buona sera purtroppo sono qui a chiedere un consiglio un aiuto. ho 40 anni sono di Roma.io ci provo

11 risposte
buona sera purtroppo sono qui a chiedere un consiglio un aiuto. ho 40 anni sono di Roma.io ci provo a scrivere quello che mi gira nella testa. ci provo perchè è molto confuso non capisco bene perchè faccio così come uscirne. e Quali psicoterapie sono più adatte a problematiche come questa che sto per dire. Premetto che sono 1 anno e mezzo che ho preso il diploma da oss. mi sono avvicinata a questa professione perchè ho fatto volontariato e molte amiche e suora mi dicevano che mi faceva bene uscire da me fare del bene. e mi consigliavano di fare il corso oss. ma io dopo 5 anni ho preso coraggio e ho fatto il corso. anche perchè non sapevo più che cosa fare nel 2023 infatti mi sono chiusa molto e ho avuto una ricaduta un pò di depressione lieve. Sono Seguita da uno psichiatra che mi ha dato Citalopram, e da poco ha introdotto Norcapto ma ancora devo prenderlo. Prima ho fatto la segretaria e altre varie cose ma non mi sentivo serena. Ho iniziato da 2 giorni un lavoro come oss in un reparto di psichiatria SPDC. volevo provare anche questa. Non è difficile di per se il lavoro. La fatica che io ho è tutta mentale. Mi iniiano a entrare pensieri di sfiducia in me, timore di essere giudicata dagli infermieri o medici. attivo un atteggiamento di difesa o troppo amicale per sembrare alla mano. Inizio a vedere gli altri con poca stima oppure a pensare in modo critico. Mi porta da un'altra parte che non è lì il lavoro. infatti poi sembro che sto sulle nuvole o sembro imbranata. faccio un'altra cosa poi mi sembra di compiacere poi gli altri con gli atteggiamenti facendo sorrisi stupidi, questo mi espone tanto al giudizio, a sentirmi rifiutata, giudicata per una minima cosa anche per un saluto non ricevuto. poi io non voglio essere un cagnolino. Io ormai ho imparato questi atteggiamenti automatici che con difficoltà riesco a gestire. perchè mi arrivano come una valanga. Non mi basta a volte fare le cose manuali per distrarmi. Sento che gli altri mi obbligano a fare così invece di gestire io le mie cose interiori... tutta la mia insicurezza si vede sul viso, soprattutto la stanchezza. Io lo so questo dipende da una profonda svalutazione che ho in me. Per me lavorare è importante mi rimette un pò nella società ma avere questi pensieri per me sono molto invalidanti tanto da pensare che non è per me. Di volere scappare. Anzi sono stata anche fortunata perchè ho trovato questi giorni ragazze carine che mi hanno insegnato. Il fatto è che già il lavoro è complicato, non agevolo il lavoro mi do la zappa sui piedi. Pure un signore oss mi ha detto qui la comunicazione è fondamentale se non si parla da infermieri e oss è finita.
Io non ho trovato una psicoterapia che mi faccia sviscerare tutti questi pensieri no ho trovato forse la fiducia. Penso che dovrei andarci io in una comunità e non sto scherzando perchè a lungo andare io attiro poi persone che possono approfittarsi di me subire sopprusi che mi farebbero esaurire perchè già ci sono passata nel 2023. Spero di ricevere un consiglio. saluti
 Gabriele Lungarella
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente,
quello che descrive è molto chiaro, anche se per lei è vissuto come confuso. La fatica che sta incontrando non riguarda il lavoro in sé, né le sue competenze come OSS, ma il modo in cui il suo mondo interno si attiva quando entra in relazione con gli altri, soprattutto in contesti valutativi e gerarchici come quello lavorativo.
Dalle sue parole emerge un funzionamento ben riconoscibile: appena si trova in mezzo agli altri si attiva una forte insicurezza relazionale, con pensieri di svalutazione (“non sono capace”, “mi giudicano”), seguiti da strategie automatiche di difesa come il compiacere, l’essere eccessivamente amicale, il cercare approvazione. Subito dopo arrivano vergogna, stanchezza, rabbia verso se stessa e il desiderio di scappare. Questo ciclo non è una scelta consapevole, ma un meccanismo appreso nel tempo, spesso legato a esperienze passate di svalutazione o di ambienti in cui ci si è dovuti “adattare” per non essere rifiutati.
È importante dirlo chiaramente: non è fragile perché lavora in SPDC, né perché “non regge”. Sta entrando in un contesto complesso mentre porta con sé una storia di sofferenza, depressione, bassa autostima e paura del giudizio. Il fatto che lei riesca a riconoscere questi schemi e a nominarli è già un segnale di grande consapevolezza.
Per quanto riguarda la psicoterapia, da ciò che racconta non basta un lavoro solo di sostegno o di consigli pratici. Lei ha bisogno di una terapia che lavori in profondità sui meccanismi relazionali automatici, sulla svalutazione di sé e sul modo in cui il suo corpo e la sua mente reagiscono quando si sente esposta. In questi casi possono essere indicati approcci focalizzati sulle relazioni e sull’autostima, oppure approcci integrati che lavorano sia sui pensieri sia sulle emozioni e sul corpo. Questo non perché lei “debba essere curata” ma perché imparare a stare in relazione senza perdersi.
Il pensiero di “dover andare lei in comunità” può essere letto non come una reale necessità clinica ma come un segnale di quanto si senta in difficoltà e non protetta. Lei non ha bisogno di sparire o di essere contenuta in un luogo chiuso ma di costruire confini interni, riconoscere il suo valore e imparare a non esporsi in modo automatico al rischio di abuso o svalutazione.
Il lavoro, se sostenuto nel modo giusto, può davvero aiutarla a rientrare nella vita sociale. Ma in questo momento è fondamentale non lasciarla sola con questi vissuti. Continui il contatto con lo psichiatra per la parte farmacologica e cerchi una psicoterapia che le permetta di lavorare con continuità e fiducia su questi temi.
Lei non è “sbagliata” per come reagisce, sta cercando, con molta fatica, di trovare un posto nel mondo senza annullarsi. E questo merita rispetto, non fuga.
Resto a sua disposizione per ulteriori necessità.

Un caro saluto
Gabriele

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Dr. Jonathan Santi Pace La Pegna
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Palermo
Gentile Signora, dal suo racconto pare emerga un'elevata sofferenza legata al sentirsi esposta, giudicata e fragile proprio mentre sta cercando di rimettersi in gioco.
Quello che descrive non sembra parlare di incapacità lavorativa né di inadeguatezza professionale, ma di una difficoltà interna che si può generare soprattutto nelle relazioni professionali e nei contesti valutativi. Il reparto SPDC, per sua natura, è un ambiente ad alta intensità emotiva e relazionale, con dinamiche di autorità, ruoli ben definiti e un clima tendenzialmente portatore di tensione. Per una persona che porta dentro una storia di svalutazione, paura del giudizio e bisogno di essere accettati, è un contesto che può far esplodere rapidamente meccanismi automatici di difesa come il compiacere, l’iperadattarsi, il diventare troppo amicale oppure il ritirarsi del tutto relazionalmente. La sua difficoltà potrebbe essere data dal non sentirsi sicura quando entra in relazione ad altri in questo contesto, per cui oscilla frequentemente tra il tentativo di farsi accettare a tutti i costi e la difesa distanziante e svalutante verso gli altri, con il risultato di sentirsi ancora più esposta, giudicabile, imbarazzata e sovraccarica emotivamente. Quando la mente è molto impegnata a monitorare gli altri, i segnali che mandano e gli eventuali rifiuti, non resta di solito molto spazio e sufficienti risorse mentali per concentrarsi bene nei vari compiti.
Il lavoro che sarebbe utile fare in terapia, in questo caso, riguarda il modo in cui Lei si percepisce nelle relazioni, valuta, anticipa (o pensa di prevedere) il giudizio altrui, il bisogno di compiacere per non essere rifiutata e la difficoltà a sentire e mantenere confini interni solidi. In un eventuale percorso potrà dare senso ai suoi automatismi, collegandoli alla sua storia e approfondendoli dentro la relazione terapeutica, dove possono essere osservati e trasformati in modo graduale.
Spero di esserLe stato utile. Un cordiale saluto.
 Antonia Sasso
Psicoterapeuta
Roma
Gentile signora. Possiamo incontrarci in studio e valutare un percorso per riuscire a trattare gli aspetti valutanti e il rimuginio che la disturba. Le lascio la mia mail personale per prendere appuntamento: antoniasasso1@gmail.com. Lo studio in cui lavoro si trova a Roma Nord, zona Gemelli. Saluti. Dott.ssa Antonia Sasso
Dott.ssa Jessica Ceccherini
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Gentile Utente,
La situazione che descrive restituisce un quadro di forte sofferenza interna, ma anche di una notevole capacità di osservazione di sé. Lei riesce a raccontare con molta lucidità i pensieri automatici, le reazioni emotive e i comportamenti che si attivano nel contesto lavorativo e relazionale, e il modo in cui questi finiscono per farLa sentire ulteriormente svalutata, esposta e in difficoltà.

Il lavoro che ha iniziato come OSS, in particolare in un reparto di psichiatria, sembra aver riattivato in modo intenso alcune fragilità già presenti: il timore del giudizio, la sfiducia in sé, la tendenza a compiacere, l’iperattenzione alle reazioni degli altri e, parallelamente, pensieri critici e difensivi. Tutto questo non è indice di incapacità o inadeguatezza, ma appare piuttosto come un funzionamento appreso nel tempo, probabilmente sviluppato come modalità di adattamento e protezione in contesti in cui non si è sentita sufficientemente vista, riconosciuta o al sicuro.

Lei stessa individua un nodo centrale quando parla di una “profonda svalutazione” interna: questi vissuti sembrano precedere il lavoro attuale e vengono riattivati ogni volta che si trova in situazioni di esposizione, responsabilità e relazione con l’altro. È comprensibile che, in queste condizioni, la fatica diventi soprattutto mentale ed emotiva, fino a far emergere il desiderio di scappare o di ritirarsi.

Rispetto alla Sua domanda sulla psicoterapia, ritengo che un percorso psicoterapeutico strutturato sia fortemente indicato. Non tanto per “aggiustare” il lavoro o insegnarLe semplicemente delle strategie comportamentali, ma per offrirLe uno spazio continuativo in cui poter:
comprendere l’origine di questi meccanismi automatici di svalutazione e compiacenza;
lavorare sul senso di sé, sull’autostima e sui confini relazionali;
imparare a riconoscere e modulare i pensieri critici e persecutori prima che prendano il sopravvento;
sviluppare una maggiore fiducia interna, meno dipendente dallo sguardo e dal giudizio degli altri.
Il supporto farmacologico che sta seguendo con lo psichiatra può rappresentare un aiuto importante sul piano sintomatologico, ma da solo difficilmente può incidere su schemi di funzionamento così radicati. Per questo la psicoterapia non va intesa come un’ulteriore prova da superare, bensì come uno spazio protetto in cui non dover “funzionare”, compiacere o dimostrare nulla.
Infine, il pensiero di una comunità o il timore di subire nuovamente sopraffazioni meritano ascolto e non vanno minimizzati: sono segnali di una stanchezza profonda e di un bisogno di maggiore contenimento e tutela. Un percorso terapeutico può aiutarLa a rafforzare le Sue risorse interne, affinché il lavoro e le relazioni non diventino luoghi di ulteriore sofferenza, ma contesti più gestibili e meno minacciosi.

Cordiali Saluti
Dr.ssa Jessica Ceccherini
Dott.ssa Anna De Martino
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Salerno
Buongiorno,
la ringrazio per il coraggio con cui ha scritto. Il suo messaggio è molto più chiaro di quanto lei stessa creda e restituisce bene la sofferenza, ma anche la lucidità con cui osserva ciò che le accade.
Vorrei dirle subito una cosa importante: quello che descrive non è “strano”, né raro, e non indica che lei “non è adatta a lavorare” o che “non ce la farà mai”. Indica, piuttosto, un funzionamento interno molto faticoso, basato su insicurezza profonda, ipervigilanza relazionale e svalutazione di sé, che si attiva soprattutto nei contesti di lavoro e di giudizio.
Lei non sta male per il lavoro in sé.
Sta male per quello che le succede dentro mentre lavora.
Da ciò che racconta emergono alcuni meccanismi molto chiari:
una paura costante del giudizio (di infermieri, medici, colleghi);
il bisogno di difendersi attraverso strategie automatiche: iper-amicalità, compiacenza, sorrisi forzati;
un passaggio rapido dalla svalutazione di sé alla svalutazione degli altri (come difesa);
una perdita di presenza mentale (“sto sulle nuvole”, “divento imbranata”);
una forte vergogna quando si accorge di questi comportamenti;
il desiderio di scappare per smettere di sentire tutto questo.
Questi non sono “difetti caratteriali”.
Sono strategie di sopravvivenza apprese nel tempo, probabilmente molto prima di questo lavoro, e che oggi non sono più funzionali.
Il punto centrale (molto importante)
Lei non è fragile perché fa l’OSS in psichiatria.
È vero il contrario: questo lavoro sta facendo emergere con forza una ferita antica, legata al valore personale, al sentirsi “di troppo”, al timore di essere rifiutata o usata.
Per questo sente che:
“sembra che gli altri mi obblighino a fare così invece di gestire io le mie cose interiori”
In realtà, è il suo mondo interno che prende il comando, prima ancora che lei possa scegliere come stare.
Riguardo alla psicoterapia
Lei fa una domanda molto seria e corretta: “quali psicoterapie sono più adatte a problematiche come questa?”
In situazioni come la sua, spesso non basta una terapia solo di sostegno o solo farmacologica. Servono percorsi che lavorino in modo profondo su:
svalutazione cronica del Sé
schemi relazionali di sottomissione, compiacenza, paura del rifiuto
regolazione emotiva
confini interni ed esterni
vergogna e senso di inadeguatezza
Approcci che possono essere utili (da valutare caso per caso) sono:
psicoterapia integrata (cognitivo-costruttivista, schema therapy, psicodinamica moderna);
percorsi che lavorano sugli schemi interpersonali ripetitivi;
terapie focalizzate su autostima, identità e confini, non solo sui sintomi.
Il problema non è che lei “non ha trovato la terapia giusta” perché ha sbagliato lei.
Spesso è necessario trovare il terapeuta giusto per questa fase della vita, che sappia contenere, leggere e restituire senso a ciò che accade, senza limitarlo a “pensieri negativi da gestire”.
La frase sulla comunità
Quando lei scrive:
“Penso che dovrei andarci io in una comunità”
questa frase non va presa alla lettera, ma ascoltata. Dice:
“Mi sento troppo esposta, non protetta, ho paura di essere schiacciata”.
È una richiesta di contenimento, non una diagnosi su di sé.
Una cosa molto importante sul lavoro
Lei non deve decidere ora se questo lavoro è per lei o no.
In questo momento, il rischio è che lei stia usando la fuga come unico modo per abbassare l’angoscia.
Il lavoro può essere:
una risorsa, se sostenuta psicologicamente;
oppure troppo, se affrontato da sola.
Ma la risposta non è “non valgo” o “non è per me”.
La risposta è: “io ho bisogno di un aiuto più mirato mentre ci sto dentro”.
In sintesi
Lei non è sbagliata
Non è “troppo fragile”
Non è incapace di lavorare
Sta portando sulle spalle anni di svalutazione e adattamento forzato
Ora il corpo e la mente stanno chiedendo un lavoro più profondo
Il mio consiglio è di non affrontare questo momento da sola, di valutare un percorso psicoterapeutico mirato e di non prendere decisioni drastiche mentre è in uno stato di allerta emotiva così alto.
Se lo desidera, un primo colloquio può servire proprio a questo:
fare ordine, dare un nome a ciò che accade e costruire una direzione più sicura, senza giudizio.
La ringrazio per essersi raccontata.
Questo, già, dice molto della sua forza.
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

in merito alla psicoterapia, molto spesso non è importante l'approccio metodologico adottato dal professionista, quanto piuttosto l'alleanza terapeutica.
L'alleanza terapeutica è una relazione di fiducia, rispetto e collaborazione che si instaura tra terapeuta e paziente, essenziale per il successo della psicoterapia, basata su tre componenti chiave: l'accordo sugli obiettivi (goal), la condivisione dei compiti (task) e il legame affettivo (bond) di fiducia e sicurezza. Questa partnership collaborativa crea un ambiente sicuro, fondamentale per l'apertura del paziente, la sua partecipazione attiva e il raggiungimento degli esiti terapeutici desiderati.
Per tanto intraprenda quanto prima un percorso psicologico, vedrà che potrà guardare ad un benessere più a lungo termine.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Giulia Bassi
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Sacrofano
Buonasera. Innanzitutto, ti ringrazio per la fiducia nel condividere questo groviglio di pensieri. È evidente che sei una persona dotata di una grande capacità di auto-osservazione: riesci a descrivere perfettamente il meccanismo che ti scatta dentro, anche se in questo momento ti senti travolta. Il fatto che tu abbia preso il diploma da OSS a 40 anni, superando una fase depressiva, non è affatto scontato: è il segno di una grande forza di volontà, anche se ora la tua mente cerca di convincerti del contrario. Dici che dovresti andare tu in comunità: questa è la tua parte che vuole "scappare". Ma la parte che ha preso il diploma e ha iniziato il lavoro è ancora lì. Il fatto che le colleghe siano state carine è un dato di realtà positivo. Per problematiche legate alla svalutazione profonda, alla paura del giudizio e a questi automatismi comportamentali, che hai descritto, ci sono approcci molto efficaci come ad esempio la terapia cognitivo comportamentale e la terapia metacognitiva interpersonale. In ogni caso oltre al tipo di approccio è fondamentale la relazione che andrai a costruire con il/la terapeuta durante il percorso.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buonasera,
la ringrazio per aver scritto in modo così sincero: da quello che racconta emerge una grande sofferenza, ma anche molta consapevolezza di sé.

I vissuti che descrive – forte insicurezza, timore costante del giudizio, iperattenzione agli altri, atteggiamenti compiacenti o difensivi che poi la fanno sentire “sbagliata”, confusa e stanca – non indicano una mancanza di capacità o di valore, ma il funzionamento di schemi interiori molto radicati. In particolare si riconoscono una profonda svalutazione di sé, una paura del rifiuto e il bisogno di essere accettata per sentirsi al sicuro. Quando questi schemi si attivano, soprattutto in un contesto emotivamente complesso come un reparto di psichiatria, la mente va in sovraccarico e diventa difficile restare centrata sul lavoro.

Il fatto che lei percepisca questi meccanismi come “automatici” è molto importante: non sono scelte volontarie, ma strategie apprese nel tempo per proteggersi, che oggi però risultano disfunzionali e molto faticose. Questo spiega anche il desiderio di fuga e il dubbio che “non sia per lei”, che spesso nasce più dalla sofferenza interna che dal lavoro in sé.

Rispetto alle psicoterapie, per problematiche come quelle che descrive possono essere particolarmente utili:

una psicoterapia cognitivo-comportamentale, per lavorare sui pensieri svalutanti, sul timore del giudizio e sulle reazioni automatiche;

la Schema Therapy, indicata quando i pattern di insicurezza e autosvalutazione sono profondi e di lunga data;

percorsi che integrano mindfulness, per imparare a riconoscere e regolare l’ondata emotiva senza esserne travolta;

in alcuni casi anche l’EMDR, se ci sono esperienze relazionali passate di rifiuto o sopraffazione che continuano a riattivarsi nel presente.

Il lavoro farmacologico con lo psichiatra può essere un supporto importante, ma da solo difficilmente basta a sciogliere questi nodi interiori. È comprensibile anche il suo timore di esporsi a relazioni sbilanciate o di subire nuovamente soprusi: proprio per questo è fondamentale non affrontare tutto da sola.

Il mio consiglio è di approfondire con uno specialista psicoterapeuta con cui poter costruire una relazione di fiducia e un lavoro mirato su questi aspetti, prima di trarre conclusioni definitive su di sé o sul suo futuro lavorativo. Con il giusto supporto, ciò che oggi appare invalicabile può diventare molto più gestibile.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Federica Gigli
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente,
dal modo in cui scrive si coglie quanto questo momento sia faticoso e quanto lei stia cercando, con impegno, di capirsi e di non arrendersi. La confusione che descrive non è un segno di debolezza, ma spesso è ciò che emerge quando una persona è molto sensibile, autocritica e da tempo abituata a funzionare “in difesa”, soprattutto nei contesti relazionali e lavorativi.
Quello che racconta non riguarda tanto le competenze da OSS – che sta acquisendo e che le colleghe le stanno trasmettendo – quanto una forte attivazione interna: paura del giudizio, bisogno di compiacere, svalutazione di sé, iperattenzione agli altri e alle loro reazioni. In questi stati la mente si affolla, il corpo si irrigidisce, e diventa difficile restare presenti, con il risultato di sentirsi “sulle nuvole” o inadeguata.
È importante sottolineare che non è possibile fare diagnosi online, né ridurre tutto a “non è il lavoro giusto”. Il fatto che lavorare per lei sia importante e le dia un senso di appartenenza è un elemento prezioso da tutelare, non da abbandonare sotto la spinta dell’ansia e dell’autosvalutazione.
Rispetto alla sua domanda sulle psicoterapie: percorsi come la psicoterapia cognitivo-comportamentale, soprattutto nelle sue evoluzioni più recenti, o approcci relazionali/psicodinamici, possono essere molto utili per lavorare proprio su questi automatismi interni, sul senso di sé, sulla paura del giudizio e sulle modalità di stare in relazione senza annullarsi né difendersi. L’aspetto centrale è trovare uno spazio stabile e sicuro, in cui poter “sviscerare” questi vissuti con continuità e costruire gradualmente maggiore fiducia in se stessa.
Il fatto che lei sia già seguita da uno psichiatra è un punto di forza; affiancare a questo un percorso psicoterapeutico può aiutarla a non sentirsi sola dentro ciò che prova e a non arrivare a pensare, come dice, che l’unica soluzione sia “sparire” o ritirarsi.

Se lo desidera, resto disponibile per un colloquio di consulto, per valutare insieme quale percorso possa essere più adatto a lei in questo momento della sua vita.
Un caro saluto
Dott.ssa Giulia Scalvini
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Brescia
Ciao,
ti ringrazio per aver scritto in modo così sincero e dettagliato. Si sente quanto tu stia facendo uno sforzo per capire cosa ti succede e per rimetterti in gioco, nonostante la fatica. Questo, già di per sé, dice molto delle tue risorse.
Da quello che racconti emergono alcuni punti centrali:
- un forte dialogo interno critico e svalutante, che si attiva soprattutto nei contesti relazionali e lavorativi;
-una paura intensa del giudizio e del rifiuto, che ti porta ad oscillare tra difesa, compiacenza e iper-adattamento;
-reazioni automatiche (fare sorrisi, cercare approvazione, “stare sulle nuvole”) che non scegli davvero, ma che arrivano “come una valanga”;
-un evitamento interno: mentre sei fisicamente al lavoro, mentalmente vieni portata altrove dai pensieri;
-stanchezza emotiva profonda, che si legge anche sul corpo e sul viso.

È importante dirti una cosa con chiarezza: non c’è nulla di “sbagliato” in te. Questi meccanismi non sono capricci né mancanza di volontà, ma strategie apprese nel tempo per proteggerti dal sentirti rifiutata, giudicata o non abbastanza. Il problema è che oggi queste strategie, invece di aiutarti, ti fanno soffrire e ti sabotano.
Il contesto che hai scelto è ad altissima intensità emotiva e relazionale, soprattutto per una persona sensibile e con una storia di vulnerabilità depressiva e di svalutazione. Il fatto che tu faccia fatica non significa che tu non sia adatta al lavoro, ma che questo lavoro sta toccando direttamente i tuoi nodi più profondi.
Il desiderio di “scappare” non va letto come fallimento, ma come segnale di sovraccarico.
Da ciò che descrivi, una psicoterapia dovrebbe lavorare su più livelli:
- riconoscere e rallentare i pensieri automatici di giudizio, catastrofizzazione e lettura della mente
-lavorare sulla svalutazione di base e sul senso di sé
-imparare a regolare le emozioni intense che ti travolgono nei contesti relazionali
-ridurre la compiacenza e costruire confini più solidi, senza chiuderti o attaccarti
Oltre alla terapia cognitivo-comportamentale “classica”, potrebbero essere particolarmente indicate: una CBT focalizzata sull' integrazione tra regolazione emotiva e relazioni.
Il punto fondamentale, però, non è solo l’approccio, ma la relazione terapeutica: serve uno spazio in cui tu possa sentirti vista, non giudicata, e accompagnata passo dopo passo nel mettere ordine dentro questo caos che oggi ti sembra ingestibile.
Stai facendo tante cose insieme: un lavoro nuovo, un contesto difficile, una terapia farmacologica in aggiustamento. È normale che il sistema sia in allarme. Forse, in questo momento, il lavoro più urgente non è “funzionare meglio”, ma imparare a trattarti con meno durezza.
Se vorrai, possiamo valutare insieme: che tipo di percorso terapeutico possa aiutarti davvero, come sostenerti in questa fase lavorativa senza forzarti né scappare, come ridurre il rischio di ricadere in dinamiche di sottomissione.
Hai già fatto qualcosa di molto importante: hai chiesto aiuto. Non sei sola, e non sei irrecuperabile come a volte la tua mente ti fa credere.
Un caro saluto.
Dott.ssa Eleonora Pupo
Psicoterapeuta, Psicologo
Orvieto Scalo
Gentile Signora, è assolutamente legittimo e comprensibile sentirsi sopraffatti, specialmente iniziando un nuovo lavoro.

Quello che lei descrive — questo sentirsi 'sulle nuvole', il timore del giudizio che diventa difesa o compiacenza — non è goffaggine, ma il segnale di una fatica mentale importante. È come se la sua energia venisse assorbita dal tentativo di gestire l'insicurezza, lasciandone poca per l'azione pratica.

Da quello che scrive emerge un dettaglio prezioso: lei sembra molto propensa ad accogliere i consigli degli altri (i colleghi o chi le ha suggerito il corso OSS), cercando spesso la risposta all'esterno di sé. Ma lei, in tutto questo, cosa vorrebbe veramente? È possibile che questa domanda la spaventi o che, al momento, le sue insicurezze non le permettano nemmeno di visualizzare una risposta.

Proprio per questo, più che 'sviscerare' i singoli pensieri, potrebbe esserle utile un percorso che le permetta, piano piano, di 'definirsi'. Un percorso che non si limiti a gestire i sintomi, ma che la aiuti a costruire un confine tra sé e le aspettative degli altri, permettendole di sperimentare diversi scenari e raggiungere una maggiore comprensione di chi è e di cosa desidera, al di là dei consigli ricevuti.
Esistono diversi orientamenti adatti, ma la chiave è trovare uno spazio in cui possa sentirsi al sicuro, non giudicata e finalmente libera di non dover compiacere nessuno.

Ha mai provato a chiedersi quale parte di questo lavoro la incuriosisce, a prescindere dal parere degli altri?

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