Gentile Terapeuta, Ho 67 anni e sono un uomo laureato, separato con una figlia, pensionato. Son
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Gentile Terapeuta,
Ho 67 anni e sono un uomo laureato, separato con una figlia, pensionato.
Sono stato diagnosticato con ipotiroidismo, ipertensione e leucemia linfatica cronica.
Inoltre, sono stato diagnosticato con AuDHD (ADHD e Autismo di livello 1), nonché con un Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso (C-PTSD).
La mia infanzia è stata segnata da un ambiente difficile, con un padre con schizofrenia residuale e una madre con narcisismo patologico. Questo ha portato a un trauma indotto che ha avuto conseguenze profonde sulla mia vita.
Il meccanismo del trauma ha coinvolto il rifiuto e l'anaffettività da parte dei genitori, aggressioni fisiche e psicologiche, violenze fisiche e verbali, isolamento autoindotto come difesa e isolamento subito come punizione, svalutazione subita.
Le conseguenze del trauma sono state numerose, tra cui un bisogno impulsivo di valutazione e accettazione esterna, disforia sensibile al rifiuto, costante sensazione di pericolo, stato persistente di iperallerta, stress elevato, disgrafia reattiva, isolamento sociale e difficoltà a gestire ed esprimere le emozioni.
Ho studiato a fondo il mio caso e le mie conclusioni nascono da diagnosi specialistiche oltre che da un'analisi logica dei fatti.
Non cerco un terapeuta che metta in dubbio la mia diagnosi, ma qualcuno che parta da queste basi per aiutarmi a gestire il corpo e le emozioni. Io porto la conoscenza di me, il terapeuta porta gli strumenti tecnici per la regolazione del mio sistema nervoso.
Ho già affrontato anni di terapia della parola che hanno portato solo a re-traumatizzazione e svalutazione intellettuale.
Non voglio raccontare storie o ricevere consigli morali, ma vorrei lavorare sulla neurobiologia del trauma.
Cerco un lavoro puramente bottom-up basato sulla titolazione delle sensazioni fisiche.
Mi chiedo se Lei sia in grado di guidarmi in una sessione di desensibilizzazione somatica senza che io debba esporre la narrazione dei miei traumi e riaprire ancora una volta il Vaso di Pandora.
La mia anamnesi è contenuta nelle diagnosi ricevute (ADHD, PTSD).
Per ogni dettaglio tecnico ulteriore, posso fornire documentazione clinica, ma non intendo procedere con un resoconto verbale degli eventi traumatici, poiché il mio sistema nervoso reagisce con re-traumatizzazione e shutdown.
Spero di trovare un terapeuta che possa aiutarmi a lavorare sulla mia neurobiologia del trauma e a gestire il mio sistema nervoso in modo più efficace.
Grazie.
Cordiali saluti.
Ho 67 anni e sono un uomo laureato, separato con una figlia, pensionato.
Sono stato diagnosticato con ipotiroidismo, ipertensione e leucemia linfatica cronica.
Inoltre, sono stato diagnosticato con AuDHD (ADHD e Autismo di livello 1), nonché con un Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso (C-PTSD).
La mia infanzia è stata segnata da un ambiente difficile, con un padre con schizofrenia residuale e una madre con narcisismo patologico. Questo ha portato a un trauma indotto che ha avuto conseguenze profonde sulla mia vita.
Il meccanismo del trauma ha coinvolto il rifiuto e l'anaffettività da parte dei genitori, aggressioni fisiche e psicologiche, violenze fisiche e verbali, isolamento autoindotto come difesa e isolamento subito come punizione, svalutazione subita.
Le conseguenze del trauma sono state numerose, tra cui un bisogno impulsivo di valutazione e accettazione esterna, disforia sensibile al rifiuto, costante sensazione di pericolo, stato persistente di iperallerta, stress elevato, disgrafia reattiva, isolamento sociale e difficoltà a gestire ed esprimere le emozioni.
Ho studiato a fondo il mio caso e le mie conclusioni nascono da diagnosi specialistiche oltre che da un'analisi logica dei fatti.
Non cerco un terapeuta che metta in dubbio la mia diagnosi, ma qualcuno che parta da queste basi per aiutarmi a gestire il corpo e le emozioni. Io porto la conoscenza di me, il terapeuta porta gli strumenti tecnici per la regolazione del mio sistema nervoso.
Ho già affrontato anni di terapia della parola che hanno portato solo a re-traumatizzazione e svalutazione intellettuale.
Non voglio raccontare storie o ricevere consigli morali, ma vorrei lavorare sulla neurobiologia del trauma.
Cerco un lavoro puramente bottom-up basato sulla titolazione delle sensazioni fisiche.
Mi chiedo se Lei sia in grado di guidarmi in una sessione di desensibilizzazione somatica senza che io debba esporre la narrazione dei miei traumi e riaprire ancora una volta il Vaso di Pandora.
La mia anamnesi è contenuta nelle diagnosi ricevute (ADHD, PTSD).
Per ogni dettaglio tecnico ulteriore, posso fornire documentazione clinica, ma non intendo procedere con un resoconto verbale degli eventi traumatici, poiché il mio sistema nervoso reagisce con re-traumatizzazione e shutdown.
Spero di trovare un terapeuta che possa aiutarmi a lavorare sulla mia neurobiologia del trauma e a gestire il mio sistema nervoso in modo più efficace.
Grazie.
Cordiali saluti.
Salve, la sua risposta la troverà nella tecnica E. M. D. R.
Un caro saluto
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Buon giorno, ho letto con molta attenzione la sua descrizione e credo che sia possibile lavorare attraverso sessioni, come lei afferma,: <<di desensibilizzazione somatica senza che io debba esporre la narrazione dei miei traumi e riaprire ancora una volta il Vaso di Pandora.>>. La tecnica da me usata in questi casi è la NEURORIFLESSO TERAPIA PERSONALIZZATA. Per saperne di più mi può contattare. Cordiali saluti dal dott. Michele Iannelli medico neuroriflessoterapeuta, psicoterapeuta e omeopata.
Buongiorno, comprendo le sue motivazioni e credo che nel suo caso la strada maestra da percorrere sia quella di una terapia ACT (Acceptance and Commitment Therapy) e polivagale, accompagnata da interventi sul corpo attraverso la meditazione e il massaggio tantrico. E' un percorso apparentemente inusuale ma che da ottimi risultati e in tempi brevi (8-10 sedute). Ovviamente deve però essere fatta in presenza e non online per cui deve trovare un terapeuta della sua zona che padroneggi queste tecniche. Cordialmente
Gentile Signore, la sua richiesta è molto chiara e appare ben fondata. Sì, è possibile lavorare sul trauma anche senza ripercorrere in dettaglio gli eventi traumatici, attraverso un approccio centrato sulla stabilizzazione, sulla regolazione del sistema nervoso e sull’ascolto graduale delle sensazioni corporee.
Il punto essenziale è trovare un professionista realmente formato sul trauma, capace di rispettare i suoi limiti, la sua neurodivergenza e il rischio di retraumatizzazione. Più che metterla nelle condizioni di raccontare, il percorso dovrebbe aiutarla a sentirsi più al sicuro nel corpo e nelle emozioni, procedendo con cautela, consenso e tempi condivisi
Il punto essenziale è trovare un professionista realmente formato sul trauma, capace di rispettare i suoi limiti, la sua neurodivergenza e il rischio di retraumatizzazione. Più che metterla nelle condizioni di raccontare, il percorso dovrebbe aiutarla a sentirsi più al sicuro nel corpo e nelle emozioni, procedendo con cautela, consenso e tempi condivisi
Gentile Signore,
la sua richiesta è molto chiara e, soprattutto, estremamente consapevole. Si percepisce un grande lavoro di comprensione personale, oltre a una conoscenza approfondita delle proprie dinamiche interne e delle diagnosi ricevute.
Quello che descrive – in particolare la difficoltà con approcci esclusivamente “top-down” (basati sulla narrazione e sull’elaborazione cognitiva) e la necessità di un lavoro “bottom-up” – è coerente con ciò che oggi sappiamo sulla neurobiologia del trauma, soprattutto nei quadri di trauma complesso (C-PTSD). In molti casi, quando il sistema nervoso è fortemente sensibilizzato, il racconto dettagliato degli eventi traumatici può effettivamente risultare disregolante o riattivante, come lei ha già sperimentato.
Esistono approcci terapeutici che vanno nella direzione che lei sta cercando, ovvero interventi centrati sulla regolazione del sistema nervoso e sulle sensazioni corporee, come ad esempio:
tecniche di stabilizzazione e regolazione (grounding, orienting, lavoro sul respiro)
approcci somatici (come Somatic Experiencing o interventi sensomotori)
EMDR, che, se ben condotto, può essere utilizzato anche con una minima esposizione narrativa, lavorando maggiormente sulle componenti sensoriali ed emotive
pratiche di mindfulness orientate al corpo, adattate ai traumi complessi
È importante però chiarire un punto: anche nei modelli più “bottom-up”, una minima cornice relazionale e una condivisione, seppur contenuta e rispettosa dei suoi limiti, è quasi sempre necessaria. Non si tratta di “raccontare il trauma” nei dettagli, ma di costruire un contesto sufficientemente sicuro in cui il lavoro corporeo possa avvenire senza rischio di sopraffazione. Un terapeuta formato in ambito trauma-informed dovrebbe essere in grado di rispettare pienamente il suo bisogno di non riattivazione e procedere con estrema gradualità (titolazione), come lei giustamente richiede.
Rispondendo alla sua domanda: sì, è possibile lavorare sulla desensibilizzazione e sulla regolazione del sistema nervoso senza entrare in una narrazione dettagliata e ri-traumatizzante, ma questo richiede:
una formazione specifica del terapeuta sul trauma complesso
un approccio flessibile e personalizzato
una forte attenzione alla stabilizzazione prima di qualsiasi attivazione
Considerata anche la presenza di condizioni mediche e neurodivergenze (AuDHD), è fondamentale che il lavoro sia ancora più calibrato e rispettoso dei suoi tempi e delle sue soglie di tolleranza.
Il fatto che lei cerchi un terapeuta che “porti strumenti” mentre lei porta la conoscenza di sé è una base molto sana per un’alleanza terapeutica efficace. Allo stesso tempo, le suggerisco di mantenere una certa apertura alla co-costruzione del percorso, perché ogni intervento, anche tecnico, funziona al meglio all’interno di una relazione terapeutica sufficientemente sicura.
Ritengo quindi che il tipo di lavoro che desidera sia assolutamente legittimo e clinicamente fondato, ma è importante affidarsi a un professionista con esperienza specifica nel trattamento del trauma complesso e negli approcci somatici.
Le consiglio di approfondire la sua situazione con uno specialista esperto in psicotraumatologia, così da valutare insieme un percorso realmente adatto alle sue esigenze.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la sua richiesta è molto chiara e, soprattutto, estremamente consapevole. Si percepisce un grande lavoro di comprensione personale, oltre a una conoscenza approfondita delle proprie dinamiche interne e delle diagnosi ricevute.
Quello che descrive – in particolare la difficoltà con approcci esclusivamente “top-down” (basati sulla narrazione e sull’elaborazione cognitiva) e la necessità di un lavoro “bottom-up” – è coerente con ciò che oggi sappiamo sulla neurobiologia del trauma, soprattutto nei quadri di trauma complesso (C-PTSD). In molti casi, quando il sistema nervoso è fortemente sensibilizzato, il racconto dettagliato degli eventi traumatici può effettivamente risultare disregolante o riattivante, come lei ha già sperimentato.
Esistono approcci terapeutici che vanno nella direzione che lei sta cercando, ovvero interventi centrati sulla regolazione del sistema nervoso e sulle sensazioni corporee, come ad esempio:
tecniche di stabilizzazione e regolazione (grounding, orienting, lavoro sul respiro)
approcci somatici (come Somatic Experiencing o interventi sensomotori)
EMDR, che, se ben condotto, può essere utilizzato anche con una minima esposizione narrativa, lavorando maggiormente sulle componenti sensoriali ed emotive
pratiche di mindfulness orientate al corpo, adattate ai traumi complessi
È importante però chiarire un punto: anche nei modelli più “bottom-up”, una minima cornice relazionale e una condivisione, seppur contenuta e rispettosa dei suoi limiti, è quasi sempre necessaria. Non si tratta di “raccontare il trauma” nei dettagli, ma di costruire un contesto sufficientemente sicuro in cui il lavoro corporeo possa avvenire senza rischio di sopraffazione. Un terapeuta formato in ambito trauma-informed dovrebbe essere in grado di rispettare pienamente il suo bisogno di non riattivazione e procedere con estrema gradualità (titolazione), come lei giustamente richiede.
Rispondendo alla sua domanda: sì, è possibile lavorare sulla desensibilizzazione e sulla regolazione del sistema nervoso senza entrare in una narrazione dettagliata e ri-traumatizzante, ma questo richiede:
una formazione specifica del terapeuta sul trauma complesso
un approccio flessibile e personalizzato
una forte attenzione alla stabilizzazione prima di qualsiasi attivazione
Considerata anche la presenza di condizioni mediche e neurodivergenze (AuDHD), è fondamentale che il lavoro sia ancora più calibrato e rispettoso dei suoi tempi e delle sue soglie di tolleranza.
Il fatto che lei cerchi un terapeuta che “porti strumenti” mentre lei porta la conoscenza di sé è una base molto sana per un’alleanza terapeutica efficace. Allo stesso tempo, le suggerisco di mantenere una certa apertura alla co-costruzione del percorso, perché ogni intervento, anche tecnico, funziona al meglio all’interno di una relazione terapeutica sufficientemente sicura.
Ritengo quindi che il tipo di lavoro che desidera sia assolutamente legittimo e clinicamente fondato, ma è importante affidarsi a un professionista con esperienza specifica nel trattamento del trauma complesso e negli approcci somatici.
Le consiglio di approfondire la sua situazione con uno specialista esperto in psicotraumatologia, così da valutare insieme un percorso realmente adatto alle sue esigenze.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno,
si percepisce con chiarezza quanto il suo percorso sia stato lungo e impegnativo, e quanto abbia sviluppato una conoscenza approfondita di sé e del proprio funzionamento. È comprensibile, dopo esperienze che hanno percepito come retraumatizzanti, il desiderio di un lavoro diverso, più rispettoso dei suoi tempi e centrato sulla regolazione del sistema nervoso.
L’approccio che descrive, orientato “bottom-up” e alla titolazione delle sensazioni corporee, è oggi condiviso da diversi modelli di intervento sul trauma. Esistono professionisti che lavorano proprio in questa direzione, ponendo al centro la sicurezza, la gradualità e la possibilità di non dover necessariamente ripercorrere in modo dettagliato i contenuti traumatici.
Allo stesso tempo, è importante che il percorso sia costruito in modo sufficientemente flessibile e condiviso: anche nei modelli somatici, una minima alleanza e comprensione reciproca del funzionamento della persona restano fondamentali, pur nel rispetto del limite che lei pone rispetto alla narrazione.
Può quindi avere senso orientarsi verso terapeuti formati in approcci specifici sul trauma e sulla regolazione corporea, verificando fin da subito la loro disponibilità a lavorare secondo queste modalità e a concordare con lei confini chiari.
La sua richiesta è legittima e sempre più riconosciuta nella pratica clinica attuale. Trovare il professionista con cui sentirsi al sicuro e rispettato nel metodo è un passaggio centrale.
Un caro saluto.
si percepisce con chiarezza quanto il suo percorso sia stato lungo e impegnativo, e quanto abbia sviluppato una conoscenza approfondita di sé e del proprio funzionamento. È comprensibile, dopo esperienze che hanno percepito come retraumatizzanti, il desiderio di un lavoro diverso, più rispettoso dei suoi tempi e centrato sulla regolazione del sistema nervoso.
L’approccio che descrive, orientato “bottom-up” e alla titolazione delle sensazioni corporee, è oggi condiviso da diversi modelli di intervento sul trauma. Esistono professionisti che lavorano proprio in questa direzione, ponendo al centro la sicurezza, la gradualità e la possibilità di non dover necessariamente ripercorrere in modo dettagliato i contenuti traumatici.
Allo stesso tempo, è importante che il percorso sia costruito in modo sufficientemente flessibile e condiviso: anche nei modelli somatici, una minima alleanza e comprensione reciproca del funzionamento della persona restano fondamentali, pur nel rispetto del limite che lei pone rispetto alla narrazione.
Può quindi avere senso orientarsi verso terapeuti formati in approcci specifici sul trauma e sulla regolazione corporea, verificando fin da subito la loro disponibilità a lavorare secondo queste modalità e a concordare con lei confini chiari.
La sua richiesta è legittima e sempre più riconosciuta nella pratica clinica attuale. Trovare il professionista con cui sentirsi al sicuro e rispettato nel metodo è un passaggio centrale.
Un caro saluto.
Buongiorno, comprendo la sua difficoltà nel ripetere la sua storia biografica, soprattutto riguardo gli aspetti traumatici. Nonostante sia improbabile risolvere nel profondo questi aspetti evitandone la rinarrazione, potrebbero essere utili dei percorsi corporei espressivi, come accade per esempio nella musicoterapia, dove il corpo, producendo suoni in interazione con il professionista, conduce verso una sintonizzazione e armonizzazione delle emozioni. Una "via di mezzo" potrebbe essere lo psicodramma, dove si mettono in scena degli episodi di vita, come se fossero una finzione, anche modificandoli, portando pian piano la persona verso la soluzioni ai blocchi del passato.
Una modalità efficace potrebbe essere anche l'EMDR, con la quale non si può evitare di entrare nei ricordi, ma poi questi vengono trattati ad un livello che sta tra il conscio e l'inconscio.
Rimango a disposizione per qualsiasi informazione o curiosità.
Cari saluti,
Barbara
Una modalità efficace potrebbe essere anche l'EMDR, con la quale non si può evitare di entrare nei ricordi, ma poi questi vengono trattati ad un livello che sta tra il conscio e l'inconscio.
Rimango a disposizione per qualsiasi informazione o curiosità.
Cari saluti,
Barbara
Gentilissimo paziente,
Complimenti per la brillante descrizione da lei effettuata.
Saro' lieta se vorra ' di approfondire.
Un caro saluto
Complimenti per la brillante descrizione da lei effettuata.
Saro' lieta se vorra ' di approfondire.
Un caro saluto
Buonasera
Certo, è possibile lavorare in terapia su ciò che la fa sta male nel qui e ora, senza necessariamente forzare l'approfondimento della sua storia personale. Qualora emergano spontaneamente elementi del suo vissuto verrebbero accolti e ascoltati, senza indugiare più del necessario. La terapia può aiutarla a prendere consapevolezza di se stesso, delle sue emozioni e imparare a conoscere quelle altrui e molto altro. Lei non è solo la sua sofferenza, c'è molto altro e si può partire proprio da lì.
Col tempo acquisirà gli strumenti necessari per gestire in autonomia i momenti difficili.
Le auguro una Buona serata
Certo, è possibile lavorare in terapia su ciò che la fa sta male nel qui e ora, senza necessariamente forzare l'approfondimento della sua storia personale. Qualora emergano spontaneamente elementi del suo vissuto verrebbero accolti e ascoltati, senza indugiare più del necessario. La terapia può aiutarla a prendere consapevolezza di se stesso, delle sue emozioni e imparare a conoscere quelle altrui e molto altro. Lei non è solo la sua sofferenza, c'è molto altro e si può partire proprio da lì.
Col tempo acquisirà gli strumenti necessari per gestire in autonomia i momenti difficili.
Le auguro una Buona serata
Gentile utente di mio dottore,
per le sue esigenze dovrebbe contattare un terapista EMDR.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
per le sue esigenze dovrebbe contattare un terapista EMDR.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
La ringrazio sinceramente per aver condiviso con tanta cura il suo percorso. Dalle sue parole emerge una grande consapevolezza e una forza notevole, e comprendo profondamente il suo desiderio di un lavoro terapeutico che rispetti il corpo, i tempi interni e la necessità di non riaprire narrazioni dolorose.
Per ciò che descrive, un approccio bottom up, delicato e non narrativo, è non solo comprensibile ma assolutamente appropriato. In questo senso, il metodo che più si avvicina alle sue esigenze è il Brainspotting, perché permette di lavorare direttamente sulla regolazione del sistema nervoso senza dover raccontare i traumi né riviverli.
Per orientarsi nella scelta del professionista, può essere utile cercare un terapeuta che abbia:
• formazione specifica in Brainspotting (almeno Fase 1 e 2)
• esperienza con trauma complesso e stati di iperattivazione
• sensibilità verso la neurodivergenza (ADHD / Autismo livello 1)
• uno stile rispettoso, non intrusivo, centrato sul corpo e sulla sicurezza
Sul sito ufficiale brainspotting.com trova l’elenco dei terapeuti certificati.
Se le fa piacere, può consultare anche la mini guida che ho preparato per aiutare a orientarsi nella scelta del terapeuta più adatto a un percorso bottom up (trauma, Brainspotting, neurodivergenza). Le auguro di trovare uno spazio terapeutico che le permetta finalmente di respirare con più libertà e sicurezza.
Per ciò che descrive, un approccio bottom up, delicato e non narrativo, è non solo comprensibile ma assolutamente appropriato. In questo senso, il metodo che più si avvicina alle sue esigenze è il Brainspotting, perché permette di lavorare direttamente sulla regolazione del sistema nervoso senza dover raccontare i traumi né riviverli.
Per orientarsi nella scelta del professionista, può essere utile cercare un terapeuta che abbia:
• formazione specifica in Brainspotting (almeno Fase 1 e 2)
• esperienza con trauma complesso e stati di iperattivazione
• sensibilità verso la neurodivergenza (ADHD / Autismo livello 1)
• uno stile rispettoso, non intrusivo, centrato sul corpo e sulla sicurezza
Sul sito ufficiale brainspotting.com trova l’elenco dei terapeuti certificati.
Se le fa piacere, può consultare anche la mini guida che ho preparato per aiutare a orientarsi nella scelta del terapeuta più adatto a un percorso bottom up (trauma, Brainspotting, neurodivergenza). Le auguro di trovare uno spazio terapeutico che le permetta finalmente di respirare con più libertà e sicurezza.
Da quel chr capisco, vedo che lei cerca una terapia strettamente comportamentale, e che ha ormai elaborato una conoscenza altamente tecnica dei problemi che ha incontrato nella sua vita.Rimane un paradosso: lei vuole laovrare solo sulla "titolazione delle sensazioni fisiche"e sulla "desensibiliizzazione somatica". Ma per noi esseri umani le sensazioni e il soma richiamano, e sono connessi con, il mondo delle emozioni.
Per rispondere alla sua domanda: penso che sia possibile lavorare a partire da ciò che lei sente ( nel senso fisico ), contattando per questa via le emozioni e le fantasie.Senza che sia necessario riportarsi ancora sulla sua biografia, che lei conosce anche troppo bene. Penso che un itinerario di questo tipo possa esserle utile. Ma indubbiamente ha da valutare lei!
Per rispondere alla sua domanda: penso che sia possibile lavorare a partire da ciò che lei sente ( nel senso fisico ), contattando per questa via le emozioni e le fantasie.Senza che sia necessario riportarsi ancora sulla sua biografia, che lei conosce anche troppo bene. Penso che un itinerario di questo tipo possa esserle utile. Ma indubbiamente ha da valutare lei!
Buongiorno, la ringrazio per la condivisione della sua storia.
Si sente dalle sue parole che ha ben chiaro l’origine delle sue difficoltà e questa consapevolezza aiuta molto in terapia.
Anche il fatto di aver avuto una valutazione specialistica è di aiuto, in quanto consente in terapia di partire da una base solida e di definire degli obiettivi chiari ed espliciti.
E sono d’accordo con quello che dice, in terapia, anche quando ci sono delle storie traumatiche non è necessario passare dalla verbalizzazione delle stesse per effettuare un lavoro terapeutico.
I traumi subiti generano delle memorie somatiche che portano la persona a riattivare le stesse emozioni e sensazioni dell’episodio traumatico, seppur, nel presente, in assenza di un pericolo reale.
Le terapie bottom-up che sono legate al lavoro sul trauma partono proprio dal presupposto che il lavoro deve essere orientato sugli effetti del trauma, non al trauma in sè, per favorire innanzitutto la regolazione emotiva e per iniziare a sperimentare una sensazione di sicurezza nel presente.
Quando siamo di fronte a storie traumatiche, il nostro cervello reagisce spesso frammentando la parte di sé che ha vissuto il trauma dal resto. L’emisfero cerebrale destro, che è deputato all’elaborazione emotiva smette di comunicare con l’emisfero sinistro, deputato all’elaborazione verbale (e di dare senso e significato a ciò che succede). Questo blocco genera spesso delle parti di sé connesse al trauma. Esse si riattivano in situazioni che in qualche modo sono simili a quelle del trauma e prendono il sopravvento portandoci a mettere in atto delle azioni, dei comportamenti difensivi, per tutelare il sé da ciò che sta accadendo. Spesso questi comportamenti generano però altra sofferenza. Anche qui il lavoro e sul mettere in dialogo queste parti e nel favorire un prendersi cura della sofferenza che queste parti provano.
Questi passaggi favoriscono un migliore adattamento nel presente e riducono i sintomi derivanti dai traumi passati.
Cordiali saluti
Si sente dalle sue parole che ha ben chiaro l’origine delle sue difficoltà e questa consapevolezza aiuta molto in terapia.
Anche il fatto di aver avuto una valutazione specialistica è di aiuto, in quanto consente in terapia di partire da una base solida e di definire degli obiettivi chiari ed espliciti.
E sono d’accordo con quello che dice, in terapia, anche quando ci sono delle storie traumatiche non è necessario passare dalla verbalizzazione delle stesse per effettuare un lavoro terapeutico.
I traumi subiti generano delle memorie somatiche che portano la persona a riattivare le stesse emozioni e sensazioni dell’episodio traumatico, seppur, nel presente, in assenza di un pericolo reale.
Le terapie bottom-up che sono legate al lavoro sul trauma partono proprio dal presupposto che il lavoro deve essere orientato sugli effetti del trauma, non al trauma in sè, per favorire innanzitutto la regolazione emotiva e per iniziare a sperimentare una sensazione di sicurezza nel presente.
Quando siamo di fronte a storie traumatiche, il nostro cervello reagisce spesso frammentando la parte di sé che ha vissuto il trauma dal resto. L’emisfero cerebrale destro, che è deputato all’elaborazione emotiva smette di comunicare con l’emisfero sinistro, deputato all’elaborazione verbale (e di dare senso e significato a ciò che succede). Questo blocco genera spesso delle parti di sé connesse al trauma. Esse si riattivano in situazioni che in qualche modo sono simili a quelle del trauma e prendono il sopravvento portandoci a mettere in atto delle azioni, dei comportamenti difensivi, per tutelare il sé da ciò che sta accadendo. Spesso questi comportamenti generano però altra sofferenza. Anche qui il lavoro e sul mettere in dialogo queste parti e nel favorire un prendersi cura della sofferenza che queste parti provano.
Questi passaggi favoriscono un migliore adattamento nel presente e riducono i sintomi derivanti dai traumi passati.
Cordiali saluti
Buongiorno,
la ringrazio per la chiarezza con cui descrive il suo funzionamento e i suoi bisogni: emerge una consapevolezza molto solida, soprattutto rispetto alla necessità di un lavoro centrato sul corpo e sulla regolazione del sistema nervoso.
In relazione alla sua domanda, è importante sottolineare che l’EMDR è oggi uno dei trattamenti con maggiore evidenza scientifica per il trauma, incluse le forme più complesse come il C-PTSD. Tuttavia, nel trauma complesso l’EMDR non è semplicemente una tecnica di “desensibilizzazione”, ma un modello strutturato e graduale, che parte proprio da ciò che lei sta cercando: il lavoro bottom-up.
In particolare: le prime fasi del protocollo EMDR sono dedicate a stabilizzazione, regolazione e sviluppo di risorse (grounding, orientamento corporeo, sicurezza interna).
È possibile lavorare inizialmente senza entrare nella narrazione dettagliata dei traumi, utilizzando il corpo come via di accesso (sensazioni, attivazione, segnali somatici).
Si utilizzano tecniche di titolazione e pendolazione, cioè piccoli passaggi tra attivazione e risorsa, per evitare il rischio di sopraffazione o shutdown.
Solo quando il sistema nervoso è sufficientemente regolato, si può eventualmente accedere alla rielaborazione, sempre in modo controllato e rispettoso dei limiti della persona.
Nei quadri complessi come il suo, l’obiettivo iniziale non è “riaprire il passato”, ma ampliare la finestra di tolleranza, ridurre l’iperallerta e costruire una maggiore capacità di autoregolazione. In questo senso, l’EMDR integra in modo naturale un lavoro bottom-up e top-down, senza richiedere necessariamente un’esposizione narrativa diretta.
È anche importante dire che, nel trauma complesso, il fattore di efficacia non è solo la tecnica, ma la possibilità di costruire una relazione terapeutica stabile e sintonizzata, che permetta al sistema nervoso di sperimentare sicurezza mentre si lavora sulle attivazioni.
La direzione che sta cercando – un lavoro sul corpo, titolato e non retraumatizzante – è quindi assolutamente compatibile con un approccio EMDR, se condotto da un professionista formato sul trauma complesso.
Le auguro di trovare uno spazio terapeutico che possa rispettare pienamente questi aspetti e accompagnarla in modo sicuro nel lavoro di regolazione.
Un cordiale saluto.
la ringrazio per la chiarezza con cui descrive il suo funzionamento e i suoi bisogni: emerge una consapevolezza molto solida, soprattutto rispetto alla necessità di un lavoro centrato sul corpo e sulla regolazione del sistema nervoso.
In relazione alla sua domanda, è importante sottolineare che l’EMDR è oggi uno dei trattamenti con maggiore evidenza scientifica per il trauma, incluse le forme più complesse come il C-PTSD. Tuttavia, nel trauma complesso l’EMDR non è semplicemente una tecnica di “desensibilizzazione”, ma un modello strutturato e graduale, che parte proprio da ciò che lei sta cercando: il lavoro bottom-up.
In particolare: le prime fasi del protocollo EMDR sono dedicate a stabilizzazione, regolazione e sviluppo di risorse (grounding, orientamento corporeo, sicurezza interna).
È possibile lavorare inizialmente senza entrare nella narrazione dettagliata dei traumi, utilizzando il corpo come via di accesso (sensazioni, attivazione, segnali somatici).
Si utilizzano tecniche di titolazione e pendolazione, cioè piccoli passaggi tra attivazione e risorsa, per evitare il rischio di sopraffazione o shutdown.
Solo quando il sistema nervoso è sufficientemente regolato, si può eventualmente accedere alla rielaborazione, sempre in modo controllato e rispettoso dei limiti della persona.
Nei quadri complessi come il suo, l’obiettivo iniziale non è “riaprire il passato”, ma ampliare la finestra di tolleranza, ridurre l’iperallerta e costruire una maggiore capacità di autoregolazione. In questo senso, l’EMDR integra in modo naturale un lavoro bottom-up e top-down, senza richiedere necessariamente un’esposizione narrativa diretta.
È anche importante dire che, nel trauma complesso, il fattore di efficacia non è solo la tecnica, ma la possibilità di costruire una relazione terapeutica stabile e sintonizzata, che permetta al sistema nervoso di sperimentare sicurezza mentre si lavora sulle attivazioni.
La direzione che sta cercando – un lavoro sul corpo, titolato e non retraumatizzante – è quindi assolutamente compatibile con un approccio EMDR, se condotto da un professionista formato sul trauma complesso.
Le auguro di trovare uno spazio terapeutico che possa rispettare pienamente questi aspetti e accompagnarla in modo sicuro nel lavoro di regolazione.
Un cordiale saluto.
Buonasera, potrebbe utilizzare l'EMDR, senza la necessità di ripercorrere mentalmente i traumi.
Buonasera, le suggerisco di provare con uno psicoterapeuta che utilizzi un approccio emdr.
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Buongiorno. Previa valutazione clinica, può avvalersi di una Psicoterapia EMDR che è un intervento molto specifico rivolto ai disturbi traumatici ed efficace a risolvere i sintomi neurovegetativi ad essi connessi.
Dott.ssa Alessandra Marra
Dott.ssa Alessandra Marra
Gentile Paziente,
dal suo messaggio emerge una grande capacità di riflessione e un lavoro su di sé già molto approfondito: questa è senza dubbio una risorsa importante.
Allo stesso tempo, proprio la complessità di ciò che porta richiede un passaggio fondamentale: potersi affidare a un professionista non solo negli strumenti, ma anche nel processo. Definire in modo molto rigido a priori come dovrà essere il percorso rischia, a volte, di limitare proprio quel lavoro che potrebbe aiutarla.
È comprensibile il timore di essere nuovamente esposto a esperienze invalidanti, ma il punto non è evitare del tutto alcune dimensioni, quanto costruire con il terapeuta un contesto sufficientemente sicuro in cui poterle avvicinare gradualmente e nei modi sostenibili per lei.
Per questo, più che cercare un intervento “tecnico” già definito, può essere utile orientarsi verso un terapeuta esperto nel trauma con cui verificare, passo dopo passo, la possibilità di un lavoro condiviso. L’elemento centrale resta la relazione terapeutica e la fiducia che può costruirsi nel tempo, che sono parte integrante del percorso, non un aspetto secondario.
In questo senso, il lavoro su di sé passa anche dalla possibilità di lasciare uno spazio di guida al professionista, mantenendo insieme la sua capacità di osservazione e le sue risorse.
Resto a disposizione
Saluti
dal suo messaggio emerge una grande capacità di riflessione e un lavoro su di sé già molto approfondito: questa è senza dubbio una risorsa importante.
Allo stesso tempo, proprio la complessità di ciò che porta richiede un passaggio fondamentale: potersi affidare a un professionista non solo negli strumenti, ma anche nel processo. Definire in modo molto rigido a priori come dovrà essere il percorso rischia, a volte, di limitare proprio quel lavoro che potrebbe aiutarla.
È comprensibile il timore di essere nuovamente esposto a esperienze invalidanti, ma il punto non è evitare del tutto alcune dimensioni, quanto costruire con il terapeuta un contesto sufficientemente sicuro in cui poterle avvicinare gradualmente e nei modi sostenibili per lei.
Per questo, più che cercare un intervento “tecnico” già definito, può essere utile orientarsi verso un terapeuta esperto nel trauma con cui verificare, passo dopo passo, la possibilità di un lavoro condiviso. L’elemento centrale resta la relazione terapeutica e la fiducia che può costruirsi nel tempo, che sono parte integrante del percorso, non un aspetto secondario.
In questo senso, il lavoro su di sé passa anche dalla possibilità di lasciare uno spazio di guida al professionista, mantenendo insieme la sua capacità di osservazione e le sue risorse.
Resto a disposizione
Saluti
Salve potrebbe valutare la terapia sensomotoria o la terapia emdr, in ogni caso il terapeuta dovrà raccogliere delle informazioni sulla sua vita per concordare gli obiettivi di trattamento. Spero di esserle stata d'aiuto.
Buonasera, io non so fare la desensibilizzazione ma posso dirle che ho lavorato moltissimo con l'autismo severo, con i traumi e con il corpo ferito. Conosco moltissime tecniche di rilassamento, tra cui il QI Gong e il training autogeno respiratorio. Ultimamente ho anche imparato la mindfullness. Conosco perfettamente il valore del corpo e dei suoi messaggi. Qualora le interessasse potrebbe chiedermi un appuntamento di consultazione. Le dico anche che, questo tipo di pratiche, si possono svolgere anche da remoto, in fondo io devo guidarla, l'importante è che lei sia in un ambiente comodo e confortevole. La invito a leggere il mio profilo. Un caro saluto
Buongiorno, se vuoi ne possiamo parlare in call così magari spiega meglio e abbiamo più tempo gratutamente. Mi mandi pure così ci accordiamo
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