Buon pomeriggio e Buon Anno Gentili Dottori..Vorrei scrivo perché mi sento inutile..ho 33 studio far

18 risposte
Buon pomeriggio e Buon Anno Gentili Dottori..Vorrei scrivo perché mi sento inutile..ho 33 studio farmacia e nonostante sia in ritardo e lenta, quando sostengo gli esami prendo ottimi voti, seguo le lezioni, partecipo..ma nonostante ciò mi sento inutile , anche se mi laureassi nessuno verrebbe a chiedere consiglio a me e non sarei in grado di salvare la vita a nessuno..questo perché la figlia di una amica di mia sorella si è laureata a 24 anni in medicina ed e' riuscita anche a capire che un suo familiare aveva una insufficienza cardiaca e viene elogiata da tutti : " è brava, si vede che ha la passione, è riuscita a salvarle la vita " " ci vuole un medico in famiglia"..mi sento inutile..non so neanche fare una puntura.. dopo che è morta mia madre ho pensato che se avesse avuto una figlia come lei non sarebbe morta..e poi quando mia madre stava male, mia sorella fece vedere le analisi a questa ragazza (all'epoca non ancora laureata" e siccome le disse che doveva fare una ecografia, allora mia sorella
disse" solo una studentessa di medicina è riuscita a capire " e mi disse mi disse tempo fa: "i farmacisti non sono medici, non dovrebbero consigliare"...penso che già esistendo questa ragazza ed altre persone perfette laureate giovani e con 110, non ha senso la mia laurea, penso che non mi sceglieranno per un lavoro. Vi chiedo cosa dovrei fare, non so come poter reagire, continuare a studiare. Grazie per il vostro tempo.
Dott.ssa Annamaria Raffa
Psicologo, Psicologo clinico
Reggio Calabria
Buongiorno. Certamente il pensiero negativo si è insinuato e continua ad auto-rinforzasi e rigenerarsi attraverso il rimuginio. Ha fatto bene a scrivere e iniziare ad esternare questo malessere. Potrebbe essere opportuno valutare l'inizio di un percorso con uno specialista on line o in presenza. Cordiali saluti , Dott.ssa Annamaria Raffa

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Dott.ssa Arianna Rossi
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Milano
Buon pomeriggio, e grazie per aver condiviso con tanta sincerità ciò che sta vivendo.
Leggendo le sue parole si percepisce un dolore profondo, fatto non solo di confronto e di svalutazione, ma anche di un lutto importante, che sembra ancora molto vivo e intrecciato al modo in cui oggi guarda se stess* e il proprio valore.

È comprensibile sentirsi inutili quando ci si misura continuamente con modelli percepiti come “perfetti”, soprattutto se queste persone vengono idealizzate dall’ambiente familiare e se, direttamente o indirettamente, il messaggio ricevuto è stato: “tu non sei abbastanza”. Questo tipo di confronto, però, è molto ingiusto verso di lei e rischia di oscurare completamente ciò che è reale: lei sta portando avanti un percorso impegnativo, con serietà, partecipazione e ottimi risultati. Il fatto di essere più lento non dice nulla sul suo valore, sulla sua intelligenza o sulla sua futura competenza; parla solo del suo ritmo, che è legittimo e umano.

Mi colpisce molto una frase che scrive: “non sarei in grado di salvare la vita a nessuno”. Qui non parla una valutazione oggettiva, ma una ferita. Come se il dolore per la morte di sua madre si fosse trasformato, nel tempo, in un’accusa verso se stessa: “non sono stata, non sono, abbastanza”. È importante dirlo con chiarezza: lei non è responsabile di ciò che è accaduto a sua madre. Nessuna figlia, nessun figlio, può o deve “salvare” un genitore. Questo è un peso emotivo enorme, e portarlo da sola può far sentire chiunque inutile, impotente, inadeguato.

Il confronto tra farmacista e medico, così come viene vissuto da lei, sembra diventare una questione identitaria: “se non sono medico, allora valgo meno”. Ma la realtà è che sono professioni diverse, con ruoli diversi e competenze diverse, entrambe fondamentali. Il problema non è ciò che lei studia, ma lo sguardo con cui sta imparando a guardare se stessa: uno sguardo molto severo, poco compassionevole, che sembra ripetere parole ricevute dall’esterno e ormai interiorizzate.

Uno spunto di riflessione che vorrei offrirle è questo:
provi a chiedersi se il sentimento di inutilità nasce davvero dal suo percorso universitario, o se questo percorso è diventato il luogo su cui si è depositato un dolore più antico, fatto di perdita, di confronto, di bisogno di riconoscimento e di amore. Spesso non è la “capacità” il nodo centrale, ma il diritto di sentirsi degni, anche senza essere perfetti.

Per questo, più che darle consigli su cosa “fare” in senso pratico, mi sento di incoraggiarla caldamente a intraprendere un percorso psicologico. Un percorso che le permetta di elaborare il lutto, di lavorare sul senso di valore personale e di capacità, e di sciogliere questo legame così doloroso tra il suo essere e il suo sentirsi “mai abbastanza”. Non perché lei sia fragile, ma perché sta portando dentro di sé un carico emotivo molto grande, e nessuno dovrebbe affrontarlo da solo.

Continuare a studiare può avere senso, ma soprattutto ha senso continuare a prendersi cura di sé. Ritrovare uno spazio in cui la sua voce, i suoi tempi e le sue emozioni possano essere accolti senza giudizio. Da lì, lentamente, può nascere anche uno sguardo nuovo su di sé, più giusto e più umano.

Se vorrà, resto a disposizione. E intanto la ringrazio ancora per la fiducia e per il coraggio di aver scritto.
Dott.ssa Chiara Venitucci
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Salve e buon anno anche a Lei. Il senso di inutilità che descrive è una condizione che molte persone sperimentano, soprattutto quando attraversano periodi di forte stress emotivo, lutti o continui confronti con gli altri. Anche in presenza di buoni risultati oggettivi, come l’impegno nello studio o voti elevati, può accadere di non riuscire a riconoscere il proprio valore e di sentirsi “inadeguati” o “non abbastanza”.
Il confronto costante con percorsi percepiti come più rapidi, brillanti o riconosciuti socialmente tende ad alimentare insicurezza e autosvalutazione, portando a mettere in dubbio le proprie competenze e il senso stesso di ciò che si sta costruendo. Questo tipo di vissuto non riguarda tanto le capacità reali, quanto il modo in cui si guarda a sé, spesso influenzato da aspettative esterne, giudizi familiari e momenti di fragilità personale. Quando pensieri di questo tipo diventano persistenti e incidono sulla motivazione, sulla fiducia in sé o sulle scelte future, può essere utile un supporto psicologico. Un percorso mirato aiuta a lavorare sull’autostima, a ridimensionare i confronti e a recuperare una visione più equilibrata di sé e del proprio percorso, senza dover rinunciare ai propri obiettivi. Se questa sensazione di inutilità la accompagna da tempo, chiedere un aiuto professionale può rappresentare un primo passo per ritrovare maggiore chiarezza, serenità e fiducia nel proprio valore personale e professionale. Un caro saluto, Dottoressa Chiara Venitucci.
Dr. Francesco Rossi
Psicologo, Psicologo clinico
Ozzano dell'Emilia
Salve, dato l'intenso momento di sconforto che descrive, suggerirei di comincaire un percorso psicologico con uno Psicologo clinico o uno Psicoterapeuta che l'aiutino a fare chiarezza nel ribollire di vissuti emotivi che in parte distorcono le sue considerazioni sul senso dello studio o della vita in generale.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Dott.ssa Giulia Mete
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentilissima, grazie per aver condiviso il suo vissuto.
Un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale potrebbe aiutarla a riconoscere e rielaborare in modo più funzionale questi pensieri, rafforzando l'autostima e acquisendo strumenti pratici per affrontare questa situazione.
Dott. Pietro Pignatelli
Psicologo, Psicologo clinico
Bari
Gentilissima, dal suo messaggio emergono due livelli che sembrano convivere in tensione tra loro. Da un lato, lei descrive un percorso universitario in cui si impegna, frequenta, partecipa e ottiene anche buoni risultati. Dall’altro lato, nonostante questi elementi oggettivi, riferisce un vissuto persistente di inutilità e di svalutazione (“anche se mi laureassi, nessuno verrebbe a chiedere consiglio a me”; “non sarei in grado di salvare la vita a nessuno”). Questo scarto tra ciò che realizza e ciò che sente è un nodo centrale: quando il senso di valore personale è fragile o dipende in modo marcato dal giudizio esterno, i successi faticano a diventare esperienza interna stabile, e nemmeno le evidenze più concrete riescono a produrre un reale sollievo o una conferma duratura

Gli episodi che riporta (la giovane laureata in medicina elogiata dalla famiglia, l’idea che “ci voglia un medico in famiglia”, il confronto diretto tra la figura del medico e del farmacista) sembrano attivare e amplificare un vissuto di inadeguatezza: non si tratta solo di una differenza di percorso, ma dell’impressione che esista una “scala di valore” in cui lei si percepisce inevitabilmente più in basso.
In questo quadro, il passaggio più doloroso è quello legato a sua madre: il pensiero “se mia madre avesse avuto una figlia come lei non sarebbe morta” fa intravedere un sentimento molto intenso, vicino alla colpa e all’onnipotenza retrospettiva (“avrei dovuto poter fare di più”). Dopo un lutto importante, può accadere che la mente cerchi spiegazioni e responsabilità, anche quando non esiste un reale nesso di colpa: è un modo, paradossale, per provare a dare ordine e una potenziale soluzione a qualcosa che è stato traumatico e ingiusto.

Anche la dinamica con sua sorella, così come la descrive, sembra avere un peso: alcune frasi (“solo una studentessa di medicina è riuscita a capire”, “i farmacisti non sono medici, non dovrebbero consigliare”) possono essere state vissute come una delegittimazione del suo percorso e, soprattutto, della sua identità. Quando una svalutazione arriva, nel corso di anni, da una o più figure significative, può venire interiorizzata e diventare una voce interna critica.

Il punto non è “quanto vale un farmacista”, ma cosa sta chiedendo a se stessa. È infatti importante chiarire un aspetto: la sua sofferenza non sembra dipendere tanto dalla farmacia in sé, quanto dal significato che lei attribuisce al suo valore personale. Lei sembra associarlo a due criteri molto rigidi: precocità/perfezione (laurearsi giovani, “110”, essere “perfetti”) e salvare vite come misura ultima dell’utilità e della legittimità. Ma questi criteri, oltre a essere sufficientemente irrealistici, rischiano di trasformarsi facilmente in un tribunale interno che la condanna in partenza.

Sul piano concreto, è vero che medico e farmacista sono ruoli diversi, con competenze, responsabilità e confini differenti. E proprio per questo non ha senso misurarli con lo stesso metro. Il farmacista non è “meno”: è un professionista sanitario con una funzione specifica, utile e riconosciuta, che può fare prevenzione, educazione, orientamento e supporto all’aderenza terapeutica. Avere un valore non passa necessariamente dal “salvare vite”. Il punto, però, è che questa cornice più concreta e razionale, da sola, difficilmente risolve la questione: anche se lei riuscisse a convincersene sul piano logico, il vissuto potrebbe persistere, perché ciò che descrive riguarda soprattutto il modo in cui guarda e valuta se stessa. In questo senso, il ruolo professionale non è la causa del problema, ma un tassello del mosaico più ampio del suo senso di identità e di valore personale

Per quanto riguarda cosa fare adesso, le suggerirei di evitare decisioni definitive e affrettate (interrompere il percorso, “mollare”, svalutarsi) mentre è ancora immersa in questa ondata emotiva. Dal suo messaggio emergono sconforto e dolore e, in stati così intensi, la mente tende facilmente a polarizzarsi e a trarre conclusioni assolute (“non ha senso”, “nessuno mi sceglierà”), riducendo la possibilità di valutare con lucidità ciò che, per lei, sarebbe davvero più utile e coerente.
In questa fase, può essere prezioso considerare l’avvio di un percorso psicologico: avrebbe uno spazio protetto in cui dare senso a questi vissuti e lavorare su alcuni nodi centrali, come il confronto sociale e la voce critica interna (svalutazione/perfezionismo), e la costruzione di un senso di valore personale più stabile, meno dipendente dagli elogi, dai paragoni e dalle gerarchie familiari.

Concludo dicendo che lei non scrive come una persona “inutile”. Scrive come una persona che sta portando avanti un percorso impegnativo, che ottiene risultati, ma che soffre profondamente perché il suo valore sembra dover essere continuamente dimostrato ma comunque continuamente “superato” da qualcun altro. Questo non è un difetto di intelligenza o di capacità: è un vissuto che merita ascolto, ordine e un lavoro clinico mirato.
Dott.ssa Ilaria Francomano
Psicologo, Psicologo clinico
Caselle di Sommacampagna
Buon pomeriggio a lei e grazie per la sua condivisione, molto sofferta.
Spero di darle degli spunti di riflessione con questa mia risposta.
Con "ritardo" e "lenta" cosa intende? Lenta rispetto a cosa o a chi? Come mai associa l'utilità di una persona alla sua capacità di salvare la vita di qualcuno? Perché si paragona a una persona diversa da lei, con altre peculiarità? Non è prerogativa di un farmacista fare una puntura né salvare una vita, eppure si sente in difetto.
La morte di sua madre che significato ha rispetto al suo valore personale?
Credo che dedicarle uno spazio di ascolto, potrebbe essere un buon modo per sbrogliare questa matassa per lei dolorosa.
Un caro saluto,
dott.ssa Francomano Ilaria
Dott.ssa Laura Raco
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno, mi dispiace per questa sua sensazione di inutilità. Capisco la necessità di sapere “cosa fare” ma suggerisco di focalizzarsi su altre questioni. Ad esempio, il valore e la stima che lei ha di se stessa, il bisogno di confrontarsi, e se piace o no quello che si sta facendo. Quest’ultima sembra una domanda superficiale, ma dal suo racconto non emerge mai questa questione, e mi chiedo se se lo sia mai chiesto. Se non dovesse confrontarsi con altri, se non aspettasse approvazioni, se l’obiettivo non fosse “essere utili” ma “essere realizzati”, cosa farebbe della sua vita?
Dott.ssa Manuela Valentini
Psicologo, Psicologo clinico
Melfi
Buon pomeriggio,

può essere utile ricordare che nessuno è tenuto a essere come qualcun altro. Ognuno ha una storia, un ritmo e un percorso che non possono essere sovrapposti a quelli di un’altra persona. Il confronto con gli altri può avere un senso solo quando non diventa una misura del proprio valore, ma un’occasione per conoscersi meglio. Nessuno è tenuto a coincidere con le aspettative altrui, né a somigliare a chi ci circonda.

Misurarsi va bene, purché non significhi svalutarsi. Il confronto fa parte dell’esperienza umana, ma diventa doloroso quando viene utilizzato per stabilire quanto si “vale”. Il punto non è assomigliare a qualcuno, ma continuare a costruire la propria vita con le proprie capacità, i propri tempi e le proprie scelte. Il valore personale non nasce dal paragone, ma dalla coerenza con ciò che si è e con ciò che si desidera diventare.
A volte guardare da un’altra prospettiva può essere d’aiuto. Per alcune persone, osservare ciò che un’altra ha realizzato può far pensare: “Se l’ha fatto lei, allora potrei riuscirci anch’io”. Questo può essere uno stimolo positivo, perché mostra che un obiettivo è raggiungibile. Tuttavia, è altrettanto importante ricordare che non tutti partiamo dalle stesse condizioni, né abbiamo la stessa storia, la stessa personalità o le stesse inclinazioni. Il fatto che un’altra persona riesca in qualcosa non significa automaticamente che quel percorso sia adatto anche a lei.
Ciò che è possibile per un altro può essere possibile anche per lei, ma il modo in cui ci si arriva dipende dalla propria personalità, dalle proprie tendenze, dai propri ritmi e dal contesto in cui si è cresciuti. Dipende anche da ciò che realmente sente di voler costruire. La bravura propria ha bisogno di sostegno e non va svalutata.
Riconoscere questo permette di trasformare il confronto in uno stimolo, non in una fonte di svalutazione. Se lo desidera, posso aiutarla a esplorare come trovare un equilibrio più gentile tra ciò che vede negli altri e ciò che sente possibile per sé.

Le auguro un buon proseguimento.
Resto a disposizione qualora desiderasse approfondire ulteriormente questi aspetti.
Dr.ssa Manuela Valentini
Carissima,
grazie per aver condiviso con autenticità ciò che stai vivendo. Le emozioni che hai espresso — il senso di inadeguatezza, il confronto con gli altri, la fatica nel trovare un senso al proprio percorso professionale e personale — sono vissuti intensi e molto comuni, soprattutto quando si affrontano momenti di cambiamento, dolore e fatica.

Il dolore per la perdita di tua madre e le parole ricevute in quel periodo sembrano aver lasciato un segno, che oggi si intreccia con il tuo percorso di studi e con il bisogno di sentirti riconosciuta e valida. Spesso, quando ci si confronta con gli altri, si finisce per dimenticare il proprio valore, la propria storia, il proprio percorso.

Il fatto che, nonostante le difficoltà, tu stia ancora studiando con impegno, superando gli esami con ottimi risultati , è già una grande risorsa, nonché segno di forza e determinazione. Ma a volte, la mente ci spinge a guardare solo ciò che (apparentemente) ci manca.

Forse in questo momento non devi "fare" qualcosa in più, ma provare a ritrovare uno spazio per ascoltarti, per comprendere da dove nasce questo senso di inutilità e che cosa può aiutarti a riconnetterti con il tuo valore e con i tuoi desideri profondi. Un percorso psicologico può offrirti un luogo sicuro in cui esplorare questi vissuti con delicatezza, senza giudizio.

Non sei sola. Il tuo percorso avrà attenzione, rispetto e ascolto.
Un caro saluto,
dott. ssa Claudia
Dott.ssa Nunzia Sasso
Psicologo, Psicologo clinico
Taranto
Buon pomeriggio e Buon Anno anche a Lei. La ringrazio per aver condiviso con così tanta sincerità questo momento di profondo sconforto.
Dalle Sue parole emerge un dolore che sembra nascere da un continuo e impietoso confronto con l’esterno e, ancor di più, da un senso di colpa legato alla perdita di Sua madre. Quando Lei dice che se Sua madre avesse avuto una figlia medico "non sarebbe morta", sta caricando sulle Sue spalle un peso che nessun figlio dovrebbe portare. Il lutto è un processo complesso e, spesso, la mente cerca un colpevole o una spiegazione razionale ("se avessi saputo fare...", "se fossi stata diversa...") per gestire l'impotenza che la morte ci infligge.
La Sua sensazione di inutilità sembra alimentata da una percezione distorta del valore professionale. Il medico e il farmacista hanno ruoli complementari, non gerarchici: se il medico identifica la patologia, il farmacista è il custode della terapia, colui che vigila sulle interazioni, sulla sicurezza e sull'efficacia del farmaco. È una figura di prossimità fondamentale. Il fatto che Lei prenda ottimi voti e partecipi con passione dimostra che la Sua competenza si sta costruendo su basi solide, indipendentemente dall'età di laurea.
L'elogio costante che la Sua famiglia rivolge a questa giovane laureata in medicina sta agendo come uno specchio deformante, in cui Lei vede solo le Sue presunte mancanze invece dei Suoi traguardi. Sua sorella, definendo il farmacista come qualcuno che "non dovrebbe consigliare", esprime un'opinione personale che non riflette la realtà professionale né il valore del Suo percorso.
Il Suo valore come persona e come futura professionista non è definito dalla velocità con cui taglia il traguardo, né dalla capacità di "salvare vite" in senso eroico e immediato. La cura è un processo lento fatto di ascolto, precisione e presenza, doti che Lei dimostra già di avere attraverso il Suo impegno accademico nonostante il dolore che sta attraversando.
Per reagire, il primo passo non è studiare di più, ma provare a separare la Sua identità dai successi altrui e dal senso di colpa verso Sua madre. Lei ha il diritto di abitare il Suo tempo e la Sua strada senza che questa debba essere una competizione. La laurea in Farmacia ha un senso profondo proprio perché Lei la sta ottenendo con fatica e dedizione, e ci sarà sempre qualcuno che avrà bisogno non di un medico "perfetto e veloce", ma di una farmacista preparata e umana come Lei sta dimostrando di essere.
Sarebbe utile per Lei approfondire questi vissuti di inadeguatezza e il peso del Suo lutto . Cordialmente la saluto sono la dottoressa Nunzia Sasso
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, le consiglio un percorso psicologico che l'auti a capire le sue reali attitudini e magari anche se è necessario un riorientamento scolastico. Cordiali saluti.
Dott.ssa Francesca Casolari
Psicologo, Psicologo clinico
Modena
salve, coniglio una psicoterapia cognitivo comportamentale grazie
Dott. Luca Moratti
Psicologo, Psicologo clinico
Reggio Emilia
Gentile Utente,
la ringrazio per aver condiviso una parte così delicata e dolorosa della sua storia. Dalle sue parole emerge una sofferenza profonda, fatta non solo di confronto e senso di inadeguatezza, ma anche di un lutto importante che sembra ancora molto presente: la perdita di sua madre.

Il sentimento di “inutilità” che descrive non appare legato alle sue reali competenze, che anzi lei stessa riconosce come buone, quanto piuttosto a un confronto continuo con modelli percepiti come “perfetti” e a messaggi svalutanti ricevuti nel tempo, soprattutto all’interno di relazioni significative. In una prospettiva sistemica, il modo in cui gli altri la guardano e le parole che le sono state rivolte possono aver contribuito a costruire un’immagine di sé molto severa, che oggi sembra parlare al posto suo.

È comprensibile che, dopo la malattia e la morte di sua madre, si sia attivato anche un senso di colpa o di impotenza (se fossi stata diversa, se avessi saputo di più), ma è importante ricordare che attribuirsi una responsabilità così grande è spesso una forma di dolore che cerca un colpevole, più che una valutazione realistica dei fatti.

Il punto centrale sembra essere quanto oggi lei faccia fatica a riconoscere il proprio valore, al di là dello sguardo degli altri. Il valore di una persona non si può misura né dall’età della laurea né dal confronto con il percorso altrui. Medicina e farmacia sono ruoli diversi, entrambi fondamentali, e nessuno dei due salva o fallisce da solo.

Per questo, più che una risposta su cosa fare nello studio, potrebbe essere utile prendersi uno spazio per sé, in cui poter elaborare il lutto, il senso di inadeguatezza e il confronto costante che la fa soffrire. Un percorso di supporto psicologico o psicoterapeutico potrebbe aiutarla a rimettere ordine in questi vissuti e a costruire uno sguardo su di sé più gentile e realistico.

Chiedere aiuto in momenti come questo non è un segno di debolezza, ma un modo per prendersi cura di sé.
Le auguro di poter trovare uno spazio in cui sentirsi ascoltata e accompagnata.

Un caro saluto.
Dott.ssa Fabiana Rumbolo
Psicologo, Psicologo clinico
Campofelice di Roccella
Salve gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso una riflessione così personale e dolorosa. Dalle sue parole sembra emergere una sofferenza fatta di confronto, di senso di inadeguatezza e di un legame molto profondo con la perdita di sua madre. Non è facile portare tutto questo da sola.
Mi colpisce come il suo valore sembri oggi misurato quasi esclusivamente attraverso lo sguardo degli altri e il paragone con percorsi percepiti come “perfetti”. In questo confronto, però, il suo impegno, i risultati che ottiene e la costanza che dimostra rischiano di diventare invisibili, anche ai suoi occhi!
Le chiedo, con delicatezza: lei, al di là dei confronti, cosa pensa del suo percorso?
E quando si sente “inutile”, in quali momenti questa sensazione si fa più forte?
C’è poi un pensiero molto doloroso che riguarda sua madre, come se oggi si stesse attribuendo una responsabilità che va ben oltre ciò che una figlia può realisticamente avere. È un carico emotivo enorme...in che modo sente che questa grande responsabilità ricade oggi su di lei?
Prima di decidere cosa fare o se continuare a studiare, potrebbe essere importante fermarsi a comprendere quanto di ciò che sente appartiene davvero a lei e quanto invece è il risultato di ferite ancora aperte.

Se lo desidera, questo tipo di vissuti può essere esplorato con maggiore calma e profondità in uno spazio dedicato, per aiutarla a ritrovare uno sguardo più giusto verso se stessa e il suo percorso.
Resto a disposizione se sente il bisogno di un supporto in questo momento. La saluto e ricambio gli auguri di buon anno!
Dott.ssa Maddalena Manca
Psicologo clinico, Psicologo
Sassari
Grazie per quello che hai scritto. Da come ti racconti si sente quanto tu stia usando con te stessa parole molto dure, come se il tuo valore fosse misurato solo dal confronto con gli altri e dal tempo che ci metti, nonostante tu studi, segua le lezioni, partecipi e prenda ottimi voti. È come se tutto questo non venisse mai davvero riconosciuto, nemmeno da te.
Il paragone continuo con altre persone, le frasi sentite in famiglia e la perdita di tua madre sembrano averti fatto interiorizzare un giudizio severo, che ti fa sentire inutile proprio mentre stai costruendo qualcosa. Ma costruire una professione, una competenza, una sicurezza richiede tempo, dedizione e pazienza. Ma ciò che stai facendo è reale, il tuo impegno è reale, e anche se a volte non lo percepisci, stai mettendo basi solide.
Forse oggi il punto non è mettere in discussione il tuo percorso, ma iniziare a riconoscere quello che stai costruendo e apprezzare le tue abilità, anche quando non lo senti. E provare, poco alla volta, a parlarti con più comprensione, sostituendo il giudizio con il rispetto per te stessa, per le tue capacità e per l’impegno che stai mettendo nel tuo percorso.
Dott.ssa Ylenia Ferrara
Psicologo, Psicologo clinico
Rivoli
Buongiorno, grazie per aver condiviso questo pezzo con noi. Si sente tutta la sua sofferenza mentre scrive queste parole e questo mi dispiace molto. Sta perdendo la motivazione e la voglia di continuare nel suo percorso, potrebbe essere utile iniziare un percorso psicologico per elaborare le emozioni che sente e aiutarla a stare meglio nella sua vita. Resto a disposizione.
Dott.ssa Elisa Fiora
Psicologo, Psicologo clinico
Busto Arsizio
Buongiorno,
sono dispiaciuta per i sentimenti che ha riportato. Può essere molto utile in questo momento rivolgersi, anche solo per una breve consulenza, ad uno psicologo, al fine di comprendere meglio la situazione attuale ed eventualmente valutare un percorso più lungo.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora

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