Domande del paziente (26)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao A, grazie per esserti aperto così tanto. La tua storia è complessa, ricca di emozioni intense e di situazioni dolorose che hai vissuto e che continuano a influenzare la tua vita. Posso sentire quanto... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ti ringrazio per aver condiviso una parte così importante della tua vita. Quello che hai scritto mostra una grande consapevolezza di te stessa, delle tue emozioni e delle tue difficoltà, ma anche delle... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, ti ringrazio per aver condiviso una parte di te così importante. Prima di tutto voglio sottolineare che quello che stai provando è del tutto comprensibile, le dinamiche familiari conflittuali... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao Chiara, grazie di cuore per la tua condivisione. Quello che arriva dalle tue parole è la storia di una giovane donna che per anni ha cercato di far coincidere il suo bisogno d’amore con una relazione... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, stai vivendo una ferita profonda legata al tradimento, alla mancanza di dialogo e alla chiusura emotiva da parte di tua moglie. Il tuo desiderio di fare terapia è un atto d’amore e responsabilità,... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, grazie per aver condiviso con così tanta sincerità e intensità.
Dalle tue parole si percepisce il dolore di una donna che ha fatto tanti passi importanti per amore, per costruire qualcosa di bello,...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso con tanta sincerità. Il solo fatto che ti osservi, che ti poni domande e cerchi di comprendere cosa accade dentro di te è già un enorme passo avanti. È da qui che comincia il... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, grazie per aver condiviso la tua esperienza in modo così chiaro e lucido. Questa relazione in via di sviluppo ti sta attivando profondamente: desiderio, attesa, dubbio, senso di responsabilità e... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, grazie per la fiducia nel condividere questo pensiero che ti tormenta. Quello che stai descrivendo sembra molto più di una semplice preoccupazione: è un pensiero fisso, intrusivo, che ti crea ansia... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, grazie per averlo condiviso, è un tema molto personale e delicato. Quello che hai vissuto è del tutto normale e umano, anche se può spiazzare. I sogni, specialmente quelli a contenuto erotico, non... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, grazie per aver condiviso con tanta sincerità quello che stai vivendo. È un passo importante e non sempre facile, capisco che quello che stai vivendo sia molto difficile. Da come lo descrivi, stai... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Intanto ti ringrazio per aver condiviso queste parti di te e della tua vita.
Da quello che racconti, stai attraversando un momento di grande cambiamento. Hai finito la scuola, la tua routine è sparita,...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che stai vivendo è sicuramente il dolore della fine di una relazione importante, ma anche qualcosa che si ripete da tempo tra voi due. Da come descrivi la vostra storia, sembra esserci stata spesso... Altro
Ciao sono una ragazza di quai17 anni, sono cambiata totalmente qualche anno fa', quando è venuta a mancare mia nonna, da li sono iniziati i miei primi attacchi di ansia, mi venivano ogni notte, al talpunto di dormire pochissime ore, da li non riesco a superare la paura della morte, e la morte di mia nonna, che da quasi 4 anni a questa parte non sono riuscita a parlarne con nessuno, oltre a questo è peggiorato il rapporto con i miei genitori, mia madre non è più la stessa, non credo che mi abbia mai capita, è un continuo litigare, quando sbaglia lei non chiede mai scusa, ma trova delle giustificazioni, e alla fine faccio finta di niente come se non fosse successo nulla, e questo mi crea tanto stress e mi dispiace tanto perché non ritrovo più la mamma di quando ero piccola. Sono sempre stata una ragazza molto scherzosa, ironica e quella che fa ridere gli altri, ma al contrario di quando ero una bambina sono diventata una persona molto sensibile, piango appena litigo con i miei genitori, appena mio padre mi alza la voce su determinati argomenti (ma non capita solo con mio padre),questo mio aspetto non l'ho mai mostrato a nessuno, come se io fossi una persona quasi insensibile e quasi menefreghista(perché tendo a nascondere questa mia fragilità) inoltre tendo a provare molta timidezza con persone con cui non ho confidenza e ciò non mi fa stare male, perché tendo a mascherare tutto il mio carattere e il mio modo di fare. Oltre a questo ho sempre avuto grandi problemi di fiducia, da quando ero piccola, non mi sono mai fidata di nessuno, non riesco a vedere fiducia negli altri, a parte una persona al quale riesco a confidarmi, ma anche con lei ho sempre la paura di non potermi fidare al 100%, in compenso oltre a essere una persona scherzosa, so ascoltare e aiutare le mie amiche in momenti meno belli e sono molto empatica. Sto passando un periodo difficile, come per es. a scuola ho degli argomenti da recuperare, oppure nuovi argomenti da studiare, e quando sono a scuola sento la voglia di fare, di dire "arrivo a casa e mi metto a studiare", ma una volta tornata a casa non riesco a sedermi nella scrivania, mi sento demoralizzata e tendo a dormire tutta la sera oppure a usare il telefono, come se fossi sempre stanca, scrivo ciò per una risposta a tutto questo, e perché non so se è il caso di rivolgermi a una/o piscologa/o in quanto io sia ancora "piccola" e magari è solo una fase adolescenziale. Grazie mille per l'attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, intanto ti ringrazio per aver condiviso questo momento difficile che stai attraversando. Quello che stai vivendo non va minimizzato, nè dicendo che si tratta solo di una fase, nè che sei ancora troppo piccola. Le tue emozioni hanno un valore e un'importanza a cui è giusto dare attenzione. È una reazione profonda a qualcosa di importante che è successo nella tua vita: la perdita di tua nonna. Da lì sembra essersi aperto qualcosa dentro di te che non ha mai trovato davvero uno spazio per essere espresso. La paura della morte, gli attacchi di ansia, il fatto che tu non sia riuscita a parlarne con nessuno, è come se quel dolore fosse rimasto “bloccato” e continuasse a muoversi dentro di te, soprattutto di notte, quando tutto si fa più silenzioso. In un certo senso, una parte di te è rimasta lì, a quel momento.
Allo stesso tempo, stai vivendo anche un cambiamento nei rapporti familiari. Dici che tua madre non è più quella di prima e che non ti senti capita. Questo fa molto male, perché quando cambia il rapporto con un genitore, è come se venisse meno un punto di riferimento. E allora ti ritrovi a trattenere tante cose, a far finta di niente dopo i litigi, accumulando la tua tristezza.
La stanchezza che racconti, quando rientri a casa e non hai voglia di fare nulla sembra molto legata ad una sorta di sovraccarico emotivo, come se tutta la tua energia fosse concentrata a nascondere la tristezza, le paure e le ansie senza trovare la forza per poter fare nient'altro.
Non sei troppo fragile o troppo sensibile, sembra che tu abbia bisogno di uno spazio sicuro dove poterti esprimere e qui rispondo alla tua domanda: sì, rivolgerti a una psicologa o a uno psicologo ha assolutamente senso, anche alla tua età. Anzi, proprio perché sei giovane può essere uno spazio molto prezioso dove iniziare a dare un nome a quello che senti, senza dover fingere o trattenere.
Ciò che provi è importante e merita le giuste attenzioni, anche da parte tua.
Non so come iniziare, non so se tutto questo mi farà bene o se mi porterà solo a crollare in un abisso il cui fondo non mi farà più risalire, sono tante cose in questo periodo, sono stanca, stanca di non sapere se avrò un futuro e come sarà il mio futuro, stanca di non accettarmi, stanca di non sapere affrontare nulla di tutto questo.
Sono al limite, non c’è un giorno in cui io non pensi che sparire sia l’unica soluzione.
Non so lottare, non so credere nelle cose fino in fondo, non so fare nulla, non so cosa provo la maggior parte delle volte.. sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente.
Voglio un amore, di quelli che ti strvolge, o forse no, forse voglio solo amore perché non ne ho mai avuto, o l’ho avuto?
Quello con mio padre era un rapporto vero? Si comportava veramente da padre con me? Me ne pentirò di non parlagli quando morirà? Che fine farò io quando l’unico modo per parlargli sarà sotto 3 metri di terra?
Perché non riesco a essere quella di prima? Perché non riesco a rialzarmi? Perché non riesco più a studiare e a concentrarmi? Non ho mai fatto il massimo e me lo riconosco ma perché ora non riesco a fare neanche quel minimo? Cosa sta succedendo? Perché non ho più il controllo del mio dolore? Perché gli sto permettendo di bloccarmi in questo loop continuo?
Perché continuo a dormire quando in realtà è l’ultima cosa che vorrei fare?
Perché continua a farmi domande a cui non avrò risposte?
Perché continua a venirmi in mente il suicidio? Perché non riesco a vedere un futuro per me?
Perché non ho un hobby?
Pecche non so cosa mi piace?
mi piace tutto o non mi piace nulla?
Perche penso a aron ma solo se nello stesso pensiero c’è Emanuele?
La storia di Simone che significa?
Perché ogni menzogna che mi racconto poi finisco per reagire come se fosse vera.
Perché quando provo a esternare cosa penso non faccio altro che farmi domande senza darmi risposte a esse?
Perché lo sto facendo adesso?
Che colpa ne ho io?
Che senso ha la mia vita adesso?
Sono stanca di dormire e svegliarmi l’indomani e sentirmi come adesso. Ma dormire è l’unico modo per non sentire il caos che provo adesso
Lo provo sempre in realtà
Che lezione devo imparare ancora?
Perché l’amore non arriva?
Cosa devo capire prima che arrivi?
È questo no?
Il motivo.
Devo imparare ad amare prima di amare realmente se no finisco per ferire le persone
E chi pensa a me?
Tutte le volte che mi hanno ferito, che mi hanno usato.
Non ho più voglia
Tutto questo male
Mi porta solo più confusione
E scriverlo è stato peggio
Mi sta ricordando tutte le cose brutte che provo e continuerò a provare perché non cambierò
Sono questa da anni
Sento che non cambierò. Grazie per qualunque punto di vista riusciate a fornirmi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, quello che hai scritto è molto forte, molto pieno. Non è solo confusione: è come se tante parti di te stessero parlando tutte insieme, senza trovare uno spazio dove essere davvero ascoltate. E la prima cosa che voglio dirti è questa: la stanchezza che senti ha senso. Quando dentro c’è tutto questo movimento, è normale sentirsi esausti, svuotati, senza direzione.
Capisco anche la paura che hai: quella di iniziare a guardare davvero questo dolore e rischiare di “cadere in un abisso”, è una paura molto comprensibile. Ma spesso succede il contrario di quello che temi: non è il dolore guardato che ci fa affondare, è quello che resta senza forma, senza parole, senza uno spazio dove esistere.
Quando proviamo a coprirlo, a dormirci sopra, a evitarlo, lui non sparisce. Si allarga, diventa più confuso, più pesante. È lì che si rischia davvero di annegare.
Tu dici una cosa molto importante: “sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente”. Questo è proprio il segno di qualcosa che ha bisogno di essere conosciuto meglio non cancellato, non risolto subito, ma avvicinato piano piano.
Quello che potrebbe iniziare ad aiutarti non è trovare subito tutte le risposte ma iniziare a fare un passo diverso: dare forma a quello che senti.
Non tutte le domande insieme ma una alla volta, non “perché sono così?”, ma ad esempio: “che tipo di dolore sto sentendo adesso?” È tristezza? Rabbia? Paura Solitudine? Dove lo senti nel corpo? Quando arriva più forte?
Questo è il modo per iniziare a costruire una relazione con quello che provi, invece di subirlo come un caos senza nome.
Rispetto ai pensieri sul voler sparire, è importante prenderli sul serio. Non significa che tu voglia davvero morire, ma che una parte di te sta cercando di scappare da qualcosa che sente troppo grande e questa parte non va lasciata sola.
Proprio per questo, quello che stai vivendo non è qualcosa che devi affrontare da sola. Anzi, qui diventa davvero importante farti accompagnare da qualcuno, uno psicologo o una psicologa con cui poter portare tutto questo così com’è, senza doverlo mettere in ordine prima. Non per “aggiustarti”, ma per aiutarti a dare senso, passo dopo passo, a quello che senti.
Perché oggi il dolore è come un groviglio e un groviglio, da soli, spesso si stringe di più. Con qualcuno accanto, invece, può iniziare lentamente a sciogliersi.
Non sei bloccata per sempre, anche se ora sembra così. Sei dentro qualcosa che non hai ancora potuto capire fino in fondo e il fatto che tu sia riuscita a scriverlo, a metterlo fuori, anche se fa male, è già un primo modo per non restarci sola dentro.
Buongiorno sono in una relazione da oltre 20 anni tra fidanzamento, convivenza e matrimonio con la nascita di un figlio ormai grande...la nostra storia è come quella di tanti, alti e bassi, caratterizzata ad intermittenza da assenze più o meno lunghe (fino a oltre 4 anni) di intimità e quasi totale assenza di dialogo, ma andiamo avanti...
Tempo addietro scopro dalle sue ricerche Google che ha guardato molto materiale su come riconoscere l'interesse di una donna, cose da dire ad una donna, segnali per capire se piaci ad una donna...ci sono state ricerche per regali da fare ad una collega di lavoro, ci sono state molte ricerche su alberghi e motel nella città vicino alla nostra, quello che mi ha scioccato sono molte informazioni prese su vari tipi di preservativi che noi non usiamo da almeno un decennio...(Alla mia richiesta di chiarimento mi è stato detto fossero per un collega, il regalo e l' albergo mentre sulle altre ricerche dice che c' è stato un momento in cui pensava che una collega stesse flirtando con lui e voleva capire e poi si sono chiariti) Ora io ovviamente non gli credo, anche soprattutto dopo aver trovato una chat nascosta da impronta digitale, chat che mi ha fatto leggere e fino a quel punto assolutamente innocua a meno che non siano stati cancellati dei messaggi...ma se innocua perché nascondere?????
Pochi giorni dopo aver effettuato le ricerche per gli alberghi e motel mi dice che probabilmente faranno una cena tra colleghi proprio in quella città...
Non sono più riuscita a trattenermi e ho detto che sapevo di tutte le sue ricerche e ha liquidato tutto appunto come ho spiegato poco sopra, che alcune erano ricerche per un collega e altre per potersi chiarire con questa donna presumibilmente interessata a lui ... ripeto io non riesco a credergli, non mi ha tradita e di questo sono certa, se non cose di poco conto, ma quello che mi fa male è pensare che stesse pianificando di poterlo fare, che l' interesse non fosse di una donna verso di lui ma di lui verso questa donna che poi alla fine deve avergli dato il benservito...oppure tutto non è andato avanti perché io ho scoperto....ora io vorrei superare questa cosa, mi sento una pazza a volte per dare così tanto peso a qualcosa che poi in fine non è successo ma più ci penso più lo sento comunque un tradimento...in cosa sbaglio? Riuscirò mai a superare? Ci sono molti altri dettagli meno importanti in questa storia che però sommati al tutto mi fanno sentire ancora più male, lui mi fa sentire spesso sbagliata, sottolineando talvolta dei miei comportamenti io non so che fare, non vorrei buttare alle ortiche una storia che comunque fa parte di me da più di metà della mia vita, ma con questo logorio sento di non poter andare avanti per molto, ho bisogno di superare questa cosa, sarà possibile con una persona che non comunica ed evita l'argomento?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, ti ringrazio per aver condiviso la tua esperienza, provo a stare con quello che senti, senza ridurlo subito alla domanda “mi ha tradita o no”, perché il punto più centrale, leggendo le tue parole, sembra un altro.
Tu dici che a volte ti senti “pazza” per dare così tanto peso a questa cosa, da qui partirei: non hai bisogno di sminuire la tua preoccupazione. Quello che provi ha un senso, non tanto perché possiamo stabilire con certezza cosa sia successo, ma perché dentro di te si è attivato qualcosa di molto chiaro, una sensazione di mancanza, di distanza, di non essere vista davvero nella relazione.
Parli di anni segnati da assenze di intimità, poco dialogo, momenti lunghi di distanza emotiva. In un contesto così, è quasi naturale che qualsiasi segnale ambiguo venga amplificato, perché arriva su un terreno già fragile.
Quelle ricerche, quella chat nascosta, le spiegazioni poco convincenti… certo, possono far pensare a tante cose. Ma al di là del fatto concreto, quello che sembra averti colpita è l’idea che lui possa aver rivolto altrove un interesse, una curiosità, un’energia che nella vostra relazione da tempo manca o è intermittente.
Allora forse la domanda non è “sto sbagliando a pensar male?”, ma qualcosa come:
“cosa mi sta dicendo questa inquietudine su come sto dentro questa relazione?”
Perché il rischio è di concentrarsi solo sul “tradimento possibile” e perdere di vista il vissuto più profondo: sentirsi messa da parte, non scelta fino in fondo, non coinvolta. E quando lui evita il confronto o liquida l’argomento, questa sensazione si amplifica, perché non trova uno spazio dove essere accolta e compresa.
Non si tratta di accusare o di avere prove definitive. Si tratta di riconoscere che tu non stai bene così.
Rispetto alla tua domanda “riuscirò a superarla?”, la risposta dipende meno da te sola e più da ciò che può accadere tra voi due. Superare non significa dimenticare o convincerti che “non è successo niente”, ma poter dare senso insieme a ciò che è successo, parlarne, ricostruire fiducia. E questo richiede disponibilità da entrambe le parti.
Allora forse un passaggio importante per te è questo: spostare un po’ lo sguardo da “devo superarla per salvare la relazione” a “di cosa ho bisogno io, oggi, per stare in una relazione che mi faccia sentire bene?”
Non sei “pazza”. Stai cercando di dare un senso a qualcosa che, dentro di te, non torna. E forse è proprio da lì che può iniziare un confronto più autentico, prima di tutto con te stessa, e poi, se possibile, anche con lui. Perché questa storia è una parte grande della tua vita, è vero. Ma anche tu lo sei. E il modo in cui ti senti dentro questa relazione merita lo stesso rispetto.
Buongiorno è da circa un anno che sto andando dallo psicologo per un cambiamento che volevo attuare nella mia vita, fino a dicembre andava tutto bene e mi sembrava di aver fatto progressi, ma da febbraio dopo ogni seduta non mi sento meglio.... anzi mi sento più confusa e persa e in agitazione,
in particolare nelle ultime sedute mi sono sentita attaccata perché non stavo facendo nulla di pratica per cambiare (però stavo vivendo un periodo di stanchezza emotiva e fisica veramente difficile) e sentirmi dire che se non mi fossi decisa a fare qualcosa non avrei concluso niente, sarei stata infelice etc mi sono sentita veramente male; ho sentito che c'erano su di me aspettative che avevo deluso, deadline non rispettate etc ma io in quel periodo mi sentivo proprio immobile e non nello stato mentale per cambiare.
Quando le ho esposto il mio stato d'animo riguardo le sue pressioni mi ha detto che l'aveva fatto per istigarmi, per smuovermi un po' ma io mi son sentita attaccata, non sicura e forzata a fare cose che nel momento non riuscivo, inoltre poi parlando di altre cose che avevo scoperto su di me in questo periodo etc mi ha chiesto se le parole che dicevo erano mie o di altri e questo mi ha fatto sentire umiliata e messa in dubbio (durante il percorso ci sono state anche alcune occasioni in cui non percepito di esser compresa appieno)
inoltre sento di non riuscire più a dire certe cose perché percepisco la sua agitazione
per il resto non ci sono stati atteggiamenti sbagliati nei miei confronti, mi appare comunque come una persona disponibile e aperta all'ascolto
ma dopo queste sedute io continuo a ripensare alle sue parole e sento che metto in dubbio in me stessa, e mi agito
l'idea di proseguire mi mette agitazione perché temo di sentirmi di nuovo male e giudicata, mi sento osservata e sotto esame
e invece il pensiero di cambiare terapeuta mi fa sentire meglio
spero di essermi spiegata,
cosa dovrei fare?
Vi ringrazio
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, la ringrazio intanto per essersi esposta su questo argomento molto importante, lo spazio terapeutico è qualcosa di particolare e le emozioni che si vivono dentro di esso vanno sempre ascoltate e accolte. Quello che stai sentendo dopo le sedute è importante, non è qualcosa da mettere da parte o da minimizzare.
Tu dici che all’inizio il percorso ti faceva stare meglio, sentivi dei movimenti, dei progressi. Poi qualcosa è cambiato, ti senti attaccata, non abbastanza compresa, e soprattutto non al sicuro come prima. Questo non è un dettaglio da ignorare, in un percorso terapeutico, il “come ti senti” nella relazione con il terapeuta è parte centrale del lavoro.
Quando racconti di esserti sentita spinta, quasi forzata a cambiare in un momento in cui invece ti sentivi stanca e immobile, emerge una distanza tra il tuo tempo interno e ciò che hai percepito arrivare da lei, e quella distanza ti ha fatto sentire non vista in quel momento, come se la tua fatica non fosse davvero accolta.
Allo stesso modo, quando ti sei sentita messa in dubbio su ciò che dicevi, o quando hai percepito aspettative su di te, qualcosa si è incrinato nel senso di fiducia. E infatti ora succede una cosa importante: inizi a trattenerti, a non dire tutto, a controllarti. Questo è un segnale molto chiaro che lo spazio non lo stai più vivendo come completamente sicuro.
Non si tratta di stabilire se la terapeuta abbia “ragione” o “torto” nelle sue modalità. Il punto è un altro: quello che è successo ha avuto un impatto su di te, e questo impatto merita di essere preso sul serio.
La domanda che porti riguardo “cosa dovrei fare?” non ha una risposta unica, ma può iniziare a chiarirsi se resti in contatto con quello che stai provando in questo momento.
Potresti provare, se senti che è possibile, a riportare ancora una volta queste sensazioni in seduta, in modo diretto, non tanto spiegando, ma dicendo proprio come ti sei sentita con lei. Questo può essere un passaggio molto importante, perché la relazione terapeutica si costruisce anche attraversando questi momenti di rottura.
Allo stesso tempo, è altrettanto legittimo quello che senti quando pensi di cambiare terapeuta. Il fatto che questa idea ti faccia sentire più sollevata non è da ignorare. Non significa per forza che devi farlo subito, ma è un segnale da ascoltare.
Non sei “sbagliata” perché reagisci così, né stai fallendo il percorso. Stai semplicemente sentendo che qualcosa, in questo momento, non ti sta aiutando come prima.
E forse il punto non è resistere o adattarti, ma capire di che tipo di spazio hai bisogno adesso per continuare a lavorare su di te senza sentirti giudicata o sotto pressione.
Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto conflittuale tra desiderio e repulsione. Ho fatto diete, di tutti i tipi possibili, che ho sempre portato a termine con successo, ma vivendole come una privazione dalla mia “dipendenza” ne annullavo l’effetto non appena le terminavo, riprendendo tutti i chili che avevo perso. Sono pienamente consapevole delle mie difficoltà e dell’approccio adeguato per poter raggiungere il peso e la forma fisica che vorrei ma mi rendo conto che le mie emozioni, sempre di più, bloccano la mia parte razionale e prendono il sopravvento. Sono entrata in un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Ho consultato specialisti che mi hanno sempre indirizzato su metodi pratici invece di lavorare sulle emozioni e sulla dipendenza per il cibo. Vorrei arrivare ad eliminare questa dipendenza e considerare il cibo come un mezzo di sussistenza e basta. Come posso fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che racconti ha una sua coerenza, anche se per te oggi è vissuto come un blocco da cui non riesci a uscire. Non sembra tanto una mancanza di forza di volontà, quanto piuttosto una relazione con il cibo che nel tempo ha assunto un significato emotivo molto forte.
Il fatto che tu riesca a seguire diete e portarle a termine dimostra che la parte razionale c’è, funziona. Ma poi qualcosa prende il sopravvento, e quel qualcosa non è il problema da eliminare ma è una parte di te che chiede spazio, che si attiva proprio quando il controllo si allenta.
Il rischio, nel modo in cui stai provando ad affrontarlo, è di continuare a muoverti sul piano del controllo: togliere, gestire, ridurre, “risolvere”. Ma è lo stesso piano su cui questo circolo si è costruito e si ripete.
Il cibo per te ha una funzione, è importante iniziare a capire quale sia. Forse calma, forse riempie, forse distrae, forse protegge da qualcosa che è più difficile da sentire.
Allora il punto non è riuscire a farlo sparire, ma iniziare a capire cosa succede dentro di te in quei momenti. Quando arriva il desiderio, cosa sta succedendo dentro?
È noia? Ansia? Solitudine? Rabbia?
C’è un momento della giornata in cui succede più spesso?
C’è una sensazione nel corpo che precede tutto questo?
Questo è il passaggio fondamentale, dare forma e nome a quello che oggi vivi come “dipendenza”. Perché finché resta qualcosa di indistinto, l’unico modo per gestirlo è combatterlo. E combattere, nel tempo, stanca e non funziona.
Capisco anche la frustrazione verso i percorsi fatti finora, più centrati sul “cosa fare” che sul “cosa senti”. Ma da come parli, è molto chiaro che tu abbia bisogno di uno spazio diverso, uno in cui non ti venga detto cosa mangiare o come controllarti, ma dove tu possa esplorare il legame tra cibo ed emozioni, senza giudizio.
Un lavoro psicologico può aiutarti in questo: non a controllarti di più, ma a entrare in contatto con quello che oggi si esprime attraverso il cibo. A dare un senso a quel conflitto tra desiderio e repulsione che descrivi da sempre.
Non si tratta di togliere qualcosa, ma di trasformare il modo in cui ti relazioni a quella parte di te.
E spesso, quando qualcosa inizia ad avere un nome e una storia, smette pian piano di avere bisogno di imporsi sempre allo stesso modo.
Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che racconti è molto intenso e, prima di tutto, mi viene da dirti che ha senso che tu stia così. Non è una reazione esagerata o “troppo”, è il segnale di quanto questa situazione lavorativa ti stia toccando emotivamente.
Si sente quanto tu abbia investito in questo posto negli anni, quanta dedizione, quanta energia, anche a costo di sacrificare te stessa. Proprio per questo, quando qualcosa si incrina, un attacco così aggressivo, l’esclusione, il silenzio delle colleghe, l’impatto non resta sul piano professionale, ma diventa personale, quasi come se venisse messo in discussione anche il tuo valore personale.
Allo stesso tempo, però, quello che descrivi oggi va oltre un normale momento difficile. Il fatto che tu non riesca a dormire, a mangiare, che vivi nell’ansia costante e arrivi a stare così male all’idea di tornare lì è un segnale molto forte. È come se questo lavoro stesse occupando uno spazio troppo grande dentro di te.
Forse non è importante tanto capire se hai sbagliato o se potevi fare diversamente, ma iniziare a riconoscere cosa ti sta facendo questo ambiente, così com’è oggi.
Tu hai provato a confrontarti, a chiarire, a metterti in gioco in modo diretto. Non sei rimasta passiva. Eppure la situazione non si è risolta, anzi in alcuni momenti sembra essersi irrigidita ancora di più. Questo fa pensare che il problema non sia solo “come ti muovi tu”, ma anche nelle dinamiche di quel contesto, che non sembrano offrire uno spazio sicuro o rispettoso.
Allora la domanda è se sia un posto in cui, oggi, puoi stare bene, o almeno stare in modo sostenibile.
Capisco quanto sia difficile anche solo pensare di andare via, dopo tanti anni.. Non è una decisione da prendere di impulso. Però allo stesso tempo, restare in una situazione che ti porta a questo livello di sofferenza rischia di avere un costo molto alto per te.
Forse in questo momento non serve trovare subito una soluzione definitiva, ma iniziare a spostare lo sguardo, meno sul tentativo di aggiustare quell’ambiente, più sul capire di cosa hai bisogno tu per stare meglio.
E in una fase così carica, può essere davvero importante non restare sola. Avere uno spazio tuo, con qualcuno che ti aiuti a rimettere ordine e a sostenerti mentre fai chiarezza.
Non c’è qualcosa che “non va” in te per come stai reagendo. C’è qualcosa intorno a te che, per come è adesso, sembra non essere più sostenibile.
Salve dottori sono appena diventato padre da qualche giorno sono molto sereno anche se ho un dubbio che mi assale , qualche giorno fa mi sono venuti alla mente della parole di un counseling filosofico che avevo guardato qualche video dicendo che senza un percorso di liberazione e di risveglio non saremo capaci di amare i nostri figli e che inconsapevolmente gli facciamo anche del male, io adesso non mi interessa minimamente fare un percorso del genere quindi vuol dire anche io che farò del male a mia figlia ? Quindi dovrei risvegliarmi ? Dovrei seguire il percorso del counseling? E eventualmente anche meditazione?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco perché questa cosa ti abbia colpito, soprattutto in un momento così delicato come quello che stai vivendo ora. Sei appena diventato padre, sei più sensibile, più aperto, e certe parole possono toccare delle corde profonde.
Ma te lo dico in modo chiaro: no, non esiste nessuna regola per cui senza un “percorso di risveglio” non si è capaci di amare un figlio.
Quello che senti, cioè la serenità, ma anche il dubbio, la preoccupazione di poter fare del male, è già qualcosa di molto importante. È il segno che sei coinvolto, che ti importa, che vuoi esserci nel modo giusto. E questo ha molto più valore di qualsiasi percorso “obbligato”.
Essere genitori non significa essere perfetti o “illuminati”. Significa essere presenti, sbagliare, accorgersene, riparare, crescere insieme a tuo figlio. L’amore non nasce da un percorso teorico o da una tecnica, ma dalla relazione concreta che costruirai giorno dopo giorno con tua figlia.
Quelle parole che hai sentito possono avere un senso in un certo contesto, ma prese così rischiano di diventare rigide e anche un po’ colpevolizzanti. E tu non hai bisogno di partire sentendoti già in difetto.
Se un giorno sentirai il desiderio di fare un percorso su di te, di meditare o di approfondire certe cose, fallo perché lo senti tuo, non perché hai paura di essere un cattivo padre.
Per ora puoi stare in quello che c’è, sei lì, sei presente, ti stai facendo delle domande e questo è già un modo molto reale di amare.
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