Domande del paziente (293)

    Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
    Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, quello che descrivi è molto più comune di quanto possa sembrare, e non indica necessariamente che tu sia “ancorata” a quella persona in modo irrisolto o che ci sia qualcosa da recuperare nella realtà. I sogni spesso utilizzano volti e relazioni del passato per rappresentare bisogni emotivi presenti, più che per parlare davvero di quella persona in sé.

    Quando una figura è stata importante, anche solo a livello affettivo o simbolico, può rimanere dentro di noi come una sorta di “contenitore” di emozioni: vicinanza, possibilità non esplorate, momenti della vita in cui eravamo diversi. Nei tuoi sogni quella persona sembra incarnare proprio questo: a volte la felicità, a volte la nostalgia, a volte il conforto, altre ancora il rimpianto per ciò che non è stato. Non è tanto lei, quindi, ma ciò che rappresenta per te.

    Il fatto che al risveglio tu provi vuoto o malinconia è coerente con questo tipo di sogni. È come se, per qualche ora, entrassi in contatto con una parte emotiva più profonda e poi, tornando alla realtà, percepissi una distanza tra ciò che hai sentito e ciò che vivi oggi. Questo non significa che la tua vita attuale sia necessariamente insoddisfacente, ma può indicare un bisogno emotivo che in questo momento non trova pieno spazio o espressione.

    Anche il tema del “non averci dato una possibilità” è significativo: nei sogni spesso emergono non tanto rimpianti concreti, quanto il bisogno di dare un senso a scelte passate o di immaginare alternative. È un modo che la mente ha per rielaborare, integrare e chiudere cerchi, non necessariamente per riaprirli.

    Più che chiederti cosa significhi rispetto a quella persona, potrebbe essere utile ascoltare cosa ti lascia a livello emotivo: il bisogno di affetto, di essere vista, di connessione, oppure la nostalgia per una fase della tua vita. I sogni, in questo senso, stanno parlando molto di te oggi, più che di un legame di ieri.

    Non c’è nulla di “sbagliato” in questo, né qualcosa che tu debba forzatamente cambiare. Però può essere un segnale delicato che invita a guardare con attenzione a ciò che senti durante il giorno, a ciò che ti manca o che desidereresti vivere con più pienezza.


    Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
    visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
    nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
    se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
    il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
    mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, quello che sta vivendo è estremamente intenso e, mi permetta di dirglielo con molta chiarezza, anche estremamente coerente con la situazione che sta attraversando.

    Lei si trova contemporaneamente dentro più livelli di stress profondi: una paura radicata da anni legata alla deglutizione, un matrimonio che da tempo non le offre contenimento affettivo, e adesso la malattia di sua moglie, che inevitabilmente riattiva il tema della perdita, del controllo e della fragilità del corpo. In un sistema così sotto pressione, il suo sintomo non solo è comprensibile, ma tende quasi inevitabilmente ad amplificarsi.

    Quella sensazione che descrive, il timore che il cibo vada “nel buco sbagliato”, il bisogno di controllare ogni atto della deglutizione, il bloccare volontariamente i muscoli della gola, sono tutti meccanismi di ipercontrollo. Il punto è che la deglutizione è un atto automatico: più lei prova a controllarlo in modo volontario, più il sistema si irrigidisce e perde fluidità, creando esattamente le sensazioni che la spaventano.

    È un circolo che si autoalimenta: percepisce un minimo fastidio, aumenta l’attenzione, irrigidisce la gola, la deglutizione diventa meno naturale, questo genera una sensazione anomala, e l’ansia sale fino alla tachicardia. In quel momento il corpo entra in allarme, e tutto viene interpretato come pericoloso.

    Vengo al punto che la sta spaventando di più: no, da quello che descrive non sta rischiando di morire soffocato mentre beve o mangia in queste condizioni, né una polmonite ab ingestis nel modo in cui la teme. Piccolissime quantità di liquido possono occasionalmente “andare di traverso” a chiunque, ma il nostro organismo ha riflessi di protezione molto efficaci (tosse, chiusura della glottide). Una polmonite ab ingestis è un evento diverso, legato a condizioni neurologiche o a importanti deficit della deglutizione, non a un meccanismo ansioso come il suo.

    Il fatto che lei sia stato visitato e che sia emerso solo un po’ di reflusso va esattamente in questa direzione: non c’è un problema strutturale che giustifichi quello che sente. Ma questo non significa che quello che prova non sia reale, anzi: è reale nella percezione, solo che l’origine è funzionale e legata all’ansia, non a un danno fisico.

    Il punto delicato è che lei, nel tentativo di proteggersi, sta facendo esattamente le cose che mantengono il problema: controllare, evitare, mangiare solo in certe condizioni, vergognarsi, irrigidire volontariamente la gola. Tutto questo, nel tempo, restringe sempre di più la sua libertà e aumenta la paura.

    E c’è un passaggio molto importante in quello che racconta: quando è solo, i sintomi aumentano. Questo ci dice quanto il suo sistema sia sensibile alla percezione di sicurezza. Non è il cibo il problema, è lo stato interno in cui si trova mentre mangia.

    Lei sta cercando risposte mediche per qualcosa che il suo corpo sta esprimendo in un altro linguaggio. Ed è anche comprensibile, perché la paura è concreta e spinge a cercare rassicurazioni oggettive. Ma più rincorre esami (che tra l’altro teme), più rischia di restare intrappolato in questo meccanismo senza risolverlo davvero.

    La domanda più utile, in questo momento, non è “farò altri esami?” ma “come posso uscire da questo stato in cui il mio corpo è costantemente in allerta?”. Perché è lì che si gioca tutto.

    Il fatto che lei stia arrivando a evitare di mangiare serenamente e che provi vergogna in pubblico sono segnali che la situazione merita attenzione vera, non perché sia pericolosa dal punto di vista organico, ma perché sta impattando in modo importante sulla sua qualità di vita.

    E queste sono proprio le situazioni in cui affrontare la cosa da solo diventa molto difficile, non per mancanza di volontà, ma perché è il meccanismo stesso che la intrappola.

    C’è un modo per lavorare su questo tipo di ansia, per riportare la deglutizione a qualcosa di automatico e per ridurre quella sensazione costante di pericolo che sente nel corpo. Non è immediato, ma è assolutamente possibile, e soprattutto non passa da esami invasivi ma da un lavoro mirato su questi meccanismi che lei sta descrivendo molto bene, anche se con fatica.

    Non sta impazzendo e non sta per morire. Sta vivendo un sistema in sovraccarico che ha trovato nella deglutizione il suo punto di espressione. E proprio perché è un meccanismo, può essere compreso e modificato, ma difficilmente si spegne da solo continuando a combatterlo nello stesso modo.


    quali sono i disturbi della personalità, me ne diagnostico tanti?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Capisco molto bene da dove arriva una domanda così, e ti rispondo con la massima chiarezza: quando inizi a leggere o informarti sui disturbi della personalità è facilissimo riconoscersi “un po’ in tutto” e arrivare a pensare di averne tanti. In realtà non funziona così.

    I disturbi della personalità non sono semplicemente tratti o comportamenti che ogni tanto ti appartengono. Sono modalità molto rigide, profonde e soprattutto costanti nel tempo, che influenzano il modo in cui una persona percepisce sé stessa, gli altri e le relazioni, creando difficoltà significative nella vita quotidiana. Non si tratta quindi di “mi capita a volte di essere così”, ma di qualcosa che è presente in modo stabile, pervasivo e che limita davvero il benessere.

    Quello che spesso succede è che, leggendo descrizioni (magari online), ci si ritrova in alcuni aspetti: un po’ di ansia, qualche difficoltà nelle relazioni, momenti di insicurezza, bisogno di controllo… ma questi sono elementi che appartengono all’esperienza umana, non automaticamente a un disturbo.

    Il rischio dell’autodiagnosi è proprio questo: prendere pezzi sparsi e costruirci sopra un’etichetta che in realtà non ti rappresenta davvero, e che può anche spaventarti inutilmente.

    La domanda più utile non è “quali disturbi ho?”, ma “in quali momenti faccio più fatica?”, “cosa mi mette in difficoltà nelle relazioni o con me stessa?”, “quali schemi si ripetono?”. È da lì che si parte, non dalle etichette.

    Se senti che dentro di te ci sono cose che non capisci, che si ripetono o che ti fanno stare male, allora ha senso fermarsi e guardarci davvero, con qualcuno che sappia orientarti. Non per incasellarti in un disturbo, ma per capire come funzionano quei meccanismi e cosa farne.

    Se vuoi, possiamo lavorarci insieme con calma: partendo da quello che senti, senza etichette affrettate, mettendo ordine e dandogli un senso reale. Spesso già questo cambia completamente la percezione che hai di te stessa.


    Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, capisco benissimo l’imbarazzo che senti: non è tanto una questione di “cosa dire”, ma di entrare in un territorio che in famiglia è sempre stato un po’ chiuso. E quando manca l’abitudine, anche se c’è confidenza su tutto il resto, queste conversazioni sembrano enormi.

    Parto da una cosa importante: quello che stai facendo è responsabile. Stai pensando alla tua sicurezza, alla prevenzione, al tuo corpo. Non c’è nulla di cui tu debba giustificarti o sentirti in difetto.

    Il punto con tua madre, però, non è solo l’argomento “pillola”, ma tutto quello che per lei rappresenta: crescita, sessualità, autonomia… e forse anche un po’ di difficoltà ad accettare che tu stia diventando completamente indipendente su questo piano. Per questo, quando ne avete parlato, è andata su domande tipo “è serio?”, “cosa dovete fare?”, perché è il suo modo di gestire l’ansia, non di controllarti davvero.

    Se entri nel discorso partendo dal ragazzo o dalla relazione, rischi di riattivare esattamente quella dinamica. Se invece lo sposti su di te, cambia tutto.

    Puoi dirglielo in modo semplice, senza entrare nei dettagli che ti mettono a disagio, qualcosa del tipo: che stai crescendo, che vuoi iniziare a prenderti cura di te in modo responsabile anche da questo punto di vista, e che stai valutando la pillola per stare più tranquilla. Non devi raccontarle cosa fai o non fai, né giustificare la tua relazione.

    All’inizio potrebbe comunque reagire con un po’ di rigidità o fare domande che ti infastidiscono. In quel caso, più resti tranquilla e centrata su di te (“non è una decisione impulsiva, ci ho pensato”, “preferisco essere responsabile”), più abbassi il livello di tensione. Non serve convincerla al 100%, serve solo comunicarle una scelta.

    C’è anche un’altra cosa da tenere presente: tu hai 23 anni. Questa è una decisione che puoi prendere anche autonomamente. Il fatto che tu voglia dirglielo parla del vostro legame, non di un obbligo. E proprio per questo puoi permetterti di non trasformare quella conversazione in una richiesta di approvazione, ma in una condivisione.

    Sul piano pratico, hai perfettamente ragione a non voler contare solo sul preservativo le prime volte: usarlo insieme alla pillola è la scelta più sicura sia per gravidanze che per protezione generale.

    In fondo, quello che stai cercando non è “come dirlo perfettamente”, ma come attraversare quel momento senza sentirti giudicata o a disagio. E la chiave sta nel ricordarti che non stai facendo qualcosa di sbagliato: stai semplicemente prendendo una decisione adulta sul tuo corpo.

    Se vuoi,
    posso anche aiutarti a formulare una frase precisa da usare con lei, così ti senti più sicura quando arriverà il momento.


    Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio? visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento. A volte sembra che blocco la deglutizione e sento il cibo che va quasi giù verso il fondo della gola e lì mi sale l amsia e la tachicardia e bevo immediatamente sperando do riuscire a ingoiare mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso (come se mamdassi il cibo nella oarte sbagliatq) . Ho rischiato la polmonite ab ingesti? sento fastodiot vago al petto, non è che qualcosa sarà passato do là? come me ne accorgo della polmonite? morirò?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno, quello che sta vivendo è estremamente intenso e, mi permetta di dirglielo con molta chiarezza, anche estremamente coerente con la situazione che sta attraversando.

    Lei si trova contemporaneamente dentro più livelli di stress profondi: una paura radicata da anni legata alla deglutizione, un matrimonio che da tempo non le offre contenimento affettivo, e adesso la malattia di sua moglie, che inevitabilmente riattiva il tema della perdita, del controllo e della fragilità del corpo. In un sistema così sotto pressione, il suo sintomo non solo è comprensibile, ma tende quasi inevitabilmente ad amplificarsi.

    Quella sensazione che descrive, il timore che il cibo vada “nel buco sbagliato”, il bisogno di controllare ogni atto della deglutizione, il bloccare volontariamente i muscoli della gola, sono tutti meccanismi di ipercontrollo. Il punto è che la deglutizione è un atto automatico: più lei prova a controllarlo in modo volontario, più il sistema si irrigidisce e perde fluidità, creando esattamente le sensazioni che la spaventano.

    È un circolo che si autoalimenta: percepisce un minimo fastidio, aumenta l’attenzione, irrigidisce la gola, la deglutizione diventa meno naturale, questo genera una sensazione anomala, e l’ansia sale fino alla tachicardia. In quel momento il corpo entra in allarme, e tutto viene interpretato come pericoloso.

    Vengo al punto che la sta spaventando di più: no, da quello che descrive non sta rischiando di morire soffocato mentre beve o mangia in queste condizioni, né una polmonite ab ingestis nel modo in cui la teme. Piccolissime quantità di liquido possono occasionalmente “andare di traverso” a chiunque, ma il nostro organismo ha riflessi di protezione molto efficaci (tosse, chiusura della glottide). Una polmonite ab ingestis è un evento diverso, legato a condizioni neurologiche o a importanti deficit della deglutizione, non a un meccanismo ansioso come il suo.

    Il fatto che lei sia stato visitato e che sia emerso solo un po’ di reflusso va esattamente in questa direzione: non c’è un problema strutturale che giustifichi quello che sente. Ma questo non significa che quello che prova non sia reale, anzi: è reale nella percezione, solo che l’origine è funzionale e legata all’ansia, non a un danno fisico.

    Il punto delicato è che lei, nel tentativo di proteggersi, sta facendo esattamente le cose che mantengono il problema: controllare, evitare, mangiare solo in certe condizioni, vergognarsi, irrigidire volontariamente la gola. Tutto questo, nel tempo, restringe sempre di più la sua libertà e aumenta la paura.

    E c’è un passaggio molto importante in quello che racconta: quando è solo, i sintomi aumentano. Questo ci dice quanto il suo sistema sia sensibile alla percezione di sicurezza. Non è il cibo il problema, è lo stato interno in cui si trova mentre mangia.

    Lei sta cercando risposte mediche per qualcosa che il suo corpo sta esprimendo in un altro linguaggio. Ed è anche comprensibile, perché la paura è concreta e spinge a cercare rassicurazioni oggettive. Ma più rincorre esami (che tra l’altro teme), più rischia di restare intrappolato in questo meccanismo senza risolverlo davvero.

    La domanda più utile, in questo momento, non è “farò altri esami?” ma “come posso uscire da questo stato in cui il mio corpo è costantemente in allerta?”. Perché è lì che si gioca tutto.

    Il fatto che lei stia arrivando a evitare di mangiare serenamente e che provi vergogna in pubblico sono segnali che la situazione merita attenzione vera, non perché sia pericolosa dal punto di vista organico, ma perché sta impattando in modo importante sulla sua qualità di vita.

    E queste sono proprio le situazioni in cui affrontare la cosa da solo diventa molto difficile, non per mancanza di volontà, ma perché è il meccanismo stesso che la intrappola.

    C’è un modo per lavorare su questo tipo di ansia, per riportare la deglutizione a qualcosa di automatico e per ridurre quella sensazione costante di pericolo che sente nel corpo. Non è immediato, ma è assolutamente possibile, e soprattutto non passa da esami invasivi ma da un lavoro mirato su questi meccanismi che lei sta descrivendo molto bene, anche se con fatica.

    Non sta impazzendo e non sta per morire. Sta vivendo un sistema in sovraccarico che ha trovato nella deglutizione il suo punto di espressione. E proprio perché è un meccanismo, può essere compreso e modificato, ma difficilmente si spegne da solo continuando a combatterlo nello stesso modo.


    Buonasera ho 29 anni non ho mai avuto una ragazza 0 relazioni per non essere più vergine sono andato a escort ma da 1 anno a questa parte, fra rabbia e frustrazione sono diventato un diavolo soprattutto verso me stesso mi trovo così per via delle circostanze principalmente, avendo un attività ho 0 tempo libero quindi ho vado a fare il dipendente per avere più tempo libero oppure ci metto una pietra sopra , il tempo che passa è un veleno perché io faccio distinzione tra non avere relazioni momentanee e non averne mai avute e quindi 0 esperienze è ritardo per questo vado in tilt, penso rimarrò inferiore a vita. Grazie a chiunque mi darà un parere.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buonasera,

    quello che scrive è carico di dolore, ma anche di un livello di consapevolezza che spesso viene sottovalutato: lei non sta descrivendo solo la mancanza di esperienze affettive, sta descrivendo soprattutto come questa mancanza ha iniziato a trasformarsi in identità, cioè nel modo in cui vede se stesso.

    E questo è il punto centrale.

    Quando dice “rimarrò inferiore a vita”, non sta facendo una previsione realistica: sta descrivendo uno stato interno di disperazione che si è irrigidito in convinzione. È una frase che nasce più dalla rabbia e dalla frustrazione che da un’analisi oggettiva della sua vita.

    Provo a dirglielo in modo molto diretto ma rispettoso: il problema principale non è che non ha avuto esperienze. Il problema è che ha iniziato a tradurre questa mancanza in un giudizio globale su di sé come persona.

    Questo passaggio è quello che cambia tutto, perché da una situazione concreta si passa a una condanna identitaria.

    Il fatto di essere andato da escort, per esempio, non è il centro del problema. Il centro è che anche quell’esperienza, invece di essere un episodio, sembra essere diventata un tentativo di “recuperare un ritardo”, e quindi non ha risolto la tensione interna, anzi l’ha resa più evidente.

    C’è anche un altro elemento importante: lei sta vivendo una forte contrapposizione tra “vita lavorativa” e “vita affettiva”, come se fossero due strade incompatibili. O cambia lavoro per avere tempo, oppure rinuncia alla vita sentimentale. In realtà questa è una semplificazione dettata dallo stress e dalla pressione interna, non una verità oggettiva. Quando si è molto carichi di frustrazione, la mente tende a restringere le possibilità a poche scelte estreme.

    Il tempo che passa, come lo chiama lei “veleno”, in realtà sta diventando una fonte di urgenza emotiva che la porta a vedere tutto come irrimediabile. Ma 29 anni, dal punto di vista clinico e relazionale, non rappresentano un ritardo irreversibile. Rappresentano una fase in cui si può ancora costruire molto, ma serve uscire da questa logica di confronto e “recupero”.

    C’è un punto delicato che voglio sottolineare con molta attenzione: quando una persona inizia a definirsi “inferiore”, non sta più parlando di relazioni. Sta parlando della propria autostima in modo globale. E quando l’autostima scende su quel livello, anche le relazioni diventano più difficili, perché ogni interazione viene vissuta come prova del proprio valore.

    Questo crea un circolo: più si sente in ritardo, più si sente inadeguato, più ogni esperienza diventa carica di pressione, e meno diventa naturale costruire un legame.

    Se fosse nel mio studio, la prima cosa che cercherei di farle vedere è che non è il “numero di esperienze” a definirla, ma il modo in cui sta vivendo questo momento della sua vita. Perché è quello che, oggi, le sta togliendo più possibilità di quante ne tolga la situazione in sé.

    La domanda che le lascio non è “come recuperare il tempo perso”, ma qualcosa di diverso: cosa succederebbe se smettesse di usare la sua storia passata come misura del suo valore attuale?

    Perché finché resta dentro quella logica, qualsiasi scelta farà — cambiare lavoro, cercare relazioni, forzarsi — sarà sempre vissuta come una corsa contro un giudizio su di sé, e non come un’esperienza da costruire.

    Se vuole, possiamo approfondire meglio come si è sviluppata questa idea di “ritardo” nella sua mente, perché lì spesso si trova il punto di svolta.


    Domande su Borderline

    Come fare a dire a una figlia che soffre di disturbo borderline, che si deve curare.?Ho già provato su consiglio di una psicologa da cui vado, ma mi sono sentita rispondere che ho bisogno io di curarmi. Mia figlia ha una bimba di due anni e sono molto preoccupata!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buonasera,

    le rispondo con molta attenzione, anche sulla base di una lunga esperienza clinica in situazioni familiari complesse come la sua, dove la preoccupazione per un figlio si intreccia con il senso di impotenza.

    Capisco profondamente la sua angoscia. Non è solo la sofferenza di sua figlia a preoccuparla, ma anche il fatto che ci sia di mezzo una bambina così piccola. Questo aumenta il senso di urgenza e, allo stesso tempo, la frustrazione quando ogni tentativo di aiuto viene respinto.

    Le dico subito una cosa importante: il modo in cui sua figlia le risponde, cioè rimandandole che è lei ad avere bisogno di curarsi, non è raro in queste situazioni. Non è necessariamente cattiveria o rifiuto puro. Spesso è una forma di difesa molto forte. In alcune strutture di personalità, il percepire che qualcuno “vuole cambiarci” può essere vissuto come un attacco, come una messa in discussione profonda del proprio valore. E allora la reazione è ribaltare la posizione.

    Il punto delicato è che, più lei insiste sul fatto che “deve curarsi”, più aumenta il rischio che sua figlia si chiuda, si irrigidisca e la percepisca come un’opposizione, non come un aiuto.

    Questo non significa che lei debba arrendersi o far finta di nulla. Significa però che va cambiata la modalità.

    Dire direttamente “devi curarti” funziona raramente, perché mette l’altra persona in una posizione difensiva. È molto più efficace, anche se più difficile, spostarsi su un altro piano: non quello della diagnosi o della cura, ma quello dell’esperienza emotiva.

    Per esempio, invece di dirle cosa dovrebbe fare, può provare a parlarle di ciò che lei vede e sente, in modo molto concreto e non accusatorio. Qualcosa come: “ti vedo molto in difficoltà in certi momenti, e mi preoccupo per te” oppure “ho l’impressione che tu stia soffrendo, e mi dispiace vederti così”. Senza aggiungere subito la soluzione.

    Questo tipo di comunicazione abbassa le difese, perché non impone un’etichetta né una direzione obbligata.

    Un altro aspetto fondamentale è distinguere tra ciò che è sotto il suo controllo e ciò che non lo è. Lei non può obbligare sua figlia a curarsi, se non c’è una consapevolezza minima da parte sua. Ma può lavorare su come stare dentro questa relazione, su come proteggersi emotivamente e su come essere una presenza che non alimenti ulteriori scontri.

    E qui entra un punto molto importante: il fatto che lei stessa sia già seguita da una psicologa è un elemento prezioso. Non perché “ha qualcosa che non va”, ma perché le permette di avere uno spazio dove elaborare questa fatica enorme e trovare strategie più efficaci.

    Riguardo alla bambina, capisco la sua preoccupazione. È naturale. Tuttavia è importante non agire solo sulla spinta dell’ansia, perché si rischia di entrare in dinamiche ancora più conflittuali con sua figlia. Se ci fossero segnali concreti di trascuratezza grave o rischio per la piccola, allora il discorso cambierebbe e si potrebbero valutare anche altri tipi di intervento. Ma questo va valutato con molta cautela e insieme a un professionista.

    Se lei fosse nel mio studio, le farei una domanda molto diretta: quando prova a parlare con sua figlia, riesce a rimanere nel contatto emotivo con lei, oppure dopo poco entra inevitabilmente la paura e il bisogno di farla cambiare?

    Non è una critica, è qualcosa che accade spesso. E proprio lì si gioca la possibilità di aprire uno spiraglio.

    A volte il primo passo non è convincere l’altro a curarsi, ma creare le condizioni perché possa, un giorno, sentire che chiedere aiuto è possibile e non è una sconfitta.

    Se vuole, possiamo approfondire meglio come sono le vostre conversazioni e in quali momenti si chiudono. Da lì si possono trovare modalità molto più mirate per avvicinarla, senza farla sentire attaccata.


    Buonasera, 40 enne, Avvocato di Rovigo , sposato con prole, mi sono innamorato di una collega più giovane di quasi 10 anni, appena lasciata dal Suo fidanzato.
    Una volta confessato il mio sentimento, nonostante una scarsa frequentazione precedente, lei ha sminuito tutto, con la classica crisi coniugale, confessando un flirt attuale (non veritiero?).
    Abbiamo deciso però di continuare a frequentarci lavorativamente, siamo andati a cena assieme, ma ogni volta che io mi avvicino a Lei, preoccupandomi di Lei, lei mi allontana o ignora.
    Io cerco di non chiamarla o messeggiarla per vicende personali, per non essere pesante o petulante, però causa lavoro sono piacevolmente contento di condividere del tempo con Lei.
    Alterno poche ore di gioia passate con Lei a giorni che sto male, rimedio, cerco di fare attività fisica, cerco di non seguire i suoi social, di non pensarci, di pensare ai Suoi difetti, alternandolo con sedute Psicologiche, ma niente, e la cosa peggiore è che dall'altra parte ho una famiglia che mi sta perdendo, ed a me la cosa mi pesa, ma non come l'amore non ricambiato.
    Quanto è brutto innamorarsi a 40 anni !

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buonasera,

    quello che sta vivendo è molto più frequente di quanto sembri, e soprattutto ha una logica interna precisa, anche se in questo momento lo sente come qualcosa di ingestibile.

    L’elemento centrale non è solo l’innamoramento, ma il tipo di dinamica che si è creata con questa collega. Da quello che descrive, lei è entrato in un coinvolgimento emotivo molto forte con una persona che, allo stesso tempo, manda segnali ambivalenti: accetta la vicinanza in alcuni momenti, ma poi la respinge o la ridimensiona quando lei si avvicina di più. Questo tipo di alternanza tende a creare un legame molto potente, perché attiva continuamente aspettativa e frustrazione.

    Le poche ore di “gioia” che racconta non sono irrilevanti: sono proprio quelle che mantengono vivo il coinvolgimento, rendendo però ancora più difficile tollerare i momenti di distanza. È un meccanismo simile a quello delle ricompense intermittenti: non è la presenza costante dell’altro a legare, ma l’alternanza tra presenza e assenza.

    Un altro punto importante è che lei ha fatto un passo molto chiaro, dichiarando il suo sentimento. Dall’altra parte, però, non c’è stata una risposta altrettanto chiara in termini di apertura. Anzi, ci sono stati elementi di chiusura o di ridimensionamento. Questo crea una situazione in cui lei rimane emotivamente esposto, mentre l’altra persona mantiene una posizione più protetta e, in un certo senso, meno coinvolta.

    Il fatto che lei continui a cercare strategie per “staccarsi” — attività fisica, evitare i social, pensare ai difetti, psicoterapia — indica che una parte di lei ha già compreso che questo legame, così com’è, la sta facendo stare male. Ma c’è un’altra parte, più emotiva, che resta agganciata proprio a quei momenti di vicinanza.

    La frase che scrive, cioè che questa situazione pesa più dell’impatto sulla sua famiglia, è molto significativa. Non va letta come mancanza di affetto verso i suoi cari, ma come indicatore di quanto questo coinvolgimento sia diventato centrale e assorbente a livello emotivo.

    Rispetto alla sua domanda implicita — “perché è così difficile uscirne?” — la risposta sta proprio in questa combinazione: intensità emotiva, non reciprocità chiara e accesso parziale alla persona. È una condizione che tende a mantenersi nel tempo se non cambia qualcosa nella struttura del rapporto.

    Non è tanto una questione di età, anche se a 40 anni spesso queste esperienze hanno un impatto più profondo perché si intrecciano con una vita già costruita, con responsabilità e legami importanti. Questo rende il conflitto interno più forte.

    Se c’è un punto su cui vale la pena fermarsi, non è tanto capire cosa prova lei per questa collega — quello è già chiaro — ma chiedersi cosa sta diventando questo rapporto nella sua vita concreta. Perché, così com’è ora, sembra darle momenti di gratificazione, ma anche un costo emotivo elevato e continuo.

    E questo è il nodo: non tanto l’innamoramento in sé, ma la forma che ha preso e lo spazio che sta occupando.


    Salve dottori, sono una ragazza di 25 anni, da qualche mese mi sono lasciata con una persona più grande di 21 anni, purtroppo ci siamo lasciati per vari motivi, ma una cosa che mi ha fatto dire basta è stato il fatto di continuare a vedere che lui mettesse mi piace a certe foto di ragazze sui social, dopo tante volte che chiedevo se si poteva evitare, non riuscivamo a comunicare, a discutere quando io volevo il confronto dalla sua parte lui non voleva purtroppo..però diciamo che forse essendo la mia prima relazione vera e seria se possiamo definirla così, durata 2 anni e mezzo circa, mi sono sentita diciamo con un appoggio, una sicurezza in lui, su cui contare ecco, in tutte le situazioni sapevo che c'era, ora come ora sono da sola, ma diciamo che c'è un amico con cui ho avuto un'amicizia e qualcosa di più tre anni fa, però a distanza, ci siamo continuati però a sentire ogni tanto, come stavamo, perché c'era e c'è del bene tra noi due, mi sfogavo con lui anche quando litigavo con il mio ex, e anche qualche mese fa che mi sono lasciata l'ho ricercato a inizio anno perché avevo il pensiero e volevo sapere come stesse, senza secondi fini..poi sapevo che lui mi ascoltava, mi capiva su questa relazione ecco..poi non so perché mi è scattato qualcosa, come se mi piacesse di nuovo, ma poi i miei sentimenti cambiavano di nuovo, e ora di nuovo ancora, perché ci siamo visti già due volte in questi mesi, c'è stato qualche bacio ma io sono stata e sono molto trattenuta, tendevo a pensare all'altro, a paragonare entrambi, e purtroppo continuo a vedere la sicurezza in lui, nel mio ex, è come se lui su varie situazioni so che magari può avere più conoscenze sulle cose e quindi mi "aggrappo" a questo, a cercare di difendere qualcosa che invece mi faceva male del fatto che ci siamo lasciati, perché comunque ho vissuto tante cose con lui, so che ci poteva essere in tanti momenti, potevo contare su di lui, e diciamo che certe situazione invece che risolvere da sola, sapevo che c'era lui e trovavo la sicurezza li..lui purtroppo mi continua a scrivere messaggi che gli manco, che mi ama e io sono una persona facilmente condizionabile, vorrei avere una soluzione su come risolvere i pensieri e la situazione, senza fare del male a nessuno..cosa potrei fare nel concreto? Sto affrontando un percorso da qualche settimana con un professionista, mi dice e chiede ciò che sento io, cosa provo in determinate situazioni, ma ancora non riesco a sentire me stessa, a capire nulla..e non so se riuscirò mai, mi sembra come se dopo la seduta io riesco a chiedermi le cose, ma poi passano i giorni e non ci penso più ed è come se fosse inutile andare..cosa posso fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno,

    quello che sta vivendo è una situazione molto frequente, soprattutto quando si esce dalla prima relazione davvero significativa. Non si tratta solo della fine di un rapporto, ma della perdita di un equilibrio emotivo che per lei era diventato un punto di riferimento.

    Da ciò che racconta emerge con chiarezza un aspetto importante: più che la persona in sé, ciò che continua a richiamarla è il senso di sicurezza che provava accanto al suo ex compagno. È naturale che la mente tenda a riportarla lì, perché quella sensazione di appoggio e stabilità aveva un valore profondo per lei. Allo stesso tempo, però, non va dimenticato che quella relazione era anche caratterizzata da difficoltà comunicative e da comportamenti che la facevano stare male. Quando si è coinvolti emotivamente, è facile che la memoria selezioni soprattutto ciò che dava conforto, attenuando il peso di ciò che non funzionava.

    Il rapporto con l’altro ragazzo si inserisce proprio in questo spazio ancora aperto. Lui rappresenta ascolto, presenza, comprensione, ma lei non riesce a viverlo pienamente perché una parte di sé è ancora legata alla relazione precedente. I confronti continui, il trattenersi, l’andare avanti e indietro nei sentimenti non sono segni di incoerenza, ma indicano che il processo di distacco non è ancora completato.

    Quando dice di non riuscire a capire cosa prova, in realtà sta descrivendo una condizione molto comune: non è assenza di emozioni, ma una sorta di “rumore interno” in cui più bisogni si sovrappongono. Da una parte il bisogno di sicurezza, dall’altra il bisogno di essere vista e compresa, dall’altra ancora la paura di restare sola o di sbagliare scelta. In queste condizioni è difficile percepire con chiarezza una direzione.

    Il fatto che abbia iniziato un percorso con un professionista è un passaggio molto importante, anche se al momento le sembra poco utile. È normale che, soprattutto all’inizio, le riflessioni emergano durante la seduta e poi nei giorni successivi sembrino svanire. Il lavoro non è lineare e non produce effetti immediati visibili, ma agisce in profondità. Proprio quella sensazione di “non riuscire a sentire” è spesso uno dei primi aspetti su cui si lavora, e richiede tempo.

    Nel concreto, ciò che può aiutarla in questa fase è non forzarsi a prendere decisioni definitive, né rispetto al suo ex né rispetto all’altro ragazzo. È più utile concedersi uno spazio in cui osservare ciò che prova senza dover subito agire. Allo stesso tempo, può essere importante limitare ciò che alimenta la confusione, come i messaggi del suo ex, perché mantengono attivo quel legame emotivo che rende più difficile fare chiarezza.

    Un passaggio fondamentale sarà distinguere tra il bisogno di sicurezza e la scelta della persona. La sicurezza che lei cercava non è qualcosa che può esistere solo in quella relazione, ma qualcosa che potrà costruire anche dentro di sé e, in futuro, in un rapporto più equilibrato.

    Non è vero che non riuscirà mai a capire cosa sente. In questo momento è semplicemente in una fase di transizione, in cui le emozioni sono ancora intrecciate. Con il tempo e con il lavoro che ha iniziato, questa confusione tende a lasciare spazio a una percezione più chiara.

    Se lo desidera, possiamo anche approfondire insieme come gestire concretamente il rapporto con il suo ex in questa fase, perché quello è uno dei punti che più influenzano il suo stato emotivo attuale.


    Ho problemi in famiglia, sono un ragazzo di 22 anni negli ultimi mesi non riesco più a stare tranquillo dato che mio padre e mia madre hanno un rapporto strano si scrivono messaggi che turbano mia madre, mio padre di nascosto scrive con un altro account whatsapp privato in anonimato e mia madre continua a dirmi di bloccarlo ma quando mia madre è lontana dal proprio telefono, lui si sblocca da solo e non so che fare sinceramente e da giorni che ormai non dormo tranquillo

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno,

    la situazione che sta vivendo è molto pesante, soprattutto perché la coinvolge direttamente anche se, in realtà, è qualcosa che appartiene alla relazione tra i suoi genitori. Il fatto che lei non riesca più a dormire tranquillo è un segnale chiaro di quanto questa tensione la stia toccando in profondità.

    C’è un punto fondamentale da mettere subito a fuoco: lei si è trovato in mezzo a una dinamica che non dovrebbe riguardarla. Sua madre le chiede di intervenire, di bloccare suo padre, e questo la mette in una posizione molto difficile, quasi come se dovesse “gestire” qualcosa che non è di sua responsabilità. È comprensibile che si senta confuso e sotto pressione.

    Quello che descrive, cioè il controllo dei telefoni, i blocchi, gli sblocchi, i messaggi nascosti, crea un clima di sospetto continuo. Vivere dentro a questo tipo di tensione porta facilmente ansia, pensieri continui e difficoltà a rilassarsi, come sta accadendo a lei.

    È importante dirle con chiarezza che non è suo compito controllare suo padre né fare da mediatore tra loro. Anche se sua madre le chiede aiuto, questo tipo di coinvolgimento rischia di farla stare sempre peggio, perché la mette in un ruolo che non le spetta e da cui è difficile uscire senza sensi di colpa.

    Quello che può fare, invece, è provare a mettere un limite. Non significa abbandonare sua madre, ma dirle, con calma, che questa situazione la sta facendo stare male e che non riesce a gestirla. Può esserle vicino come figlio, ascoltarla, ma senza entrare nelle azioni concrete come controllare o bloccare suo padre.

    Allo stesso tempo, può essere utile trovare uno spazio per sé, anche piccolo, dove non sia immerso in questa dinamica. Se possibile, allontanarsi fisicamente per qualche momento, parlare con qualcuno di fiducia o anche valutare un confronto con un professionista, perché lo stress che sta accumulando merita attenzione.

    Il fatto che non dorma da giorni non va sottovalutato. Quando il corpo arriva a questo livello di attivazione, è importante iniziare a proteggersi da ciò che lo alimenta, per quanto possibile.

    Capisco anche il senso di impotenza: vedere i propri genitori in difficoltà e non sapere cosa fare è molto difficile. Ma proprio per questo è importante distinguere ciò che può fare da ciò che non dipende da lei.

    Se vuole,
    possiamo anche ragionare insieme su come dire a sua madre queste cose senza ferirla, perché spesso è questo il passaggio più difficile.


    Soffro da più di 35 anni di anginofobia. ultimamente molto peggiorata per problemi gravi di salute di mia moglie, ipocondria e stress, emetofobia, problemi personali e lavorativi, inoltre ho una figlia di 7 anni. praticamente quando capitano quei momenti, io porto il cibo in fondo alla gola, non effettuo il riflesso della deglutizione e sento il bolo che per inerzia incomincia a scivolare giù nella tracha, al ché vado in panico e bevo dell acqua sperando che riattivi il riflesso, perché se non riparte e il cibo va giù va in soffocamento (penso), altra modalità io vado per ingoiare e stringo la gola e la lingua emettendo quasi un rantolo per non lasciare andare il cibo verso il suo naturale percorso.
    Oggi non è siccesso, solo verso la fine, leggerissimamente percepivo che potesse accadere ma ho tenuto duro, ho detto a mia moglie di non alzarsi da tavola senza di me, ma così al momento non è vita

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno,

    quello che descrive è qualcosa che, nella pratica clinica, si incontra più spesso di quanto si pensi. Ho già visto situazioni molto simili alla sua, in cui la paura di soffocare porta la persona a controllare in modo sempre più rigido e volontario un atto che normalmente è automatico, come la deglutizione.

    Il punto centrale è proprio questo: la deglutizione è un riflesso automatico, gestito dal corpo senza bisogno di controllo cosciente. Quando però entra in gioco la paura, la mente cerca di “prendere il comando” di qualcosa che non dovrebbe essere controllato volontariamente. E lì si crea il blocco.

    Quella sensazione che descrive, cioè di portare il cibo in fondo alla gola ma di non riuscire a deglutire, o di dover “forzare” il passaggio, non indica che il riflesso sia davvero bloccato o che il cibo stia andando nella trachea. Indica che c’è una interferenza ansiosa sul meccanismo automatico. Il corpo sa ancora deglutire, ma viene disturbato dal tentativo di controllo e dalla paura.

    Anche il fatto che lei metta in atto strategie come bere acqua subito, trattenere il cibo o “chiudere” la gola, è comprensibile ma contribuisce a mantenere il problema. Non perché siano scelte sbagliate in senso volontario, ma perché rinforzano l’idea che senza quei comportamenti il rischio sia reale.

    Il peggioramento recente che racconta ha una logica molto chiara: stress, preoccupazioni per sua moglie, responsabilità familiari, carico emotivo. Tutti questi fattori aumentano il livello di attivazione interna e rendono più facile che la mente si agganci proprio a quella paura specifica che lei conosce da tanti anni.

    È importante dirle una cosa in modo molto diretto: la sensazione che il cibo possa “andare nella trachea” mentre è già in fase di deglutizione non corrisponde al funzionamento reale del corpo. Il riflesso protegge automaticamente le vie respiratorie. Quello che lei percepisce è estremamente reale a livello sensoriale, ma non indica un rischio concreto di soffocamento come lo immagina.

    Quando dice “così non è vita”, sta cogliendo il punto essenziale: non è tanto il singolo episodio, ma il fatto che il momento del pasto, che dovrebbe essere naturale, è diventato un momento di tensione e controllo continuo.

    Il fatto che oggi sia riuscito a gestire meglio la situazione, anche solo “tenendo duro”, è un segnale importante. Non perché debba sforzarsi, ma perché indica che il meccanismo non è bloccato davvero, è modulato dall’ansia.

    In questi casi, il lavoro più efficace non è cercare di controllare meglio la deglutizione, ma fare il percorso opposto: ridurre progressivamente il controllo e la paura associata a quel gesto. Questo tipo di difficoltà si affronta molto bene con un percorso psicologico mirato sulle fobie somatiche e sull’ansia, spesso con tecniche graduali che aiutano a “restituire” al corpo il suo automatismo.

    Il fatto che questa difficoltà sia presente da tanti anni non significa che non possa migliorare. Significa solo che si è strutturata nel tempo e che ha bisogno di un lavoro altrettanto mirato per essere modificata.

    Se vuole, possiamo anche entrare più nel concreto di cosa succede esattamente nei momenti in cui sente partire il blocco, perché lì si trovano spesso i punti su cui intervenire in modo più efficace.


    Salve, volevo un opinione. Cercherò di essere breve. Sono 4 anni circa che faccio terapia. Con la mia dottoressa mi sono sempre trovata bene. Infatti le ho voluto un bene Dell anima. E ho sempre avuto fiducia in lei. A lei ho aperto il mio cuore
    Le ho confidato tutto, anche le cose più intime. Pero pensavo che x come ci fossi andato da lei 4 anni fa, e x come sto messo adesso, un po si affezionasse a me. Invece ho notato il contrario ci sono stati episodi che mi hanno fatto pensare che x lei ero uno scoccio e un numero da poter incastrare nei suoi orari . Forse siccome ho qualche altro problema purtroppo, credo di essere stato molto ossessivivo con lei x una cosa che Nn mi poteva aiutare. X questo mi sono sentito abbandonato, xche quando cercavo un appiglio nel monento più buio, ho trovato la sua porta chiusa. Molte volte Nn rispondeva ai messaggi, e se li faceva, andava subito al sodo, In Seduta certe volte sembrava annoiata, qualche vita mi dava gli appuntamenti, certe volte li spostava con poco preavviso, oppure Nn si faceva sentire x mesi., neanche x chiedere "cmsta? Nonostante sapesse le mie difficoltà di salute e non. Ora le ho scritto un sms, spunmtandoke la mia rabbia una fiducia che è venuta a mancare da parte mia. Ho sbagliato secondo voi. Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Salve,

    quello che porta è molto delicato, e soprattutto molto comprensibile. In quattro anni di terapia non si costruisce solo un percorso “tecnico”, ma un legame emotivo profondo. Il fatto che lei dica di averle voluto “un bene dell’anima” dice quanto si sia coinvolto e quanto quella relazione fosse importante per lei.

    Proprio per questo, ciò che sta provando adesso non è eccessivo o sbagliato, ma coerente con quello che ha vissuto. Quando in una relazione così significativa si percepisce distanza, freddezza o discontinuità, è facile sentirsi messi da parte, non visti, quasi “di troppo”. E questo può riattivare vissuti molto dolorosi, come quello di abbandono che lei stesso nomina.

    C’è però un punto importante da chiarire, con molta onestà. La relazione terapeutica non funziona come una relazione affettiva nella vita quotidiana. Il terapeuta può provare interesse, attenzione, anche affetto professionale, ma deve mantenere dei confini precisi. Il fatto che non risponda sempre ai messaggi, che non cerchi fuori dalle sedute, o che mantenga una certa distanza, non è necessariamente segno di disinteresse personale, ma spesso è parte del ruolo.

    Detto questo, ciò che lei descrive non riguarda solo i confini. Parla anche di appuntamenti spostati con poco preavviso, lunghi periodi senza contatti, una sensazione di freddezza o di scarsa presenza in seduta. Questi sono elementi che, al di là del modello terapeutico, possono far sentire una persona poco accolta. E il suo vissuto, in questo senso, merita di essere preso sul serio.

    Non ha sbagliato a scriverle esprimendo la sua rabbia e la delusione. Anzi, portare questi vissuti è parte del lavoro terapeutico. Forse il punto non è tanto “aver sbagliato”, ma vedere cosa succede adesso. Se c’è spazio per parlarne insieme, per chiarire, per capire se quel rapporto può essere recuperato oppure no.

    C’è anche un altro aspetto da considerare. Lei accenna al fatto di essersi sentito “ossessivo” nel cercarla per qualcosa su cui lei non poteva aiutarla. Questo potrebbe aver creato una tensione nella relazione, in cui da una parte lei cercava un appiglio, dall’altra la terapeuta ha forse cercato di mantenere un limite. Ma se questo non è stato esplicitato e condiviso, è rimasto come un vissuto di rifiuto.

    Il punto centrale, adesso, non è giudicare se lei o la terapeuta abbiate “ragione”, ma capire se esistono ancora le condizioni per lavorare insieme in modo utile per lei. Una terapia funziona quando, anche nei momenti di difficoltà, c’è la possibilità di parlare apertamente di ciò che accade nella relazione.

    Se la sua fiducia è venuta meno in modo profondo e sente che non riesce più a sentirsi al sicuro con lei, può essere anche legittimo valutare un cambiamento. Ma prima di arrivare a questo, se possibile, sarebbe importante provare a portare questi vissuti in uno spazio di confronto diretto.

    Quello che ha fatto, cioè esprimere ciò che prova, non è un errore. È un segnale importante di quanto quella relazione conti per lei. E proprio per questo merita una risposta, un chiarimento, o almeno un tentativo di comprensione reciproca.

    Se vuole,
    possiamo anche ragionare insieme su come affrontare un eventuale confronto con lei in modo che sia il più chiaro e utile possibile per lei.


    Ho sempre pensato di essere una persona equilibrata, pur con i normali alti e bassi.
    Di recente, però, dopo una brutta litigata, il mio compagno mi ha confessato tutto il malessere che ha accumulato in questi anni a causa dei miei comportamenti.
    Tutto è partito da una mia forte scenata di gelosia; una volta sfogata, mi sono resa conto che era del tutto infondata, ho capito l'errore e ho chiesto subito scusa. Ma ormai il danno era fatto.
    Il problema è che mi vengono dei momenti, dal nulla, in cui il mio umore crolla drasticamente. In quei frangenti emerge il mio lato peggiore: rabbia, gelosia, rancore, antipatia.
    Non sono una persona cattiva, anzi mi ritengo molto sensibile ed empatica, ma in quei minuti tutto il mio lato positivo svanisce.
    La cosa assurda è che così come questo malessere arriva, altrettanto velocemente se ne va, e io torno la persona tranquilla di sempre, come se non fosse successo nulla.
    ​Il mio compagno mi ha fatto giustamente notare che per lui è devastante: si sente come su un campo minato, dove deve stare attento a dove cammina per non fare esplodere la miccia. Io non voglio assolutamente una relazione così, e non avevo idea di fargli così male.
    ​Ho deciso che voglio affrontare questa cosa e cercare aiuto per capire perché mi succede e imparare a gestire queste tempeste emotive.
    A questo proposito, vorrei un consiglio: c'è una figura professionale specifica per questa cosa? Ed è meglio un percorso da sola, individuale, o devo coinvolgere anche il mio compagno, quindi fare terapia di coppia?
    Grazie di cuore a chiunque vorrà rispondermi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno,

    quello che descrive è molto più comprensibile di quanto possa sembrare a lei in questo momento. Non sta emergendo una “persona cattiva”, ma una difficoltà nella gestione di stati emotivi molto intensi che, quando si attivano, prendono temporaneamente il sopravvento.

    Il fatto che lei dica che questi momenti arrivano all’improvviso, con un crollo dell’umore e l’emergere di rabbia, gelosia e rancore, per poi svanire rapidamente, è un elemento molto importante. Indica che non si tratta di un modo di essere stabile, ma di vere e proprie “attivazioni emotive” intense e transitorie. In quei momenti non perde i suoi valori o la sua sensibilità, ma fatica ad avere accesso a quella parte di sé.

    È altrettanto significativo che, una volta passata la fase, lei riesca a riconoscere l’errore e a dispiacersene. Questo è un segnale di consapevolezza e di funzionamento sano, non il contrario.

    Dal punto di vista del suo compagno, ciò che lui descrive è coerente: vivere accanto a qualcuno che alterna momenti di tranquillità a improvvise esplosioni emotive può creare una sensazione di instabilità e di allerta continua. Il suo vissuto, quindi, è comprensibile, così come lo è il suo desiderio di cambiare questa dinamica.

    Rispetto alla sua domanda, la figura professionale più indicata è uno psicologo o uno psicoterapeuta. In particolare, percorsi che lavorano sulla regolazione emotiva possono essere molto efficaci in situazioni come la sua. L’obiettivo non è “eliminare” le emozioni, ma imparare a riconoscerle prima che raggiungano il picco e a gestirle in modo diverso.

    Per quanto riguarda il tipo di percorso, nella maggior parte dei casi è utile iniziare con un lavoro individuale. Questo perché ciò che descrive nasce da un funzionamento interno suo, che ha bisogno di essere compreso e regolato alla radice. Un percorso individuale le permetterà di capire cosa succede esattamente in quei momenti, quali sono i trigger, e come intervenire.

    La terapia di coppia può essere un’integrazione utile, ma di solito in un secondo momento. Può servire per aiutare entrambi a comunicare meglio e a gestire insieme queste dinamiche, ma prima è importante che lei acquisisca strumenti personali.

    Nel concreto, il fatto che lei abbia già riconosciuto il problema e voglia affrontarlo è un passaggio fondamentale. Non tutte le persone arrivano a questo livello di consapevolezza. Inoltre, queste difficoltà sono assolutamente lavorabili: con il giusto percorso, si può ridurre molto l’intensità e la frequenza di queste “tempeste emotive”.

    Non è una condizione immutabile, né qualcosa che la definisce come persona. È un modo di reagire che si è strutturato nel tempo e che può essere modificato.

    Se vuole, possiamo anche entrare più nello specifico di cosa accade nei minuti immediatamente precedenti a questi episodi, perché spesso è proprio lì che si trovano i primi segnali su cui imparare a intervenire.


    Buongiorno dottori faccio questa domanda perchè in questi giorni mi sta dormentando nel senso quando sento qualche notizia in tv oppure vedo qualcosa sul tavolo ecc... mi passano in mente immagini di farmi del male a me oppure alla gente che ho vicino... questa cosa mi era successo anche l'hanno scorso dopo passata adesso si e ripresentata di nuovo.. in piu sto facendo una cura con il daprxo da 15 anni.. vorrei capire sono solo pensieri o mi devo preoccupare? grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno,

    capisco quanto questa esperienza possa spaventare, soprattutto perché riguarda immagini di farsi del male o di farlo agli altri. È importante dirle subito una cosa molto chiara: quello che descrive è qualcosa che si osserva frequentemente nella pratica clinica e, nella grande maggioranza dei casi, si tratta di pensieri intrusivi, non di intenzioni reali.

    La caratteristica principale di questi pensieri è proprio quella che lei descrive: arrivano all’improvviso, sono disturbanti, non coerenti con ciò che la persona vuole davvero, e generano paura. Il fatto stesso che lei ne sia preoccupato e che li viva come qualcosa di estraneo indica che non rappresentano un desiderio, ma un contenuto mentale non voluto.

    Spesso questi pensieri si inseriscono in quadri d’ansia o in forme di tipo ossessivo. La mente, soprattutto nei momenti di maggiore stress o vulnerabilità, può “agganciarsi” a immagini forti proprio perché sono quelle che colpiscono di più. Più si cerca di controllarle o di scacciarle, più tendono a ripresentarsi, creando un circolo che dà la sensazione di perdere il controllo.

    Il fatto che le fosse già successo in passato e poi sia passato è un altro elemento importante. Indica che non si tratta di qualcosa di stabile o progressivo, ma di una condizione che può riattivarsi in determinati periodi e poi ridursi.

    Anche la terapia farmacologica che sta seguendo da molti anni suggerisce che c’è già una storia di gestione dell’ansia o di aspetti simili, e questo può spiegare perché, in alcuni momenti, questi pensieri tornino a farsi sentire.

    Alla sua domanda “sono solo pensieri o mi devo preoccupare?”, la risposta è questa: sono pensieri che meritano attenzione, ma non nel senso di pericolo imminente. Meritano attenzione perché le stanno creando disagio, non perché indicano che lei possa davvero agire in quel modo.

    Quello che può aiutarla, nel concreto, è cambiare il modo in cui si rapporta a questi pensieri. Più li interpreta come pericolosi o significativi, più acquistano forza. Se invece li riconosce per quello che sono, cioè eventi mentali automatici e non voluti, tendono gradualmente a perdere intensità.

    In ogni caso, visto che è già in terapia farmacologica, sarebbe molto utile confrontarsi con il medico che la segue o con uno psicologo. Non perché la situazione sia grave, ma perché un aggiustamento del trattamento o un supporto mirato possono aiutarla a gestire meglio questa fase e a ridurre la frequenza di questi episodi.

    Se vuole, possiamo anche approfondire cosa succede esattamente nei momenti in cui questi pensieri arrivano, perché spesso ci sono dei meccanismi precisi su cui si può intervenire per ridurne l’impatto.


    Buongiorno.
    Volevo chiedere consiglio per questa situazione. Premetto che lavoro in nave.
    Praticamente io ed una mia collega ci stavamo frequentando cosi, apparentemente in amicizia.
    Una amica in comune, il giorno prima del mio sbarco mi rivela che sembra che questa persona con cui mi frequentavo le avesse dettonche in realtà fosse interessata a me.
    Da allora ho cominciatona riesaminare ogni interazione passata e non riesco a non pensarla. Ho anche provato a chiedere se fosse vero, purtroppo solo via chat essendo ormai già a terra, ma la sua risposta è stata un misto tra si e no, a detta sua per non influenzare la mia scelta sulla possibilità di un futuro imbarco, che sebbene non confermato, è già stato stabilito per la stessa nave e periodo dove la rivedrei.
    Nonostante sia passata già una settimana, sto vivendo questa cosa con un ansia da occasione persa, anche perchè non sono mai stato in una relazione e la vedo quasi come se non avessi più possibilità alcuna.
    Anche l'idea di mandare curriculum per un lavoro a terra ora mi spavemta che possa chiudere definitivamente questa possibilità, che comunque non sarebbe garantita anche se dovessi reimbarcare.
    Come potrei uscirne? Perchè questa cosa è ormai da giorni che sento mi sta distruggendo dentro.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno,

    quello che sta vivendo ha una logica molto precisa, anche se in questo momento lo sente come qualcosa che “la sta distruggendo”. Non è tanto la collega in sé ad aver generato tutta questa intensità, ma ciò che quella situazione rappresenta per lei.

    Da ciò che racconta emergono due elementi molto forti. Il primo è la scoperta improvvisa che forse lei era interessata. Questa informazione è arrivata tardi, indirettamente e senza conferma chiara, e questo ha attivato un meccanismo tipico: la mente ha iniziato a rivedere tutto il passato cercando segnali, rileggendo ogni gesto, ogni parola. È un processo che crea aggancio mentale e rende difficile “staccarsi”.

    Il secondo elemento è ancora più importante: il fatto che lei non abbia mai avuto una relazione. Questo cambia completamente il peso della situazione. Non la sta vivendo come “una possibilità tra tante”, ma come qualcosa che rischia di diventare “l’unica occasione”. Ed è proprio questo pensiero che alimenta l’ansia.

    Quando dice che ha paura di non avere più possibilità, sta toccando il punto centrale. Non è la collega che sta perdendo, è l’idea di perdere un’occasione che sente rara o forse irripetibile. Ma questo è un pensiero, non un dato reale.

    In più, l’ambiguità della risposta di lei mantiene tutto in sospeso. Non è un sì, non è un no, e questo lascia aperto uno spazio che la mente continua a riempire con ipotesi, dubbi e scenari. Paradossalmente, se avesse ricevuto un rifiuto chiaro, probabilmente starebbe già elaborando la cosa. L’incertezza, invece, blocca.

    C’è poi un altro aspetto che sta aumentando la pressione: sta collegando questa situazione a scelte importanti di vita, come il lavoro. L’idea che mandare curriculum a terra possa “chiudere definitivamente” questa possibilità è un esempio di quanto questa vicenda si sia ampliata oltre il suo reale perimetro. Sta diventando una decisione esistenziale, quando in realtà è una possibilità ancora molto incerta.

    Le dico una cosa in modo molto diretto: in questo momento la sua mente sta trasformando una possibilità non confermata in qualcosa di decisivo per il suo futuro affettivo. Ma la realtà è che non c’è alcuna certezza né sul fatto che lei fosse davvero interessata, né sul fatto che una relazione sarebbe nata, né sul fatto che avrebbe funzionato.

    Per uscirne, è importante riportare la situazione a una dimensione più concreta e meno “assoluta”. Lei non ha perso una relazione, ha incontrato una possibilità che non è stata chiarita fino in fondo. E le possibilità, nella vita, non sono una sola.

    Sul piano pratico, può aiutarla fare due cose. La prima è smettere di alimentare il ciclo mentale del “e se…”. Ogni volta che si ritrova a rivedere il passato o a immaginare scenari, si tratta di un tentativo della mente di trovare una certezza che non c’è. Riconoscerlo è già un passo.

    La seconda è evitare di bloccare la sua vita in funzione di questa incertezza. Il lavoro, le scelte future, i curriculum: queste sono decisioni che riguardano la sua vita nel lungo periodo, non questa singola situazione. Legarle tra loro aumenta solo il peso emotivo.

    Se in futuro ci sarà un reimbarco e la rivedrà, potrà affrontare la cosa in modo più diretto e reale, non basato su ipotesi. Se invece non accadrà, questo non significa che abbia perso “l’unica occasione”, ma semplicemente che quella specifica possibilità non si è sviluppata.

    Il fatto che questa esperienza la stia toccando così tanto, in realtà, dice qualcosa di positivo: indica che è pronto emotivamente a coinvolgersi. Questo non è un limite, è un passaggio.

    Se vuole, possiamo anche capire insieme come affrontare un eventuale nuovo contatto con lei in modo più chiaro, senza restare in questa ambiguità che ora la tiene bloccata.


    Buongiorno Dottori. Circa 10 anni fa ho casualmente incontrato un uomo molto molto più giovane di me. Uscivo da un periodo terribile, avevo appena perso mia madre dopo una malattia inesorabile ed ero sentimentalmente sola già da molto tempo. Ero in cura con farmaci antidepressivi e vivevo come in mezzo ad una nebbia. Finchè, quasi mi fossi "risvegliata" da un brutto sogno, mi sono improvvisamente accorta dei suoi sguardi, delle sue attenzioni, delle sue premure nei miei confronti, ma data la notevole differenza di età ho preso la cosa con divertimento, pur essendone lusingata. Poi, è scoppiato il covid e siamo rimasti tutti isolati nelle case. Ma un giorno, inaspettatamente, lui si è presentato a casa mia, dicendo che voleva rivedermi e che mi aveva portato la colazione. L'ho fatto salire, non senza stupore, abbiamo chiacchierato un po' ma...la "scintilla", se così vogliamo chiamarla, era ormai scattata e abbiamo fatto sesso con trasporto. Pensavo fosse finita lì, e invece -poichè per motivi legati alla professione che lui svolge ci incontriamo settimanalmente - tutto è continuato. Quando l'ho conosciuto era ancora fidanzato, poi si è sposato, ha avuto un figlio, a differenza mia che ho avuto una vita sentimentale disastrosa nonostante ogni volta abbia dato tutta me stessa al partner e per far funzionare il rapporto. Il suo, sembrava un matrimonio felice, innamorato della ragazza di sempre, un figlio splendido, quello che insomma avrei voluto la vita riservasse a me. Due anni fa, mi ha inaspettatamente detto che si stava separando dalla moglie. Lo vedevo infatti da tempo incupito, con meno voglia di parlare, ma a mia richiesta rispondeva che aveva "problemi" di cui non gli andava di parlare. Sembrava essersi lasciato andare. Ingrassato, trascurato (come è anche tuttora). Avendo cambiato posto di lavoro, mi nominava spesso colleghi e soprattutto colleghe con cui di tanto in tanto usciva e, particolarmente nominava le colleghe, a suo dire tutte belle, tutte brave, con cui c'era tanto affetto. Intanto, nel frattempo, aveva lasciato moglie e figlio non potendone più della situazione in casa, separandosi tuttavia solo di fatto. La moglie gli ha negato la separazione consensuale e dunque vivono in case diverse anche se a poca distanza, per il bambino. Ne sono rimasta dispiaciuta e l'ho invitato a riflettere, a tornare sui propri passi per amore del figlio, ma lei sembra irremovibile. Non se ne è andato per me. Noi abbiamo avuto solo rapporti intimi, anche se durante i nostri incontri ci siamo conosciuti meglio, sorretti a vicenda nei momenti di crisi, confidati, ma un rapporto vero e proprio non è mai partito (nel senso uscire insieme, condividere degli spazi e degli interessi): io non l'ho chiesto, data l'insormontabile differenza d'età sapevo già dall'inizio di non poterlo pretendere, ma neppure lui l'ha fatto. Finchè, proprio durante i rapporti intimi, a un certo punto lui non ha voluto più che gli lasciassi "segni" sul corpo a causa di baci un po' troppo marcati, pretendendo tuttavia di continuare a farli a me. Già questo mi ha lasciata perplessa. Ho chiesto spiegazioni, e lui mi ha risposto che non vuole si notino, data la professione che svolge. A questo punto, ho detto che anch'io avevo però diritto a non essere "marchiata". Poi, con il trascorrere del tempo, e sempre non richiesto, ha cominciato a nominarmi spesso una collega, anche lei separata però legalmente e con due figli con cui si era incontrato di tanto in tanto, anche con gli altri colleghi, affermando che era una donna molto bella (ma lo sono anch'io), facendomi capire che indossava biancheria sexy, quando io al contrario non ho voluto indossarla non perchè non la possegga, ma perchè suppongo che il desiderio sessuale di un uomo, se è genuino, debba scattare senza ricorrere a mezzucci.... Infine, siamo arrivati a ciò che non ho potuto tollerare. E' accaduto che mentre si trovava da me, la collega lo chiamasse, e non per una volta, sul cellulare. Trovandomi lì vicino e pur non volendo, non ho potuto fare a meno di ascoltare le loro voci affettuose, e scambiarsi facezie non di lavoro, con l'intesa di sentirsi la sera. Soprattutto mi ha ferita il suo "Finalmente!" come di persona che ha aspettato tanto una telefonata ed ora che è arrivata se ne compiace. Unpo' troppo, per una collega che si ha modo di vedere tutti i giorni, o quasi. Tra l'altro e' per me inaccettabile che queste telefonate avvengano comunque in mia presenza e senza nessun riguardo per lui che sta lavorando ed anche per me che sto lavorando con lui. Non capisco perchè lui glielo permetta, perchè non le dica, come ritengo avrebbe dovuto fare, di richiamare in altra ora. Lì per lì ho fatto come sempre, vale a dire non ho commentato pur assumendo un atteggiamento freddo e distaccato, ma quando lui mi ha fatto capire attraverso baci e carezze che voleva un rapporto, mi sono rifiutata, ben decisa, stavolta, a parlare. L'ho invitato ad essere chiaro, a dirmi la verità su questa persona che stava diventando, stando alla quantità di volte in cui non richiesto me la nominava, mostrandomi la sua foto e quella dei suoi figli che tiene nel cellulare insieme a quelle del figlio legittimo, e adesso facendomi ascoltare anche le loro telefonate, sempre più ingombrante, almeno in casa mia. E che, permettendole di farle, stava dimostrando un'assoluta mancanza di rispetto, e di sensibilità nei miei confronti. Come fanno tutti gli uomini in queste situazioni, ha ovviamente negato, dicendo le solite frasi "sei gelosa, è solo una collega (che tra l'altro vede tutti i giorni), sei veramente una grande regista per mettere su tutto questo, ecc.). Ho risposto che prima di essere gelosa sono una persona che tiene molto alla sua dignità. Che, se mi riteneva una grande regista, lui si era però dimostrato un pessimo attore, e che a prescindere da tutto, non mi prestavo ad essere la "ruota di scorta". Del resto, se come suppongo ha un'altra, i rapporti intimi ora può tranquillamente averli con l'altra, io non sono la moglie. Quale dovrebbe essere, infatti, il mio ruolo? Se ne è andato incupito. Ed io mi sento distrutta. Se ha un'altra relazione perchè non dirmelo apertamente? Io, essendo una donna educata tradizionalmente, non ho mai preso "iniziative" con gli uomini, neppure quando ero più giovane. Dunque, si è trovato anche facilitato, in questo senso, io avevo già capito, non c'era bisogno che mi facesse del male. Come è potuto cambiare così? E quale dovrebbe essere ora, il mio comportamento se queste telefonate dovessero continuare ( sempre che io lo riveda)? Non so immaginare, infatti, se e quando lo rivedrò avendo lasciato del lavoro in sospeso, non credo vorrà riparlarne e neppure io, avendo già detto ciò che ho ritenuto fosse giusto dire per me, ma non si sa mai. Potreste rispondermi? Vi ringrazio, la mia sofferenza è immensa.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno,

    quello che arriva dalle Sue parole è qualcosa di molto profondo e intenso, e la prima cosa che sento di dirLe è che la Sua sofferenza è assolutamente comprensibile, reale, e merita rispetto. Non c’è nulla di “esagerato” in ciò che prova, perché qui non si tratta semplicemente di una relazione, ma di un legame che si è inserito in un momento estremamente delicato della Sua vita, quando era fragile, sola, e reduce da una perdita enorme.

    Quell’incontro non è stato casuale solo nei fatti, ma anche nel significato. In un momento in cui si sentiva spenta, quasi anestetizzata, qualcuno l’ha fatta sentire di nuovo vista, desiderata, viva. Questo crea un’impronta emotiva molto forte, che va ben oltre la razionalità e che negli anni si è consolidata, anche se la relazione è rimasta in una forma ambigua, non definita, mai realmente riconosciuta fino in fondo.

    Lei ha investito in questo rapporto una parte molto autentica di sé, anche se in modo silenzioso, trattenuto, coerente con il Suo modo di essere e con la Sua storia. E proprio questo rende oggi il dolore così acuto. Non è solo gelosia, come lui ha cercato di ridurre e banalizzare, ma è un sentimento molto più profondo legato alla dignità, al bisogno di rispetto, al desiderio di non essere messa in secondo piano, di non essere vissuta come qualcosa di accessorio.

    C’è un passaggio molto importante che Lei ha già fatto, ed è quello di aver messo un limite. Quando si è rifiutata, quando ha parlato, quando ha detto chiaramente che non accetta di essere trattata come una “ruota di scorta”, lì ha fatto qualcosa di estremamente sano e, mi permetta, anche molto forte. In quel momento non ha agito la paura di perderlo, ma il rispetto per sé stessa.

    Quello che però adesso La sta distruggendo è il contrasto tra ciò che ha vissuto per anni e ciò che sta emergendo ora. È come se si stesse sgretolando un’immagine, e questo lascia un senso di vuoto, di smarrimento, ma anche di ferita profonda, quasi come un tradimento, anche se formalmente non c’era un accordo di esclusività.

    Mi colpisce molto anche un altro aspetto: Lei continua a cercare una spiegazione lineare, coerente, quasi “pulita” da parte sua. Ma la realtà è che il comportamento di quest’uomo è stato, fin dall’inizio, caratterizzato da una forte ambivalenza. Ha preso, si è lasciato andare quando gli faceva comodo, ma senza mai assumersi davvero una responsabilità affettiva nei Suoi confronti. E oggi, probabilmente, sta facendo lo stesso con un’altra persona.

    La domanda che Le sta facendo più male non è tanto se abbia un’altra relazione, ma perché non glielo dica. In realtà, la risposta è spesso molto più semplice e anche più dura di quanto si vorrebbe: perché così può mantenere tutto, senza perdere nulla. E questo purtroppo avviene a discapito Suo.

    Lei però non è affatto la persona passiva o “facilitante” che descrive. Lei è una persona che ha rispettato i propri tempi, il proprio modo di stare in relazione, e che oggi, nel momento cruciale, ha saputo dire basta. Questo è un segnale molto importante, che va valorizzato.

    Capisco quanto possa essere difficile immaginare come comportarsi se lo rivedrà. Ma la questione centrale, più ancora di lui, è Lei. È capire che cosa è disposta ad accettare e che cosa no, e soprattutto riconoscere che ciò che sta vivendo ora non è sostenibile per il Suo benessere emotivo.

    La sofferenza che descrive è intensa, ma anche molto significativa, perché indica che qualcosa dentro di Lei non è più disposto a tollerare una posizione marginale, non riconosciuta, non rispettata.

    Per questo motivo, Le dico con molta sincerità che affrontare tutto questo da sola rischia di essere davvero troppo pesante. Non perché Lei non abbia risorse, ma perché qui si intrecciano tanti livelli profondi: la perdita di Sua madre, la solitudine affettiva, il bisogno di essere vista e scelta, e ora anche questa ferita.

    Se sente che può fidarsi, mi permetto di dirLe che sarebbe molto importante iniziare un percorso insieme. In uno spazio protetto potremmo lavorare con calma su ciò che questa relazione ha rappresentato per Lei, su ciò che ancora La tiene legata, e soprattutto su come ricostruire un senso di sé che non dipenda dallo sguardo o dalla presenza di qualcuno che non riesce a darle ciò di cui ha bisogno.

    Non si tratta di “dimenticare” o di razionalizzare, ma di comprendere davvero, fino in fondo, e di restituirLe una posizione più solida, più dignitosa e anche più libera.

    La Sua sofferenza merita ascolto, tempo e uno spazio adeguato. E non deve attraversarla da sola.


    Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Salve,

    quello che ha raccontato è qualcosa di estremamente pesante, e prima di tutto ci tengo a dirle con chiarezza che la sua reazione non è eccessiva, non è esagerata e soprattutto non è sbagliata. È la risposta di una persona che per anni ha tenuto, ha resistito, ha investito energie, identità e dignità in un ambiente che lentamente è diventato logorante, ambiguo e a tratti anche ostile.

    Si sente molto chiaramente quanto lei sia una persona capace, responsabile, che non evita il confronto ma lo cerca in modo diretto e onesto. E proprio questa sua qualità, che in un contesto sano sarebbe una risorsa, in un ambiente disfunzionale come quello che descrive diventa quasi un “bersaglio”. Lei stessa lo intuisce quando dice che chi “risponde” viene messo da parte.

    Quello che sta vivendo ha tutte le caratteristiche di un forte stress lavoro-correlato con dinamiche relazionali disfunzionali molto marcate. Non è solo il singolo episodio con il datore di lavoro, che già di per sé è stato violento e destabilizzante, ma è l’insieme: la collega che crea tensioni, il clima che cambia improvvisamente, l’isolamento, l’esclusione, il sentirsi ignorata, il non sapere mai cosa aspettarsi. Questo tipo di contesto, nel tempo, mina profondamente il senso di sicurezza e di valore personale.

    Il suo corpo le ha dato dei segnali chiarissimi: insonnia, nausea, difficoltà a mangiare, pianto, ansia anticipatoria. E il fatto che sia arrivata a pensieri estremi pur di non tornare lì non è qualcosa da prendere alla leggera, ma è un indicatore molto serio del livello di sofferenza che ha raggiunto.

    C’è un punto fondamentale su cui voglio essere molto netto: lei non ha sbagliato a parlare, non ha sbagliato a cercare chiarimenti, non ha sbagliato a difendersi. Ha agito in modo coerente con i suoi valori. Il problema è che si è trovata in un sistema che non funziona secondo logiche sane, dove il confronto non viene realmente accolto ma, al contrario, può generare ritorsioni sottili come quelle che ha descritto.

    Anche il comportamento del datore di lavoro è molto significativo: prima un’esplosione aggressiva, poi una parziale apertura, ma senza una reale presa di responsabilità nel modificare il clima o intervenire sul gruppo. Questo lascia le dinamiche esattamente dove sono, e infatti lei ha visto che nulla è cambiato, anzi.

    Il nodo che la blocca ora è comprensibile e delicato: da una parte sa che tornare lì rischia di farla stare di nuovo male, dall’altra si sente vincolata per la presenza del suo compagno e per la paura delle conseguenze di azioni più forti come una denuncia.

    In situazioni come questa è importante fare un passaggio interno molto chiaro: la priorità adesso è la sua salute psicofisica. Non come slogan, ma come criterio concreto di scelta. Perché un ambiente che la porta a non mangiare, non dormire e piangere ogni giorno non è sostenibile, indipendentemente da tutto il resto.

    Non è necessario prendere subito una decisione definitiva, ma è fondamentale iniziare a costruire una via d’uscita che la protegga. Questo può voler dire prendersi ancora del tempo di malattia per stabilizzarsi, iniziare a valutare alternative lavorative anche se non immediate, e nel frattempo mettere dei confini interni molto chiari rispetto a ciò che non è più disposta a tollerare.

    Il fatto che lei si senta confusa sul “se ha sbagliato o meno” è un effetto tipico di questi contesti: lentamente fanno perdere il senso della realtà, portano a dubitare di sé. Ma da come ha raccontato la situazione, la sua lettura è lucida.

    Quello su cui invece sarebbe davvero importante lavorare è ciò che questa esperienza ha attivato dentro di lei: il bisogno di riconoscimento, la fatica nel sostenere l’esclusione, il peso emotivo delle dinamiche relazionali, e anche la difficoltà nel proteggersi quando il contesto diventa tossico.

    Sono aspetti su cui lavoro quotidianamente e in modo molto approfondito, perché spesso queste situazioni non sono solo “lavorative”, ma toccano parti profonde del modo in cui una persona sta nelle relazioni e nei contesti di potere.

    In questo momento lei è molto provata, ma anche in un punto cruciale: quello in cui può iniziare a rimettere sé stessa al centro, non più cercando di adattarsi a un sistema che la danneggia, ma costruendo una posizione più solida e protetta.

    Non deve uscirne da sola, soprattutto dopo un impatto così forte. Un percorso di supporto le permetterebbe non solo di affrontare questa situazione specifica, ma di uscirne con strumenti diversi, più forti, più chiari.

    E soprattutto, di non arrivare mai più a sentirsi così annullata in un ambiente che dovrebbe essere solo una parte della sua vita, non qualcosa che la distrugge.


    Salve dottori sono appena diventato padre da qualche giorno sono molto sereno anche se ho un dubbio che mi assale , qualche giorno fa mi sono venuti alla mente della parole di un counseling filosofico che avevo guardato qualche video dicendo che senza un percorso di liberazione e di risveglio non saremo capaci di amare i nostri figli e che inconsapevolmente gli facciamo anche del male, io adesso non mi interessa minimamente fare un percorso del genere quindi vuol dire anche io che farò del male a mia figlia ? Quindi dovrei risvegliarmi ? Dovrei seguire il percorso del counseling? E eventualmente anche meditazione?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Salve,

    prima di tutto le faccio davvero i miei auguri: diventare padre è un passaggio enorme, e il fatto che lei si definisca sereno, ma allo stesso tempo si ponga queste domande, dice già moltissimo della qualità della persona e del genitore che è.

    Quello che le è successo è molto più comune di quanto immagini. In momenti così importanti della vita, soprattutto quando nasce un figlio, la mente diventa più sensibile, più aperta… e anche più vulnerabile a certi messaggi “forti”, soprattutto se presentati come verità assolute. Quelle frasi che ha sentito non sono verità, sono visioni, spesso estremizzate, che rischiano di creare più ansia che consapevolezza.

    L’idea che senza un “risveglio” o un percorso specifico una persona non sia in grado di amare il proprio figlio è, mi permetta, profondamente fuorviante e anche dannosa. L’amore genitoriale non nasce da un percorso filosofico o spirituale obbligato, nasce dalla relazione, dalla presenza, dall’imperfezione quotidiana, dagli errori e dalle riparazioni.

    Lei non farà del male a sua figlia perché non segue un percorso di “risveglio”. Questo pensiero nasce dalla paura di non essere abbastanza, che è una paura molto frequente nei neogenitori, soprattutto in chi tiene davvero a fare bene.

    Non esistono genitori perfetti, esistono genitori sufficientemente presenti, che a volte sbagliano, a volte si arrabbiano, a volte non capiscono subito… ma che restano, che si mettono in discussione, che cercano di fare del loro meglio. Ed è esattamente quello che lei sta già facendo.

    Il punto non è “devo risvegliarmi?” o “devo seguire quel percorso?”, ma capire cosa sta succedendo dentro di lei adesso. Perché proprio ora questa idea le si è agganciata con così tanta forza? Che timore tocca? Che tipo di padre ha paura di essere?

    Non è necessario intraprendere percorsi che non sente suoi, né forzarsi verso pratiche come la meditazione solo perché qualcuno le ha presentate come indispensabili. Quello che invece può fare davvero la differenza è avere uno spazio in cui poter elaborare questi pensieri, ridimensionarli e comprendere meglio le sue emozioni in questo momento così delicato.

    È un passaggio importante della sua vita, e merita di essere vissuto con più tranquillità e meno pressione interna. Se sente che questo dubbio continua a tornare o a disturbarla, il modo più utile per affrontarlo non è inseguire risposte generiche o percorsi imposti dall’esterno, ma lavorarci in modo serio, mirato e personale.

    È esattamente il tipo di situazione su cui lavoro quotidianamente: aiutare le persone a distinguere tra paure indotte e bisogni reali, e a costruire una sicurezza interna più solida, soprattutto nei momenti di cambiamento come questo.

    Non perché lei “debba” cambiare o migliorarsi per essere un buon padre, ma perché può stare più sereno dentro ciò che sta già vivendo, senza che pensieri come questi le tolgano il piacere e la pienezza di questo momento.


    Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.

    Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.

    Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.

    Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.

    Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.

    La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.

    Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.

    Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.

    Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.

    Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.

    L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.

    Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.

    Vorrei capire:

    - Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
    - Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.

    Grazie a chi risponderà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno,
    Grazie mille per questa condivisione.
    quello che descrive è davvero molto intenso, e si sente chiaramente quanto Lei sia lucida, consapevole… ma allo stesso tempo profondamente in difficoltà. Non c’è nulla di “strano” in quello che sta provando, anzi: la Sua reazione è estremamente coerente con la situazione che sta vivendo.

    Da una parte c’è un bisogno reale, concreto, quasi urgente di sicurezza, stabilità, protezione. Dall’altra c’è un bisogno altrettanto fondamentale, forse ancora più profondo, che è quello di libertà, di autodeterminazione, di poter sentire che la Sua vita Le appartiene davvero. Quando questi due bisogni entrano in conflitto, il corpo e la mente reagiscono esattamente come sta succedendo a Lei: ansia, nausea, senso di soffocamento, pensieri catastrofici. Non è debolezza, è un segnale molto chiaro.

    Il punto centrale non è la casa. La casa è solo il “contenitore” visibile di qualcosa di molto più grande: il peso delle aspettative familiari, il timore di deludere, il senso di colpa che si attiva ogni volta che prova a pensarsi come individuo separato. Lei lo ha detto in modo chiarissimo: se fosse libera da tutto questo, sceglierebbe diversamente. Questa è un’informazione preziosissima, perché racconta dove si trova il Suo desiderio autentico.

    Il fatto che nella Sua famiglia il bisogno di autonomia venga vissuto come egoismo è qualcosa che, nel tempo, può creare una vera e propria frattura interna. Da un lato c’è la parte di Lei che desidera vivere la propria vita, dall’altro una parte che si sente “cattiva”, “sbagliata”, “colpevole” solo per averlo pensato. È un conflitto molto faticoso, e a lungo andare può diventare paralizzante, proprio come sta accadendo ora.

    E qui è importante dirlo con molta chiarezza: i Suoi bisogni sono legittimi, anche se gli altri non li riconoscono. Il fatto che la Sua famiglia reagisca con pressione o senso di colpa non rende i Suoi bisogni meno validi, ma indica semplicemente che all’interno di quel sistema familiare c’è poca tolleranza per la differenziazione, per il fatto che Lei possa scegliere qualcosa di diverso da ciò che è stato “stabilito”.

    Capisco anche quanto sia difficile separare la decisione concreta (accettare o meno la casa) dal carico emotivo che porta con sé. Perché non si tratta solo di dire sì o no, ma di quello che quel sì o quel no significherà nei rapporti, nelle dinamiche, nel modo in cui Lei verrà vista e trattata.

    L’idea che ha avuto — quella di trovare una soluzione intermedia, un accordo che Le permetta di non sentirsi intrappolata — è molto intelligente. Ma il fatto che già immagini il peso emotivo della reazione familiare ci dice quanto il problema non sia tecnico o burocratico, bensì relazionale ed emotivo.

    La domanda più profonda che Lei sta portando non è “cosa devo fare con la casa”, ma “come posso sentirmi libera di scegliere senza sentirmi una cattiva persona”. E questa è una domanda importantissima, che merita uno spazio serio, dedicato, protetto.

    Perché la verità è che prendere decisioni senza sentirsi responsabili della felicità degli altri non è qualcosa che si riesce a fare semplicemente “decidendo di farlo”. È un processo, che passa dal riconoscere questi meccanismi, dal dare dignità alla propria voce interna, e dal costruire gradualmente una posizione più solida rispetto alla propria famiglia.

    Lei ha già fatto un passo enorme: ha riconosciuto il conflitto, lo ha nominato, lo ha descritto con grande precisione. Ma adesso è come se fosse bloccata proprio nel punto in cui servirebbe un sostegno per andare oltre, per non restare intrappolata né nella scelta né nella paura della scelta.

    Per questo mi sento di dirLe, con molta sincerità e anche con molta attenzione: non affronti questo passaggio da sola. Non perché non sia capace, ma perché è una situazione che tocca corde molto profonde della Sua storia personale e familiare.

    In un percorso terapeutico potremmo lavorare insieme proprio su questo: aiutarLa a distinguere ciò che è Suo da ciò che appartiene alle aspettative degli altri, ridurre quel senso di colpa che oggi La blocca, e costruire una modalità di scelta che non sia guidata dalla paura ma dalla consapevolezza.

    Non si tratta di dirLe cosa fare con la casa, ma di metterLa nelle condizioni di poter scegliere davvero.

    E, cosa forse ancora più importante, di non sentirsi più “intrappolata”, qualunque decisione prenderà.


    Io e il mio ragazzo (entrambi 33anni) abbiamo una relazione a distanza da tre mesi.
    Io vivo all’estero e lui viene da un altro paese in Europa.
    È venuto a trovarmi e l'altro giorno stavamo camminando mano nella mano. Era un po' alticcio, mentre camminavamo ho visto un tipo che vedo spesso in centro a chiedere insistentemente soldi. Mi sono allontanata con il mio ragazzo, ma lui era incuriosito e continuava a fissarlo. Gli ho chiesto perché lo avesse fatto e ha iniziato a dire un sacco di cose senza senso, tipo "volevo dargli false speranze", "ero curioso di vedere cosa avesse in mano perché le muoveva", "volevo dargli dei soldi ma tu mi hai portato via", "non so se avresti pensato male di me se non gli avessi dato i soldi", per poi cambiare idea e dire "non gli avrei dato i soldi perché sembrava ben curato e aveva dei bei vestiti".

    La frase "volevo dargli false speranze" mi ha fatto infuriare più di ogni altra cosa e ne abbiamo parlato a lungo.
    Gli ho riparlato di questo episodio quando ci siamo calmati entrambi e mi ha detto che aveva detto tutte quelle cose perché era in preda al panico e non sapeva cosa dire.
    Gli ho fatto notare che quella frase in particolare era estremamente disgustosa e crudele, non mi sarei mai aspettata che una cosa del genere gli uscisse di bocca (perché, anche se lo conosco da poco tempo, mi ha dato l'impressione di essere una persona gentile, aveva dato il giorno stesso dei soldi ad un ragazzo che aveva chiesto dei soldi per il biglietto del treno e la volta prima che ci siamo incontrati aveva dato dei soldi ad un signore per strada che aveva un cagnolino) e lui se n'è reso conto e ha detto che normalmente non direbbe mai una cosa del genere. Ha detto che stava scherzando, ma che era uno scherzo di pessimo gusto.
    Ha inoltre aggiunto che dove vive lui ci sono queste persone che lui ha chiamato “gang”, si dividono le zone della città, che chiedono soldi per strada ma in realtà vivono grazie agli aiuti dello Stato e che lui non vuole dare soldi a questo tipo di persone.

    Non so cosa pensare o cosa fare.
    Mi tratta benissimo, ma non voglio stare con qualcuno che tratta male gli altri o dice cose così cattive.
    È giusto condannarlo per questo episodio o dovrei aspettare e vedere come si comporterà in futuro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Davide Martinelli

    Buongiorno e grazie mille per esserti aperta. Capisco davvero quanto ti abbia scossa questa situazione. Non è solo “una frase infelice”: è come se, in un attimo, qualcosa dentro di te si fosse irrigidito perché hai intravisto un lato che non ti aspettavi, e questo crea una specie di disallineamento tra quello che sentivi prima e quello che hai percepito in quel momento. È una sensazione molto destabilizzante, soprattutto quando stai iniziando a fidarti.

    La tua reazione è profondamente comprensibile. Quella frase tocca un valore importante per te, cioè il rispetto e l’empatia verso gli altri. Quando una persona a cui tieni sembra andare in direzione opposta, anche solo per un attimo, è normale che scatti qualcosa di forte dentro: non è esagerazione, è coerenza interna.

    Allo stesso tempo, però, si vede chiaramente che sei in difficoltà perché questa uscita non combacia con il resto di lui. Tu stessa racconti episodi in cui si è comportato in modo gentile, disponibile, attento. E infatti quello che ti blocca non è tanto “è una brutta persona”, ma proprio il contrario: “se è una brava persona, allora questa cosa cosa significa?”. È lì il nodo.

    Quello che è successo, per come lo descrivi, ha molto il sapore di una reazione confusa, poco lucida, forse amplificata dall’alcol e dal fatto che si è sentito messo sotto osservazione. Alcune persone, quando entrano in quello stato, iniziano a dire cose incoerenti, provocatorie o anche spiacevoli senza che rappresentino davvero ciò che pensano. Non è una giustificazione, ma è una chiave di lettura.

    La cosa che però fa davvero la differenza è ciò che è successo dopo. Lui non ha difeso quella frase come fosse giusta, non ha detto “sei tu che esageri”: ha riconosciuto che era sbagliata, ha provato a spiegarsi, anche se in modo un po’ disordinato. Questo è un segnale importante, perché dice che non è completamente scollegato dall’impatto che ha sugli altri.

    Tu adesso sei in una posizione delicata: da una parte non vuoi chiudere gli occhi su qualcosa che ti ha dato fastidio, dall’altra non vuoi nemmeno buttare via tutto per un episodio che potrebbe essere isolato. Ed è esattamente lì che serve equilibrio.

    Non devi decidere adesso chi è lui “in assoluto”. Devi solo osservare, con calma, come si comporta nel tempo. Se quella frase resta una stonatura rispetto a tutto il resto, perderà peso. Se invece dovessero emergere altre sfumature simili, allora sarà un segnale più chiaro.

    Ma soprattutto, non perdere di vista te stessa: il punto non è solo capire lui, ma capire come stai tu dentro questa relazione. Se ti senti serena, rispettata, se riesci a essere te stessa anche quando qualcosa non ti piace.

    Se vuoi, possiamo approfondire meglio insieme questa cosa in modo più personale, anche entrando un po’ di più nel tuo modo di vivere le relazioni e in quello che ti ha toccato così profondamente in quell’episodio. A volte dietro reazioni così forti ci sono dinamiche molto importanti da capire, e parlarne con calma può aiutarti a fare chiarezza senza restare bloccata nel dubbio.


Domande più frequenti

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