son da molto bloccato in domande logiche autoreferenziali.. faccio un esempio: alla domanda "se
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son da molto bloccato in domande logiche autoreferenziali..
faccio un esempio: alla domanda
"se mi venisse in mente sempre questa stessa domanda e non riuscissi più ad "andare" su altro?"
ho compreso che non devo rispondere alle domande paradossali come queste che non hanno logica ma devo identificarle da fuori come pensieri, come anche questo stesso che ho detto fino ad ora ("questo e quello sono pensieri e per andare su altro devo spostare l'attenzione su altro appunto con la volontà") ;
quindi per uscire da questo loop va bene identificare questa (autoreferenzialità) e quella paradossale come due pensieri e passare ad altro giusto?
in pratica ho distinto un paradosso irrisolvibile come "maligno" (il primo) da un paradosso (anche questo stesso è un pensiero) come utile per chiudere la logica e poter passare realmente ad altro
purtroppo per vedere una via di uscita a questo pensiero che ora credo di aver trovato son stato parecchio male....chiedo, è la strada giusta?
faccio un esempio: alla domanda
"se mi venisse in mente sempre questa stessa domanda e non riuscissi più ad "andare" su altro?"
ho compreso che non devo rispondere alle domande paradossali come queste che non hanno logica ma devo identificarle da fuori come pensieri, come anche questo stesso che ho detto fino ad ora ("questo e quello sono pensieri e per andare su altro devo spostare l'attenzione su altro appunto con la volontà") ;
quindi per uscire da questo loop va bene identificare questa (autoreferenzialità) e quella paradossale come due pensieri e passare ad altro giusto?
in pratica ho distinto un paradosso irrisolvibile come "maligno" (il primo) da un paradosso (anche questo stesso è un pensiero) come utile per chiudere la logica e poter passare realmente ad altro
purtroppo per vedere una via di uscita a questo pensiero che ora credo di aver trovato son stato parecchio male....chiedo, è la strada giusta?
Gentile utente,
dal suo messaggio emerge una fatica cognitiva intensa. La mente, come qualsiasi altro organo, è continuamente attiva e in particolare produce pensieri in modo automatico, come un flusso continuo: questo, di per sé, non è il problema. La difficoltà sembra nascere quando l’attenzione rimane intrappolata sui pensieri stessi e sul tentativo di controllarli o risolverli, dando vita a un circolo che assorbe molte energie (rimuginio e riflessione sul rimuginio).
In questi casi può essere utile tenere presente che i pensieri non appartengono al piano della realtà, ma a quello dell’esperienza mentale: è diverso dire “sta accadendo qualcosa” dal riconoscere che “sto avendo il pensiero che qualcosa stia accadendo”. Questa distinzione può aiutare a ridimensionare il peso dei contenuti mentali e a non restarne catturati.
Un percorso psicologico può offrire uno spazio per osservare meglio questo funzionamento e trovare modalità più sostenibili di rapportarsi ai pensieri, fino a poter scegliere se (e quando) dare loro spazio.
dal suo messaggio emerge una fatica cognitiva intensa. La mente, come qualsiasi altro organo, è continuamente attiva e in particolare produce pensieri in modo automatico, come un flusso continuo: questo, di per sé, non è il problema. La difficoltà sembra nascere quando l’attenzione rimane intrappolata sui pensieri stessi e sul tentativo di controllarli o risolverli, dando vita a un circolo che assorbe molte energie (rimuginio e riflessione sul rimuginio).
In questi casi può essere utile tenere presente che i pensieri non appartengono al piano della realtà, ma a quello dell’esperienza mentale: è diverso dire “sta accadendo qualcosa” dal riconoscere che “sto avendo il pensiero che qualcosa stia accadendo”. Questa distinzione può aiutare a ridimensionare il peso dei contenuti mentali e a non restarne catturati.
Un percorso psicologico può offrire uno spazio per osservare meglio questo funzionamento e trovare modalità più sostenibili di rapportarsi ai pensieri, fino a poter scegliere se (e quando) dare loro spazio.
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Buongiorno, da ciò che scrive si percepisce chiaramente quanto questo tipo di pensieri l’abbiano fatta soffrire e quanto impegno abbia messo nel cercare di capirli, analizzarli e trovare una via d’uscita. È importante riconoscere questo sforzo, perché non nasce da superficialità, ma dal desiderio profondo di stare meglio e di non rimanere intrappolato in qualcosa che sente come logorante. Le domande che descrive hanno una caratteristica molto comune nei periodi di forte blocco mentale o ansia: sembrano logiche, ma in realtà non portano da nessuna parte. Sono domande che parlano di se stesse, che si alimentano da sole e che tengono la mente impegnata senza produrre una risposta che dia sollievo. Più si cerca di risolverle, più si rafforzano. È comprensibile che, vivendo questa esperienza, si abbia la sensazione di essere intrappolati in un loop dal quale non si riesce a uscire. Il passaggio che descrive, cioè iniziare a vedere questi contenuti come pensieri e non come problemi da risolvere, è un passaggio molto importante. Quando un pensiero viene trattato come un evento mentale e non come una domanda che pretende una soluzione, cambia il rapporto che si ha con esso. Non è più qualcosa a cui rispondere, ma qualcosa che si può osservare e lasciare sullo sfondo. Questo non significa farlo sparire con la forza, né convincersi che non esista, ma smettere di dargli il ruolo di regista della sua attenzione. È anche comprensibile che, arrivare a questa comprensione, le abbia fatto stare molto male. Spesso, quando si è immersi per tanto tempo in un meccanismo mentale, il tentativo di uscirne genera paura, smarrimento e la sensazione di perdere un appiglio. La mente, anche quando soffre, tende ad aggrapparsi a ciò che conosce. Uscire dal loop può dare una sensazione di vuoto iniziale, come se mancasse qualcosa, ed è una reazione normale. Il fatto che lei abbia distinto tra il continuare a rimanere dentro il paradosso e il riconoscerlo come tale per poter andare oltre, indica che sta iniziando a cambiare posizione rispetto ai suoi pensieri. Non è tanto una questione di trovare il pensiero giusto che chiude tutto, quanto di smettere di cercare una chiusura logica definitiva. Quando l’attenzione viene riportata su altro, non per scappare ma per scegliere consapevolmente dove stare, il pensiero perde lentamente forza. È importante però avere pazienza con se stesso. Questi meccanismi non si sciolgono in un attimo, e il fatto che il pensiero torni non significa che la strada sia sbagliata. Significa solo che la mente ha imparato per molto tempo a funzionare così. Ogni volta che lei riconosce il loop e sceglie di non alimentarlo ulteriormente, anche se con fatica, sta già facendo qualcosa di diverso. Più che chiedersi se ha trovato la soluzione definitiva, può essere utile osservare se, anche solo per brevi momenti, riesce a sentirsi un po’ meno risucchiato da queste domande. Quei piccoli spazi sono segnali importanti. La sofferenza che ha provato non invalida il percorso che sta facendo, anzi spesso accompagna i momenti di cambiamento. Non c’è nulla di sbagliato in lei per il fatto di aver attraversato tutto questo, né nel fatto che la mente abbia costruito questi paradossi. Con il giusto supporto, è possibile imparare a rapportarsi a questi pensieri in modo sempre meno doloroso e sempre più libero. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile paziente anonimo.
tendenzialmente il rimuginio genera solo altro rimuginio, come se fosse zucchero per la mente, che ne chiede continuamente e instancabilmente.
Una possibilità potrebbe essere quella di interrogarsi sul perchè continua a "pensare e a pensare a cosa pensa", a cosa serve questa ruminazione? da cosa sta tutelando o distraendo?
La nostra mente non fa mai nulla per caso e soprattutto ciò che fa lo fa sempre per tutelarci, anche se a volte in modi poco adattivi e funzionali. Interrogarsi su cosa ci sia in realtà alla base può essere una via per interrompere il loop.
Un Caro Saluto. CN
tendenzialmente il rimuginio genera solo altro rimuginio, come se fosse zucchero per la mente, che ne chiede continuamente e instancabilmente.
Una possibilità potrebbe essere quella di interrogarsi sul perchè continua a "pensare e a pensare a cosa pensa", a cosa serve questa ruminazione? da cosa sta tutelando o distraendo?
La nostra mente non fa mai nulla per caso e soprattutto ciò che fa lo fa sempre per tutelarci, anche se a volte in modi poco adattivi e funzionali. Interrogarsi su cosa ci sia in realtà alla base può essere una via per interrompere il loop.
Un Caro Saluto. CN
Buongiorno, capisco il blocco che stai vivendo.
Le domande senza possibili risposte, paradossali, molto spesso ci suggeriscono degli aspetti di noi su cui lavorare al di là della domanda stessa. Personalmente imposterei un lavoro focalizzato sulle cause che La portano ad interrogarsi così incessantemente sulla sua questione: si tratta di un percorso più faticoso e complesso, ma permette di uscire dalla categorizzazione binaria "questione risolvibile vs irrisolvibile". Se razionalizzare i suoi pensieri per vedersi da una prospettiva più esterna ed analitica è, per Lei, una buona strategia per acquietarsi ben venga, ma potrebbe mettere "a tacere" ciò che La porta ad "incastrarsi" su quelle domande in modo momentaneo, permettendo alle cause di riproporsi in futuro con nuove modalità.
Le consiglierei, in ultima battuta, di affidarsi ad un professionista delegando ad egli il ruolo di "esterno", concedendosi di trovare uno spazio in cui può mettersi al lavoro privo della preoccupazione di essere il controllore di sé stesso.
Le domande senza possibili risposte, paradossali, molto spesso ci suggeriscono degli aspetti di noi su cui lavorare al di là della domanda stessa. Personalmente imposterei un lavoro focalizzato sulle cause che La portano ad interrogarsi così incessantemente sulla sua questione: si tratta di un percorso più faticoso e complesso, ma permette di uscire dalla categorizzazione binaria "questione risolvibile vs irrisolvibile". Se razionalizzare i suoi pensieri per vedersi da una prospettiva più esterna ed analitica è, per Lei, una buona strategia per acquietarsi ben venga, ma potrebbe mettere "a tacere" ciò che La porta ad "incastrarsi" su quelle domande in modo momentaneo, permettendo alle cause di riproporsi in futuro con nuove modalità.
Le consiglierei, in ultima battuta, di affidarsi ad un professionista delegando ad egli il ruolo di "esterno", concedendosi di trovare uno spazio in cui può mettersi al lavoro privo della preoccupazione di essere il controllore di sé stesso.
Buongiorno, nel chiedermi se sia la strada giusta mi rendo conto che per rispondere servirebbero più informazioni. I pensieri che ha appena descritto le causano disagio? quanto tempo al giorno occupano nella sua vita? da quanto tempo si trova "bloccato" in questa in queste domande paradossali? Queste informazioni sono importanti per comprendere meglio la direzione che lei vorrebbe intraprendere e verso la quale si sente, in questo momento, bloccato.
Rimango a disposizione
Un saluto
Dott. Federico Bartoli
Rimango a disposizione
Un saluto
Dott. Federico Bartoli
Buongiorno sicuramente è giusto riconoscere i pensieri come atti mentali che produciamo e limitandoci ad osservarli in questo senso di sicuro poi impattano meno su di noi. Quello che lei riporta come distinzione paradossale da non è comunque un lavorare ed etichettare questi pensieri che la portano comunque ad attivarsi e a restare intrappolato nel loop. Provi quindi a considerare tutto pensiero e atto mentale che la nostra mente produce, ma che non necessariamente mi definisce come persona e dunque posso distaccarmene. Le auguro una buona giornata
Buongiorno,
da quello che descrive, sembra che la sua mente si sia “incastrata” in una serie di pensieri autoreferenziali, cioè pensieri che parlano di altri pensieri e che cercano una soluzione logica a qualcosa che, in realtà, non è risolvibile sul piano logico. Questo tipo di loop è piuttosto comune nei quadri ansiosi e nelle ruminazioni, e può diventare molto faticoso e doloroso, come lei stesso racconta.
Il passaggio che ha fatto – riconoscere questi contenuti come pensieri e non come problemi reali da risolvere – va nella direzione giusta. In un’ottica cognitivo-comportamentale, imparare a osservare i pensieri dall’esterno (anziché entrarci dentro) è un passaggio fondamentale. È un po’ come fare un passo indietro e guardare la mente mentre “produce” domande, invece di rispondere a ognuna di esse.
Detto questo, è importante chiarire un punto: l’obiettivo non è trovare il paradosso “giusto” che chiude definitivamente il ragionamento, né dimostrare logicamente che il pensiero è irrisolvibile. Questo rischia di diventare un altro giro dello stesso meccanismo. Piuttosto, il lavoro consiste nel riconoscere il segnale: “sto entrando in un loop mentale” e scegliere di non alimentarlo ulteriormente.
Una metafora utile è quella della giostra: più si cerca il punto esatto per scendere, più la giostra continua a girare. Per fermarsi non serve capire perfettamente come funziona il meccanismo, ma smettere di restare sopra.
Dal punto di vista pratico, può essere utile:
etichettare questi contenuti come “ruminazioni” o “pensieri paradossali”
riportare l’attenzione su qualcosa di concreto (il corpo, un’azione, l’ambiente intorno)
accettare che il pensiero possa restare in sottofondo senza dover essere risolto prima di andare avanti
Il fatto che per arrivare a queste conclusioni lei abbia sofferto molto è comprensibile e non indica che stia sbagliando strada, ma quanto questi meccanismi possano essere coinvolgenti e destabilizzanti quando si è soli a gestirli.
Infine, tenga presente che questo tipo di lavoro, per quanto possa iniziare in autonomia, trae grande beneficio dall’essere accompagnato in un percorso psicoterapeutico, dove è possibile imparare in modo più stabile a cambiare il rapporto con i propri pensieri, senza restarne intrappolati.
da quello che descrive, sembra che la sua mente si sia “incastrata” in una serie di pensieri autoreferenziali, cioè pensieri che parlano di altri pensieri e che cercano una soluzione logica a qualcosa che, in realtà, non è risolvibile sul piano logico. Questo tipo di loop è piuttosto comune nei quadri ansiosi e nelle ruminazioni, e può diventare molto faticoso e doloroso, come lei stesso racconta.
Il passaggio che ha fatto – riconoscere questi contenuti come pensieri e non come problemi reali da risolvere – va nella direzione giusta. In un’ottica cognitivo-comportamentale, imparare a osservare i pensieri dall’esterno (anziché entrarci dentro) è un passaggio fondamentale. È un po’ come fare un passo indietro e guardare la mente mentre “produce” domande, invece di rispondere a ognuna di esse.
Detto questo, è importante chiarire un punto: l’obiettivo non è trovare il paradosso “giusto” che chiude definitivamente il ragionamento, né dimostrare logicamente che il pensiero è irrisolvibile. Questo rischia di diventare un altro giro dello stesso meccanismo. Piuttosto, il lavoro consiste nel riconoscere il segnale: “sto entrando in un loop mentale” e scegliere di non alimentarlo ulteriormente.
Una metafora utile è quella della giostra: più si cerca il punto esatto per scendere, più la giostra continua a girare. Per fermarsi non serve capire perfettamente come funziona il meccanismo, ma smettere di restare sopra.
Dal punto di vista pratico, può essere utile:
etichettare questi contenuti come “ruminazioni” o “pensieri paradossali”
riportare l’attenzione su qualcosa di concreto (il corpo, un’azione, l’ambiente intorno)
accettare che il pensiero possa restare in sottofondo senza dover essere risolto prima di andare avanti
Il fatto che per arrivare a queste conclusioni lei abbia sofferto molto è comprensibile e non indica che stia sbagliando strada, ma quanto questi meccanismi possano essere coinvolgenti e destabilizzanti quando si è soli a gestirli.
Infine, tenga presente che questo tipo di lavoro, per quanto possa iniziare in autonomia, trae grande beneficio dall’essere accompagnato in un percorso psicoterapeutico, dove è possibile imparare in modo più stabile a cambiare il rapporto con i propri pensieri, senza restarne intrappolati.
Buongiorno,
per poter rispondere sarebbe utile approfondire alcuni aspetti riguardo questi pensieri, come la ricorrenza, le circostanze ed altri aspetti ancora. Inoltre, occorre approfondire se e quanto questi pensieri inficiano sulle proprie giornate. Il consiglio è di chiedere una consulenza al fine di dare ordine a quanto accade, comprendere la relazione tra questi ed altri aspetti della propria vita.
Resto a disposizione, anche in modalità online.
Cordiali saluti, Dott.ssa Angelica Venanzetti
per poter rispondere sarebbe utile approfondire alcuni aspetti riguardo questi pensieri, come la ricorrenza, le circostanze ed altri aspetti ancora. Inoltre, occorre approfondire se e quanto questi pensieri inficiano sulle proprie giornate. Il consiglio è di chiedere una consulenza al fine di dare ordine a quanto accade, comprendere la relazione tra questi ed altri aspetti della propria vita.
Resto a disposizione, anche in modalità online.
Cordiali saluti, Dott.ssa Angelica Venanzetti
Buongiorno pensatore in erba,
una soluzione percorribile, non l'unica.
La psicoterapia più evoluta si occupa anche di questo.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Marzia Sellini
una soluzione percorribile, non l'unica.
La psicoterapia più evoluta si occupa anche di questo.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Marzia Sellini
Gentile utente,
Quello che descrivi è un’esperienza molto più comune di quanto immagini, e il fatto che tu sia riuscito a osservarla, nominarla e differenziarla è già un passaggio clinicamente rilevante.
Provo a restituirti il senso di ciò che stai facendo, integrando piano esperienziale e teorico.
1. Il “loop autoreferenziale” non è un contenuto, è un processo
Le domande del tipo “e se questa domanda non smettesse mai?” non cercano davvero una risposta:
sono dispositivi mentali autoreferenziali, simili a un paradosso logico (come il “mentitore”) che si alimentano della risposta stessa.
In termini sistemico-relazionali, potremmo dire che:
• non sei “dentro un pensiero sbagliato”
• sei dentro una danza circolare, un circuito chiuso che si auto-rinforza
Tentare di risolverlo con la logica significa restare nel sistema che lo mantiene.
2. Il passaggio che hai fatto è un passaggio di livello
Quando dici:
“Questo è un pensiero, anche questo è un pensiero”
stai compiendo un’operazione fondamentale:
stai passando dal livello del contenuto al livello della metacognizione (o, direbbe Bateson, a un livello logico superiore).
Non stai più rispondendo alla domanda,
stai osservando il funzionamento della mente che la produce.
Questo è esattamente ciò che interrompe il paradosso.
3. Non è la “volontà” che spezza il loop, ma la decentratura
È importante chiarire un punto, con molta delicatezza:
non si esce da questi loop “forzandosi ad andare su altro”.
Si esce quando:
• il pensiero viene riconosciuto come evento mentale
• non come problema da risolvere
• né come pericolo da neutralizzare
Il tuo “paradosso utile” non serve a chiudere la logica,
serve a farle perdere il suo potere ipnotico.
Questo è un cambiamento relazionale con il pensiero, non un controllo su di esso.
4. Il dolore che hai provato ha un senso
Il fatto che tu dica:
“Per vedere una via di uscita sono stato parecchio male”
non è un segnale che stai sbagliando strada.
Spesso accade il contrario.
Quando un sistema rigido perde la sua funzione (anche se disfunzionale),
si crea un momento di disorientamento, quasi di vuoto.
È il momento in cui:
• la mente non sa più “che ruolo giocare”
• e questo può spaventare
Ma è anche il punto in cui può emergere qualcosa di nuovo.
5. Quindi: è la strada giusta?
Sì, la direzione è corretta.
Con una precisazione importante:
non devi convincerti che il pensiero sia “maligno”
né combatterlo
né monitorare se “sta tornando”
Ogni tentativo di controllo rischia di riattivare la circolarità.
La strada non è uscire dal pensiero,
ma lasciarlo essere un evento che passa, mentre tu resti ancorato a ciò che è vivo, concreto, relazionale.
6. Un ultimo messaggio importante
Tu non sei i tuoi pensieri,
e non sei nemmeno la mente che li osserva.
Se questa esperienza dovesse continuare a essere fonte di sofferenza intensa, lavorarla in uno spazio terapeutico può aiutare a:
• comprendere che funzione ha avuto questo loop nella tua storia
• e quale bisogno stava cercando, paradossalmente, di proteggere
Il fatto che tu stia ponendo queste domande con questa lucidità è già un segnale di risorse, non di fragilità.
Se vuoi, puoi farcela sapere: non sei solo in questo processo.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Quello che descrivi è un’esperienza molto più comune di quanto immagini, e il fatto che tu sia riuscito a osservarla, nominarla e differenziarla è già un passaggio clinicamente rilevante.
Provo a restituirti il senso di ciò che stai facendo, integrando piano esperienziale e teorico.
1. Il “loop autoreferenziale” non è un contenuto, è un processo
Le domande del tipo “e se questa domanda non smettesse mai?” non cercano davvero una risposta:
sono dispositivi mentali autoreferenziali, simili a un paradosso logico (come il “mentitore”) che si alimentano della risposta stessa.
In termini sistemico-relazionali, potremmo dire che:
• non sei “dentro un pensiero sbagliato”
• sei dentro una danza circolare, un circuito chiuso che si auto-rinforza
Tentare di risolverlo con la logica significa restare nel sistema che lo mantiene.
2. Il passaggio che hai fatto è un passaggio di livello
Quando dici:
“Questo è un pensiero, anche questo è un pensiero”
stai compiendo un’operazione fondamentale:
stai passando dal livello del contenuto al livello della metacognizione (o, direbbe Bateson, a un livello logico superiore).
Non stai più rispondendo alla domanda,
stai osservando il funzionamento della mente che la produce.
Questo è esattamente ciò che interrompe il paradosso.
3. Non è la “volontà” che spezza il loop, ma la decentratura
È importante chiarire un punto, con molta delicatezza:
non si esce da questi loop “forzandosi ad andare su altro”.
Si esce quando:
• il pensiero viene riconosciuto come evento mentale
• non come problema da risolvere
• né come pericolo da neutralizzare
Il tuo “paradosso utile” non serve a chiudere la logica,
serve a farle perdere il suo potere ipnotico.
Questo è un cambiamento relazionale con il pensiero, non un controllo su di esso.
4. Il dolore che hai provato ha un senso
Il fatto che tu dica:
“Per vedere una via di uscita sono stato parecchio male”
non è un segnale che stai sbagliando strada.
Spesso accade il contrario.
Quando un sistema rigido perde la sua funzione (anche se disfunzionale),
si crea un momento di disorientamento, quasi di vuoto.
È il momento in cui:
• la mente non sa più “che ruolo giocare”
• e questo può spaventare
Ma è anche il punto in cui può emergere qualcosa di nuovo.
5. Quindi: è la strada giusta?
Sì, la direzione è corretta.
Con una precisazione importante:
non devi convincerti che il pensiero sia “maligno”
né combatterlo
né monitorare se “sta tornando”
Ogni tentativo di controllo rischia di riattivare la circolarità.
La strada non è uscire dal pensiero,
ma lasciarlo essere un evento che passa, mentre tu resti ancorato a ciò che è vivo, concreto, relazionale.
6. Un ultimo messaggio importante
Tu non sei i tuoi pensieri,
e non sei nemmeno la mente che li osserva.
Se questa esperienza dovesse continuare a essere fonte di sofferenza intensa, lavorarla in uno spazio terapeutico può aiutare a:
• comprendere che funzione ha avuto questo loop nella tua storia
• e quale bisogno stava cercando, paradossalmente, di proteggere
Il fatto che tu stia ponendo queste domande con questa lucidità è già un segnale di risorse, non di fragilità.
Se vuoi, puoi farcela sapere: non sei solo in questo processo.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Ciao, proverò a darti una risposta veloce ma il più accurata possibile sulla base dei pochi dati che ho a disposizione, specificando che quello che presenti pare una questione più affrontabile in psicoterapia, ricorda che pensieri simili a quelli che descrivi possono essere sintomi e segni di una sofferenza di vita esistenziale ben più articolata del semplice pensiero.
Una strada sensata potrebbe essere riconoscere quelle domande autoreferenziali come “eventi mentali” e non ingaggiarle, scegliendo poi di riportare l’attenzione su altro.
Il punto chiave non è “risolverle”, ma disattivare il meccanismo che le mantiene (analisi → sollievo breve → ritorno del dubbio).
Quello che descrivi assomiglia a un loop di ruminazione/ossessività “logica”, dove la mente produce domande paradossali/autoreferenziali e poi ti spinge a rispondere per ottenere certezza o chiusura. In questi casi, la mossa utile spesso è passare dal contenuto (“qual è la risposta giusta?”) al processo (“sto di nuovo entrando nel loop”).
Un modo pratico è questo: 1) etichetta in modo minimale (“sto avendo il pensiero/domanda X”), 2) fai una non risposta (non cerchi di confutarla né di chiuderla), 3) sposti intenzionalmente l’attenzione su un’azione concreta nel presente (anche piccola), senza aspettare che l’ansia sparisca. Questo è vicino a ciò che in metacognitiva viene chiamato “detached mindfulness” e, in ACT, “defusione”: osservi il pensiero e scegli di non trattarlo come un problema da risolvere.
Una cautela importante: anche il pensiero “sto facendo la cosa giusta?” può diventare un nuovo controllo/rassicurazione e quindi riaccendere la spirale. Inoltre, cercare di sopprimere a forza i pensieri (“non devo pensarci”) tende spesso a farli rimbalzare e diventare più intrusivi. Molto meglio in questo caso spostarsi su altro, magari attività “mindless” che provocano confort e benessere.
Il pensare ossessivamente ad una domanda cercando con precisione estrema la risposta è un classico sintomo di controllo OCD, di per se nulla di preoccupante e pienamente risolvibile, vanno fatti però emergere i significati sottostanti al dato sintomo.
Se il loop ti fa soffrire molto o ti occupa tanto tempo, può valere un confronto con uno psicoterapeuta è la scelta migliore in questi casi.
Spero di essere stato d’aiuto
Dott. Marco Scaramuzzino
Una strada sensata potrebbe essere riconoscere quelle domande autoreferenziali come “eventi mentali” e non ingaggiarle, scegliendo poi di riportare l’attenzione su altro.
Il punto chiave non è “risolverle”, ma disattivare il meccanismo che le mantiene (analisi → sollievo breve → ritorno del dubbio).
Quello che descrivi assomiglia a un loop di ruminazione/ossessività “logica”, dove la mente produce domande paradossali/autoreferenziali e poi ti spinge a rispondere per ottenere certezza o chiusura. In questi casi, la mossa utile spesso è passare dal contenuto (“qual è la risposta giusta?”) al processo (“sto di nuovo entrando nel loop”).
Un modo pratico è questo: 1) etichetta in modo minimale (“sto avendo il pensiero/domanda X”), 2) fai una non risposta (non cerchi di confutarla né di chiuderla), 3) sposti intenzionalmente l’attenzione su un’azione concreta nel presente (anche piccola), senza aspettare che l’ansia sparisca. Questo è vicino a ciò che in metacognitiva viene chiamato “detached mindfulness” e, in ACT, “defusione”: osservi il pensiero e scegli di non trattarlo come un problema da risolvere.
Una cautela importante: anche il pensiero “sto facendo la cosa giusta?” può diventare un nuovo controllo/rassicurazione e quindi riaccendere la spirale. Inoltre, cercare di sopprimere a forza i pensieri (“non devo pensarci”) tende spesso a farli rimbalzare e diventare più intrusivi. Molto meglio in questo caso spostarsi su altro, magari attività “mindless” che provocano confort e benessere.
Il pensare ossessivamente ad una domanda cercando con precisione estrema la risposta è un classico sintomo di controllo OCD, di per se nulla di preoccupante e pienamente risolvibile, vanno fatti però emergere i significati sottostanti al dato sintomo.
Se il loop ti fa soffrire molto o ti occupa tanto tempo, può valere un confronto con uno psicoterapeuta è la scelta migliore in questi casi.
Spero di essere stato d’aiuto
Dott. Marco Scaramuzzino
Buongiorno,
le consiglio di intraprendere un percorso psicologico con un professionista per indagare meglio le questioni che scrive.
Le auguro il suo meglio.
LM
le consiglio di intraprendere un percorso psicologico con un professionista per indagare meglio le questioni che scrive.
Le auguro il suo meglio.
LM
Distinguere ciò che ti intrappola (“maligno”) da ciò che puoi usare per “chiudere il loop” e poi spostare consapevolmente l’attenzione su altro è il modo giusto per interrompere il circolo vizioso. Quello che descrivi mostra già una buona capacità di metacognizione: continua a praticare questo distacco e a dirigere l’attenzione verso attività concrete o piacevoli, così la mente troverà sollievo. Se posso esserti utile per qualsiasi cosa scrivimi pure :)
La ringrazio per la condivisione, che è molto articolata e restituisce bene quanto questo vissuto le stia costando in termini di sofferenza. È importante riconoscere lo sforzo che sta facendo: si percepisce chiaramente il tentativo intenso e continuo di controllare e “risolvere” ciò che le sta accadendo a livello mentale.
Dal suo messaggio emerge una forte confusione, ma anche una grande attivazione cognitiva nel cercare una via d’uscita. Questo è comprensibile: quando si rimane bloccati in pensieri autoreferenziali e ripetitivi, il bisogno di trovare una strategia adeguata diventa urgente. Allo stesso tempo, si vede come stia tentando di affrontare tutto questo in solitaria, costruendo una soluzione molto complessa sul piano logico.
In un’ottica psicologico–cognitivo comportamentale, quello che descrive può essere letto come una combinazione di:
* pensieri intrusivi: contenuti mentali che si impongono alla coscienza in modo involontario, ripetitivo e disturbante, spesso vissuti come “pericolosi” o da neutralizzare;
* rimuginio/ruminazione: un processo mentale ripetitivo, negativo e autoreferenziale, in cui la mente continua a ragionare sul pensiero stesso (metapensiero), nel tentativo di ottenere certezza o controllo, senza però arrivare a una vera risoluzione.
Si coglie anche che lei si è informato e ha intercettato concetti e strategie riconducibili alla CBT, alla mindfulness e alla MCT: ad esempio l’idea di “osservare il pensiero come pensiero”, di spostare l’attenzione. Queste intuizioni, in sé, non sono sbagliate. Tuttavia, da come le descrive, si percepisce una certa confusione, che rischia di trasformare anche le tecniche in nuovi oggetti di rimuginio.
Lo sottolineo con molta chiarezza: non è una colpa, né un limite personale. È piuttosto il segnale che l’autocura, da sola, non è sufficiente, soprattutto quando i pensieri diventano così pervasivi da farla “stare parecchio male”, come lei stesso scrive. In questi casi, anche il tentativo di “fare la cosa giusta” mentalmente può diventare parte del problema, perché mantiene il focus costante sul funzionamento della mente.
Rispetto alla sua domanda: sì, in linea teorica riconoscere i pensieri come eventi mentali e non ingaggiarsi nel loro contenuto va nella direzione corretta. Ma quando questo processo diventa a sua volta oggetto di analisi, distinzione, classificazione (“paradosso maligno”, “paradosso utile”, “pensiero che chiude la logica”), allora il rischio è che il loop continui su un livello metacognitivo di rimuginio ancora più sofisticato.
Proprio per questo, considerata l’intensità e l’impatto che descrive, sarebbe davvero indicato valutare un percorso psicologico strutturato, in particolare con un approccio cognitivo-comportamentale (eventualmente integrato con MCT). Un lavoro guidato permette di:
* chiarire il funzionamento dei pensieri intrusivi e del rimuginio;
* ridurre il bisogno di controllo e di soluzione logica;
* apprendere strategie mirate, calibrate su di lei, senza che diventino nuove trappole cognitive.
Non deve affrontare tutto questo da solo, né trovare da sé “la formula giusta”. Il fatto che stia cercando aiuto e chiedendo se è sulla strada giusta è già un passo importante.
Rimango a disposizione se desidera approfondire ulteriormente o fare chiarezza su qualche aspetto.
Dal suo messaggio emerge una forte confusione, ma anche una grande attivazione cognitiva nel cercare una via d’uscita. Questo è comprensibile: quando si rimane bloccati in pensieri autoreferenziali e ripetitivi, il bisogno di trovare una strategia adeguata diventa urgente. Allo stesso tempo, si vede come stia tentando di affrontare tutto questo in solitaria, costruendo una soluzione molto complessa sul piano logico.
In un’ottica psicologico–cognitivo comportamentale, quello che descrive può essere letto come una combinazione di:
* pensieri intrusivi: contenuti mentali che si impongono alla coscienza in modo involontario, ripetitivo e disturbante, spesso vissuti come “pericolosi” o da neutralizzare;
* rimuginio/ruminazione: un processo mentale ripetitivo, negativo e autoreferenziale, in cui la mente continua a ragionare sul pensiero stesso (metapensiero), nel tentativo di ottenere certezza o controllo, senza però arrivare a una vera risoluzione.
Si coglie anche che lei si è informato e ha intercettato concetti e strategie riconducibili alla CBT, alla mindfulness e alla MCT: ad esempio l’idea di “osservare il pensiero come pensiero”, di spostare l’attenzione. Queste intuizioni, in sé, non sono sbagliate. Tuttavia, da come le descrive, si percepisce una certa confusione, che rischia di trasformare anche le tecniche in nuovi oggetti di rimuginio.
Lo sottolineo con molta chiarezza: non è una colpa, né un limite personale. È piuttosto il segnale che l’autocura, da sola, non è sufficiente, soprattutto quando i pensieri diventano così pervasivi da farla “stare parecchio male”, come lei stesso scrive. In questi casi, anche il tentativo di “fare la cosa giusta” mentalmente può diventare parte del problema, perché mantiene il focus costante sul funzionamento della mente.
Rispetto alla sua domanda: sì, in linea teorica riconoscere i pensieri come eventi mentali e non ingaggiarsi nel loro contenuto va nella direzione corretta. Ma quando questo processo diventa a sua volta oggetto di analisi, distinzione, classificazione (“paradosso maligno”, “paradosso utile”, “pensiero che chiude la logica”), allora il rischio è che il loop continui su un livello metacognitivo di rimuginio ancora più sofisticato.
Proprio per questo, considerata l’intensità e l’impatto che descrive, sarebbe davvero indicato valutare un percorso psicologico strutturato, in particolare con un approccio cognitivo-comportamentale (eventualmente integrato con MCT). Un lavoro guidato permette di:
* chiarire il funzionamento dei pensieri intrusivi e del rimuginio;
* ridurre il bisogno di controllo e di soluzione logica;
* apprendere strategie mirate, calibrate su di lei, senza che diventino nuove trappole cognitive.
Non deve affrontare tutto questo da solo, né trovare da sé “la formula giusta”. Il fatto che stia cercando aiuto e chiedendo se è sulla strada giusta è già un passo importante.
Rimango a disposizione se desidera approfondire ulteriormente o fare chiarezza su qualche aspetto.
Buongiorno, quale sia la strada giusta è da sperimentare, ma le consiglio di intraprendere, qualora fosse di suo interesse, un percorso terapeutico con un professionista al quale rivolgere le sue domande e insieme poter trovare la via d'uscita a pensieri ricorrenti che in questo momento occupano la maggior parte del suo tempo e il suo spazio mentale.
Quello che descrive è un’esperienza molto faticosa ma anche piuttosto comune in alcune forme di rimuginio e di pensiero ossessivo-autoreferenziale. Quando la mente entra in questi “loop logici”, tende a produrre domande che cercano una soluzione definitiva, ma che in realtà non ne hanno una: il tentativo di risolverle mantenendo il ragionamento attivo finisce spesso per alimentarle.
L’intuizione che ha avuto — cioè riconoscere questi contenuti come pensieri e non come problemi da risolvere — va nella direzione giusta. In effetti, imparare a osservarli “da fuori”, senza rispondere né controbattere sul piano logico, è uno dei passaggi centrali per ridurne il potere. Anche lo spostamento intenzionale dell’attenzione verso altro è una strategia utilizzata in diversi approcci terapeutici.
Detto questo, è importante chiarire che non esiste un pensiero “maligno” da sconfiggere né un paradosso “giusto” che chiude tutto una volta per sempre. Il rischio, altrimenti, è che anche la ricerca della via di uscita corretta diventi un nuovo oggetto del loop. Il lavoro terapeutico non mira tanto a trovare la risposta perfetta, quanto a modificare il rapporto con il funzionamento della mente, riducendo il bisogno di controllo e di certezza assoluta.
Il fatto che per arrivare a queste conclusioni lei sia stato molto male è un segnale da non sottovalutare: indica quanto questo meccanismo la stia facendo soffrire e quanto possa essere utile affrontarlo in modo guidato. Per questo le consiglierei di approfondire la situazione con uno specialista, che possa aiutarla a comprendere meglio il funzionamento di questi pensieri e a costruire strategie più stabili e meno dolorose per gestirli.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
L’intuizione che ha avuto — cioè riconoscere questi contenuti come pensieri e non come problemi da risolvere — va nella direzione giusta. In effetti, imparare a osservarli “da fuori”, senza rispondere né controbattere sul piano logico, è uno dei passaggi centrali per ridurne il potere. Anche lo spostamento intenzionale dell’attenzione verso altro è una strategia utilizzata in diversi approcci terapeutici.
Detto questo, è importante chiarire che non esiste un pensiero “maligno” da sconfiggere né un paradosso “giusto” che chiude tutto una volta per sempre. Il rischio, altrimenti, è che anche la ricerca della via di uscita corretta diventi un nuovo oggetto del loop. Il lavoro terapeutico non mira tanto a trovare la risposta perfetta, quanto a modificare il rapporto con il funzionamento della mente, riducendo il bisogno di controllo e di certezza assoluta.
Il fatto che per arrivare a queste conclusioni lei sia stato molto male è un segnale da non sottovalutare: indica quanto questo meccanismo la stia facendo soffrire e quanto possa essere utile affrontarlo in modo guidato. Per questo le consiglierei di approfondire la situazione con uno specialista, che possa aiutarla a comprendere meglio il funzionamento di questi pensieri e a costruire strategie più stabili e meno dolorose per gestirli.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, quello che ho compreso è questo: il problema non è il contenuto della domanda autoreferenziale (“e se mi venisse sempre in mente la stessa domanda?”), ma il meccanismo per cui la mente cerca di risolvere logicamente qualcosa che è strutturalmente irrisolvibile. In quel momento il pensiero smette di essere uno strumento e diventa un circuito chiuso.
Il passaggio decisivo è stato riconoscere che:
quel tipo di domanda non va risolta, perché non appartiene al piano della logica risolvibile; va invece riconosciuta come evento mentale, come pensiero, esattamente come tutti gli altri.Quando identifico dall’esterno sia il pensiero “maligno” autoreferenziale sia il pensiero che lo commenta (“anche questo è un pensiero”), non sto più giocando dentro il paradosso, ma mi sto collocando su un piano metacognitivo. Ed è solo da lì che diventa possibile spostare volontariamente l’attenzione su altro.
In questo senso, distinguere:
un paradosso irrisolvibile che alimenta il loop,
da un paradosso “funzionale” che chiude la catena logica (“anche questo è solo un pensiero”),non è una contraddizione, ma un atto pragmatico: serve a interrompere il meccanismo, non a vincerlo sul suo stesso terreno.
Il fatto di aver sofferto molto per arrivare a questa comprensione non invalida il percorso. Anzi, è spesso proprio l’esperienza diretta dell’impasse che rende evidente che la via d’uscita non è cognitiva, ma attentiva e volitiva.
Quindi sì: riconoscere l’autoreferenzialità come processo, non rispondere ai paradossi sterili, e spostare intenzionalmente l’attenzione è una direzione corretta. Non perché “risolve” il pensiero, ma perché lo disinnesca.
Il punto chiave, forse il più importante, è questo:
non serve essere certi una volta per tutte di essere usciti dal loop. Basta accorgersi ogni volta che si è rientrati… e tornare a fare quel passo indietro.
Ed è già sufficiente.
In alcuni casi, lavorare su questi meccanismi all’interno di un percorso psicologico può aiutare a uscirne con maggiore stabilità. Qualora lo ritenesse opportuno, è possibile approfondire in un colloquio.
Dott.Salvatore Augello
Il passaggio decisivo è stato riconoscere che:
quel tipo di domanda non va risolta, perché non appartiene al piano della logica risolvibile; va invece riconosciuta come evento mentale, come pensiero, esattamente come tutti gli altri.Quando identifico dall’esterno sia il pensiero “maligno” autoreferenziale sia il pensiero che lo commenta (“anche questo è un pensiero”), non sto più giocando dentro il paradosso, ma mi sto collocando su un piano metacognitivo. Ed è solo da lì che diventa possibile spostare volontariamente l’attenzione su altro.
In questo senso, distinguere:
un paradosso irrisolvibile che alimenta il loop,
da un paradosso “funzionale” che chiude la catena logica (“anche questo è solo un pensiero”),non è una contraddizione, ma un atto pragmatico: serve a interrompere il meccanismo, non a vincerlo sul suo stesso terreno.
Il fatto di aver sofferto molto per arrivare a questa comprensione non invalida il percorso. Anzi, è spesso proprio l’esperienza diretta dell’impasse che rende evidente che la via d’uscita non è cognitiva, ma attentiva e volitiva.
Quindi sì: riconoscere l’autoreferenzialità come processo, non rispondere ai paradossi sterili, e spostare intenzionalmente l’attenzione è una direzione corretta. Non perché “risolve” il pensiero, ma perché lo disinnesca.
Il punto chiave, forse il più importante, è questo:
non serve essere certi una volta per tutte di essere usciti dal loop. Basta accorgersi ogni volta che si è rientrati… e tornare a fare quel passo indietro.
Ed è già sufficiente.
In alcuni casi, lavorare su questi meccanismi all’interno di un percorso psicologico può aiutare a uscirne con maggiore stabilità. Qualora lo ritenesse opportuno, è possibile approfondire in un colloquio.
Dott.Salvatore Augello
Buon pomeriggio. Sembrerebbe che questi pensieri ripetitivi le causino parecchio disagio. Come ha giustamente notato lei, si tratta solamente di pensieri, che, come tali, non sono necessariamente veri. Il mio consiglio, però, è quello di chiedere l'aiuto di una figura professionale adeguata, in modo da poter apprendere le modalità adatte ad affrontare la questione e da poter raggiungere un benessere che perduri nel tempo.
Qualora lo ritenesse utile, sono disponibile per un colloquio.
Qualora lo ritenesse utile, sono disponibile per un colloquio.
Gentilissimo, Da quello che descrive sembra che lei sia rimasto intrappolato in una sorta di loop mentale autoreferenziale, in cui il pensiero riflette su sé stesso e cerca una soluzione logica definitiva per poter “uscire”. Più tenta di risolverlo con la logica, però, più il meccanismo si riattiva.
La direzione che sta intuendo – cioè riconoscere questi contenuti come pensieri e non come problemi reali da risolvere – è in effetti una strada utile. Non tanto perché esista un pensiero “maligno” e uno “buono”, ma perché il punto non è vincere il paradosso sul piano logico. Il vero nodo è il bisogno di trovare una risposta certa che le garantisca che il loop non tornerà più. È proprio questa ricerca di garanzia che spesso mantiene il circolo.
Quando lei dice: “identifico questo come pensiero e sposto l’attenzione”, sta già facendo qualcosa di diverso dal combattere il contenuto. Sta cambiando il modo di stare nel pensiero. Tuttavia è importante che questo non diventi un nuovo rituale mentale del tipo: “devo etichettarlo correttamente per poterne uscire”. Se diventa una procedura rigida, rischia di trasformarsi in un altro anello della catena.
La via di uscita, paradossalmente, non è trovare la formulazione perfetta, ma accettare che la mente possa generare anche pensieri irrisolvibili senza che lei debba sistemarli. Lasciarli incompleti, imperfetti, anche presenti, e intanto fare altro. Non perché li ha chiusi logicamente, ma perché non meritano tutta quella energia.
Il fatto che per arrivare a questa intuizione sia stato “parecchio male” indica quanto fosse carico di ansia il tentativo di risolvere tutto con la testa. Se questi loop sono frequenti e dolorosi, potrebbe essere molto utile parlarne con uno psicologo: spesso questo tipo di dinamica è legata a forme di rimuginio o tratti ossessivi, che si possono affrontare in modo efficace.
In sintesi sì, sta andando in una direzione più funzionale quando osserva i pensieri senza entrarci dentro. Ma la chiave non è trovare la formula giusta per chiuderli, bensì imparare a tollerare che possano esserci senza doverli risolvere e probabilmente strutturare un rapporto di fiducia con i propri processi mentali, provando anche a giocare con i processi stessi.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
La direzione che sta intuendo – cioè riconoscere questi contenuti come pensieri e non come problemi reali da risolvere – è in effetti una strada utile. Non tanto perché esista un pensiero “maligno” e uno “buono”, ma perché il punto non è vincere il paradosso sul piano logico. Il vero nodo è il bisogno di trovare una risposta certa che le garantisca che il loop non tornerà più. È proprio questa ricerca di garanzia che spesso mantiene il circolo.
Quando lei dice: “identifico questo come pensiero e sposto l’attenzione”, sta già facendo qualcosa di diverso dal combattere il contenuto. Sta cambiando il modo di stare nel pensiero. Tuttavia è importante che questo non diventi un nuovo rituale mentale del tipo: “devo etichettarlo correttamente per poterne uscire”. Se diventa una procedura rigida, rischia di trasformarsi in un altro anello della catena.
La via di uscita, paradossalmente, non è trovare la formulazione perfetta, ma accettare che la mente possa generare anche pensieri irrisolvibili senza che lei debba sistemarli. Lasciarli incompleti, imperfetti, anche presenti, e intanto fare altro. Non perché li ha chiusi logicamente, ma perché non meritano tutta quella energia.
Il fatto che per arrivare a questa intuizione sia stato “parecchio male” indica quanto fosse carico di ansia il tentativo di risolvere tutto con la testa. Se questi loop sono frequenti e dolorosi, potrebbe essere molto utile parlarne con uno psicologo: spesso questo tipo di dinamica è legata a forme di rimuginio o tratti ossessivi, che si possono affrontare in modo efficace.
In sintesi sì, sta andando in una direzione più funzionale quando osserva i pensieri senza entrarci dentro. Ma la chiave non è trovare la formula giusta per chiuderli, bensì imparare a tollerare che possano esserci senza doverli risolvere e probabilmente strutturare un rapporto di fiducia con i propri processi mentali, provando anche a giocare con i processi stessi.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
Buongiorno riconosco che si sta domandando se quello che sta facendo è la strada giusta. Credo che sia un po' limitante fermarsi a solo questa presentazione, credo che per lei sia giusto avere uno spazio dedicato per poter approfondire bene queste domande e capire come fronteggiarle
Buongiorno, grazie per aver condiviso questo pensiero. La strada che propone è una buona strada, ma potrebbe non essere di semplice percorrenza: se è vero che non è possibile trovare risposta definitiva a una domanda che non può averne e pertanto può riconoscerla e scegliere di non rispondere, se sentisse di restare ancora bloccato in questa autoreferenzialità, la chiave potrebbe stare nelle modalità attraverso cui il problema viene gestito (in modo fallimentare). Purtroppo un consiglio mirato prevede un'indagine approfondita del funzionamento del problema, che in questa sede non è possibile effettuare. Dunque, valuti se l'individuazione di questa via porti a miglioramenti. In caso contrario, le consiglio di rivolgersi ad un professionista, in quanto questo tipo di problema, che può diventare decisamente invalidante, può essere ben gestito e anche risolto attraverso la psicoterapia. Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Buona fortuna, Alice.
Buona fortuna, Alice.
Buongiorno,
Quello che sta descrivendo è un passaggio importante perché ha iniziato a vedere dall’esterno il funzionamento di questi pensieri. Il punto non è decidere quale paradosso sia buono o cattivo, o quale pensiero chiuda meglio "la logica", ma accorgersi che quando si entra all'interno di questo circuito viene risucchiato da un pensiero che non lo accompagna nella vita, ma che lo estrae da quest'ultima, come a cadere improvvisamente dentro ad un vortice.
Ci si può chiedere insieme non solo come uscirne, ma quando e perché questi pensieri diventano così persecutori, che cosa chiedono, che funzione hanno nella sua esperienza e quanto occupano il suo mondo interno. Il lavoro non è soltanto forzarsi a “spostare l’attenzione” (non pensare ad un cavallo bianco, a che cosa la fa pensare?), ma la difficoltà e il malessere sottostante.
Resto disponibile anche per un consulto online, Dott.ssa Jessica Servidio.
Quello che sta descrivendo è un passaggio importante perché ha iniziato a vedere dall’esterno il funzionamento di questi pensieri. Il punto non è decidere quale paradosso sia buono o cattivo, o quale pensiero chiuda meglio "la logica", ma accorgersi che quando si entra all'interno di questo circuito viene risucchiato da un pensiero che non lo accompagna nella vita, ma che lo estrae da quest'ultima, come a cadere improvvisamente dentro ad un vortice.
Ci si può chiedere insieme non solo come uscirne, ma quando e perché questi pensieri diventano così persecutori, che cosa chiedono, che funzione hanno nella sua esperienza e quanto occupano il suo mondo interno. Il lavoro non è soltanto forzarsi a “spostare l’attenzione” (non pensare ad un cavallo bianco, a che cosa la fa pensare?), ma la difficoltà e il malessere sottostante.
Resto disponibile anche per un consulto online, Dott.ssa Jessica Servidio.
Salve,
quello che descrive mostra una riflessione molto lucida e consapevole su ciò che accade nella sua mente. Ha riconosciuto che alcuni pensieri, soprattutto quelli autoreferenziali o paradossali, tendono a intrappolare l’attenzione e generano un loop mentale doloroso. La strategia che sta usando, cioè identificare questi pensieri “da fuori” come pensieri e non come realtà, e poi decidere di spostare l’attenzione altrove, è esattamente alla base degli approcci di mindfulness e di alcune tecniche CBT/ACT.
Distinguere tra pensieri irrisolvibili, che possono essere chiamati “maligni” nel senso che intrappolano, e pensieri che possono invece servire come segnali per chiudere la logica e tornare al presente, è un passo importante. Riconoscerli come tali senza cercare di risolverli o discuterli interiormente riduce la loro forza e permette di scegliere dove dirigere l’attenzione. In altre parole, il suo lavoro di osservazione dei pensieri e il successivo spostamento consapevole dell’attenzione è proprio la strada giusta per interrompere il loop e diminuire il malessere associato.
È normale che ci sia stato un periodo di sofferenza intenso: affrontare questi loop mentali può essere faticoso e destabilizzante all’inizio. Continuare a esercitarsi con questo tipo di strategia, possibilmente integrandola con momenti di respiro, contatto corporeo o attività significative, aiuta a consolidare la capacità di “staccarsi” dai pensieri autoreferenziali senza esserne travolti.
Se questi episodi dovessero persistere o diventare particolarmente angoscianti, un percorso personalizzato con approcci CBT/ACT può aiutare a strutturare e rafforzare queste strategie, adattandole al suo stile cognitivo e alle sue esigenze specifiche.
Saluti e resto a disposizione.
quello che descrive mostra una riflessione molto lucida e consapevole su ciò che accade nella sua mente. Ha riconosciuto che alcuni pensieri, soprattutto quelli autoreferenziali o paradossali, tendono a intrappolare l’attenzione e generano un loop mentale doloroso. La strategia che sta usando, cioè identificare questi pensieri “da fuori” come pensieri e non come realtà, e poi decidere di spostare l’attenzione altrove, è esattamente alla base degli approcci di mindfulness e di alcune tecniche CBT/ACT.
Distinguere tra pensieri irrisolvibili, che possono essere chiamati “maligni” nel senso che intrappolano, e pensieri che possono invece servire come segnali per chiudere la logica e tornare al presente, è un passo importante. Riconoscerli come tali senza cercare di risolverli o discuterli interiormente riduce la loro forza e permette di scegliere dove dirigere l’attenzione. In altre parole, il suo lavoro di osservazione dei pensieri e il successivo spostamento consapevole dell’attenzione è proprio la strada giusta per interrompere il loop e diminuire il malessere associato.
È normale che ci sia stato un periodo di sofferenza intenso: affrontare questi loop mentali può essere faticoso e destabilizzante all’inizio. Continuare a esercitarsi con questo tipo di strategia, possibilmente integrandola con momenti di respiro, contatto corporeo o attività significative, aiuta a consolidare la capacità di “staccarsi” dai pensieri autoreferenziali senza esserne travolti.
Se questi episodi dovessero persistere o diventare particolarmente angoscianti, un percorso personalizzato con approcci CBT/ACT può aiutare a strutturare e rafforzare queste strategie, adattandole al suo stile cognitivo e alle sue esigenze specifiche.
Saluti e resto a disposizione.
Buongiorno... Dal mio punto di vista psicologico, ciò che descrivi sembrerebbe un vero e proprio loop di pensiero autoreferenziale. La direzione che hai individuato è corretta: non si tratta di rispondere o risolvere il paradosso, ma di riconoscerlo come un pensiero automatico e non come una domanda reale.
Quando lo identifichi come “è solo un pensiero” e sposti l’attenzione su altro, stai interrompendo il meccanismo, non evitandolo. La sofferenza provata è comprensibile ed è frequente quando si esce da questi loop. La via d’uscita non è una risposta giusta, ma la rinuncia a rispondere molte volte..
Quando lo identifichi come “è solo un pensiero” e sposti l’attenzione su altro, stai interrompendo il meccanismo, non evitandolo. La sofferenza provata è comprensibile ed è frequente quando si esce da questi loop. La via d’uscita non è una risposta giusta, ma la rinuncia a rispondere molte volte..
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