non ha consapevolezza di sé, quando rifiuta le cure, si crea un’impasse dolorosa in cui chi soffre non è solo chi è malato, ma l’intero nucleo familiare. Sentirsi dire che “deve decidere lui” può sembrare quasi un tradimento istituzionale, perché Lei vede ogni giorno che quella decisione, al momento, non può essere presa con lucidità.
La sua preoccupazione più grande, però, riguarda sua madre. Lei sta per andare a vivere da sola — ed è un passo legittimo, sano, necessario per la sua vita — ma una parte del suo cuore resta lì, come se volesse vegliare continuamente su di lei. Questo legame profondo rivela quanto Lei sia una figlia presente, affettuosa, capace di prendersi cura. E tuttavia, proprio perché la ama, è importante ricordare che non può sostituirsi alla vita di sua madre né farsi carico di responsabilità che non le appartengono del tutto. La vicinanza emotiva potrà rimanere, ma non dovrà trasformarsi in una rinuncia alla sua stessa serenità.
Il dolore che esprime non deriva dal desiderio che suo fratello “non esista”, ma dall’impatto della malattia, dall’usura che essa porta nelle dinamiche familiari, dal senso di impotenza di fronte a qualcosa che nessuno di voi ha scelto. È umano desiderare una vita più tranquilla, una casa senza tensioni imprevedibili, un futuro in cui sua madre possa essere finalmente serena.
In questo momento, l’aspetto più importante è riconoscere che anche Lei ha bisogno di uno spazio tutto suo per elaborare questi vissuti: uno spazio psicologico in cui non essere la figlia forte, la sorella responsabile, la mediatrice, ma semplicemente una donna che prova dolore, fatica, affetto, rabbia e che ha il diritto di essere accolta senza giudizio. Rimango a disposizione, un saluto!
la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità un pezzo così doloroso della sua vita familiare. Le sue parole esprimono un carico emotivo che ha portato per anni, spesso in silenzio, e che merita di essere visto, riconosciuto e accolto con profondo rispetto.
Lei si trova in una posizione molto complessa: da una parte la responsabilità emotiva nei confronti di sua madre, che sente fragile e che vorrebbe proteggere da tutto; dall’altra la presenza di un fratello affetto da una patologia psichiatrica importante, che incide sulla quotidianità, sulla serenità e sulla sensazione di sicurezza domestica. La sua sofferenza non nasce da mancanza di amore, ma da un eccesso di responsabilità, da anni in cui ha dovuto essere forte, spesso più di quanto una figlia e una sorella dovrebbe essere chiamata ad esserlo.
Quando mi dice di “non volergli bene come una sorella dovrebbe”, le assicuro che questa frase non la definisce come persona cattiva o insensibile; riflette piuttosto una stanchezza accumulata, il peso di una convivenza segnata da tensioni, paure, rinunce e da un ruolo che, suo malgrado, ha dovuto assumere fin troppo presto. È fisiologico che l’amore familiare, quando è costantemente messo alla prova da una malattia psichiatrica non trattata, assuma forme più complesse, più ambivalenti, talvolta persino conflittuali. Non c’è nulla di innaturale in questo.
Comprendo anche la sua rabbia, o meglio la sua frustrazione, verso un sistema che spesso non offre alle famiglie un vero sostegno: quando un malato non ha consapevolezza di sé, quando rifiuta le cure, si crea un’impasse dolorosa in cui chi soffre non è solo chi è malato, ma l’intero nucleo familiare. Sentirsi dire che “deve decidere lui” può sembrare quasi un tradimento istituzionale, perché Lei vede ogni giorno che quella decisione, al momento, non può essere presa con lucidità.
La sua preoccupazione più grande, però, riguarda sua madre. Lei sta per andare a vivere da sola — ed è un passo legittimo, sano, necessario per la sua vita — ma una parte del suo cuore resta lì, come se volesse vegliare continuamente su di lei. Questo legame profondo rivela quanto Lei sia una figlia presente, affettuosa, capace di prendersi cura. E tuttavia, proprio perché la ama, è importante ricordare che non può sostituirsi alla vita di sua madre né farsi carico di responsabilità che non le appartengono del tutto. La vicinanza emotiva potrà rimanere, ma non dovrà trasformarsi in una rinuncia alla sua stessa serenità.
Il dolore che esprime non deriva dal desiderio che suo fratello “non esista”, ma dall’impatto della malattia, dall’usura che essa porta nelle dinamiche familiari, dal senso di impotenza di fronte a qualcosa che nessuno di voi ha scelto. È umano desiderare una vita più tranquilla, una casa senza tensioni imprevedibili, un futuro in cui sua madre possa essere finalmente serena.
In questo momento, l’aspetto più importante è riconoscere che anche Lei ha bisogno di uno spazio tutto suo per elaborare questi vissuti: uno spazio psicologico in cui non essere la figlia forte, la sorella responsabile, la mediatrice, ma semplicemente una donna che prova dolore, fatica, affetto, rabbia e che ha il diritto di essere accolta senza giudizio. Rimango a disposizione, un saluto!
Buongiorno e grazie per aver condiviso una situazione così complessa.
Ci tengo subito a dirti che andare a vivere da sola non è un tradimento né un abbandono: è un passo di cura verso te stessa. Potrai continuare a essere vicina a tua madre senza annullarti perché prendersi cura di sé non significa smettere di voler bene agli altri, ma evitare che la sofferenza diventi totalizzante. Questo ti permetterà anche di trovare più forze e di avere le idee più chiare.
Ci tengo anche a dirti che che i sentimenti ambivalenti che descrivi verso tuo fratello (il senso di stanchezza, la rabbia, la colpa, perfino il pensiero di una vita “più normale” senza questa sofferenza) sono comprensibili e umanamente legittimi. Non ti rendono una cattiva sorella né una cattiva figlia. Vivere accanto a una persona affetta da psicosi, soprattutto quando rifiuta le cure, espone i familiari a un carico emotivo molto elevato e spesso invisibile. Le famiglie, in questi casi, diventano di fatto “caregiver” senza aver scelto di esserlo, e questo può portare nel tempo a esaurimento, senso di impotenza e dolore profondo.
L'ultimo consiglio che sento di darti è che qualcosa può essere fatto almeno per tutelare voi, anche quando la persona malata non accetta le cure. Il supporto psicologico per i familiari, i gruppi di auto-aiuto, un confronto continuativo con i servizi territoriali (CSM, assistenti sociali), possono aiutare a trovare strategie di gestione, confini più sani e, soprattutto, uno spazio in cui il vostro dolore venga riconosciuto.
Se questo non dovesse bastare, per te stessa, puoi valutare un supporto individuale pubblico o privato, che possa accompagnarti in questo viaggio verso l'elaborazione e la accettazione. Ti auguro di poter trovare, per te e per tua madre, un sostegno adeguato che possa esservi d'aiuto e possa darvi maggiore conforto. Un caro saluto.
Ci tengo subito a dirti che andare a vivere da sola non è un tradimento né un abbandono: è un passo di cura verso te stessa. Potrai continuare a essere vicina a tua madre senza annullarti perché prendersi cura di sé non significa smettere di voler bene agli altri, ma evitare che la sofferenza diventi totalizzante. Questo ti permetterà anche di trovare più forze e di avere le idee più chiare.
Ci tengo anche a dirti che che i sentimenti ambivalenti che descrivi verso tuo fratello (il senso di stanchezza, la rabbia, la colpa, perfino il pensiero di una vita “più normale” senza questa sofferenza) sono comprensibili e umanamente legittimi. Non ti rendono una cattiva sorella né una cattiva figlia. Vivere accanto a una persona affetta da psicosi, soprattutto quando rifiuta le cure, espone i familiari a un carico emotivo molto elevato e spesso invisibile. Le famiglie, in questi casi, diventano di fatto “caregiver” senza aver scelto di esserlo, e questo può portare nel tempo a esaurimento, senso di impotenza e dolore profondo.
L'ultimo consiglio che sento di darti è che qualcosa può essere fatto almeno per tutelare voi, anche quando la persona malata non accetta le cure. Il supporto psicologico per i familiari, i gruppi di auto-aiuto, un confronto continuativo con i servizi territoriali (CSM, assistenti sociali), possono aiutare a trovare strategie di gestione, confini più sani e, soprattutto, uno spazio in cui il vostro dolore venga riconosciuto.
Se questo non dovesse bastare, per te stessa, puoi valutare un supporto individuale pubblico o privato, che possa accompagnarti in questo viaggio verso l'elaborazione e la accettazione. Ti auguro di poter trovare, per te e per tua madre, un sostegno adeguato che possa esservi d'aiuto e possa darvi maggiore conforto. Un caro saluto.
Salve, la situazione che racconta non è sicuramente facile da vivere e da gestire. Quando vi è un paziente con patologie come la psicosi sarebbe opportuno che tutta la famiglia venisse aiutata da un'equipe specializzata. Suggerisco quindi di rivolgersi al territorio e capire se vi sono delle risorse utili. Dare valore alle proprie emozioni come la tristezza, la paura e/o la frustrazione non è errato, bisogna dar loro il giusto spazio e far si che possano essere regolate e funzionali. In bocca al lupo!
Buonasera, la ringrazio per aver condiviso una situazione così complessa e dolorosa. Dalle sue parole emerge una grande lucidità, insieme a un carico emotivo molto pesante che lei sta sostenendo da anni.
Vivere accanto a una persona affetta da psicosi che rifiuta le cure è una condizione estremamente faticosa, soprattutto per i familiari più vicini. Il senso di impotenza che descrive è comprensibile: quando una persona non riconosce la propria sofferenza, diventa difficile aiutarla nel modo in cui si vorrebbe. In questi casi, non è corretto parlare di mancanza di amore o di durezza emotiva: il distacco che sente nei confronti di suo fratello può essere letto come una forma di difesa psichica, costruita nel tempo per poter continuare a funzionare e a sopravvivere emotivamente.
È importante sottolineare che il suo desiderio di andare a vivere da sola non è una fuga né un tradimento verso sua madre, ma un passaggio evolutivo necessario per la sua vita adulta. Prendersi cura di sé non significa abbandonare l’altro. Allo stesso tempo, il dolore che prova pensando alla sofferenza di sua madre è un segnale del legame profondo che vi unisce, e non va minimizzato.
Le emozioni che prova (rabbia, tristezza, senso di colpa, desiderio di normalità) non la rendono una cattiva figlia o una cattiva sorella: la rendono una persona che ha vissuto a lungo in una situazione di forte stress emotivo. Dare un nome a questa fatica è il primo passo per non esserne sopraffatti. Se possibile, le suggerirei di valutare un supporto psicologico, non per “risolvere” la situazione di suo fratello, ma per aiutarla a trovare confini più sostenibili, strumenti di tutela emotiva e una maggiore sensazione di non essere sola. La ringrazio nuovamente per aver condiviso tutto ciò e le auguro buona serata.
Vivere accanto a una persona affetta da psicosi che rifiuta le cure è una condizione estremamente faticosa, soprattutto per i familiari più vicini. Il senso di impotenza che descrive è comprensibile: quando una persona non riconosce la propria sofferenza, diventa difficile aiutarla nel modo in cui si vorrebbe. In questi casi, non è corretto parlare di mancanza di amore o di durezza emotiva: il distacco che sente nei confronti di suo fratello può essere letto come una forma di difesa psichica, costruita nel tempo per poter continuare a funzionare e a sopravvivere emotivamente.
È importante sottolineare che il suo desiderio di andare a vivere da sola non è una fuga né un tradimento verso sua madre, ma un passaggio evolutivo necessario per la sua vita adulta. Prendersi cura di sé non significa abbandonare l’altro. Allo stesso tempo, il dolore che prova pensando alla sofferenza di sua madre è un segnale del legame profondo che vi unisce, e non va minimizzato.
Le emozioni che prova (rabbia, tristezza, senso di colpa, desiderio di normalità) non la rendono una cattiva figlia o una cattiva sorella: la rendono una persona che ha vissuto a lungo in una situazione di forte stress emotivo. Dare un nome a questa fatica è il primo passo per non esserne sopraffatti. Se possibile, le suggerirei di valutare un supporto psicologico, non per “risolvere” la situazione di suo fratello, ma per aiutarla a trovare confini più sostenibili, strumenti di tutela emotiva e una maggiore sensazione di non essere sola. La ringrazio nuovamente per aver condiviso tutto ciò e le auguro buona serata.
Grazie per aver condiviso questo peso. Quello che descrive non è uno sfogo da poco: è il racconto di chi ha dovuto portare per anni un fardello che non ha scelto, e che ora si prepara a un passaggio importante — andare a vivere da sola — con il cuore diviso tra il sollievo legittimo e il senso di colpa per ciò che lascia.
Mi colpisce la sua onestà quando dice che non riesce ad amare suo fratello "come dovrebbe una sorella". Questo "dovrebbe" pesa, vero? Eppure l'amore non è un dovere morale che si può imporre a sé stessi. Quello che lei prova — o non prova — non è una colpa: è il risultato di anni in cui la malattia di suo fratello ha occupato lo spazio psichico della famiglia, erodendo quella normalità che ogni bambina, e poi ogni donna, avrebbe diritto di vivere.
C'è un'immagine che mi viene in mente leggendola: quella di chi è cresciuta in una casa dove c'era sempre un ospite inquietante, imprevedibile — non suo fratello come persona, ma la sua malattia. E questo ospite ha preteso attenzioni, ha generato paura, ha reso instabile il terreno sotto i piedi. È difficile amare qualcuno quando la sua presenza è stata così intrecciata con la minaccia.
Lei scrive che sua madre "ha avuto una vita alquanto triste". Mi chiedo: e la sua? Chi si è preso cura della bambina che lei era, mentre tutti erano impegnati a gestire la crisi? A volte i figli che non danno problemi diventano invisibili, e imparano presto a mettere da parte i propri bisogni.
Andare a vivere da sola non è un abbandono. È un atto di sopravvivenza psichica, e forse anche il primo vero gesto d'amore verso sé stessa. La vicinanza a sua madre non si misura in metri quadri condivisi.
Quanto al sistema italiano e ai suoi limiti — ha ragione, il paradosso dell'autodeterminazione di chi non ha consapevolezza di malattia è un nodo tragico e irrisolto. Ma questo è un problema che non può risolvere lei da sola, e non è giusto che ne porti il peso come se fosse una sua mancanza.
Mi permetta una domanda, se vuole rifletterci: in tutto questo prendersi cura, c'è uno spazio in cui qualcuno si prende cura di lei?
Un caro saluto.
Mi colpisce la sua onestà quando dice che non riesce ad amare suo fratello "come dovrebbe una sorella". Questo "dovrebbe" pesa, vero? Eppure l'amore non è un dovere morale che si può imporre a sé stessi. Quello che lei prova — o non prova — non è una colpa: è il risultato di anni in cui la malattia di suo fratello ha occupato lo spazio psichico della famiglia, erodendo quella normalità che ogni bambina, e poi ogni donna, avrebbe diritto di vivere.
C'è un'immagine che mi viene in mente leggendola: quella di chi è cresciuta in una casa dove c'era sempre un ospite inquietante, imprevedibile — non suo fratello come persona, ma la sua malattia. E questo ospite ha preteso attenzioni, ha generato paura, ha reso instabile il terreno sotto i piedi. È difficile amare qualcuno quando la sua presenza è stata così intrecciata con la minaccia.
Lei scrive che sua madre "ha avuto una vita alquanto triste". Mi chiedo: e la sua? Chi si è preso cura della bambina che lei era, mentre tutti erano impegnati a gestire la crisi? A volte i figli che non danno problemi diventano invisibili, e imparano presto a mettere da parte i propri bisogni.
Andare a vivere da sola non è un abbandono. È un atto di sopravvivenza psichica, e forse anche il primo vero gesto d'amore verso sé stessa. La vicinanza a sua madre non si misura in metri quadri condivisi.
Quanto al sistema italiano e ai suoi limiti — ha ragione, il paradosso dell'autodeterminazione di chi non ha consapevolezza di malattia è un nodo tragico e irrisolto. Ma questo è un problema che non può risolvere lei da sola, e non è giusto che ne porti il peso come se fosse una sua mancanza.
Mi permetta una domanda, se vuole rifletterci: in tutto questo prendersi cura, c'è uno spazio in cui qualcuno si prende cura di lei?
Un caro saluto.
Buonasera,
grazie per aver condiviso una situazione così complessa e dolorosa. Quello che emerge dalle sue parole non è egoismo né mancanza di affetto, ma una profonda stanchezza emotiva maturata in anni di convivenza con una patologia grave che coinvolge non solo chi ne soffre, ma l’intero sistema familiare.
Vivere accanto a una persona con psicosi che rifiuta la cura è una delle condizioni più difficili per un familiare. Il rifiuto della terapia, come giustamente osserva, non è una scelta “libera” nel senso comune del termine, ma spesso è parte stessa della malattia (anosognosia), cioè l’incapacità di riconoscere di essere malati. Questo rende la situazione estremamente frustrante per i familiari, che si sentono impotenti, non tutelati e spesso soli.
È importante dirle una cosa con chiarezza:
i sentimenti che prova verso suo fratello sono comprensibili e legittimi.
Non amare un fratello “come si dovrebbe”, non significa essere una cattiva persona. Quando una relazione è stata per anni fonte di tensione, paura, rinunce e carico emotivo, è normale che l’affetto lasci spazio a sentimenti ambivalenti o di distacco. Questo non è colpa sua.
Il dolore che descrive per sua madre è quello tipico di chi, fin da giovane, ha assunto un ruolo di protezione e responsabilità emotiva verso il genitore. Il fatto che lei stia andando a vivere da sola è un passaggio sano e necessario, ma comprensibilmente attiva sensi di colpa e preoccupazioni. È importante ricordare che non può sostituirsi a sua madre né salvare tutti, per quanto l’amore lo desideri.
Dal punto di vista clinico e pratico, in Italia esistono strumenti, anche se spesso poco chiari o difficili da attivare:
• il CSM resta il riferimento principale;
• in presenza di rischi concreti per sé o per gli altri, è possibile l’attivazione di un TSO, che non è una punizione ma una misura sanitaria;
• esistono associazioni di familiari (es. associazioni per la salute mentale) che offrono supporto, informazioni legali e gruppi di confronto: spesso aiutano più di quanto si immagini.
Tuttavia, al di là delle soluzioni “esterne”, c’è un punto fondamentale:
anche lei ha diritto a uno spazio di cura.
Un supporto psicologico per familiari di persone con disturbo psicotico non serve a “resistere di più”, ma a:
• elaborare rabbia, senso di colpa e impotenza,
• ridefinire confini emotivi sani,
• distinguere ciò che è responsabilità sua da ciò che non lo è,
• proteggere la propria vita e progettualità.
La malattia di suo fratello non può diventare la sua identità né la sua condanna. Prendersi distanza non significa abbandonare, ma sopravvivere emotivamente.
Il suo sfogo è più che legittimo. Non siete sbagliate voi come famiglia: siete una famiglia che convive con una patologia grave in un sistema che spesso non sostiene abbastanza. E riconoscerlo è già un primo, importante passo.
Le auguro di trovare, per sé prima di tutto, uno spazio in cui sentirsi finalmente vista, ascoltata e alleggerita.
Dott.ssa Monica Cecconi – Psicologa
grazie per aver condiviso una situazione così complessa e dolorosa. Quello che emerge dalle sue parole non è egoismo né mancanza di affetto, ma una profonda stanchezza emotiva maturata in anni di convivenza con una patologia grave che coinvolge non solo chi ne soffre, ma l’intero sistema familiare.
Vivere accanto a una persona con psicosi che rifiuta la cura è una delle condizioni più difficili per un familiare. Il rifiuto della terapia, come giustamente osserva, non è una scelta “libera” nel senso comune del termine, ma spesso è parte stessa della malattia (anosognosia), cioè l’incapacità di riconoscere di essere malati. Questo rende la situazione estremamente frustrante per i familiari, che si sentono impotenti, non tutelati e spesso soli.
È importante dirle una cosa con chiarezza:
i sentimenti che prova verso suo fratello sono comprensibili e legittimi.
Non amare un fratello “come si dovrebbe”, non significa essere una cattiva persona. Quando una relazione è stata per anni fonte di tensione, paura, rinunce e carico emotivo, è normale che l’affetto lasci spazio a sentimenti ambivalenti o di distacco. Questo non è colpa sua.
Il dolore che descrive per sua madre è quello tipico di chi, fin da giovane, ha assunto un ruolo di protezione e responsabilità emotiva verso il genitore. Il fatto che lei stia andando a vivere da sola è un passaggio sano e necessario, ma comprensibilmente attiva sensi di colpa e preoccupazioni. È importante ricordare che non può sostituirsi a sua madre né salvare tutti, per quanto l’amore lo desideri.
Dal punto di vista clinico e pratico, in Italia esistono strumenti, anche se spesso poco chiari o difficili da attivare:
• il CSM resta il riferimento principale;
• in presenza di rischi concreti per sé o per gli altri, è possibile l’attivazione di un TSO, che non è una punizione ma una misura sanitaria;
• esistono associazioni di familiari (es. associazioni per la salute mentale) che offrono supporto, informazioni legali e gruppi di confronto: spesso aiutano più di quanto si immagini.
Tuttavia, al di là delle soluzioni “esterne”, c’è un punto fondamentale:
anche lei ha diritto a uno spazio di cura.
Un supporto psicologico per familiari di persone con disturbo psicotico non serve a “resistere di più”, ma a:
• elaborare rabbia, senso di colpa e impotenza,
• ridefinire confini emotivi sani,
• distinguere ciò che è responsabilità sua da ciò che non lo è,
• proteggere la propria vita e progettualità.
La malattia di suo fratello non può diventare la sua identità né la sua condanna. Prendersi distanza non significa abbandonare, ma sopravvivere emotivamente.
Il suo sfogo è più che legittimo. Non siete sbagliate voi come famiglia: siete una famiglia che convive con una patologia grave in un sistema che spesso non sostiene abbastanza. E riconoscerlo è già un primo, importante passo.
Le auguro di trovare, per sé prima di tutto, uno spazio in cui sentirsi finalmente vista, ascoltata e alleggerita.
Dott.ssa Monica Cecconi – Psicologa
Buonasera,
quello che descrive è una situazione molto complessa e dolorosa, e le sue emozioni sono comprensibili e legittime.
Dal punto di vista clinico, vivere a lungo accanto a una persona con psicosi non trattata espone i familiari a un carico emotivo cronico, fatto di impotenza, senso di colpa, rabbia e lutto per la “vita che avrebbe potuto essere”. Il fatto che lei non riesca a provare affetto fraterno non è segno di mancanza di umanità, ma spesso l’esito di anni di stress, frustrazione e ruoli invertiti. È importante dirlo chiaramente: lei non è responsabile né della malattia di suo fratello né delle scelte terapeutiche che lui rifiuta.
È vero anche ciò che sottolinea: in assenza di consapevolezza di malattia, il sistema lascia spesso le famiglie sole, e questo genera un senso di ingiustizia profonda. In questo contesto, il suo andare a vivere da sola non è una fuga, ma un passaggio necessario di tutela della propria salute mentale. Restare “vicina” a sua madre non significa sacrificare la propria vita.
Un lavoro clinico potrebbe aiutarla a:
• elaborare il senso di colpa legato alla separazione,
• ridefinire i confini emotivi con suo fratello,
• sostenere il legame con sua madre senza annullarsi,
• trovare uno spazio in cui il dolore possa essere contenuto, non solo sopportato.
Se lo desidera, possiamo approfondire tutto questo in un colloquio online, per darle uno spazio di ascolto e orientamento più strutturato.
quello che descrive è una situazione molto complessa e dolorosa, e le sue emozioni sono comprensibili e legittime.
Dal punto di vista clinico, vivere a lungo accanto a una persona con psicosi non trattata espone i familiari a un carico emotivo cronico, fatto di impotenza, senso di colpa, rabbia e lutto per la “vita che avrebbe potuto essere”. Il fatto che lei non riesca a provare affetto fraterno non è segno di mancanza di umanità, ma spesso l’esito di anni di stress, frustrazione e ruoli invertiti. È importante dirlo chiaramente: lei non è responsabile né della malattia di suo fratello né delle scelte terapeutiche che lui rifiuta.
È vero anche ciò che sottolinea: in assenza di consapevolezza di malattia, il sistema lascia spesso le famiglie sole, e questo genera un senso di ingiustizia profonda. In questo contesto, il suo andare a vivere da sola non è una fuga, ma un passaggio necessario di tutela della propria salute mentale. Restare “vicina” a sua madre non significa sacrificare la propria vita.
Un lavoro clinico potrebbe aiutarla a:
• elaborare il senso di colpa legato alla separazione,
• ridefinire i confini emotivi con suo fratello,
• sostenere il legame con sua madre senza annullarsi,
• trovare uno spazio in cui il dolore possa essere contenuto, non solo sopportato.
Se lo desidera, possiamo approfondire tutto questo in un colloquio online, per darle uno spazio di ascolto e orientamento più strutturato.
Buongiorno,
dalle sue parole emerge un senso profondo di impotenza e di dolore, soprattutto per la preoccupazione verso sua madre e per il peso emotivo che questa situazione ha avuto e continua ad avere sulla sua vita. Vivere accanto a una persona con una patologia psichiatrica che rifiuta le cure può essere estremamente faticoso, logorante, e spesso lascia i familiari con la sensazione di non avere strumenti né tutele sufficienti.
È comprensibile il conflitto che descrive: l’amore e la protezione verso sua madre, il desiderio di una vita più serena, e sentimenti ambivalenti verso suo fratello che non significano mancanza di umanità, ma il risultato di anni di convivenza difficile. Anche la scelta di andare a vivere da sola può rappresentare un passo necessario per prendersi cura di sé, senza che questo significhi abbandonare o smettere di esserci emotivamente.
Dare spazio a ciò che prova, senza colpevolizzarsi, è importante: portare questo peso da soli, per troppo tempo, può diventare insostenibile. Avere uno spazio di ascolto può aiutare a sentirsi meno soli e a ritrovare un po’ di respiro.
Resto a disposizione.
Un caro saluto,
dott.ssa Elena Dati
dalle sue parole emerge un senso profondo di impotenza e di dolore, soprattutto per la preoccupazione verso sua madre e per il peso emotivo che questa situazione ha avuto e continua ad avere sulla sua vita. Vivere accanto a una persona con una patologia psichiatrica che rifiuta le cure può essere estremamente faticoso, logorante, e spesso lascia i familiari con la sensazione di non avere strumenti né tutele sufficienti.
È comprensibile il conflitto che descrive: l’amore e la protezione verso sua madre, il desiderio di una vita più serena, e sentimenti ambivalenti verso suo fratello che non significano mancanza di umanità, ma il risultato di anni di convivenza difficile. Anche la scelta di andare a vivere da sola può rappresentare un passo necessario per prendersi cura di sé, senza che questo significhi abbandonare o smettere di esserci emotivamente.
Dare spazio a ciò che prova, senza colpevolizzarsi, è importante: portare questo peso da soli, per troppo tempo, può diventare insostenibile. Avere uno spazio di ascolto può aiutare a sentirsi meno soli e a ritrovare un po’ di respiro.
Resto a disposizione.
Un caro saluto,
dott.ssa Elena Dati
Salve,
dalle sue parole emerge una sofferenza profonda, ma anche molto lucida. Da anni vive nella posizione di chi cresce accanto alla malattia di un altro e finisce per portarne il peso, spesso senza essere visto.
I sentimenti ambivalenti verso suo fratello indicano soltanto il limite raggiunto rispetto ad una protratta esposizione all'impotenza.
Il fatto che stia per andare a vivere in autonomia è un tentativo di separazione importante, doloroso, liberatorio e necessario sullo stesso punto: è il tentativo di essere altro rispetto ad un ruolo di cura che ha messo in ombra il resto. È comprensibile che questo attivi dolore e senso di colpa verso sua madre, ma prendersi uno spazio per sé non significa abbandonarla.
Forse il punto non è trovare una soluzione alla malattia di suo fratello, ma distinguere ciò che è sotto la sua responsabilità da ciò che non lo è. Si tratta di un'operazione di taglio e rinuncia, ma anche di consegna ad una libertà che non è recisione dal suo passato, dalle sue radici. Si tratta di permettere a quelle radici di "bucare" la terra, di emergere.
Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio per dare voce alla rabbia, alla stanchezza e al dolore, in questo momento di transizione delicato.
Resto disponibile anche per una seduta online, Dott.ssa Jessica Servidio.
dalle sue parole emerge una sofferenza profonda, ma anche molto lucida. Da anni vive nella posizione di chi cresce accanto alla malattia di un altro e finisce per portarne il peso, spesso senza essere visto.
I sentimenti ambivalenti verso suo fratello indicano soltanto il limite raggiunto rispetto ad una protratta esposizione all'impotenza.
Il fatto che stia per andare a vivere in autonomia è un tentativo di separazione importante, doloroso, liberatorio e necessario sullo stesso punto: è il tentativo di essere altro rispetto ad un ruolo di cura che ha messo in ombra il resto. È comprensibile che questo attivi dolore e senso di colpa verso sua madre, ma prendersi uno spazio per sé non significa abbandonarla.
Forse il punto non è trovare una soluzione alla malattia di suo fratello, ma distinguere ciò che è sotto la sua responsabilità da ciò che non lo è. Si tratta di un'operazione di taglio e rinuncia, ma anche di consegna ad una libertà che non è recisione dal suo passato, dalle sue radici. Si tratta di permettere a quelle radici di "bucare" la terra, di emergere.
Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio per dare voce alla rabbia, alla stanchezza e al dolore, in questo momento di transizione delicato.
Resto disponibile anche per una seduta online, Dott.ssa Jessica Servidio.
Salve,
la situazione che descrive è molto più che comprensibile. Se la storia della sua famiglia le da ancora un peso sul cuore al punto tale da farle vivere male anche un prossimo distacco da casa potrebbe pensare di parlarne meglio all'interno di uno spazio di ascolto più ampio che solo una psicoterapia potrebbe fornirle.
Nel caso resto disponibile a fornirle tutto il mio aiuto.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
la situazione che descrive è molto più che comprensibile. Se la storia della sua famiglia le da ancora un peso sul cuore al punto tale da farle vivere male anche un prossimo distacco da casa potrebbe pensare di parlarne meglio all'interno di uno spazio di ascolto più ampio che solo una psicoterapia potrebbe fornirle.
Nel caso resto disponibile a fornirle tutto il mio aiuto.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Buona sera, comprendo molto bene la sua situazione e convengo con lei che purtroppo la malattia mentale in Italia si arresta, nella maggior parte dei casi, ad un'etichetta diagnostica. Per quanto riguarda la sua situazione familiare, comprendo che possa essere difficile ma ad un certo punto i figli lasciano il "nido" come processo naturale e questo in alcun modo, come ha detto lei, coinciderà con il sottrarsi alle sue responsabilità di figlia e sorella, ne sono certa.
Le auguro il meglio
Saluti
Le auguro il meglio
Saluti
Buongiorno,
grazie per aver condiviso qualcosa di così delicato. Si sente quanta responsabilità hai portato negli anni e quanto amore provi per tua madre.
Quello che racconti è qualcosa che molte famiglie che convivono con una psicosi conoscono bene: quando la persona non ha consapevolezza del proprio disturbo, rifiuta aiuto e cure. Questo non dipende da te, né da tua madre. È una caratteristica della malattia stessa. E purtroppo, come dici, le famiglie spesso restano senza un reale sostegno.
È naturale che tu non senta verso tuo fratello un affetto “da sorella” come te lo eri immaginato. Hai vissuto per anni in una situazione che ti ha tolto tranquillità e che ti ha fatta crescere troppo in fretta. Non è cattiveria, è il risultato della fatica emotiva. Procurarti uno spazio tuo ora non è egoismo, è un atto di cura anche verso te stessa.
Forse potrebbe essere utile valutare con il CSM quali strumenti avete a disposizione, non per forzare tuo fratello, ma per capire come tutelare un minimo tua madre quando ci saranno momenti più difficili. Anche piccoli supporti rivolti a voi, senza dover per forza coinvolgere tuo fratello, possono fare la differenza. Il CSM può dare a voi indicazioni su come gestire gli episodi di agitazione, monitorare la situazione nel tempo e valutare interventi domiciliari o visite programmate.
Non risolve tutto, ma evita di sentirvi completamente sole.
Non affrontare tutto da sola, se senti che il peso torna a crescere, iniziare o continuare un percorso psicologico può aiutarti. Le parole che hai usato raccontano una grande forza, anche se ora ti senti fragile.
Buon Percorso
Barbara
grazie per aver condiviso qualcosa di così delicato. Si sente quanta responsabilità hai portato negli anni e quanto amore provi per tua madre.
Quello che racconti è qualcosa che molte famiglie che convivono con una psicosi conoscono bene: quando la persona non ha consapevolezza del proprio disturbo, rifiuta aiuto e cure. Questo non dipende da te, né da tua madre. È una caratteristica della malattia stessa. E purtroppo, come dici, le famiglie spesso restano senza un reale sostegno.
È naturale che tu non senta verso tuo fratello un affetto “da sorella” come te lo eri immaginato. Hai vissuto per anni in una situazione che ti ha tolto tranquillità e che ti ha fatta crescere troppo in fretta. Non è cattiveria, è il risultato della fatica emotiva. Procurarti uno spazio tuo ora non è egoismo, è un atto di cura anche verso te stessa.
Forse potrebbe essere utile valutare con il CSM quali strumenti avete a disposizione, non per forzare tuo fratello, ma per capire come tutelare un minimo tua madre quando ci saranno momenti più difficili. Anche piccoli supporti rivolti a voi, senza dover per forza coinvolgere tuo fratello, possono fare la differenza. Il CSM può dare a voi indicazioni su come gestire gli episodi di agitazione, monitorare la situazione nel tempo e valutare interventi domiciliari o visite programmate.
Non risolve tutto, ma evita di sentirvi completamente sole.
Non affrontare tutto da sola, se senti che il peso torna a crescere, iniziare o continuare un percorso psicologico può aiutarti. Le parole che hai usato raccontano una grande forza, anche se ora ti senti fragile.
Buon Percorso
Barbara
Buonasera, grazie per aver condiviso una parte così delicata e dolorosa della vostra storia. Dalle sue parole emerge una grande lucidità, ma soprattutto un peso emotivo enorme che porta da anni, spesso in silenzio.
Vivere accanto a una persona con una psicosi non curata è profondamente logorante. Non solo per chi ne è affetto, ma per tutta la famiglia. La sensazione di impotenza, la rabbia trattenuta, il senso di colpa per pensieri “inermi” come “se lui non ci fosse la mia vita sarebbe diversa” sono reazioni umane, non segni di cattiveria o mancanza di cuore. È importante dirlo con chiarezza: lei non è una cattiva sorella, ma una persona stanca, ferita, esposta per anni a uno stress emotivo cronico.
Il dolore che prova per sua madre è comprensibile. Spesso, nei contesti di malattia psichiatrica, i figli diventano “genitori dei propri genitori”, assumendosi un carico che non dovrebbe spettare loro. Il fatto che lei stia andando a vivere da sola non è un abbandono: è un atto necessario di tutela di sé. Prendersi cura della propria vita non significa smettere di amare o di essere presenti, significa evitare di spezzarsi.
Ha ragione anche quando tocca il tema della tutela delle famiglie. Il punto che evidenzia — la difficoltà di intervenire quando la persona non riconosce la malattia — è uno dei nodi più dolorosi e frustranti della salute mentale. Questo lascia spesso i familiari soli, arrabbiati e senza strumenti, con la sensazione di essere invisibili. È una ferita reale, non un’esagerazione.
Vorrei però sottolineare una cosa importante: lei non può salvare sua madre al posto di suo fratello, né può farsi carico della sua malattia. Può starle vicina, sì, ma senza sacrificare completamente se stessa. L’amore, quando diventa solo resistenza e sopportazione, smette di essere nutriente. Un percorso di supporto psicologico per lei, o anche per sua madre, non servirebbe a “risolvere” suo fratello, ma a trovare uno spazio dove legittimare emozioni difficili, elaborare il lutto per la famiglia che non è stata come si sarebbe desiderato, e imparare a mettere confini emotivi senza sentirsi in colpa. A volte la vera cura possibile, in queste situazioni, è proprio questa. Non ci sono soluzioni semplici, ed è onesto riconoscerlo. Ma non siete condannate a vivere solo nella sofferenza. Il fatto che lei riesca a dare parole così chiare a ciò che sente è già un segno di grande forza e consapevolezza. Da qui può nascere, lentamente, un modo diverso di stare dentro questa realtà, senza annullarsi. Le auguro davvero di riuscire a prendersi lo spazio che merita, senza colpa, perché anche questo è un atto d’amore.
Vivere accanto a una persona con una psicosi non curata è profondamente logorante. Non solo per chi ne è affetto, ma per tutta la famiglia. La sensazione di impotenza, la rabbia trattenuta, il senso di colpa per pensieri “inermi” come “se lui non ci fosse la mia vita sarebbe diversa” sono reazioni umane, non segni di cattiveria o mancanza di cuore. È importante dirlo con chiarezza: lei non è una cattiva sorella, ma una persona stanca, ferita, esposta per anni a uno stress emotivo cronico.
Il dolore che prova per sua madre è comprensibile. Spesso, nei contesti di malattia psichiatrica, i figli diventano “genitori dei propri genitori”, assumendosi un carico che non dovrebbe spettare loro. Il fatto che lei stia andando a vivere da sola non è un abbandono: è un atto necessario di tutela di sé. Prendersi cura della propria vita non significa smettere di amare o di essere presenti, significa evitare di spezzarsi.
Ha ragione anche quando tocca il tema della tutela delle famiglie. Il punto che evidenzia — la difficoltà di intervenire quando la persona non riconosce la malattia — è uno dei nodi più dolorosi e frustranti della salute mentale. Questo lascia spesso i familiari soli, arrabbiati e senza strumenti, con la sensazione di essere invisibili. È una ferita reale, non un’esagerazione.
Vorrei però sottolineare una cosa importante: lei non può salvare sua madre al posto di suo fratello, né può farsi carico della sua malattia. Può starle vicina, sì, ma senza sacrificare completamente se stessa. L’amore, quando diventa solo resistenza e sopportazione, smette di essere nutriente. Un percorso di supporto psicologico per lei, o anche per sua madre, non servirebbe a “risolvere” suo fratello, ma a trovare uno spazio dove legittimare emozioni difficili, elaborare il lutto per la famiglia che non è stata come si sarebbe desiderato, e imparare a mettere confini emotivi senza sentirsi in colpa. A volte la vera cura possibile, in queste situazioni, è proprio questa. Non ci sono soluzioni semplici, ed è onesto riconoscerlo. Ma non siete condannate a vivere solo nella sofferenza. Il fatto che lei riesca a dare parole così chiare a ciò che sente è già un segno di grande forza e consapevolezza. Da qui può nascere, lentamente, un modo diverso di stare dentro questa realtà, senza annullarsi. Le auguro davvero di riuscire a prendersi lo spazio che merita, senza colpa, perché anche questo è un atto d’amore.
Gentile utente,
il Suo messaggio restituisce una sofferenza profonda, lucida e purtroppo molto comune nelle famiglie che convivono con una patologia psichiatrica grave non riconosciuta dalla persona che ne è affetta. È importante dirLe subito una cosa: ciò che prova non è segno di egoismo, durezza o mancanza di amore, ma l’esito di anni di logoramento emotivo, di responsabilità vissute troppo a lungo e spesso in solitudine.
Il dolore che sente per Sua madre è comprensibile. Quando un genitore ha già attraversato una vita difficile, il pensiero che debba continuare a reggere rabbia, tensioni e instabilità genera un senso di impotenza che può diventare schiacciante. Il fatto che Lei stia per andare a vivere da sola rappresenta un passaggio naturale e legittimo della Sua vita, ma porta con sé anche un carico di colpa e preoccupazione che non Le appartengono interamente. Prendersi cura di sé non equivale ad abbandonare Sua madre, né tantomeno a essere responsabile delle scelte o della malattia di Suo fratello.
Il rapporto con Suo fratello appare segnato da anni di convivenza forzata con la patologia, più che da un legame affettivo libero e spontaneo. Dire che non lo ama “come dovrebbe” non è una colpa: l’amore non è un dovere morale, soprattutto quando la relazione è stata costantemente attraversata da paura, rabbia, imprevedibilità e frustrazione. È umano arrivare a desiderare una vita più semplice e pensare che, senza quella presenza, il carico emotivo sarebbe stato diverso. Questo non La rende una cattiva sorella, ma una persona che ha raggiunto il limite delle proprie risorse.
Il tema che solleva sul diritto alla cura è reale e complesso. In molti casi, come giustamente osserva, la mancanza di consapevolezza di malattia rende impossibile una scelta autonoma e realmente libera. La sensazione di essere lasciati soli dalle istituzioni è un vissuto condiviso da moltissime famiglie, che si trovano a “tenere insieme i pezzi” senza strumenti adeguati, oscillando tra senso del dovere, paura e impotenza. Questo produce un’enorme sofferenza secondaria nei familiari, spesso invisibile e non riconosciuta.
Non avere una soluzione non significa non aver fatto abbastanza. A volte l’unico margine possibile è lavorare su ciò che è sotto il proprio controllo: i confini, il senso di responsabilità, il diritto a una vita autonoma e a una serenità che non può essere sacrificata indefinitamente. Stare vicina a Sua madre non significa farsi carico di tutto, né rinunciare al proprio percorso di vita.
Un supporto psicologico per Lei, e possibilmente anche per Sua madre, potrebbe offrire uno spazio in cui dare dignità a questa sofferenza, alleggerire il senso di colpa e trovare modalità più sostenibili di stare dentro una realtà che, purtroppo, non dipende dalle vostre sole forze. Non perché il problema sparisca, ma perché possiate smettere di esserne completamente travolte.
Il Suo sfogo è legittimo e merita ascolto. Non siete sbagliate, siete stanche.
Un caro saluto
Dott.ssa Sara Petroni
il Suo messaggio restituisce una sofferenza profonda, lucida e purtroppo molto comune nelle famiglie che convivono con una patologia psichiatrica grave non riconosciuta dalla persona che ne è affetta. È importante dirLe subito una cosa: ciò che prova non è segno di egoismo, durezza o mancanza di amore, ma l’esito di anni di logoramento emotivo, di responsabilità vissute troppo a lungo e spesso in solitudine.
Il dolore che sente per Sua madre è comprensibile. Quando un genitore ha già attraversato una vita difficile, il pensiero che debba continuare a reggere rabbia, tensioni e instabilità genera un senso di impotenza che può diventare schiacciante. Il fatto che Lei stia per andare a vivere da sola rappresenta un passaggio naturale e legittimo della Sua vita, ma porta con sé anche un carico di colpa e preoccupazione che non Le appartengono interamente. Prendersi cura di sé non equivale ad abbandonare Sua madre, né tantomeno a essere responsabile delle scelte o della malattia di Suo fratello.
Il rapporto con Suo fratello appare segnato da anni di convivenza forzata con la patologia, più che da un legame affettivo libero e spontaneo. Dire che non lo ama “come dovrebbe” non è una colpa: l’amore non è un dovere morale, soprattutto quando la relazione è stata costantemente attraversata da paura, rabbia, imprevedibilità e frustrazione. È umano arrivare a desiderare una vita più semplice e pensare che, senza quella presenza, il carico emotivo sarebbe stato diverso. Questo non La rende una cattiva sorella, ma una persona che ha raggiunto il limite delle proprie risorse.
Il tema che solleva sul diritto alla cura è reale e complesso. In molti casi, come giustamente osserva, la mancanza di consapevolezza di malattia rende impossibile una scelta autonoma e realmente libera. La sensazione di essere lasciati soli dalle istituzioni è un vissuto condiviso da moltissime famiglie, che si trovano a “tenere insieme i pezzi” senza strumenti adeguati, oscillando tra senso del dovere, paura e impotenza. Questo produce un’enorme sofferenza secondaria nei familiari, spesso invisibile e non riconosciuta.
Non avere una soluzione non significa non aver fatto abbastanza. A volte l’unico margine possibile è lavorare su ciò che è sotto il proprio controllo: i confini, il senso di responsabilità, il diritto a una vita autonoma e a una serenità che non può essere sacrificata indefinitamente. Stare vicina a Sua madre non significa farsi carico di tutto, né rinunciare al proprio percorso di vita.
Un supporto psicologico per Lei, e possibilmente anche per Sua madre, potrebbe offrire uno spazio in cui dare dignità a questa sofferenza, alleggerire il senso di colpa e trovare modalità più sostenibili di stare dentro una realtà che, purtroppo, non dipende dalle vostre sole forze. Non perché il problema sparisca, ma perché possiate smettere di esserne completamente travolte.
Il Suo sfogo è legittimo e merita ascolto. Non siete sbagliate, siete stanche.
Un caro saluto
Dott.ssa Sara Petroni
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso una parte così intima e dolorosa della sua storia. Quello che descrive non è uno “sfogo di troppo”, ma il racconto lucido di una realtà complessa che molte famiglie vivono in silenzio.
Vorrei dirle innanzitutto una cosa molto importante: i sentimenti che prova sono comprensibili e legittimi. Amare una persona con una grave sofferenza psichica non è affatto scontato, soprattutto quando quella sofferenza invade, logora, costringe a rinunce continue. Non provare affetto fraterno non la rende una cattiva figlia né una cattiva sorella: spesso è una forma di protezione emotiva costruita negli anni per sopravvivere a una situazione che non lascia spazio.
Il suo dolore più grande, da ciò che scrive, non è solo per suo fratello, ma soprattutto per sua madre. Qui emerge un nodo centrale: lei si è trovata, forse troppo presto, in una posizione di responsabilità emotiva che non le appartiene. Portare il peso del benessere di un genitore è un carico enorme, e il senso di colpa che ne deriva è spesso paralizzante. Andare a vivere da sola non è un tradimento: è un passaggio di vita necessario, sano, e non cancella il suo amore né la sua presenza.
Riguardo alla sua frustrazione verso il sistema, il suo pensiero è tutt’altro che ingenuo. È vero: molte persone con psicosi non riconoscono la propria malattia, e questo rende la cura estremamente complessa. La legge tutela l’autodeterminazione, ma spesso lascia le famiglie sole nella gestione quotidiana, esposte a rabbia, impotenza e paura. Questo non significa che non esistano possibilità, ma che servono strumenti adeguati e accompagnamento, non solo per la persona malata, ma per chi gli vive accanto.
Da un punto di vista psicologico, è fondamentale ricordare che:
• lei non può curare suo fratello;
• lei non è responsabile della felicità di sua madre;
• lei ha il diritto di costruire una vita che non ruoti esclusivamente attorno alla malattia.
Un percorso di supporto psicologico per lei (e, se possibile, anche per sua madre) può aiutare a lavorare su confini, colpa, rabbia e dolore non detto. Spesso il lavoro più profondo non è “cosa fare” con il familiare malato, ma come non perdersi mentre si resta in relazione.
Se decidesse di chiedere un aiuto professionale, lo spazio terapeutico può diventare un luogo sicuro in cui finalmente non dover essere forte, lucida o comprensiva a tutti i costi, ma semplicemente una figlia e una donna stanca, che merita ascolto.
Le mando un pensiero di rispetto per la fatica che sta portando avanti da anni. Non è sola, anche se spesso così può sembrare.
Il suo malessere non è un fallimento: è un segnale di quanto lei stia andando avanti da tempo con forza, ma anche con una grande fatica che merita ascolto e cura.
Rimango a disposizione per qualsiasi approfondimento.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
la ringrazio per aver condiviso una parte così intima e dolorosa della sua storia. Quello che descrive non è uno “sfogo di troppo”, ma il racconto lucido di una realtà complessa che molte famiglie vivono in silenzio.
Vorrei dirle innanzitutto una cosa molto importante: i sentimenti che prova sono comprensibili e legittimi. Amare una persona con una grave sofferenza psichica non è affatto scontato, soprattutto quando quella sofferenza invade, logora, costringe a rinunce continue. Non provare affetto fraterno non la rende una cattiva figlia né una cattiva sorella: spesso è una forma di protezione emotiva costruita negli anni per sopravvivere a una situazione che non lascia spazio.
Il suo dolore più grande, da ciò che scrive, non è solo per suo fratello, ma soprattutto per sua madre. Qui emerge un nodo centrale: lei si è trovata, forse troppo presto, in una posizione di responsabilità emotiva che non le appartiene. Portare il peso del benessere di un genitore è un carico enorme, e il senso di colpa che ne deriva è spesso paralizzante. Andare a vivere da sola non è un tradimento: è un passaggio di vita necessario, sano, e non cancella il suo amore né la sua presenza.
Riguardo alla sua frustrazione verso il sistema, il suo pensiero è tutt’altro che ingenuo. È vero: molte persone con psicosi non riconoscono la propria malattia, e questo rende la cura estremamente complessa. La legge tutela l’autodeterminazione, ma spesso lascia le famiglie sole nella gestione quotidiana, esposte a rabbia, impotenza e paura. Questo non significa che non esistano possibilità, ma che servono strumenti adeguati e accompagnamento, non solo per la persona malata, ma per chi gli vive accanto.
Da un punto di vista psicologico, è fondamentale ricordare che:
• lei non può curare suo fratello;
• lei non è responsabile della felicità di sua madre;
• lei ha il diritto di costruire una vita che non ruoti esclusivamente attorno alla malattia.
Un percorso di supporto psicologico per lei (e, se possibile, anche per sua madre) può aiutare a lavorare su confini, colpa, rabbia e dolore non detto. Spesso il lavoro più profondo non è “cosa fare” con il familiare malato, ma come non perdersi mentre si resta in relazione.
Se decidesse di chiedere un aiuto professionale, lo spazio terapeutico può diventare un luogo sicuro in cui finalmente non dover essere forte, lucida o comprensiva a tutti i costi, ma semplicemente una figlia e una donna stanca, che merita ascolto.
Le mando un pensiero di rispetto per la fatica che sta portando avanti da anni. Non è sola, anche se spesso così può sembrare.
Il suo malessere non è un fallimento: è un segnale di quanto lei stia andando avanti da tempo con forza, ma anche con una grande fatica che merita ascolto e cura.
Rimango a disposizione per qualsiasi approfondimento.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
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