Domande del paziente (36)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente,
    il dolore per una perdita è un’esperienza profondamente soggettiva: non esiste un modo "giusto" di soffrire ed è naturale che lei e sua madre abbiate reazioni e tempi differenti. Spesso,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente,
    sentirsi dare dei "tossici" logora l’autostima e genera il malessere fisico che descrive. Sebbene la rinascita sia possibile, essa richiede di elaborare le dinamiche profonde che vi tengono... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente, è frequente che dopo un intervento simile emergano insonnia e forte irritabilità; si tratta di un peso enorme non solo per chi soffre, ma anche per chi se ne prende cura, spesso logorato... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Comprendo perfettamente la sua fatica: il nervosismo e il pianto sono segnali fisici di un'astinenza che, sommandosi allo stress del post-partum, è difficile gestire da sola. Ridurre il fumo è già un ottimo... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile Signora, comprendo profondamente quanto possa essere faticoso convivere con questo peso emotivo e le sono vicina.
    Il mio consiglio è di darsi la possibilità di esplorare questi vissuti all'interno... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Caro Paolo,
    Questa "evasione" da una vita apparentemente perfetta potrebbe nascondere profondi vissuti di indegnità, come se lei sentisse inconsciamente di non meritare ciò che ha costruito e usasse la... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Cara utente,
    Il comportamento di sua figlia fa pensare ad una marcata difficoltà nella regolazione emotiva: quando l'intensità del sentire supera la sua soglia di tolleranza sembra che subentri una modalità... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile S., è comprensibile che lei provi un senso di estraneità: quando si entra in una storia dove i legami precedenti sono così attivi, il rischio è di sentirsi in un territorio già interamente occupato.... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente, quanto descrive è una reazione molto comune e comprensibile nei percorsi di fecondazione assistita, dove la pressione del momento può trasformare un gesto naturale in un compito fonte di... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Caro Utente,
    Intraprendere un percorso di consapevolezza significa innanzitutto concedersi uno spazio protetto per esplorare la propria storia e riconoscere le risorse personali, spesso oscurate dal malessere.... Altro


    Buongiorno Gent.mi Dottori, vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti.. una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole) .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente, le reazioni corporee che descrive suggeriscono come questi incontri agiscano su di lei più come collisioni emotive che come semplici passaggi fortuiti, riattivando una ferita legata al riconoscimento di sé. Il silenzio e l'evitamento dell'altro potrebbero essere percepiti come una negazione del proprio valore, innescando quell'agitazione profonda che sembra scuotere le sue fondamenta emotive e la sua sicurezza. In questa dinamica, il comportamento dell'ex partner potrebbe rappresentare una difesa per gestire un residuo relazionale ancora irrisolto, portandola paradossalmente a sentirsi in errore pur essendo vittima di una circostanza. Un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla a esplorare queste risposte somatiche e a restituire un senso di padronanza al suo vissuto, permettendole di abitare gli spazi condivisi con maggiore stabilità interna. Elaborare questi vissuti le offrirebbe gli strumenti per trasformare l'ansia in una consapevolezza più protettiva, centrata sul proprio equilibrio e meno vulnerabile alle assenze dell'altro. Buona Pasqua.


    Domande su Insonnia

    Buongiorno, sono una ragazza di 20 anni e ho sempre sofferto di un sonno disturbato a causa dell’ansia. Diciamo che ho sempre avuto difficoltà a prendere sonno e alcune volte a mantenerlo, ma soprattutto a riuscire ad addormentarmi. Recentemente, circa 2-3 mesi fa, ho avuto una crisi d’ansia (non saprei come chiamarla) che mi ha portato a soffrire di insonnia pesante, a causa della quale per 2 settimane non ho chiuso occhio o comunque sono andata avanti a microsonni. La situazione era devastante, mi sembrava di impazzire, quindi ho sentito il medico e mi ha prescritto circadin (1 volta prima di dormire) e lexotan (potevo usarlo anche nel corso della giornata per 3 volte in quantità 5 gocce). Per fortuna ho superato questa crisi, ma ho continuato a usare il lexotan (ne prendo in genere 10 gocce prima di dormire) anche combinandolo con un po’ di melatonina in camomilla (meno di 1 grammo) perché comunque il mio sonno rimane quello che è, cioè veramente difficoltoso. Dopo questo preambolo, aggiungo il mio problema principale: il mio sonno è disturbatissimo, faccio sogni strani e disturbanti, ne faccio anche molteplici a notte e quando mi sveglio spesso mi sento turbata e insoddisfatta del sonno, che non è quasi mai ristoratore. Mi capita anche di risvegliarmi brevemente e poi cadere nel sonno di nuovo, il che è molto fastidioso perché è un risveglio “scomodo”, accompagnato da una sensazione sgradevole. Volevo chiedervi come potrei intervenire a riguardo, perché non so più cosa fare. Vorrei dormire anche solo una notte senza sogni, in un sonno profondo.

    Ps. Alcune volte vedendo che non riuscivo a dormire ho preso altre 5 gocce, sommandole quindi a quelle prese precedentemente per prepararmi a dormire.

    Grazie per le eventuali risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Buongiorno,
    comprendo quanto possa essere logorante convivere con un sonno che non assolve più alla sua funzione ristoratrice, lasciandola in uno stato di costante affaticamento. La crisi che ha attraversato sembra aver innescato un meccanismo di iper-vigilanza dove il momento dell'addormentamento viene percepito come una perdita di controllo rischiosa, anziché come un abbandono necessario. I sogni vividi e disturbanti che riferisce indicano che la sua attività psichica notturna sta tentando faticosamente di elaborare contenuti emotivi rimasti in sospeso, la cui natura potrebbe talvolta ricollegarsi a vissuti traumatici o a tensioni profonde non ancora integrate. Per intervenire efficacemente, è consigliabile affiancare alla terapia farmacologica, che va sempre monitorata con estrema precisione da uno specialista per evitare fenomeni di abitudine o rimbalzo, un percorso di psicoterapia. Questo spazio le permetterà di esplorare il significato di tali manifestazioni oniriche e di metabolizzare le radici della sua ansia, trasformando il sonno da un momento di turbamento a una dimensione di reale recupero.
    Un caro saluto


    Ciao sono una ragazza di quai17 anni, sono cambiata totalmente qualche anno fa', quando è venuta a mancare mia nonna, da li sono iniziati i miei primi attacchi di ansia, mi venivano ogni notte, al talpunto di dormire pochissime ore, da li non riesco a superare la paura della morte, e la morte di mia nonna, che da quasi 4 anni a questa parte non sono riuscita a parlarne con nessuno, oltre a questo è peggiorato il rapporto con i miei genitori, mia madre non è più la stessa, non credo che mi abbia mai capita, è un continuo litigare, quando sbaglia lei non chiede mai scusa, ma trova delle giustificazioni, e alla fine faccio finta di niente come se non fosse successo nulla, e questo mi crea tanto stress e mi dispiace tanto perché non ritrovo più la mamma di quando ero piccola. Sono sempre stata una ragazza molto scherzosa, ironica e quella che fa ridere gli altri, ma al contrario di quando ero una bambina sono diventata una persona molto sensibile, piango appena litigo con i miei genitori, appena mio padre mi alza la voce su determinati argomenti (ma non capita solo con mio padre),questo mio aspetto non l'ho mai mostrato a nessuno, come se io fossi una persona quasi insensibile e quasi menefreghista(perché tendo a nascondere questa mia fragilità) inoltre tendo a provare molta timidezza con persone con cui non ho confidenza e ciò non mi fa stare male, perché tendo a mascherare tutto il mio carattere e il mio modo di fare. Oltre a questo ho sempre avuto grandi problemi di fiducia, da quando ero piccola, non mi sono mai fidata di nessuno, non riesco a vedere fiducia negli altri, a parte una persona al quale riesco a confidarmi, ma anche con lei ho sempre la paura di non potermi fidare al 100%, in compenso oltre a essere una persona scherzosa, so ascoltare e aiutare le mie amiche in momenti meno belli e sono molto empatica. Sto passando un periodo difficile, come per es. a scuola ho degli argomenti da recuperare, oppure nuovi argomenti da studiare, e quando sono a scuola sento la voglia di fare, di dire "arrivo a casa e mi metto a studiare", ma una volta tornata a casa non riesco a sedermi nella scrivania, mi sento demoralizzata e tendo a dormire tutta la sera oppure a usare il telefono, come se fossi sempre stanca, scrivo ciò per una risposta a tutto questo, e perché non so se è il caso di rivolgermi a una/o piscologa/o in quanto io sia ancora "piccola" e magari è solo una fase adolescenziale. Grazie mille per l'attenzione.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente, la ringrazio per aver condiviso con così tanta sincerità il suo vissuto. Il dolore che prova per la perdita di sua nonna e la fatica che sente nel rapporto con i suoi genitori meritano ascolto e profondo rispetto, indipendentemente dalla sua età. L'idea che a diciassette anni si tratti solo di una fase è un pregiudizio che spesso impedisce di dare il giusto valore a una sofferenza reale: la sua giovane età non rende il suo disagio meno importante o meno meritevole di supporto professionale. Sentirsi costantemente stanca, chiudersi nel silenzio o nascondere la propria sensibilità dietro una maschera sono segnali che il suo mondo interno sta cercando di gestire un carico emotivo molto pesante. Intraprendere un percorso psicologico non significa affatto essere malata, ma darsi finalmente la possibilità di trasformare quel senso di vuoto e la sfiducia negli altri, permettendosi di vivere pienamente ogni sua emozione senza doverla più nascondere.
    Un caro saluto


    Buongiorno,
    devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.

    Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.

    Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.

    Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.

    Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
    Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.

    Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.

    Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.

    Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente,
    è del tutto naturale sentirsi smarriti di fronte a una tale varietà di approcci e definizioni che, talvolta, possono sembrare rigide come dogmi. Questa sua confusione è in realtà preziosa, perché testimonia il desiderio profondo di compiere il passo giusto per il benessere della vostra coppia. In termini pratici, il mio suggerimento è di orientarvi necessariamente verso uno psicoterapeuta, ovvero un professionista che abbia conseguito una specializzazione post-laurea, anziché limitarvi alla figura dello psicologo.
    Per quanto riguarda i suoi dubbi teorici, la ricerca scientifica conferma che, al di là dei singoli orientamenti, il fattore principale del cambiamento è l'alleanza terapeutica, ovvero quel clima di fiducia e sintonia che si stabilisce tra voi e il professionista. Oltre all'approccio Sistemico-Relazionale, che si concentra sui legami familiari e comunicativi, potreste valutare anche l'indirizzo Psicoanalitico, utile per esplorare le dinamiche profonde e inconsce che agiscono nel rapporto.
    La reale competenza di un terapeuta si manifesta nella sua capacità di mantenere una posizione neutrale, garantendo a ciascuno un equo spazio di ascolto affinché nessuno dei due si senta mai giudicato. Vi consiglio dunque di selezionare alcuni professionisti che vi ispirino fiducia e di valutare insieme, dopo il primo incontro, l'impatto emotivo che avrete ricevuto. Ricordate che la scelta di un terapeuta non è un atto irreversibile; trattandosi di una relazione umana a tutti gli effetti, è indispensabile darsi il tempo di conoscersi per capire se quella figura sia davvero quella adatta a voi. In fondo, la terapia inizia proprio nel momento in cui si accetta di affidarsi all'altro, nonostante l'incertezza iniziale.
    Un caro saluto


    Salve,
    sono un ragazzo di 18 anni, soffro di un'acuta forma di DOC da ben 8 mesi. Sto seguendo la psicoterapia cognitivo-comportamentale da uno psicoterapeuta da 7 mesi e in più prendo farmaci anti-ossessivi prescritti dallo psichiatra. Sebbene sia in terapia da ormai un bel po' di tempo, le compulsioni sono sempre più frequenti; soffro di DOC da controllo e sono costretto a controllare le luci di casa più di 60 volte al giorno. Non riesco a smettere per alcun motivo. Sto ore e ore in giro per la casa a controllare i lampadari e smetto solo quando vado a letto. In più ho DOC di contaminazione, mi lavo quasi sempre le mani con acqua e sapone. Non so perché ma non miglioro affatto. Sto perdendo peso perché sono sempre in giro per la casa a controllare, a malapena pranzo e ceno. A studiare ho difficoltà. Ho la maturità e non so come fare. In cosa sto sbagliando? Vi chiedo aiuto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente, comprendo bene il senso di frustrazione che prova nel non vedere i risultati sperati, specialmente con l’avvicinarsi di un traguardo importante come la maturità.
    In realtà, sette mesi di terapia sono un tempo ancora breve per scardinare meccanismi così pervasivi. Non sta sbagliando nulla: il DOC è un disturbo complesso e la guarigione non è un percorso lineare. Oltre al controllo dei sintomi, è fondamentale lavorare sul significato profondo di queste compulsioni. Dare un "nome" e una storia a ciò che le accade permette di comprendere a cosa servano, nel suo mondo interno, questi controlli incessanti.
    Solo integrando la tecnica con la trasformazione di questo senso profondo potrà riprendere in mano la sua quotidianità. Ne parli apertamente con il suo terapeuta: dare voce alla sua stanchezza è il primo passo per evolvere il percorso.


    Domande su Ansia

    Buongiorno, ho passato il peggior anno della mia vita. negli ultimi sei mesi ho perso entrambi i miei genitori e nel mezzo mi ha lasciata il mio compagno, stavamo insieme da poco più di un anno. I miei genitori sono morti entrambi a seguito di lunghe malattie, nell'ultimo anno ho accudito mio padre con un tumore metastatico. il mio ex mi ha lasciata dopo un periodo di liti, in cui ci sono stati alcuni episodi di gelosia da parte mia (mai avuti prima). La mia autostima si era abbassata anche perchè nel mentre avevo avuto un fallimento lavorativo. Lui, oltre a delle cattiverie, mi ha detto che ho sabotato la storia per le liti e la mia tristezza. nell'ultima lite gli ho detto "non me ne frega di te", ma io ero solo sopraffatta dal dolore e non ce la facevo più, voolevo che mi stringesse più forte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente, le esprimo innanzitutto la mia vicinanza per il carico emotivo immenso che sta affrontando. È del tutto naturale che la sua autostima e la sua stabilità emotiva siano state messe a dura prova da una serie di lutti traumatici e fallimenti concomitanti.
    Ciò che il suo ex partner definisce "sabotaggio" o "tristezza eccessiva" è, in realtà, una fisiologica reazione da stress acuto e sovraccarico. In momenti di tale fragilità, è comune manifestare paure o reazioni verbali impulsive. Un percorso di psicoterapia potrebbe aiutarla a elaborare questi lutti e a distinguere le sue reali responsabilità da quelle che le sono state attribuite, permettendole di ricostruire il suo valore personale.
    Un caro saluto


    Gentili dottori, mi trovo in una situazione difficile da cui non riesco ad uscirne.
    Ho 29 anni, sono laureato in Beni Culturali e attualmente studio archeologia alla magistrale.
    Nel mio palazzo c'è uno studio dentistico, il dottore lo conosco da molti anni.
    Un giorno mi fermo' e mi chiese se qualche volta, la mattina potevo scendere per aiutarlo al computer con l'hard disk. Da lì è iniziata questa situazione. Piano piano sono passato ad aprire la porta, rispondere al telefono, fare servizi sino a diventare un dentista a tutti gli effetti. Adesso sto alla poltrona, aspiro il sangue, con lo specchietto e cose così.
    Ovviamente mi dà una ricompensa ma io ho comunque il mio percorso e le mie attività. Nonostante ciò mi ha preso anche la divisa e vuole farmi scendere anche il pomeriggio.
    La cosa che mi dà fastidio è che prima di tutto io non sono un dentista, sono un archeologo. Seconda cosa il dottore non recepisce.
    Sia io sia mio padre gli diciamo che ho l'università che devo continuare, fare esami e attività, nonostante questo mi fa andare continuamente.
    Una volta dice siamo da soli fai uno sforzo scendi, l'altra volta mi ha detto non puoi fare un'eccezione?
    Non è perché io non voglio lavorare ma ho il mio percorso, la mia vita, la devo interrompere per fare il dentista?
    Che cosa c'entra un Archeologo in uno studio dentistico?
    Come faccio ad uscire da questa situazione?
    Anche mio padre ha parlato con lui dicendo che ho l'università, devo seguire i corsi, ma il dottore non recepisce nonostante questo mi fa venire. Se io dico allora domani inizio l'università e lui mi risponde ah domani? Ci metti in difficoltà, non puoi fare un'eccezione?
    Vi sembra normale?
    Posso mai dire no non mi va più?
    Se io sapevo dall'inizio tutto questo non avrei accettato, ma è partita semplicemente come un aiuto al computer.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente, la situazione che descrive evidenzia una profonda difficoltà nel porre dei confini chiari tra la sua disponibilità e le richieste pressanti di questo professionista. È comprensibile il suo disagio: si trova intrappolato in un ruolo che non le appartiene e che sta letteralmente invadendo i suoi spazi vitali e formativi. Spesso, quando un aiuto occasionale si trasforma in un obbligo, è perché si è innescato un meccanismo di pressione psicologica che rende difficile dire di "no" senza sentirsi in colpa. Tuttavia, tutelare il suo percorso in Archeologia non è solo un diritto, ma una necessità per la sua realizzazione personale. Per uscire da questo stallo, è fondamentale spostare il focus dalla speranza che il dottore "capisca" alla sua azione diretta, comunicando la sua assenza definitiva invece di chiedere il permesso di mancare. Un percorso di consulenza potrebbe aiutarla a comprendere come mai sia così faticoso interrompere questo circolo vizioso e riprendere in mano le sue priorità.
    Un caro saluto


    Cosa deve fare un genitore di due figli uno di 11 e uno di 7 che si accorge del fatto che si stanno esplorando fisicamente ? Non voglio che ricolleghino a questo evento qualcosa di negativo, parlarne? O non parlarne?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente, è importante trovare il giusto equilibrio tra la naturalezza dell'evento e la necessità di una guida. Scegliere di non intervenire affatto potrebbe lasciare i bambini privi di quei punti di riferimento necessari per comprendere il valore dell'intimità e del limite personale. Senza un piccolo chiarimento da parte dell'adulto, i figli potrebbero non acquisire la consapevolezza che il corpo è uno spazio privato da tutelare, una nozione fondamentale per la loro sicurezza e crescita armoniosa. Parlarne con serenità serve semplicemente a dare un nome alle cose e a stabilire una regola di rispetto reciproco, evitando che la curiosità si trasformi in un'abitudine confusa. Un intervento discreto agisce quindi come una bussola educativa che rassicura i bambini e definisce uno spazio di gioco più appropriato alla loro età.

    Un caro saluto


    Domande su Borderline

    Buongiorno,
    a mia figlia di 20 anni sono stati diagnosticati il disturbo di personalità e BES a seguito di un ricovero in ospedale.
    E' in cura farmacologica presso uno stimato psichiatra privatamente, segue sedute di psicoterapia privata settimanalmente ed anche presso il CPS di competenza.
    A livello di autolesionismo è da mesi che è tranquilla, ma vedo peggioramenti sotto il profilo comportamentale: dipendente dal cellulare, apatica, impulsiva, relazioni instabili e allontanamento da noi genitori.
    Essendo maggiorenne non posso comunicare con chi la segue a livello terapeutico, e non so come comportarmi, soprattutto come relazionarmi a lei: se sono dura si chiude ulteriormente, se sono accondiscendente mi tiene in pugno.
    Sto male, temo anche per la mia salute, se crollo è finita! Come posso aiutarla? Chi mi può aiutare? Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente, comprendo profondamente il suo senso di impotenza e il carico emotivo che sta sostenendo in questo momento così delicato. Quando si affrontano disturbi della personalità in famiglia, la sensazione di oscillare costantemente tra l'essere troppo rigidi o troppo accondiscendenti è un'esperienza comune e molto dolorosa per un genitore. Anche se sua figlia è maggiorenne e giustamente tutelata dal segreto professionale, è importante non restare soli a gestire questa complessa situazione. Il mio consiglio è di intraprendere un percorso di supporto psicologico specifico per voi genitori. Può rivolgersi sia a professionisti privati sia al CPS stesso, richiedendo uno spazio di ascolto dedicato ai familiari, fondamentale per supportare indirettamente il percorso di cura della ragazza. Infatti, prendersi cura di sé è, a tutti gli effetti, il modo migliore per aiutare concretamente sua figlia. Un percorso di psicoterapia, o di supporto alla genitorialità, può fornire gli strumenti necessari per trasformare gradualmente le dinamiche comunicative e relazionali a casa, creando via via un ambiente più stabile volto a favorire e potenziare l'efficacia delle terapie di sua figlia, nonché il benessere dei genitori.
    Un caro saluto


    Salve, sono 4 anni che sto insieme a un uomo separato con una figlia. Da un anno non abbiamo rapporti sessuali perché io ho avuto problemi di ciclo ma anche problemi emotivo con lui. Non mi sento vista, ne quando siamo a cena e lui sta davanti al telefono, ne quando la madre (che nn mi conosce) ha voluto partecipare a un evento con la ex nuora, il figlio e la nipote e lui non si è minimamente opposto. Invalidando il mio dolore con "si spreca meno energie facendo così". Stessa risposta che ritrovo dopo più di un anno (dopo terapia mia personale, terapia di coppia, dopo tanti litigi dove ho capito il suo analfabetismo emotivo), oggi, davanti a un esigenza lavorativa dove sarebbe stata reintrodotta la sua ex moglie pubblicamente (e questa donna non lavora dove lavoriamo noi). Sono crollata e ho pianto davanti a lui, lui ha visto il mio dolore, ha detto di averlo capito ma c'è sempre il suo "non so che fare, e fare niente è la scelta meno dolorosa". Per lui. Io sto soffrendo tanto per questo suo atteggiamento e gli ho scritto un messaggio dicendo che nn scegliendo me (ancora) era lui che perdeva me. Lui non ha risposto e a lavoro mi evita (è passato solo un giorno) io voglio dargli il tempo per riflettere, capire...ma non ce la faccio, mi sono messa a piangere per i corridoi del lavoro. Vorrei capire cosa fare. Se sono stata cattiva, egoista, frettolosa. Abbiamo entrambi quasi 50 anni...ed entrambi veniamo da famiglie disfunzionali...e io vorrei solo avere qualche strumento per capire cosa mi sta succedendo (sono dipendente?) e cosa potrei fare. Grazie a chi mi risponderà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Carolina Conti

    Gentile utente, emerge con grande chiarezza il dolore profondo e il senso di invisibilità che sta sperimentando di fronte ai silenzi e alle mancate scelte del suo partner. In una relazione dinamica complessa come quella con un uomo separato, il bisogno di sentirsi riconosciuti e protetti nelle proprie fragilità è fondamentale, e quando questo manca, è del tutto naturale crollare e interrogarsi sul proprio valore o su una presunta dipendenza. Il fatto che lei esprima la sofferenza per non essere "scelta" non la rende affatto cattiva o egoista, bensì evidenzia un tentativo di mettere un confine a una situazione che invalida i suoi sentimenti. In questo momento di forte angoscia e disorientamento anche lavorativo, lo strumento più efficace non è cercare di decodificare il silenzio di lui, ma rimettere al centro se stessa. Un percorso di supporto psicologico o psicoterapeutico potrebbe aiutarla a fare chiarezza sui suoi reali bisogni, a comprendere l'origine di questo dolore e a ritrovare la forza per prendersi cura di sé, indipendentemente dalle risposte che tardano ad arrivare.
    Un caro saluto


Domande più frequenti

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