Sono guarito da una malattia oncologica, da quando sono guarito (4 mesi fa) ho un ansia costante un
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Sono guarito da una malattia oncologica, da quando sono guarito (4 mesi fa) ho un ansia costante un po per tutto, principalmente paura che i rapporti sessuali andranno male ecc. Devo inziare una cura farmacologica ma da 1 giorno sembra che i miei pensieri suicidi ansia e tutto si siano abbassati e questo mi da molta ansia come se tutto il passato fosse stato "inventato", se sorrido dico "allora fingevo tutto" "non sei abbastanza grave per le medicine" ecc. Fino a poco fa chiedevo sempre le stesse cose tipo "posso usare farmaci a vita per stare tranquillo?" "Fanno male i farmaci?"ecc ricevevo risposte ma puntualmente o le ripetevo o le ricercavo su internet, ad esempio ho fatto una visita avevo una prostatite ma dicevo "e se si fosse sbagliato?" Però ora da 1 giorno è come se non mi preoccupassi più perché il mio cervello vuole dimostrare che tutto fosse finto mentre io voglio quell ansia che torni per far vedere che esiste realmente. Cosa devo fare?
Gentile utente, grazie per aver condiviso la sua situazione.
Dalle sue parole emerge un passaggio molto delicato: dopo una malattia oncologica superata da poco, il suo mondo interno sembra rimasto a lungo in uno stato di allerta, come se il pericolo non fosse davvero finito. Quando per mesi la paura è stata costante, la sua improvvisa attenuazione può risultare più spaventosa dell’ansia stessa. È come se la mente, abituata a misurare tutto attraverso la sofferenza, ora mettesse in dubbio la realtà di ciò che ha vissuto, arrivando a chiedersi se fosse “finto” o “non abbastanza grave”.
Il bisogno che l’ansia torni, per dimostrare che esisteva davvero, non indica un desiderio di stare male, ma la difficoltà a fidarsi di un cambiamento positivo. In questi casi il dubbio non riguarda i farmaci o la diagnosi, ma la propria esperienza interna: se sto meglio, allora forse non avevo diritto a stare così male. È un meccanismo che spesso segue lunghi periodi di paura, soprattutto quando la mente ha imparato a cercare continuamente conferme e rassicurazioni per sentirsi al sicuro.
Ritengo importante che questo momento venga esplorato con attenzione, perché se non viene compreso rischia di trasformarsi in una nuova forma di fissazione, più sottile, che la tiene comunque agganciata al controllo e al dubbio. Dare senso ora a questa calma, senza doverla “mettere alla prova”, è fondamentale per non restare intrappolato tra il bisogno di stare meglio e la paura di non poterselo permettere.
Prenoti un primo colloquio gratuito per esplorare i suoi vissuti, ricevere un primo parere professionale e valutare i passi successivi.
Per ogni eventuale approfondimento sono a sua disposizione, anche online.
Un caro saluto,
Dott. Mauro Terracciano.
Dalle sue parole emerge un passaggio molto delicato: dopo una malattia oncologica superata da poco, il suo mondo interno sembra rimasto a lungo in uno stato di allerta, come se il pericolo non fosse davvero finito. Quando per mesi la paura è stata costante, la sua improvvisa attenuazione può risultare più spaventosa dell’ansia stessa. È come se la mente, abituata a misurare tutto attraverso la sofferenza, ora mettesse in dubbio la realtà di ciò che ha vissuto, arrivando a chiedersi se fosse “finto” o “non abbastanza grave”.
Il bisogno che l’ansia torni, per dimostrare che esisteva davvero, non indica un desiderio di stare male, ma la difficoltà a fidarsi di un cambiamento positivo. In questi casi il dubbio non riguarda i farmaci o la diagnosi, ma la propria esperienza interna: se sto meglio, allora forse non avevo diritto a stare così male. È un meccanismo che spesso segue lunghi periodi di paura, soprattutto quando la mente ha imparato a cercare continuamente conferme e rassicurazioni per sentirsi al sicuro.
Ritengo importante che questo momento venga esplorato con attenzione, perché se non viene compreso rischia di trasformarsi in una nuova forma di fissazione, più sottile, che la tiene comunque agganciata al controllo e al dubbio. Dare senso ora a questa calma, senza doverla “mettere alla prova”, è fondamentale per non restare intrappolato tra il bisogno di stare meglio e la paura di non poterselo permettere.
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Gentile utente, mi dispiace tanto per la dinamica che ha raccontato. La malattia oncologica, può rappresentare un vero e proprio trauma con un prima ed un dopo; in questo contesto molte delle cose (tra cui le relazioni) possono essere messe in discussione. In seguito alle cure, ci si deve riadattare alla vita. È importante però, che questo, non rappresenti un punto di arrivo ma di partenza per un futuro migliore. Credo che un percorso di supporto psicologico possa esserle molto utile, proprio per rimettere insieme tutti i pezzi e dare nuovamente continuità alla sua quotidianità.
Sono psiconcologo e mi piacerebbe supportarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
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Dott. Luca Rochdi
Buongiorno,
grazie per aver condiviso quello che stai vivendo. Dopo una malattia oncologica è molto frequente che la mente resti in uno stato di allerta, anche a distanza di mesi, con ansia, dubbi continui e bisogno di rassicurazioni. Il fatto che l’ansia e i pensieri si siano abbassati improvvisamente non significa che prima fossero “finti”: è un meccanismo tipico dell’ansia, che quando cala porta a dubitare di sé e a cercare nuove conferme.
La terapia farmacologica non si inizia perché si è “abbastanza gravi”, ma perché c’è stato un carico emotivo intenso e prolungato, che nel tuo caso ha incluso ansia costante e pensieri suicidari. Un miglioramento momentaneo non invalida ciò che hai vissuto né rende la cura inappropriata.
In questa fase è importante non seguire i continui “test” dell’ansia e affidarsi con continuità al medico che ti segue. Un percorso psicologico potrebbe aiutarti a elaborare ciò che è successo dopo la malattia e a ridurre il bisogno di controllo e rassicurazione.
grazie per aver condiviso quello che stai vivendo. Dopo una malattia oncologica è molto frequente che la mente resti in uno stato di allerta, anche a distanza di mesi, con ansia, dubbi continui e bisogno di rassicurazioni. Il fatto che l’ansia e i pensieri si siano abbassati improvvisamente non significa che prima fossero “finti”: è un meccanismo tipico dell’ansia, che quando cala porta a dubitare di sé e a cercare nuove conferme.
La terapia farmacologica non si inizia perché si è “abbastanza gravi”, ma perché c’è stato un carico emotivo intenso e prolungato, che nel tuo caso ha incluso ansia costante e pensieri suicidari. Un miglioramento momentaneo non invalida ciò che hai vissuto né rende la cura inappropriata.
In questa fase è importante non seguire i continui “test” dell’ansia e affidarsi con continuità al medico che ti segue. Un percorso psicologico potrebbe aiutarti a elaborare ciò che è successo dopo la malattia e a ridurre il bisogno di controllo e rassicurazione.
Quello che descrive è una reazione molto frequente dopo una malattia oncologica e non significa né che “stesse fingendo” prima, né che ora “non sia abbastanza grave”.
Dopo un periodo in cui il corpo e la mente sono stati costantemente in allerta, può accadere che l’ansia cambi forma: invece di manifestarsi solo come paura intensa, diventa dubbio, controllo continuo, bisogno di conferme, paura che le sensazioni non siano “vere abbastanza”. Anche il pensiero “se ora sto un po’ meglio allora prima me lo inventavo” è esso stesso un pensiero ansioso, non una prova di finzione.
Il fatto che:
cerchi rassicurazioni ripetute,
fatichi a fidarti delle risposte ricevute,
controlli continuamente il tuo stato interno,
provi disagio quando l’ansia diminuisce
è molto compatibile con un disturbo d’ansia post-evento traumatico (la malattia oncologica lo è a tutti gli effetti), spesso accompagnato da tratti ossessivi. Il cervello, abituato a “difendersi” dal pericolo, fatica a tollerare la normalità e cerca nuove minacce o dubbi.
Anche rispetto alla terapia farmacologica: non è necessario “stare male” in modo continuo per meritare una cura. I farmaci non sono una punizione né una prova di gravità, ma uno strumento per aiutare il sistema nervoso a ritrovare equilibrio. Il miglioramento iniziale non invalida ciò che hai vissuto.
È però molto importante non affrontare tutto da solo, soprattutto considerando la presenza di pensieri suicidari (anche se ora attenuati). Il percorso più indicato è:
proseguire il monitoraggio medico della terapia,
affiancare un percorso psicoterapeutico, che ti aiuti a elaborare il trauma della malattia, l’ansia di controllo e la paura legata alla sessualità,
lavorare sul significato che attribuisci alle tue sensazioni, senza usarle come “prove” contro di te.
Ti consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, così da costruire un percorso personalizzato e sicuro.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa – Psicoterapeuta – Sessuologa
Dopo un periodo in cui il corpo e la mente sono stati costantemente in allerta, può accadere che l’ansia cambi forma: invece di manifestarsi solo come paura intensa, diventa dubbio, controllo continuo, bisogno di conferme, paura che le sensazioni non siano “vere abbastanza”. Anche il pensiero “se ora sto un po’ meglio allora prima me lo inventavo” è esso stesso un pensiero ansioso, non una prova di finzione.
Il fatto che:
cerchi rassicurazioni ripetute,
fatichi a fidarti delle risposte ricevute,
controlli continuamente il tuo stato interno,
provi disagio quando l’ansia diminuisce
è molto compatibile con un disturbo d’ansia post-evento traumatico (la malattia oncologica lo è a tutti gli effetti), spesso accompagnato da tratti ossessivi. Il cervello, abituato a “difendersi” dal pericolo, fatica a tollerare la normalità e cerca nuove minacce o dubbi.
Anche rispetto alla terapia farmacologica: non è necessario “stare male” in modo continuo per meritare una cura. I farmaci non sono una punizione né una prova di gravità, ma uno strumento per aiutare il sistema nervoso a ritrovare equilibrio. Il miglioramento iniziale non invalida ciò che hai vissuto.
È però molto importante non affrontare tutto da solo, soprattutto considerando la presenza di pensieri suicidari (anche se ora attenuati). Il percorso più indicato è:
proseguire il monitoraggio medico della terapia,
affiancare un percorso psicoterapeutico, che ti aiuti a elaborare il trauma della malattia, l’ansia di controllo e la paura legata alla sessualità,
lavorare sul significato che attribuisci alle tue sensazioni, senza usarle come “prove” contro di te.
Ti consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, così da costruire un percorso personalizzato e sicuro.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa – Psicoterapeuta – Sessuologa
La ringrazio sinceramente per aver condiviso un vissuto così delicato e complesso. Dopo un’esperienza oncologica, soprattutto a pochi mesi dalla guarigione, è molto comprensibile che il corpo e la mente rimangano in uno stato di allerta costante: ciò che descrive non è affatto raro e non indica debolezza, né tantomeno che ci fosse qualcosa di "inventato".
Mi colpisce molto la dicotomia che descrive: “se sorrido allora ho inventato tutto / se sto meglio allora non ero abbastanza grave”. Questa è una modalità di pensiero molto frequente e che influisce negativamente su momenti di vita già altamente stressanti. Tuttavia è importante chiarire un punto fondamentale: il fatto che in alcuni momenti lei stia meglio non invalida in alcun modo la sofferenza che ha provato e che, in parte, sta ancora provando. Le due cose possono coesistere.
È legittimo e sano che, dopo un periodo così impegnativo e minaccioso per la vita, emergano anche momenti di sollievo, di leggerezza, persino di sorriso. Questo non significa “aver finto”, ma piuttosto che il suo sistema emotivo sta cercando gradualmente di recuperare. La sofferenza e la spensieratezza non sono opposti che si escludono: sono parti diverse di noi, che possono alternarsi o prevalere l’una sull’altra anche nell’arco della stessa giornata. Integrarle, anziché metterle in conflitto, è un passaggio cruciale del percorso di cura.
Anche il bisogno di continue rassicurazioni, i dubbi ripetitivi (“e se si fosse sbagliato?”, “e se i farmaci facessero male?”, “posso prenderli a vita?”), così come la ricerca insistente di conferme, sono segnali tipici di un’ansia che cerca controllo per sentirsi al sicuro. Paradossalmente, quando l’ansia si abbassa, il cervello può reagire mettendo in discussione tutto il passato, generando ulteriore inquietudine: non perché stia peggio, ma perché è abituato a funzionare in modalità di allarme.
Rispetto alla terapia farmacologica, il dubbio di “non essere abbastanza grave” è molto comune e non rappresenta un criterio clinico valido: i farmaci non sono una prova di gravità sintomatologica personale, ma uno strumento di cura, esattamente come lo sono stati altri trattamenti nel suo percorso medico.
In ogni caso, vista la delicatezza della situazione, le consiglierei fortemente di affiancare alla cura farmacologica un percorso psicologico, così da poter approfondire e lavorare in modo strutturato sulle preoccupazioni ricorrenti, sul rimuginio e su questa continua messa in discussione dei suoi stati interni. Un approccio cognitivo-comportamentale, in particolare, può essere molto utile per comprendere e modificare questi meccanismi, aiutandola a sviluppare un rapporto più flessibile e meno giudicante con i suoi pensieri e le sue emozioni.
Resto a disposizione. Il fatto che lei si stia interrogando con tanta lucidità su ciò che le accade è già un segnale importante di consapevolezza e di desiderio di stare meglio.
Mi colpisce molto la dicotomia che descrive: “se sorrido allora ho inventato tutto / se sto meglio allora non ero abbastanza grave”. Questa è una modalità di pensiero molto frequente e che influisce negativamente su momenti di vita già altamente stressanti. Tuttavia è importante chiarire un punto fondamentale: il fatto che in alcuni momenti lei stia meglio non invalida in alcun modo la sofferenza che ha provato e che, in parte, sta ancora provando. Le due cose possono coesistere.
È legittimo e sano che, dopo un periodo così impegnativo e minaccioso per la vita, emergano anche momenti di sollievo, di leggerezza, persino di sorriso. Questo non significa “aver finto”, ma piuttosto che il suo sistema emotivo sta cercando gradualmente di recuperare. La sofferenza e la spensieratezza non sono opposti che si escludono: sono parti diverse di noi, che possono alternarsi o prevalere l’una sull’altra anche nell’arco della stessa giornata. Integrarle, anziché metterle in conflitto, è un passaggio cruciale del percorso di cura.
Anche il bisogno di continue rassicurazioni, i dubbi ripetitivi (“e se si fosse sbagliato?”, “e se i farmaci facessero male?”, “posso prenderli a vita?”), così come la ricerca insistente di conferme, sono segnali tipici di un’ansia che cerca controllo per sentirsi al sicuro. Paradossalmente, quando l’ansia si abbassa, il cervello può reagire mettendo in discussione tutto il passato, generando ulteriore inquietudine: non perché stia peggio, ma perché è abituato a funzionare in modalità di allarme.
Rispetto alla terapia farmacologica, il dubbio di “non essere abbastanza grave” è molto comune e non rappresenta un criterio clinico valido: i farmaci non sono una prova di gravità sintomatologica personale, ma uno strumento di cura, esattamente come lo sono stati altri trattamenti nel suo percorso medico.
In ogni caso, vista la delicatezza della situazione, le consiglierei fortemente di affiancare alla cura farmacologica un percorso psicologico, così da poter approfondire e lavorare in modo strutturato sulle preoccupazioni ricorrenti, sul rimuginio e su questa continua messa in discussione dei suoi stati interni. Un approccio cognitivo-comportamentale, in particolare, può essere molto utile per comprendere e modificare questi meccanismi, aiutandola a sviluppare un rapporto più flessibile e meno giudicante con i suoi pensieri e le sue emozioni.
Resto a disposizione. Il fatto che lei si stia interrogando con tanta lucidità su ciò che le accade è già un segnale importante di consapevolezza e di desiderio di stare meglio.
Buon pomeriggio,
quanto descrive è una reazione comprensibile rispetto a quanto vissuto. Spesso, anche quando il corpo è guarito, la mente rimane in uno stato di allerta, con ansia costante, timori legati alla salute, alla sessualità e un forte bisogno di rassicurazione.
Resta fondamentale seguire con continuità le indicazioni del medico rispetto alla terapia farmacologica e, parallelamente, valutare un percorso di supporto psicologico. In questo contesto, alcuni approcci specifici – come interventi orientati all’elaborazione del trauma (ad es. EMDR) o pratiche di mindfulness – possono rappresentare strumenti utili, se guidati da professionisti qualificati, per elaborare l’esperienza della malattia, ridurre il bisogno di controllo e rassicurazione e affrontare le paure legate al “ritorno alla normalità”.
Qualora i pensieri suicidari dovessero intensificarsi o diventare più presenti, è fondamentale segnalarlo tempestivamente al medico o a un professionista di riferimento e cercare aiuto immediato.
Chiedere supporto in questa fase non è un segno di debolezza, ma un passo importante per prendersi cura di sé e del proprio benessere psicologico dopo un evento così significativo. Un caro saluto, PR
quanto descrive è una reazione comprensibile rispetto a quanto vissuto. Spesso, anche quando il corpo è guarito, la mente rimane in uno stato di allerta, con ansia costante, timori legati alla salute, alla sessualità e un forte bisogno di rassicurazione.
Resta fondamentale seguire con continuità le indicazioni del medico rispetto alla terapia farmacologica e, parallelamente, valutare un percorso di supporto psicologico. In questo contesto, alcuni approcci specifici – come interventi orientati all’elaborazione del trauma (ad es. EMDR) o pratiche di mindfulness – possono rappresentare strumenti utili, se guidati da professionisti qualificati, per elaborare l’esperienza della malattia, ridurre il bisogno di controllo e rassicurazione e affrontare le paure legate al “ritorno alla normalità”.
Qualora i pensieri suicidari dovessero intensificarsi o diventare più presenti, è fondamentale segnalarlo tempestivamente al medico o a un professionista di riferimento e cercare aiuto immediato.
Chiedere supporto in questa fase non è un segno di debolezza, ma un passo importante per prendersi cura di sé e del proprio benessere psicologico dopo un evento così significativo. Un caro saluto, PR
Buongiorno,
quanto descrive è una condizione più frequente di quanto si immagini nelle persone che hanno attraversato una malattia oncologica e una fase di cure intense. La guarigione, soprattutto quando è recente, non coincide automaticamente con un ritorno alla serenità psicologica; al contrario, per molti rappresenta l’inizio di una fase nuova e fragile, in cui l’ansia prende il posto della paura “concreta” della malattia e si diffonde su diversi ambiti della vita, inclusa la sessualità, il corpo e il futuro.
Il meccanismo che descrive — il dubbio continuo, la ricerca ripetuta di rassicurazioni, il controllo dei sintomi, la paura che i medici si siano sbagliati — è tipico di un’ansia elevata e non indica che lei stesse “inventando” il suo malessere. Il fatto che da un giorno l’intensità dei pensieri si sia ridotta non significa che ciò che ha vissuto prima non fosse reale o “abbastanza grave”; al contrario, l’ansia ha spesso un andamento fluttuante e può spostarsi dal contenuto della paura alla paura stessa di non provare più ansia, come se quest’ultima diventasse una prova della propria sofferenza.
Il desiderio che l’ansia “torni” per dimostrare che esiste è un segnale importante: indica quanto lei sia rimasto intrappolato in un sistema di controllo e di verifica continua del proprio stato mentale. Questo circolo vizioso — “se sto meglio allora stavo fingendo”, “se sto peggio allora sono davvero malato” — alimenta l’ansia invece di ridurla.
Rispetto alla terapia farmacologica, il dubbio, la paura degli effetti e il timore di “doverla prendere per sempre” sono molto comuni, soprattutto in persone che hanno già vissuto cure mediche impegnative. Tuttavia, l’indicazione a una terapia non dipende dal fatto che lei stia male in ogni singolo momento, ma dalla presenza di un quadro di ansia che interferisce in modo significativo con la qualità della vita e che tende ad autoalimentarsi.
In questa fase, la cosa più importante non è dimostrare a se stesso quanto sta male, ma affidarsi a un percorso strutturato, evitando il più possibile la ricerca compulsiva di rassicurazioni (medici, internet, controllo dei pensieri). Un supporto psicologico, possibilmente integrato alla terapia farmacologica, può aiutarla a comprendere e interrompere questi meccanismi, restituendole gradualmente un senso di fiducia nel proprio corpo e nella propria mente.
Le auguro di intraprendere questo tipo di percorso.
quanto descrive è una condizione più frequente di quanto si immagini nelle persone che hanno attraversato una malattia oncologica e una fase di cure intense. La guarigione, soprattutto quando è recente, non coincide automaticamente con un ritorno alla serenità psicologica; al contrario, per molti rappresenta l’inizio di una fase nuova e fragile, in cui l’ansia prende il posto della paura “concreta” della malattia e si diffonde su diversi ambiti della vita, inclusa la sessualità, il corpo e il futuro.
Il meccanismo che descrive — il dubbio continuo, la ricerca ripetuta di rassicurazioni, il controllo dei sintomi, la paura che i medici si siano sbagliati — è tipico di un’ansia elevata e non indica che lei stesse “inventando” il suo malessere. Il fatto che da un giorno l’intensità dei pensieri si sia ridotta non significa che ciò che ha vissuto prima non fosse reale o “abbastanza grave”; al contrario, l’ansia ha spesso un andamento fluttuante e può spostarsi dal contenuto della paura alla paura stessa di non provare più ansia, come se quest’ultima diventasse una prova della propria sofferenza.
Il desiderio che l’ansia “torni” per dimostrare che esiste è un segnale importante: indica quanto lei sia rimasto intrappolato in un sistema di controllo e di verifica continua del proprio stato mentale. Questo circolo vizioso — “se sto meglio allora stavo fingendo”, “se sto peggio allora sono davvero malato” — alimenta l’ansia invece di ridurla.
Rispetto alla terapia farmacologica, il dubbio, la paura degli effetti e il timore di “doverla prendere per sempre” sono molto comuni, soprattutto in persone che hanno già vissuto cure mediche impegnative. Tuttavia, l’indicazione a una terapia non dipende dal fatto che lei stia male in ogni singolo momento, ma dalla presenza di un quadro di ansia che interferisce in modo significativo con la qualità della vita e che tende ad autoalimentarsi.
In questa fase, la cosa più importante non è dimostrare a se stesso quanto sta male, ma affidarsi a un percorso strutturato, evitando il più possibile la ricerca compulsiva di rassicurazioni (medici, internet, controllo dei pensieri). Un supporto psicologico, possibilmente integrato alla terapia farmacologica, può aiutarla a comprendere e interrompere questi meccanismi, restituendole gradualmente un senso di fiducia nel proprio corpo e nella propria mente.
Le auguro di intraprendere questo tipo di percorso.
Gentilissimo,
credo che la sua mente stia ancora reagendo -e mi sembra davvero comprensibile- al trauma della malattia: dopo mesi di allerta, ogni cambiamento — anche un miglioramento — viene vissuto come sospetto. L’ansia, i dubbi continui e la ricerca di rassicurazioni non sono finzione, ma il modo in cui il sistema nervoso prova a ritrovare stabilità e coerenza. Anche il fatto che oggi si senta un po’ meglio non nega ciò che ha vissuto: è un’oscillazione normale. Il timore di “non essere creduto” potrebbe alimentare l’idea che l’ansia debba tornare come fosse una spia visibile a tutti, ma non è detto che sia l'unico strumento per consentirle di essere "visto". È sicuramente importante continuare a parlarne con i professionisti che la seguono e non restare solo con questi pensieri, soprattutto quando diventano più ricorrenti. Resto a disposizione per ogni ulteriore eventuale necessità- un saluto cordiale, dott.ssa M. Borrelli
credo che la sua mente stia ancora reagendo -e mi sembra davvero comprensibile- al trauma della malattia: dopo mesi di allerta, ogni cambiamento — anche un miglioramento — viene vissuto come sospetto. L’ansia, i dubbi continui e la ricerca di rassicurazioni non sono finzione, ma il modo in cui il sistema nervoso prova a ritrovare stabilità e coerenza. Anche il fatto che oggi si senta un po’ meglio non nega ciò che ha vissuto: è un’oscillazione normale. Il timore di “non essere creduto” potrebbe alimentare l’idea che l’ansia debba tornare come fosse una spia visibile a tutti, ma non è detto che sia l'unico strumento per consentirle di essere "visto". È sicuramente importante continuare a parlarne con i professionisti che la seguono e non restare solo con questi pensieri, soprattutto quando diventano più ricorrenti. Resto a disposizione per ogni ulteriore eventuale necessità- un saluto cordiale, dott.ssa M. Borrelli
Buonasera,
la ringrazio per aver condiviso qualcosa di così profondo e delicato.
Aver affrontato una malattia oncologica e il percorso di guarigione è un evento di portata enorme, che può avere un impatto significativo anche sulla salute mentale. L’ansia che ha vissuto, le paure e i pensieri intrusivi sono comprensibili nel contesto di ciò che ha attraversato.
Quello che racconta — il fatto che i sintomi si siano improvvisamente attenuati e che questo le generi ansia, la sensazione di aver “inventato tutto”, il bisogno di provare a sé stesso che la sofferenza fosse reale — è un’esperienza tutt’altro che rara. Dopo periodi di intensa sofferenza psichica, quando i sintomi diminuiscono, può emergere il dubbio sulla loro autenticità. È come se la mente cercasse continue conferme che ciò che si è vissuto fosse “abbastanza grave”, “abbastanza reale”. Questo può generare un circolo paradossale, in cui il miglioramento diventa esso stesso fonte di ansia: “se sto meglio, allora forse stavo fingendo”, “se sorrido, allora non ero davvero così male”.
Questa dinamica — in cui si arriva quasi a desiderare il ritorno dei sintomi per validare la sofferenza passata — racconta qualcosa di importante: una possibile difficoltà a fidarsi della propria esperienza interna e a riconoscerle legittimità senza bisogno di continue “prove”. È importante sottolineare che la sofferenza che ha vissuto era reale, indipendentemente da come si sente oggi.
È fondamentale che ne parli con il professionista che la sta seguendo e che le ha prescritto la terapia farmacologica. Questo cambiamento, e soprattutto il modo in cui lo sta vivendo, meritano di essere esplorati insieme. Se non lo sta già facendo, potrebbe essere utile affiancare alla terapia farmacologica un percorso psicoterapeutico, uno spazio in cui poter elaborare non solo l’ansia e i pensieri intrusivi, ma anche l’impatto profondo che la malattia ha avuto sulla sua vita e sulla percezione di sé.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
la ringrazio per aver condiviso qualcosa di così profondo e delicato.
Aver affrontato una malattia oncologica e il percorso di guarigione è un evento di portata enorme, che può avere un impatto significativo anche sulla salute mentale. L’ansia che ha vissuto, le paure e i pensieri intrusivi sono comprensibili nel contesto di ciò che ha attraversato.
Quello che racconta — il fatto che i sintomi si siano improvvisamente attenuati e che questo le generi ansia, la sensazione di aver “inventato tutto”, il bisogno di provare a sé stesso che la sofferenza fosse reale — è un’esperienza tutt’altro che rara. Dopo periodi di intensa sofferenza psichica, quando i sintomi diminuiscono, può emergere il dubbio sulla loro autenticità. È come se la mente cercasse continue conferme che ciò che si è vissuto fosse “abbastanza grave”, “abbastanza reale”. Questo può generare un circolo paradossale, in cui il miglioramento diventa esso stesso fonte di ansia: “se sto meglio, allora forse stavo fingendo”, “se sorrido, allora non ero davvero così male”.
Questa dinamica — in cui si arriva quasi a desiderare il ritorno dei sintomi per validare la sofferenza passata — racconta qualcosa di importante: una possibile difficoltà a fidarsi della propria esperienza interna e a riconoscerle legittimità senza bisogno di continue “prove”. È importante sottolineare che la sofferenza che ha vissuto era reale, indipendentemente da come si sente oggi.
È fondamentale che ne parli con il professionista che la sta seguendo e che le ha prescritto la terapia farmacologica. Questo cambiamento, e soprattutto il modo in cui lo sta vivendo, meritano di essere esplorati insieme. Se non lo sta già facendo, potrebbe essere utile affiancare alla terapia farmacologica un percorso psicoterapeutico, uno spazio in cui poter elaborare non solo l’ansia e i pensieri intrusivi, ma anche l’impatto profondo che la malattia ha avuto sulla sua vita e sulla percezione di sé.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
uscire da un lungo perido di cure per una aptologia oncologica rappresenta uno stressor molto forte e puo capitare che la mente non riesca a restare aderente alla realtà per paura che questa possa essere ancora dolorosa e difficile. Le consiglio di effettuare una consulenza psichiatrica anche per valutare quanto i farmaci da lei assunti nel periodo possano interferire nel quadroa attuale. Si affidi fiducioso di trovare le sue risposte quelle reali non cio che temiamo per noi.
Gentilissimo, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione. Posso soltanto immaginare quanto sia stato difficile attraversare questo periodo così complesso e faticoso. Ci tengo a sottolineare che quello che descrive è molto comprensibile dopo un'esperienza oncologica; il corpo guarisce, ma la mente resta in allerta come se dovesse prevenire un nuovo pericolo. Il passato che ha vissuto, però, non è stato inventato, il fatto che adesso abbia sentito l'ansia attenuarsi non la cancella, né la rende meno reale. E' piuttosto frequente che, quando i sintomi si attenuano, compaia il dubbio di non essere "abbastanza grave" o la paura che qualcun altro possa non prendersi più cura di noi. Quello che descrive è, in qualche modo, un meccanismo stesso dell'ansia, ovvero il bisogno di controllare, rassicurarsi, cercare conferme continue, e persino il paradosso di volerla sentire tornare per sentirsi validato. Lasciare che l'ansia vada e venga senza inseguirla o combatterla è parte del processo che sta affrontando. Le consiglierei di prendere in considerazione la possibilità di iniziare un percorso psicoterapeutico, in modo che possa portare il suo vissuto e lo possa affrontare con un professionista all'interno di uno spazio sicuro e non giudicante. Si dia il tempo di elaborare ciò che ha dovuto affrontare.
Un caro saluto.
Dott. Alessandro Rigutti
Un caro saluto.
Dott. Alessandro Rigutti
Caro utente,
intanto le anticipo che le sue preoccupazioni sono comprensibili. Superare una malattia oncologica è un grandissimo risultato ma può lasciare strascichi di ansia durevoli, proprio per la gravità della malattia. La sua ansia è generata probabilmente dal desiderio di lasciarsi alle spalle definitivamente la malattia, per questo la sensazione che fosse "inventato". E' un problema complesso, quindi le consiglio di cercare un sostegno tramite una consulenza. A disposizione se volesse.
intanto le anticipo che le sue preoccupazioni sono comprensibili. Superare una malattia oncologica è un grandissimo risultato ma può lasciare strascichi di ansia durevoli, proprio per la gravità della malattia. La sua ansia è generata probabilmente dal desiderio di lasciarsi alle spalle definitivamente la malattia, per questo la sensazione che fosse "inventato". E' un problema complesso, quindi le consiglio di cercare un sostegno tramite una consulenza. A disposizione se volesse.
Buongiorno, quello che descrive è un vissuto molto comprensibile, soprattutto considerando ciò che ha attraversato. Uscire da una malattia oncologica non significa automaticamente tornare a sentirsi al sicuro. Anzi, spesso accade l’opposto. Dopo mesi in cui il corpo è stato un luogo di pericolo, la mente rimane in allerta, come se dovesse continuare a controllare tutto per evitare che qualcosa di grave si ripresenti. L’ansia che racconta non è un segno di debolezza, ma il riflesso di un sistema che ha imparato a difendersi in modo estremo. Il punto che oggi la mette più in difficoltà non è solo l’ansia in sé, ma il rapporto che sta avendo con essa. Per molto tempo la paura è stata costante, invadente, quasi una prova che qualcosa non andasse. Ora che per un momento sembra essersi attenuata, invece di sentire sollievo, compare un’angoscia nuova, come se quella calma mettesse in dubbio tutto ciò che ha provato prima. È come se la mente le dicesse che, se ora sta un po’ meglio, allora prima stava fingendo, esagerando, o non meritava aiuto. Questo meccanismo è molto comune nei periodi di sofferenza intensa e non significa affatto che ciò che ha vissuto fosse irreale. L’ansia non è una linea retta. Non cresce e non diminuisce in modo coerente e prevedibile. Può calare all’improvviso, anche solo per poche ore o pochi giorni, e poi ripresentarsi. Il fatto che in questo momento sia più bassa non cancella ciò che ha provato prima, né rende meno autentico il suo dolore. La sofferenza emotiva non si misura dalla sua continuità, ma dall’impatto che ha avuto sulla sua vita. E da quello che racconta, l’impatto c’è stato eccome. Il bisogno di controllare, di cercare conferme continue, di dubitare dei pareri ricevuti o di tornare più volte sulle stesse domande è un altro modo in cui la mente prova a proteggersi. Quando il corpo ha tradito una volta, la fiducia diventa fragile. Ogni pensiero del tipo e se non fosse vero, e se si fossero sbagliati, e se tornasse tutto, è il tentativo di non farsi cogliere impreparati di nuovo. Anche il desiderio che l’ansia torni per dimostrare che esiste davvero va letto in questa chiave. Non è masochismo, ma il bisogno di una prova certa, di qualcosa di tangibile che giustifichi la paura e il percorso che sta affrontando. È importante sapere che non serve stare sempre male per avere diritto a stare meglio. Non deve dimostrare nulla, né a se stesso né agli altri. Il fatto che in questo momento la mente cerchi di smontare tutto, dicendo che era inventato o non abbastanza grave, è solo un altro volto dell’ansia, più sottile ma non meno faticoso. Cambia forma, ma resta la stessa dinamica di controllo e dubbio. In questa fase può essere utile provare a fare una cosa controintuitiva, cioè smettere di inseguire la certezza assoluta. Né quella che conferma che l’ansia esiste, né quella che garantisce che non tornerà. Ogni tentativo di dimostrare qualcosa alla mente finisce per alimentare il circolo. Accettare che oggi si sente un po’ meglio, senza usarlo come prova contro se stesso, può essere un primo passo verso una relazione diversa con ciò che prova. I pensieri suicidi che cita meritano attenzione e rispetto, anche se oggi sembrano attenuati. Non sono un giudizio su di lei, ma un segnale di quanto la fatica sia stata intensa. Se dovessero tornare con forza, o se sentisse di perdere il controllo, è fondamentale parlarne apertamente con un professionista di riferimento o con una persona di fiducia. Chiedere aiuto non è un fallimento, ma un modo per prendersi cura di sé dopo una prova enorme. La guarigione fisica è un traguardo enorme, ma quella emotiva ha tempi e strade proprie. Non è un interruttore che si spegne da un giorno all’altro. Può concedersi di stare dove si trova ora, senza pretendere di capire tutto subito e senza usare ogni cambiamento come un processo a se stesso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno da quello che scrive, è appena uscito da un periodo molto delicato e complesso della sua vita. Per questa ragione sta riaffrontando ora un cambiamento ovvero una quotidianità diversa e forse anche più leggera rispetto a prima ma sente comunque ansia per l’aspetto sessuale, che è anche normale dato che la malattia, se non ho capito male, aveva colpito proprio quella zona. Riferisce che non ci sono più pensieri negativi, forse anche per l’aiuto dei farmaci? E questo è sicuramente strano per lei dal momento che prima li sentiva parte di lei. In ogni caso provi a capire se puó esserle utile parlare e confrontarsi con un professionista per avere un supporto e un aiuto anche rispetto a questi pensieri ricorrenti che sembrano appesantirla molto così come per l’ansia rispetto all’aspetto sessuale. Le auguro una buona giornata.
Buongiorno, ogni fase di una malattia oncologia è molto delicata e la guarigione non è da meno. Penso che i fattori di stress che ha dovuto sopportare negli ultimi mesi siano stati molto pesanti e che la mente ora stia esprimendo una sua sofferenza. Probabilmente iniziare a stare bene, non la fa più sentire coerente e al costringe ad abbandonare una parte che negli ultimi tempi l'ha sempre accompagnata. Questo può portarla a sentirsi responsabile di questa coerenza e, paradossalmente, a sperimentare un vissuto di colpa per sentirsi meglio. Quando invece sarebbe importante che lei si riconoscesse il diritto a guarire e a stare bene, consapevole che molte malattie, anche psicologiche, possono andare verso la remissione e questo non rende la persona sbagliata semplicemente per il fatto di non manifestare più un sintomo. Ora, da quello che racconta, sembra che stia mettendo in atto un meccanismo di auto sabotaggio, sostituendo un sintomo con un altro, al fine di non guarire mai del tutto e rimanere sempre coerente a sé stesso. Per questo hanno preso vita pensieri di natura ossessiva e autocritica. Credo che questa fase importante e delicata che sta attraversando merita di essere attenzionata, e l'aiuto di un* psicolog* psicoterapeuta può essere fondamentale per aiutarla a comprendere meglio questa sofferenza e a prendersene cura. Resto a disposizione per un ulteriore confronto. Dott.ssa Anna Tosi
Buongiorno, l'elaborazione di una malattia oncologica è un processo lungo e complesso. Sarebbe interessante capire cosa intendi per guarito ( sono passati 5 anni da un eventuale intervento o dall'ultima chemioterapia?) inoltre il senso di irrealtà che tu provi da un giorno, può fare parte del processo ed indicare che la tua mente sta cercando una strada per proteggerti dalle emozioni troppo forti: la paura è per il farmaco che può far male o nasconde la paura che la malattia ritorni? le stesse domande che mettono in dubbio la diagnosi medica, fanno pensare a questa seconda possibilità. Ti consiglio di non cercare in rete informazioni che spesso non hanno alcun fondamento scientifico, e di affidarti alle cure mediche che ti sono state prescritte. Inoltre sei sicuro che solo l'ansia ti possa darti la consapevolezza che è stato tutto reale? In un percorso di sostegno psicologico potresti scoprire, che elaborando i tuoi pensieri, ci sono modi alternativi per percepire la realtà di quanto hai vissuto ed integrarlo nella tua vita.
Buongiorno,
quello che descrive è un vissuto molto comprensibile e, per quanto possa sembrare paradossale, piuttosto frequente dopo un’esperienza oncologica. La guarigione non coincide automaticamente con un senso di sicurezza interna: spesso il corpo “è salvo”, ma la mente resta in allerta, come se dovesse continuare a controllare che il pericolo non torni. L’ansia che ha iniziato a sperimentare può essere letta anche come una risposta a un trauma, a mesi in cui il suo organismo e la sua psiche sono stati costretti a confrontarsi con l’idea di vulnerabilità, di perdita di controllo, persino di morte.
Il meccanismo che ora la spaventa, il fatto che l’ansia sembri essersi abbassata e che questo le faccia dubitare della “veridicità” di ciò che ha vissuto, è in realtà coerente con un funzionamento ansioso-ossessivo. La mente, abituata a monitorare costantemente segnali di pericolo, quando non li trova li cerca, o addirittura li rimpiange, perché l’assenza dell’ansia viene percepita come innaturale, sospetta, quasi minacciosa. Non significa che stesse fingendo prima, né che ora non “meriti” una cura: significa che il suo sistema nervoso è ancora molto sensibile e fatica a tollerare il cambiamento, anche quando è positivo.
Le domande ripetitive, il bisogno di rassicurazioni continue, i dubbi sulla diagnosi o sugli effetti dei farmaci, così come la paura legata alla sessualità, vanno nella stessa direzione: tentativi di controllare l’incertezza. Il fatto che per un giorno questi pensieri si siano attenuati non cancella il percorso che l’ha portata fin qui, né invalida la sofferenza precedente. La sofferenza non si misura dall’intensità costante dei sintomi, ma dal loro impatto sulla sua vita e dal tempo in cui l’hanno limitata.
Il punto centrale ora non è “far tornare l’ansia” per dimostrare che esiste, ma imparare gradualmente a non usarla come prova della sua legittimità. L’ansia non è un certificato di realtà. Il suo dolore è stato reale anche quando ora sembra meno presente. La terapia farmacologica, se indicata, non serve perché lei “sta abbastanza male”, ma per aiutarla a stabilizzare un sistema che è rimasto iperattivato dopo un’esperienza estrema. E il fatto che qualcosa inizi a muoversi, anche rapidamente, non è un segnale di falsità, ma di risposta.
Il mio suggerimento è di non combattere questo momento di tregua e di non sottoporlo a continue verifiche mentali. Continui il percorso concordato con i professionisti che la seguono e, se possibile, affianchi anche un supporto psicologico: lavorare sul significato che la malattia ha avuto per lei, sulla paura di ricadere, sulla fiducia nel corpo e nella sessualità può fare una grande differenza. Non è necessario soffrire per dimostrare di aver sofferto. Ora il lavoro è imparare, poco alla volta, a stare anche quando la paura si abbassa, senza viverlo come una minaccia.
Un saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
quello che descrive è un vissuto molto comprensibile e, per quanto possa sembrare paradossale, piuttosto frequente dopo un’esperienza oncologica. La guarigione non coincide automaticamente con un senso di sicurezza interna: spesso il corpo “è salvo”, ma la mente resta in allerta, come se dovesse continuare a controllare che il pericolo non torni. L’ansia che ha iniziato a sperimentare può essere letta anche come una risposta a un trauma, a mesi in cui il suo organismo e la sua psiche sono stati costretti a confrontarsi con l’idea di vulnerabilità, di perdita di controllo, persino di morte.
Il meccanismo che ora la spaventa, il fatto che l’ansia sembri essersi abbassata e che questo le faccia dubitare della “veridicità” di ciò che ha vissuto, è in realtà coerente con un funzionamento ansioso-ossessivo. La mente, abituata a monitorare costantemente segnali di pericolo, quando non li trova li cerca, o addirittura li rimpiange, perché l’assenza dell’ansia viene percepita come innaturale, sospetta, quasi minacciosa. Non significa che stesse fingendo prima, né che ora non “meriti” una cura: significa che il suo sistema nervoso è ancora molto sensibile e fatica a tollerare il cambiamento, anche quando è positivo.
Le domande ripetitive, il bisogno di rassicurazioni continue, i dubbi sulla diagnosi o sugli effetti dei farmaci, così come la paura legata alla sessualità, vanno nella stessa direzione: tentativi di controllare l’incertezza. Il fatto che per un giorno questi pensieri si siano attenuati non cancella il percorso che l’ha portata fin qui, né invalida la sofferenza precedente. La sofferenza non si misura dall’intensità costante dei sintomi, ma dal loro impatto sulla sua vita e dal tempo in cui l’hanno limitata.
Il punto centrale ora non è “far tornare l’ansia” per dimostrare che esiste, ma imparare gradualmente a non usarla come prova della sua legittimità. L’ansia non è un certificato di realtà. Il suo dolore è stato reale anche quando ora sembra meno presente. La terapia farmacologica, se indicata, non serve perché lei “sta abbastanza male”, ma per aiutarla a stabilizzare un sistema che è rimasto iperattivato dopo un’esperienza estrema. E il fatto che qualcosa inizi a muoversi, anche rapidamente, non è un segnale di falsità, ma di risposta.
Il mio suggerimento è di non combattere questo momento di tregua e di non sottoporlo a continue verifiche mentali. Continui il percorso concordato con i professionisti che la seguono e, se possibile, affianchi anche un supporto psicologico: lavorare sul significato che la malattia ha avuto per lei, sulla paura di ricadere, sulla fiducia nel corpo e nella sessualità può fare una grande differenza. Non è necessario soffrire per dimostrare di aver sofferto. Ora il lavoro è imparare, poco alla volta, a stare anche quando la paura si abbassa, senza viverlo come una minaccia.
Un saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Buonasera,
dopo una malattia oncologica è molto frequente sviluppare ansia persistente, ipercontrollo dei pensieri e dubbi continui, anche quando il pericolo reale è passato. Ciò che descrive, il bisogno di “dimostrare” che l’ansia esista, la paura che il miglioramento la renda non legittima, il rimuginio e le continue rassicurazioni, è tipico dei meccanismi ansioso-ossessivi, non di finzione o debolezza.
Il fatto che l’ansia si sia ridotta non invalida ciò che ha vissuto né rende inutile una cura: i sintomi fluttuano e questo è normale, soprattutto all’inizio di un percorso farmacologico o dopo una fase di forte stress. Cercare di “richiamare” l’ansia o verificarla, invece, tende a mantenerla.
In questo momento è importante non inseguire i pensieri, non cercare conferme continue e affidarsi a un percorso strutturato che tenga insieme l’aspetto medico ed emotivo.
Per approfondire con calma ciò che sta accadendo e capire come affrontarlo nel modo più adatto a Lei, La invito a un colloquio conoscitivo.
dopo una malattia oncologica è molto frequente sviluppare ansia persistente, ipercontrollo dei pensieri e dubbi continui, anche quando il pericolo reale è passato. Ciò che descrive, il bisogno di “dimostrare” che l’ansia esista, la paura che il miglioramento la renda non legittima, il rimuginio e le continue rassicurazioni, è tipico dei meccanismi ansioso-ossessivi, non di finzione o debolezza.
Il fatto che l’ansia si sia ridotta non invalida ciò che ha vissuto né rende inutile una cura: i sintomi fluttuano e questo è normale, soprattutto all’inizio di un percorso farmacologico o dopo una fase di forte stress. Cercare di “richiamare” l’ansia o verificarla, invece, tende a mantenerla.
In questo momento è importante non inseguire i pensieri, non cercare conferme continue e affidarsi a un percorso strutturato che tenga insieme l’aspetto medico ed emotivo.
Per approfondire con calma ciò che sta accadendo e capire come affrontarlo nel modo più adatto a Lei, La invito a un colloquio conoscitivo.
Buongiorno,
quello che descrive è una reazione molto comprensibile dopo una malattia oncologica: anche quando il corpo guarisce, la mente spesso resta in allerta. L’ansia, i dubbi continui, il bisogno di conferme e ora persino la paura di stare “meglio” fanno parte dello stesso meccanismo di controllo e iper‑attenzione che segue un’esperienza così traumatica.
Il fatto che l’ansia si sia abbassata non significa che prima fosse “finta” o che lei non avesse bisogno di aiuto. Questo tipo di pensieri (“non ero abbastanza grave”, “me lo sono inventato”) sono tipici dell’ansia e del disturbo ossessivo, non una prova contro la sua sofferenza. Cercare l’ansia per dimostrare che esiste è, paradossalmente, un altro modo in cui l’ansia cerca di mantenere il controllo.
Per quanto riguarda l’aspetto prettamente medico e farmacologico, è fondamentale che continui a confrontarsi con i medici che la stanno seguendo, riportando loro con sincerità questi cambiamenti e questi timori.
Sul piano psichico, un percorso psicologico può aiutarla a elaborare il “dopo malattia”, la paura di ricadere, i pensieri ossessivi e il rapporto con il controllo e la sicurezza. Non deve affrontare tutto questo da solo.
Se vuole, può scrivermi così posso consigliarle uno psicologo che abita dalle sue parti e che possa aiutarla a lavorare su questi aspetti.
Un caro saluto
quello che descrive è una reazione molto comprensibile dopo una malattia oncologica: anche quando il corpo guarisce, la mente spesso resta in allerta. L’ansia, i dubbi continui, il bisogno di conferme e ora persino la paura di stare “meglio” fanno parte dello stesso meccanismo di controllo e iper‑attenzione che segue un’esperienza così traumatica.
Il fatto che l’ansia si sia abbassata non significa che prima fosse “finta” o che lei non avesse bisogno di aiuto. Questo tipo di pensieri (“non ero abbastanza grave”, “me lo sono inventato”) sono tipici dell’ansia e del disturbo ossessivo, non una prova contro la sua sofferenza. Cercare l’ansia per dimostrare che esiste è, paradossalmente, un altro modo in cui l’ansia cerca di mantenere il controllo.
Per quanto riguarda l’aspetto prettamente medico e farmacologico, è fondamentale che continui a confrontarsi con i medici che la stanno seguendo, riportando loro con sincerità questi cambiamenti e questi timori.
Sul piano psichico, un percorso psicologico può aiutarla a elaborare il “dopo malattia”, la paura di ricadere, i pensieri ossessivi e il rapporto con il controllo e la sicurezza. Non deve affrontare tutto questo da solo.
Se vuole, può scrivermi così posso consigliarle uno psicologo che abita dalle sue parti e che possa aiutarla a lavorare su questi aspetti.
Un caro saluto
Buonasera, capisco perfettamente il paradosso in cui ti trovi: desiderare che torni l'ansia per dimostrare a te stesso che la tua sofferenza non è stata un'invenzione.
Dopo una malattia oncologica, il corpo e la mente attraversano un trauma enorme. Per mesi (o anni) la tua identità è stata quella di 'combattente' o di 'paziente'. Ora che sei guarito fisicamente da 4 mesi, ti ritrovi in quello che chiamiamo 'vuoto post-traumatico'. L'ansia costante che hai provato finora, comprese le preoccupazioni sulla sessualità o le ricerche ossessive su internet, è stata il tuo modo di restare in allerta per paura di essere sorpreso di nuovo dal male.
Quando improvvisamente senti un calo di questa tensione, la tua mente entra in crisi perché teme di perdere il contatto con la realtà di ciò che hai vissuto. Dire a se stessi 'allora fingevo tutto' è una difesa: è meno doloroso pensare di aver inventato l'ansia piuttosto che accettare di essere stati davvero così fragili e in pericolo.
Ecco cosa sta succedendo:
La colpa del sopravvissuto: Sorridere o stare bene ti sembra un tradimento verso la gravità di ciò che hai passato.
Il controllo: L'ansia e le domande ripetitive (i farmaci, la prostatite) erano un modo per sentire di avere il controllo. Senza quell'ansia, ti senti nudo.
La validazione del dolore: Non hai bisogno dell'ansia per dimostrare che hai sofferto. La tua sofferenza è scritta nella tua storia, non ha bisogno di sintomi costanti per essere 'vera'.
Nella mia pratica clinica, lavoriamo sulla riprogrammazione dei vissuti proprio per questo: per insegnare alla mente che può godersi la guarigione senza sentirsi in colpa. Non stai 'fingendo', stai solo iniziando a respirare, e questo nuovo silenzio ti spaventa perché non ci sei più abituato.
Il mio consiglio è di non forzare il ritorno dell'ansia e di non colpevolizzarti se ti senti meglio. Parlane apertamente con chi ti prescriverà i farmaci: la cura serve a stabilizzare questo passaggio delicato, non a premiare una 'gravità'. Meriti di stare bene, senza doverlo dimostrare a nessuno, nemmeno a te stesso.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo Psicologa Clinica e della Riabilitazione
Dopo una malattia oncologica, il corpo e la mente attraversano un trauma enorme. Per mesi (o anni) la tua identità è stata quella di 'combattente' o di 'paziente'. Ora che sei guarito fisicamente da 4 mesi, ti ritrovi in quello che chiamiamo 'vuoto post-traumatico'. L'ansia costante che hai provato finora, comprese le preoccupazioni sulla sessualità o le ricerche ossessive su internet, è stata il tuo modo di restare in allerta per paura di essere sorpreso di nuovo dal male.
Quando improvvisamente senti un calo di questa tensione, la tua mente entra in crisi perché teme di perdere il contatto con la realtà di ciò che hai vissuto. Dire a se stessi 'allora fingevo tutto' è una difesa: è meno doloroso pensare di aver inventato l'ansia piuttosto che accettare di essere stati davvero così fragili e in pericolo.
Ecco cosa sta succedendo:
La colpa del sopravvissuto: Sorridere o stare bene ti sembra un tradimento verso la gravità di ciò che hai passato.
Il controllo: L'ansia e le domande ripetitive (i farmaci, la prostatite) erano un modo per sentire di avere il controllo. Senza quell'ansia, ti senti nudo.
La validazione del dolore: Non hai bisogno dell'ansia per dimostrare che hai sofferto. La tua sofferenza è scritta nella tua storia, non ha bisogno di sintomi costanti per essere 'vera'.
Nella mia pratica clinica, lavoriamo sulla riprogrammazione dei vissuti proprio per questo: per insegnare alla mente che può godersi la guarigione senza sentirsi in colpa. Non stai 'fingendo', stai solo iniziando a respirare, e questo nuovo silenzio ti spaventa perché non ci sei più abituato.
Il mio consiglio è di non forzare il ritorno dell'ansia e di non colpevolizzarti se ti senti meglio. Parlane apertamente con chi ti prescriverà i farmaci: la cura serve a stabilizzare questo passaggio delicato, non a premiare una 'gravità'. Meriti di stare bene, senza doverlo dimostrare a nessuno, nemmeno a te stesso.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo Psicologa Clinica e della Riabilitazione
Gentile Utente,
capisco che la sua situazione non debba essere semplice. Aver avuto una malattia oncologica, per quanto al momento scongiurata, può averla messa a contatto con angosce molto profonde ed un senso di allerta che ancora oggi si fanno sentire. Certe esperienze emotivamente molto forti e difficili da tollerare potrebbero essere alla base di queste curiose manifestazioni per cui un giorno sta malissimo ed ha tutti i sintomi ed il giorno dopo le sembra che tutto sia passato. Anche il suo rifiuto e ripensamento rispetto ai farmaci, potrebbe essere legato a questo.
Credo che andrebbe dato un po' di spazio a tutto quello che ha vissuto e provato durante il periodo della sua malattia e quel che prova ancora oggi, per digerire ed elaborare quello che è stato, alleggerire il suo stato emotivo e magari aiutarla ad integrare meglio i vari aspetti di sé. Poter pensare insieme a qualcuno rispetto a questo la potrebbe aiutare a comprendere meglio le sue emozioni e quindi a fare delle scelte più libere e ponderate.
Nella speranza di esserle stata di aiuto, resto a disposizione per ulteriori chiarimenti. Un cordiale saluto
capisco che la sua situazione non debba essere semplice. Aver avuto una malattia oncologica, per quanto al momento scongiurata, può averla messa a contatto con angosce molto profonde ed un senso di allerta che ancora oggi si fanno sentire. Certe esperienze emotivamente molto forti e difficili da tollerare potrebbero essere alla base di queste curiose manifestazioni per cui un giorno sta malissimo ed ha tutti i sintomi ed il giorno dopo le sembra che tutto sia passato. Anche il suo rifiuto e ripensamento rispetto ai farmaci, potrebbe essere legato a questo.
Credo che andrebbe dato un po' di spazio a tutto quello che ha vissuto e provato durante il periodo della sua malattia e quel che prova ancora oggi, per digerire ed elaborare quello che è stato, alleggerire il suo stato emotivo e magari aiutarla ad integrare meglio i vari aspetti di sé. Poter pensare insieme a qualcuno rispetto a questo la potrebbe aiutare a comprendere meglio le sue emozioni e quindi a fare delle scelte più libere e ponderate.
Nella speranza di esserle stata di aiuto, resto a disposizione per ulteriori chiarimenti. Un cordiale saluto
Buongiorno, da quello che scrive sembra che lei sia in un momento in cui, dopo aver superato la minaccia relativa alla malattia oncologica, stia affrontando un forte stress con vari sintomi ansiosi. Questo è comprensibile, nel senso che è possibile che il suo organismo abbia aspettato di essere "al sicuro" dal punto di vista della malattia biologica per farle sentire tutte le conseguenze psicologiche che lei ora sta sentendo e descrivendo. Penso sia importante che lei ora si prenda cura di questa "ansia costante" e del resto, può farlo attraverso un percorso con uno psicologo o psicoterapeuta con cui elaborare questo suo vissuto attuale che la porta a mettere in discussione molte cose.
Rimango a disposizione
Un saluto
Dott. Federico Bartoli
Rimango a disposizione
Un saluto
Dott. Federico Bartoli
Buongiorno,
le consiglio di intraprendere un percorso psicologico con un professionista di modo da indagare meglio queste questioni post-malattia.
Le auguro il suo meglio.
LM
le consiglio di intraprendere un percorso psicologico con un professionista di modo da indagare meglio queste questioni post-malattia.
Le auguro il suo meglio.
LM
Salve, un percorso psicoterapico potrebbe aiutarla a lavorare su vari aspetti; in primis sull’ansia e su quello che vuole aiutarci a far uscire fuori. E’ fondamentale lavorare sul ruolo e su come abbia bisogno che si mantenga una vecchia situazione per definirla: riesce a vedersi oltre l’immagine di paziente oncologico? Come la fa stare? A volte, noi esser umani, tendiamo a mettere in atto comportamenti, anche se disfunzionali, che ci mantengono in posizioni che già conosciamo perché ci permettono di prevedere già le conseguenze: “quando ero malato, sapevo quello che succeda. Adesso, non essendo più malato non riesco a prevedere le conseguenze perchè sono spaventato.” E’, a grandi linee, questo quello che si attiva nella sua mente ed è giusto che lei lavori per accettare che il cambiamento, seppur non ci dà già le previsioni delle conseguenze, può essere l’inizio di tante cose belle. Questo L servirà per accettare che lei è altro oltre alla malattia e che può essere tutto ciò che vorrà e che esiste aldilà dell’etichetta che ha avuto.
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