Buon pomeriggio, e grazie per aver condiviso con tanta sincerità ciò che sta vivendo.
Leggendo le sue parole si percepisce un dolore profondo, fatto non solo di confronto e di svalutazione, ma anche di un lutto importante, che sembra ancora molto vivo e intrecciato al modo in cui oggi guarda se stess* e il proprio valore.
È comprensibile sentirsi inutili quando ci si misura continuamente con modelli percepiti come “perfetti”, soprattutto se queste persone vengono idealizzate dall’ambiente familiare e se, direttamente o indirettamente, il messaggio ricevuto è stato: “tu non sei abbastanza”. Questo tipo di confronto, però, è molto ingiusto verso di lei e rischia di oscurare completamente ciò che è reale: lei sta portando avanti un percorso impegnativo, con serietà, partecipazione e ottimi risultati. Il fatto di essere più lento non dice nulla sul suo valore, sulla sua intelligenza o sulla sua futura competenza; parla solo del suo ritmo, che è legittimo e umano.
Mi colpisce molto una frase che scrive: “non sarei in grado di salvare la vita a nessuno”. Qui non parla una valutazione oggettiva, ma una ferita. Come se il dolore per la morte di sua madre si fosse trasformato, nel tempo, in un’accusa verso se stessa: “non sono stata, non sono, abbastanza”. È importante dirlo con chiarezza: lei non è responsabile di ciò che è accaduto a sua madre. Nessuna figlia, nessun figlio, può o deve “salvare” un genitore. Questo è un peso emotivo enorme, e portarlo da sola può far sentire chiunque inutile, impotente, inadeguato.
Il confronto tra farmacista e medico, così come viene vissuto da lei, sembra diventare una questione identitaria: “se non sono medico, allora valgo meno”. Ma la realtà è che sono professioni diverse, con ruoli diversi e competenze diverse, entrambe fondamentali. Il problema non è ciò che lei studia, ma lo sguardo con cui sta imparando a guardare se stessa: uno sguardo molto severo, poco compassionevole, che sembra ripetere parole ricevute dall’esterno e ormai interiorizzate.
Uno spunto di riflessione che vorrei offrirle è questo:
provi a chiedersi se il sentimento di inutilità nasce davvero dal suo percorso universitario, o se questo percorso è diventato il luogo su cui si è depositato un dolore più antico, fatto di perdita, di confronto, di bisogno di riconoscimento e di amore. Spesso non è la “capacità” il nodo centrale, ma il diritto di sentirsi degni, anche senza essere perfetti.
Per questo, più che darle consigli su cosa “fare” in senso pratico, mi sento di incoraggiarla caldamente a intraprendere un percorso psicologico. Un percorso che le permetta di elaborare il lutto, di lavorare sul senso di valore personale e di capacità, e di sciogliere questo legame così doloroso tra il suo essere e il suo sentirsi “mai abbastanza”. Non perché lei sia fragile, ma perché sta portando dentro di sé un carico emotivo molto grande, e nessuno dovrebbe affrontarlo da solo.
Continuare a studiare può avere senso, ma soprattutto ha senso continuare a prendersi cura di sé. Ritrovare uno spazio in cui la sua voce, i suoi tempi e le sue emozioni possano essere accolti senza giudizio. Da lì, lentamente, può nascere anche uno sguardo nuovo su di sé, più giusto e più umano.
Se vorrà, resto a disposizione. E intanto la ringrazio ancora per la fiducia e per il coraggio di aver scritto.