Buon giorno, sono un uomo di 37 anni e da quasi due anni seguo un percorso di psicoterapia, orienta

20 risposte
Buon giorno,
sono un uomo di 37 anni e da quasi due anni seguo un percorso di psicoterapia, orientamento sistemico-relazionale, per disturbo d'ansia e depressivo. Seguo anche una terapia farmacologica prescritta dal medico psichiatra.
Oggi posso dire di stare meglio rispetto all'inizio del percorso ma non mi sento ancora bene del tutto sotto diversi aspetti, per esempio l'autostima.
Le seduta avviene ogni due settimane, mentre all'inzio era ogni settimana.
La mia domanda riguarda il rapporto con la mia psicoterapeuta.
Capita che in alcune sedute io non abbia da riportare nulla di ciò che è accaduto rispetto alla precedente seduta e si finisce col ripetere cose già dette altre volte, quindi sento di aver "sprecato" quell'incontro.
Mi aspetterei che sia la dottoressa a guidarmi ad affrontare un tema in particolare, ma ciò non avviene.
Come posso comportarmi?
Vi ringrazio
Dott.ssa Elisa Oliveri
Psicoterapeuta, Psicologo
Torino
Caro signore,
credo che lei abbia toccato un nucleo importante del suo percorso e sarebbe opportuno ne parlasse con la sua terapeuta.
Forse dovrebbe domandarsi perchè si aspetta che sia la terapeuta ad avere un ruolo attivo nella relazione e lei si riservi invece un ruolo passivo. cosa c'è dietro quelle sedute vuote in cui non c'è nulla da portare? Vede la terapia come un luogo in cui svuotare contenuti pesanti o ci potrebbe essere dell'altro? Non sempre si possono avere insight ad ogni incontro. Il lavoro si compie nell'interezza del percorso svolto insieme. Le auguro il meglio. Cordiali saluti.

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Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,
quello che descrive è un vissuto piuttosto comune nei percorsi di psicoterapia, soprattutto dopo una prima fase di cambiamenti più evidenti. Può capitare di attraversare momenti in cui si ha la sensazione di “non avere nulla da portare” o di ripetersi: non è necessariamente tempo sprecato, ma spesso indica una fase diversa del lavoro terapeutico.
Detto questo, il suo bisogno è molto chiaro: desidererebbe una maggiore guida e una sensazione di direzione nelle sedute. Questo è un aspetto importante e legittimo, e proprio per questo andrebbe portato apertamente in terapia.
Le suggerisco di parlarne direttamente con la sua psicoterapeuta, ad esempio condividendo:
- la sensazione di “vuoto” in alcune sedute
- il timore di stare ripetendo sempre le stesse cose
- il desiderio di essere maggiormente guidato o di lavorare su obiettivi più definiti (come l’autostima)
Questo tipo di confronto non è un problema, ma anzi fa parte del processo terapeutico e può aiutare a rendere il percorso più efficace e aderente ai suoi bisogni. A volte, anche la frequenza degli incontri o l’impostazione del lavoro possono essere rivisti insieme.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Dott.ssa Iside Cianci
Psicologo, Psicoterapeuta
Maglie
Gentilissimo, le consiglio di provare a portare alla collega sia questo suo vissuto sia quest'aspettativa che nutre chissà se possa avere significati più profondi. E' sempre molto prezioso poter discutere di quanto avviene all'interno della stessa relazione terapeutica. Detto questo, lo spazio della terapia è principalmente uno spazio (libero) del paziente in cui portare ciò che si vuole, non è lo spazio del terapeuta per cui spetta al pz sfruttarlo come lo si desidera e non il contrario. Non è poi necessario che accada per forza qualcosa nel mentre che non ci si vede, si può anche solo rimanere in silenzio e iniziare così a pensare!
Dott. Valerio Romano
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Buongiorno,
è una domanda molto sensata e capita spesso quando un percorso entra in una fase “di mantenimento”: stai meglio rispetto all’inizio, le sedute si diradano, la vita quotidiana è più stabile e quindi non sempre ci sono eventi “nuovi” da portare. In quel punto può emergere la sensazione di ripetizione o di seduta “vuota”, ma non è detto che significhi che la terapia non stia funzionando: spesso significa che il lavoro va ritarato, perché i bisogni cambiano.
Detto questo, se tu senti di “sprecare” incontri e ti aspetti una guida più attiva, la cosa più utile è portare esattamente questo in seduta. Non come critica alla dottoressa, ma come tema clinico: “Mi accorgo che quando non ho fatti nuovi mi blocco e finiamo a ripetere; mi servirebbe più direzione e un lavoro più focalizzato, ad esempio sull’autostima. Possiamo definire insieme alcuni obiettivi e come usare le sedute?”. È una richiesta legittima e, in un’impostazione sistemico-relazionale, anche il modo in cui vivete il “vuoto” e l’attesa che sia l’altro a guidare può diventare materiale importante (ruoli, aspettative, timore di chiedere, bisogno di essere condotto).
Potrebbe essere utile trovare un tema “cardine” per un ciclo di incontri (autostima, confini, relazioni, gestione dell’ansia residua), oppure dedicare una parte della seduta alla revisione dei progressi e una parte a un focus specifico. A volte basta questo per ridurre la sensazione di ripetizione.
Il fatto che ora vi vediate ogni due settimane può andare bene, ma se tu senti che così perdi continuità o arrivi “scarico” di materiale, può essere utile rivalutare insieme frequenza e obiettivi. Non è un fallimento tornare per un periodo a una cadenza più ravvicinata se c’è un lavoro da consolidare, né è un obbligo restare su un ritmo che non ti sostiene.
In sintesi, non aspettare di “avere qualcosa da raccontare”, la terapia non serve solo a commentare eventi, serve anche a lavorare su schemi più stabili (come l’autostima) che non cambiano da una settimana all’altra. Il passo più efficace è rendere esplicite le tue aspettative e co-costruire con la terapeuta una direzione più chiara.

Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,
la situazione che descrive è in realtà piuttosto comune nei percorsi di psicoterapia, soprattutto quando si è già fatto un buon tratto di strada e non si è più nella fase iniziale, spesso più “ricca” di eventi, sintomi e cambiamenti evidenti.

Ci sono alcuni aspetti importanti da considerare:

1. Le “sedute vuote” non sono necessariamente inutili
Il fatto di non avere novità da riportare può essere già di per sé un elemento significativo: può indicare una fase di stabilizzazione, ma anche una difficoltà ad accedere a contenuti più profondi o emotivamente rilevanti. A volte, proprio in questi momenti, il lavoro terapeutico può spostarsi su aspetti più interni (come l’autostima, che lei cita) piuttosto che sugli eventi accaduti.

2. Il ruolo del terapeuta può variare in base all’orientamento
L’approccio sistemico-relazionale tende spesso a lasciare spazio al paziente, favorendo l’emergere spontaneo dei contenuti, piuttosto che dirigere in modo esplicito la seduta. Questo però non significa che lei non possa esprimere il bisogno di una maggiore guida: è una richiesta legittima e importante.

3. Il suo vissuto è un materiale prezioso
Il fatto che lei percepisca alcune sedute come “sprecate” è un elemento clinicamente molto rilevante. Non va tenuto per sé, ma portato in terapia. Potrebbe, ad esempio, dire apertamente alla sua terapeuta qualcosa come:
“Quando non ho nulla di nuovo da raccontare, mi sento un po’ perso e ho la sensazione di non utilizzare bene il tempo. Avrei bisogno di essere un po’ più guidato.”

Questo tipo di condivisione non è una critica, ma un modo per lavorare meglio insieme.

4. Frequenza e fase del percorso
Il passaggio da sedute settimanali a quindicinali spesso coincide con una fase diversa della terapia. Se però sente che alcuni aspetti (come l’autostima) sono ancora fragili, potrebbe essere utile riflettere insieme alla terapeuta anche sulla frequenza degli incontri o su un possibile riassetto degli obiettivi.

5. L’autostima come tema centrale
Il fatto che lei individui l’autostima come area ancora critica è molto importante: potrebbe essere utile renderla un focus esplicito del lavoro, chiedendo alla terapeuta di lavorarci in modo più mirato.

In sintesi, il consiglio principale è di portare apertamente queste riflessioni in seduta: la qualità della relazione terapeutica si costruisce anche attraverso questi momenti di confronto e chiarimento.

Se, nonostante il dialogo, dovesse continuare a sentirsi poco accompagnato o poco compreso, potrebbe essere utile approfondire la situazione con uno specialista, anche per una consulenza esterna.

Un caro saluto

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
ti ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza la tua esperienza. È comprensibile che, anche a fronte dei miglioramenti che riconosci, possano emergere momenti di dubbio o di insoddisfazione nel percorso.

Quello che descrivi può capitare in psicoterapia: ci sono fasi in cui sembra di “non avere nulla da portare” o di ripetersi. Spesso, però, anche questi momenti hanno un significato importante e possono essere utili se esplorati insieme al terapeuta.

Proprio per questo, il primo passo che ti suggerirei è di portare apertamente queste sensazioni in seduta: il vissuto di “sprecare” l’incontro, il desiderio di essere maggiormente guidato, e anche i dubbi rispetto alla frequenza degli incontri. La relazione terapeutica è uno spazio in cui è importante poter parlare anche di ciò che accade tra di voi, non solo dei contenuti personali.

Ogni terapeuta ha uno stile diverso: alcuni sono più direttivi, altri lasciano maggiore spazio alla libera espressione. Confrontarti su questo può aiutarvi a ritrovare un modo di lavorare che sia più in sintonia con i tuoi bisogni attuali, anche considerando che nel tempo gli obiettivi (come, ad esempio, il lavoro sull’autostima) possono evolvere.

Se, dopo averne parlato, dovessi continuare a sentire una distanza rispetto a ciò di cui hai bisogno, potrebbe essere utile riflettere insieme sulla direzione del percorso.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott.ssa Roberta Ristagno
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Foligno
Gentile utente, proprio ciò che accade nella relazione con la sua psicoterapeuta – incluse queste sensazioni di “vuoto” o di possibile spreco – costituisce materiale prezioso e cruciale del lavoro terapeutico in sè e merita di essere portato direttamente in seduta.
Potrebbe pertanto essere molto utile per lei condividere apertamente con la sua terapeuta queste aspettative e vissuti, così da trasformarli in un’opportunità di lavoro in quello spazio dedicato.
Dott.ssa Marzia Sellini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno,
forse lei sta cercando un approccio più direttivo.
A volte non si è sbagliati, semplicemente quel tipo di format non è più adatto a sè.
Potrebbe prima parlarne con la collega e se trovate un accordo si può cambiare rotta altrimenti, si può cambiare professionista.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Eleonora Pupo
Psicoterapeuta, Psicologo
Orvieto Scalo
Buongiorno. È molto positivo che lei riconosca i progressi fatti finora e comprendo il senso di stasi e la sensazione di ripetitività che descrive. Cosa significa per lei, in questa fase della terapia, 'essere guidato'? Riflettere su questo potrebbe essere utile, in sede di colloquio con la collega, per indagare insieme il significato relazionale di questo suo bisogno.

Se sente che ci sono temi particolari che vorrebbe approfondire e che per ora non sono stati toccati — magari perché esclusi dagli obiettivi iniziali o oscurati dalla gestione dei sintomi — le suggerisco di portarli in seduta. Parlare apertamente con la sua psicoterapeuta proprio di questo suo vissuto e condividere la sensazione di 'sprecare' gli incontri permetterà di trasformare questo momento di stallo in un’occasione di crescita fondamentale per il vostro percorso.
Dott.ssa Elena Gianotti
Psicologo, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Le chiedo questo: ha provato a portare apertamente questo vissuto alla sua terapeuta? Penso a due cose in particolare: la prima è che se ci sono delle difficoltà nella relazione terapeutica di cui però è consapevole solo una delle due parti, queste difficoltà non sono lavorabili e rimangono lì, vengono trascinate dalla parte che le sente come uno zainetto di mattoni che non si può svuotare, perchè l'altro non è consapevole della sua presenza; la seconda è affrontare insieme il tema della responsabilità nella terapia: posto che è normale aspettarsi un contenimento all'interno della terapia, contenimento e guida non sono la stessa cosa, e bisogna capire che cosa significa per lei "guida". Naturalmente non ho la certezza di comprendere bene la domanda, potrei averla fraintesa, perchè tramite un testo scritto non c'è modo di essere sicuri di aver compreso tutto e bene, però faccio un tentativo: per spiegarmi meglio, penso che se la terapeuta ha assolutamente la responsabilità di aiutarla e sostenerla nell'affrontare le difficoltà, la domanda nella terapia va portata dal paziente, per poterla costruire poi insieme, in maniera condivida, dove la responsabilità è al 50%. Non so se sono riuscita a darle una risposta. Se avesse bisogno di approfondire mi trova a disposizione. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti
Dott.ssa Paola di Tota
Psicoterapeuta, Psicologo
Brescia
Il punto in cui vorrebbe che sia la dottoressa a guidarla, come la fa sentire ? Si aspetta un intervento che risolva le sue ansie? perché non lo affronta direttamente, cosa teme? Ne parli con lei, in modo da non lasciare nulla di intentato.
Dott.ssa Sara Pascoli
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Trieste
Buona sera gentile utente, se ho ben compreso lei ha tratto beneficio dalla terapia che sta facendo ma in questo momento si sente in stallo e le sembra di sprecare il suo tempo in terapia... . Durante una terapia è normale passare diverse fasi ma è opportuno e molto utile per lei e per la sua relazione terapeutica riportare questi vissuti in terapia in modo da poter discutere queste sue difficoltà direttamente con la terapeuta. Le sue critiche costruttive potrebbero aiutarvi a uscire da questo stallo e trovare assieme un modo di lavorare più adatto lei in questo momento. Le faccio i miei migliori auguri per la soluzione di questa vostra dinamica e resto a disposizione per ulteriori consulenze anche on line. Un caro saluto.
Dr. Antonio Pagni Fedi
Psicologo, Psicoterapeuta
Scandicci
Buongiorno mi sento di rassicurare, nel senso che il tema che porta è abbastanza comune in psicoterapia. Talvolta capita che sia una dinamica di transfert che potenzialmente diventa molto importante per il percorso del paziente. Le suggerisco di parlarne con la sua terapeuta ed affrontare questo a tema insieme. Se la relazione terapeutica e l'alleanza sono stabili (quasi due anni di terapia immagino di si) potete affrontare la questione senza giudizio, in un clima accogliente e senza timore.
Un saluto,
Antonio Pagni Fedi
Buongiorno, il Suo quesito pone l'attenzione su un tema che ha molta rilevanza in un rapporto asimmetrico quale è la relazione tra paziente e terapeuta. farlo emergere significa che lo ritiene determinante per il prosieguo del Suo percorso terapeutico. credo che in quasi due anni di percorso si sia consolidato un rapporto reciproco di fiducia sul quale si fonda ogni percorso terapeutico. E' proprio questa fiducia che Le consente di parlarne apertamente con la Sua terapeuta e trovare insieme una direzione più consona alle Sue esigenze affrontando anche quei temi che, a volte, si fatica a fare emergere. Le auguro una buona vita
Salve,
secondo l'Orientamento Psicoanalitico Lacaniano: Il punto non è che “non hai nulla da dire”, ma che ti confronti con un vuoto e questo vuoto è già pieno di significato. È lì che qualcosa del tuo rapporto con il desiderio si mostra.
L’aspettativa che sia la terapeuta a guidarti indica una domanda rivolta all’Altro: “dimmi tu cosa devo dire, cosa è importante, cosa va bene”. È una posizione comprensibile, ma è proprio quella che la cura tende a mettere in questione.
La ripetizione non è tempo perso: è il modo in cui il soggetto gira attorno a qualcosa che ancora non può dire diversamente. L’analista, in questa prospettiva, non riempie il vuoto: lo sostiene, affinché qualcosa di tuo possa emergere. In breve: non cercare contenuti nuovi.
Interroga il tuo posto nel discorso.
Non per ottenere risposte immediate, ma perché è lì che si articola la tua posizione.
Io sono qui

Dott.ssa Stefania Di Leo
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Dalmine
Gent.mo,
ogni terapeuta ha un proprio modo di condurre i percorsi terapeutici e i singoli incontri con i propri pazienti, per cui, la cosa più preziosa che può fare per il Suo percorso è quella di riportare questa difficoltà direttamente alla Sua psicoterapeuta (soprattutto alla luce del fatto che è un percorso che va avanti da tempo e tendenzialmente si presume che si sia creato un rapporto di fiducia tra voi).

Un caro saluto,
Dott.ssa Stefania Di Leo - Psicologa clinica e psicoterapeuta PCN
Dott.ssa Chiara Bernardini
Psicoterapeuta, Psicologo
Milano
Buongiorno. Da un punto di vista psicologico, proprio questi momenti che appaiono poveri di contenuto o ripetitivi, possono celare altri significati importanti. Il non avere niente da dire a volte potrebbe rappresentare qualcosa che fatica ad emergere. Il bisogno che sia la terapeuta a guidare di più il colloquio è importante, potrebbe rimandare a sue modalità relazionali più profonde costruite nel tempo che si manifestano anche al di fuori della stanza di terapia. Potrebbe essere utile portare in seduta ciò che sente perchè questi vissuti, esplorati insieme, possono diventare materiale importante di trasformazione.
Dott. Francesco Martino Colombo
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Lecco
Gentile utente,
quella che descrive è un'occasione molto importante per il rapporto e l'alleanza con la sua terapeuta. Condividere le proprie perplessità su alcuni aspetti del percorso finisce spesso per diventare un'occasione di lavoro terapeutico, oltre che di confronto.
Dott. Ferdinando Suvini
Psicologo, Psicoterapeuta
Firenze
Buongiorno direi che è del tutto comprensibile che lei provi un senso di stallo: il passaggio a una frequenza bisettimanale indica un miglioramento.
Suggerirei di provare ad esprimere il suo vissuto in seduta: Il modo migliore per sbloccare la situazione è portare in terapia proprio ciò che ha scritto qui con una frase tipo "Sento che stiamo ripetendo cose già dette e mi sento fermo" non è un atto di critica, ma un dato relazionale prezioso che può diventare tema per il lavoro.
A volte quando sentiamo di non avere eventi recenti da riportare, è il momento in cui si possono affrontare altri temi profondi e importanti.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Valentina Benvenuti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Prato
Buongiorno gentilissimo, il suo quesito è di cruciale importanza e riguarda molti di noi che si sono trovati a fare un lungo percorso di psicoterapia, noi terapeuti compresi. La questione attiva subito un'importante riflessione: come mai non si è sentito di riportare il suo vissuto di "tempo sprecato" al professionista? cosa temeva potesse succedere? poteva rischiare di "ferirlo"?e quali sono le conseguenze? Quali altre volte ha pensato di dire cose "scomode" all'interno di una relazione e poi di fermarsi? Ciò è utile per andare a indagare se esiste questa parte e quando si è formata (origini, motivazioni etc) e quali conseguenze porta. Spesso è proprio dal conflitto, inteso come opinioni diverse, che nascono considerazioni che ci possono arricchire. Ci si può anche chiedere se quella relazione per noi è giunta al termine, se non ha più niente da offrirci e prenderci la responsabilità di questo. Credo che sia arrivato ad un punto importante della terapia, in bocca al lupo per il suo proseguo di percorso! Resto disponibile per terapia psicosintetica anche online.

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